Benjamín Labatut Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/benjamin-labatut/ un blog di approfondimento culturale Tue, 19 Mar 2024 16:09:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Benjamín Labatut Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/benjamin-labatut/ 32 32 Di ogni cosa si dovrebbe poter dubitare, ovvero Maniac di Benjamín Labatut https://minimaetmoralia.it/libri/di-ogni-cosa-si-dovrebbe-poter-dubitare-ovvero-maniacdi-benjamin-labatut/ https://minimaetmoralia.it/libri/di-ogni-cosa-si-dovrebbe-poter-dubitare-ovvero-maniacdi-benjamin-labatut/#respond Wed, 20 Mar 2024 08:00:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53543 La matematica nasce essenzialmente per esigenze pratiche. Le civiltà antiche svilupparono assai presto la capacità di rappresentare dei numeri in modo elementare. Anzi, probabilmente gli uomini impararono a contare ancora prima che ad usare le parole, le quali evidentemente richiedevano una maggiore capacità di astrazione. Per migliaia di anni, l’aritmetica come la geometria e le […]

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La matematica nasce essenzialmente per esigenze pratiche. Le civiltà antiche svilupparono assai presto la capacità di rappresentare dei numeri in modo elementare. Anzi, probabilmente gli uomini impararono a contare ancora prima che ad usare le parole, le quali evidentemente richiedevano una maggiore capacità di astrazione. Per migliaia di anni, l’aritmetica come la geometria e le altre scienze continuarono ad avere scopi molto pratici, che avevano a che fare con la vita quotidiana. Fu solo in epoca moderna che la matematica iniziò a divenire più astratta, cioè a speculare su concetti che non avevano (almeno apparentemente) più nulla a che vedere con la vita di tutti i giorni, iniziando a focalizzarsi piuttosto sulla propria forma (ovvero la sintassi) e a mettere in secondo piano la sostanza (cioè i contesti reali cui i simboli si riferiscono). In altre parole, iniziò a rappresentare una realtà simbolica (o un modello di realtà) che non era propriamente la realtà come noi la percepiamo, ma che tuttavia le consentiva di compiere delle scoperte concrete. Il suo elevato livello di astrazione le permetteva infatti di sviluppare un ragionamento che, proprio per la sua levatura, poteva avere una ricaduta molto più ampia verso il basso, ovvero proprio sulla vita concreta.

Questa premessa mi sembra importante per tentare di comprendere gli argomenti chiave trattati nel romanzo MANIAC di Benjamín Labatut, uscito in Italia per Adelphi lo scorso anno con l’illustre traduzione di Norman Gobetti. Mi pare infatti che questo libro voglia rappresentare il processo in cui la matematica, dopo essersi innalzata nelle altezze siderali dell’astrazione, nel secolo scorso inizia la sua ricaduta verso la realtà e vi si ripercuote – in certe sue applicazioni – in modo potente.

Il romanzo è diviso in due parti. Nella prima, più corposa, vengono narrati, da diverse angolature, alcuni aneddoti sul matematico ungherese John von Neumann (in ungherese Jancsi), uno tra gli studiosi più geniali del secolo scorso. Nella seconda parte del libro – lunga meno di cento pagine – si racconta la celebre partita tra Lee Sedol (sudcoreano maestro di go di 9° dan, soprannominato «La pietra forte», uno tra i più apprezzati giocatori di go della storia recente) e AlphaGo, un’intelligenza artificiale con un’abilità di gioco sconvolgente.

Von Neumann viene immediatamente presentato come una persona eccezionale, che sfugge cioè a qualsiasi confronto o definizione: «A questo mondo ci sono due tipi di persone: Jancsi von Neumann e il resto di noi», dice di lui Eugene Wigner, premio Nobel per la fisica nel 1963 e compagno di scuola di Jancsi a Budapest negli anni immediatamente precedenti la Prima Guerra Mondiale. Favolosamente intelligente, precoce nella conoscenza, curioso di tutto ciò che lo affascinava, capace di intuizioni folgoranti; ma al tempo stesso egoista, pigro, inveterato donnaiolo, sorprendentemente impacciato nelle cose concrete, sprovvisto del senso del tempo e della misura, Johnny von Neumann con questa frase fa il suo ingresso da protagonista assoluto sul palcoscenico del romanzo.

Personaggio del tutto controverso, capace di risolvere con un semplice colpo d’occhio problemi complessi (dietro ai quali accademici più anziani e più preparati di lui cincischiavano per mesi senza riuscire venirne a capo), in grado di dimostrare teoremi intricati con un’eleganza e una sprezzatura che li faceva apparire elementari, si appassionava ai suoi studi in maniera puramente teorica, senza considerare le loro ripercussioni pratiche, quand’anche fossero state devastanti. Non perché non gliene importasse, ma perché gli apparivano cosa di poco conto rispetto alla bellezza dei calcoli astratti che le provocavano.

Il disordine gli interessa più dell’ordine, la turbolenza più dell’equilibrio, la contraddizione più della coerenza. Quando si appassiona a un argomento è capace di non mangiare e dormire per giorni pur di arrivare a dominarlo. È l’unica persona che sembra conoscere sempre tutto, che è sempre in grado di risolvere qualunque problema e che ha una risposta a qualsiasi domanda gli venga rivolta. È indubbiamente lo scienziato più promettente di tutto il Novecento.

Tuttavia, dopo l’incontro sconvolgente con Kurt Gödel e dopo aver conosciuto i suoi teoremi di incompletezza (ovvero l’individuazione di «un limite ontologico, un confine oltre il quale non era possibile pensare»), Johnny von Neumann aveva per così dire perso la fede nell’etica, in un limite morale che fosse necessario non oltrepassare, giungendo alla conclusione che, poiché la coerenza della matematica era indimostrabile, non fosse necessario mantenere una propria coerenza anche negli altri ambiti dell’esistenza. Le conseguenze di tutto ciò furono, in un certo senso, molto pericolose per lui. Von Neumann abbandonò gli studi teorici per concentrarsi su problemi molto concreti. Nella scelta delle sfide da risolvere, non teneva in nessun conto le eventuali ricadute morali delle sue scoperte.

Forse anche per questo – oltre ovviamente alla sua brillantezza – fu chiamato come consulente nel Progetto Manhattan, che aveva radunato le menti più luminose dell’Occidente a Los Alamos, nel deserto del Messico, per sviluppare una bomba potentissima, in grado di distruggere ogni capacità bellica della Germania e porre così fine al Secondo Conflitto Mondiale.

Durante lo sviluppo del progetto, ci si rese presto conto della potenza spropositata della bomba che si stava mettendo a punto, tanto che si pensò potesse distruggere ogni cosa esistente sull’intero pianeta. Von Neumann non era un collaboratore fisso nel progetto, ma solo un consulente che faceva un’apparizione una volta ogni tanto. Tuttavia le sue opinioni furono probabilmente decisive nella scelta di andare avanti con il progetto, nonostante i rischi ipotizzati.

Piano piano ci si rese conto che la bomba era importante non tanto per sconfiggere la Germania, quanto per influenzare gli scenari bellici futuri. L’ordigno atomico non doveva essere necessariamente usato contro il nemico, ma doveva essere realizzato per mostrare al mondo la sua incredibile potenza, e influenzare in tal modo i futuri equilibri bellici internazionali, particolarmente con l’Unione Sovietica.

C’è un passaggio nel libro in cui von Neumann discute con Eugene Wigner (fisico e matematico ungherese, premio Nobel nel 1963) di cosa possa accadere una volta che la produzione della bomba atomica avesse scoperchiato il vaso di Pandora, liberando tutti i mali esistenti nel mondo. Jancsi afferma che «proprio in fondo a quel vaso, in silenziosa e obbediente attesa, c’era Elpis, che i più considerano come lo spirito della speranza e il contraltare di Moros, lo spirito della sventura». Ma sostiene che «una traduzione del suo nome più precisa e più corrispondente alla sua natura sarebbe “aspettativa”. Perché non possiamo sapere quale sarà la conseguenza di un male. E a volte le cose più letali, quelle che hanno il potere di distruggerci, possono diventare col tempo gli strumenti della nostra salvezza». Era questa convinzione che probabilmente spingeva von Neumann a incoraggiare gli scienziati di Los Alamos a proseguire nel loro lavoro per la messa a punto della bomba. Ma è una convinzione che non deriva da nessun tipo di impostazione scientifica. A Wigner che gli domanda il motivo per cui gli dèi avessero permesso che fossero liberati gli orrori, le ingiustizie, le malattie, e avessero lasciato nel vaso proprio la speranza, Jancsi strizza l’occhio e risponde che gli dèi «sapevano cose che noi non possiamo sapere». È un ragionamento difficile da attribuire a uno scienziato, che non dovrebbe basare le proprie osservazioni su enunciati che hanno le loro radici nei territori acquitrinosi del non conoscibile.

