Bergoglio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bergoglio/ un blog di approfondimento culturale Mon, 18 Aug 2014 13:30:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Bergoglio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bergoglio/ 32 32 Come sopravvive un papa https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/come-sopravvive-un-papa/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/come-sopravvive-un-papa/#comments Mon, 18 Aug 2014 09:59:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22880 Sull'ultimo numero Lo Straniero, che vi invitiamo a leggere, c'è questo interessante pezzo del vaticanista Iacopo Scaramuzzi sul pontificato di Bergoglio. Valutare il papa argentino sulla base dei nemici che è riuscito a farsi in neanche un anno e mezzo di pontificato, potrebbe essere un buon sistema per capire qualcosa (al di là dei pregiudizi) di ciò che sta accadendo in Vaticano. Ringraziamo "Lo Straniero" per averci consentito di riproporre il pezzo.

di Iacopo Scaramuzzi

Giovanni Paolo I ha regnato per soli 33 giorni ed è morto in circostanze mai del tutto chiarite. Giovanni Paolo II è stato papa per oltre 26 anni ma è scampato per un pelo alla morte a cui lo volevano condannare tre pallottole sparata da Ali Agca il 13 maggio 1981 in piazza San Pietro. Anche Paolo VI aveva rischiato grosso, quando all’aeroporto di Manila, nel novembre del 1970, uno squilibrato tentò di accoltellarlo, subito bloccato dal monsignore che organizzava i viaggi papali, un robusto giovanottone statunitense di origine lituane che avrebbe fatto strada, Paul Casimir Marcinkus. Benedetto XVI si è dimesso. Fare il papa è un lavoro pericoloso. E Jorge Mario Bergoglio, serenamente, lo sa.

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Sull’ultimo numero Lo Straniero, che vi invitiamo a leggere, c’è questo interessante pezzo del vaticanista Iacopo Scaramuzzi sul pontificato di Bergoglio. Valutare il papa argentino sulla base dei nemici che è riuscito a farsi in neanche un anno e mezzo di pontificato, potrebbe essere un buon sistema per capire qualcosa (al di là dei pregiudizi) di ciò che sta accadendo in Vaticano. Ringraziamo “Lo Straniero” per averci consentito di riproporre il pezzo.

di Iacopo Scaramuzzi

Giovanni Paolo I ha regnato per soli 33 giorni ed è morto in circostanze mai del tutto chiarite. Giovanni Paolo II è stato papa per oltre 26 anni ma è scampato per un pelo alla morte a cui lo volevano condannare tre pallottole sparata da Ali Agca il 13 maggio 1981 in piazza San Pietro. Anche Paolo VI aveva rischiato grosso, quando all’aeroporto di Manila, nel novembre del 1970, uno squilibrato tentò di accoltellarlo, subito bloccato dal monsignore che organizzava i viaggi papali, un robusto giovanottone statunitense di origine lituane che avrebbe fatto strada, Paul Casimir Marcinkus. Benedetto XVI si è dimesso. Fare il papa è un lavoro pericoloso. E Jorge Mario Bergoglio, serenamente, lo sa.

“Chi finora si è nutrito del potere e della ricchezza che derivano direttamente dalla Chiesa, è nervoso, agitato”, si è spinto a dire il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri. “Papa Bergoglio sta smontando centri di potere economico in Vaticano. Se i boss potessero fargli uno sgambetto non esiterebbero”.

