Berlusconi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/berlusconi/ un blog di approfondimento culturale Tue, 30 Dec 2025 15:07:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Berlusconi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/berlusconi/ 32 32 Rivedere un cinepanettone da lontano: Selvaggi, 30 anni dopo. https://minimaetmoralia.it/attualita/rivedere-un-cinepanettone-da-lontano-selvaggi-30-anni-dopo/ https://minimaetmoralia.it/attualita/rivedere-un-cinepanettone-da-lontano-selvaggi-30-anni-dopo/#comments Tue, 30 Dec 2025 15:07:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=56601 di Alessandro Viola Col periodo natalizio ritornano, anche se sono morti da tempo. Ieri ho rivisto Selvaggi, di Carlo Vanzina. Ed è stato un viaggio nella psicologia del berlusconismo rampante. La grande qualità di Mediaset è che non prevede sorprese. Non riesco a ricordare un natale senza Una poltrona per due, o Mamma ho perso […]

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di Alessandro Viola

Col periodo natalizio ritornano, anche se sono morti da tempo. Ieri ho rivisto Selvaggi, di Carlo Vanzina. Ed è stato un viaggio nella psicologia del berlusconismo rampante.

La grande qualità di Mediaset è che non prevede sorprese. Non riesco a ricordare un natale senza Una poltrona per due, o Mamma ho perso l’aereo. Il palinsesto delle feste è qualcosa di implacabile e ieri mi è capitato di imbattermi, dopo anni, in un film natalizio di Carlo Vanzina.

Selvaggi è uscito al cinema nel 1995, e tante cose sono successe nel frattempo. A guardarlo oggi, anno del signore 2025, non si può non avere uno sguardo diverso, forse più indulgente, persino. Dopotutto il tempo fa anche questo. Certo, direte, a distanza di 30 anni Selvaggi resta un brutto film. Ma questo brutto film è anche un documento. La testimonianza — che ci piaccia o no — di un’Italia che è esistita e che oggi non c’è più. L’italia del berlusconismo rampante, con i suoi tic, le sue manie, i suoi fantasmi. L’ho rivisto, qualche giorno fa, e queste sono alcune note.

Parodia

Prima di tutto, una breve osservazione sul genere. Una cosa che può sorprendere è che Selvaggi non è soltanto un cinepanettone. È anche la parodia del cinepanettone. Mi spiego.

A un primo livello, il più evidente, Selvaggi riprende un topos ultracentenario: quello del naufragio sull’isola deserta, in particolare Robinson Crusoe. La storia – immagino – la conosciate. Un piccolo aereo cubano si schianta su un’isola deserta e i personaggi dovranno imparare a sopravvivere, in attesa di soccorsi. È Defoe, insomma, ma con Ezio Greggio, Leo Gullotta, e compagnia.

Questo primo livello di parodia è esplicitamente esibito all’interno del film. Gullotta, che interpreta un vecchio professore di geografia, appena sbarcato inizia a seguire passo passo il libro di Defoe. Una volta uscito dall’aereo distrutto propone di raggiungere il punto più alto dell’isola (come Robinson); poco dopo decide di passare la notte sulla cima di un albero (sempre «come Robbinsòn»); quando il ramo si spezza e precipita, il suo urlo sveglia i naufraghi e Greggio commenta: «È cascato Robinson»; nelle scene a seguire i protagonisti iniziano a tenere un calendario per non perdere il senso del tempo (come Robinson); e quando Gullotta trova un piccolo pappagallo lo chiama col solo nome possibile, Paul, sempre in ossequio al libro di Defoe.

A un livello più profondo, però, Selvaggi è anche una parodia del cinepanettone stesso. Pensateci un attimo. Nei film che l’hanno preceduto la buona borghesia italiana passa le vacanze natalizie in qualche ricca località sciistica. A  Cortina d’Ampezzo (Vacanze di Natale, anno 1982), a St. Moritz (Vacanze si Natale ’90 e Vacanze di Natale ’91), oppure ad Aspen (Vacanze di Natale ’95). Non credo sia frutto della mia immaginazione vedere, nella povera isola caraibica, il contrario speculare della ricca montagna europea. Addirittura c’è una scena in cui viene detto che l’unica cosa che mancherà quell’anno, a capodanno, sarà il cenone dell’Hotel Palace di St. Moritz. Lo stesso fa da location a Vacanze di Natale ’90.

All’inizio del film Ezio Greggio ha in programma di tornare a St. Moritz, e passare il capodanno sulle alpi svizzere. Come in ogni cinepanettone, insomma. Solo che l’aereo precipita, e si trova su un’isola deserta. Quello che sto cercando di dire, insomma, è questo: se l’aereo non fosse precipitato, tutto lascia pensare che Vanzina avrebbe girato un ennesimo film tra piste e chalet. Un Vacanze di Natale ulteriore.
Selvaggi è la parodia di due generi, quindi. E forse proprio in virtù di questa cosa, il film rende visibile la filigrana filosofica del cinepanettone. È lo specchio che rovescia e deforma quello che accentua i caratteri. Il sole dei Caraibi scioglie così la neve di St. Moritz, rivelando le asperità irregolari del terreno, rimaste nascoste per anni.

Selvaggi per sempre

Una cosa va detta. I racconti di naufragio sono molto spesso degli esperimenti sociali. Nel senso che, una volta sbarcati, i gruppi vedono modificare le proprie gerarchie interne. Le competenze che contano in città contano poco in natura. Succede in Triangle of Sadness (2022) dove l’apice della gerarchia viene conquistato da una signora delle pulizie; o anche in quel film della Wertmüller, Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974), dove il mozzo diventa il leader e la ricca milanese la sua serva.

Ecco, questo non succede nel film di Vanzina.

In Selvaggi i rapporti sociali restano invariati. Da una parte i naufraghi antropizzano l’ambiente come possono, riproducendo l’Italia che loro conoscono con foglie di banano e noci di cocco. Mario, il comunista impiegato alle poste, costruisce un «fax tropicale» per inviare messaggi (non si sa bene a chi); la fotografa toscana usa una grossa lisca di pesce come pettine; a colazione inzuppano la banana nel caffè (anche se dove prendano questo caffè resta un mistero); e le modelle si lavano sotto una «cocco-doccia». Appena sbarcati i naufraghi salgono sul punto più alto dell’isola e ne scrutano la costa alla ricerca di tracce umane. In quel momento, Greggio, pensando a quale mai possa essere il segno più evidente di civilizzazione, domanda se si scorge «un golf a 18 buche».

È un po’ come se i personaggi avessero una inerzia tale che neanche lo schianto di un aeroplano, o una violenta tempesta tropicale, riuscisse a farli smettere di essere se stessi. I miei amici marxisti direbbero che si ha una “inerzia della sovrastruttura”, un permanere dei codici sociali. Gullotta è professore a Napoli ma continua a esserlo anche sull’isola; la ricca fotografa si permette di dare ordini al disoccupato pugliese, e mai al ricco milanese; le modelle americane fanno ginnastica anche dopo essersi schiantate con un aereo; e Cinzia non riesce a tenere a bada i propri impulsi di casalinga, e la mattina viene inquadrata mentre pulisce e rassetta l’aereo semidistrutto. Ma su di lei torneremo più tardi.

Il berlusconiano e il comunista

Tra tutti, i personaggi più interessanti sono quelli di Greggio e di Fassari. Perché sono agli antipodi dello spettro ideologico. Bebo (Greggio) si presenta come l’incarnazione prototipica, in ossa e silicone, del berlusconismo rampante. Mario (Fassari) è invece un impiegato comunista delle poste. Fuma sigarette senza filtro, e ha una maglietta di Che Guevara. Mario, il comunista, è condannato al grottesco. Perché ridicolizzare Mario significa ridicolizzare l’opposizione al berlusconismo che avanza. Mario è irascibile, noioso, e monomaniaco. Lo si può immaginare già sdraiato sul lettino di qualche psicologo dell’USL. Mario è letteralmente ossessionato da Berlusconi. Lo nomina appena può. Per dare un’idea: c’è una scena in cui cammina nell’aereo e trova un grosso pitone. Al che Mario indietreggia e urla: «il Biscione di Canale Cinque!». Roba da psicanalisi.  

In varie occasioni si vede come il destino che Mario subisce nell’Italia capitalista è lo stesso che deve affrontare sull’isola deserta. Quando l’aereo precipita Mario è l’unico a non avere un salvagente sotto il sedile. Quando vengono costruiti dei bungalow con canne e palme, lui e la moglie vengono cacciati dal consesso civile. Mentre si allontanano Mario urla che andranno «in periferia, come i proletari»; durante il film Mario avanza delle proposte che, sebbene di buon senso, non riescono a farsi (gramscianamente) senso comune. Non convince nessuno, insomma. In una scena, i naufraghi riescono a costruire una zattera e devono decidere se dirigersi verso Cuba o la Florida. Mario propone la prima, Bebo la seconda. E qui arriviamo all’assurdo. Nonostante tutti concordino che Cuba è più vicina, alla fine danno unanimemente ragione a Bebo, e pagaiano verso gli Stati Uniti.

Il problema di voi comunisti

Mario è sposato con Cinzia. E Cinzia, sotto sotto, detesta suo marito. Specialmente il suo idealismo, la sua intransigenza. Quando si guarda Selvaggi non si può fare a meno di pensare a una cosa. Che il loro matrimonio disastrato rifletta il matrimonio tra la sinistra e il suo elettorato. O, ancora più in generale, tra i comunisti e le masse.
La scena chiave è quella del capodanno. Fuori dalla loro tenda gli altri naufraghi hanno organizzato una sorta di discoteca improvvisata («Pare il jackie-o!»). Alcuni ballano, alcuni fumano marjiuana, altri stappano bottiglie di spumante. Greggio è l’unico vestito in smoking. Cinzia desidera prendere parte alla festa, entrare nella vita come la si vede nelle pubblicità. Si volta e Mario è stanco. Mario è «una noia». Una noia mortale. E poi è ossessionato da Berlusconi. Insomma: non sa divertirsi. Così avviene il fatto. Cinzia si alza, abbandona il marito, e si unisce alla festa. Questo sembra il messaggio del film: il problema dei comunisti è che non sanno divertirsi. Con le ideologie, come dice Cinzia, non fai la spesa «al pizzicagnolo». E se ne va, come una berlinese dell’Est. È la caduta del Muro, in miniatura.

Il Cefalone

Ma la scena più carica di ideologia in assoluto è quella del «cefalone».  Dopo essere stato espulso dal consesso civile, ed essere andato a vivere lontano dagli altri naufraghi, Mario pesca un grosso pesce di cinque chili. Naturalmente il resto dei naufraghi, affamatissimi, si presenta reclamandone un po’. La scena è praticamente identica a quella che si può vedere in Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto. Solo che la dinamica è letteralmente invertita. Nel film della Wertmüller la ricca milanese offre del denaro, e Giannini rifiuta. Difficile spendere dei soldi su un’isola deserta.

Nel film di Vanzina, Bebo propone di comprare il pesce a «mezzo milione al chilo», e Mario rifiuta. La cosa che però lascia esterrefatti è che il senso comune gli è avverso. Addirittura la moglie gli rinfaccia che, se non fosse stata per la sua testa dura, avrebbero venduto il pesce per due milioni e mezzo, «molto più della tua tredicesima, Mario!». Insomma, nel film del 1974 la matta sembra la ricca borghese, interpretata da Mariangela Melato, mentre nel film di Vanzina a passare per cretino è il povero comunista. La prima è matta perché non capisce che i rapporti sociali sono mutati col mutare dei mezzi di produzione; il secondo è matto perché non capisce che tutto è eterno e nulla cambia.

Selvaggi insomma sembra volerci dire che la natura dell’Italia, e forse del Mondo, è questa qui. Non c’è niente che si possa fare. Si possono immaginare cataclismi di ogni genere, uragani, terremoti, guerre nucleari, il crollo della civiltà stessa, ma i rapporti di potere rimarranno invariati, perché invariato resta il Desiderio. Un giorno potrebbe anche arrivare la rivoluzione, ma sarà solo una fase, e quando passerà torneremo tutti a ballare, a scopare, a divertirci come prima. Così come sempre è stato e come sempre sarà.       

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“Fosse stato per me non sarei mai diventato regista”: intervista a Ettore Scola https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-ettore-scola/ https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-ettore-scola/#comments Wed, 20 Jan 2016 06:30:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21413 Ieri sera è mancato Ettore Scola, uno dei grandi maestri del cinema italiano e mondiale. Per ricordarlo riproponiamo un'intervista di Malcom Pagani e Fabrizio Corallo uscita sul Fatto Quotidiano, che ringraziamo. (Fonte immagine)

di Malcom Pagani e Fabrizio Corallo

Del tessuto giovanile rammenta le striature: “Lo sceneggiatore deve essere un po’ sarto e un po’ puttana. Se vuole che il vestito venga bene deve tener conto di chi lo indosserà, regalargli delle gioie, farlo sentire amato”. Del mestiere di regista che lo ha candidato all’Oscar 4 volte e reso venerato maestro (“ma non mi ci sento, in fondo Arbasino e Berselli li avevo letti poco”) ricorda il timbro dei suoi eroi minori: “Anche se nei progetti che scrivevamo non pulsava mai il pregiudizio, non si può negare che i protagonisti dei nostri film non fossero spesso degli stronzi” e il sollievo di abbandonarlo a tempo debito: “Il regista è uno schiavo. Fa un lavoro lungo, noioso, ripetivo e scandito da orari canini. Si sveglia all’alba e quando è buio, trotta ancora per preparare il giorno successivo. Appena potevo fuggire, fuggivo. Con l’età, la pigrizia ha superato qualunque altra considerazione. Quando mi chiedono perché non giro più rispondo seccamente: ‘Mi sono preso un decennio sabbatico’”.

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Ieri sera è mancato Ettore Scola, uno dei grandi maestri del cinema italiano e mondiale. Per ricordarlo riproponiamo un’intervista di Malcom Pagani e Fabrizio Corallo uscita sul Fatto Quotidiano, che ringraziamo(Fonte immagine)

di Malcom Pagani e Fabrizio Corallo

Del tessuto giovanile rammenta le striature: “Lo sceneggiatore deve essere un po’ sarto e un po’ puttana. Se vuole che il vestito venga bene deve tener conto di chi lo indosserà, regalargli delle gioie, farlo sentire amato”. Del mestiere  di regista che lo ha candidato all’Oscar 4 volte e reso venerato maestro (“ma non mi ci sento, in fondo Arbasino e Berselli li avevo letti poco”) ricorda il timbro dei suoi eroi minori: “Anche se nei progetti che scrivevamo non pulsava mai il pregiudizio, non si può negare che i protagonisti dei nostri film non fossero spesso degli stronzi” e il sollievo di abbandonarlo a tempo debito: “Il regista è uno schiavo. Fa un lavoro lungo, noioso, ripetivo e scandito da orari canini. Si sveglia all’alba e quando è buio, trotta ancora per preparare il giorno successivo. Appena potevo fuggire, fuggivo. Con l’età, la pigrizia ha superato qualunque altra considerazione. Quando mi chiedono perché non giro più rispondo seccamente: ‘Mi sono preso un decennio sabbatico’”.

Superati gli 83 anni da un mese, Ettore Scola aspetta nella penombra di una casa al piano terra il soffio di un’estate ancora giovane. Fuma molto, cammina sempre meno e sugli scaffali, tra i garofani rossi e le litografie di Gramsci, rifiuta di far tramontare l’ironia al ritmo di un ordine nuovo: “Craxi non ce lo ricordiamo più, Gramsci molto meglio e non c’è bisogno di dire perché”. Anche se l’ipotesi di raccontarsi non lo infiamma: “Non facciamo altro che commemorare, intorno a noi siamo pieni di morti” Scola non crede nell’incendio della nostalgia: “Non sono mai stato pessimista e non credo che oggi si stia davvero peggio di prima” e sostiene che il ricambio generazionale sia cosa buona e giusta: “Aristofane metteva in scena Socrate nei panni del vecchio rompicoglioni. Che i giovani subiscano malvolentieri l’inamovibilità dei vecchi mi pare nel naturale ordine delle cose. Dicono una cosa legittima. Semplice: ‘Hai tentato e hai goduto, adesso fatti da parte e fai provare me. Non soffriva forse Puccini, da ignorato compositore in trasferta milanese, nel vedere Ricordi pubblicare solo Wagner, Bizet e Verdi?”.

All’inizio del suo percorso soffrì anche lei?

Appartengo a un mondo in cui il lettino dell’analista aveva sede dal barbiere e alle nevrosi si rispondeva con la passione. Sono debitore a tante persone, a modelli che rispettavo e desideravo imitare. Penso che anche i grandissimi artisti della pittura abbiano avuto punti di riferimento che amavano più di loro stessi e a cui volevano disperatamente somigliare. Oggi nessuno vuole copiare nessuno e il cinema italiano che osserviamo, pur vitale, non è originale proprio perché non copia. È un peccato.

Perché accade?

Se chiedi a Luchetti notizie di Tornatore, tanto per dire due nomi, non ne ha. Non si vedono. Non si frequentano. Mi pare che i registi italiani tra loro non si stimino granchè e che il Paese non lo amino poi troppo. Del resto non è facile. Come fai a dire a un giovane autore: “ama l’Italia!?”. È dura.