Poche pagine dopo capiamo però qualcosa in più su questo atteggiamento. Jancsi si trova con sua moglie a una cena, e si parla della corsa agli armamenti e dei sistemi di controllo che si stanno mettendo a punto in Unione Sovietica. Si parla con molta vivacità della bomba, del potere incredibile dell’atomo, di come esso costituisca una minaccia per degli esseri umani concreti, e non solamente nello spazio asettico della teoria. «Jancsi non batté ciglio. Si scolò il suo scotch e, prima che Virginia trascinasse fuori dalla porta il marito mugolante, le disse: “Cara mia, sto pensando a qualcosa di molto più importante delle bombe. Sto pensando ai calcolatori”».

I calcolatori, in effetti, affiancano il lavoro di Von Neumann nell’arco di tutta la sua vita, fin da quando era molto giovane. Jancsi intuì molto presto quale potesse essere la potenza di un calcolatore, quale forza potesse acquisire grazie alla sua capacità di eseguire operazioni semplici a una velocità infinitamente superiore a quella degli esseri umani. Nel suo pensiero il calcolatore rappresenta il fattore divino, ciò che gli dèi sanno e che noi non possiamo sapere, e ha certamente a che fare con Elpis rimasta in fondo al vaso di Pandora dopo la sua apertura. L’aspetto divino del calcolatore emergerà in una delle ultime pagine del libro, in cui si parla della imbattibilità dell’intelligenza artificiale nel gioco del go, che ha un aspetto quasi divino. Ma ci arriveremo.

Nella storia del libro, c’è un momento in cui il go fa la sua comparsa ben prima della sezione finale, che gli sarà interamente dedicata. Siamo a Los Alamos, e gli scienziati lavorano all’ideazione e alla costruzione della bomba. Ma hanno molti tempi morti, in cui non sanno letteralmente cosa fare. Allora iniziano a giocare a scacchi, e, poco dopo, a go. Lo racconta il personaggio di Richard Feynman (premio Nobel per la fisica nel 1965): «Lo sapevate che a Los Alamos ci sfidavamo a scacchi? Poi qualcuno portò una tavola da go e cominciammo a giocare anche a quello. Partite accesissime, interminabili, senza limiti di tempo, contro alcuni degli uomini più intelligenti che io abbia mai conosciuto». È interessante che l’autore ci riveli questo dettaglio in anticipo. In tal modo viene creata una corrispondenza tra il go e la bomba. Le menti geniali che dedicavano il meglio delle loro energie a costruire l’ordigno si intrattenevano in partite a go accesissime e interminabili. Ed è molto interessante sapere che von Neumann giocava malissimo, perdendo tutte le partite contro Feynman. E più perdeva, più s’incaponiva a pretendere la rivincita.

Per costruire una bomba potentissima o per avere successo nel go non è sufficiente l’intelligenza. Von Neumann ne aveva da vendere, eppure non riusciva a vincere nemmeno una partita. E, se non avesse conosciuto Gödel, probabilmente non sarebbe mai stato in grado di costruire il calcolatore e, di conseguenza, la bomba.

Nonostante ciò che comunemente si pensa, il computer non è affatto intelligente. È vero, risolve problemi molto complessi, ma eseguendo pedissequamente delle istruzioni che gli ha fornito qualcun altro. Ricordo che all’università, alla prima lezione di informatica, per introdurci il concetto di calcolatore il professore disse: «Immaginate di avere un amico molto stupido». In effetti, il computer non sa riconoscere nient’altro che il concetto di zero e il concetto di uno. Vuoto e pieno, per tornare alle sue origini con le schede perforate. Ma sa elaborare questi concetti elementari combinandoli tra loro in miliardi di modi a una velocità vertiginosa, che l’essere umano non potrebbe nemmeno immaginare.

Prima dell’invenzione di un software per il gioco del go, fu creato un programma per il gioco degli scacchi. Il gioco degli scacchi, per quanto complesso, e più semplice rispetto al go, ma già un motore scacchistico è in gradi di surclassare un giocatore umano tramite una potenza di calcolo incomparabile. Per quanto riguarda gli algoritmi per il gioco degli scacchi, Labatut scrive: «mentre il giocatore professionista medio è in grado di vedere dalle dieci alle quindici mosse avanti, questi algoritmi possono calcolare duecento milioni di posizioni al secondo, circa cinquanta miliardi di posizioni in poco più di quattro minuti. Questo approccio, in cui il computer passa in rassegna ogni singola possibilità derivante da ciascuna mossa, viene definito, giustamente, forza bruta. Mentre un giocatore umano, per compiere le proprie scelte sulla scacchiera, usa la memoria, l’esperienza, il ragionamento astratto di alto livello, il riconoscimento di schemi ricorrenti e l’intuizione, un motore scacchistico non comprende affatto il gioco, ma si limita a impiegare la sua potenza di calcolo e a prendere poi una decisione attenendosi a un complesso sistema di regole stabilite dai suoi programmatori».

Per il gioco degli scacchi, dunque, l’arma segreta di un calcolatore non è la sua intelligenza (abbiamo già detto che un computer è essenzialmente stupido) quanto la forza bruta. Quando parliamo di intelligenza artificiale parliamo dunque di qualcosa di completamente diverso dall’intelligenza umana. Per un computer non esiste l’intuito, la visione di gioco, l’abilità di interpretare la partita; per lui esistono dati da consultare, la capacità di prevedere un insieme sconfinato di partite teoriche, regole sofisticate scritte da altri e configurate all’interno del software.

Per il go, tuttavia, la situazione è diversa. «Se in una partita di scacchi ci sono una ventina di possibilità per ogni singola mossa, nel go ce ne sono più di duecento. Negli scacchi, dopo le prime due mosse, ci sono quattrocento combinazioni possibili; nel go ce ne sono quasi centotrentamila». E così via. Le variabili del go sono molte di più e ciascuna di esse ha un numero enorme di combinazioni possibili. Si pensi che mentre il numero delle possibili partite a scacchi si avvicina a 10123, le partite possibili di go sono più di 10700. «Il numero delle posizioni consentite – le configurazioni di pietre che possono verificarsi quando due giocatori si affrontano – è così grande che lo si riuscì a stabilire con precisione solo nel 2016:

208.168.199.381.979.984.699.478.633.344.862.770.286.522.453.884.530.548.425.639.456.820.927.419.612.738.015.378.525.648.451.698.519.643.907.259.916.015.628.128.546.089.888.314.427.129.715.319.317.557.736.620.397.247.064.840.935».

Se si prendessero in considerazione tutte le partite possibili, anche quelle che non avrebbero mai luogo perché del tutto irrazionali, il numero totale sarebbe del tutto incomprensibile, ovvero più di (1010)100, ovvero «una cifra così grande che è fisicamente impossibile scriverla per esteso in forma decimale, perché richiederebbe più spazio di quanto ce ne sia a disposizione nell’universo noto».

È chiaro che per un buon software in grado di giocare a go nemmeno la forza bruta sarebbe sufficiente per mettere in campo una buona strategia di gioco. Non esistono elaboratori dotati di una memoria tale da ospitare tutte le combinazioni di gioco possibili. C’è dunque bisogno di elaborare degli algoritmi che siano in grado di simulare in qualche modo la creatività, ovvero la capacità di non basarsi per le proprie scelte solo su informazioni già note, ma di sapersi avventurare nel territorio dell’inesperienza e dell’inatteso.

Ciò che fecero i programmatori di AlphaGo (l’intelligenza artificiale che sconfigge il campione sudcoreano Lee Sedol nell’ultima parte del libro) fu introdurre nel computer un database di centocinquantamila partite giocate da dilettanti di buon livello. La definirono «rete di policy», in pratica una base da cui partire per passare al livello successivo, ovvero l’autoapprendimento. Tenendo come riferimento la rete di policy, AlphaGo giocò contro sé stesso alcuni milioni di volte. Le prime volte commetteva errori grossolani, che non avrebbe commesso nemmeno un principiante. Poi cominciò ad apportare progressivi miglioramenti alle sue mosse fino ad arrivare a un livello irraggiungibile per qualsiasi essere umano. Imparare dai propri errori significa avere la capacità di dubitare delle cose, anche di quelle che riteniamo inconfutabili. La creatività, in fondo, consiste in questo: essere in grado di riconoscere i propri errori ed esplorare nuove strategie di gioco, più promettenti e fantasiose.

Abbiamo già detto che von Neumann non era bravo a giocare a go. Probabilmente il suo sistema di gioco non gli consentiva di imparare dai propri errori, perché il suo ego stratosferico non gli permetteva di dubitare di sé stesso. Di lui dice Gábor Szegő, il matematico ungherese che lo ebbe come allievo quando era ancora un ragazzo: «Da un punto di vista spirituale era un ignorante, certo, però aveva un’incontestabile fede nella logica. Ah, ma quel tipo di fede è sempre pericoloso! Soprattutto se viene poi tradito. Di ogni cosa si dovrebbe poter dubitare. Mosè ha dubitato persino dell’Onnipotente! E finché il Signore, Egli sia benedetto, non risponde, potrebbe essere il dubitare stesso a salvarci».

