Berlino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/berlino/ un blog di approfondimento culturale Fri, 15 Nov 2019 08:29:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Berlino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/berlino/ 32 32 Colmare il vuoto. Trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino https://minimaetmoralia.it/altro/colmare-vuoto-trentanni-dalla-caduta-del-muro-berlino/ https://minimaetmoralia.it/altro/colmare-vuoto-trentanni-dalla-caduta-del-muro-berlino/#comments Fri, 15 Nov 2019 07:09:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41607 di Filippo Rosso Il 9 novembre di 30 anni fa, la caduta del Muro di Berlino sanciva l’inizio del processo di riunificazione tra le due Germanie, completatosi undici mesi dopo, nell’ottobre del 1990. Il cosiddetto Muro era in realtà un complesso sistema di fortificazioni che comprendeva due barriere fisiche (il grenzmauer, il Muro vero e […]

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di Filippo Rosso

Il 9 novembre di 30 anni fa, la caduta del Muro di Berlino sanciva l’inizio del processo di riunificazione tra le due Germanie, completatosi undici mesi dopo, nell’ottobre del 1990.
Il cosiddetto Muro era in realtà un complesso sistema di fortificazioni che comprendeva due barriere fisiche (il grenzmauer, il Muro vero e proprio e l’hinterlandmauer), le torri di avvistamento e i checkpoint. C’era poi la todesstreifen (striscia della morte), un corridoio di terra spianata largo da appena qualche metro a centinaia di metri, che per essere ricavato aveva richiesto la demolizione di molti edifici civili e ovviamente lo sfollamento delle persone che ci vivevano.
A Berlino tutto ciò non era una novità. Bisogna ricordare che qui evacuazioni e sfollamenti erano avvenuti costantemente anche prima del Muro. Berlino era stata rasa al suolo nel 1945 e da allora, sotto l’occupazione di quattro potenze straniere, si era rapportata con l’idea che gli spazi civili potessero essere aggrediti e annientati.
La vita quotidiana si sovrapponeva all’immagine delle macerie che ancora non erano state ricostruite. Il dopoguerra berlinese infatti non si è esaurito, come altrove, con un decennio o due di ricostruzione. È stata un’opera lenta e costosissima durata almeno mezzo secolo. Le ferite sono rimaste aperte ben oltre il tempo della disfatta, con sconfitte nuove, con altre prevaricazioni.

La caduta del Muro è stata condita di abbondante retorica che ha evidenziato il suo lato liberatorio, ma nelle sue pieghe ha rappresentato un evento traumatico e non privo di criticità. Tra gli effetti più immediati per le persone c’è stato lo straniamento di doversi riappropriare, per l’ennesima volta, degli spazi che la Storia aveva sottratto loro. I berlinesi (tutti i berlinesi, a est e a ovest) si sono ritrovati di fronte alla metà della città che gli era stata vietata. Per mesi e mesi hanno continuato ad attraversare la striscia della morte ancora increduli che potessero farlo. Tra tutti i luoghi era proprio la todesstreifen quello che creava maggiormente questo impossibile cocktail di senso di libertà e di paura. La frontiera che aveva ingabbiato mezza città ora strideva alla vista come un enorme, irragionevole e sinistro nonsense.
Non è stato facile e c’è voluto tempo prima che l’atto di attraversare lo spazio del Muro diventasse normale, quel Muro che a colpi di piccone e di rimozione psicologica, da entità concreta si alleggeriva ed evaporava, fino ad astrarsi in una linea sempre più confusa tra i cantieri delle nuove costruzioni.

Sono stati tempi di cambiamenti profondi. Un cospicuo numero di berlinesi dell’est era in cerca di lavoro e di abitazioni più moderne. Ad ovest, chi faceva fatica a vivere, prendeva possesso delle case lasciate vuote dagli ossie. E tra questi non mancavano italiani, francesi, polacchi e anche altri ossie, ovviamente. I furgoni a noleggio avevano preso il posto delle camionette militari.
La gente si organizzava come meglio poteva, e nel frattempo ingenti capitali sia pubblici che privati avevano iniziato a ingrassare il business dell’edilizia. Chiunque abbia visitato Berlino negli anni novanta, si ricorderà di una città che cresceva sotto l’ombra delle gru.
Non c’è stata solamente Potsdamerplatz (dove la striscia della morte aveva lasciato 60 ettari di nulla), trasformata dai suoi grattacieli in un crocevia tra i più attivi d’Europa. C’è stato tutto ciò che si poteva (si doveva, secondo un diktat che nei modi scorreva parallelo a quello socialista) costruire nello spazio lasciato libero dagli sconquassi del passato: se palazzine di lusso, centri commerciali o sedi di imprese faceva poca differenza. Nuovi edifici, a partire dagli anni novanta, si sono sovrapposti agli esistenti in modo capillare, andando a soffocare addirittura i cortili interni delle abitazioni o rimuovendo le ultime sezioni del Muro (tra le proteste).
Quel processo che prende nome di ricostruzione, e in tempi più recenti  riqualificazione, gentrificazione – ha una tendenza: saturare all’eccesso, colmare. Un trend diversificato e a più livelli (sociale, economico, architettonico), ma nella sostanza univoco e unidirezionale. È l’antico senso dell’horror vacui in salsa capitalistica che si alimenta solo se riesce a trasformare obiettivi in risultati, opportunità in concretezza. Assenza in presenza.

Berlino a tutt’oggi non ha smesso di interrogarsi sul destino dei suoi spazi. In tempi più recenti, nel 2008, la chiusura dell’aereoporto di Tempelhof ha esposto la città a una nuova ondata di speculazione. Si tratta di una superficie di 365 ettari (cinquanta campi da calcio, per rendere meglio l’idea), un’isola di nulla nel centro della città, un’opportunità dai margini di profitto enormi.
Ma Tempelhof è innanzitutto un’area verde che è stata donata alla popolazione. Pensare di trasformalo in un nuovo quartiere è stato visto da molti come inaccettabile. Nel 2014, supportato da una grande mobilitazione popolare, un referendum per lasciare il parco così come è stato vinto, decretando lo stop dei lavori. Per quanto tempo ancora?
Se lo domandano in molti, ma fino ad oggi Tempelhof non è ancora stato toccato. E in questa battaglia bisogna leggere sia la reazione a un nuovo sconvolgimento del planning urbano che lascerebbe fuori i più, sia forse, più velatamente, un attaccamento dei berlinesi all’idea di una città incompiuta, aperta, temporaneamente indefinita.