Per voi era diverso?

Per quelli della mia generazione, va detto, era più facile. Nel cinema si respirava l’aria sana della comunione d’intenti. Ci stimavamo reciprocamente e pur non avendo una visione comune e litigando spessissimo, non di rado in modo furibondo, passavamo il tempo insieme anche a lavoro concluso. Eravamo in un’Italia che non ci dispiaceva e a cui eravamo affezionati. Un luogo che avevamo contribuito a ricreare dopo la dolorosa parentesi fascista. Un latifondo di cui il cinema si limitava a vergare ritrattini opachi, minuzie regionali, caratteri minimi. Un posto slabbrato e senza identità in cui tutto era possibile e tutto da inventare proprio perché non c’era nulla. Solo fame, macerie, idiozia.

Neorealismo e commedia all’italiana raccontarono al mondo chi fossero davvero gli italianuzzi.

Neorealismo e Commedia all’italiana si fecero apprezzare all’estero fino a diventare una sorta di manifesto nazionale, perché di un Paese in cui anche la letteratura non aveva poi fatto molto, restituirono il ritratto fedele di una società per molti versi sconosciuta. Calvino diceva che il più grande narratore d’Italia, al livello di Verga e di Manzoni, era De Sica e nel cinema europeo degli anni ’50 non c’erano paragoni. Francia e l’Inghilterra, àncorate agli archetipi di Feydeau e a Dickens, non erano andate in profondità nella narrazione. Non ti raccontavano mai se avevi la zia sciocca o il padre coglione.

Gli italiani invece si identificarono nei vostri film.

Ci hanno amato più di quanto non amassero Visconti anche perché Visconti era un quadro a sé in una galleria aperta solo per lui. Io, Risi, Monicelli, Comencini e Germi eravamo accomunabili perché dipanavamo un filo collettivo. Il cinema di Visconti, così distaccato nella sua originale lettura del passato, non è che mi spiegasse qualcosa in più di me. Zampa, che era molto meno talentuoso, qualcosa di quel che ero me lo raccontava. La commedia italiana poi è certamente un affare di scrittura e di regia, ma senza Gassman, Manfredi, Mastroianni, Tognazzi o Sordi non sarebbe esistita.

Con Sordi lavorò fin dagli anni ’40 e per lui scrisse con Steno Un americano a Roma.

Quando ho cominciato volevo diventare come Steno. Scriveva bene. Aveva una penna svelta, nuova, moderna. Lo avevo conosciuto ai tempi dei giornali umoristici, dove ero entrato presto, a 16 anni. Il modello cambia al ritmo dell’ispirazione, ma Steno era tra i miei. Con Sordi avevo fatto molta radio: Mario Pio, il Conte Claro, Grazie Amedeo. Alberto era acuto. Politicamente conservatore. Un vero intellettuale che per essere autore non doveva passare la notte sui libri. Aveva un’intelligenza rapidissima, capiva lo spirito dei tempi, orientava il pubblico all’immedesimazione non diversamente da Massimo Troisi, con una comunicazione tutta sua. Guardandoli, sapevi che qualcosa di Troisi o di Sordi, anche se non riconoscevi cosa fino in fondo, ti apparteneva indiscutibilmente. Anche Nando Mericoni, il protagonista di Un americano a Roma era un’invenzione originale di Sordi. Steno si ispirò a uno degli episodi del suo Un giorno in pretura, ma girò un film meno luminoso ed efficace del precedente.

All’epoca lei scriveva per gli altri.

Ero decisamente uno sceneggiatore felice. Facevo un mestiere fantastico di cui dettavo tempi, voglie e slanci dal salotto di casa mia. Non solo non ero frustrato, ma quando andavo a vedere i film che avevo scritto, li trovavo nobilitati, sempre migliori del mio lavoro.

Per Risi e Pietrangeli scrisse varie sceneggiature tra cui Il Sorpasso e Io la conoscevo bene.

Risi era maestro di grazia, leggerezza e qualche volta, anche di approssimazione. Pietrangeli era l’esatto contrario. Era pignolo e pretendeva di scandagliare i suoi dubbi in profondità. Entrambi avevano il pallino delle donne, ma anche lì, Risi era più gioioso e la donna, metaforicamente, tendeva a scoparsela. Pietrangeli conosceva profondamente Joyce e voleva studiarla. Capire. Fino a quel momento la donna nel cinema era  stata laterale, personaggio secondario al servizio del maschio. Con Pietrangeli il rapporto si ribaltò completamente.

In quegli anni le offrirono la sua prima regia.

Fosse stato per me, come vi dicevo, non sarei mai diventato regista. Fu colpa di Gassman, esattamente 50 anni fa. Avevamo scritto un film a episodi per lui, “Se permettete parliamo di donne” e non si trovava il regista: “Lo giri tu, farai benissimo”. Il resto è venuto di conseguenza, ma se escludo quell’occasione, nessuno mi ha mai obbligato a far nulla. Il peso delle cose buone e di quelle meno riuscite, è tutto sulle mie spalle.

L’ha portato bene. È stato premiato ovunque. Ha valorizzato alcuni dei più grandi attori del ‘900.

E pensare che mi sarebbe piaciuto fare il falegname. Anche il regista intaglia il legno. Plasma i suoi attori, li rassicura e li forma, ma nel mio caso, Mastroianni a parte, non ho mai chiesto a un attore di inventarsi un’indole diversa dalla propria. Li conoscevo da vicino, sapevo dove avrebbero potuto spendere al meglio le loro peculiarità. Agli albori della mia parabola avevo fatto il “negro” per Totò,  con Metz, Marchesi e Maccari. Certe battute potevi scriverle solo per lui, altrimenti le buttavi.

Perché dice Mastroianni a parte?

Forse perché Marcello, che aveva una personalità meno forte dei suoi omologhi, era più attore di tutti gli altri. Era adattabile. Flessibile. Ispirato e semplice, ma non sempliciotto perché gli attori che ho incontrato custodivano personalità complesse. D’altra parte se non vuoi cimentarti in panni che non ti appartengono e non covi un principio di ansietà, scegli un’altra strada.

Ha mai litigato con un suo attore?

Mi sforzo, ma non mi viene in mente niente. Litigarci e quindi faticare non era tra le mie priorità. Avevo ascoltato Fellini lamentare i suoi precari rapporti con Donald Sutherland e ne avevo intuito l’aggravio.

Si intuisce quello di un’intera generazione al tramonto anche ne La grande bellezza. C’è chi ha scorto dirette filiazioni con La Terrazza.

Ne ho parlato anche con Sorrentino e pur capendo che gli spettatori sono in costante caccia di similitudini e specularità, mi sembra una scemenza. Sì, Jep Gambardella, Toni Servillo, ha un terrazzino a Roma, ma mi pare che i punti di contatto terminino lì. I due film non c’entrano nulla.

Come convive con la vecchiaia?

Anche se la verità è che vogliamo andare avanti fino all’ultimo per poi lamentarcene, la vecchiaia è una fregatura propinata dalla scienza. La vita si è allungata in maniera spropositata. Quando mio nonno Pietro festeggiò i 60 anni, noi ragazzi lo guardavamo attoniti: “Ma come cazzo ha fatto ad arrivare fino a qui?”. Di ottantenni ne ho conosciuti pochissimi. I miei amici più cari non hanno superato i 72.

Monicelli e Lizzani hanno deciso di dire basta da soli.

Anche Lucio Magri se è per questo, ma ogni biografia fa storia a sé. Il gesto di Mario l’ho capito e in qualche modo non mi ha stupito. Quello di Carlo invece sì, a riprova di quanto i caratteri non determinino ogni scelta.

Scorrendo la sua filmografia si trova anche un film con Alberto Sordi, La più bella serata della mia vita, tratto da La Panne di Friedrich Dürrenmatt che firma anche il soggetto e nel suo libro aveva previsto il suicidio del protagonista.

Dürrenmatt era molto severo, scettico e rigoroso. Non gli andava bene niente e con Maximilian Schell, che aveva portato al cinema Il giudice e il suo boia, era incazzatissimo. Non aveva torto e per fortuna non fece in tempo a vedere il lavoro di Sean Penn tratto da La promessa. Non è brutto, ma neanche nel film di Penn si coglie l’epicità della narrazione di Dürrenmatt. Sia come sia, a Friedrich portai la sceneggiatura de La più bella serata della mia vita scritta con Sergio Amidei perché volevo cambiare il finale. Alfredo Traps, il protagonista de La Panne, sottoposto a processo da un bizzarro tribunale notturno in un castello in cui capita per caso, afflitto dal pentimento, si impiccava. Sarebbe stato insostenibile.

Nel romanzo gli accusatori si dolgono della scelta: “Alfredo, mio caro Alfredo! Ma che cosa ti sei messo in testa, santo cielo? Ci rovini la più bella serata della nostra vita!”

Con lo scrittore andai alla radice della questione. “Noi siamo cattolici e non luterani” gli spiegai. “Per il peccatore ci sarà comunque la punizione, ma morirà ridendo perché sa che la sua mentalità borghese, infinitamente più forte della religione di qualsiasi credo, non morirà mai”. Il discorso non gli piacque molto, ma il risultato finale, pur lontanissimo da lui, lo persuase. Tra l’altro Sordi somigliava a Berlusconi e ne anticipava i temi in modo impressionante. Certe battute sembrano scritte da lui.

Per conquistare la simpatia dell’interlocutore con una battuta, Berlusconi si sarebbe fatto uccidere.

In Io la conoscevo bene Turi Ferro interroga la Sandrelli. Lei giustifica un amico ladro lodandone la simpatia e lui le rivela una verità assoluta: “Le galere sono piene di gente simpatica”. I mariuoli dell’epoca erano più allegri. Adesso neanche quello. Tutta gentaglia.

La furbizia è considerata una dote.

Il berlusconismo ha dato la stura a questo tipo di personaggi e sicuramente anche Bruno Cortona, il Gassman de Il Sorpasso era simpatico e quindi dannoso, forse anche più degli altri. Ma nel dolo aveva una carica umana che oggi è totalmente scomparsa.

Nel film Gassman sopravvive e Trintignant muore. C’era una premonizione sul destino che sarebbe toccato in sorte a probi e mascalzoni?

C’era anche quello, certo. Ma noi eravamo curiosi di vedere l’evoluzione e lo sviluppo delle nostre maschere Sapere come se la cavavano. Non partivamo con la condanna aprioristica nella tasca. 50 anni dopo film come Il Sorpasso, il grande cruccio di registi e sceneggiatori rimane lo stesso di allora. Continuano a farmi domande a cui non so rispondere.

A Berlusconi, categoria storica più solida dell’ultimo ventennio, riconosce un talento?

Anche un progetto eversivo come il suo avrebbe avuto bisogno di genialità. È stato sfrontato, presuntoso e a tratti anche gagliardo. Ma si è limitato a compiacersi. Per fortuna non ha avuto il lampo hitleriano del caudillo violento o del mascalzone spietato. È rimasto piccolo. E anche la sua fine, con quella condanna risibile che suona come un umiliante contrappasso letterario o come un conticino inevaso, è piccola assai.

C’è chi giura che Renzi gli somigli.

Forse nella prossemica un po’ di contagio c’è. Sono due italiani e si somigliano di più di quanto non accada a un bavarese e ad un napoletano. Renzi ha qualche difetto. Prima di tutto è toscano e noi romani, anche d’adozione, con i toscani abbiamo sempre avuto qualche diatriba esistenziale. Poi non è straordinariamente simpatico ed è un po’ sbruffoncello. Detto questo, nell’ultimo mese mi sembra molto migliorato e con gli 80 euro ha colto nel segno. Si è fatto seguire in un nodo cruciale. Dicono: “Son temi elettorali, non frega niente a nessuno”. Niente di più falso. Dovreste vedere le discussioni ideologiche che ascolto quando vado a fare fisioterapia. Tra chi è dentro la forbice e chi rimane fuori, tra entusiasti e detrattori, a volte sembra di essere in una vecchia sezione del Pci. (Arriva una telefonata, dall’altro capo del filo c’è un amico. Scola: “Giovanni, ma che ci chiediamo davvero come stiamo? Lasciamo perde dai” nda)

Lei in sezione non va più. Che sentimenti le provoca la sinistra del 2014?

Sono tra l’allegro, il deluso e lo speranzoso che è come dire tutto e il contrario di tutto.

La sinistra è stata la sua famiglia. Quanto ha contato nella sua formazione quella d’origine?

Non moltissimo, ma neanche così poco. Era numerosa, vivevamo a Trevico, in una grande casa al centro di un piccolo borgo nell’avellinese. Non mi sono mai chiesto se ne potessi fare a meno, però so che mi è servita a osservare tic, difetti, tipi e tipetti. La famiglia è una radice, viene fuori anche quando non vuoi, solleva l’asfalto, gonfia la terra, ma se non ci fosse forse non staresti in piedi perché noi non siamo molto diversi dalle piante.

Ricorda Mastroianni alle prese con gli aforismi meccanici ne La Terrazza? “Ho lasciato la famiglia perché non sopportavo la solitudine”.

Si vabbè, d’accordo, ma voi che intenzioni avete?

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“L’arte non tradisce”: intervista a Leopoldo Mastelloni https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-leopoldo-mastelloni/ Sat, 22 Aug 2015 05:00:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27503 Questa intervista è apparsa su Il Fatto Quotidiano.

di Malcom Pagani

Una foto dei tempi in cui Anna Maria Mazzini si metteva ancora in posa: “A un meraviglioso pazzo furioso, a Leopoldo che mi lascia a bocca aperta. Un bacio, Mina”. “Avevo compiuto sessant’anni, mi sentivo solo e decisi di scrivere una lettera alla sua casa discografica: ‘Sono un ammiratore, sarei felice di avere un tuo autografo’”. Dopo quindici giorni squillò il telefono. ‘Pronto, Leopoldo Mastelloni?’. ‘Aspetti un momento, è appena svenuto’. Era lei. Lei veramente. Non ci siamo più persi di vista”.

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Questa intervista è apparsa su Il Fatto Quotidiano.

di Malcom Pagani

Una foto dei tempi in cui Anna Maria Mazzini si metteva ancora in posa: “A un meraviglioso pazzo furioso, a Leopoldo che mi lascia a bocca aperta. Un bacio, Mina”. “Avevo compiuto sessant’anni, mi sentivo solo e decisi di scrivere una lettera alla sua casa discografica: ‘Sono un ammiratore, sarei felice di avere un tuo autografo’”. Dopo quindici giorni squillò il telefono. ‘Pronto, Leopoldo Mastelloni?’. ‘Aspetti un momento, è appena svenuto’. Era lei. Lei veramente. Non ci siamo più persi di vista”.

Sulle ragioni dell’esilio più o meno temporaneo: “Ha fatto benissimo a sparire, le avrebbero ancora rotto il cazzo per decenni con i paparazzi, le dicerie, la lente di ingrandimento: ‘è grassa, è magra’” Leopoldo Mastelloni ha idee che conciliano con i suoi più intimi desideri: “Aspetto una risposta di lavoro a giorni, se non arriva mi sparo. Che devo fà? Non è una tragedia, ho vissuto intensamente, farla finita e togliermi dai piedi non mi dispiace mica tanto”.

In attesa dei gesti radicali e del compleanno numero settanta, il dodici di luglio, l’attore che piaceva a Patroni Griffi e dava del tu a Jango Edwards e Lauren Bacall, continua a recitare sul filo dell’autoironia. In lontananza il Tevere, sul tavolo fragole e sfogliatelle, alle pareti le locandine di una vita, nell’aria il timbro delle ascendenze. L’accento romano. Quello napoletano. Le origini controverse che qualche settimana fa gli impedirono di essere profeta in patria: “Avevo solo detto che mi sentivo romano, scendo a Napoli e in neanche 24 ore da re mi trasformo in reietto: ‘Frocio, ricchione, omm ‘e mmerd, vafangulo, tornatene a Roma’”.

A Roma è tornato.

E sto bene così. Se nel mio percorso non ci fosse stata Roma sarei rimasto a Napoli a grattarmi le palle senza costrutto per anni. I napoletani sono deboli e incapaci di ribellarsi.

A lei capitò di ribellarsi presto?

Ho sempre superato le difficoltà, ma non nego di averne affrontate molte, fin dalla prima prova in pubblico, quella della scuola. Mio padre, pretore onorario a Pozzuoli, mi aveva spedito in una istituzione poverissima in provincia di Napoli. “Così si stacca dal benessere della famiglia e impara cos’è la vita vera”.

A casa sua c’era benessere? 

Ma quando mai? Rispetto alla miseria del popolo, è ovvio, ero un privilegiato. E così mi sono sempre considerato. Mi lavavo collo, faccia e orecchie tutti i giorni.

La sua famiglia ha ascendenze nobiliari.

Marchesi. Scavammo nella genealogia per gioco e lo stemma con le palle effettivamente c’era. Ma trattavamo la cosa alla stregua di uno scherzo di famiglia. Usavamo il titolo nobiliare per sfotterci. Fuori, nel mondo reale, della cosa era meglio non parlare. Avete letto La pelle di Malaparte? Ecco, dovete pensare a quella Napoli lì. All’indigenza totale. Tenemmo il segreto ben nascosto finché un giorno, la professoressa di lettere decise di rivelare la notizia alla classe in quinta ginnasio: “Abbiamo il marchesino”. Era la presidentessa delle donne comuniste d’Italia. Per reazione smisi di studiare anche se a casa mia cultura e sapere erano ritenuti l’essenza, la base, il fondamento.