Per AlphaGo passare dalla forza bruta all’autoapprendimento implica (per quanto ciò possa significare per un computer) acquisire la capacità di dubitare. Come suggerisce il brano appena citato, il dubbio non è neanche nella religione un indice di apostasia, quanto piuttosto di misticismo. Il mistico è colui che introduce una distanza tra l’umano e il divino per avere la libertà di sceglierlo all’infinito. Come canta Leonard Cohen in Anthem, «There is a crack, a crack in everything / That’s how the light gets in». C’è una crepa, una crepa in ogni cosa, ed è così che la luce entra.

La parte del libro che parla della forza raggiunta da AlphaGo ci offre la chiave di lettura anche per la parte che parla della bomba. Costruire una bomba di una potenza pari a svariate migliaia di tonnellate di tritolo consente di vincere la guerra non tanto per il suo sterminato potenziale di distruzione, quanto grazie alla forza bruta che è in grado di esercitare, e che rappresenta uno spauracchio troppo orripilante.

Quando la bomba fu pronta Hitler era oramai già stato sconfitto. Il Führer si suicidò nel suo ultimo bunker il 30 aprile 1945, ma nel frattempo gli Stati Uniti erano impegnati in combattimenti estenuanti contro il Giappone. Stanco per il protrarsi della guerra (ma più probabilmente desideroso di dare un senso all’enorme quantità di energie e denaro spesi a Los Alamos), Truman decise di dare una dimostrazione di forza al mondo intero, e diede l’ordine di sganciare le bombe sul Giappone. Le bombe non si limitarono a piegare e a umiliare il Giappone, ma lo annientarono letteralmente, togliendogli ogni possibilità di rialzarsi e riprendere a combattere.

Confida Lee Sedol nelle ultime pagine del libro: «Ho cominciato a giocare a cinque anni. All’epoca il go era imperniato sulla cortesia e le buone maniere. Era come imparare una forma d’arte, più che un gioco. Mentre crescevo, ha cominciato a essere considerato uno sport per la mente, ma quella che ho imparato io era un’arte. Il go è un’opera d’arte realizzata da due persone. Adesso è tutto diverso. Dopo l’avvento dell’IA, il concetto stesso del go è cambiato. È una forza devastante. AlphaGo non mi ha sconfitto, mi ha annientato… Dopo l’entrata in scena dell’IA mi sono reso conto di non poter essere più ai vertici… Anche se diventassi il giocatore migliore che il mondo abbia mai conosciuto, c’è un’entità che non può essere sconfitta».

Quando DeepMind, la startup inglese che realizzò AlphaGo, fu acquistata da Google nel 2014 per seicentoventicinque milioni di dollari, in molti si chiesero come avrebbero utilizzato quel software potentissimo: «Avrebbero insegnato a un’intelligenza artificiale a diagnosticare il cancro? Si sarebbero concentrati sulla fusione nucleare? Avrebbero cercato di creare un mezzo di comunicazione fino a quel momento inimmaginabile? Fra gli specialisti il dibattito ferveva, e ognuno scommetteva su dov’era più probabile che si scoprisse un filone d’oro, ma Hassabis non aveva dubbi: avrebbero cominciato con un gioco, il più complesso e profondo che l’umanità avesse mai concepito. Il gioco del go».

Dopo la vittoria su Lee Sedol, ad AlphaGo fu conferito il 9° dan ad honorem. Nell’attestato che accompagnava il riconoscimento, si affermava che AlphaGo aveva raggiunto nell’arte del go un «livello prossimo al territorio della divinità». Non una divinità trascendente, intoccabile, ma anzi una divinità immanente, che nasce dal basso, e di cui non solo – come abbiamo imparato – è lecito dubitare, ma il cui essere oggetto di dubbio costituisce proprio il tratto più caratteristico.

 

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di Andrea Zanni

(Pezza lunghissima e molto personale, leggere con grano di sale).

Il motivo per cui ho una laurea in matematica – il motivo di quei tre anni più uno a loro modo miserabili – è, fondamentalmente, che alle superiori ho letto troppo Borges.

Che è un pessimo motivo per iscriversi a matematica, disciplina verso la quale non sono mai stato portato. Cioè, mi piaceva, ero io che non piacevo a lei.

Ma il punto importante è Borges. Cosa vuol dire? 

Il punto è che Borges è ‘letteratura’, nel senso di finzione. Nel senso di Finzioni.

Letteratura nel senso di smalto: non sul nulla, in questo caso, ma sul reale. Nel senso di colore; nel senso preciso dell’effetto che la letteratura ha sulle persone. 

La letteratura funziona, agisce in noi come altri testi non agiscono: che in sé è una cosa ben strana, che una sequenza di parole agisca in un modo e un’altra sequenza in un altro (ma forse non è strana: è il codice con cui funzioniamo noi umani. È una formula magica, ci vogliono le parole giuste: klaatu varada nikto).

Letteratura come finzione, dicevo, come formula che provoca emozioni ed empatia. Diversamente da tutti quei testi che letteratura non sono, non hanno la giusta disposizione di parole, e la chiamiamo o letteratura mediocre o, nel caso che ci interessa, nonfiction – con o senza spazio, poco importa.

Nonfiction come aderenza al reale, come voler raccontare e spiegare la realtà al meglio delle nostre capacità.

Il telos della nonfiction è spiegare, capire, comprendere. che non necessariamente lo scopo della letteratura. O se lo è, lo è con altri mezzi, e anche altri fini.

Io adoro la nonfiction. Credo di aver letto più pagine di non che di fiction in vita mia. Ma ci sono problemi quando le cose si confondono.

Quando iniziai matematica mi innamorai della fiction della matematica, non di quella vera.

Mi innamorai perché Borges descrisse la gerarchia degli infiniti cantoriani come una dinastia di imperatori cinesi, un perfetto gesto borgesiano e un perfetto esempio di quello che intendo con ‘letteratura’.

Mi innamorai di Borges perché basta leggere il racconto “La biblioteca universale” di Kurd Laßwitz – in teoria il luogo originale dove viene menzionata l’idea matematica della biblioteca di Babele – per rendersi conto che quello che Borges fa è prendere un’idea geniale raccontata male e scrivere uno dei più bei racconti di tutti tempi, per me – umilmente ma ostinatamente – la cosa migliore che io abbia mai letto, di sempre. Un testo che risuona in me come mille campane, che è meno semplice racconto che sentenza, fato.

Laßwitz elabora il concetto, ha l’idea; Borges lo porta alle estreme conseguenze, in un racconto fantastico in cui c’è satira, matematica, psicologia, ironia, claustrofobia kafkiana, linguistica, più un paio di idee geniali buttate lì ed elaborate altrove (fra cui il libro di sabbia). Un testo che è un piccolo universo (che altri chiama la biblioteca).

Questo per dire che, con le dovute e sacrosante proporzioni ecc. ecc., leggendo Maniac di Benjamín Labatut ritrovo lo stesso talento del narratore, lo stesso gesto borgesiano di saper dipingere qualcosa di letteratura. Un gesto per nulla banale: io posso raccontarvi i cazzi miei, ma se lo fa Emmanuel Carrère è un’altra cosa. È il come l’importante, è la solita distanza fra l’idea e l’esecuzione.

Cito Carrère non a sproposito: in V13 decide di prendere una storia importante, una storia parte della Storia come il processo agli attentatori parigini del 2015. Non è Romand, non è Limonov, che prima di lui non conosceva nessuno. Prende una storia enorme e ci si mette in mezzo, prova a raccontarla da par suo.

Trovo quindi coraggiosa allo stesso modo la scelta di Labatut: affrontare la storia dell’uomo più intelligente del secolo scorso, uno che è meno uomo che meteora (sentenza, fato), destinato a illuminare con il suo passaggio tutti i continenti nell’arco della sua orbita. 

Una storia che di suo è incredibile, folle, e che in questi venti anni io ho trovato e ritrovato in diversi libri (fra le cose migliori scritte da Odifreddi, ci sono una manciata di articoli degli anni ’90 su matematica e Borges e uno dedicato a Von Neumann).

Maniac, anche solo nella parte centrale – che è poi quasi tutto il libro – è un Labatut maturo, che affronta il suo Moby Dick. Una storia perfetta per lui, che gli permette di toccare quasi tutti i temi scientifici più importanti del Novecento: la crisi dei fondamenti della matematica, la nascita della bomba atomica, la nascita del computer e della, conseguente, intelligenza artificiale. Ci sono Hilbert, Gödel, Russell, Einstein, Feynman, Turing, Cantor, Wigner, Ulam, Barricelli, Oppenheimer e molti altri.

Labatut è un ossesso vero, colora una storia già conosciuta e la vira e manipola come vuole lui, ma io non ho quasi avvertito, se non a tratti, l’invenzione pura. L’invenzione è ovviamente nel coro polifonico che ci racconta Von Neumann – lui non parla mai direttamente, come un buco nero all’interno del romanzo –, nel creare voci di persone realmente vissute, nel mettergli in bocca frasi che non hanno mai detto o che se hanno detto lui le torce come vuole, come un bonsaista crudele.

