Benjamin Netanyahu Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/benjamin-netanyahu/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:02:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Benjamin Netanyahu Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/benjamin-netanyahu/ 32 32 La sinistra italiana e Israele https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-sinistra-italiana-e-israele/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-sinistra-italiana-e-israele/#comments Wed, 16 Mar 2016 13:30:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30292 Riprendiamo un intervento di Alessandro Leogrande apparso su Lo Straniero.

C’è una linea di frattura che corre attraverso Israele e il mondo della diaspora ebraica, in questi anni. Essa può essere illustrata da due episodi recenti.

Il primo. L’11 gennaio 2015, a pochi giorni degli attentati terroristici nella redazione di Charlie Hebdo e nell’Hyper Cacher di Porte de Vincennes, si tiene a Parigi l’imponente manifestazione cui partecipano oltre tre milioni di persone. A sera, il premier israeliano Netanyahu si reca per una commemorazione delle vittime nella grande sinagoga, e qui ricorda a “ogni ebreo e ogni ebrea che vorrà fare l’aliyah in Israele” che “verranno ricevuti da noi a braccia aperte e con calore. Non arriveranno in un Paese straniero, ma nella Terra dei Padri.”

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rabinandarafat

Riprendiamo un intervento di Alessandro Leogrande apparso su Lo Straniero.

C’è una linea di frattura che corre attraverso Israele e il mondo della diaspora ebraica, in questi anni. Essa può essere illustrata da due episodi recenti.

Il primo. L’11 gennaio 2015, a pochi giorni degli attentati terroristici nella redazione di Charlie Hebdo e nell’Hyper Cacher di Porte de Vincennes, si tiene a Parigi l’imponente manifestazione cui partecipano oltre tre milioni di persone. A sera, il premier israeliano Netanyahu si reca per una commemorazione delle vittime nella grande sinagoga, e qui ricorda a “ogni ebreo e ogni ebrea che vorrà fare l’aliyah in Israele” che “verranno ricevuti da noi a braccia aperte e con calore. Non arriveranno in un Paese straniero, ma nella Terra dei Padri.”

Allorché il rabbino Moshe Sebbag gli ha risposto: “La nostra casa è la Francia”. Per giorni, a margine del dibattito sulla natura del terrorismo dello Stato islamico, sulla guerra globale in atto, sul diritto di satira di “Charlie” se ne apre un altro, solo apparentemente più ristretto, sul rapporto tra Israele e il mondo ebraico francese (e più in generale europeo). Dove corre il discrimine dell’identità e dell’appartenenza? Può il premier dello stato israeliano parlare a nome di tutti gli ebrei del mondo? Quali sono oggi i tratti salienti della diaspora? Come vive questa il nuovo antisemitismo? Per la cronaca, proprio nel corso del 2015 il numero degli ebrei francesi che si sono trasferiti in Israele è nettamente aumentato…

Il secondo è più recente. A fine gennaio, negli stessi giorni in cui alla Statale di Milano viene conferita la laurea honoris causa a Amos Oz, in Israele il gruppo di estrema destra “Im Tirtzu” lancia una campagna contro David Grossman, Abraham Yehoshua e lo stesso Oz, definendoli “talpe nella cultura”, e accusandoli – in pieno stile maccartista – di essere dei traditori, per il solo fatto di essere storicamente vicini alla sinistra del paese, e continuare a credere nella soluzione dei “due stati”.

I due episodi, più o meno a un anno di distanza, evocano un cumulo di confusioni e sovrapposizioni, spesso reciproche. Chi oggi difende il progetto di Grande Israele portato avanti dal governo di Netanyahu, e da una destra spostata sempre più a destra, oltre a rigettare nella pratica ogni passo verso la soluzione dei “due stati” (oggi indebolita anche a causa delle fratture interne al mondo palestinese), produce intenzionalmente una costante identificazione tra Israele, stato ebraico, mondo ebraico al di fuori del paese e adesione incondizionata alle politiche di questo governo. Chi viene meno all’ultima adesione, risale presto l’intera catena (data per oggettivamente logica) fino a essere associato alla categoria di traditore, se non addirittura a quella di antisemita.

Viceversa, rovesciando la stessa catena logica, ma in fondo sussumendola in toto nei propri ragionamenti, chi critica le politiche di questo governo, spesso arriva a sparare a zero non solo contro l’intero progetto dello Stato israeliano, ma contro gli “ebrei” in quanto tali. Nel mezzo di questa doppia rincorsa viene stritolata ogni considerazione che tenga conto delle differenze, delle pluralità, delle stratificazioni, e dell’esercizio del diritto di critica (o di tradimento) di ogni ideologia o contro-ideologia. Esattamente, cioè, la pasta di cui sono fatti i romanzi e i saggi di Amos Oz.