Ai suoi dispiacque?

Studiai per conto mio. Le lingue. Il teatro. I classici. Ho fatto bene e me ne rendo conto solo adesso. Per capire la morte, un fatto abbastanza singolare, devi aver studiato. I miei erano molto pratici. Gente con un gran rigore educativo e un profondo rispetto degli altrui sentimenti degli altri. Mai un bacio però. Mai uno sdilinquimento. Le ciance sono per il popolino.

Ha sofferto?

Mai sentita la mancanza di una carezza di mio padre o di mia madre e mai cercato un affetto che compensasse la mancanza familiare. Per me il contatto fisico è solo carnale. Nel mio modo di concepire un amplesso c’è tutto. C’è il mondo in tre ore. Se mi tocchi fuori dal letto però mi dai fastidio.

I suoi tanti amanti hanno accettato il patto?

Li caccio o faccio in modo che se ne vadano. Fuori, per carità. L’amante mio finisce alle sei del mattino. Se dico che il mio unico amante è il pubblico sembra un paradosso alla Wanda Osiris, ma la verità è che gli unici affetti seri, più lunghi di una notte, li ho avuti con le donne. Posso convivere con una donna forse, con un uomo mai. Con il maschio può esserci soltanto un’amicizia da collegio.

Allora perché non ha mai vissuto con una donna?

Perché sono possessive. L’uomo capisce quando deve sloggiare, la donna no. L’attitudine mi ha purtroppo impedito di avere qualsiasi rapporto che andasse al di là di una scopata. Mi hanno definito gay, frocio, ricchione, ma non hanno capito niente.

Perché?

Perché io voglio essere tutto e la mattina dopo poter saltare dal tuo letto in fuga negando persino di averti conosciuto. Come diceva Peppino Patroni Griffi: “Negare sempre”. Sapete cosa mi dà più fastidio?

Cosa Mastelloni?

L’ostentazione. L’outing. Il privato sbattuto in pubblico. La ridicola partita dei matrimoni gay. Avete scelto la trasgressione e poi volete fare peggio dei coniugi di Abbiategrasso. Ma che cazzo state a dì?

Arbasino sostiene che si tratti di questioni da notai?

Pecca per eccesso. È roba per avvocaticchi, anzi per non laureati. Se non l’avete capito sono snob. Anzi, da adulto sono diventato snobbissimo.

La parola gay le piace?

Meglio dire frocio. Il gay dovrebbe essere felice per definizione. Non sempre ha buoni motivi per essere allegro.

Sessualmente l’Italia è più o meno libera di un tempo? 

Scopano tutti allo stesso modo. In batteria. E poi domina la pruderie. C’è gente che fa i pompini al marito e poi corre a lavarsi la bocca per poterlo nuovamente baciare. Avete capito a che punto siamo arrivati?

A che punto siamo arrivati?

Al provare schifo per lo scambio più intenso. Ad aver paura del piacere. A non saperlo più riconoscere. Siamo passati dagli anni ’70, dall’idea che qualsiasi incontro, anche il più innocente, dovesse concludersi con una scopata al terrore degli umori. Poi certo, gli anni ’70 sono stati anche il palco ideale per la commedia degli equivoci. Tutti a osannare la coppia libera e il libertinismo da un lato e tutti sfranti dalla gelosia dall’altro. Il problema è che superi una certa soglia, tornare indietro è complicato. Vi ricordate il caso Casati Stampa? 

Il 30 agosto del 1970, a Roma, Camillo Casati Stampa uccise la moglie Anna Fallarino e il giovane amante Massimo Minorenti.

Il marchese, convinto voyeurista, aveva iniziato la moglie ai rapporti extraconiugali. Ma quando intuì che sua moglie si stava innamorando e che il ragazzo aveva intenzione di sistemarsi, perse la testa e decise per la strage. Quella sera nella casa di Via Puccini, avrebbe dovuto presenziare anche una terza persona. Si salvò perché all’ultimo istante decise di non andare all’appuntamento.

Lei come lo sa?

Me lo sono scopato. Mi raccontò ogni cosa.

È vero che lei è di destra?

Bisogna intendersi su destra e sinistra. Da ragazzo militai in un collettivo comunista in cui mettersi la seta che ho al collo era considerato un peccato borghese. Impiegai un po’ di tempo a capire che la sciarpa, la settimana bianca o la villeggiatura al mare coincidevano con il loro desiderio più recondito. Criticavano ciò a cui aspiravano. Un’ipocrisia insopportabile.

Esistono anche i comunisti ricchi.

Di comunisti con il denaro conosco solo il padrino di Luxuria, Bertinotti.

Le piace Bertinotti?

Ma peccarità, mi fa ribrezzo, poi lo conosco sì, siamo anche amici, però poi ditemi: che cazzo c’entra il comunismo con quello? Poi capisco, vuoi piegarti alla presenza glamour? Al comunismo da salotto? Alla dama di corte come ospite d’onore? Allora scegli meglio di Valeria Marini.

Non ama Valeria Marini?

Preferisco un’attrice con i controcazzi. Preferisco una grande attrice come Sharon Stone. Forse esagero, una grande attrice non è, ma un’attrice con i controcazzi è sicuramente. Di grandi ce ne sono poche. In Italia, persino più grande di Anna Magnani, c’è stata soprattutto La Loren. Nella sua grandezza unica, Anna era monodimensionale. La Loren no. È stata un mito. Mi ha fatto capire qualcosa. La vedi nei film di Blasetti o in certe avventure americane con Sidney Lumet di fine anni ’50 e vedi la modernità, il lato comico, l’attrice che sfiora tanti diversi registri.

È capitato anche a lei.

In realtà non volevo neanche fare l’attore. Il mestiere me lo imposero i critici. Da De Monticelli, a Massimo Dursi. Giancarlo Cobelli venne piangendo: “Mi hai aperto una nuova prospettiva”. La morte di Seneca a Bologna, i testi di Genet e Arrabal. Feci una carriera fulminante e dopo l’Aminta del Tasso, mi ritrovai assoldato dal Teatro Stabile de L’Aquila. Primo attore. Contratto esorbitante. Antonello Falqui mi avrebbe voluto a Milleluci con Mina e Raffaella Carrà. Mi sarebbe piaciuto. Chiesi il permesso e me lo negarono. 

Ancora Mina. Ancora Antonello Falqui con cui  entrambi lavoraste.

Non avevo idea che Mina mi seguisse. Ogni tanto vede in tv un vecchio spezzone e mi telefona: “Ma quella roba lì è del Falqui?”. Con Mina comunque era destino. Pensate che non aveva il mio numero di telefono, si trova per strada, sente parlare in napoletano e chiede a bruciapelo a una ragazza : “Ce l’hai mica il numero del Mastelloni?”. E quella, come per miracolo, ce l’aveva.

Lei crede nel destino?

Sono cattolico apostolico romano e credo in Gesù Cristo, soprattutto.

Dovesse fotografarsi da solo come si descriverebbe? 

Sono sempre stato un provocatore. Uno che rompeva gli schemi. Uno che doveva conquistare. Io devo piacere pure al cane, se ne trovo uno che si rifiuta di farmi le feste, lo seduco. Alla fine sono un attore nel vero senso della parola. Sono un ipocrita. Forse resto un piccolo borghese.

Ha sedotto molto. È stato mai sedotto?

Fin da ragazzino. Avevo nove anni e camminavo per Forio d’Ischia con secchiello e paletta per raggiungere mammà in spiaggia. Mi si avvicinò una macchina bianca scoperta. Dentro c’era l’attore Rossano Brazzi: “Ragazzino, dove vai? Ti do un passaggio?” Io, cinefilo fin da allora, lo riconobbi e saltai a bordo. La corsa durò cento metri.

Mastelloni, scusi, da cosa evince il tentativo di seduzione?

E cosa voleva fare secondo voi? Dare un passaggio al bambino di nove anni? Ma andate affanculo voi e Rossano Brazzi.

Ancora qualche minuto. Ha detto di essere cinefilo e ha lavorato con Dario Argento, Pasquale Festa Campanile, Fernando Di Leo e Pasquale Squitieri. 

Adoro il cinema, ma ho una diffidenza totale nel recitare per quel mezzo. L’unico che mi ha fatto godere in quell’arte è stato Squitieri. Mi ha saputo guidare. Pasquale è un regista grande e vergognosamente sottovalutato.

Squitieri è di destra. Come lei. 

Pasquale è comunistissimo. Poi si sa, le categorie si confondono e i due poli si toccano. Alla politica mi è capitato di pensare. Forse è l’unico rimpianto della mia vita. Se potessi tornare indietro non farei l’attore, ma il politico. Sarei una merda. Un disgraziato. L’Al Capone di Montecitorio. 

Nella politica italiana apprezza qualcuno?

Per 20 anni ho confidato molto in Berlusconi.

Ci credeva?

Ci credo ancora. Anche adesso che si trucca alla Mao Tse-tung. Di Berlusconi si parlava già all’inizio dei ’70 al cabaret Derby di Milano. Avevano tutti in bocca il suo nome: “Stasera arriva il Berlusca, avete capito? Il Berlusca!”. Tutti a ungerlo. Tutti a blandirlo. In quelle sere io non mi presentavo. Sapete quante volte mi hanno detto: “C’è il sindaco in platea e dopo lo spettacolo dobbiamo andare a cena con lui”?.

Non lo sappiamo.

E sapete quante volte gli ho risposto: “Neanche per il cazzo, è il sindaco a dover venire da me”?. Un’infinità. Io non vado a lisciare nessuno. Sull’argomento sono di una presunzione totale.

Eravamo a Berlusconi.

Vado a fare un programma per Telemilano 58 e registro sei puntate. A fine corvée arriva un signore distinto e mi dice: “Ci scusi Mastelloni, ma adesso non possiamo pagarla. Le manderemo in onda quando potremo saldare il debito”. Non sapevo neanche fosse Berlusconi. Gli permetto di trasmetterle comunque e vado oltre. Passa qualche anno. Mi passano una telefonata: “C’è Berlusconi”. Dico: “Presidente, mi dica”. E lui: “Mastelloni, devo chiederle il secondo favore della mia vita dopo quello di Telemilano”. “Ma era lei quella volta?”. “Ero io”. “Ascolti, so che lei ha rifiutato l’ingaggio in un nostro show, perché?”. “Presidente, devo fare Pirandello a Trieste e inizio tra due settimane”. “Senta, sono trenta puntate, sono certo che lei se la sbriga in cinque giorni. Le raddoppio il compenso”. Mi lascio convincere. Mi pagò 500 milioni di lire. Ha sempre pagato tutti. Sapete che vi dico?

Che ci dice?

Che quel che gli hanno fatto è indegnissimo. Se fossimo andati a rompere i coglioni a Giovanni Gronchi, a vivisezionare la sua vita come fosse Liz Taylor e a tampinarlo sotto le lenzuola, sarebbero uscite le stesse cose. Ero amico di tutti i paparazzi di Roma. Non c’è politico che non abbia avuto il suo Bunga bunga.

Assoluzione totale dunque per le minorenni, le cene eleganti e tutta la vasta narrazione sulle notti di Arcore?

L’unica cosa indecente è la persecuzione a cui l’hanno sottoposto. Se davvero a casa sua aveva tavolate di ragazze consenzienti, pagate, strapagate e impegnate nell’arte del pompino, sono solamente fatti suoi.

Alla persecuzione gridò anche lei quando dopo la bestemmia pronunciata durante Blitz di Gianni Minà e Giovanni Minoli nel 1984 venne allontanato dalla Rai. 

L’ostracismo dura ancora oggi. Ogni volta che mi propongo per una trasmissione, mi guardano male: “Mastelloni? In prima serata? In diretta?”. Mi sono interrogato sui motivi. Ho pensato: “Non vogliono perché ti credono frocio”. Poi ho riflettuto meglio “Non può essere, oggi in tv sono tutti froci. Anche quelli che figliano e posano con le loro mogliettine per il settimanale patinato”.

Ha fama di piantagrane.

Ma quando mai? Quando mai ho piantato una grana in vita mia?

La bestemmia fu una grana oggettiva.

Fu una questione politica. Ero in collegamento con Stella Pende, una donna straordinaria, dal Lido di Camaiore. La sala era stracolma Sergio Bernardini, il patron della Bussola era entusiasta: “Non l’avevamo riempito così neanche con Arbore e Ornella Vanoni”. Giovanni Minoli mi aveva avvertito: “Mi raccomando, non parlare come un attore di prosa”. Lo avevo accontentato. Stava andando tutto bene. I ragazzi del pubblico facevano domande provocatorie. A un tratto una ragazza chiese: “Mastelloni ma lei sotto le lenzuola ci è o ci fa?”. Risposi di getto: “Sotto le lenzuola ognuno fa quel che più gli pare e piace” e mi scappò una bestemmia. Lì per lì non se ne accorse nessuno. Andammo a cena. Un cronista de Il Messaggero ci trovò al ristorante: “Ma è vero che le è scappato un porco di troppo? Sono arrivate molte telefonate di protesta in redazione” “Non credo proprio, non è mio costume”.

Invece era accaduto.

Minoli faceva una grandissima televisione, ma non so perché si convinse che l’avevo fatto apposta: “Mi hai danneggiato, mi hai sottratto la poltrona dal culo”. Provai a spiegargli che era l’unico amico che avevo in tv, ma non ci fu nulla da fare. Con Stella, prima che le sue amiche, le Cederna dei poveri alla Lina Sotis la convincessero a chiudere i rapporti perché ero un poco di buono, continuammo a sentirci per un breve periodo. Ci siamo rivisti l’anno scorso. L’affetto è rimasto.

Come l’anatema della Rai.

Le mamme bigotte del Veneto si scatenarono. Ne incontrai una truccatissima e vestita come una zoccola al Costanzo Show. Provò a rimproverarmi e la investii: “Ma non si mette vergogna truccata così solo per apparire in tv? Si è conciata come una troia”. Il marito provò a intervenire: “E tu zitto, cornuto” lo tacitai.

Mastelloni, lei si è recentemente lamentato della sua pensione. 

625 euro al mese dopo mezzo secolo di lavoro. Uno scandalo. Lo stato pensa ai pannoloni della moglie dell’ergastolano, si dimentica degli artisti e aumenta lo stipendio dei parlamentari. Ma perché, è normale che uno va a Montecitorio un giorno e noi lo manteniamo per tutta la vita? Per fortuna ci sono le amiche come Orietta Berti, Gigliola Cinquetti e Barbara Mastroianni ad aiutarmi, altrimenti non so come farei. Non tutti gli amici mi sono stati vicino. Alcuni come Mara Venier, la peggiore di tutti o Catherine Spaak sono proprio spariti.

Chi è rimasto?

È rimasto Mastelloni. Uno che faceva delirare il pubblico. Per entrare a vedermi, quando c’era il tutto esaurito, la gente rompeva letteralmente le porte dei teatri. E poi è rimasta l’arte.

Quanto vale l’arte?

L’arte è tutto. L’arte non tradisce.

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Come parlare di immigrazione a scuola https://minimaetmoralia.it/interventi/come-parlare-di-immigrazione-a-scuola/ https://minimaetmoralia.it/interventi/come-parlare-di-immigrazione-a-scuola/#comments Sat, 25 Apr 2015 08:35:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26352 Questo articolo è apparso su Internazionaleche ringraziamo. (Fonte immagine)

È complicato, a scuola, in questi giorni parlare di immigrazione. È complicato innanzitutto perché la morte di 800 persone non è entrata nel discorso pubblico con quella forza dirompente che ci si sarebbe aspettati. Nessun giornale è andato a cercare di capire chi erano i migranti morti, a dargli un nome, a ricostruire le loro vicende familiari. Spesso quando accadono stragi del genere, per settimane i mezzi d’informazione sono pieni di testimonianze dei parenti e dei superstiti; in questo caso la voce delle vittime è stata praticamente spenta insieme a quella dei morti.

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Questo articolo è apparso su Internazionaleche ringraziamo. (Fonte immagine)

È complicato, a scuola, in questi giorni parlare di immigrazione. È complicato innanzitutto perché la morte di 800 persone non è entrata nel discorso pubblico con quella forza dirompente che ci si sarebbe aspettati. Nessun giornale è andato a cercare di capire chi erano i migranti morti, a dargli un nome, a ricostruire le loro vicende familiari. Spesso quando accadono stragi del genere, per settimane i mezzi d’informazione sono pieni di testimonianze dei parenti e dei superstiti; in questo caso la voce delle vittime è stata praticamente spenta insieme a quella dei morti.

Ma è complicato parlarne a scuola, intavolare un dibattito in classe, anche perché le voci politiche che hanno dominato la reazione si sono modulate da subito su un’isterica ricerca delle cause, che in pochi secondi diventa una caccia ai colpevoli e quindi la loro criminalizzazione.