Labatut deve amare profondamente il principio d’indeterminazione di Heisenberg, perché tutta la sua letteratura abita lì: non si capisce se sia vera o falsa finché non si va a controllare. Solo in quel caso la funzione d’onda collassa, e capiamo o velocità o posizione della sua parola.

In questa indeterminatezza sta, secondo me, la sua originalità: io non ricordo altri che sia capace di usare la storia della scienza come se fosse mero materiale narrativo, come elfi e draghi per gli scrittori fantasy, o le corna fra professionisti quarantenni che vivono in appartamenti che non si possono assolutamente permettere per gli scrittori italiani.

E se questa è la sua originalità, il suo talento sta nel suo essere uno scrittore vero, capace di capire e poi saper mettere su pagina.

Molte volte, negli anni, ho provato a raccontare parte delle storie raccontate in questo libro: lui con un giro di frase fa meglio di quanto io sia mai riuscito a fare, all’interno di un’architettura lunga e complessa, polifonica appunto, fatta di voci diverse. 

L’appassionato come me queste storie le ha già lette in molti libri (non ultimo lo splendido La cattedrale di Turing di George Dyson, che Labatut poi cita direttamente nei ringraziamenti, e di cui parlai brevemente qui qualche anno fa). Ma mai così.

La sua poetica della follia, paradossalmente, mi interessa di meno, nonostante non sia meno importante e per lui stesso, probabilmente, la cosa fondamentale. Il motivo per cui Maniac è un trittico, e non solo la sua parte centrale.

Solo un ossesso vero potrebbe prendere una storia così importante e arrogarsi il diritto sacrilego di modificarla, farne ciò che fa lui. Labatut è – è sempre stato – blasfemo: dissacra la scienza per farne letteratura. Questo suo furore barbaro è condizione necessaria alla sua creazione, per cui va bene così. Credo sia il motivo per cui stia così antipatico a un certo tipo di lettore: me, ad esempio, la prima volta che l’ho letto.

In questo senso preciso, Labatut è un sacerdote della menzogna, antiscientifico: lui vuole dimostrare, come Lovecraft, che sotto la nostra realtà abitano i Grandi Antichi, e i suoi personaggi sono sì scienziati (fisici informatici ingegneri matematici) ma sono tutti prodigi, geni, folli, deviati, suicidi. Demoni. Se non lo sono stati nella realtà ne accentua la metamorfosi, li torce finché non gridano ciò che vuole lui. È l’inverso esatto della divulgazione scientifica.

È preso come narratore puro che tutto ritorna al suo posto.

Da lettore, e forse un po’ per vendetta, io mi arrogo il diritto di lasciare però le sue ossessioni in secondo piano.

Per la mia storia personale, per come sono fatto io, mi interessa quella zona di frontiera fra fiction e nonfiction, e quindi ho un interesse “tecnico”: come possa uno scrittore rendere così incandescente una biografia, regalare al lettore un paio di pomeriggi brucianti raccontando una storia che è in gran parte vera.

Mi interessa cioè la distanza fra questo libro e tutti gli altri che ho letto prima. Certo, erano libri che cercavano di spiegare, e questo ha altri obiettivi. Still.

La mia impressione – ed è un suo merito – è che Labatut capisca molto bene l’oggetto delle sue storie. La grande letteratura accade quando chi racconta le storie ha abitato un luogo, lo conosce nel profondo, ne sa cogliere e rendere le sfumature. Non credo che in molti sarebbero riusciti mettere in bocca a Szegő – l’insegnante di Von Neumann – queste parole:

Perciò sento di aver fallito con lui, di aver fallito miseramente in ciò che più conta: non sono riuscito a trasmettergli il senso della santità, della sacralità della nostra disciplina. Non gli ho insegnato cosa significa davvero «pura» in «matematica pura». Non è come pensa la gente. Non è conoscenza fine a se stessa. Non è una ricerca di modelli schematici, non è una serie di astratti giochi intellettuali del tutto sconnessi dal mondo reale e dai suoi tanti problemi. È ben altra cosa. La matematica è quanto di più vicino alla mente di HaShem possiamo raggiungere.

Non c’è solo la mano dello scrittore, qui, ma uno sguardo che la precede.

Forse, l’unico rimpianto è che abbia affrontato Gödel così, come un personaggio in secondo piano. ci speravo, sinceramente: avrebbe meritato di essere il suo capolavoro.

Per me, personalissimamente, forse il libro dell’anno. Ci penserò molto.

 

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La torre di Babele della scienza, ovvero quando abbiamo smesso di capire il mondo https://minimaetmoralia.it/altro/la-torre-di-babele-della-scienza-ovvero-quando-abbiamo-smesso-di-capire-il-mondo/ https://minimaetmoralia.it/altro/la-torre-di-babele-della-scienza-ovvero-quando-abbiamo-smesso-di-capire-il-mondo/#respond Mon, 14 Jun 2021 12:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48890 Nell’agosto del 1914, il giovane Adolf Hitler si offre volontario per combattere nell’esercito bavarese, scrivendo una lettera al re Ludovico III di Baviera. La sua richiesta viene accettata immediatamente, e il giovane Adi – come viene affettuosamente ribattezzato dai suoi commilitoni per il suo aspetto minuto – viene inviato a combattere nella celebre battaglia di […]

L'articolo La torre di Babele della scienza, ovvero quando abbiamo smesso di capire il mondo proviene da Minima et Moralia.

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Nell’agosto del 1914, il giovane Adolf Hitler si offre volontario per combattere nell’esercito bavarese, scrivendo una lettera al re Ludovico III di Baviera. La sua richiesta viene accettata immediatamente, e il giovane Adi – come viene affettuosamente ribattezzato dai suoi commilitoni per il suo aspetto minuto – viene inviato a combattere nella celebre battaglia di Ypres, in Belgio, nella quale nel giro di venti giorni morirono circa quarantamila soldati.

Nel pomeriggio del 22 aprile 1915 i soldati francesi videro una gigantesca nuvola verdastra che si avvicinava a loro lentamente, uccidendo tutto ciò che incontrava durante il suo passaggio: piante, animali, uccelli, uomini, insetti. Era una nuvola di gas cloro, un preparato predisposto dal chimico ebreo Fritz Haber, che aveva un potenziale micidiale, e che avrebbe segnato una svolta nelle tecniche di combattimento durante il Primo Conflitto Mondiale.

Siamo nel primo capitolo del libro Quando abbiamo smesso di capire il mondo, di Benjamín Labatut (Adelphi, 2021, trad. it. di Lisa Topi), intitolato «Blu di Prussia»: un libro singolare, costruito in maniera concentrica dal suo autore. Il libro riporta un quantitativo impressionante di fatti che ritornano gli uni sugli altri, ma non per fare chiarezza: al contrario, per dimostrare l’impossibilità di farla.

Si tratta, per ammissione dello stesso autore, di «un’opera di finzione basata su fatti reali», anche se le idee scientifiche che vi sono raccontate sono riportate in maniera pressoché fedele.

Il primo capitolo racconta la storia della creazione di un colore sintetico, appunto il blu di Prussia, inventato per errore all’inizio del XVIII secolo da un fabbricante di pigmenti svizzero di nome Johann Jacob Diesbach. Diesbach cercava in realtà di ottenere il carminio, ovvero un colore rosso ricavato dalla cocciniglia, ma insieme al suo assistente Johann Konrad Dippel (personaggio singolare,al quale si ispirò Mary Shelley per scrivere il suo romanzo Frankenstein) realizzarono un colore blu che rimpiazzò in pittura quello che si era usato fino a quel momento, il blu oltremare.

Labatut racconta questo aneddoto non tanto per le sue implicazioni artistiche (il nuovo colore fu impiegato per la prima volta nella Sepoltura di Cristo dell’olandese Pieter van der Werff per dipingere il velo della Madonna), ma per rendere conto di tutt’altro: l’invenzione del cianuro. In tutto il libro vengono raccontati decine di aneddoti interessantissimi, che sono in realtà il presupposto per parlare di qualcos’altro, e per dimostrare come molto spesso il progresso segua direzioni sghembe, che possono portare molto lontano dal punto di partenza o dall’obiettivo prefissato.

Nel 1782 il chimico Carl Wilhelm Scheele mescolò il blu di Prussia contenuto in un recipiente utilizzando un cucchiaio sul quale erano rimasti dei rimasugli di acido fosforico, e creò in tal modo il veleno più importante dell’epoca moderna, ribattezzandolo «acido prussico». Si tratta della componente basilare del cianuro, ovvero la sostanza utilizzata nei campi di sterminio tedeschi per uccidere gli ebrei, e poi dai nazisti per suicidarsi quando tra l’aprile e il maggio del 1945 le forze sovietiche stavano per entrare a Berlino e rovesciare il Terzo Reich.

Sono fatti come questo quelli che interessano Labatut; queste apparenti contraddizioni che testimoniano l’impossibilità di comprendere le cose in maniera univoca, e suggeriscono un universo complesso, del quale è arduo decifrare le leggi.