Chiamato dalla “fine del mondo” per riformare il Vaticano e rilanciare la Chiesa, papa Francesco cambia molte cose in un’istituzione refrattaria ai cambiamenti. “Pregate per me, non contro di me”, dice. Poi, en passant, spiega ai fedeli che il suo lavoro è “insalubre”. Abbatte, pezzo a pezzo, la corte pontificia. Sconvolge il protocollo, disordina le consuetudini, poco ieraticamente scherza. Invoca la tenerezza per il popolo di Dio ma usa il bastone contro il clericalismo. Entusiasma folle di fedeli, incuriosisce non credenti e grandi riviste internazionali che gli dedicano copertine neanche fosse una popstar, ravviva cattolici che nel corso degli anni si sono sentiti trascurati o fuori posto. Infastidisce molti altri. Lui, misericordiosamente, provoca. “Oggi possiamo chiedere allo Spirito Santo che ci dia la grazia di dare fastidio alle cose che sono troppo tranquille nella Chiesa”, ha detto a una messa a Casa Santa Marta. In Argentina, alla fine del suo provincialato dei gesuiti, la Chiesa era divisa in bergogliani e antibergogliani. La sua personalità è prorompente, forte. Anche oggi le reazioni non mancano. Dissimulate dai felpati toni curiali, trattenute a stento dall’obbedienza che nella Chiesa i fedeli, soprattutto i più tradizionalisti, dovrebbero al romano Pontefice, frenate dalla popolarità del papa argentino, ma comunque dure, aspre, rancorose.

Ci sono i reazionari allarmati dal primo papa che non ha preso parte al Concilio vaticano II e, proprio per questo, lo dà per acquisito. C’è un pezzo di Chiesa, in Italia e nel resto del mondo, che ha costruito per un trentennio l’equazione tra fede e “valori non negoziabili”, tra essere cattolici ed essere pro life, ed è irritata da un papa che non nega l’insegnamento magisteriale passato ma lo cita molto meno di quanto menzioni i poveri e gli immigrati – e comunque non è ossessionato dai temi che incrociano la sessualità. C’è poi la fronda dei cardinali della vecchia guardia che aveva sperato di riportare il papato in Italia e lo ha visto allontanarsi dall’Europa, gli apparatchick della curia allergici alle riforme o, meno ideologicamente, timorosi per il posto di lavoro. Fanno propri gli argomenti utilizzati per decenni dai cattodemocratici e dai conciliaristi: essere cattolici, spiegano con immacolata indignazione, mica vuol dire coltivare la “papolatria”. Ci sono resistenze e ostilità fuori della Chiesa.

Negli Stati Uniti, i repubblicani e i tea party che lo accusano di marxismo per le sue critiche al capitalismo, l’“Economist” ha parlato addirittura di leninismo. In America latina, vescovi, preti e teologi che mal sopportavano Bergoglio già da arcivescovo di Buenos Aires. In Italia, pezzi di società e di politica orfani di una Chiesa magari estranea, ma gagliarda, identitaria, capace di condiscendenza. Settori imprenditoriali e ambienti istituzionali che con i conti allo Ior, gli immobili di Propaganda fide, le donazioni all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa) hanno fatto affari per decenni. Mafiosi che il papa argentino, per la prima volta nella storia, ha scomunicato. Devoti più o meno atei.

I nemici sono agguerriti. Antichi avversari, porporati italiani che si sono fatti per decenni la guerra – prima sotterraneamente, durante la lunga era Wojtyla segnata da una pax armata che si reggeva su una sorta di manuale Cencelli ecclesiale, poi in modo eclatante e sgraziato negli anni di Joseph Ratzinger e Tarcisio Bertone – ora stringono alleanze per far fronte al papa straniero. Le riforme, si sa, creano benefici nel lungo periodo e resistenze nel breve. L’opposizione si coagula attorno alla revisione dell’organigramma della curia ma anche, e sempre più col passare dei mesi, nel campo di battaglia del doppio sinodo voluto da Bergoglio a ottobre del 2014 e a ottobre del 2015 su un nodo, quello della famiglia, che tocca, quasi un Concilio vaticano III tematico, questioni divisive come la comunione ai divorziati risposati, l’omosessualità, la contraccezione. Jorge Mario Bergoglio tributa a piene mani riconoscimenti ai suoi predecessori, canonizza Roncalli e Wojtyla, beatifica Montini, coinvolge Ratzinger, ma intano procede alla perestrojka del papato.