È di questi giorni la notizia della pubblicazione di un libro di fotografie che ha attirato la mia attenzione. La fotografa è Christine Fenzl, una bavarese che vive a Berlino dal 1992, una precorritrice di quell’onda di studenti e lavoratori del sud della Germania trasferitesi qui dopo la riunificazione.
Il libro si intitola Land in Sonne, letteralmente “Terra in sole”. Il titolo ricorda il nome di un viale che un tempo il Muro troncava in due pezzi e che ancora oggi sembra  sull’orlo di esplodere per contrasti sociali e violenze, la Sonnenallee. E sembra alludere che i nomi brillanti, come anche nel caso della Sonnenallee, servono a nascondere lo squallore della realtà a chi la vive.
Il volume è composto da una serie di ritratti di ragazze e di ragazze, i cosiddetti Wendekinder. Per “bambini del Muro” si intendono quegli individui che hanno vissuto parte della loro infanzia a Berlino Est, ma che per la loro età (oggi compresa tra i 30 e i 35 anni) non ne possono avere molti ricordi.
Le fotografie mostrano principalmente un contrasto: la giovanilità e la presenza fisica contro il paesaggio desolato della periferia. Una ragazza (capelli multicolore, piercing) è seduta con le spalle su un muretto verniciato di bianco, è una figura viva su una tela. Un ragazzo muscoloso, in piedi in un campo incolto, stringe il collare del suo cane a mo’ di bilanciere. Scorrono foto di ragazzi efebici adagiati sul loro letto, spossati, senza energie. E gli spazi, che l’autrice intervalla agli umani come fossero anche loro un soggetto con una vita e una memoria, suggellano una simbiosi tra i mondi.
Questa terra al sole, al cielo, è uno spazio vuoto. Il vuoto, di nuovo. Il vuoto che è sempre in bilico tra essere contemplato o trasformato in qualcosa che si ritiene più utile, nella periferia sfiorata appena dai processi di riqualificazione, è solido e concreto al punto che non si riesce a riempire, se non da vaghi ricordi e da fantasmi.

(Foto: Christine Fenzl)

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La felicità è un maiale morto sul Müggelsee https://minimaetmoralia.it/altro/la-felicita-un-maiale-morto-sul-muggelsee/ https://minimaetmoralia.it/altro/la-felicita-un-maiale-morto-sul-muggelsee/#respond Fri, 14 Sep 2018 07:26:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38042 di Marco Mantello   “Vagano per decenni sulle distese di ghiaccio della noia e dell’abitudine e intanto si odiano, si odiano perché uno dei due è più distinto dell’altro, perché ha ricevuto un’educazione più raffinata e tiene il coltello e la forchetta in maniera più elegante, o perché ha conservato lo spirito di casa inculcatogli […]

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di Marco Mantello

 