Come lo strano caso di Fritz Haber, il chimico che aveva messo a punto il veleno usato proprio nella battaglia di Ypres. Dopo l’armistizio, Haber fu dichiarato criminale di guerra e fuggì in Svizzera. Lì apprese la notizia della vittoria del premio Nobel per una scoperta compiuta molti anni prima. Nel 1907, Haber aveva trovato il modo di estrarre l’azoto direttamente dall’aria, risolvendo in maniera brillante il problema della concimazione delle piante, che a causa della carenza di fertilizzanti al principio del XX secolo rischiava di causare una grave carestia in tutto il mondo. In questo modo consentì alla popolazione terrestre di passare in meno di un secolo da 1,6 a 7 miliardi persone. In realtà con questa scoperta lo scienziato stava tentando di fornire alla Germania l’occorrente per la fabbricazione di esplosivi e polvere da sparo, ma questo conta poco.

Questo capitolo iniziale del libro sul blu di Prussia può apparire marginale rispetto agli argomenti di cui si tratta nel resto dell’opera, ma ha lo scopo di predisporci a un modo di pensare diverso, che sarà necessario per capire quello che verrà dopo.

Nei capitoli successivi si parla di alcuni degli scienziati più geniali degli ultimi due secoli, le cui scoperte misero in luce degli aspetti talmente sconvolgenti della matematica e della fisica che i rispettivi autori abbandonarono le loro carriere scientifiche e si ritirarono a una vita isolata e asociale, per proteggere l’umanità dalle conclusioni angoscianti delle loro ricerche.

Va detto che, per leggere il libro, non è rilevante che il lettore abbia una conoscenza scientifica approfondita di ciò di cui si parla. Anche chi, come me, ne sa poco di matematica e fisica può seguire facilmente ciò che si racconta. Basta avere un’idea generale dei concetti basilari di cui si sta discorrendo. Del resto, Labatut non fornisce troppe spiegazioni che aiutino il lettore ad approfondire la conoscenza degli argomenti trattati. Più che i concetti, gli interessano le conseguenze; più che le teorie, lo affascinano le ripercussioni sul modo di pensare; più delle conoscenze scientifiche, lo appassionano le discussioni che le hanno determinate.

Il cuore del libro è costituito dal quarto capitolo, il più lungo, quello che dà il titolo all’opera, «Quando abbiamo smesso di capire il mondo». In questo capitolo si raccontano le battaglie combattute nei primi decenni del secolo scorso per dare una sistemazione teorica al mondo subatomico con la cosiddetta meccanica quantistica.

Dopo che, per vari secoli, la fisica classica aveva elaborato delle solide teorie sul mondo macroscopico, su ciò che può essere visto e analizzato con strumenti anche particolarmente sofisticati, e vi aveva costruito sopra teorie complesse come quella della relatività, si poneva il problema di comprendere in cosa consistesse esattamente il mondo subatomico, che non può essere analizzato con la medesima facilità.

Furono presentate diverse teorie. Da un lato abbiamo Erwin Schrödinger, un fisico austriaco che mise a punto un’equazione bellissima e ancora valida sulla fisica quantistica e che gli valse il premio Nobel per la fisica nel 1933. Secondo il racconto di Labatut, Schrödinger sviluppò l’equazione in una sorta di trance mistica, uscito dalla quale non riuscì più a ricordare i presupposti che lo avevano portato a formulare tale equazione. Schrödinger, che rielaborò le teorie del principe francese Louis-Victor Pierre Raymond, settimo duca di Broglie, sostenne che le entità del mondo subatomico fossero sia onde sia particelle, applicando concetti ben noti alla fisica classica.

Contro questa teoria combatté con veemenza Werner Karl Heisenberg, il quale asseriva che bisognasse «non solo calcolare, ma pensare in maniera quantistica», ovvero immaginare un mondo che non offriva nessuna certezza ma soltanto probabilità. Heisenberg, la cui teoria prese significativamente il nome di «principio di indeterminazione» non credeva nell’idea che il nucleo di un atomo potesse essere considerato alla stregua di una stella e gli elettroni come pianeti che le girano intorno. Nel mondo subatomico, la realtà non esiste al di fuori dell’atto dell’osservazione. «Un elettrone non si trova in nessun luogo fisso finché non lo si misura: appare soltanto in quell’istante». Un elettrone non si trova in un unico luogo e non ha una sola velocità. Heisenberg «aveva scoperto che alcune proprietà di un oggetto quantistico – come la posizione e la quantità di moto – erano accoppiate e obbedivano a una stranissima relazione. Quanto più precisa era l’identità di una di esse, tanto più incerta era l’altra». Tentando infatti di osservare la posizione dell’elettrone se ne alterava la quantità di moto e viceversa. Il mondo quantistico era un mondo dominato esclusivamente dalla probabilità.

Era, a tutti gli effetti, la fine del determinismo. Anche perché Heisenberg affermava che quei principi potevano applicarsi tanto al mondo subatomico quanto a quello macroscopico, con la differenza che gli effetti di tale teoria erano impercettibili per un corpo di dimensioni elevate, mentre erano enormi per una particella piccolissima.

Einstein non riusciva ad accettare questa interpretazione, perché riteneva che la fisica dovesse parlare in modo oggettivo, di cause ed effetti, non solo di probabilità. Ma dopo aver tentato senza successo di sollevare obiezioni alla teoria quantistica formulata da Heisenberg, espresse il suo dissenso pronunciando una frase che sarebbe diventata famosa nella storia della fisica: «Dio non gioca a dadi con l’universo!».

È un mondo che non siamo più in grado di capire. Facciamo ipotesi, ci basiamo su di esse e formuliamo teorie. A volte queste teorie funzionano, e sulla base di esse mettiamo a punto dispositivi che fino a un secolo fa sarebbero stati ritenuti miracolosi. «Quand’è che abbiamo smesso di capire il mondo?», si chiede Labatut. Probabilmente non è possibile stabilire un momento esatto in cui abbiamo cessato di credere a quello che vedevamo. Chi avrebbe mai pensato che a partire da un colore, il blu di Prussia, si potesse predisporre un veleno micidiale come il cianuro? Chi poteva ipotizzare che nel 1945 quella stessa sostanza, che sotto forma di Zyklon Baveva sterminato milioni di ebrei nelle camere a gas, sarebbe stata ingerita dai gerarchi nazisti per non essere catturati vivi dalle truppe sovietiche alle porte di Berlino? A chi poteva venire in mente che un criminale di guerra come Fritz Haber, dopo aver messo a punto un veleno micidiale che avrebbe falcidiato le truppe nemiche senza pietà, avrebbe vinto il premio Nobel per una delle scoperte più importanti del secolo scorso?

Se la realtà è ciò che noi percepiamo e la verità è ciò che esiste davvero, nella scienza moderna non è sempre facile comprendere se ciò che viene ritenuto vero sia anche reale. È un aspetto che ha ben descritto Michael Berry, professore di fisica presso l’Universitàdi Bristol, in un post apparso lo scorso anno sul blog Physics World, consultabile all’indirizzo https://physicsworld.com/a/true-but-not-real:

Non c’è nessuno specchio d’acqua che riflette la luce su una strada arroventata, nessuna fata morgana che si libra sull’orizzonte polare, nessun vostro sosia nello specchio, nessun omino dentro la vostra TV. Queste interpretazioni sono false, ma le nostre percezioni sono reali.

Mi viene da pensare che con la fisica avviene l’opposto. Confrontiamo le nostre teorie con l’osservazione e gli esperimenti, e se corrispondono (anche se talvolta in modo impreciso), noi dichiariamo legittimamente che le leggi fisiche sono vere. Ma la domanda «È reale?» rimane senza risposta.

Nella fisica classica il divario tra ciò che è vero e ciò che è reale è più ridotto. L’osservazione dei fenomeni è più semplice, e quando una teoria viene ritenuta vera è molto più facile che sia ritenuta reale anche dalla percezione dell’uomo. Nella fisica subatomica, più si scende in profondità e più le teorie sviluppate non corrispondono a fenomeni che possano essere percepiti direttamente dall’esperienza umana, ed è quindi molto più complicato stabilire se siano o meno reali.

Il divario che si è venuto a creare tra ciò che è vero e ciò che è reale è forse il punto a partire dal quale, secondo Labatut, abbiamo progressivamente smesso di capire il mondo.

Nell’epilogo del libro, intitolato «Il giardiniere notturno», ci troviamo in Cile, il paese natale dell’autore, in un villaggio che si popola solamente nei mesi estivi. Nel villaggio ci sono molti giardini, ma le piante stanno tutte morendo, infestate da un parassita invisibile che ne ha intaccato i tronchi e ha tinto di grigio il verde del fogliame. L’atmosfera è notturna, il clima mite, il male che sta divorando l’ambiente circostante sembra come magicamente addormentato. Il narratore, durante una passeggiata di notte insieme al proprio cane, incontra un giardiniere intento nelle sue attività. L’uomo gli spiega che è consigliabile eseguire di notte determinati lavori sulle piante, perché anche le piante dormono, e soffrono meno nel caso in cui si debba spostarle. Dopo aver chiacchierato un po’, l’uomo gli racconta di essere stato per metà della sua vita un matematico brillante, ma che a un certo punto aveva preferito abbandonare tutto e darsi alla botanica.

