Benito Mussolini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/benito-mussolini/ un blog di approfondimento culturale Thu, 11 Jul 2019 10:25:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Benito Mussolini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/benito-mussolini/ 32 32 L’Italia razzista. La persecuzione contro gli ebrei https://minimaetmoralia.it/libri/litalia-razzista-la-persecuzione-gli-ebrei/ https://minimaetmoralia.it/libri/litalia-razzista-la-persecuzione-gli-ebrei/#comments Thu, 11 Jul 2019 05:30:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40729 “Roma di travertino rifatta di cartone aspetta l’imbianchino, suo prossimo padrone”, scriveva Trilussa a proposito della visita di Adolf Hitler a Roma nel 1938, e non si dica che i poeti a Roma siano soltanto avatar della cartolina della Città Eterna. L’ex vedutista di cose viennesi riconvertito in Führer  e “primo soldato del Reich” (le tre allucinazioni, come le ha chiamate lo storico militare inglese John Keegan ne “La maschera del comando” pubblicato dal Saggiatore) arrivò in treno a Roma alle 20,30 del 3 maggio.

L’imponente rappresentanza sbarcò a stazione Ostiense, all’epoca una stazione fantasma, a mala pena uno scalo di binari, e quindi inventata per l’occasione: la logistica della propaganda trovò utile l’ubicazione di quel binario perché da lì, appena al di fuori delle millenarie mura aureliane, si poteva risalire in parata trionfale fino al Quirinale passando per i gioielli classici di Roma.

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hitler roma 1938

“Roma di travertino rifatta di cartone aspetta l’imbianchino, suo prossimo padrone”, scriveva Trilussa a proposito della visita di Adolf Hitler a Roma nel 1938, e non si dica che i poeti a Roma siano soltanto avatar della cartolina della Città Eterna. L’ex vedutista di cose viennesi riconvertito in Führer  e “primo soldato del Reich” (le tre allucinazioni, come le ha chiamate lo storico militare inglese John Keegan ne “La maschera del comando” pubblicato dal Saggiatore) arrivò in treno a Roma alle 20,30 del 3 maggio.

L’imponente rappresentanza sbarcò a stazione Ostiense, all’epoca una stazione fantasma, a mala pena uno scalo di binari, e quindi inventata per l’occasione: la logistica della propaganda trovò utile l’ubicazione di quel binario perché da lì, appena al di fuori delle millenarie mura aureliane, si poteva risalire in parata trionfale fino al Quirinale passando per i gioielli classici di Roma.

In un mese e mezzo venne creato un padiglione basso, con forme quadrate, in linea col monumentalismo ufficiale, una struttura provvisoria con la facciata in travertino e una selva di tubi innocenti ricoperti di legno e stucco per dare l’effetto del marmo. La cosa funzionò e piacque, venne allora rifatta sempre dallo stesso progettista Narducci nel 1940 in vista della mai aperta esposizione universale del ‘42. La fiction fu aiutata dal buio della sera, l’arrivo di Hitler finì avvolto e inquadrato da luci e riflessi spettacolari.

L’invenzione della nuova porta d’ingresso a Roma faceva il paio con i cartelloni pubblicitari disseminati lungo le tratte ferroviarie per nascondere all’imbianchino le baraccopoli di una Roma non all’altezza dell’Impero. Il bluff cialtrone della stazione Ostiense assomiglia a quei canali youtube come Primitive Tool o Jungle Survival: ingegnose e rapide costruzioni temporanee di case e piscine con materiali basici in mezzo alla foresta, sperando che non si metta a piovere e sciogliere l’impasto di argilla, rovinando tutto.

A maggio il primo trancio dell’estate che verrà è seducente, alla sera il caldo blu del cielo diventa un fondale intimo, non più respingente. Poi subentra giugno e l’estate si manifesta con una luce ottusa, sparpagliata, spiazzante. C’è qualcosa di aggressivo anche se non succede nulla. Ufficialmente la visita di Hitler non comporta firme, trattati, convenzioni. Ma è pur sempre lo scellerato Adolf Hitler in pompa magna, mica Gregory Peck in vespa.

Ed è nel riparo da questa luce spietata, nei corridoi e nelle stanze di redazioni e ministeri romani, che si stanno preparando in segreto le leggi razziali, portando a compimento un percorso burocratico già random e accelerato con la creazione delle nuove colonie africane. Il sole che il mattino dopo sbatte sull’enorme spiazzo polveroso della nuova stazione illumina le grandi bandiere con le svastiche messe a cordone del viale d’ingresso, nelle foto ufficiali non c’è vento, le figurine che si vedono camminano in qualcosa più grande di loro, non hanno addosso l’euforia dei pretini di Mario Giacomelli. Ma non importa, Mussolini sta provvedendo ad aggiornare l’Italia sul fuso di Berlino.

E così il 15 luglio esce anonimo il “Manifesto della Razza” sul “Giornale d’Italia” con il titolo “il fascismo e i problemi della razza”, scritto dal Duce, anzi dettato al 25enne Guido Landra, poco dopo sottoscritto da dieci scienziati italiani (Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, lo stesso Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco ed Edoardo Zavattari), programma che fissa i punti fondamentali del fascismo nei confronti della razza, concetti strampalati che sosterranno l’insieme di decreti, leggi e circolari con l’obiettivo di cancellare la comunità ebraica in Italia, in quanto “gli ebrei non appartengono alla razza italiana“.

Poi viene l’agosto che tutto brucia: il 5 esce in 75mila copie l’orrido e violento quindicinale “La difesa della razza” diretto da Telesio Interlandi a cui Mughini ha dedicato un libro che di recente è stato ristampato da Marsilio, “A via della Mercede c’era un razzista”, alludendo alla sede del quotidiano Tevere, che si distinse nella campagna antisemita e che aveva sede nel budello della via del centro. Annunciato nelle circolari addirittura con un codice segreto, parte dal 22 agosto il nuovo censimento degli ebrei, la schedatura per il punto di non ritorno che segnerà il debutto legislativo il 5 settembre con l’esclusione delle persone ebree dalle scuole, e continuerà a lungo. Nota: tra i primi provvedimenti del Minculpop c’è il divieto di traduzione di libri ebrei, di adozione di libri scritti da ebrei, comprese le cartine geografiche.

Soltanto un anno prima, Giuseppe Bottai, “tra i più zelanti sostenitori della crociata antiebraica” come sentenzia la Treccani, di censimento ne faceva un’altro: quello delle osterie romane, a margine di un libro di culto della romanistica di cui Bottai volle scrivere assolutamente la prefazione, “una scorribanda nei sentieri della vita popolaresca romana tra rumorose alzate di bicchieri”. Aggiungi un posto a tavola, anzi no. A proposito di Roma popolare: nei rivoli delle mille cose interdette c’è la raccolta di rottami, l’esercizio da ambulanti, l’essere stracciaroli. Per chi volesse una foto simbolo di questi provvedimenti basta dire che metà dell’iconografia della Roma moderna a cavallo della breccia di Porta Pia finisce idealmente all’indice.

Di tutto ciò che nella realtà delle cose sancirà la visita di Hitler, di quale Italia segretamente già predisposta accolga il dittatore alla stazione e quale Italia inebriata dallo sguardo del potente alleato rompa definitivamente gli indugi sulla questione della razza; della “preparazione terrificante nella metodicità dell’odio razziale, anche prima che tutto sia travasato in norme giuridiche”; delle leggi razziali, “di cui ufficialmente e con tanta decisione si escludeva ogni possibile introduzione”; delle progressive disposizioni limitative e vessatorie, “320 provvedimenti dal 1938  fino al 1943 e un’altro centinaio dopo”; della “discriminazione, spoliazione, e persecuzione dell’antisemitismo burocratico”: di tutto questo e oltre ha scritto un grande libro di ricerca e divulgazione il giornalista Fabio Isman, autore di molti libri inchiesta sui beni culturali.

Per assemblare le oltre 250 pagine de “1938, l’Italia razzista, i documenti della persecuzione contro gli ebrei” pubblicato da Il Mulino con prefazione di Liliana Segre (si spera venga adottato nelle scuole), Isman ha consultato 231 volumi: contando le ore passate negli archivi grazie alle note d’ingresso e uscita ha raggiunto 32 giorni di studio tra gli scaffali di istituzioni e amministrazioni, come quello dell’Archivio centrale di Stato e Banca intesa di Milano.

Ha la copertina grigia, il tono spento, colore della burocrazia. È un libro che non era stato ancora scritto sui “conti italiani della Shoah prima della Shoah” come è stato detto in una delle tante presentazioni, una indagine sull’acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati a partire dall’isolamento serissimo e feroce delle leggi del ‘38, ovvero quanto è stato portato via, anche di nascosto, e quanto recuperato con gran fatica. I lavori della Commissione Anselmi, istituita nel 1998 e conclusa nel 2001 (Commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati), hanno stilato un elenco di 8mila confische.  Ed è anche un testo sui legami giuridici della legislazione antisemita italiana ancora in piedi in anni recenti. Tanto fu convincente il bluff della stazione Ostiense quanto radicate furono le disposizioni. Nel 2008 un decreto legge abroga 3.300 atti, tra cui la legge 22 dicembre 1939, n. 2194, che vietava agli ebrei di allevare e usare i colombi viaggiatori. Fino alla legge Bersani del 1997 gli ebrei professionisti non potevano riunirsi ufficialmente: era illegale per gli architetti ebrei consorziarsi per fare uno studio. L’Egeli, l’Ente gestione e liquidazione beni ebraici che nasce nel 1939, venne abolito nel 1997 grazie al ministro del Tesoro Azeglio Ciampi.

Tra le cose mai restituite, e di cui si è occupata una commissione del Governo senza risultati, c’è la storica biblioteca della antichissima comunità ebraica romana, razziata nell’ottobre 1943 prima del rastrellamento e sparita chissà dove. Nella ricerca di Isman si legge che “era la più importante biblioteca in Italia, e tra le maggiori in Europa. Nel censimento del 1934 risultano 8mila volumi, 28 incunaboli, 183 cinquecentine, anche quelle stampate a Venezia da Bomberg (tra cui una prima edizione del Talmud, 8 tomi), Bragadin e Giustiniani. Testi del ‘500 da Costantinopoli, Salonicco, Cracovia e Lublino, e del ’700/800 da Venezia e Livorno. Secondo uno studioso degli anni 30, conteneva un quarto dei libri editi dai famosi Soncino (stampatori, tipografi, editori ebrei aschenaziti), con trattati di Avicenna, commenti ad Averroè del Trecento, e libri introvabili altrove”.

Altrove si legge che nel 1961 la ditta romana di trasporti Otto & Rosoni usata come facchinaggio dai tedeschi rispondeva per lettera all’allora presidente della comunità Fausto Pitigliani: “Nessun documento ferroviario risulta emesso da noi, per cui non possiamo precisare la destinazione di detti vagoni. Il trasporto per ferrovia venne curato direttamente dall’amministrazione militare tedesca”.

Nei decenni la biblioteca non è mai saltata fuori neanche a pezzi, smembrata magari tramite l’acquisto parziale da parte di privati, il che fa pensare gli addetti ai lavori che sia nascosta in toto. Dove sia sono solo voci, resta aperta l’indagine dei carabinieri del Patrimonio culturale. Colui che si prese l’incarico di provare a riportare a Roma la memoria della comunità, sprezzantemente razziata non casualmente ma dentro un programma rivolto a tutta Europa, il cacciatore di libri Dario Tedeschi, è morto a Roma a fine 2018.

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Ágnes Heller: l’Europa a un bivio https://minimaetmoralia.it/interviste/agnes-heller-rifugiati-e-terrorismo/ https://minimaetmoralia.it/interviste/agnes-heller-rifugiati-e-terrorismo/#comments Thu, 12 May 2016 12:01:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30936 Questa intervista è uscita sull'Espresso, che ringraziamo (fonte immagine).

L'Europa è a un bivio, sostiene Ágnes Heller. Ed è urgente che decida in che direzione orientare la propria rotta: sulla strada dell'universalismo e dell'inclusione, o su quella opposta dei confini, della paura e dell'ostilità nazionalista. Nata a Budapest nel 1929, espulsa una prima volta dal partito comunista ungherese nel 1949, allieva e collaboratrice del filosofo György Lukács, Ágnes Heller è tra i più autorevoli intellettuali contemporanei.

Diffidente verso ogni assunto dogmatico, docente prima a Budapest, poi a Melbourne e infine, dal 1986, alla New York School for Social Research, dove ha ricoperto la cattedra intitolata ad Hannah Arendt, l'autrice de La filosofia radicale ha attraversato tutto il Novecento da protagonista. Studiando il rapporto tra individuo e società, con l'idea che la filosofia serva a desacralizzare il mondo, e a trasformarlo. Lo crede anche oggi. Ma crede soprattutto che di un cambiamento, di un'apertura verso l'altro, abbia bisogno l'Unione europea, se non vuole rimanere «un'Europa burocratica, senz'anima».

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Questa intervista è uscita sull’Espresso, che ringraziamo (fonte immagine).

L’Europa è a un bivio, sostiene Ágnes Heller. Ed è urgente che decida in che direzione orientare la propria rotta: sulla strada dell’universalismo e dell’inclusione, o su quella opposta dei confini, della paura e dell’ostilità nazionalista. Nata a Budapest nel 1929, espulsa una prima volta dal partito comunista ungherese nel 1949, allieva e collaboratrice del filosofo György Lukács, Ágnes Heller è tra i più autorevoli intellettuali contemporanei.

Diffidente verso ogni assunto dogmatico, docente prima a Budapest, poi a Melbourne e infine, dal 1986, alla New York School for Social Research, dove ha ricoperto la cattedra intitolata ad Hannah Arendt, l’autrice de La filosofia radicale ha attraversato tutto il Novecento da protagonista. Studiando il rapporto tra individuo e società, con l’idea che la filosofia serva a desacralizzare il mondo, e a trasformarlo. Lo crede anche oggi. Ma crede soprattutto che di un cambiamento, di un’apertura verso l’altro, abbia bisogno l’Unione europea, se non vuole rimanere «un’Europa burocratica, senz’anima».