“Vagano per decenni sulle distese di ghiaccio della noia e dell’abitudine e intanto si odiano, si odiano perché uno dei due è più distinto dell’altro, perché ha ricevuto un’educazione più raffinata e tiene il coltello e la forchetta in maniera più elegante, o perché ha conservato lo spirito di casa inculcatogli fin dall’infanzia. Quando il legame sentimentale si allenta, allora non tarda a scoppiare la lotta di classe. Il più delle volte, non si rendono minimamente conto di che cosa li spinga a covare quel sordo rancore, mentre in apparenza la loro vita scorre tranquilla e serena. Ciò che detestano, invidiano o disprezzano nell’altro, è la classe alla quale appartiene”. Questo scenario da dopoguerra ben descritto da Sandor Màrai nel suo romanzo salottifero rappresenta solo una minima parte di verità nella storia di Barbie e Ken. Oggi la gente perbene si separa perché non ha corpo, perché non sente il corpo, perché non fa lo yoga, perché oggi la gente si affloscia  davanti a un computer, perché il colesterolo è alto, perché nei fondali del caffè riscaldato si matura una sincera, irrequieta ipoglicemia, perché vivere è un entrare e farsi penetrare sempre dallo stesso cazzo, o ancora più semplicemente, perché si sceglie, a un certo punto, di rifugiarsi nella realtà, per paura di affrontare la droga.  L’odio di classe è al massimo un’aggravante di un malessere che è già nelle cose visibili. Immagiamoci Ken e Barbie in un’altra ipotetica vita, lui con il padre brigadiere calabro e lei con la mamma impiegata al ministero della felicità. Ken, in quest’altra vita, è arrivato dalla campagna, ha sposato, come si dice, una Barbie romana, è uno smaliziatissimo Marx dei ceti medi e non se ne è mai andato via da Roma. Con Barbie abitano a nord, verso piazza Talenti, fra lo Stil Novo Zio d’America e quel mucchio di strade con nomi di scapigliati, veristi e nipoti di padre Bresciani. Palazzine di sei piani sbarrate con la x, dove nidificano i Mauro Mazza direttore del tg2, il professor Cavallo paleografo di fama internazionale e centinaia di odontoiatri, dirigenti rai, imprenditori edili, tabaccai, pasticcieri, edicolanti sovrappeso in pizzetto e camicia a scacchi, sui quei luridi manifesti azzurri a coprire il simbolo del Fuan, i ‘Birambo okkio al kranio’ e la Roma e la Lazio che ciascuno ha il proprio angolo di bar nel cuore.   In quest’altra ipotetica vita, Ken il suo odio di classe lo esprime con un risentito processo di assimilazione del modello antagonista, cioè della moglie ‘borghese’ che se la tira e nei momenti di rabbia lo chiama ‘il figlio dei cafoni’.  L’eguagliamento dell’altro coniuge, o meglio delle sue origini, avviene innanzitutto sul piano economico, e poi nella coscienza morale, nei ragionamenti, o addirittura promuovendo se stessi a  ‘borghesi’ più ‘grandi’, attraverso mirabili ascese in carriera.  Dopo una decina di scopate in quindici anni di fede al dito, il marito di estrazione ‘popolare’ si dichiarerà ‘costretto’ al ‘professionismo più sfrenato’, comprerà una casa intestandola alla moglie, per poi rinfacciare e lei e a quei figli di puttana dei suoi che lui non era così, che non era quello il suo destino, che un tempo era una persona calma, non strillava mai.  Ken passerà molto tempo a fare i conti con i soldi, si troverà un’amante, fuori città, si innamorerà, sparirà da un giorno all’altro e poi tornando a casa per cena, resterà muto sul suo piatto di minestrone. Adesso che ha perduto i denti  -venti milioni di vecchie lire- quando mangia il minestrone sorchia, dormono in letti separati e lei gli dice sempre: ‘Ma che c’hai?’, con una marcata accentuazione della i. Se si inverte l’ordine dei fattori  il risultato non cambia. Se è la moglie la popolana senza il doppio cognome, il risultato sarà al massimo un attaccamento morboso, narcisistico, iperprotettivo al figlio unico, eletto a ‘collante’ di un’unione eterna e asessuata. In altri casi più moderni, nelle nuove generazioni di Barbie e Ken, l’unico svago si riduce all’hashish (e beninteso, solo se qualcuno l’ha portata lui, non certo perché se la vanno a comprare loro dai negri cattivi al parco che li vorrebbero tutti espulsi e fuori dalle balle). La differenza di classe qui, lungi dal dividere la coppia unisce, rafforza, cementa una preesistente simpatia fisica fatta di odori, di simulazioni facciali, di assimilazione organica del modo in cui lei viene e lui urla, dopo aver chiesto un mutuo per pagare il ricevimento del matrimonio in chiesa.  Immaginiamoci un Ken elefantiaco, lento, ateo, figlio di una parrucchiera e di un operaio. Anche stavolta non è mai partito, è nato, cresciuto e morto in quei quartieri dagli enormi colossei di marmo, roba come Casal dei Pazzi, Rebibbia dove i viali si chiamano Marx e i piazzali Hegel. La sua ambizione, l’incentivo a diventare, come si dice, ‘borghese’, c’era già prima, prima ancora che sposasse la ragazza-bene della provincia campana, cioè una ‘forestiera’, che ha un rapporto morboso con il suo clan di origine, una che telefona in continuazione alla madre, le estati tutte lì al mare dai suoi e in genere ingrassa con gli anni, mantenendo due distinte identità a seconda che si trovi a Roma oppure ‘giù’. Lui ha un pene minuscolo e lei una fica stretta. Glielo ficca anche nel culo. Sono felicissimi e si baciano in bocca a tavola quando viene a cena Michele, l’amico della domenica, l’angelo decaduto di una famiglia di industriali che si è liberato tardi, dopo la morte del padre che lo prendeva a schiaffi a cinquant’anni e chiama sempre in continuazione a casa a tutte le ore.  Ken in genere gli regala libri vegani con la dedica firmata. A tavola, più che del tiramisù, si nutre del suo senso di attesa, di quegli sguardi di desiderio fisico eterno verso l´irraggiungibile Barbie di Ken che gli mostra le cosce apposta per far eccitare il marito a letto, della sua insicurezza, di quella sua dipendenza da Barbie e Ken, tipica dei falliti con i soldi. Lo stare sotto al loro amore eterno e invincibile si acutizza nel tempo, divenendo qualche cosa di molto simile a una decorazione, a una stella sul petto, a un soprammobile. La ferrea legge del farsi da soli muta il vincolo affettivo in vincolo di potere. È per questo che si vedono ancora, anche nei giorni in cui Barbie e Ken simulano la nascita eternamente rinviata del primogenito, o parlano dell´idea di programmarla davvero l´anno prossimo con un bel viaggio a Berlino insieme. Michele gira per la stanza già preparata per il futuro bambino e ci si rivede dentro, scruta quell’immenso fiocco azzurro affisso alla porta, la lista dei nomi possibili, le foto vuote e sfuocate, la culla vuota. Poi Ken se lo porta via in salone con aria eccitata e pipa in bocca, non ancora consapevole che deve esistere una zona grigia, un’espressione sul volto, una forma di cartomanzia dove si resta a metà strada fra l’infelicità e la beatitudine, dove il carattere e il destino convivono in un solo attimo, indistinguibili l’uno dall’altro. ‘Michele hai visto i test genetici che abbiamo fatto ieri dal medico?’ gli dice ‘Avrete proprio gli stessi occhi che cosa diavolo vorrà dire secondo te?’. Per un attimo fissa Barbie, poi l´amico e ridono su questa cosa del bambino assente, del non nato. La sua futura condizione ambientale, quella che Mann, dal vecchio trombone che era, definisce a torto condizione umana, biblica, giuseppesca, si può acquisire nel corso della propria vita, ma si può anche perdere nelle generazioni successive. Di qui gradazioni, fasi, nei processi di elevazione o degrado sociale nel Volksgeist di un elettore pentastellato. Quante volte, osservando i nonni di qualcuno, abbiamo rivisto i nostri genitori? E quante volte, da figli, ci siamo sentiti  ‘una generazione indietro’ rispetto a gente che di figli ne aveva già avuti. Tutto questo, beninteso, valeva solo in un certa misura per Barbie e Ken. Loro se ne erano andati via da Roma quell´estate e volevano solo essere felici.  Il giorno che partirono insieme per Berlino il cielo aveva il colore dell’orzata e quelle file interminabili di pini americani sulla statale in direzione Köpenick mi sembrava si muovessero con noi, senza farsi superare mai. Negli spazi vuoti fra un tronco e l’altro, motoscafi senza riflesso ormeggiavano sul Müggelsee, come ai margini di una grossa pentola di acciaio inox. Lungo i tratti sabbiosi, file di ombrelloni prima gialli, poi bianchi, aquile nere penzolavano in mezzo a gambe magre, mentre le mani dei nudisti calavano pagode uni posto nell’acqua torbida del lago. Non c’era nessuna differenza fra la bandiera tedesca e i figli della patria. Nudi anche loro, ridevano ogni volta che appariva il sole, per poi ritornare seri, e chiusi, al passaggio della nuvola piovana. L’estate era finita. La statale non aveva buche. Ho acceso lo stereo. Il White Album e McCartney che cantava nel refrain: Hai visto i piccoli maiali, rotolarsi nella sporcizia? Dovunque ti giri il mondo è pieno di piccoli maiali, a vivere la loro piggy-life, con la loro piggy-mother, e la loro piggy-wife… Canzoni come Piggies sono il sale della terra,  quando viaggi da otto ore su una Smart metallizzata. Con il clavicembalo settecentesco, quell’incedere da marcetta e le trombe del mago di Oz in sottofondo, ogni volta che la rimetti dall’inizio, ti viene voglia di dondolare la testa, come in preda a una piacevole e temporanea infanzia. In effetti dondolavamo tutti e due la testa Barbie e io, quando la strada prese a girare e intravedemmo questo piccolo maiale rosso. Lo avevano investito da non più dieci minuti. Qualcuno, magari l’investitore stesso, aveva provveduto ad accostare il corpo vicino al guard-rail. Probabile che avesse anche telefonato al Tierkrankenhaus, assicurandosi che non mordesse durante il trasporto. Aveva il naso insanguinato e gli occhi aperti. Due zampe su quattro galoppavano in un cielo parallelo al suolo. Il resto del corpo era fermo, dissociato dai comandi del cervello. Una volta recisi i legami, resta solo un’abitudine al moto. Si gira a vuoto, circolari, testardi e per questo incapaci di comprendere che è il momento di restare a terra. Il clavicembalo di Piggies, associato al maiale morto, può generare il sentimento della poesia, oppure gente come me e Barbie. Avevo appena raggiunto il limite anagrafico di cui blaterava il Croce in quelle interminabili cene a Vimignano: ai suoi tempi i diciotto, l’età della leva. Ai miei tempi i trentacinque, l’età della procreazione assistita. Oltre questo limite non esistono più le due categorie crociane dei poeti e degli stupidi. Esistono solo maiali rossi in attesa di una chance rieducativa. Barbie mi fece una carezza sulla guancia: ‘Dai Ken…’ sussurrava con lo Stadtplan in mano, ‘Tra un km e mezzo devi girare in direzione Friedrichshain’. Guardai nello specchietto retrovisore con un´aria persa e stanca. Il maiale rantolava alle nostre spalle quasi lontano ormai, un paio di utilitarie l´avevano schivato a malapena. ‘Non lo so Barbie Forse dovremmo fare qualcosa per lui, tornare indietro….’