Il giardiniere sosteneva che «era la matematica – non le bombe atomiche, i computer, la guerra biologica o l’apocalisse climatica – che stava cambiando il nostro mondo, al punto che, nel giro di vent’anni al massimo, non saremmo più stati capaci di capire che cosa significa essere umani». Non solo gli scienziati, ma neanche la gente comune sarà più in grado di capire il mondo.

Fa l’esempio della fisica quantistica: sta alla base di internet e dei telefoni cellulari, eppure nessuno l’ha mai capita fino in fondo. Un complesso di teorie complicatissime che mette a dura prova la comprensione anche nelle intelligenze più luminose, e che fa perdere lentamente il contatto con la realtà, rendendo arduo stabilire se ciò che dalla scienza viene ritenuto vero possa essere considerato anche reale.

A un certo punto il narratore chiede al giardiniere come avrebbe potuto fare per capire quanto rimanesse da vivere al suo albero di limone. Il giardiniere risponde che l’unico modo per saperlo sarebbe stato quello di tagliare il tronco per contarne gli anelli. Ma chi farebbe mai una cosa del genere? Uccidere una pianta per vedere quanto le resti da vivere?

La stessa cosa forse vale per la scienza. Se per comprendere i principi matematici e fisici occorre sezionare la realtà per guardarci dentro, smontarne i meccanismi più minuscoli per decifrarne le regole a costo di infrangerne i congegni più delicati, forse conviene rinunciare e sfruttare le risorse del mondo senza tentare di capirle, per ciò che ci elargiscono naturalmente, senza indagare troppo sulle leggi che le governano. Mantenerle intere e goderne i frutti, gustarne la bellezza, curando, per esempio, le piante con amore, proprio come fa il giardiniere notturno.

O forse, nonostante tutto, è necessario rischiare, senza lasciarsi intimorire dalle difficoltà; indagare nei recessi più insondabili della materia, scalare i vertici più impervi dell’astrazione, osare vedere dentro alle cose, arrampicarsi sulla torre di Babele per conoscere i segreti del cielo, anche a costo di non riuscire più a comunicare, anche a costo di non sapere più nulla, anche a costo di non capire più il mondo.

 

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Quando abbiamo smesso di capire il mondo: intervista a Benjamín Labatut https://minimaetmoralia.it/interviste/quando-abbiamo-smesso-di-capire-il-mondo-intervista-a-benjamin-labatut/ https://minimaetmoralia.it/interviste/quando-abbiamo-smesso-di-capire-il-mondo-intervista-a-benjamin-labatut/#respond Fri, 21 May 2021 06:30:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48736 ©fotografia di Juana Gómez di Francesca Pellas La matematica, la fisica, la geometria sono discipline fatte di logica, di rigore, della più pura razionalità. Così siamo abituati a pensare noi che le vediamo da fuori. Chi le vede — chi le vive — da dentro prova invece a farci arrivare un messaggio diverso, a lanciare […]

L'articolo Quando abbiamo smesso di capire il mondo: intervista a Benjamín Labatut proviene da Minima et Moralia.

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©fotografia di Juana Gómez

di Francesca Pellas

La matematica, la fisica, la geometria sono discipline fatte di logica, di rigore, della più pura razionalità. Così siamo abituati a pensare noi che le vediamo da fuori. Chi le vede — chi le vive — da dentro prova invece a farci arrivare un messaggio diverso, a lanciare un segnale sonoro da quel sottomarino aeronautico che è il grande mondo dei numeri. E il messaggio è che per entrarci, nel mondo dei numeri, c’è bisogno di un’unica cosa, purché in dosi eccezionali: una potente immaginazione. Di più: per andare verso l’ignoto serve una devozione, una passione che possegga le menti. “Fare matematica è come fare l’amore”, diceva Alexander Grothendieck, il matematico apolide che rivoluzionò il modo di intendere lo spazio e la geometria, e che prima di ritirarsi a vivere da eremita in un villaggio della Francia aveva sedotto uomini e donne per molti anni, facendo l’amore con tutti.

Un professore californiano, sentendolo parlare a una conferenza, aveva commentato: “La mia prima impressione fu che fosse stato trasportato sul nostro pianeta da una civiltà aliena di un sistema solare lontano, per accelerare la nostra vita intellettuale”.

Il punto culminante delle ricerche di Grothendieck è un concetto che lui chiamava “il cuore del cuore”, un’entità situata al centro dell’universo matematico della quale ci arrivano solo riflessi lontani. La sua è una delle vite di grandi matematici e fisici raccontate dallo scrittore cileno Benjamín Labatut in un libro a metà tra saggio e romanzo che s’intitola Quando abbiamo smesso di capire il mondo, pubblicato da Adelphi nella traduzione di Lisa Topi. Un oggetto narrativo enormemente affascinante, che si legge conquistati, come se si avesse tra le mani il più avvincente degli intrighi, e che getta luce sulle storie e gli studi — e i metodi d’indagine da posseduti — di alcune delle menti più rivoluzionarie d’Europa (con un’incursione in Giappone): Karl Schwarzschild, Erwin Schrödinger, Werner Heisenberg, Louis de Broglie, Shinichi Mochizuki e altri alieni lanciati su questo pianeta dallo spazio, o da chissà quale universo, per dirci che passato, presente e futuro rimarranno sempre al di là di ogni comprensione, a meno di non tirarsi fuori l’anima dal corpo e gettarla oltre il reale, verso una visione.

Labatut stesso è quanto di più lontano ci si possa aspettare quando si pensa all’autore di un libro del genere: quarantenne, capelli al vento, tatuatissimo, vive tra Santiago e un piccolo paese nelle montagne del sud del Cile con la moglie artista e la figlia piccola. L’ho raggiunto per provare a indagare insieme alcune di quelle menti, e dove possibile la sua.

Hai raccontato che la spinta a scrivere questo libro è arrivata dopo una crisi vissuta poco prima di compiere trent’anni, un periodo in cui avevi fatto esperienze estreme, “scelte molto stupide”, e “giocato” con la tua mente più di quanto avresti dovuto. C’è la possibilità che tu sia disposto a dire qualcosa di più, e di come quel momento abbia contribuito a farti diventare lo scrittore che sei?

Non è saggio parlare troppo di queste cose. Dovrebbero rimanere “tesori” personali, soprattutto per la difficoltà che si ha a metterli in parole. Basta dire che sono venuto meno al buon senso, e così facendo ho acquisito consapevolezza di una serie di abitudini e circuiti mentali che abbiamo tutti, e che diamo per scontati. Ed è stato molto doloroso. Sono cose che stanno nel “dietro le quinte” della nostra mente, “programmi” che ci permettono di vivere normalmente, in pace e tranquillità, nella versione di mondo che abbiamo creato per noi stessi. Chi pratica il buddismo capirà cosa intendo: è una decostruzione degli schemi mentali, che mette a nudo il terreno in cui si formano. Se uno danneggia questi meccanismi automatici, farà esperienza di una profonda bizzarria, che può essere allo stesso tempo splendida e terrificante. Sono felice di essere stato abbastanza pazzo da infliggermi una cosa simile: mi ha cambiato in maniera profonda, e mi ha aiutato a diventare la persona e lo scrittore che sono oggi. Sono però anche molto grato di non aver dovuto pagare un prezzo troppo alto. Non ho perso la testa, ma ho guadagnato una certa sensibilità verso alcune idee lontane a molte persone. Ad esempio il vuoto e il sunyata: la vacuità o vuoto gravido, come lo teorizzò Nagarjuna, e che prima di allora mi sembrava inconcepibile. Sicuramente è stato il momento più significativo della mia vita adulta, ma adesso, a dieci anni di distanza, è solo un ricordo lontano a cui non vorrei mai fare ritorno.

Da molto tempo in Occidente, specie in Europa, abbiamo perso contatto con tutto ciò che non è puramente razionale. Come se ogni cosa potesse essere ridotta a un unico livello, quello logico. Invece mi sembra che in molte altre culture — in Sud America, e in quel mondo dentro al mondo che è lo sterminato continente asiatico — non sia così: che anzi sia viva, rispettata e nutrita la possibilità che esistano altri piani del reale. Ci penso spesso, e ci pensavo leggendo il tuo capitolo sulla conferenza di Solvay del 1927, quando racconti delle enormi difficoltà che incontrarono Bohr e Heisenberg nello spiegare agli altri scienziati presenti che “semplicemente, là fuori non esisteva un ‘mondo reale’ che la scienza potesse studiare”. Forse abbiamo smesso di capire il mondo nel momento in cui abbiamo smesso di credere alla magia?