Da un’angolatura particolare ha guardato a tale universo di questioni e scissioni Roberto Delera, che a lungo ha lavorato a un libro stampato solo dopo la sua morte, con la prefazione di Gad Lerner e Luigi Manconi: L’asinello di Elisha. La solitudine degli ebrei di sinistra in Italia, dal dopoguerra all’attentato a Rabin (edizione fuori commercio; per informazioni scrivere a betti.guetta@fastwebnet.it).

Delera non solo ricostruisce il rapporto spesso difficile tra Israele e la sinistra italiana, specie dopo la guerra dei Sei giorni nel 1967 (riesamina le posizioni filo-israeliane del Psi e di Nenni, da sempre vicino all’esperienza dei kibbutzim; e quelle anti-israeliane del Pci, con la pressoché unica eccezione, tra gli alti dirigenti, di Umberto Terracini), ma analizza, nello specifico, il tormentato percorso degli “ebrei di sinistra” rispetto a tali questioni.

Il percorso, cioè, di coloro i quali (non pochi) per biografia, scelta, militanza, si sono trovati nell’intersezione fra i due mondi, nel momento in cui i due mondi si sono distanziati, ed è a tratti emerso – Delera non usa mezzi termini – un nuovo, strisciante antisemitismo di sinistra, che è passato dalla critica delle politiche adottate da Israele verso i palestinesi (del tutto legittima, e sovente sacrosanta) alla condanna dell’esistenza stessa di Israele, se non addirittura degli ebrei, tout court. Di questo si sono occupati anche Matteo Di Figlia in Israele e la sinistra (Donzelli) e Gadi Luzzatto Voghera in Antisemitismo a sinistra (Einaudi).

Spesso, scrive Delera con l’attenzione a tanti piccoli passaggi che gli deriva dall’aver militato nelle formazioni della nuova sinistra italiana, quegli “ebrei di sinistra” si sono trovati schiacciati tra chi – nel mondo ebraico – pretendeva una adesione incondizionata alle decisioni dei governi israeliani e a tutto il rosario di guerre che si sono susseguite nei decenni, proprio “perché ebrei”; e chi – nelle formazioni di sinistra, sia parlamentare, sia extraparlamentare – chiedeva loro non semplicemente di dissociarsi da quelle scelte, ma di operare una sorta di abiura radicale proprio “perché ebrei”. E questo indipendentemente dal fatto che quegli “ebrei di sinistra”, esattamente come gli “israeliani di sinistra”, abbiano criticato radicalmente l’uso della forza e delle armi quale risoluzione di ogni controversia.

La pietra di paragone di questo rovesciamento è la guerra semantica (a volte sommersa, a volte del tutto esplicita) intorno al termine “sionismo”, oggi spesso ridotto a sinonimo di “colonialismo” o “imperialismo”… Eppure, come dice David Bidussa citato da Delera: “Il sionismo è un movimento il cui lessico politico è omologo, o almeno contiguo, a quello della sinistra europea, di una sinistra di matrice libertaria e populista più che socialdemocratica. E per quanto all’interno del movimento sionista siano presenti aree politiche assimilabili alla destra nazionalista, ai liberali, ai movimenti politici confessionali, non sono queste aree a dare forma al discorso politico sionista. È la cultura politica della sinistra a dare forma al sionismo.”

Al di là dell’eredità di figure come Martin Buber o Gershom Scholem (oggi praticamente rimosse dal dibattito pubblico), la contiguità di cui parla Bidussa è evidente nelle biografie di molti. Prendiamo in considerazione, ad esempio, i fratelli Sereni: Enzo, sionista socialista, dopo aver fatto aliyah in Palestina e aver fondato il kibbutz di Givat Brenner, tornò in Italia per partecipare alla Resistenza, fu catturato e torturato dai nazisti e morì a Dachau; Emilio fu invece militante comunista clandestino e ministro dei primi governi antifascisti. Emilio Sereni si era laureato alla Scuola superiore di agricoltura di Portici insieme all’amico Manlio Rossi-Doria, e Portici è un luogo chiave per comprendere l’intreccio tra socialismo, meridionalismo e sionismo negli anni venti e trenta del secolo scorso. In fondo, c’era una intuizione molto simile che spinse molti italiani ad andare al Sud e molti ebrei italiani ad andare in Palestina: fare della rivoluzione nelle campagne (sia nei rapporti di lavoro, sia nei rapporti tra lavoratori, sia nei modi di produzione) la leva per una trasformazione generale della società.