L’occasione per farlo è offerta proprio da quelle che oggi appaiono le sfide più difficili: la “crisi dei rifugiati” e la “minaccia del terrorismo”. Se quest’ultima ci fornisce il pretesto per rivendicare «la nostra libertà», la crisi migratoria rappresenta un vero e proprio banco di prova per il Vecchio continente, «che sarà repubblicano, inclusivo, federalista», o verrà schiacciato dalle sue stesse spinte centrifughe, sostiene la filosofa ungherese. L’abbiamo incontrata a Roma, dove ha tenuto una lectio magistralis su “L’identità europea”.

Professoressa Heller, di fronte alla cosiddetta “crisi dei rifugiati”, l’Unione europea sembra smarrita, capace soltanto di erigere muri. C’è chi vi legge una contraddizione tra l’ideale di un’Europa unita, inclusiva e solidale e la realtà degli Stati-nazione, ancorati ai loro confini. Cosa ne pensa?

La “crisi dei rifugiati” riflette uno problemi principali dell’Europa contemporanea, e rimanda a una contraddizione storica, inaugurata nel diciottesimo secolo e poi maturata nei secoli successivi. In quel periodo, si affermavano con forza i valori dell’universalismo, sulla base dell’idea che tutti gli uomini nascono liberi e uguali e sono dotati di una coscienza libera.

Si tratta di un’idea che viene espressa in modo esemplare nel Flauto Magico di Mozart, quando il personaggio Sarastro afferma di essere un uomo, prima ancora che un principe. Ma nello stesso periodo, proprio in risposta alla rivoluzione francese e ai valori dell’universalismo, si viene affermando anche l’idea di nazione. Non è un caso che il filosofo tedesco Fichte tenga i suoi Discorsi alla nazione tedesca proprio nei primi anni dell’Ottocento: è la prima volta in cui viene formulato il concetto di nazione, e non sarà certo l’ultima. Da allora, la contraddizione tra universalismo dei valori da una parte e nazione dall’altra ha assunto forme diverse, ma non è mai venuta meno.

Intende dire che scontiamo ancora oggi quella contraddizione? E che forme ha assunto, nel corso dei secoli?

È così: la contraddizione vige ancora oggi, perché non c’è stata una “vittoria” netta di una tendenza rispetto all’altra. Nel diciannovesimo secolo, per esempio, in Europa abbiamo assistito a due diversi sviluppi ideologici. Uno è stato l’internazionalismo proletario, l’idea della solidarietà tra i lavoratori, tutti ugualmente sfruttati, l’altro era il cosmopolitismo borghese, l’idea che, al di là delle differenze di nazionalità, esistesse una classe di uomini d’affari legati da interessi reciproci, anche se a volte in competizione.

La prima guerra mondiale ha segnato una reazione a quegli sviluppi. Può essere letta proprio come una guerra delle nazioni contro le idee dell’internazionalismo proletario e del cosmopolitismo borghese. In quell’occasione ha senz’altro vinto il nazionalismo, tanto che ancora oggi rimane un fattore di identificazione fortissimo: la principale identità degli europei resta quella nazionale. L’Unione europea, che ha attinto all’altra tradizione, quella dell’universalismo, è stata edificata con l’obiettivo di favorire la solidarietà tra le nazioni, ma il processo di costruzione non è stato accompagnato dall’emergere di una coscienza europea. L’Europa rimane un progetto burocratico, senz’anima.

Lei ha sostenuto che, oggi, questa contraddizione tra universalismo dei valori e vincoli dello Stato-nazione si riflette in quella tra diritti umani e diritti di cittadinanza. Ci spiega meglio?

Oltre a quelle elencate, la storia europea è stata profondamente segnata da due tradizioni: una è quella che definisco del “bonapartismo”. La inaugura Napoleone e arriva fino a Mussolini e oltre, e rimanda all’idea di un uomo forte, che tutto faccia e tutto risolva, un uomo convinto di incarnare la verità, lo Stato, la società, e che non si fa scrupoli di ricorrere al populismo pur rappresentando interessi molto parziali, oligarchici. Solitamente, questa tradizione conduce alla guerra, al conflitto, ai dissidi interni ed esterni, mentre quella opposta, del repubblicanesimo e della democrazia liberale, evita la guerra, per quanto possibile.

L’Unione europea ha scelto molto chiaramente questa seconda strada, ma il repubblicanesimo porta in sé una contraddizione fondamentale: la Costituzione francese parla dei “droits de l’homme e du citoyen”, dei diritti dell’uomo e del cittadino, come fossero concetti identici, ma non lo sono. La tradizione repubblicana sconta questa contraddizione tra i diritti dell’uomo e quelli del cittadino, che possono entrare in conflitto.

La cosiddetta “crisi dei rifugiati” è dunque figlia di questa contraddizione?

Direi proprio di sì. Da una parte i rifugiati e i migranti in alcuni casi non soddisfano i criteri per veder riconosciuti formalmente i diritti di cittadinanza, ma dall’altra l’Europa ha comunque il dovere di difendere una sua invenzione, quella dei diritti umani universali. Inoltre, così come ha “inventato” i diritti universali, l’Europa ha anche inventato i diritti dei cittadini, e in qualche modo ha sempre incoraggiato l’idea che siano i cittadini a decidere cosa deve accadere in un dato Paese.

Qualcuno dunque potrebbe sostenere che i cittadini hanno il diritto di negare agli stranieri di entrare nel proprio Paese, per esempio per ragioni di equilibrio di welfare, ma se assumiamo la prospettiva dei diritti umani universali, non solo è sbagliato negar loro l’ingresso, ma è doveroso accoglierli. La contraddizione è evidente: droits de l’homme e droits du citoyen collidono, in questo caso. L’Europa, da questo punto di vista, è a un bivio. E dovrebbe decidere in che direzione procedere.

I politici nazionalisti e i demagoghi di destra sostengono che i migranti minacciano l’Unione europea. Lei invece sembra ritenere che la vera minaccia sia il nazionalismo…

Il nazionalismo non mi piace affatto, ma rimane anch’esso un valore europeo. Con la creazione dell’Unione europea era stato accantonato, in favore della solidarietà, ma ancora non è chiaro quale dei due orientamenti prevarrà in Europa. Molto dipende dai singoli governi, e dai singoli cittadini: se intendono promuovere la solidarietà o l’ostilità nazionalista, l’Europa federale, inclusiva, repubblicana, o quella delle spinte centrifughe. Ma molto dipende anche da cosa si intende per nazionalismo. Non esiste un vero e proprio passato nazionale, esistono piuttosto delle mitologie del passato. Dipende dai criteri che si  adottano nell’attingere al passato: ogni tradizione nazionale presenta anche aspetti positivi, come i movimenti di liberazione o per i diritti. Sarebbe bello se ci riferissimo a quelli, quando parliamo del nostro passato.

 Lei ha criticato spesso il governo ungherese del primo ministro Viktor Orban, che ha definito come “bonapartista”. Ora, visto che nei periodi in cui ci si sente sotto minaccia si tende a cercare “riparo” in una governo forte, muscolare, pensa che il bonapartismo possa diffondersi, in Europa?

Nel mio Paese come in altri, il bonapartismo è un elemento reale, preoccupante. Ma non credo che nel breve termine diverrà la forza prevalente in Europa. Nel corso del tempo sono stati sviluppati antidoti efficaci a queste forme peculiari di autoritarismo. Quel che mi preoccupa veramente è la tendenza ad associare, in termini retorici, le culture “altre” con il terrorismo.

Il terrorismo, va ricordato, è l’esercizio del terrore, sulla base di un’ideologia fondamentalista e totalitaria, da parte di uno Stato o di gruppi non statali. In alcuni casi, come per il cosiddetto Stato islamico, si tratta di gruppi extraeuropei, che possono scegliere di esercitare il terrore sul territorio europeo. Ma tracciare un’equivalenza tra stranieri e terroristi è ridicolo. Piuttosto, ci dovremmo chiedere perché alcuni cittadini di uno Stato europeo – come quelli che hanno colpito Parigi o Bruxelles – decidano di praticare violenza contro i loro stessi concittadini.

Gli attentati di Bruxelles hanno riaperto il dibattito sul rapporto tra libertà e sicurezza, sempre in equilibrio precario. Oggi i politici tendono a dire ai propri cittadini: «se volete essere davvero sicuri, dovete rinunciare ad alcune libertà». Ritiene che sia utile o controproducente?

Credo che ci siano due pericoli: quello del terrorismo, un pericolo minacciato, e quello della perdita o della limitazione delle libertà civili, sempre più concreto. La domanda vera è se la gente sia pronta e disposta a rinunciare a tali libertà, libertà vere, reali, per una presunta sicurezza. In Ungheria, alcune misure proposte dal governo Orban sono state respinte dalla popolazione, pur di preservare le libertà civili. Gli ungheresi in quel caso hanno capito che, perdendo le libertà civili, l’insicurezza e il pericolo sarebbero aumentati.

Ritengo dunque che non sia necessario limitare le libertà civili. Più importante, è capire quali siano le vere minacce, saper distinguere tra percezioni e realtà. È più reale la minaccia terroristica o quella della crisi economica, della disoccupazione, delle nuove marginalità sociali? Non ci scordiamo che a causa di minacce concrete e reali come quella della crisi economica, in Europa in passato si è fatto appello a gente come Mussolini e Hitler. Limitare le libertà civili non riduce il pericolo del terrorismo. Anzi, è controproducente.

Vuole dire che dobbiamo continuare a rivendicare le nostre libertà?

Sì. La libertà va protetta e rivendicata, nonostante sia sempre una libertà difficile, per dirla con il filosofo Levinas. Vanno rivendicate le libertà civili e politiche, ma anche, nel senso più ampio, la libertà di compiere scelte libere, che non siano condizionate o manipolate dalla società o da forze sconosciute. È difficile esercitare questa libertà, perché soprattutto nei periodi difficili si pensa che se qualcun altro decide per noi tutto diventa più facile, perché veniamo alleggeriti del peso della responsabilità. Fare una scelta significa essere responsabili, e la responsabilità è pesante per tutti. Ma va conquistata e protetta. Soprattutto ora. Senza delegarla agli altri, tanto meno ai bonapartisti.

 C’è chi sostiene che per proteggere l’identità culturale e politica di uno Stato-nazione vado limitato l’accesso ai migranti. E c’è chi invece sostiene il contrario: che ogni identità è ibrida per definizione, e che le frontiere chiuse vadano trasformate in confini aperti.  Lei cosa ne pensa?

In un certo senso, c’è una parte di ragione in entrambe le posizioni. Aprendo i confini, si possono trarre benefici così come provocare danni. Il punto è comprendere cosa ci sia in gioco, e agire razionalmente. L’identità culturale di un Paese già oggi, almeno al livello della cultura alta, è totalmente globalizzata. La vera posta in gioco riguarda le “forme di vita”: come si vive tutti i giorni; come ci si comporta tra uomini e donne; il rapporto tra padri e figli; tra diritti e doveri. È nella vita ordinaria che nascono i conflitti.

Da questo punto di vista, in Europa c’è una tendenza che non mi piace affatto: quando si parla di integrazione, si intende assimilazione. Chi non si assimila non è integrato, e finisce nei ghetti. In Francia o in Belgio, chi non rinuncia alla propria cultura non può essere integrato, così si dice. Mi pare sbagliato. Negli Stati Uniti, al contrario, si possono sviluppare culture parallele, basta che vengano rispettate la Costituzione e le leggi dello Stato. In Europa si pretende di più, e si dà di meno. Si tratta di assimilazione, non di integrazione.

A proposito di “forme di vita”. Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, quando in Europa molti credevano in obiettivi come “rivoluzione” e “liberazione”, lei era un punto di riferimento, con la sua teoria sulla necessità di trasformare la vita ordinaria, prima ancora che le istituzioni politiche. Oggi, dall’utopia si è passati alla paura. Cosa è successo? 

Per prima cosa mi lasci dire che la trasformazione della vita ordinaria è avvenuta, non si è trattato soltanto di un’utopia, ma dell’avverarsi di una tendenza della modernizzazione. Certo, qualcuno è rimasto deluso, qualcun altro ha pensato che la rivoluzione del ’68 sia stata sconfitta, perché non tutto ciò che auspicava allora è avvenuto. Ma è normale: in ogni rivoluzione c’è sempre qualcosa di irrealizzato, e altro che invece si realizza.

Quanto all’utopia, posso dire che oggi non c’è più perché, soprattutto in Europa, ha perso validità il concetto di progresso universale, un concetto che era fondamentale per quelli che possiamo considerare gli inventori della filosofia della storia, i socialisti utopisti, inclusi Marx ed Engels. Per loro, il concetto di progresso coincideva con l’idea che ogni formazione sociale progredisse rispetto alla precedente. Questa certezza, questa fiducia, oggi non c’è più. E giustamente, aggiungerei, perché in ogni trasformazione si guadagna qualcosa e si perde qualcos’altro, ma le perdite e i guadagni sono incommensurabili tra loro. Allo stesso tempo, abbiamo rinunciato anche all’idea di una società completamente giusta, non perché non sia stata mai raggiunta, ma perché abbiamo capito che non è desiderabile, visto che impedirebbe ogni sviluppo, ogni dinamismo, ogni conflitto, ogni pluralismo. Da qui, la rinuncia all’utopia.

Di fronte alla fine dell’utopia e dell’ideale della società giusta, che fare, allora?

Credo che valga il suggerimento di Voltaire, nel Candido: coltiva con cura il tuo giardino. Il nostro giardino è casa nostra, l’Europa, il mondo in cui siamo nati e in cui moriremo. Ognuno di noi ha il dovere di renderlo un po’ migliore. Non è una prospettiva così brutta. Ed è senz’altro preferibile alla disillusione che nasce dalle utopie mancate.

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La fatica di scrivere: Antonio Pennacchi e la seconda parte di “Canale Mussolini” https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-fatica-di-scrivere-antonio-pennacchi-e-la-seconda-parte-di-canale-mussolini/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-fatica-di-scrivere-antonio-pennacchi-e-la-seconda-parte-di-canale-mussolini/#comments Tue, 08 Dec 2015 06:30:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29308 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Avere a che fare con Antonio Pennacchi è un’impresa. Certe volte, per spiegarmi la sua roboante vitalità, il perenne lamento, la costante prontezza all’ira e la straripante passione tenuta a freno dietro la divisa da operaio scrittore e dietro la classica aria scazzata e diffidente, me lo immagino come uno dei suoi eroi. Iracondo, tenero, presuntuoso, fragile, burbero per scelta.