‘Si certo, con tutte le auto e la prenotazione di stasera per il Kit Kat…Ma come pensi di fermarti, scusami? Dobbiamo anche passare a prendere i costumi per la serata a tema e sono già le cinque del pomeriggio Ken…’

‘Così! Potrei fare così’ le risposi e pigiai sul freno “E poi lo scuoio”

“Ken ma che dici! Se è uno scherzo non mi fai ridere…”

“Scuoiamo il maiale no? Così mi metto in faccia la sua pelle morta stasera al Kit Kat!”

“Ma il dress code, Ken non ci fanno entrare… Ken ragioni un attimo per cortesia? E non guardarmi mai più in quel modo mi fai paura! No, dai no, smettila è pericoloso…”.

La Smart tornò indietro in retromarcia. Sulla strada si sentì un rumore isterico di clacson, lo stridere di gomme sull’asfalto asciutto, il rinculo e i nostri colli, prima avanti e poi di nuovo indietro, fino a sbattere sul poggiatesta. La Volkswagen targata LOS si fermò a un centimetro da noi. Uscì una signora con i jeans e i capelli bianchi a spazzola. Era furiosa, nonostante i toni della voce, che restavano per nulla alti. Le distanze dalle orbite ingrossate mi impedivano di capire un acca di quello che mi stava blaterando addosso. Guardai di nuovo la strada, il maiale non c´era più, era svanito.

‘C’era un piccolo maiale sulla strada, forse era morto non lo so…’ provai a spiegare alla donna, ma quella digitò il 110. I Bullen arrivarono a sirene spente. Anche a loro glielo dissi chiaro: ‘C’era questo piccolo maiale no…’.

‘Ma allora l’ha investito lei il porco?’

‘No, volevo solo fermarmi e caricarlo in auto’

‘E dove l’avrebbe visto, scusi, io non vedo maiali qui, vedo solo il lago’

‘Forse…forse mi sono sbagliato, uno-due kilometri da qui, forse era più dietro ancora adesso che mi ci fa pensare…”

“Sì è vero l´ho visto anch´io” confermò Barbie nella deposizione “Era proprio un maiale…”