Quando, allora, il sionismo è stato interpretato come altro da sé, fino a essere travisato in un modo tale per cui l’antisionismo è giudicato da molti una forma di anti-imperialismo? Da dove nasce tale confusione? Sono responsabili coloro i quali, nella destra israeliana e tra i suoi alleati fuori del paese, hanno rivestito di un involucro sionista le politiche degli ultimi decenni? O sono responsabili anche coloro i quali – specie a sinistra – hanno accuratamente rimosso l’intreccio tra sionismo e socialismo nella storia di una costola importante della stessa sinistra europea (e mediorientale)?

Sono le domande che si pone Roberto Delera lungo tutto l’arco del suo saggio, che si conclude evocando la figura di Yitzhak Rabin, forse l’ultimo grande leader sionista in grado di contribuire alla costruzione di una pace reale con i palestinesi. Il suo assassinio, al termine di un comizio nel novembre del 1995, segna uno spartiacque decisivo nelle vicende mediorientali, e in quelle ovviamente interne al paese. È evidente che, in seguito, c’è stato un netto scivolamento verso posizioni sempre più conservatrici delle politiche dei governi che si sono succeduti, e che molti termini politici sono stati ridefiniti negli anni di Netanyahu.

Gli stessi spazi di elaborazione politica si sono ridotti. In questo, complici anche i diktat dei nuovi conflitti globali e l’avanzata dell’islamismo radicale (che ha fatto propri i canoni della predicazione antisemita), la solitudine degli ebrei di sinistra, in Italia e in Europa, si è accresciuta. Per certi versi, è speculare alle stesse accuse di tradimento di cui sono oggetto i più noti intellettuali progressisti israeliani.

Tuttavia, proprio nel momento in cui il sentiero sembra farsi più stretto, e i motivi di confusione si infittiscono, è inevitabile tornare a far riferimento a quella complessa stratificazione di esperienze che stavano alla base dell’intreccio tra pensiero ebraico, movimenti d’emancipazione, dibattito intorno al sionismo, creazione di rapporti nuovi con gli arabi. Non resta che tener viva quella stessa fiammella che attraversa le pagine di Oz o di Grossman. Chi nega che tutto ciò esista o sia esistito, soprattutto da sinistra, rende il migliore dei servigi alla retorica di Netanyahu.

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La letteratura come antidoto: intervista a Azar Nafisi https://minimaetmoralia.it/interviste/la-letteratura-come-antidoto-intervista-a-azar-nafisi/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-letteratura-come-antidoto-intervista-a-azar-nafisi/#respond Wed, 23 Dec 2015 15:30:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29493 (fonte immagine)

«La letteratura è un antidoto, un memento sul potere della scelta individuale, del resto come diceva Nabokov, i lettori nascono liberi e liberi devono rimanere». Nata a Teheran nel 1955, oggi Azar Nafisi è una cittadina americana — ed elettrice di Obama — ma la sua travagliata vita evidenzia come la letteratura possa essere un elemento attivo di resistenza. In un mondo materialista e schiavo della tecnologia, «necessaria almeno quanto superflua», la Nafisi è certa che solo l’educazione umanistica possa renderci consapevoli della necessità di continuare a tutelare le nostre libertà individuali. Il suo impegno attivo in patria l’ha resa invisa al regime dell’ayatollah Khomeini, divenendone una fiera oppositrice e la sua lotta per la cultura l’ha resa celebre in tutto il mondo, prima con “Leggere Lolita a Teheran” – bestseller tradotto in 32 lingue - e successivamente con “Le cose che non ho detto”, entrambi editi da Adelphi in Italia.

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«La letteratura è un antidoto, un memento sul potere della scelta individuale, del resto come diceva Nabokov, i lettori nascono liberi e liberi devono rimanere». Nata a Teheran nel 1955, oggi Azar Nafisi è una cittadina americana — ed elettrice di Obama — ma la sua travagliata vita evidenzia come la letteratura possa essere un elemento attivo di resistenza. In un mondo materialista e schiavo della tecnologia, «necessaria almeno quanto superflua», la Nafisi è certa che solo l’educazione umanistica possa renderci consapevoli della necessità di continuare a tutelare le nostre libertà individuali. Il suo impegno attivo in patria l’ha resa invisa al regime dell’ayatollah Khomeini, divenendone una fiera oppositrice e la sua lotta per la cultura l’ha resa celebre in tutto il mondo, prima con “Leggere Lolita a Teheran” – bestseller tradotto in 32 lingue – e successivamente con “Le cose che non ho detto”, entrambi editi da Adelphi in Italia.