Uno che si è immolato in difesa della sua storia. Uno che ha dedicato la vita a protezione del suo canale, ossia un concentrato simbolico potentissimo: il canale che rese possibile la bonifica dell’Agro Pontino e dunque tutte le vite che lì lavorarono, nacquero, crebbero, fondando paesi e città; il canale su cui si combatté a difesa di qualcosa che alcuni sapevano e altri no; il canale che si secca, si riempie, pulsa di vita fra filari di eucalipti, dunque il cuore di una storia che Pennacchi difende con i denti e continua a coltivare contro tutto e tutti, pur di salvare se stesso e la sua promessa di figlio di coloni. Me lo immagino così, certe volte, pur di non farmi scalfire da tutti i tentativi che fa per spingermi al litigio. Polemos è padre di tutte le cose – scriveva Eraclito.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Avere a che fare con Antonio Pennacchi è un’impresa. Certe volte, per spiegarmi la sua roboante vitalità, il perenne lamento, la costante prontezza all’ira e la straripante passione tenuta a freno dietro la divisa da operaio scrittore e dietro la classica aria scazzata e diffidente, me lo immagino come uno dei suoi eroi. Iracondo, tenero, presuntuoso, fragile, burbero per scelta.

Uno che si è immolato in difesa della sua storia. Uno che ha dedicato la vita a protezione del suo canale, ossia un concentrato simbolico potentissimo: il canale che rese possibile la bonifica dell’Agro Pontino e dunque tutte le vite che lì lavorarono, nacquero, crebbero, fondando paesi e città; il canale su cui si combatté a difesa di qualcosa che alcuni sapevano e altri no; il canale che si secca, si riempie, pulsa di vita fra filari di eucalipti, dunque il cuore di una storia che Pennacchi difende con i denti e continua a coltivare contro tutto e tutti, pur di salvare se stesso e la sua promessa di figlio di coloni. Me lo immagino così, certe volte, pur di non farmi scalfire da tutti i tentativi che fa per spingermi al litigio. Polemos è padre di tutte le cose – scriveva Eraclito.

Il conflitto domina su tutto. Per Pennacchi sembra una legge assoluta. Una legge stabilita in base al piacere che prova nel contraddire gli altri a qualunque costo, mentre non smette di contraddire se stesso.

“Matte’ nun me mette nell’articolo che parlo in romanesco oh!” “Antonio come faccio se parli solo romanesco?” “Arrangiate”. Ecco qua. Così si comincia. Dopo che mi ha tirato intorno in vari modi. Innanzitutto assicurandosi che avessi letto ogni riga di questo nuovo capitolo in difesa delle sue origini, Canale Mussolini. Parte seconda (Mondadori, pp. 432, euro 22). Poi rifiutandosi in tutti i modi di venire a Roma. Infine dicendomi che prima di cominciare a parlar seriamente deve farsi una sigaretta e dunque cinque minuti, anzi, proprio perché sei te, tre minuti.

Nel frattempo sfoglio ancora il librone con cui, a cinque anni dal primo che gli valse il Premio Strega e una notorietà inattesa, è tornato a esplorare la saga della famiglia Peruzzi. Un seguito che si apre il 25 maggio 1944 (ultimo giorno di guerra in quella che fu Littoria e che divenne poi Latina), racconta dettagliatamente la fine del conflitto, si espande sulla ricostruzione del Paese fino ai primi anni Sessanta.

“Ma è un seguito che nessuno si aspettava, Antonio” gli dico dopo la sigaretta “O lo avevi messo in conto?” “Io l’ho detto e lo ripeto: sono venuto al mondo per raccontare questa storia qui. Quando ho letto Il mulino del Po di Bacchelli o Placido Don di Solochov mi era già chiaro che avrei voluto scrivere un secolo di storia attraverso le vicende della mia famiglia. Dovevo fare tre volumi. Poi Canale Mussolini ha avuto un successo che nessuno avrebbe potuto prevedere. Io sono stato travolto da quel successo. Mi sono sentito sovrastato dal libro. Ho pensato che non sarei mai stato capace di scrivere altro del genere. Così ho scritto due libri facili (Storia di Karel e Camerata Neandertal). Poi mi sono messo su questo. Ma all’inizio doveva essere una storia piccola. Volevo raccontare di Diomede, della Banca d’Italia svaligiata che apre il libro. Qualche centinaio di pagine. E invece mi ha fregato l’editore. Mi hanno detto: bene, lo intitoliamo Canale Mussolini parte seconda. E io ci sono rimasto intrappolato. Il titolo mi ha ricordato quel che volevo fare. Ho cambiato direzione. Ho cominciato a diffondermi su una storia che non avevo messo in conto di affrontare. E ho lavorato e lavorato. Quattordici, quindici ore al giorno per un anno. Ma sono così io. C’ho il culto del lavoro. Sono figlio di bonificatori. E ora mi sento distrutto, svuotato. Perché i libri è meglio leggerli che scriverli. Si fatica troppo. Si fatica troppo”.

La storia che prende piede nel libro, parallelamente all’epopea dei Peruzzi che i lettori già in parte conoscono nel loro spirito di ira, amore, dolore, lavoro, imprese picaresche e disperate, è una ricostruzione meticolosa delle vicende che portarono a Salò, i rapporti fra Mussolini e Hitler, la storia d’amore fra Mussolini e Claretta Petacci. Ovviamente la ricostruzione via via diventa sempre più romanzesca e, benché sia basata su una mole di studi che s’intravedono chiaramente dietro al lavoro dello scrittore, finisce addirittura per trasfigurarsi, facendo sporgere il lettore su dimensioni fantastiche, a volte magiche.

“Raccontare vent’anni di fascismo era stato più semplice. Qui ci sono passaggi chiave di cui devi rendere conto. Poi quando uno si mette a leggere gli epistolari e approfondisce la storia d’amore fra Claretta e Mussolini, be’, insomma, mettetela come vi pare, ma quella è una grande storia d’amore. Lei cerca la morte insieme a lui. E nella storia d’Italia tutto questo non si scorderà mai. Finché ci sarà qualcuno che parla italiano si ricorderanno quei due corpi appesi a piazza Loreto. Una fine orrenda ma storicamente determinata che fu lavacro per tutti noi”.

E il fantastico? Il magico? “Io ho amato molto Jorge Amado ma sono un marxista materialista e il mio magico-religioso viene dal mondo contadino. Non è realismo magico. Semmai iper realismo magico. Cioè, io racconto quel che si racconta qui. Del fantasma di Mussolini che gira in moto per queste strade si sa da sempre. E io parlo al mio popolo, alla mia terra, ai miei compagni di strada, a Latina”. Latina, infatti, è la vera protagonista del libro. Con la sua inarrestabile crescita demografica scandita precisamente nel corso del libro. Un’espansione che Pennacchi ha studiato e descritto altrove ma che qui diventa epica. Parte di un passato che sembra non finire mai. “Il passato non è mai morto. In realtà non è neanche passato” scrisse Faulkner. “Ah no!” fa Pennacchi “Faulkner era un reazionario. Io sono un materialista storico. Per me il tempo ha un passo lento ma porta a un inesorabile progresso. Il processo di civilizzazione va avanti”.

Eppure figure come Togliatti e De Gasperi che giganteggiano nel libro oggi sono semplicemente inimmaginabili. “Eh ma quelli avevano fatto la guerra! Ne avevano viste. Io ho portato avanti un processo di revisione su entrambi e li ho rivalutati profondamente. Ma se c’abbiamo Renzi oggi, che a me non è affatto simpatico, non significa che si stia tornando indietro. Renzi è storicamente necessitato. Io comunque non dico più nulla. Non vado più in tv, non partecipo più al dibattito politico, non voterò alle primarie del PD, tanto di quel che dico non gliene frega niente a nessuno”. Solo scrivere, Antonio? “Be’ no, adesso mi prendo una pausa. Poi vediamo, non mi scocciate. Ho finito questo. Te l’ho detto: sono esausto.”

Ma almeno ti sei ripreso dal Premio Strega. Hai sempre detto che ti aveva fagocitato. Era meglio non vincerlo? “Be’ no, ao’, annamoce piano, che stai a di’? Eh eh. Ma no. Parlamo della Roma invece. Garcia? Che dici di Garcia? Na fatica. Poi col Frosinone in serie A, diomio. Ce dovrebbe arriva’ il Latina in serie A. Sarebbe storia vera. E vedi come sono le cose? Se si giocasse Latina-Roma oggi mio figlio tiferebbe Roma, di sicuro. Ma io no. Io non potrei. Io tiferei Latina”.

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Atene, i giorni del referendum https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/atene-i-giorni-del-referendum/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/atene-i-giorni-del-referendum/#respond Wed, 22 Jul 2015 05:30:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27887 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

A un certo punto, quando mancano tre giorni a un voto decisivo per la Grecia e per l’Europa, Dimitris, trentaseienne architetto di Corinto, mi spiega perché ha capito che, a dispetto di ogni sondaggio e di ogni campagna televisiva, vincerà il NO. È una storia familiare, la sua, ma che rappresenta perfettamente lo spirito greco illuminandolo con una chiarezza che in momenti complessi come questo ci appare spesso sfuggente e quasi irraggiungibile.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

A un certo punto, quando mancano tre giorni a un voto decisivo per la Grecia e per l’Europa, Dimitris, trentaseienne architetto di Corinto, mi spiega perché ha capito che, a dispetto di ogni sondaggio e di ogni campagna televisiva, vincerà il NO. È una storia familiare, la sua, ma che rappresenta perfettamente lo spirito greco illuminandolo con una chiarezza che in momenti complessi come questo ci appare spesso sfuggente e quasi irraggiungibile.

Bisogna andare indietro al 4 maggio del 1941, festa di Mezza Pentecoste, quando suo nonno Ilias, dopo la messa, uscì dal villaggio dell’antica Corinto con due dei cinque figli, a piedi nudi per mettere assieme il raccolto di fave. Arrivati ai campi di Skoutela, lavorarono per qualche ora e quando furono pronti a ripartire con le provviste per un anno intero vennero bloccati da due soldati nazisti che requisirono violentemente ogni cosa. Dell’episodio Dimitris non sapeva nulla fino a oggi. Fino a che non gli è stato raccontato che le due bambine, ormai due anziane signore, girano da giorni per le case del vicinato raccontando questa e altre storie, assicurandosi che tutti votino NO. Cristiane e tradizionalmente lontane da qualsiasi sinistra, Giorgia, 85 anni, e Koula, 83, sono adesso orgogliosamente dalla parte di Tsipras per difendere il loro Paese.

La storia della famiglia Theodoropoulos è simile a quella che in infinite versioni diverse, reduplicandosi come un mito antico, ho ascoltato girando per Atene, prima e dopo un referendum storico. A Varkiza, zona residenziale ricca sul mare, un gruppo di amici conservatori per una vita e ora tutti quanti votanti NO e tutti quanti fieri di un leader come Tsipras, hanno voluto raccontarmi le loro varianti. Giannis, ottantenne ex sub, ha scandito bene le parole: “Ho visto morire uomini, donne e bambini con i miei occhi, durante l’occupazione. E adesso rivedo qualcosa di simile: esseri umani uccisi con altre armi, le armi dell’economia, che spingono al suicidio o lasciano morire chi è senza copertura sanitaria. Tutto questo deve finire”. Stelios, mediatore marittimo, ha aggiunto: “Ciò che i tedeschi non riuscirono a fare con la guerra ora cercano di realizzarlo attraverso l’occupazione economica del paese. Ma noi sappiamo difenderci”. Nikos, ex pilota, si è infiammato: “La testardaggine di Schaeuble, la sua durezza, la sua intolleranza nascono da un complesso di inferiorità tipicamente nazista. Un complesso che egli non può che rimuovere, proprio come i tedeschi rimuovono la loro storia. Fino a farci la lezione e pretendere di dettar legge. Ma io sono nato libero e voglio morire libero”.

È la storia con la S maiuscola quel che viene fuori di continuo, in questi giorni in cui Atene è il centro del mondo, e una marea di giornalisti, attivisti, studiosi, analisti di ogni Paese si è riversata attorno all’Acropoli a seguire l’evoluzione finale di una crisi che racconta meglio di qualunque altra vicenda le sorti del vecchio continente. E infatti quel che i greci rivendicano, oggi, è soprattutto il loro senso della storia, accusando quelli che sono percepiti come i maggiori oppositori, i tedeschi, di non averne affatto. “I tedeschi non capiscono assolutamente nulla e mai” mi ha detto Maria, una cinquantacinquenne di Exarhia “perché non vogliono ricordare il passato”.

Non ricordano gli orrori di cui furono responsabili durante l’occupazione, non ricordano il debito che a loro fu tagliato nel 1953, non ricordano gli affari che hanno fatto in una Grecia incancrenita dalla corruzione negli ultimi vent’anni, non ricordano quel accadde in Germania quando il debito li soffocò spingendo al potere Adolf Hitler. Più di una persona mi ha spiegato come questo deficit di memoria storica sottragga ai tedeschi la capacità di giudicare correttamente quel che sta accadendo, rendendoli propensi a imporre regole del tutto ideali che non hanno nulla a che fare con la realtà e finendo per non riuscire a prevedere ciò che è più prevedibile.

Tra gli esiti più prevedibili, per esempio, nonostante quello che è stato ribattezzato “terrorismo mediatico”, c’era soprattutto il NO grande e massiccio con cui oltre il sessanta per cento dei votanti ha sconcertato le attese europee. Ma bastava studiare un po’ di storia – mi dicono. In questo caso, bastava risalire a una vicenda stranota in patria. Quel che accadde alle quattro del mattino del 28 ottobre 1940, quando l’ambasciatore italiano a Atene, Emanuele Grazzi, recapitò a Ioannis Metaxas, primo ministro divenuto in breve dittatore, l’ultimatum con cui Mussolini pretendeva il passaggio in terra greca delle forze dell’Asse. Tre ore di tempo erano concesse per la risposta, ma Ioannis Metaxas non attese. Lesse attentamente e, secondo la vulgata ormai dominante, rispose semplicemente “Ochi”, ossia “No”. In realtà, pare che le cose siano andate diversamente e che la risposta di Metaxas, nel francese delle relazioni diplomatiche, sia stata: “Alors c’est la guerre”. Quel che importa comunque fu ciò che seguì, ossia la reazione militare greca durissima, l’esercito italiano respinto, e l’altro celebre detto “Spezzeremo le reni alla Grecia” (con cui Mussolini tentò di ostentare ottimismo) trasformato nel simbolo di una grottesca inconsistente tracotanza. La forza greca, dunque, il coraggio, la predisposizione a resistere, la disponibilità a morire pur di resistere. Tanto che quell’ “Ochi” di Metaxas, vero o presunto, è dal 1946 festa nazionale: “To megalo Ochi” “Il grande NO”. Ventotto Ottobre. Data che incornicia la targa di molte strade greche.