L’opposizione, come al Cremlino, prende forme diverse. Rimane sottotraccia, esce in superficie tramite blog anonimi o fughe di notizie, assume il volto del boicottaggio passivo confidando nell’idea che il papa passa, ma la curia resta. Reazioni tipiche di una istituzione che, depositaria di verità immutabili nel tempo, continuamente si sforza di dimostrare che Ecclesia non facit saltus, che i cambiamenti non rappresentano fratture ma evoluzioni nella continuità, che i singoli papi sono sì personalità diverse l’una dall’altra, ma non troppo, che ogni papa in fondo è un po’ come i suoi predecessori, anche lui è papa, anche lui vive in Vaticano, anche lui ha due braccia e due gambe… Cercano di imbrigliare papa Francesco nel protocollo? Lui lo manda a rotoli, lascia vuota la sedia bianca a un concerto, si va a confessare in un confessionale di San Pietro sotto gli occhi attoniti del cerimoniere pontificio, sparisce nelle grotte vaticane per pregare. Cercano di controllare i suoi testi? Lui bypassa gli uffici di curia, aggiunge a braccio le frasi clou dei discorsi. Provano a normalizzare il suo linguaggio immaginifico e profetico, smussano, sui media ufficiali del Vaticano, i suoi spigoli lessicali, evitando di riportare una frase sullo Ior (“Tutti gli uffici sono necessari, ma fino a un certo punto…”), non traducendolo quando invita i ragazzi argentini della Giornata mondiale della gioventà di Rio de Janeiro a fare “casino”? Lui parla direttamente con amici, giornalisti, fedeli. Tentano di riportare la rivoluzione del primo papa della storia che ha scelto il nome di Francesco nell’alveo di un riformismo prudente? Lui crea disordine, avvia processi irreversibili, allunga discussioni, anticipa decisioni. Loro attaccano, lui contrattacca. È un corpo a corpo, e si nutre delle armi più velenose. Come quella delle voci sulla salute. Gli avversari che lo conoscevano bene provarono, nel conclave del 2005 e in quello del 2013, a diffondere la voce che, a causa di una malattia giovanile che portò i medici ad asportargli un pezzo di polmone, Bergoglio era troppo malandato per fare il papa. È dovuto intervenire il cardinale hondureño Oscar Rodriguez Maradiaga, amico e grande elettore, girando tra cardinali di tavolo in tavolo a marzo dell’anno scorso, per smentire questa malignità.

Ora ogni occasione è buona – e Jorge Mario Bergoglio, annullando all’improvviso appuntamenti pubblici per “improvvisa indisposizione”, senza troppo badare all’etichetta, ne offre l’occasione – per diffondere allarmi, alimentare premonizioni di malanni, ipotizzare segreti medici inconfessabili. Il papa argentino mangia la foglia e, dopo aver fatto capire che anche lui, come Benedetto XVI, probabilmente si dimetterà, ribalta il discorso e afferma che la fine di un papa è nella tomba. Una previsione che diventa una minaccia, per i ragionamenti più machiavellici. “Quello che mi preoccupa”, ha scritto sul suo blog padre Dwight Longenecker, un prete della South Carolina ipercritico di Bergoglio, “è che se papa Francesco improvvisamente collassa o muore, inizieranno immediatamente le stupide voci di un complotto e avremo una nuova ondata di accuse su come il papa è stato fatto fuori da quegli spregevoli conservatori”.