È un meccanismo pavloviano: di fronte a qualunque tema che si impone con urgenza, che si sia al governo o all’opposizione, si risponde con “un inasprimento delle pene e dei controlli” – un afflato che può valere in modo onnicomprensivo. Dai femminicidi alla gente che spara al Palazzo di giustizia, da Charlie Hebdo ai disastri aerei: promettere o promulgare subito pene più severe e controlli più rigidi viene usato come politica ansiolitica.

Anche se in questo caso, a sottolineare il vero, c’era poco da inasprire: cosa possiamo fare di peggio a delle persone che hanno perso la vita in mare e che non avranno nemmeno una sepoltura?

Ci si è scagliati allora contro gli scafisti. Un movimento di immigrazione così ampio e articolato come quello che sta avvenendo dall’Africa all’Europa è colpa degli scafisti. Sarebbe un’affermazione che evidenzia la sciocchezza di chi la pronuncia, e invece mezzi d’informazione e politici l’hanno ripetuta come se addirittura avesse una sua forza morale.

Lo stesso Matteo Renzi ieri l’ha avvalorata nel suo discorso alla camera:

Combattere i trafficanti di uomini significa combattere gli schiavisti del ventunesimo secolo. La storia ha già conosciuto un momento in cui si prendevano uomini e si infilavano nei barconi e ciò che sta avvenendo ora con la compravendita di uomini è esattamente una forma di moderno schiavismo.

E perfino nel suo editoriale sul New York Times:

Human traffickers are the slave traders of the 21st century, and they should be brought to justice.

Ma che paragone è? Cosa c’entrano gli scafisti con gli schiavisti? Se un mio studente facesse un paragone del genere io lo inviterei a riflettere sulle sue parole.

Da una parte – oggi – ci sono persone che vogliono disperatamente scappare dai loro paesi e raggiungere l’Europa e che utilizzano gli scafisti; dall’altra – la tratta umana del settecento – c’erano persone strappate ai propri paesi e condotte forzatamente in un altro luogo. Quale pur minima analogia trovate?

La stessa sciatteria di ragionamento Matteo Renzi l’ha espressa per tutta la lunghezza del suo breve editoriale americano: un articolo che è stato evidentemente scritto con un’accurata scelta di frasi, e che per questo vi invito a leggere per intero.

Si dà per scontato, per esempio, che quest’immigrazione sia riducibile a un fenomeno illegale e che come tale vada contrastata. Si parla del Corno d’Africa solo per nominare la lotta alla pirateria come modello d’intervento, non spendendo una parola sul ruolo che ha avuto l’Italia in quell’area e azzardando un altro paragone pessimo: tra pirati e migranti. Si dice – senza citare una fonte, un dato, un numero – che “non tutti i passeggeri delle navi dei trafficanti sono famiglie innocenti”, ventilando l’ipotesi che questi viaggi alimentino un flusso di terroristi dalla Libia all’Italia; anche perché poche righe prima veniva chiamata in causa l’azione del gruppo Stato islamico in Libia.

E potrei andare avanti.

Ma quello che m’interessa è come quest’approssimazione colpevole di Renzi in questi giorni non sia un’eccezione. Il che rende molto complicato provare a discutere in classe di immigrazione: le affermazioni che non si reggono su nessuna evidenza empirica o su nessuna coerenza logica la fanno da padrone.

Eppure, forse, mi dicevo ieri dopo due ore di discussione sfiancante, non ci si può esimere (se non lo fa innanzitutto la scuola, chi lo fa?) dal condividere riflessioni e anche reazioni di pancia, provando a destrutturare le affermazioni che vanno per la maggiore.

“Vanno aiutati sì ma a casa loro”.

“Vengono qui e rubano il lavoro agli italiani”.

“Sono troppi”.

“La maggior parte sono criminali”.

“Se vogliono venire qui in Italia lo facessero in modo legale”.

Eccetera.

Il primo passo se si vuole provare ad avviare un dibattito su questi temi, anche a partire da questo genere di considerazioni, è darsi una regola preliminare e farla rispettare. Restare sul tema.

È molto complicato imporre questa regola, e non far derapare subito la discussione in: “E i campi rom?”,“Sì, ma sa cosa vuol dire la crisi e quanta gente perde il lavoro?”, “La criminalità aumenta e nessuno fa niente”. È difficile perché il modello di discussione – che sia la televisione con i talk show in cui il conduttore non arbitra tra le posizioni, o i blog con i loro commenti che nessuno modera – è il modello di argomentazione che gli studenti hanno presente e che hanno fatto proprio: discutere vuol dire accumulare opinioni, discutere vuol dire difendere a tutti i costi la propria (impulsiva) posizione.

Occorre innanzitutto chiarire che questi sono tutti temi interessanti, ma sono altritemi. E sovrapporli non aiuta a parlarne.

Poi bisogna chiedere ogni volta di avvalorare empiricamente e logicamente le proprie affermazioni.

Un esempio. Partiamo dall’idea che siano troppi e che siano una causa importante della crisi e dell’impoverimento dell’Italia.

Ogni volta che in classe chiedo: secondo voi quanti sono gli stranieri in Italia, segno le risposte (50 per cento, 25 per cento, 60 per cento, 15 per cento…), metto le percentuali in fila alla lavagna, faccio una media, e viene fuori all’incirca il 30 per cento.

Allora, prima di fornire il dato reale, invito a considerare: quanti stranieri ci sono in classe o a scuola? Mettiamo anche che la nostra classe o la nostra scuola sia un’eccezione: conoscete per caso una classe o una scuola dove le percentuali di stranieri sono così alte? E se sì, non vi sembrano quelle un’assoluta eccezione?

Il numero di stranieri presenti in Italia è di circa l’8 per cento della popolazione. Quello che potrebbe essere definito il“tasso di immigrazione percepita” varia dal 20 al 30 per cento, secondo vari studi. Abbassare questo tasso, almeno a scuola, credo sia una priorità assoluta.

Ma aggiungiamo un piccolo passo d’analisi, ponendoci un altro interrogativo. Quanta ricchezza producono gli stranieri in Italia? Quanto contribuiscono al Pil nazionale? Se faccio questa domanda in classe, le risposte che ricevo variano dallo zero per cento fino al 5. Difficilmente raggiungono mai l’8 per cento. E sono anche delle risposte comprensibili: gli stranieri hanno di media lavori meno redditizi degli italiani: quanti dirigenti d’azienda stranieri conoscete? O quanti italiani conoscete che raccolgono pomodori d’estate?

Eppure il dato è superiore: almeno il 10 per cento.

Come è possibile? Per una semplice ragione: gli stranieri incidono molto meno degli italiani sulla spesa sociale. Quanti stranieri anziani conoscete? Quanti dializzati? Quanti diabetici? Quanti disabili? Quanti pensionati? Quanti invalidi civili?

Se i redditi medi sono minori da una parte, dall’altra utilizzano il welfare molto meno degli italiani.

Facciamo un altro esempio: nella bolla di chiacchiere, reazioni a caldo, dichiarazioni ufficiali e non di questi giorni successivi alla strage, una delle questioni che non è stata quasi mai nominata è quella dei profughi, dei rifugiati, dei richiedenti asilo.

Quasi nessuno ricorda che il vero motivo di quest’ondata di ultime migrazioni è la fuga da situazioni di conflitto in Africa e che di fatto è un dovere accogliere chi “nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale oppure opinioni politiche, si trova fuori dello stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori del suo stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopraindicato, non vuole ritornarvi”.
È quello che recita la convenzione per i rifugiati del 1951, un documento scritto dopo due guerre mondiali che avevano generato oltre 70 milioni di morti e una quantità spaventosa di profughi.

Il diritto d’asilo non è un’opzione nel gioco delle parti: è un diritto, un dato giuridico. E ipotizzare blocchi navali, respingimenti, omettere azioni di salvataggio, non accogliere rifugiati non è solo immorale o inumano (su questo si può discutere anche con chi ha posizioni fasciste come Matteo Salvini o Daniela Santanché), è illegale.

Per esempio: tra il 2008 e il 2011, quando il governo Berlusconi-Maroni attuò respingimenti in mare, oltre a causare centinaia di morti, violò una legge e venne condannato.

Chi si occupa di profughi? Tra gli altri: l’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Studiare quando è stata fondata quest’agenzia dell’Onu, che funzioni ha, che storia ha, cercare di delineare una storia – almeno novecentesca – dei profughi può essere utile a contestualizzare l’ondata migratoria di oggi, ma soprattutto a riconoscere come alcuni diritti fondamentali – come il diritto d’asilo – siano il frutto di una lunghissima riflessione storica e civile.

Un ultimo esempio, brevissimo. La geografia. Uno degli interrogativi che alle volte pongo quanto ci mettiamo a parlare di sbarchi in classe è: quanto è grande la Libia e quanti abitanti ha?

Provate a rispondere anche voi senza guardare su Wikipedia.

Dopo aver sparato, confrontate la voce online, dove si dice: 6.120.585 abitanti (al censimento del 2008) per 1.759.840 km quadrati. Una densità di 3,9 abitanti a chilometro quadrato. Possiamo capire qualcosa da questo semplice dato? Sì.

Che è un paese demograficamente molto disomogeneo, con qualche zona abitata e un grande territorio desertico. Un paese molto difficile da governare come un’unità politica, soprattutto in una situazione di conflitto endemico come quella attuale. Riconoscere che la politica parte dalla storia dei luoghi e ancora prima dalla geografia può essere utile a contestualizzare e a correggere da subito le nostre convinzioni.

Un piccolo post scriptum.

Chi ha avuto in questi giorni la tenacia pedagogica di tenere il dibattito dentro le regole dell’argomentazione nel discorso pubblico? Quasi nessuno, nessun politico, pochissimi giornalisti, rari intellettuali. L’eccezione significativa c’è stata ieri con Gianni Morandi, che sul suo profilo Facebook ha replicato con una pazienza encomiabile a tutti i commenti al suo post in cui comparava le emigrazioni di oggi a quelle degli italiani all’inizio del secolo scorso.

Di fronte a “Questi stuprano!”, “Sono terroristi! Vanno uccisi!”, “Torna a cantare che è meglio”, Morandi ha mostrato la rarissima qualità di rispondere punto su punto, di controargomentare, di non esasperare o liquidare il dibattito.

Senza nessuna ironia e con un po’ di sconforto, è lui il modello pedagogico migliore da cui la scuola dovrebbe prendere esempio oggi.

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Mattarella, Napolitano, Tsipras, la sinistra, l’europa (e l’italia): intervista a Luciana Castellina https://minimaetmoralia.it/interviste/mattarella-napolitano-tsipras-la-sinistra-leuropa-e-litalia-intervista-a-luciana-castellina/ https://minimaetmoralia.it/interviste/mattarella-napolitano-tsipras-la-sinistra-leuropa-e-litalia-intervista-a-luciana-castellina/#comments Mon, 02 Feb 2015 14:16:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25270 «Caro Lucio, carissimo compagno di tante lotte e di tante sconfitte: nessuna sconfitta è definitiva, finché gli echi delle nostre passioni riescono a rinascere in forme nuove». Nella tensione emotiva dell'omaggio di Pietro Ingrao a Lucio Magri si ritrova tutto il travaglio di una stagione repubblicana dall'eredità ancora irrisolta. Con il saggio Da Moro a Berlinguer – Il Pdup dal 1978 al 1984 (Ediesse, 402 pagine, 20 euro) Valerio Calzolaio e Carlo Latini colmano un vuoto pubblicistico sulla storia del partito nato dall'unificazione del Pdup di Vittorio Foa e del gruppo de Il Manifesto, che fin dalla radiazione dal Pci nel 1969 si pose il problema di aggregare la nuova sinistra del ’68. Il testo sull'esperienza del Pdup per il comunismo, composto da un'élite politico-culturale ma anche radicato sul territorio, offre almeno quattro linee guida d'interesse contemporaneo. Il rapporto fra partiti, o quel che ne resta, e movimenti, ripercorrendo lo sforzo di tradurre in soggettività politica i movimenti del ’68-’69. Poi annotiamo la questione dirimente della scelta europea della sinistra italiana; l'ecologia e lo sviluppo industriale; infine la fermezza contro la politica del terrore fine a sé stesso del partito armato senza smarrire la lucidità dell'analisi. Luciana Castellina, che nelle file del Pdup è stata eletta parlamentare nazionale ed europea, scrive nella prefazione: « (...) È la testimonianza di un tempo in cui la politica è stata bellissima: vissuta dentro la società, colma di dedizione appassionata, di grande affascinante interesse perché impegnata a capire come rendere migliore la vita di tutti gli umani. Anche se non abbiamo vinto. Ma se vogliamo provarci ancora, questa archeologia è importante». Nella Grecia di Tsipras la giornalista Castellina sembra aver riascoltato echi di passioni mai sopite.

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«Caro Lucio, carissimo compagno di tante lotte e di tante sconfitte: nessuna sconfitta è definitiva, finché gli echi delle nostre passioni riescono a rinascere in forme nuove». Nella tensione emotiva dell’omaggio di Pietro Ingrao a Lucio Magri si ritrova tutto il travaglio di una stagione repubblicana dall’eredità ancora irrisolta. Con il saggio Da Moro a Berlinguer – Il Pdup dal 1978 al 1984 (Ediesse, 402 pagine, 20 euro) Valerio Calzolaio e Carlo Latini colmano un vuoto pubblicistico sulla storia del partito nato dall’unificazione del Pdup di Vittorio Foa e del gruppo de Il Manifesto, che fin dalla radiazione dal Pci nel 1969 si pose il problema di aggregare la nuova sinistra del ’68. Il testo sull’esperienza del Pdup per il comunismo, composto da un’élite politico-culturale ma anche radicato sul territorio, offre almeno quattro linee guida d’interesse contemporaneo. Il rapporto fra partiti, o quel che ne resta, e movimenti, ripercorrendo lo sforzo di tradurre in soggettività politica i movimenti del ’68-’69. Poi annotiamo la questione dirimente della scelta europea della sinistra italiana; l’ecologia e lo sviluppo industriale; infine la fermezza contro la politica del terrore fine a sé stesso del partito armato senza smarrire la lucidità dell’analisi. Luciana Castellina, che nelle file del Pdup è stata eletta parlamentare nazionale ed europea, scrive nella prefazione: « (…) È la testimonianza di un tempo in cui la politica è stata bellissima: vissuta dentro la società, colma di dedizione appassionata, di grande affascinante interesse perché impegnata a capire come rendere migliore la vita di tutti gli umani. Anche se non abbiamo vinto. Ma se vogliamo provarci ancora, questa archeologia è importante». Nella Grecia di Tsipras la giornalista Castellina sembra aver riascoltato echi di passioni mai sopite.

Qual è il suo ritratto del premier?

«È un quarantenne, che non avverte la paura che ha frenato le precedenti generazioni della sinistra greca. I drammi della guerra civile, lo spettro del ritorno di una forma di dittatura fascista hanno sempre provocato una qualche timidezza. Appartiene a una generazione più sicura e dunque capace di osare di più. Tsipras ha un senso fortissimo della propria storia e della propria identità comunista. Ha ampliato il raggio dell’iniziativa politica, producendo la rottura di un assetto bipolare. Il linguaggio nuovo e responsabile di Syriza ha intercettato e aperto spazi politici. La drammaticità della situazione ha favorito la convergenza e coesione interna al partito, che riunisce varie forze, al contrario della nota frammentazione».

Fra le analisi giornalistiche post elettorali c’è chi ha prefigurato nel rapporto con l’Europa un parallelo con l’evoluzione del primo Mitterand. La rivoluzione a costo zero non si fa.

«I percorsi dei due personaggi sono profondamente diversi. La rottura di Mitterand non fu così drastica come quella proposta da Tsipras e la storia della Francia non è quella della Grecia. Mitterand, anche in giovinezza, è stato un uomo molto accomodante, tutt’altro che un eroe delle rotture».

La parola solidarietà è rientrata nel vocabolario politico? Syriza di governo, che ha limiti endogeni ed esogeni, riuscirà a mantenere una dinamica complessa con i movimenti?

«Lì i movimenti sono poco strutturati. Per capirsi non c’è qualcosa di simile a Indignados-Podemos. Syriza ha sostenuto le proteste alimentate dalla sofferenza sociale. Si è messa a disposizione per la costruzione di una società alternativa, a fronte di uno Stato che ha tagliato tutto. Nei quartieri, dove la gente affronta la miseria nera, sono nate forme di volontariato organizzato molto importanti. Il partito ha mostrato la capacità di contribuire a consolidare questa solidarietà mediante la propria organizzazione partitica. Tutte le forme di supplenza alle carenze statuali mi hanno ricordato il mutuo soccorso del movimento operaio alle origini».

Torniamo in Italia. Nei nove anni al Quirinale ha trovato riscontri del Giorgio Napolitano che conosceva? Curzio Malaparte, frequentato in giovane età dal presidente emerito, regalandogli una copia di Kaputt annotò nella dedica: «Non perde la calma neppure dinanzi all’Apocalisse».

«Ha esercitato il ruolo istituzionale andando sopra le righe, perché è una personalità molto forte fra tutti i nani dell’attuale scenario politico italiano. È un signore dalla lunga storia politica e relativa grande esperienza. Dunque inevitabilmente, oggettivamente, ha esercitato un’egemonia. Napolitano è stato sempre un uomo che ha apprezzato e dato priorità agli elementi di stabilità. Privilegia l’equilibrio, cristallizzato dalla strategia delle larghe intese, al cambiamento. D’altra parte la destra Pci era filo-sovietica, non tanto perché gli piacesse l’URSS, quanto per l’idea di sicurezza e stabilità che avrebbe dovuto assicurare al mondo il sistema dei blocchi contrapposti».