Be’, devo dissentire: sono un praticante della cosiddetta “magia del caos”, una forma di magia rituale (nata in Inghilterra, ndr) che fa parte della tradizione dell’occultismo occidentale. Questo fa da necessario contrappunto agli altri miei interessi, più razionali. L’Europa ha una meravigliosa e secolare tradizione dell’occulto, che ha vissuto una rinascita molto interessante nella prima metà del XX secolo. Quando si tratta di pensiero magico o di ragione, siamo tutti più o meno sulla stessa lunghezza d’onda, non penso ci sia una grande differenza tra i continenti e le culture. Esistono modi antichi di concepire e vedere il mondo che coesistono con altri più moderni, assennati e razionali. Sono affascinato dalla magia, ma è un argomento su cui bisogna essere molto cauti, perché è un terreno pericoloso. Io la vedo come una via per esplorare i luoghi che abbiamo dentro; un modo giocoso di mettere da parte la ragione, mantenendo la mente aperta come bambini. Sono convinto che sarebbe un bene per tutti se avessimo una sorta di doppia nazionalità: dobbiamo conoscere e comprendere i paradigmi razionali della scienza, e dobbiamo anche vivere e fare esperienza (non solo con la mente, ma con il corpo) delle meraviglie dell’irrazionale, delle profondità dell’inconscio, dei paesaggi onirici della coscienza alterata.

Il problema, per come la vedo io, è che le persone con una mente scientifica e razionale non riescono ad aprirsi a modalità di pensiero disorganizzate e a prospettive caotiche, afferenti alla magia. Ma quello che c’è all’estremo opposto — religiosi accaniti, astrologi sempliciotti, squinternati con una passione per le teorie cospirazioniste — può essere molto peggio. Come ha detto una volta Robert Anton Wilson, che è uno dei miei miti, una persona che adoro e verso cui ho un debito enorme: “Se ti addentri nel regno della magia senza la spada della ragione, perderai la testa; allo stesso tempo, se porti con te solo la spada, senza il calice della compassione, perderai il cuore. Ma soprattutto, se entrerai senza la bacchetta dell’intuito, potresti rimanere in piedi sulla soglia per decenni, senza renderti conto di essere arrivato”. Penso che la magia sia più che mai viva, semplicemente oggi chiamiamo le cose con nomi diversi: arte e scienza.

Nel libro scrivi che Karl Schwarzschild era cresciuto con l’ossessione per la luce. E la luce, nelle parole di Louis de Broglie, rappresenta l’oggetto più prezioso della fisica. La tua ossessione da piccolo qual era?

Ho un’ossessione faustiana per l’assoluto, un desiderio di comprenderlo, una brama quasi oscena di avvicinarmici. Mi imbarazza confessarlo, ma la verità è che da piccolo volevo sapere tutto di ogni cosa. Giungere alla semplice e ovvia verità che non era possibile è stato uno choc enorme, e accettarlo mi è costato molta fatica. Questo la dice lunga sulla mia megalomania, ma spiega anche perché sono così attratto da personaggi come Alexander Grothendieck, che si avventurò per quella strada in senso totale. Mi rendo conto che non dovrei essere così aperto a raccontare queste cose: dagli scrittori ci si aspetta che siano ironici, distaccati, scettici e per nulla spirituali. E a dire il vero io sono anche tutte quelle cose, se non altro perché la letteratura è un magnifico antidoto contro ogni dogmatismo: se è buona letteratura, mostra le cose nella loro complessità, nella loro meraviglia e nelle loro contraddizioni, e l’immagine del mondo che ne esce non può essere ridotta ad alcun tipo di sistema. La gioia e la ricchezza della letteratura stanno in questo, ovvero nel suo essere priva di ciò che abbonda altrove: certezze, metodo, confini che separano ciò che è vero da ciò che è falso. Naturalmente ho abbandonato le mie fantasie infantili, eppure conservo alcune di quelle illusioni e continuo a essere affascinato dal mistero. Come ha detto Michael Faraday: niente è troppo bello per essere vero.

Gli scienziati che hai scelto di raccontare hanno in comune due cose.
1) Un’ossessione, di nuovo. L’amore per ciò che studiano è così intenso che spesso non li fa mangiare, non li fa dormire, e li fa precipitare in uno stato emotivo tormentato da cui capita che emergano con una scoperta, come se tornassero da un viaggio psichedelico all’interno della loro mente, o in qualche tasca segreta della conoscenza.
2) La capacità di disancorare la loro immaginazione, diventando così liberi di navigare l’ignoto. Tendiamo a immaginare la matematica e la fisica come qualcosa di razionale e metodico: invece qui appaiono vaste e piene di poesia, l’opposto della razionalità.

Per dare una risposta breve: la matematica e la fisica sono piene di bellezza e di poesia, e hanno anche un legame profondo con quegli aspetti del mondo che per loro natura sembrano sfidare o espandere i limiti della ragione. Pensa ai teoremi di incompletezza di Gödel. Pensa alle regioni rarefatte dello spazio-tempo create da un buco nero. L’unica ragione per cui la maggior parte della gente (me compreso, ammetto) non percepisce subito la meraviglia e la poesia della fisica e della matematica è che la loro bellezza si esprime in una lingua magnifica, a cui però non abbiamo accesso. Siamo analfabeti, nel vero senso della parola: non riusciamo ad accedere al suo significato. Io so che c’è, perché credo alle persone che riescono a vederlo e le ho ascoltate, e cerco semplicemente di seguirne le orme, di mettere qualcosa di tutto ciò in parole, ben sapendo che si tratta di un compito quasi impossibile.

Yuichiro Yamashita, uno dei pochi matematici al mondo a dire di aver compreso la teoria inter-universale di Teichmüller sviluppata da Shinichi Mochizuki (definita da alcuni studiosi “una teoria proveniente dal futuro”), ha spiegato che, in buona sostanza, Mochizuki “ha dato vita a un intero universo, del quale, al momento, è l’unico abitante”. Come immagini quell’universo?

Ah, va totalmente al di là della mia immaginazione. Ed è proprio il motivo per cui questa storia mi affascina così tanto. Ma è già successo, più e più volte, durante questo lungo purgatorio che è la storia degli eventi in cui ci troviamo immersi: quando l’Europa ha “scoperto” l’America; quando ci siamo resi conto che quei puntini in cielo erano altre galassie al di fuori della nostra, e da lì abbiamo cominciato a scoprire l’inimmaginabile vastità dell’universo fisico; quando abbiamo osservato un atomo da vicino e ci abbiamo trovato dentro una struttura, e un vasto e furibondo vuoto laddove pensavamo non ci fosse nulla… quando gente come Freud e Jung ci ha fatto vedere la nostra mente in modi nuovi. Questa nostra realtà a matrioska, questa complessità che sembra non avere fine, è qualcosa che deve esserci rammentata di continuo, perché fa da necessario contrappunto alla grigia — anche se importante — realtà quotidiana, ovvero il fatto che per vivere dobbiamo mangiare, lavorare, cagare, scopare, abbracciarci, bere e respirare.

A proposito: Grothendieck, diceva che fare matematica è come fare l’amore. E poi diceva anche: “Non è l’ambizione né la smania di potere a spronarmi. È la chiara percezione di qualcosa di grande, di molto reale e molto delicato al tempo stesso”. Da qui si arriva al suo concetto di “motivo”, ovvero “un fascio di luce capace di illuminare tutte le incarnazioni possibili di un oggetto matematico”. Il “cuore del cuore: un’entità situata al centro dell’universo matematico, della quale non ci arrivano che riflessi lontani”. Hai mai pensato: e se questo cuore del cuore fosse Dio? O, almeno, qualcosa di altrettanto sfuggente e fondamentale, come l’amore?

Credo che per molti di noi la parola “dio”, o i concetti associati a questa parola, siano ormai talmente impoveriti che possiamo vedere molto più in là, e più in profondità, se ci limitiamo a ignorare quell’idea. Sono più le cose che nasconde di quelle che mostra. Io stesso ho conosciuto la fede, così come ho provato che cosa succede quando “dio” si allontana da te. Ammetto però che sono contento si sia allontanato, e contento che il mio fervore religioso mi abbia colto quando ero ancora molto giovane, intorno ai 17 anni, così adesso mi sento vaccinato contro la religione: non mi “prenderò” un’altra volta Gesù, o almeno spero. Eppure, malgrado questo, o forse grazie a questo, condivido la stessa sete di conoscenza di Grothendieck, e ho molta nostalgia per ciò che ho perduto. Oggi sono decisamente più libero, e non vorrei mai fare di nuovo esperienza di quella fede cieca (“cieca” è la parola su cui porre l’accento, qui). Non credo in “dio”, ma continuo a cercarlo/cercarla, proprio come continuo a scrivere anche se ho perso fiducia nel valore e nel significato della letteratura; seguito a farlo con la speranza che un giorno, foss’anche solo per una riga o due, o per una sola parola, quelle cose irrimediabilmente perdute si riuniranno un’ultima volta, e io potrò morire in pace. O gridando. Non si può mai sapere.