Nel suo nuovo libro, “La repubblica dell’immaginazione” (Adelphi, pp.288 €19 con le illustrazioni di Peter Sís), la Nafisi racconta la sua esperienza accademica negli States attraverso la rilettura simbolica di tre classici sottovalutati – Huckleberry FinnBabbitt e Il cuore è un cacciatore solitario – impreziosendo la narrazione con propri ricordi autobiografici. Contemporaneamente ha ideato e lanciato sul web la campagna #BooksSave spingendo i lettori a “far proprie” i libri amati, ricordando Bradbury e Fahrenheit 451. Nessuno può sfuggire al proprio passato e così l’autrice iraniana ha colto l’occasione per parlare anche del proprio paese e del suo nuovo ruolo internazionale, conseguente al controverso accordo sul nucleare sancito recentemente, nonostante le forti proteste del mondo ebraico sulla presidenza Obama.

Chi impedisce oggi ai lettori di essere liberi?

«Il vero problema riguarda il fatto che i lettori possono decidere di fermarsi e non leggere più. Ovviamente possono farlo ma vorrei sottolineare che tocca anche ai lettori, non solo agli scrittori, tenere in vita i libri e per farlo devono essere pronti, sempre all’erta contro le ingerenze dell’élite di potere».

Nel libro scrive, “la letteratura è un antidoto, un memento sul potere delle scelte individuali”. Dobbiamo ricordare che ogni tipo di libertà è sempre in pericolo?

«Assolutamente. Nella società democratica tendiamo a dimenticare quante vite sono state sacrificate in nome della libertà che è sempre un principio d’azione e mai un obiettivo definitivamente acquisito. Uno dei pericoli maggiori è proprio l’indifferenza degli intellettuali o peggio, la loro compiacenza verso i potenti. Questo accade perché l’ideologia, specie nelle dittature, è capace di annebbiare la mente degli intellettuali che, invece, dovrebbero essere sempre in grado di mettere in dubbio il potere costituito. Ma non è così scontato che ciò accada».

Nel libro centra l’attenzione sul ruolo fondante dell’educazione ma la presidenza Obama non ha soddisfatto le sue attese…

«Obama è stato il primo presidente per cui ho avuto la possibilità di votare. Sono d’accordo con la sua linea politica ma la sua impostazione riguardo l’istruzione è davvero deludente. La logica scelta è quella di puntare sulle materie scientifiche, con la convinzione che queste possano garantire un posto di lavoro, a scapito dell’insegnamento delle materie umanistiche. Credo che sia uno sbaglio poiché la grande scienza e la grande letteratura vanno di pari passo e sono sorpresa che Obama non lo capisca».

La violenza con cui i talebani danno la caccia al premio Nobel Malala Yousafzai è motivata proprio dal fatto che l’istruzione è il passe-partout per un altro futuro?

«Malala è solo una ragazzina eppure il suo amore per i libri e la lettura  ha messo a repentaglio la sua vita più volte. I tiranni odiano la conoscenza ma non scopriamo nulla di nuovo, del resto fin quando c’era la schiavitù sul suolo americano, agli schiavi era impedito di leggere e scrivere. La conoscenza è potere. Sempre».

A proposito di tirannia, il ruolo internazionale dell’Iran è mutato strategicamente dopo il controverso accordo sul nucleare. Crede che questa svolta sia da temere?

«Dobbiamo capire che il cambiamento deve venire dagli iraniani, non dall’esterno. Non ci sono alternative. Senza dubbio è positivo che si sia aperto un dialogo ed è il momento che l’Iran comprenda che se davvero desidera avere un ruolo attivo nella comunità internazionale deve essere disposto a prendersi delle responsabilità, altrimenti nessun cambiamento sostanziale sarà possibile».

Ma l’accordo sul nucleare ha fortemente irritato la comunità israeliana. Era necessario aumentare ancora la tensione in Medio Oriente?

«Vorrei essere chiara, le armi nucleari andrebbero ovunque bandite. A partire dall’Arabia Saudita, dove i diritti umani sono quotidianamente calpestati. Senza dubbio al primo ministro israeliano,  Benjamin Netanyahu piace estremizzare le cose, esasperando il clima politico. Credo che il ruolo degli Stati Uniti dovrebbe essere quello di ammorbidire le tensioni in Medio Oriente, trattando tutti i principali attori internazionali in egual modo».

Lei oggi è una cittadina americana. Una scelta di vita non facile?

«Mi sono serviti undici anni per compiere questa scelta. Oggi mi sento responsabile per l’America ma l’ho scelta perché accoglie gli immigrati. Ciò mi ha permesso di portare con me i miei figli e con loro un pezzo di Iran e un po’ di speranza».

Che tipo di cittadina americana vuole essere?