Che cos’è oggi il diritto al dissenso?

«Non sono mai andata d’accordo con Napolitano, tuttavia il dibattito, che rimpiango, è stato politicamente significativo e civile. Lui ha contribuito intensamente alla mia radiazione dal Pci. Ma ho nostalgia di quella radiazione, perché almeno si è discusso con un sincero turbamento. Oggi ripeto ai dissidenti di qualunque partito, che possono solo sognare una radiazione come la nostra. Il leader parla in televisione e gli altri sono costretti nella scelta binaria sì o no, con una sostanziale indifferenza per le posizioni e per le idee».

Il dissenso espresso dalla minoranza Pd sulla legge elettorale è stato davvero funzionale all’elezione di Sergio Mattarella?

«Non amo Renzi, ma è stato molto abile in questa operazione. Ha capito che aveva tirato troppo la corda con la minoranza interna al suo partito. Non poteva calpestarli ulteriormente, essendo arrivato al rischio di rottura. Ha dovuto cedere qualcosa. Penso avrebbe preferito una candidatura in accordo con Berlusconi».

In attesa del giuramento e del discorso d’insediamento in programma domani, qual è il segno distintivo del neo presidente?

«Innanzitutto la Prima Repubblica non è stata una cosa omogenea. Mattarella è un uomo di quella stagione, dimessosi dalla carica di ministro, poiché contrario all’approvazione della legge che ha determinato la vita della Seconda Repubblica. Mattarella, da questo punto di vista, è stato il primo con altri, seppure in una posizione interna al partito democristiano, a capire che cosa stesse accadendo. Nell’osservanza della legge ha tentato di tutelare l’interesse generale, per non assecondare l’ascesa di Berlusconi. Il termine rottamazione più che una rottura generazionale, ispirata da un rinnovamento necessario, evoca una rimozione forzata e stupida della storia. Come asserisce Giorgio Agamben per capire il presente bisogna occuparsi dell’archeologia».

La cosiddetta Seconda Repubblica si è caratterizzata dalla nascita di un sistema bipolare impuro, con coalizioni estremamente eterogenee e politicamente frammentate. Con i partiti piccoli a determinare equilibri meramente elettorali. Lei sostiene che il Pdup abbia rifuggito il minoritarismo. In che modo?

«Non abbiamo mai pensato di costruire sopra la nostra testa il partito della rivoluzione, bensì d’incarnare l’essenza di una forza critica, destinata alla transitorietà. Volevamo innescare un rinnovamento sostanziale del Pci, che era ancora una forza molto vitale. Non coltivavamo un interesse particolare, se non quello della rifondazione dell’organizzazione storica del movimento operaio. Il nostro successo sarebbe derivato dall’aggregazione delle forze sane della nuova e vecchia sinistra. Purtroppo non è andata così. Per riprendere una frase di Santa Teresa di Lisieux: anche chi non conta niente deve sempre pensare come se tutto dipendesse da sé, muovendosi con il senso di responsabilità di chi decide. La nostra piccola impresa ha lasciato una rete di quadri, che non opera più a livello politico, ma è vitale nella società, perché era il prodotto di una cultura credo molto forte e rigorosa».

Calzolaio e Latini evidenziano il tratto leaderistico, nella persona di Lucio Magri, assunto dal Pdup.

«Leadership e personalizzazione, deriva pericolosa, non sono la stessa cosa. Non si costruisce un soggetto politico senza avere selezionato una leadership. Una selezione da maturare in un corpo sociale e politico vasto. Correttamente gli autori sottolineano il ruolo di Magri, decisivo fin dall’inizio nell’elaborazione della linea, nelle tesi del Manifesto con una costante apertura all’autocritica. La sua visione ha anticipato i tempi. Su Praga il Pci, pur in posizione critica, parlava ancora solo di errore. È interessante rileggere i suoi discorsi parlamentari, dai quali è possibile elaborare una ricostruzione della storia degli anni Settanta. La sua esistenza è finita in quella maniera, perché non ha accettato l’idea di una fase di piccoli accordi, di piccole storie. “La sinistra rinascerà, certo, ma ci vorrà molto tempo e a quel punto sarò morto”».

Nel febbraio 1968 Napolitano firmò una relazione sul movimento studentesco: riconoscimento della novità, volontà di raccoglierne le sollecitazioni e denuncia delle avvisaglie estremiste. Permane tutt’oggi quella carenza dialogica partito-movimenti?

«Il Pci non comprese appieno la portata del Sessantotto. Era finita la fase dell’Italia arretrata che doveva entrare nella modernità. Dentro a quella modernità erano esplose contraddizioni nuove nel lavoro, nell’alienazione, nell’ecologia, nelle questioni di genere. Il pregio dei movimenti è di avere antenne più alte dei partiti, spesso elefantiaci e immobili, per percepire le contraddizioni del proprio tempo. Il Pci considerava i movimenti tutt’al più portatori d’interessi e problemi settoriali, poi toccava al partito fare la sintesi. A noi non sfuggì l’importanza della dialettica con il movimento. Fu un’altra delle ragioni di differenziazione dal partito. I movimenti devono riuscire a mettere in discussione il quartier generale fino al limite di rifondarlo».

La sinistra è arrivata in ritardo sul tema Europa?

«Il Pci passò da un’opposizione d’assoluta chiusura, che aveva alcune buone ragioni, sulle modalità del processo di unificazione europea, all’europeismo acritico. Condivise la contrarietà a un’unione fondata sul liberismo e sulla dittatura del mercato con buona parte della sinistra continentale. Ricordo anche l’imbarazzo democristiano, pensando al pesante interventismo pubblico nella nostra economia. Leopoldo Elia, sorridendo, mi disse: «Non glielo diciamo all’Europa. Forse non se ne accorgono». Affermare che questa sia l’Europa sognata da Altiero Spinelli è una bugia. Basta rileggerlo o non scordarsi che nel 1957, a Roma, andò a volantinare per protesta nel luogo in cui venne firmato il Trattato CEE sotto l’egida di Ludwig Erhard, ministro dell’economia tedesco. Forse successivamente il suo errore fu quello di insistere un po’ troppo sugli aspetti istituzionali rispetto a quelli economico sociali».

In molte biografie e autobiografie di protagonisti del comunismo italiano, spesso intellettuali di estrazione borghese, ciò che viene rievocato con maggiore emozione, nel processo di formazione politica, è la scoperta del mondo andando a scuola dalla classe operaia.

«Questo forse è stato il tratto migliore del ’68, che in Italia è durato dieci anni. La considero un’esperienza formativa determinante. Fu la conoscenza di che cosa è la vita, della grande fabbrica operaia e la costruzione di un’idea di libertà basata nei rapporti sociali di produzione e non nel libertarismo. La conoscenza delle condizioni dei rapporti sociali di produzione, e dunque anche dell’umanità che da questi rapporti emerge, è stata un elemento fondante. Il Sessantotto viene dipinto come sesso droga e rock and roll, una rivolta antiautoritaria, una liberalizzazione dei costumi per l’affermazione della priorità dell’individuo sulle catene del noi imposte dalla chiesa e dai partiti. In realtà si provò a mettere radici che coniugassero la libertà con l’uguaglianza».

Pio La Torre, che borghese non era, fece quell’apprendistato sulla propria pelle dall’infanzia. Una vita ben spesa dalla parte degli sfruttati. Un leader naturale, forte e indipendente. Aggredì, con un’intensità inedita anche nel partito, al prezzo della vita l’intreccio promiscuo delle mafie. Che cosa le rimane della campagna pacifista che condivideste a Comiso?

«All’inizio ci fu una notevole timidezza da parte del Pci nell’assumere una posizione di contrasto netto. Nutrivano molta prudenza nei confronti del movimento, per poi compiere uno scatto con una larga partecipazione della Fgci. La Torre fu molto bravo, perché intuì la valenza di questa lotta e ne interpretò la causa. Dalla Sicilia arrivarono segnali forti e cominciammo a lavorare insieme. La Torre capì subito che dietro a quella vicenda si muoveva anche la mafia e un’ampia area grigia. La denuncia lo portò poi alla morte. Aveva una grande capacità nel mobilitare le persone. In Sicilia si raccolsero un milione di firme per la chiusura di Comiso. Il suo è stato un impegno trentennale senza mai rassegnarsi alla sconfitta».

Il vocabolo disarmo è ormai estraneo alla prassi politica.

«Uno dei più attivi nella protesta a Comiso fu l’attuale ministro degli esteri Paolo Gentiloni. Lavorò al mio fianco nel giornale, che diressi insieme a Rodotà e Napoleoni, Pace e guerra. Era responsabile proprio della sezione degli esteri. Ha scritto anche un libro su quell’esperienza. Ma, insomma, i tempi cambiano».

Una peculiarità del Pdup fu una certa sensibilità per la questione ecologica allora fuori dall’agenda. Rimpiangevate il mondo rurale?

«È stato uno dei contributi al dibattito nazionale. Lotta continua ci prese in giro con un titolo d’apertura: «Come era verde la vostra vallata» con la firma di Guido Viale, che oggi riscopro alfiere ecologista. Non era una romantica nostalgia della società pastorale. Sul nucleare la battaglia è stata furibonda anche all’interno del Pci. I nodi di allora nella critica alla cultura industrialistica non sono stati risolti».

Il dossier Ilva è di attualità stringente. Il Pci, nella figura di Napolitano, ebbe un ruolo preminente nella nascita a Taranto di un modernissimo, per l’epoca, stabilimento siderurgico.

«La questione è complessa, ben raccontata dal recente film La zuppa del diavolo di Davide Ferrario. C’era il problema della modernizzazione dell’Italia, di cui come mostrano i materiali visuali d’archivio la classe operaia era fiera. Contemporaneamente il regista pone la critica, il deflagrare delle contraddizioni, con i testi di Volponi, Ottieri e Pasolini. Sono uscita dal cinema commossa. Quegli operai che escono in tuta, apparentemente felici, da una fabbrica che poi è l’Ilva con tutti i disastri che conosciamo».

Al riconoscimento della lungimiranza della questione morale, posta da Berlinguer, viene sovente accompagnata la tesi esplicitata in primis da Napolitano. In sintesi, quelle parole, affidate a Scalfari, in realtà celavano la tendenza del Pci a chiudersi nella sua «purezza», una sorta di rinuncia a fare politica, non riconoscendo più alcun interlocutore valido, e a rivolgersi al paese intero. Concorda?

«È curioso associare il concetto di rifiuto a un partito che registrava due milioni di iscritti. Piuttosto bisognerebbe rammentare chi rifiutava cosa. All’inizio c’è stata una voluta mistificazione di quel discorso. Diversità voleva dire che per pretendere di essere soggetto politico era necessario un di più di onestà, d’impegno, di dedizione e disinteresse: tutte qualità fondanti della politica. Il senso del discorso è stato stravolto, perché la sintonia che il Pci ha avuto con larga parte della società, anche in quella fase, non si è mai più ricreata per nessuno partito politico. La questione morale costituiva una critica per nulla moralista, come invece è stata immediatamente bollata, al sistema dei partiti. Il discorso sull’austerità fu scambiato per una cosa bigotta, contro la gioia del consumare, mentre invece anche lì era l’inizio di una riflessione critica sul modello di sviluppo. Su questi temi noi del Pdup ci ritrovammo nel Pci. Abbiamo avuto un rapporto difficile con Berlinguer. Sempre molto civile ma era lui il segretario quando fummo radiati. Alla fine c’è stato un grande rincontro».

Eric Hobsbawn, dopo aver seguito un intervento di Berlinguer durante una Festa dell’Unità, definì stupefacente il rapporto pedagogico di massa che il segretario riusciva a stabilire.

«Nei discorsi di Togliatti e Berlinguer è difficile rinvenire tracce di demagogia. Togliatti parlava come un professore di liceo. Non c’era mai un tono di troppo. Ricordo, in riferimento a Berlinguer, la frase pronunciata da una signora qualunque seduta vicino a me: «Parla così “male” che deve essere sicuramente sincero». La trovai e la trovo una frase bellissima, che esprimeva una grande verità. È una storia singolare il fascino che emanavano in un partito così grande e socialmente composito. I due si rivolgevano al popolo come se stessero in un’aula di liceo anziché in piazza. Pensiamo ai funerali di Berlinguer, c’era il mondo intero».

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La disinformazione. Per un’ontologia catanese https://minimaetmoralia.it/teatro/la-disinformazione-per-unontologia-catanese/ https://minimaetmoralia.it/teatro/la-disinformazione-per-unontologia-catanese/#comments Tue, 16 Dec 2014 09:40:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24761 di Pierandrea Amato

Parte prima: chi è l’attore?

Un regista francese, con un forte legame con l’Italia, dove ha girato alcuni dei suoi lavori, qualche anno fa decide di realizzare un film in Sicilia. Il regista, per realizzare il suo progetto, invita a un incontro un professore di filosofia perché un suo lavoro potrebbe incrociare il soggetto del film. La promessa di questo primo incontro, preceduto da una scarna e-mail, mette a disagio il professore; almeno, quanto la prima impressione di fronte a un disegno che unisce i Pupi e il cinema francese (forse, da sciocco, temeva una versione del grand Tour fuori tempo massimo).

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di Pierandrea Amato

Parte prima: chi è l’attore?

Un regista francese, con un forte legame con l’Italia, dove ha girato alcuni dei suoi lavori, qualche anno fa decide di realizzare un film in Sicilia. Il regista, per realizzare il suo progetto, invita a un incontro un professore di filosofia perché un suo lavoro potrebbe incrociare il soggetto del film. La promessa di questo primo incontro, preceduto da una scarna e-mail, mette a disagio il professore; almeno, quanto la prima impressione di fronte a un disegno che unisce i Pupi e il cinema francese (forse, da sciocco, temeva una versione del grand Tour fuori tempo massimo).

Si vedono all’aeroporto di Catania. Diversamente da come il professore prevedeva, le cose, in realtà, vanno come dovevano andare: discutono, provano a capire, a capirsi, si trovano (si ritrovano?). Condividono idee, impressioni, distanze: la politica, Berlusconi, ma soprattutto parlano di ciò che più sfugge: la Sicilia. Un luogo, pensano, dove tornano, ritornano ripetutamente, ma ogni volta sembra la prima volta. Questa estraneità li fa sentire curiosamente a casa. Senza alcuna fondata motivazione narrativa, visiva, economica, poetica, il regista, forse come omaggio alla partecipazione invisibile del professore nel suo film, alla loro possibile amicizia, decide di girare una sequenza del film – l’ultima in ordine di tempo – nella quale ricostruisce il loro incontro.

Il professore è oramai coinvolto nel progetto.

Vede il film. È un esperimento arduo. Una favola, forse. Si dice che almeno in Sicilia dovrebbero adottare questo progetto. Ovviamente non va in questo modo. Si vede soltanto a Palermo grazie alla determinazione di un giovane direttore di un Festival cinematografico. Da Catania, però, contattano la produzione francese del film, e invitano il professore a presentare il lavoro del regista francese.

Parte seconda: il doppio

«Che ci fai qui?». 28 novembre 2014. Palermo. Il professore ricordava questa antica conoscenza, sempre lui, quello che ha organizzato la prima visione di Orlando ferito in Sicilia, come una persona ospitale ma soprattutto cortese. «Che ci fai qui? E poi a quest’ora di sera: sono da poco passate le sette». Il professore balbetta: «Ho partecipato a un incontro e poi sono passato ai Cantieri per ascoltare…».

L’altro sorride: «Non ti sei accorto che dal maggio scorso, ogni sera a Catania, per giunta in anteprima, presenti l’Orlando ferito». «In anteprima? Lo dovevi dire; lo devi dire: almeno in Sicilia si è già visto a Palermo, in Italia a Roma. Forse intendono anteprima per Catania?».

Repubblica; sezione Palermo. Elenco dei cinematografi (tutti quelli della Sicilia entrano in una pagina): Cineteatro Francesco Alliata. Anteprima Orlando Ferito, presentazione del film a cura del prof. V.O. sottotit. italiano. Ore 19.30. 4 euro.

La notizia la si può leggere anche oggi: 16 dicembre 2014. Ogni giorno la stessa informazione: Cineteatro Francesco Alliata. Anteprima Orlando Ferito, presentazione del film a cura del prof. V.O. sottotit. italiano. Ore 19.30. 4 euro.

Divertente? La cosa forse non fa ridere il professore. Letteratura e cinema, arte alta e popolare, sono piene di trame di sdoppiamenti, doppie vite, fantasmi. Storie di vite non vissute eppure testimoniabili a partire da un’emorragia temporale.