Ma basta dire un “no” forte e chiaro per andare avanti? Gli analisti si domandano oggi se sia sufficiente, se non sia riduttivo e disperato chiudere le porte e rifiutare gli ultimatum, quando questi ultimatum potrebbero salvare un popolo da prospettive ancora più tragiche. La risposta sta probabilmente nelle parole di un tassista con cui ho parlato la domenica del voto guidando lungo la strada che costeggia le grandi mura del Pireo, costruite da Temistocle per collegare Atene al porto e fare di essa una città marinara, aperta al mondo e alle tradizioni lontane.
Elettore di destra, Kostas a gennaio aveva votato ANEL (il piccolo partito nazionalista poi entrato in coalizione con Syriza) e alle prossime elezioni voterà Tsipras. “Ci vuole forza e coraggio a dire no”, mi ha spiegato, “Non fa piacere dire no. Però quando si rifiuta qualcosa, si apre la porta a qualcos’altro. E per me, peggio di così non può andare”. In questo caso, forse, per capire la portata del “grande Ochi” di cui mi parlava il tassista, più che la storia possono i costumi. Basta guardare e riguardare il gesto con cui i greci accompagnano il loro “no”. Nulla di simile a una scrollata di spalle o al ciondolar della testa a cui siamo abituati. La testa, invece, si alza verso l’alto, gli occhi si chiudono, le labbra si arricciano. C’è del dolore nel dire no, insomma. Perché dire no è più difficile che dire sì. E non è un caso che in greco, diversamente dalla maggioranza delle lingue, il no sia bisillabico. Due giorni dopo il referendum, Nikos, trentacinquenne, mi ha detto: “Ieri ho pensato per la prima volta che il nostro NO potrebbe davvero portarci fuori dall’euro e per un po’ di tempo ho avuto paura. Poi mi sono detto: ma quale paura? Andiamo avanti lungo la strada che abbiamo scelto. Era necessario opporsi, era necessario chiudere questo periodo”.

Scrisse Albert Camus: “Che cos’è un uomo in rivolta? È innanzitutto un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia: è anche un uomo che dice sì”.

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Settant’anni dopo Carlo Levi, fermarsi a Eboli oggi https://minimaetmoralia.it/letteratura/settantanni-dopo-carlo-levi-fermarsi-a-eboli-oggi/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/settantanni-dopo-carlo-levi-fermarsi-a-eboli-oggi/#comments Fri, 06 Mar 2015 06:00:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25606 Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l'autrice e la testata. (Nell'immagine, "Lucania" di Carlo Levi . Fonte immagine)

EBOLI (Salerno) «Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania». In piazza Carlo Levi, queste prime righe di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi sono scolpite sul piedistallo del busto di Carlo Levi, eseguito da studenti e insegnanti del liceo artistico Carlo Levi. In calce: La città di Eboli a ringraziamento per la notorietà resa, 4 settembre 1999.

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Telero-homeQuesto articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata. (Nell’immagine, “Lucania” di Carlo Levi . Fonte immagine)

EBOLI (Salerno) «Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania». In piazza Carlo Levi, queste prime righe di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi sono scolpite sul piedistallo del busto di Carlo Levi, eseguito da studenti e insegnanti del liceo artistico Carlo Levi. In calce: La città di Eboli a ringraziamento per la notorietà resa, 4 settembre 1999.

Nella vita, diceva Oscar Wilde, c’è solo una cosa peggiore dell’essere chiacchierati, ed è non esserlo affatto. Quindi la cittadinanza rende grazie. Perché nonostante i reperti neolitici, la dignità di Municipium, il castello eretto da Roberto il Guiscardo, la casa dove dormì Garibaldi la notte prima di entrare a Napoli, il Me ne frego! (delle sanzioni) pronunciato da Mussolini proprio qui, Eboli stava uscendo dalla Storia. Ma Levi  ce l’ha rinfilata con il suo romanzo autobiografico che racconta undici mesi di confino trascorsi fra il 1935 e il 1936 prima a Grassano, distante 128 chilometri e poi ad Aliano (140 km), nella desolata Lucania, appunto. Che è una regione storica dell’Italia antica cui Eboli (28 mila anime) formalmente, non appartiene da secoli. Levi la cita come confine tra due mondi e due tempi: dove i contadini erano trattati da cristiani, cioè da uomini, e dove invece da bestie.

Un ragazzo che ha tentato la fortuna a Melbourne mi racconta: «Quando gli australiani  mi chiedevano da dove venivo e rispondevo Eboli, la reazione era: Ah, where Christ stopped». E lui si compiaceva per la notorietà di cui sopra, senza stare tanto a sottilizzare.  Altri sottilizzano, con ammaccato orgoglio meridionale: «Il problema è capire se Cristo veniva da Sud o da Nord». Ma il problema è un altro: che ha fatto poi Cristo? È andato avanti portando speranza, progresso e giustizia sociale o si è arreso? A settant’anni dalla pubblicazione di questo libro meraviglioso che rilanciò in modo inedito e controverso (specie nel Pci) la questione meridionale, a quaranta dalla morte di Levi e a due mesi da quella di Francesco Rosi, che nel 1979 trasformò in film il romanzo, è il caso di domandarlo.

Sarà la crisi, il clima uggioso, i tanti afflitti raccolti nella sua chiesa (che risale al 1260), ma don Alfonso, parroco di San Francesco, non trova un altro aggettivo per definire la situazione: drammatica. «Con orgoglio e tristezza, devo dire che siamo il punto di riferimento di antichi e nuovi bisogni, di braccianti stranieri e gente di qui, dei padri di famiglia disperati. Assaporiamo l’impotenza che genera sconforto e la Chiesa torna ad essere la fontana del villaggio, ma non era questo che volevamo». Don Alfonso ne ha viste, anche la guerra in Ruanda, non porta la tonaca, ma la giacca a vento. E affonda: «Vedo un’incertezza politica e una mancanza di spessore culturale che ostacola la ricerca del bene comune: appena c’è un’iniziativa è subito osteggiata. Bisogna trovare un comun denominatore, la dimensione religiosa potrebbe aiutare. Oggi sarebbe anacronistico proporre divisioni».

La concordia non è virtù dei politici ebolitani: la giunta di centro sinistra si è sciolta a settembre. L’ex sindaco pd Martino Melchionda liquida l’evento con sufficienza: «Una lotta fra tribù locali. Un altro clan ha sabotato la maggioranza». Clan, tribù: le primarie del Pd di Eboli per le elezioni di marzo saranno bellicose. Si maligna che la giunta Melchionda abbia preferito suicidarsi con lo scioglimento ordinario per evitare gli spiacevoli effetti di quello straordinario: l’ indagine giudiziaria.

L’opposizione schiera l’astrofisico Erasmo Venosi per i  5 Stelle; un po’ di sano familismo con il giovane FI Damiano Cardiello, figlio del senatore azzurro Franco; e il trasformismo estremo di Massimo Cariello, ex Dc, Rete, Rifondazione e ora nel Nuovo Psi del governatore Caldoro.  Incontrandolo nel passeggio domenicale, spiega così la sterzata a destra: «A sinistra qui sono tutti camorristi». Forse  ce ne sono pure a destra: nella vicina Battipaglia, il sindaco Udc Giovanni Santomauro è stato arrestato nel 2013 e il Comune sciolto per infiltrazioni mafiose. Prima di traslocare a Battipaglia, Santomauro era il segretario comunale di Eboli.

Nella Piana del Sele, la camorra non è appariscente come nel Napoletano o nel Casertano, ma nel 1979 Raffaele Cutolo è stato arrestato in un casolare di Albanella, comune assai rurale confinante con Eboli. Anche il clan dominate aveva un nome assai rurale: Maiale. Gli anni Ottanta furono selvaggi. Decine di morti, gli affari sporchi della ricostruzione dopo il terremoto che aveva dato il colpo di grazia al centro storico, già devastato dalle bombe del 1943, i boss che  tenevano i politici a braccetto, o un po’ più giù.  Si aprirono due discariche in puro  stile Terra dei Fuochi, ma più contenute, che hanno prodotto torrenti di percolato alla faccia dei fertili campi e delle serre della Piana.  Nel 1996, l’Operazione California della Procura di Salerno ha dato una ripulita e di lì a poco il sindaco di Rifondazione Gerardo Rosalia ha bonificato il litorale con le ruspe: giù 437 villette abusive dei soliti noti. E poi? Giù con nuovi condoni di Stato.

Anche il commissario prefettizio Vincenza Filippi si è messo a far pulizia, per  esempio  con lo sportello Sos imprese contro le estorsioni. Nemmeno in Comune era tutto specchiato: però in una città disoccupata al venti per cento, con i ragazzi, laureati e non, che scappano in cerca di lavoro, ha trovato un’inaspettata vitalità: «C’è gente che si impegna, i giovani imprenditori dell’eno-gastronomico, le associazioni di volontariato, le madri che  si mobilitano contro la chiusura del  reparto di Ostetricia dell’ospedale. Il tessuto sociale c’è».

C’è, c’è. Magari frastagliato, con troppe associazioni di due persone e poche di molti, tante iniziative d’impresa che non riescono a fare network. Tenta di metterli in rete weboli.it, portale turistico e culturale, che segnala e connette il bello e il buono della città.  Poi ci sono quelli del Moa, praticamente dei volontari che nel 2012 hanno allestito nel complesso monumentale di Sant’Antonio il Museum of Operation Avalanche, dove lo sbarco alleato del 1943 viene raccontato con le strepitose fotografie dei soldati, ma anche della popolazione locale, scovate nei National Archives di Washington, e con reperti bellici, gavette, giornali, e una sala emozionale che ricostruisce le fasi dell’operazione. Uno dei molti pregi del Moa è che per arrivarci bisogna arrampicarsi per il centro storico dissennatamente aperto traffico, scoprendo così (oltre  ruderi  ed  ecomostri  sequestrati da decenni) antiche bellezze insospettabili dall’autostrada o dalla disastrata stazione che accolse la salma di Levi diretta verso il cimitero di Aliano, dove riposa. (Molti dei cinquantenni con cui parlo andarono con le scuole a omaggiarla).

«Siamo il più grande contenitore di eventi culturali della Piana; convegni, spettacoli, feste: si fa tutto qui.  Ma non abbiamo accesso ai fondi europei perché ci manca il certificato di prevenzione incendi» dice Marco  Botta, presidente del museo. «Abbiamo regalato il progetto del piano antincendio al Comune: deve solo firmarlo. Ma la firma non arriva».

Le cose non sono sempre andate così:  «Questa, fino all’ Ottocento, era un’area agricola avanzatissima, Giustino Fotunato lo definiva un modello virtuoso per tutta l’Italia» ricorda lo storico Giuseppe Fresolone. «Fino agli anni Settanta eravamo il più grande polo agricolo della Campania, poi ci sono stati i dissennati piani industriali che hanno bruciato soldi e suolo. Ma qui la modernità è la ruralità». Si parla della formula Matera, cioè territorio&cultura, o del modello rinascimentale (toscano) per rimettere ordine tra città e campagna. Ci ha provato nel 2003 il piano regolatore coordinato da Vezio De Lucia, che ha posto qualche vincolo. Ma, vista dall’alto, la Piana del Sele è una distesa caotica di brutte casette moderne e abbacinanti teloni di plastica che coprono le enormi serre dove si produce l’oro di Eboli e dintorni: la quarta gamma, ovvero le insalate in bustina che non devi neanche lavare e che insieme a mozzarelle, pomodori, carciofi e ortaggi vari mandano avanti l’economia. Insieme a un terziario assistenziale e stracco.

L’agricoltura, sebbene sotto plastica, consente di mantenere un’identità sempre più slabbrata. Un’identità che gli ebolitani di buona volontà tentano di ricucire. Prendiamo il pensiero magico, che tanta parte occupa nel libro di Levi: Magia, fatture e pozioni nella Lucania antica è l’ultima fatica di Giuseppe Barra, ricercatore storico ed editore. Dal malocchi agli specchi velati nelle case dei morti (per impedire che le anime, riflettendosi, perdano la strada), dai lupi mannari all’usanza di fornire al caro estinto pettine, occhiali e denaro per affrontare l’estremo viaggio,  Barra elenca tutte le credenze che, dice, persistono. Nel popolo, nella borghesia e tra i laureati. «A mio padre gli hanno voluto mettere pure le pantofole nella bara». Anche questo può servire: in fin dei conti Melpignano non ha costruito la sua fortuna sulla notte della Taranta?

Tra le eccentricità di Eboli si segnala l’orafo Rosmundo Giarletta, ordinato  cavaliere da Ranieri di Monaco, discendente dei marchesi di Campagna, comune non lontano da qui, ottenuto per fedeltà (o a saldo di un debito) da Carlo V. Era innamorato, Ranieri, dei laboriosissimi lavori in oro traforato e pietre di Rasmundo. Gli ha commissionato stemmi, gemelli, gioielli e quant’altro e gli ha chiesto di trasferirsi a Montecarlo. Ha ricevuto un cortese e netto rifiuto perché Rosmundo vuol stare qui:  ha aperto bottega a Corso Garibaldi, sperando di rivitalizzare il centro storico. Che, a parte qualche ristorante cool, è abbastanza deserto. Perché il sabato pomeriggio gli ebolitani preferiscono i centri commerciali. Sorti come funghi in una notte di nebbia.