«La risposta me l’ha data Mark Twain. Il patriottismo significa amare sempre il proprio paese e il proprio governo solo quando se lo merita».

Nel libro sottolinea il fatto che siamo dipendenti dagli oggetti tecnologici eppure gettiamo via lo smartphone o il tablet non appena esce il nuovo modello. Cosa significa?

«La tecnologia oggi ha raggiunto una potenza incredibile, mettendoci in contatto in tutto il mondo, costantemente. Ma il pericolo è che tutto si risolva in un accumulo di gadget luccicanti. Dovremmo domandarci se siamo noi a comandare la tecnologia o se non sia lei a tenerci sotto scacco. Non sono una luddista, anzi, ma vorrei che nessuno avesse il diritto di entrarmi in casa eliminando ogni privacy».

In nome della sicurezza non sacrificherebbe completamente la sua privacy?

«La sicurezza e la democrazia devono andare sempre di pari passo. Dev’essere chiaro che la libertà ha sempre un prezzo e dobbiamo essere disposti anche a lottare per proteggerla».

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La vita di Charlotte Salomon e l’orrore del nazismo: intervista a David Foenkinos https://minimaetmoralia.it/interviste/la-vita-di-charlotte-salomon-e-lorrore-del-nazismo-intervista-a-david-foenkinos/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-vita-di-charlotte-salomon-e-lorrore-del-nazismo-intervista-a-david-foenkinos/#comments Tue, 27 Jan 2015 18:00:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25217 di Francesco Musolino

Si può essere giovani, si può vivere un amore mentre gli animi bruciano abbagliati dalla follia nazista?

A soli 26 anni la pittrice Charlotte Salomon venne uccisa nel campo di sterminio di Auschwitz il 10 ottobre del 1943. Era incinta di cinque mesi. Tedesca ma d’origini ebraiche, Charlotte non gode della fama che meriterebbe poiché il suo talento venne spezzato negli anni della Germania nazista, trovando la morte per mano di una denuncia anonima sul suolo francese: un gratuito, inspiegabile, atto di crudeltà. La vita di Charlotte venne funestata dalle crisi depressive e dai numerosi suicidi delle donne di famiglia, educandola al dolore sin da piccola. Non ancora ventenne nel pieno vigore del partito nazionalsocialista in patria, Charlotte venne umiliata con l’allontanamento dall’accademia di belle arti di Berlino mentre il padre, esperto virologo, veniva interdetto dalla propria professione e internato nel campo di Sachsenhausen.

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di Francesco Musolino

Si può essere giovani, si può vivere un amore mentre gli animi bruciano abbagliati dalla follia nazista?

A soli 26 anni la pittrice Charlotte Salomon venne uccisa nel campo di sterminio di Auschwitz il 10 ottobre del 1943. Era incinta di cinque mesi. Tedesca ma d’origini ebraiche, Charlotte non gode della fama che meriterebbe poiché il suo talento venne spezzato negli anni della Germania nazista, trovando la morte per mano di una denuncia anonima sul suolo francese: un gratuito, inspiegabile, atto di crudeltà. La vita di Charlotte venne funestata dalle crisi depressive e dai numerosi suicidi delle donne di famiglia, educandola al dolore sin da piccola. Non ancora ventenne nel pieno vigore del partito nazionalsocialista in patria, Charlotte venne umiliata con l’allontanamento dall’accademia di belle arti di Berlino mentre il padre, esperto virologo, veniva interdetto dalla propria professione e internato nel campo di Sachsenhausen.

Nel 1940 il clima era ormai irrespirabile in Germania e in un rastrellamento Charlotte e il nonno vennero internati nel campo di Gurs riuscendo ad uscirne solo per le precarie condizioni dell’uomo. Riacquistata quella precaria forma di libertà Charlotte capì che il proprio tempo era già agli sgoccioli. Appena 23enne si rifugiò in una stanza in affitto a St. Jean Cap Ferrat dove dipinse l’intero corpus di “Leben? Oder Theater? Ein Singespiel” (Via? O Teatro? Un dramma in musica): si tratta di 769 dipinti con la tecnica del “guazzo” cui accompagna fitte annotazioni e persino un accompagnamento musicale, tributo all’amore impossibile con Alfred Wolfsohn, insegnante di canto della propria matrigna. Si tratta di un vero e proprio copione teatrale – racchiuso in una valigia – per raccontare, senza vittimismo, l’orrore che circonda Charlotte e la sua generazione, ostaggio della follia nazista.