Il professore prova un po’ di pena per il candore di questo eterno ritorno del diverso, nel quale, il suo doppio catanese, ogni sera si presenta diligentemente al suo posto; al cinema Alliata, a introdurre il film del regista francese. Ogni sera, anche con il caldo asfissiante d’agosto, con la luce ancora piena dell’estate, o in questi giorni prenatalizi; con l’umido, le luci fioche, il loro colore arancione metallico, il fantasma catanese pretende di parlare di cinema, di politica, della Sicilia. Ostinato a ripetere l’irripetibile: un’anteprima. Fa tenerezza. Il professore prova invidia verso la sua differenza catanese: ammira la sua costanza, solidità, perseveranza. Lui non diserta: la Repubblica ordina e lui risponde presente. Eppure è irritante: come se delegare al proprio doppio, impigliato a Catania, chissà per quanto tempo ancora, il dolore di un impegno, segnalasse una più ampia e indecifrabile deficienza verso tutti gli obblighi presi e fatalmente, inconsciamente persino, trascurati.

Se lui, l’ostinato cittadino di Catania, è persona seria, il professore no. Da quasi sette mesi, non va a un appuntamento che il giornale garantisce. Viene chiaramente meno a un impegno pubblico cui, capite bene, la REPUBBLICA (si può davvero pensare che si tratta solo di un giornale?), indifferente allo scorrere del tempo, si impone tutti i giorni.

Se il fantasma non manca mai di essere presente, l’incontro palermitano lascia vedere al professore una sconfinata irresponsabilità; l’indefinita mancanza per cui ogni giorno manchiamo un appuntamento – con chi? Dove? Quando? – che neanche sapevamo di avere contratto. Eppure manchiamo. Però: sarebbe più attraente avere un doppio più irrisolto; questo catanese è troppo ordinato, definito, la sua differenza si consuma tutta in un’identità assoluta. Fatale: il doppio, è un rovescio. Ma non è troppo ovvio? Dove sarebbe la sua doppiezza se si risolvesse soltanto in uno specchio?

Ma non è ancora tutto: la stringa di Repubblica provoca nel professore un leggero senso di colpa nei confronti di uno sconosciuto: Diavolo! Ci sarà pur stato qualcuno a Catania che in tutti questi mesi non dico volesse ascoltarlo ma almeno vedere il film –, sia pure una sola persona, una coppia, dei fans del regista, ragazzi appassionati di cinema, lettori di Repubblica, che ha espresso il desiderio di andare a vedere il film. Giunto all’Allata, trova il deserto: avrà chiesto spiegazioni. Si sarà domandato: almeno, il prof., dov’è? Almeno lui non può mancare; come può venire meno anche il presentatore. Che sia un professore fannullone? Quest’unico spettatore, ammettiamo, che so, il 17 agosto, decide, persino eroico, di andare al cinema e non trova nessuno. Se non l’altro dal professore tenacemente muto e invisibile. L’Allata, però, in teoria (in teoria o in pratica?) non ha una programmazione quotidiana; dunque, nessuno che può chiarire l’equivoco. Sarà poi ritornato, caparbio come il fantasma del professore, dopo la prima volta, lo spettatore solitario?

Il prof. inizia a pensare a questa sorta di eternità differita, differente e si vede catapultato in un’ontologia del sé non vissuta. Ben inteso, senza esagerare: un’ontologia regionale; o meglio: urbana, catanese. Il doppio ha preso dimora; non c’è verso di farlo traslocare. Fantasma sedentario. Ogni sera, da quasi sette mesi, si ostina a essere lì, con la sua assenza, a presentare un film che per quasi sette mesi nessuno può vedere perché non sarà proiettato. Però: “Lo ha detto la televisione”; “L’ho letto sul giornale”. La notizia di Repubblica è, a suo modo, vera. Non soltanto perché una semplice riflessione sull’autonomia ontologica della lingua senza referente esterno ci permette di dire che la Repubblica non mente (insisto: sarà poi semplicemente un quotidiano?); più banalmente ed empiricamente: chi può essere veramente certo, chi può garantire, leggendo il giornale la mattina, che effettivamente la sera, alle 19.30, a Catania, proprio quella sera, stasera ad esempio, non si proietti l’Orlando e quindi il prof., continuando a eludere l’appuntamento, con la stessa costanza con cui il suo doppio cartaceo è sempre presente con la sua assenza, non commetta un atto di scortesia intollerabile: non si prende neanche il disturbo di avvertire per la sua negligenza e indolenza. Come scusarsi; ma soprattutto: con chi? Forse con l’unico sempre presente: l’altro?

Questa vicenda consegna il professore all’isola; alla Sicilia vissuta da molti anni da eterno fuori sede. Come se l’essere fuori luogo tutti i giorni a Catania dal 21 maggio dovesse riparare a questa dislocazione; come se almeno il fantasma catanese, almeno lui, avesse trovato pace grazie a quell’appuntamento che non ammette deroghe, festività, eccezioni. Ma la Sicilia non è anche questo: un altrove permanente? Ma forse non è esattamente così: in Sicilia, le cose iniziano a diventare effettivamente complicate nel momento in cui sembrano diventare semplici.

Parte terza: l’anteprima

Gli ingredienti, come si dice, ci sarebbero tutti per un racconto. Abbiamo un protagonista introdotto nel variopinto mondo del cinema nel quale, però, è chiaramente un estraneo; abbiamo una drammaturgia collocata, a sua volta, tra la realtà e la finzione delle marionette; abbiamo il doppio, uno che visse non due ma molte volte; abbiamo un incontro rivelatore in grado di lasciarci vedere ciò che l’incauto ha tutti i giorni sotto gli occhi: un’altra vita che non sa, non può vedere. Ma soprattutto non manca né il mito né la pura astrazione concreta dell’arcano: la Sicilia.

Ma questo non è un racconto. È la vicenda, naturalmente, del professore Amato che incontra Vincent Dieutre, un regista francese che gira in Sicilia, l’Orlando ferito: Cineteatro Francesco Alliata. Anteprima Orlando Ferito, presentazione del film a cura del prof. Amato V.O. sottotit. italiano. Ore 19.30. 4 euro.

L’idea del film è di verificare, sulle tracce di un libro del filosofo francese, George Didi-Huberman, Come le lucciole (Francia, 2009; Italia, 2010), dedicato a una lettura del leggendario articolo di Pasolini del 1975 sulla scomparsa delle lucciole, se, invece, proprio in Sicilia, oggi, quando tutto sembra perduto, non sia possibile incrociare, ammorbidendo l’apocalissi pasoliniana, intermittenze, lampi, in grado di provocare l’occasione di “organizzare il pessimismo”. Il film è realizzato nell’arco di tre anni. Alcune interruzioni, tra una fase e l’altra delle riprese, sono lunghe. Ma probabilmente tutto ciò fa parte di quest’opera che si alimenta anche dei propri impedimenti, vicoli ciechi, assenze; tutto è sottoposto a sorprese, passi falsi, eventi imprevisti, nuove idee, ostruzioni, deragliamenti, intuizioni. Con lo stesso Dieutre, o meglio, il suo corpo, la Sicilia è il cuore del film: Palermo, Catania, la campagna attorno a Noto, Lampedusa. L’esplorazione della Sicilia e del libro di Didi-Huberman è infranta, alimentata, arricchita da un contro-canto drammaturgico di scene e dialoghi di Pupi allestito nel museo di Mimmo Cuticchio: Orlando, i suoi compagni, le disfatte. Il viaggio di Orlando, allo specchio di quello di Dieutre, diventa una meditazione politica, amara, sublime sul destino dell’Europa.

La sera dell’anteprima catanese, il 20 maggio, la proiezione di Orlando ferito non ci fu. Per una serie di problemi adesso irrilevanti, nessuno si presenta per vedere il film. In effetti, alle otto è chiaro che la proiezione salta per penuria incondizionata di materia prima: il pubblico. Non viene nessuno. A un certo punto ci sono solo il prof. Amato, e nessuno. Evidentemente una parte di me, quella meno disposta a tollerare defezioni, fallimenti, imbarazzi, a prendere le cose alla leggera, non ha assorbito questa delusione. E ha piantato le tende.

Tutta questa storia, persino commovente, restituisce una profonda fedeltà all’evento; in fondo, qualsiasi anteprima non può aver luogo; se avviene, si auto-inganna; si tradisce da sola. L’anteprima è un’origine infinita impossibile da abitare. Da quasi sette mesi, in realtà, non faccio altro che vivere la stessa anteprima dove il mio me catanese, alimentato dal desiderio di Repubblica che ci sia una première a ogni costo, e quello che ha preso le distanze da Catania, coincidono immancabilmente. Entrambi, infatti, non vivranno mai l’estasi che, bene o male, si sprigiona dopo la prima; è questa privazione che lega due personalità peraltro così diverse. Unite da una promessa impossibile: non abbandonare il luogo in cui non siamo mai stati. Prima della prima ci può essere solo la ripetizione; ossia la vita. Un’eterna ripetizione piena di diffrazioni. Quando finalmente la mia differenza catanese l’avrà fatta finita con la sua infinita anteprima, svanirà nel nulla; come a continuare Orlando. Lui, sì come una lucciola.

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Se Venezia muore all’ombra dei grattacieli: intervista a Salvatore Settis https://minimaetmoralia.it/arte/intervista-salvatore-settis/ https://minimaetmoralia.it/arte/intervista-salvatore-settis/#comments Mon, 24 Nov 2014 09:36:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24459 Pubblichiamo un'intervista di Simona Maggiorelli a Salvatore Settis apparsa sul settimanale Left. Ringraziamo l'autrice e la testata. (Fonte immagine)

di Simona Maggiorelli 

Lancia un grido d’allarme per Venezia e, attraverso questo simbolo, per il futuro di molte altre città storiche il nuovo libro di Salvatore Settis. Nel volume Se Venezia muore edito da Einaudi, l’eminente archeologo e storico dell’arte della Normale stigmatizza le responsabilità politiche e l’ignoranza di amministrazioni e governi che hanno ridotto la laguna a una sorta di Disneyland per grandi navi. Ma al contempo, come è nel suo stile colto e animato da passione civile, offre una riflessione alta sul senso politico dell’abitare raccontando l’originalità e l’unicità di centri urbani (da Venezia a l’Aquila, a Matera e oltre) che rappresentano una sfida creativa ai limiti imposti dalla natura.

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Settis

Pubblichiamo un’intervista di Simona Maggiorelli a Salvatore Settis apparsa sul settimanale Left. Ringraziamo l’autrice e la testata. (Fonte immagine)

di Simona Maggiorelli 

Lancia un grido d’allarme per Venezia e, attraverso questo simbolo, per il futuro di molte altre città storiche il nuovo libro di Salvatore Settis. Nel volume Se Venezia muore edito da Einaudi, l’eminente archeologo e storico dell’arte della Normale stigmatizza le responsabilità politiche e l’ignoranza di amministrazioni e governi che hanno ridotto la laguna a una sorta di Disneyland per grandi navi. Ma al contempo, come è nel suo stile colto e animato da passione civile, offre una riflessione alta sul senso politico dell’abitare raccontando l’originalità e l’unicità di centri urbani (da Venezia a l’Aquila, a Matera e oltre) che rappresentano una sfida creativa ai limiti imposti dalla natura.

Con i suoi palazzi storici che concorrono, ciascuno con un proprio timbro, alla composizione armonica della città sull’acqua, «Venezia offre l’esempio supremo di una transizione dall’ordine della natura a quello della cultura» scrive Settis. Qui più che altrove le tipologie architettoniche, le sequenze dei quartieri, le tecniche di muratura, i materiali, le membrature lasciano trasparire in filigrana il vissuto, le tensioni, i conflitti di chi l’ha abitata e modificata nei secoli.

«Per sparse sopravvivenze», la città visibile racconta la storia della «città invisibile» fatta di relazioni umane. All’occhio attento Venezia si fa leggere «come un palinsesto» lasciando intravedere una forma latente e più profonda. Che inavvertitamente, potremmo dire, concorre a creare la speciale atmosfera cosmopolita e malinconica che aleggia per le calli.

«Ogni città lascia una traccia nell’animo, nel carattere e negli umori delle persone che la abitano», scrive Orhan Pamuk in Istanbul. Tornano in mente queste parole del premio Nobel turco leggendo Se Venezia muore. «Nel parlare di città invisibile la mia ispirazione diretta è Italo Calvino e il suo personaggio Marco Polo» commenta Settis. «Ma Pamuk è un autore che amo molto. Nel libro Istanbul c’è il suo continuo girare intorno alla città e alla sua infanzia. Mentre il museo privato che ha costruito più di recente racconta un amore per una donna che è anche amore per Istanbul. La dimensione più importante di ogni discorso sulle città non è quella urbanistica né quella speculativa o dei piani casa dei vari governi, ma riguarda l’anima della città: l’anima siamo noi che l’abitiamo».

La città vive di relazioni umane, di spazi pubblici abitati, altrimenti rischia di scadere a scenografia inerte. Il centro di Venezia, come quello di Firenze, perde abitanti ed è sempre più ostaggio di un turismo mordi e fuggi. Come far capire ai politici che è un assassinio?

Di fronte alla politica ufficiale dei partiti ci sono già moltissimi movimenti di cittadini che si oppongono e contrastano tutto questo. Ma oltre alla lotta perché non si facciano più cene sul ponte Vecchio a Firenze, perché non si svendano i nostri centri storici, occorre una riflessione sui grandi principi: bisogna ricordarsi che cosa è la città e che sono gli esseri umani ad animarla. La città storica si pone come un luogo di dialogo, di discorso, uno spazio di creatività, di democrazia. In cui i cittadini sono attivi, non sono solo servitori di stuoli di turisti. Beninteso, va benissimo che ci sia chi tiene alberghi, chi fa cucina, ma non può essere solo questo. Le città devono ritrovare la loro “anima”. Venezia perde mille abitanti l’anno. Si svuota, in particolare, di chi ha pochi soldi. Sta diventando una sorta di paradiso artificiale per ricchi, una città che non esiste, una Disneyland. Questo è esattamente il contrario di ogni meccanismo di eguaglianza, di democrazia, di cui oggi invece avremmo bisogno.

Se non si danno strumenti di conoscenza, ma al contrario impacchettiamo pubblicitariamente Venezia, dando libero accesso alle grandi navi, non rischiamo di azzerarne la storia e di offrirne agli stessi turisti un’immagine appiattita, quasi fosse un clone di se stessa?

La ragione per cui Venezia si presta ad essere il simbolo delle città storiche è che, oltre ad essere straordinariamente bella, il suo tessuto urbano vive in simbiosi con la natura e in particolare con la Laguna. Il che, mutatis mutandis, è vero anche per altre città. In genere il limite della città è la campagna ma oggi è ridotta a un ritaglio fra un’autostrada e un’altra. A Venezia invece la presenza della Laguna è molto forte. Ma queste gigantesche navi sfilano portando decine di migliaia di persone al giorno, che guardano Venezia dall’alto stando in mutande. A volte non si degnano nemmeno di scendere. Questa intrusione di grattacieli immobili, distrugge il rapporto con la natura. È un problema non solo estetico, ma anche di natura etica,comportamentale, sanitaria, perché è chiaro che queste navi inquinano pesantemente. Le autorità comunali, regionali e nazionali fanno finta di non vedere ma lo sanno tutti.

Oltre alle «navi grattacielo», c’è stato anche chi ha avanzato il progetto folle di costruire un cordone di grattacieli a margine della città per proteggerla dall’acqua alta. Il postmoderno in architettura rischia di fare danni irreparabili?

Questo «grattacielismo» – l’espressione è di Vittorio Gregotti – affligge l’architettura contemporanea. È un figlio diretto della speculazione finanziaria. Edificare in altezza non conviene a chi ci va a vivere o a lavorare. Chi potendo scegliere andrebbe al centesimo piano, chiuso in un loculo e non in una casa con giardino? Il grattacielismo di moda nei più ricchi fra i Paesi del Golfo Persico, ad Abu Dhabi e Dubai, in Italia non ha mai preso piede ma ora lo si cerca di lanciare: i grattacieli di Milano spuntati per l’Expo ne sono un esempio. Pensavamo che i grattacieli a Venezia fossero solo un delirio di Pierre Cardin, ma è uscita quest’idea di uno studio belga di fare una corona di grattacieli. Può essere considerata una provocazione, uno scherzo, non è un progetto commissionato davvero, ma racconta questa difficoltà a pensare l’architettura contemporanea se non passando attraverso la forma del grattacielo. Qui sarebbe passiva imitazione, una scopiazzatura.

Riallacciandosi a Rem Kolhaas, tra l’altro direttore della Biennale 2014, lei racconta la storia dei grattacieli di Manhattan. A New York, come a Dubai o ad Honk Kong, il grattacielo era forse l’unica forma proponibile, ma che senso avrebbe nel nostro contesto?

La forma del grattacielo, così come è nata storicamente alla fine dell’800 ai primi del ’900 in città come Chicago o New York, veniva da un certo orizzonte culturale . È veramente sorprendente che città come Milano o Torino si vogliano allineare a questa moda con cento anni di ritardo, per giunta presentandola come se fosse una novità. E qui si notano contraddizioni anche di un architetto come Renzo Piano che da un lato dice «rammendiamo le periferie», dando una parola d’ordine bellissima, dall’altra costruisce un grattacielo nel centro di Torino. Se si limitasse a curare le periferie senza fare grattacieli sarebbe più credibile.