Il papa gesuita è alla mano, schietto, sa parlare semplice, ma non è ingenuo. Il suo stile di vita è un messaggio di sobrietà francescana e, al contempo, un metodo di gesuitica scaltrezza per evitare i tranelli della curia. Da arcivescovo di Buenos Aires, col passare degli anni, in Vaticano veniva sempre meno. Se ne teneva alla larga, rattristato dai suoi intrighi. Da pontefice ha subito scelto – nello sconcerto generale – di disertare il palazzo apostolico, teatro, nell’ultimo scorcio del pontificato di Joseph Ratzinger, della clamorosa fuga di documenti riservati veicolati dal maggiordomo Paolo Gabriele, in favore della Casa Santa Marta. Nel residence, peraltro bonificato dai gendarmi prima del Conclave, Jorge Mario Bergoglio non è mai solo, dice messa ogni mattina a una quarantina di persone, incontra gente per i corridoi e in ascensore. È più immerso tra la gente, più esposto agli sguardi, anche indiscreti, ma paradossalmente più libero, meno controllabile. Può incontrare facilmente chi vuole, fuori dalla tabella ufficiale pubblicata ogni mattina dalla sala stampa vaticana. A Casa Santa Marta abitano i cardinali consiglieri che lo aiutano a ridisegnare l’organigramma vaticano e il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, da lì passano, senza essere troppo notati, politici, consiglieri, amici. Riecheggiando leggende lugubri sulla scomparsa di papa Albino Luciani qualcuno gli augura di evitare i caffè e continuare a bere il mate argentino. Di simili boutade lui probabilmente riderebbe. Mangia, a ogni modo, a mensa con gli altri ospiti di Santa Marta. Dicono che a volte si cucina da sé come soleva fare da rettore di seminario e arcivescovo porteño. Piglio tipicamente gesuitico, è geloso della sua autonomia. Raccontano che quando lo ha colto un improvviso mal di denti, si è incamminato a piedi dal dentista, dall’altra parte del piccolo Stato pontificio, voltandosi brusco verso il codazzo di inservienti e gendarmi che si erano messi in marcia con lui: “Non vi azzardate a seguirmi”. Non ha un solo segretario particolare, come i suoi predecessori che dai collaboratori finivano per dipendere, ma diversi segretari, fidati quanto invisibili. Si è fantasticato sul contenuto della sua borsa di pelle nera che si è portato personalmente in Brasile fin sulla scaletta dell’aereo. “C’è il rasoio, c’è il breviario, c’è l’agenda, c’è un libro da leggere – ne ho portato uno su Santa Teresina di cui io sono devoto…”, si è schermito lui. “Io sono andato sempre con la borsa quando viaggio: è normale”.

Papa Francesco si gestisce da solo l’agenda, la rubrica, gli appuntamenti e le telefonate, oltre che molta corrispondenza e, ovviamente, i dossier delicati. Jorge Mario Bergoglio ha dalla sua l’esperienza sotto la dittatura argentina. Gli è stata rinfacciata dai suoi avversari al conclave del 2005 per le sue presunte ambiguità, in realtà lo ha rafforzato nell’evangelico dettame di essere puri come colombe, scaltri come serpenti. Era come lui Giovanni XXIII, al secolo Angelo Roncalli, il papa del quale, in un primo momento, avrebbe voluto prendere il nome, chiamandosi Giovanni XXIV. Lo chiamavano il papa buono, ma andò su tutte le furie quando ritrovò le parole esatte di alcune conversazioni riservate che aveva su una linea telefonica esclusiva con il suo segretario di Stato pubblicate sul settimanale “Il Borghese”. “Non chiamatelo papa buono, era il soprannome che gli davano i giornali di destra per depotenziare il suo pontificato”, ha rivelato di recente il suo segretario, l’ultranovantenne Loris Capovilla che Bergoglio, dopo quarant’anni, ha creato cardinale. Il papa di Sotto il Monte fuggiva dal Vaticano in auto con il suo aiutante di camera Guido Gusso spiegandogli come seminare i gendarmi. Rilasciò un’intervista a Indro Montanelli e rimase amareggiato quando questi successivamente lo accusò, su suggerimento di qualche velenoso monsignore di curia, di modernismo. Sapeva fidarsi degli uomini di buona volontà e diffidare dei profeti di sventura. Era un diplomatico dotato di senso dell’umorismo. Per dribblare i servizi segreti stranieri quando era delegato apostolico in Grecia e Turchia aveva escogitato il metodo più banale e geniale: scriveva in bergamasco a un interlocutore che parlava il suo stesso dialetto. Alcuni ecclesiastici a cui dare informazioni erano “chi sota ol tecc”, il cardinale Maglione era “ol tricotè”, un esponente ortodosso era “ol barbù”…