‘Aspetti, prego’ dissero i Bullen fissando la signora della Volkswagen, che intanto scuoteva la testa col vigore e la persuasività di una congiurata. Arrivò una seconda volante, avevano controllato fino all’altezza di Köpenick. Nessuna carcassa, nessun animale ferito o morto, nessuna macchia di sangue fresco sull´asfalto rifatto a gennaio scorso, perfetto, inodore, vegano, pulitissimo. Anche al vicino Tierkrankenhaus non ne sapevano niente. Quel giorno era arrivata una sola segnalazione, per un cerbiatto marrone, e i km di distanza da dove stavamo adesso erano oltre 120, non due come avevo detto io. Ci volle tutta l’intelligenza sociale di Barbie per evitarmi una denuncia da ‘procurato pericolo’, con relativa sospensione della patente di guida per mesi sei. Staccò un assegno da duecentoventi euro –la multa- e mi disse che assolutamente, adesso che i Bullen mi chiedevano se avevo capito bene il mio errore, gli dovevo rispondere: ‘Si grazie, ho capito. Tutto chiaro e non lo farò mai più, scusate’.  E così feci come un bambino, mi scusai, mantenendo un’espressione seria, contrita, che dissimulava il sollievo e la felicità interiori. Il mio piccolo maiale rosso, pensavo, magari si era alzato con le sue zampe da quella pozza di sangue grufolando via nel bosco, mentre io correvo a salvarlo con la retromarcia innestata. Era salvo, nessuno l´avrebbe più ucciso. Adesso anche i Bullen erano appagati del mio candido mea culpa, sgambettavo come il maiale da qualche parte fra il lago e il bosco, in attesa che mi ridessero la patente. Forse era un´allucinazione, pensai, alle troppe ore di viaggio con Barbie, forse prima quando lo avevamo visto a budella in fuori ansimante con gli occhi aperti e sbarrati e steso tutto di fianco e rosa, forse erano solo  capillari fragili, con tutto quel freddo di fine estate e poi da lontano potevo essermi ingannato. Barbie aveva detto che il resto del viaggio guidava lei. ‘Senti chiariamo: qua sono tolleranti ma se fai cazzate con il loro sistema di regole. Guarda che ci è andata di lusso Ken, potevano arrestarci e addio Kit Kat, addio dress code!’. Poi, vedendo che le facevo il verso: ‘Di lusso, certo, di lusso il maiale rosso era un gran vestitino a tema vero, una bella serata porno-comunista dove te ne scopi sessanta a sera in un flusso continuo di penetrazioni e orgasmi multipli….’. Barbie imbronciò, ma poi, come se qualcuno avesse spinto un pulsante magico sulla sua schiena, non riuscì a rimanere seria e prese a ridere come una pazza scuotendo il capo. “Ken…Ken…Ken mi farai impazzire…” sussurrava imbambolata e allegra. E la cosa più incredibile di quella donna, anche dopo un episodio così sgradevole, anche adesso che doveva tenere d’occhio la strada con le mani di plastica sul volante, voglio dire era il mio viso riposato e senza rughe, avevo tutti i capelli ancora in testa, i pettorali, di corpo sembravo molto più giovane della mia età e la cosa le bastava per amarmi. Certo lo avvertiva chiaramente che se fuori luccicavo dentro mi corrodevo. Ma proprio per questo, la mia doppiezza era per lei trasparente, avevo il dono di Peter Pan, custodivo il tesoro dell’isola misteriosa, nella carcassa di un’eterna giovinezza. ‘Ken…Ken…Ti  amo Ken” ripeteva ‘Ti amo anche se sei un maiale…”. A un tratto mise una mano dietro la schiena e spinse forte fra le costole. Il corpo si irrigidì sul sedile, le cosce si mossero sui pedali, anche gli occhi presero a muoversi e le lunghe ciglia curate dall´estetista a aprirsi e chiudersi. Rimase con quel sorriso a denti stretti, come paralizzata nella posa plastica, Barbie aveva fatto scendere il tettuccio della Smart mentre guidava con quella chioma di capelli biondi mossi dal vento. “Ken…” mormorò più volte girando il collo verso di me ogni tre minuti “Ci siamo quasi Ken, vuoi fare una pausa per un caffè? Posso farti un pompino?”, mentre le marce si innestavano a scalare a ogni semaforo. Eravamo già verso Köpenick quando si rigrattò la schiena, la torre della televisione di Alexander Platz, detta siringa, in tedesco Spritze, si vedeva nitida in lontananza. Anche Barbie la guardò dall´auto, poi spinse ancora con la mano destra dietro al collo rosaceo e magro e ci fermammo in un bar per farle cambiare l´abito. Anche il suo volto era cambiato, adesso si era fatto serio e malinconico, vissuto, di colpo mise un paio di occhialini rosa che si era portata da Roma e prese a parlarmi di cinema francese, di Truffaut, disse che a Berlino voleva fare un corso per il tempo che rimanevamo lì insieme, e prendere la tessera della biblioteca, leggere Animal Farm a proposito di maiali morti. Guardavo la Spritze non lei. La sua punta luccicante ne avrebbe potuti infilzare cento, di piccoli maiali rossi, lasciarli rosolare a sessanta gradi, lasciarli vivi ma sospesi, farli gonfiare fino a dieci tonnellate l’uno. Il marcio ristagna nella ventresca, nelle ghiandole gastriche, nei villi intestinali: gli è impossibile defecare o urinare e quel respiro tanto fetido e affannoso, con quello ne possono espellere un millesimo, di tutta la lordura che hanno dentro. Forse tra poco esploderanno e la Spritze crollerà sotto al peso delle troie lattanti, portandosi dietro quella sua aria satellitare e futuristica, che le statue di Marx ed Engels, poco più avanti all’altezza della Rotes Rathaus, fissano da sempre in un modo malinconico e dubbioso. L’innocenza, per me, è sapere che ogni cosa al di sotto di quei maiali verrà rasa al suolo da un involontario e sferragliante precipitare: il parcheggio dell’Hotel Der Sinn, i duemila vetri azzurri della Berliner Zeitung, fino ai grandi formicai rettangolari che si dipanano sulla Greifswalderdtrasse, sulla Karl Marx Allee, come fossero i primi agglomerati di grandi città coloniali, dove regna la pista ciclabile. All’altezza del parco di Treptow, su Bulgarische Strasse fino agli ex uffici della Stasi, i maiali sono scomparsi dai miei occhi. Rimaniamo dentro una foto col sorriso doppio, imbacuccati, abbracciati, rinvigoriti dalla gelida disponibilità del passante a prendere bene tutto: la Spritze alle nostre spalle, la Porta di Francoforte di fronte al nostro violentissimo abbraccio e qualche insana legge morale che bisbiglia dentro di noi: ‘Feierabend!’ Feierabend!’. Che significa: la tua giornata di lavoro oggi finisce qui. Nei primi anni ’90 Friedrichshain era pieno di case occupate da gente senza lavoro per scelta o vocazione. Soprattutto la Rigaer Strasse e la Mainzer, dove c´erano gli Anarchisten, gli Umwelt-Terroristen con mimetica e stivali rossi, hanno fatto la fortuna di Carglas, il multi-centro specializzato nella riparazione di vetri-auto, dove tutti gli impiegati portano magliette rosse sopra tute acetate e si chiamano Kaufmann di cognome. Anche oggi, che di case occupate è rimasto solo il logo dell´Immobilien Scout su quel mare di gente con Schufa e certificazione delle entrate mensili in attesa di visitare case riammodernate dai nuovi Rentner, a Friedrichshain rimangono rimasugli e stralci di un mondo in via di estinzione. La fermata della S-Bahn attraversa e divide la Frankfurter Allee,  la strada comune per arrivare in centro, il momento di calma successivo al grido si protrae per ventiquattr’ore ed è come se stessi aspettando che accada qualcosa che non accade mai, sopra al ciglio delle rotaie in fiore. Ci entri e ci resti in questi cazzo di quartieri periferici, come dentro un marmitta rotta, come fuori da una porta chiusa, senza possibilità alcuna di migliorare o peggiorare, e alla fine rimani solo come un cane. Dalla parte del fiume Sprea, trovi miriadi di stradine dedicate a Jung e alla Grande Madre, più i locali per giovani, i ristoranti africani e pure quei turchi punkabbestia ancora in preda a rasoi e vodka alla colla. Arrivano in camionetta ogni domenica mattina, sono arrivati anche adesso di fianco alla macchina di Barbie Ken. Al mercatino di Boxi il cantante presenta se stesso e gli altri come la prima generazione di ‘nati in nessun luogo’. Attaccano con le chitarre elettriche, le Tablas e l’Oud: Sogni al Kebab nella Città del Muro e tutti quei tendoni che sfornano edizioni DDR delle tragedie di Shakespeare, racchette da spiaggia, tavolini, poltrone, tappeti, dischi, telefoni a cavo verdi, gialli, arancioni, di quelli che devi mettere il dito nel centrino e senti il numero girare  e tutte le vecchie foto incorniciate in bianco e nero, le locali Shirley Temple fuse a giovani polacche ariane, con le loro commedie sentimentali ai tempi del führer e i funerali di stato nei primi anni settanta, a lasciare tracce della loro impolitica vita in biografie autorizzate dal quarto marito morto. Le varie Ursula Stein, Demetra Koch, le locandine di ‘Quando le donne ci mettono lo zampino’, di ‘Irma la fiammiferaia nera’ accasciate fra un grammofono e un baule pieno di spartiti per clavicembalo. Dalla parte dove Barbie ha parcheggiato vedi la Chiesa del Samaritano, un negozio di pompe funebri e quel lungo vialetto con le aiuole sulla Bänschstarsse che porta dritti alla casa del cugino. Appaiono al suolo microbottiglie di Jaegermeister all’ora di colazione, ogni panca dipsone di un secchio cilindrico accanto alle ombre, in quel mucchio di merde di cane non raccolte, assurte a sistema di concimazione umana, l’alcolismo reale si fonde con il blu di una graziosissima scuola materna. La prima cosa che chiedo al cugino Steffen quando ci viene incontro e ci aiuta lui coi bagagli è se il centro commerciale Salvador Allende esiste ancora. Magari hanno cambiato il  nome. ‘Solo la sede. Adesso sta a Schöneweide’, mi spiega mentre scarica tutto lui dal tettuccio della Smart. Domani ha l’aereo per Roma, abbiamo programmato questo scambio di case e così, mentre lui si godrà piazza Gondar e le scritte del Fuan per i due mesi estivi, noi rimarremo qui, sulla Samariter Strasse, a finire Barbie la tesi in diritto del lavoro sul Diskriminierungsverbot e io una Sprachschule di livello 3. La verità è che vorremmo produrre una discendenza di bamboline gonfiabili e riempire la culla vuota, dare un senso e un valore d´uso al premaman da 69 euro che le avevo regalato per l’onomastico. La immaginavo negli ultimi mesi di gestazione con il ventre enrome come in quella canzone degli Smiths. L’ombelico che pulsa sotto la stoffa, le sue stelle marine annodate a quella piccola treccia indiana, con il seno prosperoso e tondo. E poi le lezioni di Pizzica il giovedì, le arrampicate primaverili sulle Alpi austriache e le gite agostane all’Ostsee. Barbie avrebbe riempito Berlino di una lucentezza smisurata, tipica dei corpi femminili quando mutano forma e peso. Una volta che il Lei o la Lui sarebbero usciti fuori dalla sua vulva avremmo trovato il modo di farli restare ancora qualche mese in una zona di confine fra la placenta e il Mondo. Magari comperando una di quelle fasce sud-americane che si adoperano qui. Te li avvolgi sotto al cappotto e te li porti dappertutto, come è vero che le giovani madri di Friedrichshain hanno le spalle tatuate e un sussidio pari a 300 euro mensili più canone di locazione, ripagato con la fine della libertà e i lavori socialmente utili. A vederle camminare sulla Samariter Strasse, insieme agli ex-tossici passati dal ruttare della strada al ruttino della culla, è come se avessero una pancia sbottonabile, richiudibile, sgonfiabile o rigonfiabile a seconda che tiri il vento o ci sia il sole. Barbie sarebbe diventata madre in questo modo. Ne ero sicuro allora, quando entrammo per la prima volta in casa di Steffen; ne sono certo oggi quando la rivedo a Roma, con i suoi quattro bambini e il loro papà naturale.