Citando Plutarco lei ricorda che una città è come un organismo vivente. Ed è soggetta al passare del tempo. Ma non tutto ciò che appartiene al passato deve essere conservato tale e quale. Da parte dei politici al governo va di moda accusare i soprintendenti di essere dei talebani della conservazione, ma la tutela non è, di per sé, necessariamente dinamica?

La tutela è sempre qualcosa di dinamico. Non solo i soprintendenti ma anche persone come me vengono accusate di essere talebani della conservazione. C’è questa specie di leggenda nera per cui chi dice dobbiamo proteggere le nostre città e il nostro patrimonio viene scambiato per uno che vuole ibernarli. Ma la realtà non si può ibernare, gli alberi crescono, nascono, muoiono, lo stesso paesaggio è in continuo mutamento, la natura e l’essere umano hanno a che fare con il cambiamento. Certo in questo caso deve essere negoziato in base al codice genetici di una determinata città, di un determinato paesaggio. E poi ci sono le leggi e il rispetto della legalità che dovrebbero portare verso la tutela.

Lo Sblocca Italia, di cui lei ha scritto anche nel libro Rottama Italia (L’Altreconomia) porterà nuove colate di cemento? Come si muove il governo?

La politica si sta muovendo come al tempo in cui il presidente del Consiglio si chiamava Berlusconi. Da questo punto di vista il cambiamento di cognome del premier e del nome del partito di maggioranza relativa non ha portato nessun cambiamento. Qui si vede che con il patto del Nazareno Berlusconi porta dei voti a Renzi, chiedendo delle cose in cambio. Nello Sblocca Italia ci sono delle norme contro cui il Pd protestava vivacemente quando le proponeva il centrodestra, ora le ha fatte proprie.

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Viva Corrado Guzzanti (che nasce poeta e va avanti così)! https://minimaetmoralia.it/interviste/zanuttini-intervista-guzzanti/ https://minimaetmoralia.it/interviste/zanuttini-intervista-guzzanti/#respond Thu, 20 Nov 2014 06:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24378 Questa intervista di Paola Zanuttini a Corrado Guzzanti è uscita su il Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Roma. Corrado Guzzanti non ha buona fama come soggetto da intervistare: schivo, laconico, riservato. Caratteri apprezzabili sul piano umano, un po’ meno davanti a un registratore. Accingendosi all’impresa, capita di leggere negli occhi dei compagni di lavoro, e dell’ufficio stampa, un’ombra di preoccupazione, o compatimento. Addio, si va.

Inaspettatamente, stavolta sembra quasi loquace. La nuova agente dice che l’ha addomesticato, lo porta anche alle feste. Epperò c’è un problemino: non ha ancora visto il film che è il pretesto di questa intervista

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corrado_guzzantiQuesta intervista di Paola Zanuttini a Corrado Guzzanti è uscita su il Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Roma. Corrado Guzzanti non ha buona fama come soggetto da intervistare: schivo, laconico, riservato. Caratteri apprezzabili sul piano umano, un po’ meno davanti a un registratore. Accingendosi all’impresa, capita di leggere negli occhi dei compagni di lavoro, e dell’ufficio stampa, un’ombra di preoccupazione, o compatimento. Addio, si va.

Inaspettatamente, stavolta sembra quasi loquace. La nuova agente dice che l’ha addomesticato, lo porta anche alle feste. Epperò c’è un problemino: non ha ancora visto il film che è il pretesto di questa intervista, Ogni maledetto Natale, nel quale furoreggia. Mi chiede com’è: laconicamente, si può definire un antipanettone con vezzi e vizi da cinepanettone. Di sicuro successo.

Firmato da Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo, già sceneggiatori e registi di Boris, serie televisiva in qualche modo epocale frequentata episodicamente dal nostro, il film racconta le traversie di due ragazzi che, trafitti da colpo di fulmine in una Roma già piena di luminarie, vedono il loro nuovo amore minacciato dall’incombere del Natale. Ricorrenza funestissima che libera i peggiori istinti nel luogo deputato a celebrarla, la famiglia. Quella di lei è contadina, arcaica e selvaggia, quella di lui ricca sfondata, venale e nevrotica. Con un dispositivo più teatrale che cinematografico, gli attori, molti dei quali già colonne o guest star di Boris, sostengono ruoli simmetrici nelle due famiglie. Guzzanti no: in campagna è uno zio iracondo e rancoroso, mentre nei quartieri alti è l’irresistibile Benji, cameriere filippino servile, cinico, meschino, di orientamento liberal-liberista.

«Sì, è un fan pazzesco di Monti, più grande statista di tutti i tempi che però trovato tante difficoltà». Questa affermazione di Guzzanti cade nel vuoto, perché nel film non c’è traccia di Monti. «Ah, l’hanno tagliato?». A questo punto, visto che sul prodotto finito è un po’ vago, conviene parlare della lavorazione. «Ho sempre dovuto scrivermi da solo i personaggi, lavorarci sopra, ma trovo splendido recitare e basta, molto meno faticoso. Non mi dispiacerebbe fare solo l’attore: quest’anno ho girato anche un film serio, produzione americana, un remake di La piscina. Ero un maresciallo». A questo altro punto conviene precisare che Corrado Guzzanti è stato ribattezzato Oblomov, come l’indolente eroe del romanzo di Goncarov. Non ricorda chi gli ha affibbiato il soprannome.

Continuando sul film: «È stato divertente, soprattutto per chi aveva gli anticorpi di Boris, osservare l’iniziale straniamento degli attori non abituati a lavorare con tre registi, convinti peraltro di fare tre film diversi. C’era chi pensava a un film grottesco satirico e chi a una grande commedia sentimentale. Quindi erano molto diverse anche le indicazioni: Senti, qui anche di meno: il personaggio sta soffrendo, fai arrivare questo dolore. Poi arrivava l’altro: Che stai facendo? Ti avevo detto di zompare! Era come se i fratelli Coen fossero tre, e questi non sono neanche parenti, non so se la cosa agevoli».

Benji, imperturbato dal suicidio di un altro cameriere che guasta la festa ai padroni, e preoccupato solo per la riuscita del pranzo di Natale, è una partenogenesi di Ariel, il colf, sempre filippino, interpretato da Marco Marzocca, che vide la luce nel 2002 in un programma guzzantiano quasi clandestino, Il caso Scafroglia. «L’ispirazione veniva da un filippino che aveva lavorato da me: Giovedì non posso venire perché purtroppo mia figlia ha partorito in mare. Poi spuntò anche il cognato Gnol, Ariel voleva procurargli a tutti i costi il permesso di soggiorno. Ma, subito dopo averlo ottenuto, Gnol doveva tornare nelle Filippine per un’emergenza: Cognato mia sorella avuto incidente motorino e pure rubato telefonino. Quello ero io». Andatevelo a cercare su YouTube e vedrete che è identico a Benji, senza livrea.

Dato che il personaggio è politicamente molto scorretto, vanno messe in preventivo le accese rimostranze delle anime belle. Guzzanti si prepara a schivarle con lo stesso cinismo di Benji: «Se la prendano con gli autori, io l’ho solo caratterizzato un po’». A un comico serio non puoi dire che è razzista perché, se è ben fatta, la satira investe su un personaggio tanto studio e attenzione che diventa quasi amore. Lui poi non la considera razzista, come parodia. Trova invece molto ipocrita la correttezza politica, una falsa buona maniera. Dice che nella realtà sono tutti razzisti e negarlo non racconta come stanno le cose. Benji è solo un po’ troppo appiattito sul modello dei padroni: è fiero di lavorare per loro, vuole che passino un buon Natale.

E il Natale in casa Guzzanti era buono? «Mai avuto Babbo Natale. Siamo di tradizione romana befanizia e questo mi ha reso un disadattato a scuola: il 25 i miei compagni mi elencavamo al telefono i regali ricevuti, dal Meccano in giù, e io non avevo niente da dire fino al 6 gennaio. Tenendo conto che la scuola ricominciava il 7, mi restavano 24 ore per godermi i giocattoli nuovi. Però mio padre si impegnava molto sulle lettere che ci lasciava la befana: le scriveva in un romano sgrammaticatissimo: Corado ti ho comprato er pupazo ma non è quelo che volevi purtropo».

Quando i genitori si sono separati, Sabina e Corrado hanno mantenuto la tradizione con Caterina, la sorella più piccola. Che però chiedeva perché dei pacchi avevano la carta di un negozio e altri no. I fratelli arronzavano scuse, convenzioni stipulate dalla Befana con alcuni commercianti. Cabaret famigliare. Ma di teatrini ce n’erano altri. «Le gigantesche magnate. Di rigore, allora come oggi, le tartine e il risotto al salmone. Giravano anche certi liquori come lo Stock 84, arrivato in enormi confezioni regalo oggi estinte. Era un po’ una palla, c’erano zii che faticavo a riconoscere, sbagliavo i nomi, perché la nostra è una famiglia molto diasporata». Anche il presepe era una faccenda impegnativa, sfida ingegneristica fra parenti, soprattutto con lo zio Elio, futuro ministro della Sanità. E Paolo Guzzanti in veste di capofamiglia sentenziava sulla carta delle montagne o i ruscelli di stagnola. «Noi tagliavamo le casette di cartone, e le statuine erano sempre di grandezze diverse. Un’angoscia da saggio di fine anno».

Le storpiature della Befana, i nomi sbagliati degli zii, le disquisizioni surreali, o eduardiane, sul presepe e poi, non molti anni dopo, i suoi personaggi che spappolano la lingua e il discorso, producendo un caos verbale sintomatico di altre confusioni. «È un vecchio trucco, trovare neologismi e espressioni inesistenti è sempre appartenuto ai canoni della comicità. Poi l’italiano puro è ancora abbastanza artificiale. Ogni zona, anche poco distante, si crea un suo dizionario delle parole di cui c’è necessità. E gli sbagli li fanno tutti. C’è pure il laureato che mi dice sono un tuo fans, errore da  scoppola in qualsiasi lingua. A Roma si è cominciato a usare piuttosto che non in funzione avversativa, ma come sinonimo di anche. È tutto un lost in translation».

Forse piuttosto che entrerà nel lessico di uno dei suoi personaggi. Che sono di due tipi: imitazioni di figure fin troppo pubbliche, o sintesi di mille avvistamenti ed esperienze. «Quelo, per esempio, viene dall’aver avuto una sorella buddista, Sabina, che ha tentato a lungo e inutilmente di convertirmi, ma anche da un’antica fidanzata new age in fissa con La profezia di Celestino. Sono un iperateo incuriosito dalla spiritualità, infatti anche uno degli ultimi, Padre Pizarro, parla dello Ior come della cosmogonia: È la stessa cosa, ‘na partita de giro».

Guzzanti non ama riprendere i vecchi personaggi, fermi in quel tempo che va dai Novanta ai primi anni del Duemila. Ha fatto un’eccezione per Lorenzo che, da studente fallimentare e cazzarone è diventato padre di Luco, un disastro umano, l’involuzione della specie: la tragedia di una generazione, che fa molto ridere, amaramente. «Tante madri mi hanno scritto che si sono riconosciute nel dolore di Lorenzo». Non è chiaro se questa è una battuta.

Gli ultimi politici cui si è dedicato sono Tremonti e, per un attimo, Di Pietro. Un’altra epoca. È in pieno disamore per la satira politica. Dice che nei momenti di censura più cupa può offrire una lettura della realtà che altrimenti non passerebbe, ma di regola è solo una forma di intrattenimento, magari alto, da praticarsi preferibilmente nei teatri off. «Non siamo profeti, ma gente che si informa, si fa un’ idea e la esprime. Dai nostri tempi di Avanzi  o di Tunnel, è molto cambiata l’Italia e anche la satira: allora era proibita, rischiosa, ma dalla seconda fase dell’ultimo governo Berlusconi si è diffusa ovunque, sui social network, in tv. Per un politico è un titolo di onore essere satireggiato, anche violentemente. Ma io ho sempre pensato, anche quando i miei colleghi sono diventati più aspri e aggressivi, che se quelle cose le dici facendo crepare dal ridere hai vinto, se invece abbassi la parte comica per essere più caustico non fai bene il tuo lavoro. È una questione di punti di vista».

Abbastanza diverso da quello di sua sorella Sabina che, nel lontano 2003, ai tempi di Raiot  fu accusata proprio di questo. «Era un clima da guerra civile, in assoluta buona fede Sabina ha offerto un’arma per farsi dare addosso da chi non la tollerava: T’abbiamo pagato per facce ride e non ce stai a fa ride. Oggi invece c’è stata un’inversione o un’invasione di campo, sono i giornalisti che vogliano facce ride. E io che sto diventando anzianotto mi irrito: prima raccontami cosa ha detto Napolitano ai giudici e poi fai le tue battute».

Il Renzi di Maurizio Crozza lo diverte molto, però gli piacerebbe un po’ meno scemotto e più minaccioso. E teme che non serva più tanto: «La parte comunicativa di Renzi contiene già la sua autosatira, non fa niente per nascondere quella sua parte di linguaggio che ci ricorda Berlusconi. Sarebbe più curioso che qualcuno andasse a indagare su quel che ha scritto De Bortoli dei suoi rapporti con la massoneria».

L’anno prossimo saranno 50. Ai nostri tempi l’ha detto più volte. Nostri  indica il gruppone giovinastro e scanzonato di Avanzi,  pure quello diasporato. E tempi  una storia d’Italia finita. Guzzanti non ha mai fatto mistero delle sue melanconie: come se la passano in questa fase? «Loro benissimo, io un po’ meno. Ma ho imparato a conviverci, sono molto utili per scrivere, a volte producono delle vere perle».

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Non sapere, per finta e davvero. Appunti su “Belluscone” per una storia culturale di Palermo https://minimaetmoralia.it/cinema/belluscone-franco-maresco/ https://minimaetmoralia.it/cinema/belluscone-franco-maresco/#comments Tue, 11 Nov 2014 10:48:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24241 Questo articolo è uscito su Lo Straniero. 

Belluscone è (anche) un film sul linguaggio. Più esattamente sull’esperienza linguistica palermitana. O meglio ancora sulla frequente coincidenza palermitana tra linguaggio e indicibilità. In Belluscone Franco Maresco filma corpi, volti, bocche, il teatrino della parola allestito in ogni bocca, l’avventura rocambolesca di una lingua fondata sul costante andirivieni dal palermitano all’italiano al palermitano, lo sfarinarsi del lessico, la sintassi che si imbizzarrisce e disarciona il senso consueto generandone un altro ancora, liminare e illuminante.

Le ragioni per le quali in Belluscone il linguaggio coincide con l’indicibilità sono soprattutto tre. Perché ci sono termini i cui fonemi risultano, malgrado i reiterati tentativi, impronunciabili (folclore, per esempio, che si incarta in florcore, oppure incaprettato che diventa incrapettato); perché se ne ignora il senso (ibrido è un vocabolo che in certi casi può suscitare disorientamento, così come labiale); perché ci sono parole che non devono essere dette: è tollerabile alludere al loro significato facendo però sì che il significante che le veicola permanga silente, larvale, il fantasma di una parola (Lauricella, il cognome del boss, viene mormorato ma è senza suono: è una parola che si ascolta con gli occhi).

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Questo articolo è uscito su Lo Straniero. 

Belluscone è (anche) un film sul linguaggio. Più esattamente sull’esperienza linguistica palermitana. O meglio ancora sulla frequente coincidenza palermitana tra linguaggio e indicibilità. In Belluscone Franco Maresco filma corpi, volti, bocche, il teatrino della parola allestito in ogni bocca, l’avventura rocambolesca di una lingua fondata sul costante andirivieni dal palermitano all’italiano al palermitano, lo sfarinarsi del lessico, la sintassi che si imbizzarrisce e disarciona il senso consueto generandone un altro ancora, liminare e illuminante.

Le ragioni per le quali in Belluscone il linguaggio coincide con l’indicibilità sono soprattutto tre. Perché ci sono termini i cui fonemi risultano, malgrado i reiterati tentativi, impronunciabili (folclore, per esempio, che si incarta in florcore, oppure incaprettato che diventa incrapettato); perché se ne ignora il senso (ibrido è un vocabolo che in certi casi può suscitare disorientamento, così come labiale); perché ci sono parole che non devono essere dette: è tollerabile alludere al loro significato facendo però sì che il significante che le veicola permanga silente, larvale, il fantasma di una parola (Lauricella, il cognome del boss, viene mormorato ma è senza suono: è una parola che si ascolta con gli occhi).

Se proviamo a pensare a Belluscone come a un prontuario di ortofonia ci rendiamo subito conto che la forma di ogni parola non è mai una, la pronuncia non può essere esatta perché è sempre incarnata, il senso di ogni vocabolo evolve e involve immergendosi nel grumo delle voci.

Una tra le conseguenze di tutto ciò è l’attivazione di un meccanismo centripeto e inclusivo.

Fin dal titolo, storpiando il cognome di chi, per citare quanto scrisse qualche anno fa lo storico Antonio Gibelli, «si è intestato un’epoca», Belluscone rinomina in chiave locale – nel palermitano che dissolve ogni asperità consonantica trasformando il grumo -erl- in una più semplice e immediata doppia elle – il fantasma nazionale che domina i sogni e gli incubi degli italiani da almeno vent’anni. È un addomesticamento – nel senso letterale di un ricondurre a casa – che, se è in generale una vocazione nazionale, in una città come Palermo si rivela attitudine costante declinabile in un buon numero di varianti.