Quando padre Antonio Spadaro, il direttore di “Civiltà cattolica”, ha parlato a Bergoglio, in un ormai noto colloquio pubblicato dal quindicinale gesuita, delle analogie con papa Marcello II (1501-1555), lui ha commentato: “Il suo pontificato è durato appena un mese e poi è venuto il cardinal Carafa”. Cioè la restaurazione. Quello che lui, facendo “casino”, vuole evitare. Chiunque conosceva papa Francesco prima che fosse eletto al Conclave racconta che a Buenos Aires era meno sorridente, meno energico, meno sereno. Succedere all’apostolo Pietro, tanto più dopo lo sterminato pontificato luci e ombre di Wojtyla e quello di Ratzinger, che ha incubato e svelato la crisi della Chiesa, è un compito immane. Bergoglio lo svolge naturalmente. Per i credenti si chiama “stato di grazia”. Papa Francesco è un uomo radicato nella preghiera, “confidente in sé e in Dio” ha scritto il biografo Paul Valley. Recita ogni giorno la preghiera che gli insegnò la nonna italiana, un misto di pietà popolare e radicale affidamento a Dio. I cardinali elettori lo hanno chiamato “dalla fine del mondo” come si fa con i tagliatori di teste nelle grandi aziende. “Vi perdono per quello che avete fatto”, disse loro al brindisi serale dopo il Conclave. Ma la Chiesa non è una multinazionale. Profondamente romana, profondamente globale, sprofondata in una crisi epocale – il cardinale Prosper Grech, a cui fu affidata l’ultima meditazione in cappella Sistina prima che si aprissero le votazioni, parlò di pedofilia, tradimenti, scismi… – ha avuto un estremo istinto di sopravvivenza. E si è affidata all’uomo che può salvarla. Sconvolgendola.

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Nanà a Roma https://minimaetmoralia.it/libri/nana-a-roma/ https://minimaetmoralia.it/libri/nana-a-roma/#respond Thu, 09 Jan 2014 15:09:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17352 Michele Masneri fa un viaggio nel tempo nella Roma umbertina per incontrare Emile Zola in un prequel molto deludente della Grande Bellezza. Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: una scena della Grande Bellezza di Paolo Sorrentino.)

Si legge come come tripadvisor della capitale umbertina; o come making of di Roma (1886), il secondo romanzo di Émile Zola dedicato alle città (dopo Lourdes e prima di Parigi): Il mio viaggio a Roma (edizioni Intra Moenia, 18 euro) arriva in libreria insieme alle brand extension della Grande Bellezza di cui esistono in commercio la sceneggiatura, e il libro-catalogo con le foto di scena. E pure il diario di Zola, delle sue cinque settimane 1894 nella capitale ancora scioccata dalla presa di porta Pia, parte con movimenti di macchina molto sorrentiniani. Subito al Gianicolo, che lo colpisce molto, con grandi dolly sul fontanone e la vista della città, e nel romanzo diventa sontuoso come nella fotografia di Bigazzi: «La piazza era arsa dal gran caldo estivo, mentre dietro, poco più in là, le acque chiare e scroscianti dell’Acqua Paola piovevano in larghi rivi gorgoglianti dalle tre conche della fontana monumentale, nella sua eterna frescura. Lungo il parapetto che cingeva il terrazzo, a picco su Trastevere, si assiepavano i turisti: inglesi smilzi, tedeschi tarchiati, tutti a bocca aperta dall’ammirazione, con in mano la loro guida che consultavano per riconoscere i monumenti».

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Michele Masneri fa un viaggio nel tempo nella Roma umbertina per incontrare Emile Zola in un prequel molto deludente della Grande Bellezza. Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: una scena della Grande Bellezza di Paolo Sorrentino.)

Si legge come come tripadvisor della capitale umbertina; o come making of di Roma (1886), il secondo romanzo di Émile Zola dedicato alle città (dopo Lourdes e prima di Parigi): Il mio viaggio a Roma (edizioni Intra Moenia, 18 euro) arriva in libreria insieme alle brand extension della Grande Bellezza di cui esistono in commercio la sceneggiatura, e il libro-catalogo con le foto di scena. E pure il diario di Zola, delle sue cinque settimane 1894 nella capitale ancora scioccata dalla presa di porta Pia, parte con movimenti di macchina molto sorrentiniani. Subito al Gianicolo, che lo colpisce molto, con grandi dolly sul fontanone e la vista della città, e nel romanzo diventa sontuoso come nella fotografia di Bigazzi: «La piazza era arsa dal gran caldo estivo, mentre dietro, poco più in là, le acque chiare e scroscianti dell’Acqua Paola piovevano in larghi rivi gorgoglianti dalle tre conche della fontana monumentale, nella sua eterna frescura. Lungo il parapetto che cingeva il terrazzo, a picco su Trastevere, si assiepavano i turisti: inglesi smilzi, tedeschi tarchiati, tutti a bocca aperta dall’ammirazione, con in mano la loro guida che consultavano per riconoscere i monumenti».