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Lillian Roxon, Mother of Rock https://minimaetmoralia.it/estratti/lillian-roxon-mother-of-rock/ https://minimaetmoralia.it/estratti/lillian-roxon-mother-of-rock/#comments Sun, 08 Feb 2015 11:05:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25354 L'8 febbraio 1932 nasceva Lillian Roxon. Pubblichiamo la prefazione di Robert Milliken a Rock Encyclopedia & altri scritti (minimum fax), il libro con cui Lillian Roxon rivoluzionò il modo di raccontare la musica e la cultura pop. La traduzione è di Tiziana Lo Porto.

di Robert Milliken

Nel 1969 il festival rock di Woodstock, nel nord dello stato di New York, radunò alcune delle più grosse band e cantanti degli anni Sessanta. Come evento fu una pietra miliare per un decennio in cui l’esplosione del rock’n’roll era servita a innescare una rivoluzione nella cultura giovanile. Di pietra miliare ce ne fu un’altra quell’anno: la pubblicazione della prima enciclopedia della musica rock. La Lillian Roxon’s Rock Encyclopedia era la cronaca di una giornalista australiana dal centro della controcultura di New York, dopo un viaggio iniziato trentasette anni prima in Italia.

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L’8 febbraio 1932 nasceva Lillian Roxon. Pubblichiamo la prefazione di Robert Milliken a Rock Encyclopedia & altri scritti (minimum fax), il libro con cui Lillian Roxon rivoluzionò il modo di raccontare la musica e la cultura pop. La traduzione è di Tiziana Lo Porto.

di Robert Milliken

Nel 1969 il festival rock di Woodstock, nel nord dello stato di New York, radunò alcune delle più grosse band e cantanti degli anni Sessanta. Come evento fu una pietra miliare per un decennio in cui l’esplosione del rock’n’roll era servita a innescare una rivoluzione nella cultura giovanile. Di pietra miliare ce ne fu un’altra quell’anno: la pubblicazione della prima enciclopedia della musica rock. La Lillian Roxon’s Rock Encyclopedia era la cronaca di una giornalista australiana dal centro della controcultura di New York, dopo un viaggio iniziato trentasette anni prima in Italia.

Il nome di Lillian Roxon è ancora leggenda a Sydney, la città più grande d’Australia dove a metà del ventesimo secolo s’affollavano numerosi gli immigrati italiani. Ed è da Sydney che nel 1959, finiti gli studi e iniziata la sua carriera da giornalista, era partita alla volta di New York, giusto in tempo per la rivoluzione rock e i cambiamenti politici che fecero degli anni Sessanta un punto di svolta per la storia. Visse a New York per il resto della sua vita, fino alla morte, a quarantun anni, nel 1973.

Anche in quella città la Roxon, tra i superstiti della controcultura newyorkese, resta una leggenda. Mentre facevo le mie ricerche per la biografia Mother of Rock: The Lillian Roxon Story, personaggi di New York che non avevo mai visto prima d’allora mi richiamavano solo a sentire il suo nome, anche se era morta trent’anni prima.

Negli anni Sessanta, quando la maggior parte dei media più importanti continuava a trattare il rock’n’roll come una moda passeggera, la Roxon era avanti rispetto ai suoi tempi. Lei ci vedeva qualcosa di più significativo, la scintilla di una più ampia rivoluzione sociale e sessuale. Lillian Roxon decise che la gente che faceva la musica – da Jimi Hendrix e i Byrds a Wilson Pickett e i Pink Floyd – meritava di essere documentata in un’enciclopedia. Per ciò che è riuscita a fare, Steven Gaines, autorità indiscussa nella cultura pop, l’ha descritta come la «madre del giornalismo rock’n’roll».

La Roxon fu una figura chiave del Max’s Kansas City, il bar e ristorante di New York dove si ritrovavano rockstar, manager, uffici stampa e l’appena nato mondo dei giornalisti e fotografi di musica. Lei teneva banco nella famosa stanza sul retro, dove diventò, nelle parole di Loraine Alterman, altra giornalista rock di punta, la «Dorothy Parker del Max’s Kansas City».

Più grande di dieci anni della maggior parte delle poco più che adolescenti e ventenni che muovevano i primi passi nel mondo rock di New York, l’età della Roxon, le sue esotiche origini australiane e l’internazionalità emanata da un’infanzia italiana le davano un’autorità che ad altre mancava. Danny Goldberg, ex giornalista rock che in seguito sarebbe diventato il promoter dei Led Zeppelin e il presidente e amministratore delegato della Mercury Records, ha detto della Roxon che era «estremamente eccitante avercela intorno». Goldberg ricordava il talento della Roxon nello scegliere tra le giovani speranze e nell’incoraggiarle in quello che era un mondo duro, competitivo e spesso solitario: «Cambiava sul serio la vita della gente. Se decideva che qualcuno era speciale diventava il più incredibile dei supporter. E tra gli speciali c’erano artisti come David Bowie, c’era Germaine Greer e c’era gente come me».

Lenny Kaye, che all’epoca era un giovane giornalista rock, in seguito sarebbe diventato chitarrista e collaboratore musicale della poetessa e cantante Patti Smith, con cui continua a esibirsi in concerto. Kaye ricorda Lillian Roxon e Danny Fields, agente e ufficio stampa, altra figura chiave del Max’s, come i suoi «emissari celesti». Dice che la Roxon non voleva nient’altro «che la mia amicizia e che io sapessi che quello che facevo aveva un valore». Ogni volta che Kaye suona a Sydney con Patti Smith, dal palco della sua città dedica sempre una canzone a Lillian Roxon.

Lillian Roxon era nata nel 1932 come Liliana Ropschitz. I suoi genitori, Izydor Ropschitz e la moglie Rosa, erano polacchi di Lvov, una magnifica antica città dell’est della Galizia, Europa centrale. Il padre di Izydor commerciava gioielli. Dopo che durante la prima guerra mondiale la Russia occupò Lvov, la famiglia si trasferì a Vienna in cerca di migliori prospettive di lavoro. Fuggivano anche dall’antisemitismo che esisteva in Polonia già da molto prima che il regime nazista tedesco occupasse il paese. Izydor voleva fare il medico, ma molte università polacche erano a numero chiuso per gli ebrei, se non del tutto inaccessibili.

In Italia non c’erano restrizioni del genere. Izydor si iscrisse a medicina all’Università di Padova, all’epoca la migliore in Italia, e una delle più prestigiose in Europa; si laureò nel 1925. Il tempo di finire gli studi e si era già innamorato dell’Italia e della vita italiana. Tre anni prima Rosa aveva già dato alla luce il loro primogenito, Emanuele, poi detto Milo. La famiglia si trasferì ad Alassio, affascinante cittadina della Riviera ligure, dove l’attività medica di Izydor prosperò. Molto prima dell’epoca del turismo di massa, Alassio era una zona di svago esclusiva per i ricchi e famosi inglesi e americani, inclusi l’attore Charlie Chaplin e lo scrittore Ernest Hemingway.

Lillian nacque quando Milo aveva dieci anni, nella città portuale di Savona, sul Mediterraneo, tra Alassio e Genova. Il loro fratello Jacob, poi detto Jack, sarebbe arrivato quattro anni dopo Lillian. Fu un’infanzia idilliaca. La famiglia Ropschitz viveva in una casa confortevole e da benestanti con balconi di ferro battuto e un grande giardino ombrato da palme. Lillian passò i suoi primi sei anni sgambettando con sua madre, i fratelli e la tata sulla spiaggia sabbiosa di Alassio, e trascorrendo le vacanze con la famiglia a Vienna e Zakopane, località turistica sui monti Tatra nel sud della Polonia.

L’idillio si infranse nell’ottobre del 1936, quando il dittatore fascista Benito Mussolini firmò con Adolf Hitler l’Asse -Roma-Berlino. Fino ad allora la vita ad Alassio era stata cullata da un falso senso di sicurezza. Nella Germania nazista gli ebrei erano stati gradualmente cacciati dai loro lavori e dalle scuole, ed esclusi dalla partecipazione alla vita di tutti i giorni. Il partito fascista in Italia non li aveva discriminati allo stesso modo. Con l’Asse Roma-Berlino le cose cambiarono. Nel dicembre 1938 il governo italiano ordinò alla famiglia Ropschitz di lasciare il paese.

Izydor aveva percepito la crisi ben prima che arrivasse, e aveva iniziato a prepararsi. Mesi prima, quello stesso anno, aveva ottenuto un passaporto polacco dal console generale polacco a Londra. Quando infine scoppiò la guerra il passaporto gli diede lo status di alleato della Gran Bretagna e dell’Australia. Molti altri ebrei che dalla Germania e dall’Austria si trasferirono in Inghilterra vennero stigmatizzati come «nemici stranieri» e mandati nei campi d’internamento. Subito dopo avere ricevuto l’ordine di lasciare l’Italia Izydor portò Milo, all’epoca sedicenne, a Londra per aiutare a organizzare il trasferimento della famiglia. Di lì a poco li seguirono Rosa, Lillian e Jack.

Izydor fece richiesta perché la famiglia emigrasse negli Stati Uniti o in Australia. Ma le rigide quote d’immigrazione negli Stati Uniti escludevano quell’opzione. Nel luglio 1939, l’Australia offrì l’ingresso ai Ropschitz. Furono fortunati. Gli immigrati che all’epoca venivano ammessi in Australia erano per la maggior parte inglesi. Ma con l’ascesa del nazismo e la necessità degli ebrei di lasciare l’Europa, l’Australia e altri paesi ricchi fecero fronte alla crescente pressione internazionale affinché accettassero più rifugiati. E per i Ropschitz l’Australia offriva due grandi vantaggi: era lontanissima dalla conflagrazione che stava per inghiottire l’Europa, ed era calda, soleggiata e rilassata come la vita che erano stati costretti a lasciare ad Alassio. Izydor trovò lavoro come chirurgo su una nave mercantile inglese diretta in Australia. La famiglia salpò nel luglio 1940, e un mese dopo approdò in Australia.

A Lillian i successivi diciannove anni in Australia fornirono la sicurezza e le basi professionali che la guerra in Europa aveva troncato. Ma l’infanzia felice trascorsa ad Alassio condizionò il suo immaginario per il resto della vita. Poco dopo essere arrivata a New York nel 1959, a ventisette anni, le capitò di andare a vedere alla New York University I bambini ci guardano, un film del regista italiano Vittorio De Sica. Scrisse alla madre in Australia descrivendo quella «stranissima esperienza». La storia veniva raccontata attraverso gli occhi di un bambino di quattro anni, ma per Lillian c’era un fatto più importante:

Il fatto è che circa metà del film è ambientato ad Alassio, e in effetti l’hanno girato là. Ho riconosciuto l’isola e la montagna a un estremo della spiaggia e le palme e la stazione e le capanne e quelle barche buffe con sopra i seggiolini e l’acqua. E tutto m’è arrivato nel più strano dei modi, come se di colpo avessi io stessa soltanto quattro anni. Il film è stato fatto nel 1942, durante il regime fascista, non così lontano dal 1938, quando siamo andati via. È stato strano vederlo per metà con gli occhi del bambino del film, e con i miei ricordi, e per l’altra metà con i miei occhi da adulta: di colpo ho visto Alassio come dovevi vederla tu – con tutta quella cosiddetta gente «sofisticata» e gli uomini e le donne vecchie vecchie. Come sai [De Sica] è un genio nel mostrare la vita per com’è, anche allora che era all’inizio della carriera. A un certo punto il bambino sta imparando a nuotare e l’acqua ovviamente è calma ma ci sono delle piccole onde che gli arrivano in faccia e lo spaventano. Te lo immagini cosa sia stato vedere una scena così? Sono ancora scossa.

Quando nell’agosto 1940 la famiglia Ropschitz arrivò a Melbourne, presero il treno verso nord diretti a Brisbane, capitale dello stato di Queensland. Izydor aveva già scritto da Londra per registrarsi lì come medico. L’Australia aveva pochi medici generici, e il Queensland accettava laureati da un selezionato gruppo di università europee, tra cui quella di Padova.

Brisbane era una città insulare dal clima semitropicale con una popolazione prevalentemente anglo-celtica. I Ropschitz decisero che modificare il loro cognome esotico sarebbe stato saggio per mescolarsi alla comunità locale. Il nuovo nome lo inventò Lillian, che aveva otto anni. Per come ha raccontato la cosa anni dopo, mentre un giorno la famiglia camminava sulla spiaggia vicino Brisbane, vide delle rocce vicino all’acqua e suggerì di dare alla parola inglese un suffisso melodioso facendola diventare Roxon. I genitori approvarono. Anche se il padre cambiò ufficialmente il nome di famiglia da Ropschitz a Roxon, le radici europee non vennero mai abbandonate da nessuno dei due genitori. Due anni dopo Izydor ricambiò formalmente il proprio nome, stavolta in Roxon-Ropschitz.

Per Lillian il cambio di nome fu il primo passo nel reinventare se stessa da bambina italiana rifugiata a giovane donna indipendente aperta alle sfide del Nuovo Mondo.

Paradossalmente, la città di provincia a cui i Roxon erano approdati fuggendo dall’Olocausto in Europa, di lì a poco diventò essa stessa epicentro della guerra. Dopo che nel dicembre 1941 il Giappone bombardò Pearl Harbor, il generale Douglas MacArthur, comandante supremo delle forze alleate nel sudest del Pacifico, si stabilì a Brisbane per muovere guerra al Giappone. Quasi centomila truppe americane vennero stazionate in Australia, due terzi delle quali a Brisbane e dintorni. Portarono il jazz, lo swing e nuovi balli. Per la giovane Lillian, già dotata osservatrice del mondo intorno a sé, fu la prima esposizione alla cultura pop americana di cui anni dopo avrebbe finito per diventare cronista.

Lillian andò alla Brisbane State High School, liceo che attraeva studenti brillanti. E finì all’interno di una scena culturale di giovani artisti sovversivi, scrittori e musicisti che si ritrovavano al Pink Elephant Coffee Lounge, nel cuore di Brisbane. Quel variopinto gruppo di persone, tutte più grandi di Lillian, rappresentava il genere d’arte moderna e progressista evitata dall’establishment culturale della Brisbane dell’e-poca. Molti di loro sarebbero diventati tra i più celebri artisti e scrittori australiani. Già all’epoca, come sarebbe accaduto anche in seguito, Lillian spiccava tra i suoi pari. Charles Osborne, uno di «quelli del Pink Elephant» di -Brisbane, ha ricordato Lillian come «una studentessa sicuramente fuori dal comune. Sembrava più grande della sua età, e molto precoce. Appariva assolutamente brillante e molto informata».