Dopo aver casualmente scoperto i dipinti di Charlotte in una mostra ad Amsterdam, il romanziere francese David Foenkinos ha deciso di seguirne le tracce della memoria imbarcandosi in un viaggio a ritroso da Berlino a Nizza sino al campo di Gurs nei Pirenei, incontrando i testimoni sopravvissuti, giungendo a sfiorare l’abisso dell’ossessione nel tentativo – riuscito – di raccontare un’esistenza tragica, il talento e l’estro di una donna che grazie all’arte è riuscita a divenire immortale senza però, riuscire a vivere una vita semplicemente normale. Con “Charlotte” – già vincitore dei premi Renaudon e del Gouncourt des Lycéens in patria (in libreria dal 27 gennaio per Mondadori, traduzione di Elena Cappellini, pp.204 €16) il 40enne Foenkinos che aveva raggiunto il successo con “La Delicatezza” e “Le Nostre Separazioni” (entrambi editi da E/O), abbandona il taglio satirico-sentimentale, firmando un libro malinconico, con frasi brevi dallo stile netto, essenziale nella scelta di ogni singola parola. Un poema in prosa doloroso come un pugno nello stomaco, il racconto di un’esistenza spezzata che trova il proprio riscatto nell’arte.

David, perché hai voluto raccontare la storia di Charlotte Salomon?

Ho scoperto l’opera di Charlotte Salomon casualmente, ad una mostra a Parigi. Non sapevo chi fosse, né che cosa avrei visto. È stato uno choc emotivo! La sua opera, così come la storia della sua vita, mi hanno preso anima e corpo. E questa emozione non mi ha mai lasciato. Ho voluto raccontare la storia di questa donna straordinaria. Ero pronto a tutto perché non fosse dimenticata. 

Rievochi il momento in cui Charlotte consegnò la valigia contenente tutto il suo lavoro artistico, quando disse “è tutta la mia vita”…

La vita di Charlotte è come un romanzo. Due anni dopo la creazione, regala la sua opera ad un medico dicendogli questa frase incredibile: «È tutta la mia vita». Penso che questo gesto dia l’idea dell’intensità della creazione per Charlotte. Semplicemente, ha messo tutta la sua vita nei suoi quadri.

Charlotte trovò la morte per mezzo di una delazione, un atto gratuito. Anche questo è espressione della banalità del male?

È una delazione atroce, avvenuta in Francia, lontana dal teatro della guerra. Erano anni che viveva a Villefranche-sur-Mer, tutti la conoscevano, si occupava dei bambini. Era una persona discreta, lontana dalla Germania e dalla propria famiglia, aveva trovato finalmente la pace. Ed ecco che viene denunciata, quando era incinta di 5 mesi finendo nelle mani del gerarca delle SS Alois Brunner. È stato un atto assolutamente atroce, e i testimoni che ho potuto incontrare raccontano l’orrore del suo arresto.

Il suo viaggio nella memoria, nei luoghi della vita di Charlotte dev’essere stato emozionante. Com’è nato questo progetto?

La ammiravo talmente che ho capito che non potevo scrivere una biografia classica. Dovevo raccontare il mio turbamento davanti alle sue opere, alla sua vita. E svelare la mia indagine su tutti i luoghi della sua vita. Credo nella memoria che i muri conservano. Si può sentire qualcuno seguendo le sue tracce. È anche questo un modo di incontrare qualcuno.

Ho amato “La delicatezza” e “Le nostre separazioni” per il tuo stile dolce e ironico ma qui cambi decisamente passo. Ogni parola è precisa, pesata, dolorosa, necessaria. Com’è arrivato questo cambiamento?

Ogni soggetto impone un respiro, un ritmo proprio. La storia di Charlotte mi ha spinto a scrivere in un modo diverso. A cercare e trovare una forma che potesse sposare la sua vita, e ciò che amavo di lei. 

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha rivolto un appello agli ebrei francesi dopo gli attentati parigini per tornare in patria. Ci troviamo di nuovo sull’orlo dell’abisso?

Le tensioni sono molto forti. M non ho alcuna idea di cosa ci riservi il futuro. Tuttavia sono sempre piuttosto ottimista nel mio modo di vedere le cose.

Kandinskij pensava che creare un’opera d’arte è creare un mondo. Cosa significa nel caso dell’opera di Charlotte?

È un’impresa totale, unica, autonoma. L’opera di Charlotte è la creazione della sua stessa vita. E questo passa oltre il mero fatto di dipingere, per me. È la nascita di un mondo. Un modo di raccontare la propria vita, con dei testi letterari e delle indicazioni musicali. Una fusione, una corrispondenza totale delle arti. Lei è stata capace di reinventare la sua stessa vita per poterla sostenere. Raramente una creazione è stata pensata con un tale grado di intensità. È un vero prodigio di bellezza. Bisogna salvarsi dalla propria vita per poterla vivere.