Vagano per decenni sulle distese di ghiaccio della noia e dell’abitudine e intanto si odiano, si odiano perché uno dei due è più distinto dell’altro, perché ha ricevuto un’educazione più raffinata e tiene il coltello e la forchetta in maniera più elegante, o perché ha conservato lo spirito di casa inculcatogli fin dall’infanzia… Forse è così, con queste parole copia-incollate da qualche sito internet senza copyright, che Sandor Marai si immagina Barbie e Ken trent´anni dopo, sulla stessa strada, davanti allo stesso maiale morto. Li vede ancora lì, su quella Smart metallizzata in viaggio insieme verso Berlino, alla ricerca del punto preciso dove videro il maiale, trent´anni dopo come in un déjà-vu romantici scemi che si sono rivisti in vecchiaia, vedovi e soli. Barbie è scheletrica, porta la dentiera, ha i buchi sui capelli e dice a Ken che devono vedere a tutti i costi Le Bonheur di Agnes Varda. Tradotto in italiano significa: La Felicità. È una roba rarissima, spiega, l’hanno ripresa con la telecamera in un piccolo villaggio della campagna bretone. Fissandola negli occhi si capisce quanto sia terribile questa Felicità. Si anima come un Catopleba da bestiario, esige paglia, campi di frumento e villaggi, come prove della sua presenza sulla terra: ‘Sì ma la trama del film?’ le chiede Filippo. Lei lo guarda come fosse un fesso: ‘La trama non conta. Pensa a un essere vivente fatto solo di ‘oggetti’, ‘tempi’, ‘luoghi’. La Bonheur è così, è animata….’.

 

‘Ma io l’ho visto quel film. Anzi adesso che mi ci fai pensare, l´avevamo visto insieme quello della Vardés…’

‘Varda!” protestò Barbie “Agnes Varda, che Vardès!’

‘Sì, era un’amica di Jim Morrison e Truffaut… Una bella presa in giro della famiglia monogamica’.

‘É più complesso Ken, minimizzi sempre!’

‘Allora spiegami tu Barbie! Più complesso come, che intendi dire?’

‘Ci sono due cose alla base della Bonheur: il rapporto domestico e il rapporto passionale. Il rapporto domestico è un’eterna gita in campagna, la domenica con i figli. Il rapporto passionale, invece, si consuma in parallelo, dentro l’ufficio postale del paesino, dove l’amante del protagonista lavora. Fino a quando la moglie e l’amante non si conoscono, tutto pare in equilibrio, sono tutti felici. Come dice la Varda in un’intervista coeva al film, gli attori della Felicità sono agiti, sono parti di abitudini viventi, tasselli di un puzzle, sostituibili in caso di distruzione, smarrimento o abbandono… È una cosa leggermente più complessa di una presa per il culo della famiglia monogamica, non ti pare?’”

‘Forse sì, forse hai ragione Barbie, ma questo non significa che tu debba essere tanto aggressiva quando mi spieghi una cosa che non conosco…’.

‘Non conosci la felicità? Sei un infelice, poverino?’.