Dopo essersi diplomata a Brisbane, la Roxon si spostò a sud trasferendosi a Sydney, la città più antica e dinamica d’Australia, per intraprendere a diciassette anni gli studi universitari. Mentre le altre ragazze della sua età pensavano a sposarsi e mettere su famiglia, la Roxon aveva già in mente di diventare giornalista. A risaltare era la sua personalità, ma anche la bellezza fisica. Non faceva che lamentarsi del suo peso altalenante, ma seduceva gli altri con la sua pelle perfetta, gli occhi luminosi e un incantevole sorriso.

All’Università di Sydney, dove nel 1949 intraprese gli studi d’arte, Lillian Roxon si imbatté in un gruppo di persone ancora più ribelli dei frequentatori del Pink Elephant. I Libertarians, diventati poi famosi come «Sydney Push», erano un gruppo che si ispirava al pensiero radicale di John Anderson, docente di filosofia all’università. Il loro senso d’avventura intellettuale e sessuale li mise in guerra con i costumi sociali conservatori dell’Australia degli anni Cinquanta. Con la sua sicurezza, saggezza, bellezza, parlantina e curiosità intellettuale, la Roxon divenne una figura centrale del gruppo. Viveva con il suo primo fidanzato, George Clarke, un bello studente d’architettura, in una soffitta al centro di Sydney, insolita sistemazione in quegli anni per dei giovani di ceto medio non sposati.

Malgrado i modi libertari dei Push, la Roxon finì per trovare il gruppo troppo chiuso. «Mi annoiavano terribilmente», scrisse anni dopo. Aveva già messo gli occhi sull’America. Il primo passo, un biglietto d’ingresso nel mondo del giornalismo, lo fece all’inizio del 1957, poco prima dei venticinque anni, quando entrò nella redazione di Weekend, un giornale scandalistico e spinto di Sydney. Donald Horne era l’improbabile direttore della rivista. Horne era un intellettuale che nel 1964 avrebbe pubblicato un libro sull’Australia, The Lucky Country, diventato poi un classico. Era anche un giornalista astuto, che assunse la Roxon su due piedi «perché amavo il modo in cui parlava».

Lillian Roxon divenne la reporter preferita da Horne in una rivista consacrata a storie sulle celebrità, al mondo emergente della cultura giovanile e all’avvento della musica rock’n’roll nell’o-pulenza degli anni Cinquanta. Horne la trovava «ambiziosa, coscienziosa e determinata ad affermarsi». Judy Smith, un’amica del giro dei Sydney Push, ricorda come alcuni «seri Libertarians» aggrottarono la fronte quando la Roxon passò al mondo di Weekend. «Ma lei prendeva il giornalismo molto seriamente», dice la Smith. «Era prolifica. Metteva le parole sulla pagina come un pittore dipinge un quadro. Arrivavano dritte con una luminosità rapida e verbale, e questa cosa non cambiò mai».

Nel 1959 Lillian Roxon lasciò Sydney per New York. Attraversando il Pacifico, si fermò alle Hawaii per intervistare una delle figure più eminenti del rock’n’roll, il Colonnello Tom Parker, manager di Elvis Presley. Anni dopo, quando era editorialista per il Sunday News di New York, la Roxon ricordò Parker come «uno di quegli uomini paffuti con gli occhi come marmo splendente e un fuorviante sorriso paterno».

Nella diaspora cominciata ad Alassio, New York diventò l’ultima destinazione della Roxon. La frenesia, l’energia e le attitudini aperte della città fecero da calamita per l’ambizione di praticare i suoi talenti su scala planetaria. All’inizio trovò lavoro nella sede di New York del Daily Mirror di Sydney, quotidiano pomeridiano che Rupert Murdoch, all’epoca magnate alle prime armi, comprò l’anno successivo. Il redattore capo era Zell Rabin, ex fidanzato della Roxon e, come lei, figlio di ebrei europei emigrati in Australia.

Nel 1963 la Roxon passò alla redazione di New York del Sydney Morning Herald, il più vecchio e all’epoca più ricco e influente quotidiano australiano. La redazione era composta da un copioso staff di giornalisti, e si trovava nel palazzo del New York Times, davanti Times Square. Sei anni dopo, in seguito al successo della sua Rock Encyclopedia, Lillian Roxon intraprese una vita da freelance, anche se non smise mai di scrivere per l’Herald e altri quotidiani e periodici australiani del gruppo. Aveva una rubrica settimanale di musica rock sul Sunday News di New York, diventando così la prima giornalista rock donna a scrivere su un giornale a larga distribuzione. Scriveva per Crawdaddy, Fusion, Creem e altre riviste di musica rock venute fuori a metà anni Sessanta. A inizio anni Settanta, con il diffondersi del movimento femminista, le venne commissionata la rubrica mensile «La guida al sesso per la donna intelligente» su Mademoiselle, rivista femminile a larga distribuzione pubblicata da Condé Nast. E nel 1971 iniziò a scrivere e condurre il Lillian Roxon’s Diskotique, programma radio quotidiano sulla musica rock trasmesso da 250 stazioni in tutta l’America.

Se la Roxon iniziò a interessarsi alla scena della musica rock che aveva cominciato ad affermarsi nella prima metà degli anni Sessanta in Inghilterra e America fu perché, scrisse in seguito, riusciva «a vedere la forza travolgente che sarà». Nel 1966 scrisse a un’amica in Australia: «Capisco cosa sta succedendo altrove ma questa roba della musica è grossissima e sarà quella che avrà più successo. È come la Cina Rossa. È enorme ed è lì e non puoi fare finta ancora a lungo che non ci sia». La musica era di per sé interessante quanto bastava. Ad affascinarla ulteriormente era il fenomeno del cambiamento che si portava appresso: nella cultura giovanile, nei costumi e nello stile di vita.

Alle conferenze stampa della cosiddetta «British Invasion» delle rock band in America la Roxon incontrò due persone chiave del mondo rock di New York. Uno era Danny Fields, all’epoca direttore di Datebook, una rivista per adolescenti, che sarebbe diventato ufficio stampa dei Doors e della band inglese Cream, e in seguito manager degli mc5, di Iggy Pop and the Stooges e dei Ramones. L’altra era Linda Eastman, all’epoca fotografa, che in seguito sposò il Beatle Paul McCartney. Danny Fields e Linda McCartney diventarono due degli amici e confidenti più cari della Roxon.

Fields ricorda di avere conosciuto Lillian Roxon a New York nel 1966, durante la conferenza stampa per Brian Epstein, manager dei Beatles. Nel bel mezzo di una serie di domande stupide e ossequiose fatte dagli altri giornalisti, la Roxon galvanizzò l’evento – e stupì Fields – chiedendo: «Signor Epstein, lei è milionario?» Per Fields la domanda della Roxon fu l’unica che riconosceva che il rock era destinato a diventare un grosso business, influenzando e trasformando praticamente ogni aspetto della cultura popolare.

La Roxon conobbe Linda Eastman lo stesso anno a una conferenza stampa a New York per l’arrivo del gruppo rock britannico Dave Clark Five. Linda aveva mollato il lavoro di giornalista di moda per la rivista conservatrice Town and Country. Lei e Lillian riconobbero il reciproco interesse nel raccontare la scena rock, Linda come fotografa, Lillian come giornalista, e avviarono una stabile amicizia. La Roxon pensava che in un territorio dominato dagli uomini il talento fotografico di Linda, più giovane di lei, andasse sostenuto. Purtroppo la loro amicizia non sopravvisse al 1969 e al matrimonio di Linda con Paul McCartney, conosciuto due anni prima a Londra per lavoro. Quando Linda smise di essere una celebre fotografa per diventare una celebre moglie, tagliò fuori Lillian e altri della loro ristretta cerchia newyorkese. La Roxon ne fu distrutta. Blair Sabol, giornalista del Village Voice e amico sia della Roxon che di Linda, scrisse in seguito che «la sparizione [di Linda]… lasciò Lillian a pezzi fino al giorno della sua morte». L’amicizia infranta non venne più risanata fino alla prematura scomparsa della Roxon nel 1973.

Lillian Roxon ebbe anche un’amicizia turbolenta con Germaine Greer, la giornalista femminista australiana. La Greer era arrivata a New York nel 1968 dall’Inghilterra, dove aveva insegnato all’Università di Warwick. Le due donne avevano parecchie cose in comune, e non avrebbero potuto che andare d’accordo: erano state entrambe membri dei Libertarians di Sydney in Australia, dove avevano amici comuni, ed erano entrambe donne di grande intelligenza e indipendenza destinate a lasciare un segno nel mondo. Forse per via della rivalità, l’amicizia diventò quasi immediatamente turbolenta.

Nel Natale del 1968, quando Germaine Greer arrivò a New York sperando di stare con la Roxon nel suo minuscolo appartamento sulla Cinquantunesima Est, Lillian lavorava da mattina a sera alla sua Rock Encyclopedia, cercando di rispettare la data di consegna all’editore. Dirottò la Greer al Broadway Central Hotel, un albergo economico che pensava sarebbe stato adeguato alle sue finanze. L’albergo non piacque alla Greer, che andò a stare da altri amici. Lillian presentò la Greer ai suoi famosi amici musicisti del Max’s Kansas City, ma gli alterchi verbali tra compatriote durante la visita della Greer a quanto pare interruppero per un anno l’amicizia.

Ciononostante, quando nel 1970 Germaine Greer pubblicò L’eunuco femmina, il libro che sarebbe diventato la bibbia del movimento femminista e che avrebbe fatto di lei una celebrità internazionale, lo dedicò a Lillian Roxon e ad altre quattro donne. La pagina delle dediche comincia così:

Questo libro è dedicato a lillian, che vive solo con una colonia di scarafaggi newyorkesi, la cui energia non è mai venuta meno malgrado l’ansia, l’asma e il sovrappeso, che è sempre interessata a tutti, a volte è arrabbiata, altre volte è stronza, ma è sempre coinvolta. Lillian l’abbondante, la dorata, l’eloquente, la ben e mal amata; Lillian la bella che è convinta di essere brutta, Lillian l’infaticabile che pensa di essere sempre stanca. 

La Roxon sosteneva con convinzione il movimento femminista, ma trovò la dedica della Greer ambigua. Anche se nel 1971, quando Germaine Greer andò a New York per la promozione dell’Eunuco femmina, le due passarono del tempo insieme, la loro amicizia non tornò più come prima. Più avanti, quello stesso anno, Lillian scrisse a sua volta un ritratto vivace di Germaine in un articolo per la rivista rock Crawdaddy.

__________

Quando nel 1969 l’editore newyorkese Grosset & Dunlap pubblicò la Lillian Roxon’s Rock Encyclopedia, non esistevano libri del genere. Inizialmente la Roxon lo aveva pensato come un tascabile. Diventò un hardcover di 611 pagine che elencava più di 500 voci da Acid Rock a Zombies, 1202 rockstar e 22.000 titoli di canzoni. La scrittura brillava del vivido stile della Roxon e delle sue acute osservazioni sulle classiche band e gli artisti dell’era; quarantacinque anni dopo i suoi racconti continuano a colpire. Dei Rolling Stones scrisse: «Quelle dei Beatles erano canzoni risciacquate e appese fuori ad asciugare. Gli Stones non hanno mai visto l’acqua e il sapone». Per la foto dell’autore da mettere nel risvolto di copertina, la Roxon scelse uno scatto di Linda Eastman.

La New York Times Book Review descrisse l’enciclopedia come «concisa nella critica, estremamente aggiornata, meravigliosamente appassionante e probabilmente definitiva». Nel 1971 seguì un’edizione tascabile. La Roxon era convinta che adesso fossero i giornalisti emersi intorno alla scena rock a «fare nascere le star», anche più dei produttori e degli impresari come il Colonnello Tom Parker, perché i giornalisti avevano il potere di stabilire un contatto tra le star e il loro pubblico in un’epoca in cui i quotidiani e il giornalismo su carta regnavano sovrani. Nell’edizione tascabile ringraziò i suoi colleghi «per avere portato così tanta vitalità alla scena e avere dato alle parole la stessa magia della musica».

Ma scrivere l’enciclopedia gravò sulla salute della Roxon. La scrisse per più di otto mesi, dal maggio del 1968, senza prendersi una pausa dal suo lavoro nella redazione del Sydney Morning Herald. In quell’anno pieno di notizie, dovette coprire anche quanto successe dopo l’uccisione di Robert Kennedy e la campagna presidenziale di Richard Nixon. Lillian Roxon s’ammalò di asma, e per curarla le vennero prescritte prevalentemente delle medicine a base di cortisone; le medicine a loro volta le fecero prendere peso.

Malgrado i problemi di salute, l’energia che la Roxon metteva nel lavoro rimase invariata. La incontrai per la prima e unica volta a Londra alla fine del 1972. Era lì per scrivere del gruppo glam rock inglese Slade. Sempre in lotta con asma e peso, risplendeva per la bellezza del volto e l’incantevole sorriso, e per l’entusiasmo nel discutere non solo delle ultime novità musicali ma anche dei più recenti eventi politici e pettegolezzi sullo star system in America.

Il 10 agosto del 1973 Lillian Roxon morì per un grave attacco di asma nel suo appartamento di New York. Aveva quarantun anni. La notte precedente aveva raggiunto alcuni amici per il party promozionale di un artista performativo al Max’s Kansas City. Crudeli paradossi circondarono la sua morte. Rockstar di cui aveva scritto, e persone del giro, iniziarono a morire per abuso di droghe e alcol. La Roxon non aveva mai bevuto, fumato o sperimentato droghe. Rimase vittima di una malattia naturale, aggravata dalla sua estenuante devozione al lavoro.