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Come uscire dal double bind israelo-palestinese. Una questione che ci riguarda https://minimaetmoralia.it/poesia/come-uscire-dal-double-bind-israelo-palestinese-una-questione-che-ci-riguarda/ https://minimaetmoralia.it/poesia/come-uscire-dal-double-bind-israelo-palestinese-una-questione-che-ci-riguarda/#comments Wed, 16 Jul 2014 09:48:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22215 Il conflitto israelo-palestinese continua. O meglio il conflitto tra l'esercito israeliano e le milizie di Hamas. O meglio il bombardamento di Gaza. O meglio l'operazione Protective Edge e il tentativo di fermarlo, o di reagire quantomeno. (Si può reagire a una difesa?) O meglio la resistenza palestinese all'ennesima prevaricazione colonialista di Israele. Molto di quello che si scrive in questi giorni su quello che accade lì (in Israele, in Palestina, nella Striscia di Gaza? non è semplice nemmeno definire i confini geografici di questo conflitto) è - nel migliore dei casi - un processo di continua ricontestualizzazione: storica, geopolitica, terminologica... Del resto appena si pronuncia la prima frase di un abbozzo di analisi, si sente arrivare subito il fiato del commentatore pronto a inveire, a dare dello stronzo, a replicare nella cruenta piccola virtualità un fantasma del conflitto reale. Difendi Hamas? Ma come fai? Difendi Nethanyahu? Ma come fai? Non ti schieri? Ma come fai? Inviti al silenzio? Vigliacco. Mostri le foto dei bambini morti? Ricattatorio. Non le mostri? Pavido. L'hai letto l'articolo degli ebrei che guardano i bombardamenti come se fosse uno show televisivo? L'hai letto il pezzo su Hamas che utilizza i bambini come scudi umani?

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Il conflitto israelo-palestinese continua. O meglio il conflitto tra l’esercito israeliano e le milizie di Hamas. O meglio il bombardamento di Gaza. O meglio l’operazione Protective Edge e il tentativo di fermarlo, o di reagire quantomeno. (Si può reagire a una difesa?) O meglio la resistenza palestinese all’ennesima prevaricazione colonialista di Israele. Molto di quello che si scrive in questi giorni su quello che accade lì (in Israele, in Palestina, nella Striscia di Gaza? non è semplice nemmeno definire i confini geografici di questo conflitto) è – nel migliore dei casi – un processo di continua ricontestualizzazione: storica, geopolitica, terminologica… Del resto appena si pronuncia la prima frase di un abbozzo di analisi, si sente arrivare subito il fiato del commentatore pronto a inveire, a dare dello stronzo, a replicare nella cruenta piccola virtualità un fantasma del conflitto reale. Difendi Hamas? Ma come fai? Difendi Nethanyahu? Ma come fai? Non ti schieri? Ma come fai? Inviti al silenzio? Vigliacco. Mostri le foto dei bambini morti? Ricattatorio. Non le mostri? Pavido. L’hai letto l’articolo degli ebrei che guardano i bombardamenti come se fosse uno show televisivo? L’hai letto il pezzo su Hamas che utilizza i bambini come scudi umani?

Dopo qualche giorno anche gli articoli di giornali si sono polarizzati. Da una parte c’è chi continua a raccontare le storie presuntamente strappalacrime (vedi la vicenda giornalistica pessima ma istruttiva di Umberto De Giovannangeli, che ricicla un pezzo di sette anni fa e poi si giustifica adducendo come scusa il simbolismo della ripetitività), dall’altra c’è chi prova a spiegare in modo più chiaro e articolato possibile gli elementi in gioco. Su Rivista Studio, per esempio, e sul Post, Anna Momigliano e Giovanni Fontana si sono giustamente sentiti il dovere di esimersi dagli editoriali engagé e di riannodare i fili punto per punto, volando almeno un po’ più alto del commento de core all’emergenza quotidiana.