Niels Bohr, il maestro e mentore di Heisenberg, gli instillò l’idea che quando si parla di atomi il linguaggio si può usare unicamente come poesia. E qualche anno dopo sarà Heisenberg a dire a Bohr che i gli oggetti quantistici non hanno un’identità definita, ma, al contrario, “abitano uno spazio di possibilità”, al centro del quale esiste una sola costante: il puro caso.
Ho avuto l’impressione (correggimi se sbaglio) che tu sia più affezionato a questi modi di approcciarsi alla visione dell’universo, rispetto a quelli che ricercano una “realtà solida e inequivocabile”, come quella che speravano di scoprire Einstein and Schrödinger.

No, sono affezionato a entrambi gli approcci! Il grande insegnamento che ho tratto da Bohr è l’importanza della complementarità. L’idea che abbiamo bisogno di diversi modelli, anche contraddittori, per comprendere la nostra realtà così complessa. Il contrario (o questo o quello, o da una parte o dall’altra) per me non funziona. Capisco che possa essere necessario, e capisco anche che le nostre vite siano governate da questa polarità, ma credo che farebbe bene a tutti mettere in pratica il modo di pensare di Bohr in tutti gli ambiti della vita: nel quotidiano, nelle nostre credenze, nelle nostre imprese intellettuali. Se dovessi creare un decalogo utile all’esistenza, inserirei senz’altro la complementarità di Bohr tra i dieci comandamenti da incidere nella pietra: le visioni opposte ci restituiscono un’immagine del mondo più completa. E, paradossalmente, una di quelle visioni è l’idea che ci dovrebbe essere una solida e inequivocabile realtà.

Tra le teorie e i misteri che, ancora oggi, costituiscono un territorio d’indagine oscuro per la scienza, ce n’è qualcuno che ti affascina in modo particolare?

Sicuramente la coscienza, il mistero più grande che esista. Non credo che la scienza abbia gli strumenti adatti, o anche solo il barlume, il principio di una qualche comprensione, per potersi avventurare in quell’immensità lì. So che molte ricerche si stanno concentrando su questo, eppure mi sembra che la coscienza ci metta di fronte a delle domande che sono destinate a rimanere senza risposta per sempre. Anche l’esperienza psichedelica va al di là delle possibilità di comprensione di cui dispone la scienza in questo momento. Chiunque abbia sperimentato i lampi intensi e strabilianti dati dal DMT sa di che cosa parlo: non riesco nemmeno a immaginare come si potrebbe dare una forma a quella follia. Io ci ho provato, e non ho ancora trovato il modo di scrivere di ciò che è successo a me. Perciò forse è meglio lasciar perdere. Forse dovremmo lasciar riposare in pace quei cani mezzi elfi e mezzi alieni.

Da fan della serie tv Fringe, e da amante di tutto ciò che concerne la teoria del multiverso, non posso non chiederti se hai intenzione prima o poi di scrivere di questo: del multiverso, appunto, o della teoria delle stringhe, o di qualunque cosa si avvicini a quel regno. Tocchi vagamente questi temi nel segmento dedicato a Karl Schwarzschild (nel senso che gli studi che porteranno alla teorizzazione dei buchi neri e delle loro “proprietà” fioriranno proprio dalle sue teorie), così come, da lontano, nella parte dedicata a Heisenberg, ma in questo libro non approfondisci. Ti chiedo perciò se sono temi che ti affascinano, magari per un prossimo libro. Ma se così non fosse, quali sono le altre declinazioni di questo tuo grande amore per la scienza (tu lo definisci ossessione) che avremo il piacere di leggere in futuro?

A livello narrativo non amo il multiverso, o l’idea dei viaggi nel tempo. Ciò che ne viene fuori di solito sono prodotti fatti male, quando non tremendi, a eccezione di un paio di casi eccezionali come Mattatoio 5, Il giorno della marmotta, Rick e Morty. Si può arrivare al multiverso in vari modi: uno è prendere l’equazione di Schrödinger alla lettera, ipotizzando che la gamma di possibilità che descrive siano tutte realizzate. Quest’idea viene da un personaggio molto affascinante: Hugh Everett III, il fisico americano che ha postulato l’interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica, secondo cui, per dirla in breve, ogni volta che si verifica un evento quantistico, da lì si diramano molteplici “mondi”; ogni possibilità diventa reale. Fu il modo in cui Everett interpretò la stranezza della funzione d’onda, la sua maniera di dire che una particella non sceglie un percorso a caso, ma percorre tutti quelli possibili. La novità di Everett era che nella sua teoria esiste un infinito diramarsi delle realtà. Fu deriso, e le sue idee caddero nel dimenticatoio per decenni. In seguito lavorò per il Pentagono, scegliendo i target dei missili nucleari americani.

Provò a cercare un modo o dei modi per predire il futuro, e questa diventò la sua ossessione. Morì poco dopo che le sue idee erano tornate a galla grazie a una nuova generazione di fisici. Ma non vide mai gli effetti della sua teoria dei molti mondi sulla narrativa, la cultura e la scienza del ventesimo secolo. Quando morì, il figlio lo trovò immobile a letto, girato su un fianco, abbigliato di tutto punto con giacca e cravatta, come ogni altro giorno della sua vita. Il ragazzo provò a scuoterlo, ma il rigor mortis gli aveva già irrigidito il corpo; il figlio disse poi che quella fu l’unica volta in cui aveva avuto un contatto fisico con il padre. La figlia di Everett, Elizabeth, tentò il suicidio otto volte. Ci riuscì nel 1996. Sul biglietto di addio che lasciò c’era scritto che avrebbe incontrato suo padre in un mondo parallelo.

Ma per rispondere alla seconda parte della tua domanda: il mio prossimo libro sarà sull’intelligenza, umana e non. Parlerà dell’essere umano più intelligente del ventesimo secolo, e della sua inevitabile reincarnazione del ventunesimo.

Hai altre grandi passioni oltre alla scienza, la scrittura e il giardinaggio?

Pratico jōdō and iaidō: la via del bastone e la via della spada. Cammino per ore nella foresta, qui nelle montagne del sud del Cile, con la katana al mio fianco, tagliando ramoscelli e infilzando foglie e bacche. Da quando è iniziata la pandemia, avendo molto tempo a disposizione, mi è nata un’ossessione per le mie due spade. Perciò me ne vado in giro per questo paesino — per fortuna quasi del tutto disabitato — abbigliato come un samurai, con sommo imbarazzo di mia figlia. Non incontriamo quasi mai nessuno, quindi non è poi questa gran follia. I pochi vicini che abbiamo (perlopiù anziani che svernano qui in attesa della fine della pandemia) pensavano che fossi pazzo anche prima, la spada non è che una conferma.

Mi piacerebbe sapere com’è la tua routine di scrittura, nei suoi vari aspetti: come fai ricerca e quando concretamente ti metti a scrivere, e com’è una tua giornata tipo quando sei nel pieno della scrittura.

Ho un altro lavoro, perciò scrivo quando posso. Prima del Covid lo facevo appunto dopo l’orario d’ufficio: magari prima di tornare a casa per stare con mia moglie e mia figlia avevo un’ora o due, e le passavo a scrivere in qualche caffè. Mi piace molto essere circondato da altra gente, mi concentro meglio. Non ho mai avuto uno studio, e nemmeno a casa ho una sedia comoda o una scrivania. Tanti anni in ufficio, seduto a guardare lo schermo di un computer, mi hanno completamente rovinato la schiena, quindi adesso scrivo in piedi: a Santiago lo faccio su un ripiano un po’ alto della cucina. Ma è da un anno ormai che siamo nella casa in montagna, e qui per alzare il portatile uso le scatole dei puzzle di mia figlia. Questa abitudine ha portato a un incontro interessante. Lo scorso autunno, quando la maggior parte dei fiori ha iniziato ad appassire, i colibrì che di solito sfrecciano in giardino, non avendo abbastanza di cui nutrirsi, hanno iniziato a volteggiarmi tra le braccia: questo perché sulle scatole dei puzzle che uso come scrivania rialzata sono disegnati dei fiori colorati. La vita dei colibrì è frenetica, scandita da una fame costante, e da questi minuscoli cuori che compiono più di mille battiti al minuto. Devono mangiare continuamente, altrimenti muoiono. In maniera simile, a me le idee vengono mentre cammino nella foresta, con il binocolo da un lato e una lente d’ingrandimento dall’altro, insieme ai miei due cani. Se non potessi farlo credo che morirei in fretta, proprio come i colibrì.

C’è qualcosa che ti fa paura?

La pazzia, naturalmente. È presente nella mia famiglia.

Una cosa che ti rende felice.

I cani. Specialmente la mia adorata Kali, un West Highland Terrier: mi vuole bene in una maniera che sfida le leggi dell’universo. Ogni mattina quando mi sveglio mi balza addosso e si rifiuta di scendere finché non l’ho coccolata un po’; non mi lascia nemmeno prendere il telefono per spegnere la sveglia. E se non mi vede anche solo per una ventina di minuti, viene a cercarmi con qualche regalino: un calzino, uno dei suoi giochini, o magari una foglia… qualunque cosa riesca a portarmi, e me la dà come se mi stesse donando oro, incenso e mirra.

 

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