Rosa, la madre di Lillian, morta a Sydney otto anni prima, aveva sempre riposto una vana speranza che la figlia un giorno sarebbe tornata in Australia, si sarebbe sposata e si sarebbe sistemata. Lillian era uno spirito troppo indipendente per coronare il sogno casalingo della madre. Helen Reddy, la cantante australiana la cui canzone «I Am Woman» è diventata inno del movimento delle donne dei primi anni Settanta, probabilmente lo ha detto meglio di tutti nel suo tributo all’amica:

Rimpianti? Non credo ne avresti. Hai avuto una vita meravigliosa. I tuoi compagni erano i più arguti e intelligenti della loro generazione. Hai visto una nuova forma d’arte levarsi e veleggiare dall’albero maggiore. Hai raggiunto il successo contro ogni probabilità e credo tu sia stata felice di andartene ancora giovane e con il letto caldo. New York ha perso una delle sue leggende, e non voglio entrare al Max’s Kansas City senza vederti tenere banco o senza che mi prendi per mano e dici: «Tesoro, c’è una persona meravigliosa che devi conoscere».

 

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Prima di prendere potere in Germania e trascinare il mondo verso il baratro della Seconda guerra mondiale (55 milioni di morti) e dell’Olocausto (9 milioni di morti), Adolf Hitler ha partecipato come soldato alla Prima guerra mondiale, si è dilettato con la pittura impressionista e ha scritto un libro il cui titolo risuona a 70 anni di distanza come una macumba da incubo, Mein Kampf. De La mia battaglia si parla sempre per i suoi contenuti politici e per il suo essere il testo sacro del Partito Nazionalsocialista, oltreché la Bibbia dell’antisemitismo (al pari con i Protocolli dei savi di Sion); in realtà l’opera è stata anche un longseller degno di nota, al centro di una guerra economico-editoriale sfrenata, fatta di critiche, censure, tabù. E royalties.

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Questo pezzo è uscito su Studio.

Prima di prendere potere in Germania e trascinare il mondo verso il baratro della Seconda guerra mondiale (55 milioni di morti) e dell’Olocausto (9 milioni di morti), Adolf Hitler ha partecipato come soldato alla Prima guerra mondiale, si è dilettato con la pittura impressionista e ha scritto un libro il cui titolo risuona a 70 anni di distanza come una macumba da incubo, Mein Kampf. De La mia battaglia si parla sempre per i suoi contenuti politici e per il suo essere il testo sacro del Partito Nazionalsocialista, oltreché la Bibbia dell’antisemitismo (al pari con i Protocolli dei savi di Sion); in realtà l’opera è stata anche un longseller degno di nota, al centro di una guerra economico-editoriale sfrenata, fatta di critiche, censure, tabù. E royalties.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale i diritti d’autore di Hitler sono posseduti dalla Baviera (uno dei 16 stati federati detti Land di cui è composta la Germania) che ha proibito la pubblicazione del Kampf in Germania e fatto il possibile per limitarla all’estero. Tali diritti scadranno nel 2015 e le autorità tedesche hanno recentemente deciso di stampare un’edizione commentata dell’opera, per evitare che l’aura censorea del tabù e la fine del diritto d’autore (che scade a 70 anni dalla morte dello stesso) la renda un’esclusiva dei neonazisti. La decisione ha fatto ovviamente discutere ma è solo l’ultimo capitolo di una battaglia sotterranea tutta incentrata sul diritto d’autore che dura da quasi novanta anni.

Il libro
Mein Kampf consta di due parti (“Eine Abrechnung”, “Un racconto” e “Die National-Sozialistische Bewegung”, “Il partito nazional-socialista”) scritte e inizialmente pubblicate separatamente tra il 1925 e il 1926. La prima fu in realtà dettata dal futuro führer a Rudolf Hess, suo compagno di carcere dall’aprile al dicembre del 1924, quando Hitler fu arrestato per aver tentato il colpo di stato a Monaco l’anno precedente. I manoscritti furono poi pesantemente editati da un prete, Bernhard Staempfle, che li ripulì dalle verbosità e da alcune “banalità infantili” – come le definì il politico nazista Otto Strasser – che la appesantivano. Il prelato fu una delle vittime della pulizia interna al partito messa in atto dalle Ss il 30 giugno 1934, un repulisti passato alla storia come la “notte dei lunghi coltelli“. Secondo lo stesso Strasser, a costare la vita a Padre Bernhard fu proprio la sua conoscenza della prima debole versione del testo nazista.

Ibrido tra manifesto politico, libero delirio antisemita e autobiografia, l’opera doveva intitolarsi  Quattro anni e mezzo di lotta contro menzogna, stupidità e codardia, e finì col diventare il testo obbligatorio per la famiglia tedesca, dato in regalo alle coppie sposate e ai giovani neolaureati. Eppure Mein Kampf non riscosse subito il successo che potremmo aspettarci: nel 1925 se ne vendettero circa 9 mila copie; entro il 1930 le vendite toccarono quota 54 mila copie; alla fine del 1933, anno delle elezioni vinte dal suo Nsdap (acronimo di  National Sozialistische Deutsche Arbeitspartei, Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori), se ne erano vendute 850 mila. La propaganda, i comizi e il successo elettorale avevano creato un caso editoriale – non solo in Germania. E la guerra doveva ancora cominciare.

Preso il potere, Hitler ordinò di acquistare sei milioni di copie del suo libro, che divenne così la lettura prima del buon ariano e del buon cittadino. Alla fine del 1945 in Germania si contavano 8 milioni di Mein Kampf. Così il giro d’affari delleroyalties di Adolf Hitler divenne milionario. Ma usciamo dal Terzo Reich, e vediamo come anche all’estero la curiosità morbosa, la politica e la guerra fecero dell’opera un bestseller mondiale.

L’estero
In Italia le cose andarono per le spicce: il libro fu stampato da Bompiani nel 1934 con il titolo La mia battaglia, rendendo Benito Mussolini contento e l’alleato tedesco soddisfatto. L’editore non pagò direttamente le royalties all’autore del testo e dietro questa scelta si cela un sotterfugio politico svelato nel 2004 dal giornalista Giorgio Fabre ne Il Contratto. Mussolini editore di Hitler (Dedalo): secondo la tesi del libro, i lavori per portare il Kampf in Italia cominciarono prima delle elezioni del 1933, vinte poi dai nazisti. Al tempo, scrive Fabre, Hitler e i suoi avevano bisogno di soldi per la campagna elettorale, ma erano restii a chiederli ai fascisti per non minare l’”indipendenza” politica del movimento. L’offerta dello Stato fascista (250 mila lire del tempo come anticipo, pari a 53.625 marchi tedeschi) fu accettata dopo un breve tira e molla; e fu notevole messa a confronto con quella fatta per l’edizione inglese (pari a circa 2000 lire) o quella statunitense (500 lire). Un accordo politico più che editoriale. Un preludio al Patto d’acciaio che legherà i due Paesi – e le due dittature – a partire dal 1939.

Altrove la pubblicazione del testo nazista scatenò ben altre reazioni. Negli Stati Uniti fu l’editore Houghton Mifflin ad annunciarne la stampa nel 1933, col titolo di My Battle. Seguì una raccolta firme pubblica presso il New York City Board of Education per bloccare l’operazione e vietare a Mifflin la vendita di qualsiasi altro testo. La petizione, come ha raccontato la rivista Cabinet, fu bocciata dal Board con una nota pubblica in cui si dichiarava: «Il più grande servigio che si può rendere all’umanità in generale e in particolare alla Germania è mettere My Battle a disposizione di tutti in modo che ciascuno possa decidere se il libro sia degno di nota o sia un’esibizione di ignoranza, stupidità e arretratezza». Nel 1938 la stessa casa editrice concesse i diritti dell’opera alla Reynald & Hitchcock che ne stampò una versione “commentata” – con una sezione glosse di 80 mila parole per un’opera di 320 mila.

E qui si apre la questione legata al copyright: nel 1925, infatti, Adolf Hitler rinunciò alla cittadinanza austriaca dichiarandosi un “tedesco senza stato”, e diventando a tutti gli effetti un cittadino della Germania solo nel 1933. In questo lasso di tempo, rimase quindi escluso dal Copyright Act del 1909 (la legge Usa sul diritto d’autore), che fu estesa anche agli autori apolidi (senza stato) solo nel 1941. In quell’anno, però, Usa e Germania erano in guerra e nessun editore pagò Hitler (come prevedeva la legge Trading with the Enemy Act). Le royalties che avrebbe dovuto ricevere il dittatore nazista furono invece date in beneficenza a enti dedicati alla cura dei reduci o alla Croce Rossa Internazionale.  My battle fu comunque un successo: l’edizione di Reynold & Hitchcock vendette 30 mila copie solo nel primo mese e nel 1945 si calcolò che le royalties hitleriane avevano fruttato al fondo bellico Usa circa 20 mila dollari.

Con la fine della guerra, tutte le proprietà del dittatore nazista passarono alla Baviera. Nel 1960 la sorella di Hitler, Paula, tentò di riprendere possesso di quelle immobiliari mentre il figlio della sorellastra del führer Leo Raubal, avviò un’azione legale per tornare in possesso delle royalties di Mein Kampf ottenendo solamente una copia del poco conosciuto “sequel” dell’opera, Zweites Buch (Il secondo libro). Nessun diritto d’autore, quindi, è mai andato alla famiglia di Adolf Hitler – e ciò riguarda anche quelli legati alla vendita all’asta dei suoi quadri avvenuta nel 2009.

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Tempo fuori sesto. Guy Debord contro la Modernità 7 https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tempo-fuori-sesto-guy-debord-contro-la-modernita-7/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tempo-fuori-sesto-guy-debord-contro-la-modernita-7/#respond Sat, 22 Sep 2012 08:30:32 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8840 Pubblichiamo la settima parte del testo di Raffaele Alberto Ventura su Guy Debord. Qui le puntate precedenti.

Se il pensiero politico moderno concepisce lo Stato come macchina e «magnum artificium» (in Hobbes per esempio) la critica antimoderna sta nel considerare che questa macchina non è in grado di funzionare. In verità Thomas Hobbes metteva già in guardia dal vizio che avrebbe paralizzato la macchina: la divisione dei poteri. Ma questa divisione è inesorabile dal momento in cui la giurisdizione statale tende a estendersi a un numero sempre crescente di fenomeni e rapporti. Questo processo di estensione e suddivisione, per mezzo della proliferazione di funzionari addetti al controllo e all'amministrazione della società, caratterizza la storia della Modernità politica.

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Pubblichiamo la settima parte del testo di Raffaele Alberto Ventura su Guy Debord. Qui le puntate precedenti.

Se il pensiero politico moderno concepisce lo Stato come macchina e «magnum artificium» (in Hobbes per esempio) la critica antimoderna sta nel considerare che questa macchina non è in grado di funzionare. In verità Thomas Hobbes metteva già in guardia dal vizio che avrebbe paralizzato la macchina: la divisione dei poteri. Ma questa divisione è inesorabile dal momento in cui la giurisdizione statale tende a estendersi a un numero sempre crescente di fenomeni e rapporti. Questo processo di estensione e suddivisione, per mezzo della proliferazione di funzionari addetti al controllo e all’amministrazione della società, caratterizza la storia della Modernità politica.

Sulla nascita dello Stato moderno non c’è documento più preciso che il dramma barocco. Mettendo in scena tresche amorose o tortuose vendette, autori come Shakespeare, Calderón de la Barca e Corneille hanno descritto come funziona (nelle commedie) o disfunziona (nelle tragedie) la macchina statale. Si tratta sempre di trame complesse e artificiose, che tracciano un percorso massimamente astruso tra due stati, per mezzo dell’intervento di un numero eccessivo di attori. La tragedia di Amleto non è altro che una commedia degli equivoci che vira al massacro perché tutte le procedure sono sbagliate ma nessuno è in grado di fermarle. Tragedia della burocrazia: storia di un regno senza sovrano legittimo e di un principe incapace di governare.

Carl Schmitt aveva analizzato la teoria meccanicista dello Stato in un articolo del 1937, «Der Staat als Mechanismus bei Hobbes und Descartes». Secondo il sommo giurista del Reich, il programma hobbesiano consisteva nel «contrapporre al pluralismo medievale l’unità razionale di uno Stato centralistico, dal funzionamento calcolabile». Da parte sua Schmitt contrappone a questo paradigma — che oggi definiremmo tecnocratico — un risoluto decisionismo. Nel fascismo, il decisionismo è spesso accompagnato da una retorica anti-statale, perfettamente enunciata in un articolo del 1920 contro l’ora legale, firmato Benito Mussolini: «Lo Stato è la macchina tremenda che ingoia gli uomini vivi e li rivomita cifre morte.(…) Abbasso lo Stato sotto tutte le sue specie e incarnazioni. Lo Stato di ieri, di oggi, di domani. Lo Stato borghese e quello socialista».

Ma tutto questo cianciare di decisionismo, da parte di fascisti e nazisti, non è altro che propaganda. Nei fatti, fascisti e nazisti commissariarono le istituzioni statali, le occuparono, le aggirarono, ma le lasciarono sostanzialmente intatte. Alla fine, sono proprio i nazisti a concretizzare l’incubo antimoderno che denunciavano, quello di un Stato ubiquo e maligno. La macchina statale del terzo Reich impazzisce letteralmente e prende a sterminare esseri umani. La distruzione degli Ebrei d’Europa è un mostruoso incidente che ebbe un esecutore materiale — lo Stato nazista e i suoi funzionari –, molti mandanti morali trai quali lo stesso Carl Schmitt, ma nessun mandante materiale. Una commedia degli equivoci che vira al massacro, dicevamo dell’Amleto.

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Storia cadaverica d’Italia. Daniele Timpano e le retoriche italiche https://minimaetmoralia.it/teatro/storia-cadaverica-ditalia-daniele-timpano-e-le-retoriche-italiche/ https://minimaetmoralia.it/teatro/storia-cadaverica-ditalia-daniele-timpano-e-le-retoriche-italiche/#comments Fri, 13 Apr 2012 13:52:39 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7448 Pubblichiamo la recensione di Graziano Graziani, uscita sui Quaderno dei Teatri di Roma, sullo spettacolo «Aldo Morto. Tragedia» di Daniele Timpano, in scena al Palladium di Roma fino al 15 aprile. 

Il poeta della beat praghese Egon Bondy apriva il suo unico romanzo – oggetto di culto circolato per anni illegalmente e in edizioni “samizdat”, cioè autoprodotte – con il ritrovamento di un cadavere: era il cadavere del mondo. Nel suo futuro distopico, l’utopia socialista si è ridotta a un cadavere che butta fango dai cui miasmi bisogna il più possibile girare alla larga.