Ci ha messo quasi una settimana a calmarsi dalla crisi isterica. Quando Barbie gli ha detto: ‘Allora ci vieni o no a rivederlo al cinema?’ Ken ha capito perché lei se la prendeva tanto a parlargliene così in auto. È una roba mostruosa, questa Bonheur. Ti dà l’idea di una catena di montaggio. L’albero caduto genera semi e radici nuove. Ogni filo d’erba lascia spazio a un nuovo filo d’erba. Se la moglie dell’uomo alla fine si uccide, è l’amante a resuscitarla, assumendone funzioni e aspetto fisico. Sono bionde tutte e due, hanno entrambe gli occhi verdi e portano la stessa taglia di reggiseno. Quanto al maschio bretone, il protagonista, è un tipo alto, magro, dalla carnagione scura. Lavora in una falegnameria giù in paese e pare un ebete. Tutto qui. Nessuna interiorità. Nelle scene finali del film, la Bonheur prende le forme di una sonata per violino e orchestra. A parlare, come si dice è la musica. Dopo il suicidio della moglie, la nuova arrivata in famiglia viene accolta da un interminabile Adagio, mentre prepara il cestello per la gita in campagna. Arriva il lunedì mattina, sotto forma di minuetto: spesa, colazione, vestizione di figli non suoi (la chiamano mamma mentre va a lavoro). L’amante divenuta moglie ha qualcosa di sottile e tagliente sul viso, che la rende diversa dalla donna precedente. Dorme nel suo stesso letto, sul suo stesso lato, non si trucca neppure lei ma è un’altra persona, dentro la stessa vita. Ecco insomma, adesso non vi sto dicendo che Barbie e Ken, dopo trent´anni e ormai vecchi e decrepiti, fossero ancora prigionieri della Bonheur e del suo mito. Barbie non incarnava affatto un’infedele riproduzione di amori passati. Erano stati insieme dodici anni prima di lasciarsi e l’unica cosa che Ken ricordava degli amori venuti prima di lei era un mucchio di paccate al cinema. Volti senza nome, nomi cui non riusciva ad associare più un volto, per quanto erano lontani nel tempo. Baciati e tastati sotto portoni e portici, in auto, nella camera dei genitori di una che faceva gli anni. Il passato remoto non era di aiuto per nessuno quando rividero insieme quel film a Berlino trent´anni dopo. Erano arrivati a un punto tale che nemmeno un funesto ingrossamento ghiandolare a ridosso dell’ano, o un’improvvisa diarrea da freddo, definivano paletti nell’intimità. Certi amici che hanno avuto esperienze simili, dicono che fa impressione vedere nella nuova l’identico movimento degli occhi dell’altra. Una volta finito l’accoppiamento, prima ti guarda, poi li gira verso il basso, poi ti guarda ancora e quel modo di usare il coltello a tavola, i frammenti di polpa ritagliati dalla buccia di una mela, l’assenza di zucchero nel caffè, la mania di programmare la sveglia mezz’ora prima per ritardare la sensazione del risveglio…Ecco il risveglio: l’amore domestico e l’amore passionale si confondono in un eterno e interminabile risveglio. In bagno ci va sempre prima lei, intanto che prepari la colazione, darà una sciacquata ai piatti e il letto lo rifate insieme. Le abitudini viventi tendono inesorabilmente a ritornare. Anche l’aspetto fisico si appiattisce, si aggruma. Più che le persone in carne e ossa, ami la Bonheur e il suo putrido soffio vitale. ‘Adesso con questa nuova, abitiamo in case separate e ci faccio solo i fine settimana insieme. Il sesso peggiora più lentamente e c’è un maggiore equilibrio nella vita domestica’, era così che dicevano gli amici quando Ken raccontò che con Barbie si erano separati. Li lasciava parlare, non ci credeva mica alle allusioni alle loro vite reali, Ken pensava che fossero loro i bambolotti maniaci ossessivi e non quella marmaglia di donnine tutte uguali che stanziavano per qualche mese nelle loro case di plastica senza porte né finestre come monadi impazzite nella camera di un bambino gender. Ma che idiozia! Conosceva Barbie come le sue tasche, amava la loro mancata Bonheur e soprattutto era lei, quella originale. Eppure adesso, dopo il discorso sul film, Barbie si era fatta lontana come trent´anni fa, guidava la Smart e basta verso Friedrichshain. Lo sapevano tutti e due che sarebbe finita da un momento all’altro con uno sbadiglio, per casa di suo cugino mancava davvero pochissimo. Di colpo in tutto quel silenzio Ken si ritrovò sovrappensiero, senza nemmeno accorgersene, stanco e immobile sopra al sedile. Voleva solo andarsene a letto, era da sedici ore che viaggiavano senza comunicare. Così, quando Barbie il silenzio lo ruppe e gli chiese l´ora, Ken guardò fuori dal finestrino e annuì, senza percepire affatto i contenuti delle sue parole. Che cosa voleva? Che farfugliava quella vecchia isterica? Era talmente preso dalla Bonheur che nemmeno si era accorto dell’auto ferma davanti al palazzo. ‘E tu come va, come ti senti? Io sto a pezzi’ disse a Barbie girandosi verso il sedile del guidatore. Era vuoto. Era sparita ancora.

 

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Adesso è meglio che tu non venga perché dovresti ripartire: elogio degli incontri mancati https://minimaetmoralia.it/letteratura/9097/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/9097/#comments Wed, 22 Aug 2012 07:53:41 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9097 di Daniela Ranieri

Bisogna arrivare in stazione almeno 1 ora e 5 minuti prima. È una delle poche cose su cui non transigo. Quei 5 minuti in più non pare, ma sono fondamentali. Il più delle volte il numero del binario non è ancora comparso sul tabellone, quindi non occorre affrettarsi a raggiungerlo. Si può però controllare di nuovo il numero della carrozza e del posto sul biglietto, tante volte dopo non si facesse in tempo. Se è vicino, il binario, si può addirittura andare in bagno per un’ultima volta o, in alternativa, andare a comprare quella bottiglietta di acqua che la sera prima non è stato possibile sottrarre dal frigobar dell’albergo e infilare in valigia per essere sicuri di non dimenticarla.

Poi ci si siede, e si aspetta. Se si è sufficientemente ardimentosi, ci si può persino alzare di tanto in tanto, o tirare fuori un libro e affondare gli occhi nella lettura.

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Un paio di mesi fa è nato un bellissimo blog letterario. Si chiama Carnation, e lo anima Daniela Ranieri. Ne riprendiamo un post, grazie alla sua gentilezza.

di Daniela Ranieri

Bisogna arrivare in stazione almeno 1 ora e 5 minuti prima. È una delle poche cose su cui non transigo. Quei 5 minuti in più non pare, ma sono fondamentali. Il più delle volte il numero del binario non è ancora comparso sul tabellone, quindi non occorre affrettarsi a raggiungerlo. Si può però controllare di nuovo il numero della carrozza e del posto sul biglietto, tante volte dopo non si facesse in tempo. Se è vicino, il binario, si può addirittura andare in bagno per un’ultima volta o, in alternativa, andare a comprare quella bottiglietta di acqua che la sera prima non è stato possibile sottrarre dal frigobar dell’albergo e infilare in valigia per essere sicuri di non dimenticarla.

Poi ci si siede, e si aspetta. Se si è sufficientemente ardimentosi, ci si può persino alzare di tanto in tanto, o tirare fuori un libro e affondare gli occhi nella lettura.

Una volta l’ho fatto, e stavo per perdere il treno Ancona-Roma (al tempo ce n’erano solo due al giorno, ora non so), perché ero arrivata solo 24 minuti prima, e nella fretta il BINARIO 2OVEST e il BINARIO 2 si sono confusi dentro la mia testa. Venivo da una notte terribile in un hotel di San Benedetto del Tronto, nella cui hall il pomeriggio precedente avrei dovuto incontrare un tizio con cui la mia agenzia collaborava e che non si presentò perché, così recitava l’SMS, aveva dovuto portare sua nonna in ospedale.

Era estate, il che rendeva tutto più difficile. Non c’era nessun fattorino (…) a cui chiedere, nessun annuncio, niente di niente. Chi conosce la stazione di Ancona sa di cosa parlo. Bisogna solo essere fortunati e aspettare che il destino si manifesti con uno dei suoi scherzetti o ci stupisca con una temporanea sospensione delle ostilità.

Il libro che stavo leggendo per ora non è importante, ve lo dico dopo; mentre forse lo è il fatto che la persona che mi si avvicinò circa 2 minuti prima della partenza del treno e a cui chiesi, pelo pelo, come mai non fosse ancora arrivato, mi fece notare che BINARIO 2OVEST e BINARIO 2 non erano affatto la stessa cosa tenendo in mano L’interpretazione dei sogni.