Ma quello che è evidente a chi in questi giorni legga, s’informi, attraverso le voci meno confuse della stampa italiana e internazionale, è che lo stallo non è solo quello di una situazione compromessa da decenni di stupidità politica – quella che ha prodotto (diciamolo per essere chiari e provare a evitarci qualche insulto) da una parte la leadership di un’organizzazione come Hamas che non riconosce Israele, dall’altra la leadership di Netanyahu che di fatto perpetua uno stato di occupazione militare di un territorio come la Striscia di Gaza.
L’impasse è anche quello di due retoriche incastrate alla perfezione in un double bind speculare.
Hamas dichiara che vuole ammazzare tutti, militari e civili, ma i razzi che lancia vengono intercettati dallo scudo Iron Dome e non fanno vittime. Netanyahu dichiara che non vuole uccidere civili, ma ne uccide una trentina al giorno.
Così l’asimmetria dei 200 e passa e morti dalla parte palestinese e una donna morta di crepacuore per lo scoppio di un missile spinge molti giornalisti o presunti tali a cretini dilemmi, del tipo: vorresti che ci fossero più morti dalla parte israeliana, ti sembrerebbe una guerra più equilibrata?
D’altronde poi nessuna delle due parti ammette che questa è una guerra: da una parte è resistenza, dall’altra protezione preventiva. Hanno ragione entrambe le parti (e quindi ovviamente una ragione inutile e idiota), perché si nutrono della retorica del nemico oltre che della propria.
Facciamo un’ipotesi. Cosa accadrebbe se i bombardamenti su Gaza veramente non uccidessero civili? La destra sionista perderebbe consensi – come, la forza militare d’Israele non è così efficace?
Oppure. Cosa accadrebbe se veramente i razzi palestinesi uccidessero civili? La simpatia internazionale per le ragioni dei palestinesi entrerebbe seriamente in crisi.
I ragazzi ammazzati, bruciati vivi, servono a entrambe le parti. Hamas e Netanyahu vivono per la propria sopravvivenza, che gli è garantita dalla demente, prevedibile, ferocia dell’altra parte in gioco. Cosa c’è di più atrocemente ridicolo di un esercito che manda ogni tanto degli sms per avvertire la popolazione prima di bombardare? Cosa di più atrocemente idiota di chi risponde a questi avvertimenti usando degli scudi umani?
Molti degli analisti internazionali in questi giorni scrivono che l’obiettivo di questa escalation non è null’altro che l’escalation. Che per Netanyahu questa prova di forza è una specie di lavacro nel sangue vitale per un rito di oppressione che ha da sette anni come liturgia quotidiana un embargo per una popolazione stremata. Che per Hamas, dall’altra parte, questo serve a dimostrare una capacità di guidare un popolo palestinese privo di leader credibili, radicalizzando i contrasti.

Ma vorrei aggiungere una piccola notazione.
In questa discussione poi c’è sempre più spesso un grande assente. Noi. Ecco, sembra che il conflitto riguardi una storia della quale siamo da anni al massimo empatici spettatori. Eppure, se forse c’è qualcosa di chiaro in quest’edizione 2014 della guerra tra israeliani e palestinesi è che le cose stanno cambiando e molto sul piano internazionale. Le primavere arabe sono fallite in tutto il Maghreb tranne (forse) in Tunisia, la Siria è una terra devastata, l’Isis sta diventando una realtà in espansione… L’idea di un ceto medio arabo, della crescita di un’opinione pubblica sul modello di quella europea, sembra ogni giorno di più un mito fragile. Dal punto di vista storico, sembra di essere regrediti alla fine degli anni ’70, con una differenza però di non poco conto. Il pacifismo e l’internazionalismo non esistono più. Non esiste una cultura pacifista né una cultura internazionalista, se non in sacche di residuale volontariato. Non esistono per una ragione ben precisa: da anni abbiamo smesso di pensare a cosa accadeva al di là dei nostri piccoli orti. Sono state dismesse le redazioni all’estero, la geografia è stata ridotta nell’insegnamento a scuola, i giornali hanno deciso che era interessante solo quello che accadeva ad Arcore o a Garlasco… Fino a dieci anni fa, mi ricordo che quando d’estate andavo alla Festa dell’Unità o di Liberazione, ero assediato da militanti che mi chiedevano interesse per qualche conflitto rimosso dai media; oggi mi vendono saponette bio.

Qualche giorno fa una mia amica storica – storica nel senso che fa la storica di professione -, Vanessa Roghi, mi raccontava la puntata che aveva preparato per un programma Rai Tre su Giorgio La Pira. Molte delle cose che mi diceva sul sindaco-profeta, cattolico e di sinistra, non le conoscevo, ma non mi meravigliavano. Una cosa invece mi sembrò sorprendente: il suo impegno per la pace tra Israele e Palestina. I viaggi che fece, dopo la Guerra dei Sei Giorni, tra gli ebrei a Hebron e tra i palestinesi nella Gerusalemme Est occupata. Che idea incredibile, quasi eroica, ingenua, fanciullesca, della politica, mi dicevo, eppure. Oggi mi chiedevo quale sindaco si spingerebbe in un viaggio sotto le bombe? Quale sindaco penserebbe che quella storia non è solo una notizia da prima pagina, ma qualcosa che lo riguarda di persona?

L'articolo Come uscire dal double bind israelo-palestinese. Una questione che ci riguarda proviene da Minima et Moralia.

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