Daniele Timpano, autore e attore della scena contemporanea, ha invece disegnato nell’arco di tre spettacoli quello che potremmo definire il “cadavere d’Italia”, ovvero ciò che ne resta della costruzione dell’identità nazionale in un paese che non ha mai avuto un mito fondativo davvero condiviso – al pari di nazioni come la Francia o gli Stati Uniti – e agonizza ancora oggi tra aspirazioni autonomiste, recriminazioni e luoghi comuni all’ombra del proprio campanile. Il cadavere come metafora della decadenza di un’italietta – nel senso descritto da Pasolini – che cerca di raccontarsi come nazione eroica, ma che inevitabilmente inciampa in una prosopopea che si sgonfia ricadendogli addosso, in una retorica già in via di decomposizione.

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Pubblichiamo la recensione di Graziano Graziani, uscita sui Quaderno dei Teatri di Roma, sullo spettacolo «Aldo Morto. Tragedia» di Daniele Timpano, in scena al Palladium di Roma fino al 15 aprile. 

Il poeta della beat praghese Egon Bondy apriva il suo unico romanzo – oggetto di culto circolato per anni illegalmente e in edizioni “samizdat”, cioè autoprodotte – con il ritrovamento di un cadavere: era il cadavere del mondo. Nel suo futuro distopico, l’utopia socialista si è ridotta a un cadavere che butta fango dai cui miasmi bisogna il più possibile girare alla larga.

Daniele Timpano, autore e attore della scena contemporanea, ha invece disegnato nell’arco di tre spettacoli quello che potremmo definire il “cadavere d’Italia”, ovvero ciò che ne resta della costruzione dell’identità nazionale in un paese che non ha mai avuto un mito fondativo davvero condiviso – al pari di nazioni come la Francia o gli Stati Uniti – e agonizza ancora oggi tra aspirazioni autonomiste, recriminazioni e luoghi comuni all’ombra del proprio campanile. Il cadavere come metafora della decadenza di un’italietta – nel senso descritto da Pasolini – che cerca di raccontarsi come nazione eroica, ma che inevitabilmente inciampa in una prosopopea che si sgonfia ricadendogli addosso, in una retorica già in via di decomposizione.

Ma il cadavere è anche elemento narrativo, sguardo privilegiato sul carattere posticcio dei racconti eroici che ci tramanda un certo tipo di storia – che si fa sempre “sulla pelle” delle persone. Ma anche su quella dinamica di inevitabile corruzione del “corpo dello Stato” che in Italia, più che una fase di decadenza, sembra essere l’aspetto ricorrente di ogni fase della storia politica del Bel Paese, un corpo a sua volta assemblato con le parti esanimi di altri corpi-nazione.

Il primo lavoro, risalente al 2006, è «Dux in scatola», dove il cadavere parlante di Benito Mussolini diventa testimone in-attendibile tanto della sua fine di uomo quando di quella di defunto, ricostruendo i momenti cruenti di Piazzale Loreto e la vicenda bislacca del trafugamento del corpo del duce del fascismo ad opera di un gruppo di militanti, corpo scomparso e poi riapparso anni dopo come oggetto di scambio politico tra la Dc dell’epoca e l’Msi. Storia macabra eppure inesorabilmente guascona, che ha per sfondo la repubblica appena nata delle ceneri della dittatura. Nel 2009 segue «Risorgimento Pop» – scritto con Marco Andreoli – dove il cadavere eccellente è questa volta quello di Mazzini, l’eroe meno iconico del pantheon risorgimentale. Anzi, la sua mummia, il suo corpo morto trattato per sfidare il tempo e resistere alla decomposizione. Ma Mazzini non sarà mai il Lenin nostrano, perché questo atto di santificazione laica viene immediatamente contraddetto da un processo di mummificazione venuto male e da una sepoltura, tutto sommato marginale, nel cimitero monumentale di Genova.

Infine si arriva al 2012 con il debutto di «Aldo Morto. Tragedia» (al Teatro Palladium dal 12 al 15 aprile), dove l’attenzione si sposta ad un’epoca più recente, il rapimento Moro e gli anni di piombo. E in questo caso si può ben dire che, tanto a livello storico che a livello politico, il cadavere in questione sia ancora caldo. Perché non c’è ingrediente peggiore della vicinanza storica per toccare una materia politicamente irrisolta, almeno in Italia, dove la ricostruzione di un avvenimento cruciale della vita pubblica è sempre e comunque materia di ideologia. Invece Timpano assume con radicalità quello che è la grande potenzialità che offre il teatro, che non risiede nel racconto piano di una storia, ma nella messa in luce di tutti i suoi lati di ambiguità.

Timpano non vuole svelare i retroscena e i misteri che si accompagnano al delitto Moro, ad uso e consumo di un pubblico drogato di polizieschi e noir (dove, a ben vedere, le vittime sono solo un espediente narrativo per parlare dei carnefici). Non gli interessa contestualizzare quanto accaduto nella griglia interpretativa di questa o di quell’altra parte politica. E rispetto alla vicinanza storica, lo dice subito e francamente: io nel 1978 avevo quattro anni e delle brigate rosse non sapevo nulla né me ne fregava niente. Una dichiarazione irriverente, apparentemente fuori luogo, ma che invece riesce di colpo a smontare le retoriche di giornalisti che si uniscono maldestramente al lutto nazionale, di brigatisti e parenti delle vittime che ad anni di distanza vendono a buon prezzo le proprie parziali verità, di cantautori che cantano a voce piena cose che forse oggi si vergognerebbero di sussurrare. Senza sconti Timpano passa in rassegna tutte queste voci in patchwork di citazioni da articoli, libri e canzoni che da soli bastano a disegnare il vortice di retorica nel quale solo la politica sa spingersi così rovinosamente. Ma non basta: entrando e uscendo dai personaggi e da se stesso, in una carrellata di grottesche miserie umane che stanno dietro alla fierezza delle ideologie contrapposte, Timpano riesce a pronunciare tutta una serie di parole scomode, di slogan oggi impronunciabili o di realtà che abbiamo disimparato a pronunciare, tali da far sobbalzare per fastidio e vergogna lo spettatore dalla sedia.

Giustamente il suo è stato definito un teatro di anti-narrazione. Perché della narrazione si colloca agli antipodi, poiché sceglie di smontare le retoriche di ogni tesi anziché affermare la propria, e perché prosegue per salti logici che, volutamente, vanificano la possibilità di rintracciare una singola, univoca versione della storia.

Ma non bisogna pensare che dietro il teatro di Daniele Timpano ci sia semplicemente una spinta iconoclasta. C’è piuttosto una forte morale senza moralismo, che nello sgonfiare le retoriche finisce inevitabilmente per sgonfiare anche se stessa e collidere pian piano col grottesco. Uno sgonfiarsi che si contrappone alla fierezza delle ideologie non tanto sul piano politico, quanto proprio su un piano ontologico, così come la maschera mortuaria, la statua e in definitiva il monumento si immagina agli antipodi del disfacimento del corpo e della storia, destino al quale però nessuno può davvero sottrarsi.

Allo stesso modo – e suona quasi come un paradosso –  questa contrapposizione si manifesta anche nella struttura narrativa delle sue drammaturgie. Dando la parola ai morti, Timpano utilizza una formula retorica conosciuta col nome di “prosopopea” (far parlare animali oppure cose inanimate). Ma guarda caso il termine “prosopopea” oggi ha assunto il significato di “enfasi eccessiva”,  che è forse il nodo più aggrovigliato, e quello a maggior rischio di putrefazione, delle retoriche con cui ci sia avvicina ai rimossi della nostra storia patria. E non è forse, poi, questo “far parlare i morti” una delle retoriche più diffuse del dibattito pubblico italiano?

A Daniele Timpano, uno degli autori più interessanti e geniali della sua generazione, va riconosciuto di aver compiuto uno scarto per nulla scontato. Il più delle volte il teatro che affronta temi politici finge di parlare a una platea globale, che invece magari a teatro non ci va, per poi affermare una tesi in cui la platea si riconosce. Mima la denuncia ma in realtà pratica l’adesione. Invece il teatro di Timpano torna a immaginarsi parte di una comunità e va a rovistare proprio nei suoi nervi scoperti. Mima l’adesione ma pratica il rovesciamento, la sovversione del discorso. E in questo modo, oltre ad essere genialmente comici, i suoi spettacoli riescono persino a risultare scomodi, pure in un’epoca assuefatta a tutto come quella di odierna.

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Elogio della ghigliottina https://minimaetmoralia.it/estratti/elogio-della-ghigliottina/ https://minimaetmoralia.it/estratti/elogio-della-ghigliottina/#comments Wed, 11 Nov 2009 09:29:27 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=1123 Ho riletto recentemente il celebre Elogio della ghigliottina di Piero Gobetti, pubblicato su La rivoluzione liberale nel novembre del 1922, all’indomani della marcia su Roma. Temo che, per certi versi, l’analisi e le riflessioni di Gobetti (allora appena ventunenne) siano purtroppo ancora attuali. Così, mi sembra utile sottoporre ai lettori di minima&moralia questo brano d’antologia […]

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Ho riletto recentemente il celebre Elogio della ghigliottina di Piero Gobetti, pubblicato su La rivoluzione liberale nel novembre del 1922, all’indomani della marcia su Roma. Temo che, per certi versi, l’analisi e le riflessioni di Gobetti (allora appena ventunenne) siano purtroppo ancora attuali. Così, mi sembra utile sottoporre ai lettori di minima&moralia questo brano d’antologia scaturito da una delle menti più illuminate comparse nella storia recente del nostro Paese.

di Piero Gobetti

gobettiIl fascismo vuole guarire gli Italiani dalla lotta politica, giungere a un punto in cui, fatto l’appello nominale, tutti i cittadini abbiano dichiarato di credere nella patria, come se col professare delle convinzioni si esaurisse tutta la praxis sociale. Insegnare a costoro la superiorità dell’anarchia sulle dottrine democratiche sarebbe un troppo lungo discorso, e poi, per certi elogi, nessun migliore panegirista della pratica. L’attualismo, il garibaldinismo, il fascismo sono espedienti attraverso cui l’inguaribile fiducia ottimistica dell’infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie misure.
La nostra polemica contro gli italiani non muove da nessuna adesione a supposte maturità straniere; né da fiducia in atteggiamenti protestanti o liberisti. Il nostro antifascismo prima che un’ideologia, è un istinto.
Se il nuovo si può riportare utilmente a schemi e ad approssimazioni antichi, il nostro vorrebbe essere un pessimismo sul serio, un pessimismo da Vecchio Testamento senza palingenesi, non il pessimismo letterario dei cristiani, delusione di ottimisti. La lotta tra serietà e dannunzianesimo è antica e senza rimedio. Bisogna diffidare delle conversioni, e credere più alla storia che al progresso, concepire il nostro lavoro come un esercizio spirituale, che ha la sua necessità in sé, non nel suo divulgarsi. C’è un valore incrollabile al mondo: l’intransigenza e noi ne saremmo, per un certo senso, in questo momento, i disperati sacerdoti.
Temiamo che pochi siano così coraggiosamente radicali da sospettare che con queste metafisiche ci si possa incontrare nel problema politico. Ma la nostra ingenuità è più esperta di talune corruzioni e in certe teorie autobiografiche ha già sottinteso un insolente realismo obbiettivo.

Noi vediamo diffondersi con preoccupazione una paura dell’imprevisto che seguiteremo ad indicare come provinciale per non ricorrere a più allarmanti definizioni. Ma di certi difetti sostanziali anche in un popolo nipote di Machiavelli non sapremmo capacitarci, se venisse l’ora dei conti. Il fascismo in Italia è un’indicazione di infanzia perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo. Si può ragionare del ministero Mussolini come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, dovrebbe essere guardata e guidata con qualche precauzione. Confessiamo di avere sperato che la lotta tra fascisti e social-comunisti dovesse continuare senza posa: e pensammo nel settembre del 1920 e pubblicammo nel febbraio del 1922 La Rivoluzione Liberale con fiducia verso la lotta politica che attraverso tante corruzioni, corrotta essa stessa, tuttavia sorgeva. In Italia c’era della gente che si faceva ammazzare per un’idea, per un interesse, per una malattia di retorica! Ma già scorgevamo i segni della stanchezza, i sospiri alla pace. È difficile capire che la vita è tragica, che il suicidio è più una pratica quotidiana che una misura di eccezione. In Italia non ci sono proletari e borghesi: ci sono soltanto classi medie. Lo sapevamo: e se non lo avessimo saputo ce lo avrebbe insegnato Giolitti. Mussolini non è dunque nulla di nuovo: ma con Mussolini ci si offre la prova sperimentale dell’unanimità, ci si attesta l’inesistenza di minoranze eroiche, la fine provvisoria delle eresie. Certe ore di ebbrezza valgono per confessioni e la palingenesi fascista ci ha attestato inesorabilmente l’impudenza della nostra impotenza. A un popolo di dannunziani non si può chiedere spirito di sacrificio. Noi pensiamo anche a ciò che non si vede: ma se ci si attenesse a quello che si vede bisognerebbe confessare che la guerra è stata invano. Privi di interessi reali, distinti, necessari gli Italiani chiedono una disciplina e uno Stato forte. Ma è difficile pensare Cesare senza Pompeo, Roma forte senza guerra civile. Si può credere all’utilità dei tutori e giustificare Giolitti e Nitti, ma i padroni servono soltanto per farci ripensare a La Congiura dei Pazzi ossia ci riportano a costumi politici sorpassati. Né Mussolini né Vittorio Emanuele hanno virtù di padroni, ma gli Italiani hanno bene animo di schiavi. È doloroso dover pensare con nostalgia all’illuminismo libertario e alle congiure. Eppure, siamo sinceri fino in fondo, c’è chi ha atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso. C’è stato in noi, nel nostro opporsi fermo, qualcosa di donchisciottesco. Ma ci si sentiva pure una disperata religiosità. Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo e bisogna sperare (ahimè, con quanto scetticismo) che i tiranni siano tiranni, che la reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni sino in fondo. Si può valorizzare il regime; si può cercare di ottenerne tutti i frutti: chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro. Mussolini può essere un eccellente Ignazio di Loyola; dove c’è un De Maistre che sappia dare una dottrina, un’intransigenza alla sua spada?

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