Interessante. L’interpretazione dei sogni è del 1913. Nell’estate del 1913, Freud è in un albergo sulle Dolomiti, a San Martino di Castrozza. Lì incontra il giovane musicista Alban Berg, che gli rivolge alcune domande ironiche circa la propria condizione di ipocondriaco. «Ma non l’ha trovata una cura per questa influenza, dottore?» pare gli abbia chiesto. Non si sa cosa rispose Freud, che però in seguito a quell’incontro teorizzò una nuova patologia della modernità, di cui Berg soffriva, il cosiddetto “complesso della ferrovia”. D’altra parte, anche Freud ne soffriva.

Berg, dice Adorno nella biografia a lui dedicata, arrivava in stazione anche con 3 ore di anticipo per paura di perdere il treno, e cionostante spesso lo perdeva. Si sentiva costantemente in pericolo di vita, e gridava “al lupo” talmente tanto spesso che quando chiese ad Adorno di incontrarsi in un albergo di Vienna perché forse stava per morire “per una foruncolosi”, Adorno rifiutò. Poche settimane dopo, Berg morì.

Adorno d’altra parte continuerà a mancare gli incontri negli alberghi: nel 1959, dopo un carteggio freddino (da parte sua) con Celan che gli aveva dedicato la Conversazione nella montagna, gli dà appuntamento al Grand Hotel Waldhaus di Sils Maria, in Engadina, dove deve recarsi per una serie di conferenze.

«La prego quindi di perdonarmi se domani e martedì prossimo non sarò presente alle Sue conferenze»

I due sperano di parlare della questione ebraica in generale, e di Kafka in particolare. Solo che quando Adorno arriva, il 30 luglio, Celan è già ripartito con tutta la sua famiglia. Si sono capiti male? Celan è scappato perché non si sentiva di reggere l’incontro con «l’Ebreo Grande», come era solito chiamare Adorno (che perciò si imbarazzava moltissimo)? Boh, non si sa.

Per tornare a Freud, nel settembre di quell’anno, dopo San Martino si reca al Bayerhischer Hof di Monaco per partecipare al Congresso della psicoanalisi che sancirà il definitivo allontanamento con Jung. In quell’occasione, incontra Lou Andreas Salomé, che proprio in quell’albergo gli presenta Rainer Maria Rilke,

con cui lei continuerà poi a mancare incontri nelle varie città d’Europa, come risulta qui

«La cosa più bella per me sarebbe: averti qui»

Nell’epistolario mancano le lettere dell’estate del 1912: mentre Rilke era a Venezia, infatti, Lou era a Vienna da Freud a studiare la psicoanalisi.

E che faceva Freud? Il 14 maggio scrive da Vienna a Schnitzler, autore di Doppio Sogno, che vorrebbe incontrarlo, ma non si sa come i due si mancano sempre per un pelo.

EWS, SK

Solo dieci anni dopo, in una lettera del 1922, confesserà: «Mi sono sempre chiesto con tormento per quale ragione in realtà io non abbia mai cercato in tutti questi anni di avvicinarLa e di avere un colloquio con Lei (…). Io ritengo di averla evitata per una sorta di paura del doppio».

!

Lou Salomé è la stessa che carteggiava con Nietzsche, che scrisse parte dello Zarathustra proprio a Sils Maria – è per questo che la Conversazione nella montagna di Celan lo cita continuamente, insieme al racconto L’escursione in montagna di Kafka.

Già, Kafka. Se proprio si devono perdere treni e lamentarsi delle notti in albergo, lo si faccia in grande stile. Dov’è Kafka in questo periodo, mentre Freud salomeggia? A Desenzano del Garda, a guardarsi allo specchio della stazione, abbiamo detto.

Però quasi un anno più tardi, nel luglio 1914, sappiamo che Kafka è a Berlino, ospite dell’hotel Askanischer Hof , dove «in una specie di processo davanti a testimoni» rompe il suo fidanzamento di soli due mesi con Felicia.

6 anni dopo, il 29 giugno del 1920, è arrivato a Vienna, dove deve incontrare la traduttrice Milena Jesenskà.

Scriverà dall’Hotel Congress, che allora si chiamava Hotel Riva:

«Ti prego, Milena, non sorprendermi arrivando di fianco o da dietro».

L’ho letto qui,

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mentre aspettavo il treno Ancona-Roma sul binario sbagliato.

Colonna sonora
Paolo Conte, Parigi
Richard Hawley, Hotel Room 

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Alle volte, la pagina degli esteri di Repubblica come un esercizio di bellettrismo https://minimaetmoralia.it/interventi/alle-volte-la-pagina-degli-esteri-di-repubblica-come-un-esercizio-di-bellelettrismo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/alle-volte-la-pagina-degli-esteri-di-repubblica-come-un-esercizio-di-bellelettrismo/#respond Sun, 22 May 2011 16:57:06 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4377 Dopo aver ricostruito il caso Futoshi Toba, e dopo che né Giampaolo Visetti né Massimo Gramellini hanno chiesto semplicemente scusa, abbiamo preso una topica, abbiamo colorato un bel po’ la notizia; ecco che Matteo Bordone qualche giorno fa ha un altro strano rigurgito per un indefinibile reportage di Andrea Tarquini, corrispondente da Berlino per Repubblica. […]

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Dopo aver ricostruito il caso Futoshi Toba, e dopo che né Giampaolo Visetti né Massimo Gramellini hanno chiesto semplicemente scusa, abbiamo preso una topica, abbiamo colorato un bel po’ la notizia; ecco che Matteo Bordone qualche giorno fa ha un altro strano rigurgito per un indefinibile reportage di Andrea Tarquini, corrispondente da Berlino per Repubblica. E sul suo blog Freddynietzsche.com, prova a autoanalizzarsi e a capire perché.

Die moviden von repubbliken wunderbar korrispondenten von berlin ist keiser von informaktionen

di Matteo Bordone

L’altro giorno ho letto un articolo che non ci si credeva. Poi me ne sono scordato. Poi stasera tornavo a casa in motorino, devo avere visto un tram, non so bene, mi è tornato tutto su come una peperonata. Purtroppo l’articolo non è online, era su Repubblica di carta del 16 maggio. È di Andrea Tarquini, corrispondente da Berlino.

Amore e birra, festa mobile a Berlino la nuova movida adesso corre sul tram

Il pezzo racconta di una linea di tram che viaggia anche di notte, e collega molti quartieri dove ci sono locali, quindi ormai costituisce una specie di localino mobile a sé stante. Lo si usa per andare nei posti a divertirsi, e quindi ci si incontra un po’ a bordo, si fa casino eccetera, Naturalmente la cosa viene vissuta con la solita urbanità dai berlinesi — questo lo so perché lo so, non perché l’abbia chiesto a qualcuno, perché i mammamia sono sempre i nostri, figurati i crucchi di Berlino di cosa si possono scandalizzare — avvezzi alla vita moderna. Ma i farkasismi di Tarquini sono pronti a scatenarsi. E lo fanno da subito, dall’attacco.

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