Qui, al fontanone, il protagonista di Roma, il pretino Pierre, «osservava con tutta la sua forza visiva di cui era capace, con tutta la sua anima, in piedi vicino al parapetto con le nude mani convulsamente intrecciate e ardenti per l’emozione. Roma! Roma! La città dei Cesari, la città dei papi, la città eterna, che due volte ha conquistato il mondo, la città dei sogni che faceva da mesi! Finalmente la vedeva».

Non sviene però come il turista giapponese: l’abbé Pierre è in Italia per incontrare Leone XIII ed evitare la messa all’Indice di un suo libro che sta per uscire; questo il plot molto poco sexy e del tutto autobiografico di Roma, a cui Zola prudentemente mischia una love story tormentata tipo Capuleti-Montecchi, con due cugini, Dario e Benedetta Boccanera, consumata all’ombra di palazzo Boccanera, copiato dal palazzo Sacchetti a via Giulia. Dal diario: «Il palazzo è una grande massa quadrata che dà sulla via, molto alto, grigio nero, tutto in mattoni anneriti, ingialliti, patinati (…). Sotto le finestre del pianterreno v’è una specie di appoggio, sostenuto da alte mensole, e all’interno feritoie squadrate, con le inferriate».

È poi lo stesso palazzo Sacchetti della Grande Bellezza, quello del seminterrato inagibile dei conti Colonna di Reggio (sic), i nobili in affitto ex proprietari dell’intero stabile. Zola è colpitissimo dalla rovina finanziaria delle grandi famiglie, che in quegli anni post-unitari si sono invischiate in operazioni finanziarie senza né capo né coda; vitupera molto soprattutto i Ludovisi, che non solo sventrano la villa di città (oggi quartiere Ludovisi, appunto, con omonimo parking) per lottizzare; non uso alla speculazione, il principe vende la tenuta alla Società Immobiliare per sei milioni, poi ci ripensa e la ricompra sperando di guadagnarci ancora di più. Intanto però il boom edilizio è terminato e lui si mangia il patrimonio suo e del figlio. Trova un acquirente nella famiglia Savoia che gli compra il palazzo Boncompagni-Ludovisi, dépendance fatta fare all’archistar dell’epoca Gateano Koch, dove installano prima la Bela Rosin, poi la regina madre Margherita. Infine il palazzo passa agli americani che dal 1946 ne fanno l’ambasciata (proprio sotto la grande scritta Martini che campeggia nelle feste gambardelliane).

Koch fa anche naturalmente l’omonimo palazzo di via Nazionale, sede della Banca d’Italia, che, nuova di zecca e forse esagerata nelle dimensioni, Zola trova “ridicola”, perché paradossalmente edificata in grandeur nel mezzo di un boom edilizio in cui la stessa Bankitalia aveva investito e perso molto. Passeggiando lì davanti, non incontrando Andrea Sperelli che aveva tutt’altri interessi e che pure batteva quei luoghi (Il Piacere è solo di due anni successivo a Roma), Zola oggi vedrebbe invece i camion dei cinematografari che girano fiction sullo Ior e le finanze scandalose vaticane. Tema non nuovo: nel crac del principe Ludovisi, annota Zola, finisce anche lo stesso papa Leone XIII. Avarissimo, arrabbiato coi torinesi, a questo punto vuole partecipare anche lui al sacco immobiliare, investendo il suo “gran tesoro personale” nel real estate con rendimenti «del sei-sette per cento». Ma, nota lo scrittore, perde anche lui quasi tutto: una trentina di milioni dell’epoca: dissipando metà delle finanze vaticane, senza bisogno di un Calvi o di un Sindona.

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