Era l’inizio degli anni ’90, la famigerata «discesa in campo» non era ancora avvenuta, quando su un muro di via Ruzzolone, una stradina palermitana senza gloria parallela a via Sciuti, comparve una scritta a stampatello tracciata con lo spray azzurro: berlusconi vende panelle al borgo. Subito sotto, la firma: nsc, vale a dire quei Nuclei Sconvolti Clandestini, attivi soprattutto nella seconda metà degli anni ’80, che tra le altre cose giocavano a decontestualizzare, al contempo ricontestualizzandola in chiave cittadina, l’immagine di una serie di personaggi pubblici.

Far esistere la lingua come circostanza patibolare è qualcosa che rimanda alle origini del lavoro prima televisivo e poi cinematografico di Maresco. Quando, nel bianco e nero crepuscolare di Daniele Ciprì, la voce fuori campo di Maresco stringeva d’assedio il post-umano (in quel mai ripetuto progetto, Cinico Tv, che usava l’antropologia per compiere un lavoro d’ordine ontologico), la défaillance linguistica, nella maggior parte dei casi l’impossibilità stessa di una parola di prendere forma o di emendarsi dall’errore, affiorava dalle bocche di Pietro Giordano, di Paolo Alajmo e dei fratelli Abbate. Ogni sgretolamento della pronuncia era sottolineato dalla voce off di Maresco che, fingendo a volte di non aver capito, induceva il suo interlocutore a ripetere, così consolidando l’impossibilità stessa del linguaggio.

Si trattava di un dispositivo totale. Perché se parlare è patibolo, tacere non lo è da meno. Un’altra costante del lavoro di Maresco è infatti sempre consistita nell’usare il silenzio fuori campo come strumento di tensione: fin dai primi esperimenti sulla rete locale Tvm si percepiva che il frame dell’inquadratura non era soltanto visivo, qualcosa che si otteneva tramite la scelta e la calibratura di un’ottica, essendo determinato anche da quelle diverse qualità di silenzio – di volta in volta distinguibili l’una dall’altra – con cui Maresco fissava il suo interlocutore.

A qualcuno tutto ciò parve un’irrisione crudele e gratuita, lo scherno borghese nei confronti del sottoproletariato ignorante. Non fosse che quello di Maresco sembra essere sempre stato puro e semplice autolesionismo. L’inadeguatezza linguistica di Fortunato Cirrincione, di Enzo Castagna e di Ignazio Trevi, non è l’oggetto di un sadismo bensì lo strumento di un raffinato masochismo: la frusta con cui Maresco colpisce la sua – e la mia e la nostra – esistenza borghese.

In Belluscone è ancora una volta in scena quello che in Arruso (2000) Saverio D’Amico, il coscienzioso assistente dell’organizzatore cinematografico Enzo Castagna, definiva la lingua «palermitanesca» (in realtà, sempre coerentemente con l’abrasione delle erre, «palemmitanesca»). Questo itinerario – una via crucis sub specie linguistica – prevede una serie di tappe.

Nel succedersi delle interviste ci confrontiamo con forme di reticenza che generano cortocircuiti logici («Lei ha mai sentito parlare di neomelodici?», «No no no», «Eppure lei è un neomelodico», «Sì»), con interi processi di risignificazione (l’accordo pressoché unanime sul valore offensivo di «carabiniere»), col rimpianto della criminalità etica di un tempo («La mafia antica non uccideva le donne, non uccideva i bambini», precisa nostalgico l’impresario Ciccio Mira; «Ma uccideva», lo incalza Maresco). In Belluscone riconosciamo dimestichezza con termini che supponevamo inconsueti («pilastrato»), ascoltiamo constatazioni ricche di distinguo e anacoluti («La mafia secondo me è stata una bella storia… tra parentesi, interrogativo… esistita non è esistita non sono cose che io comunque mi interesso»), così come precisazioni appassionate e torrenziali («Io non ho mai detto no alla mafia, io ho portato sempre un saluto e un rispetto a tutti quanti, dai bambini dai sofferenti ai non vedenti ai bambini dell’Unicef ai detenuti…»), constatazioni di serena autarchia («Lo Stato: o c’è o non c’è è la stessa cosa», il tutto a rimare con un’intervista in cui Berlusconi dichiara di brindare a champagne per festeggiare l’assenza del governo), conclusioni ineccepibili («Non ne parliamo di mafia», «Parliamo di cose attuali») nonché orgogliose («Tu non la pronunci la parola mafia», «No no no, non esiste per me, per me non esiste niente, io sono alla luce del sole»).

Come si accennava, in diversi di questi frangenti la strategia espressiva prevalente è la reticenza, l’elusione, una laconicità così tanto collaudata da lasciarsi percepire come la struttura retorica di riferimento. In teoria l’unica eccezione dovrebbe essere rappresentata dall’intervista a Marcello Dell’Utri. Del resto con Dell’Utri ci spostiamo dal sottoproletariato alla borghesia e sarebbe dunque naturale presumere un modificarsi del codice. E invece no. L’evasività di Ciccio Mira, nonché le cautele e le paradossali precisazioni di Vittorio Ricciardi e di Erik, non differiscono nella sostanza dalla maniera ellittica – da Pizia delfica – di Dell’Utri. Certo, Mira e gli altri sono goffi e istintivi quanto Dell’Utri governa consapevolmente la sua riluttanza, tanto da dare l’impressione di poter giocare con quello stesso codice omertoso che per Mira è un automatismo, ma la cifra è quella, quello il formulario. Per entrambi arriva un momento in cui il discorso deve essere stemperato, diluito; occorre smarcarsi, far perdere le proprie tracce. Non solo, scopriamo in Belluscone, è possibile dire tacendo e tacere dicendo – attivando il canonico meccanismo per il quale certe questioni sono il de cuius, ciò di cui non si può parlare: durante l’intervista a Dell’Utri, a condurre la vaghezza verso un punto di non ritorno interviene anche un guasto accidentale del canale audio che rende le risposte del senatore indecifrabili.

Tutto ciò sembra utile a ribadire che da una ventina d’anni a questa parte – se volessimo datare con qualche precisione potremmo individuare il momento in cui l’indignazione più autentica e attiva che segue le stragi del 1992 poco alla volta si istituzionalizza, procede per simbologie e simulacri, si risolve in smobilitazione – Palermo è stata la scena di un fenomeno per il quale le forme del sottoproletariato cittadino e quelle della borghesia si sono incontrate e reciprocamente accolte. Compenetrate. In gran parte dissolte le une nelle altre. Sono stati condivisi stili, inclinazioni, costumi, consumi. Si è condivisa una lingua. Sottoproletariato urbano e borghesia hanno dato luogo a un crossing-over di materiali culminato in una complicità che nei fatti è una vera e propria collusione.

Tutto ciò ha generato un mostro, un blocco sociale e culturale refrattario a una modernizzazione che non sia solo e sempre di superficie. Un mostro che però non è e non è mai stato casuale o inconseguente, svolgendo invece una funzione ben precisa.

La confusione tra una borghesia che negli anni successivi al ’92 sembrava dovesse (e per una volta volesse e forse persino potesse) assumersi la responsabilità di interpretare un ruolo guida – di traino, di ariete, di punto di coagulo – e un sottoproletariato che in quegli anni appariva meno coriaceo e omogeneo e dunque per una volta permeabile a condividere una metamorfosi, questa perfetta tetragona connivenza ha creato una specie di macroclasse incessantemente impegnata a inglobare tutto ciò che incontra, un tuttodentro socioculturale famelico e vischioso (di «viscosità» della storia palermitana parlava già Sciascia in La Sicilia come metafora).

Il primo effetto di questo nuovo organismo sociale è stato quello di cancellare la possibilità stessa di un fuori (inteso come un luogo capace di essere davvero culturalmente altro). Lo ha reso impensabile, oppure lo ha fatto coincidere con qualcosa di minimo, una nicchia sottilissima, l’enclave virtuosa che resistendo trasforma – suo malgrado? – la propria resistenza in valore in sé (nient’altro che un’ennesima compensazione simbolica). Belluscone è allora la parola d’ordine del tuttodentro, la palermitanizzazione non solo di un cognome ma di tutto ciò che al tuttodentro medesimo potrebbe opporsi, l’emblema di una reductio ad unum del mondo intero ininterrottamente e inevitabilmente agita da un milieu socioculturale che, potendo esistere solo a condizione di cancellare la percezione di un’alternativa, non fa altro che assimilare e neutralizzare, incorporando in un unico conglomerato tutto ciò che potrebbe essere differenza. Si tratta, rispetto a Palermo, di un impulso radicato che ne ha determinato e ne determina la storia; qualcosa di cui la città non è vittima bensì artefice. Dissolvere le difformità, assorbire, egemonizzare, bellusconizzare è un’opera al nero preferibile al trauma di qualsiasi cambiamento reale.

Il secondo effetto della confusione tra borghesia e sottoproletariato consiste nel favorire i processi di smobilitazione civile. Quando davanti alla domanda su che cosa significasse vivere a Palermo Enzo Sellerio rispose lapidariamente «Io non vivo a Palermo, io vivo a casa mia», ciò che stava esprimendo era la consapevolezza che la smobilitazione civile, a Palermo, non era là da venire bensì già data e in atto: avvenuta. Se misurata dal punto di vista di una cittadinanza non semplicemente attiva ma efficace, non meramente formale ma in grado di produrre cambiamenti, Palermo è da tempo una città disabitata (e ancora una volta, nel mettere in scena una città a dir poco disidratata, Maresco tutto ciò lo avvertiva fin dai tempi di Cinico Tv). A Palermo si vive in quegli spazi controllabili e autoreferenziali che sono le proprie abitazioni, rinunciando a intendere la città come un’esperienza complessa dove privato e pubblico coesistono in un continuo confronto dialettico, così producendo un’occasione di conoscenza.

In una rinuncia di questo genere non c’è nessun nichilismo, semmai ha più senso pensare a una strategia di adattamento a un ambiente ben preciso. Se si prova ad abitare Palermo da cittadini, quel particolare ecosistema si rivelerà un giorno dopo l’altro inospitale e dunque insostenibile. Certe aspettative, così come azioni in teoria non virtuose ma elementari, verranno sistematicamente frustrate, l’amarezza e la costipazione della rabbia diverranno uno stato d’animo costante. Occorrerà allora indebolire le proprie facoltà critiche, ridimensionare l’orizzonte d’attesa, trovare un modo per sorridere della rovina, abituarsi a intendere lo squallore come una forma di folclore (farne, alla lettera, florcore).

A Palermo, la collusione tra borghesia e sottoproletariato serve dunque a disinnescare la percezione del diritto a una cittadinanza reale. Serve a ridicolizzare ogni ipotesi di cambiamento, a farne parodia. Da questo rimescolamento di materiali è però fatto salvo una specie di scrupolo, l’esigenza di uno scarto, quella frattura che durante la proiezione di Belluscone mette la borghesia palermitana nelle condizioni di riconoscere il grottesco dei vari strafalcioni.

Durante tutto il film la borghesia palermitana sorride, ride, commenta divertita. Definisce, una risata dopo l’altra, una distanza estetica e cognitiva che immagina sostanziale. Sorride, ride, si sente rassicurata. Assolta. Noi – è la certezza che scorre in filigrana per la sala – non siamo loro. E non siamo loro per la semplice ragione che noi riconosciamo i loro spropositi linguistici e di senso, ne avvertiamo il tragicomico.

Poi la tonalità narrativa del film inclina verso il basso: il cantante neomelodico Erik porta una rosa sulla tomba di Stefano Bontate, Tatti Sanguineti rinuncia a ritrovare Maresco (quasi presagendo che questa protratta latitanza realizza in via definitiva la condizione fuori campo di Maresco medesimo) e ipotizza, per il film che il regista palermitano intendeva girare, il titolo Il colpo di grazia.

Quando ancora sullo schermo compare Matteo Renzi che ospite ad Amici di Maria De Filippi dice «È molto bello ma anche molto difficile parlare di speranza», viene in mente Pasolini che intervistato nel 1971 da Enzo Biagi diceva: «La parola speranza è cancellata completamente dal mio vocabolario» (una frase – insieme origine e meta della loro sensibilità – con cui Ciprì&Maresco concludevano Arruso).

Poi Belluscone finisce e mentre passano i titoli di coda e la gente si alza per uscire, su metà schermo cominciano a scorrere una serie di interviste. Ci si trattiene in sala ancora un momento, si guarda, si ascolta. Stavolta davanti all’obiettivo c’è la borghesia palermitana tra i trenta e i quarant’anni – quella più brillante e sorridente, blandamente duttile, moderatamente sagace – che da qualche parte fuori e dentro un locale risponde a una batteria di domande sulla trattativa Stato-mafia, sul 23 maggio e sul 19 luglio 1992. Le risposte sono battute e risate, obiezioni complessive («Ma di che stiamo parlando?»), esotismi («No entiendo»), rilievi autobiografici («Il 19 luglio 1992 mi sono sposato»), fino a un «Non lo so, non lo so davvero» che deflagrando salda tra loro le parti del film e chiarisce in che termini è nel tempo mutata quella specifica esperienza che a Palermo è il non sapere. Perché a quel «Non lo so, non lo so davvero» crediamo senza il minimo dubbio. Sappiamo che non c’è nessuna strategia elusiva, nessuna finzione, neppure un grammo di reticenza intenzionale, nulla del codice istintivo di Ciccio Mira né della indeterminatezza sardonica di Marcello Dell’Utri. Il vecchio cifrario omertoso non è più qui perché qui, adesso, c’è altro.

La borghesia palermitana – ed è in questo che la disperazione di Franco Maresco si rivela un indispensabile autolesionismo e ci costringe finalmente alla vergogna – fonda se stessa, tutta la propria esistenza contemporanea, su un oblio perfetto: delle cose, della Storia, soprattutto di sé medesima. Su un avverbio, davvero, che nel corso degli anni ha saputo rendere drammaticamente autentico.

Ciò che ne discende è una materia compatta e impenetrabile. Virale. Il rumore costante della smobilitazione. Il tuttodentro che procede, si nutre, si dilata. La nostra, palemmitanesca, opera al nero. Il nostro, autoinferto, colpo di grazia.

L'articolo Non sapere, per finta e davvero. Appunti su “Belluscone” per una storia culturale di Palermo proviene da Minima et Moralia.

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“Siamo adolescenti di cinquant’anni che bazzicano nel caos”: intervista a Aldo Nove https://minimaetmoralia.it/interviste/siamo-adolescenti-di-cinquantanni-che-bazzicano-nel-caos-intervista-a-aldo-nove/ https://minimaetmoralia.it/interviste/siamo-adolescenti-di-cinquantanni-che-bazzicano-nel-caos-intervista-a-aldo-nove/#comments Mon, 10 Nov 2014 14:24:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24252 Seguo Aldo Nove da diversi anni, oramai, ed era da un po' che volevo proporgli un'intervista a tutto tondo, per certi versi generalista, che trattasse i più disparati argomenti e provasse a indagarlo sia in quanto autore, sia – nei limiti del possibile – in quanto essere umano. Dunque ho provato a fargliela, quest'intervista, e abbiamo parlato di tante cose, dalla forma mentis del Medioevo alla dieta Dukan. Siamo partiti, però, da Tutta la luce del mondo, il suo ultimo romanzo edito da Bompiani.

Io: Dunque Aldo, sei passato da un'autobiografia romanzata, che era La vita oscena, a un vero e proprio romanzo biografico, che è Tutta la luce del mondo, seppur quest'ultimo sia filtrato, con le dovute licenze, dal punto di vista di un bambino, il nipote di San Francesco. Ho l'impressione che questo sia stato e sarà un passaggio importante della tua carriera. Mi spieghi come ci sei arrivato? È stata una scelta, oppure è venuto in mondo spontaneo?

L'articolo “Siamo adolescenti di cinquant’anni che bazzicano nel caos”: intervista a Aldo Nove proviene da Minima et Moralia.

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aldonove

Seguo Aldo Nove da diversi anni, oramai, ed era da un po’ che volevo proporgli un’intervista a tutto tondo, per certi versi generalista, che trattasse i più disparati argomenti e provasse a indagarlo sia in quanto autore, sia – nei limiti del possibile – in quanto essere umano. Dunque ho provato a fargliela, quest’intervista, e abbiamo parlato di tante cose, dalla forma mentis del Medioevo alla dieta Dukan. Siamo partiti, però, da Tutta la luce del mondo, il suo ultimo romanzo edito da Bompiani.

Io: Dunque Aldo, sei passato da un’autobiografia romanzata, che era La vita oscena, a un vero e proprio romanzo biografico, che è Tutta la luce del mondo, seppur quest’ultimo sia filtrato, con le dovute licenze, dal punto di vista di un bambino, il nipote di San Francesco. Ho l’impressione che questo sia stato e sarà un passaggio importante della tua carriera. Mi spieghi come ci sei arrivato? È stata una scelta, oppure è venuto in mondo spontaneo?

Aldo Nove: Spero di fare sempre passaggi importanti nella mia ricerca. È stata una scelta venuta in modo spontaneo. Mi sembra un po’ la domanda del ci fa o ci è. Direi tutte e due le cose assieme. Nel senso che ho scelto uno dei possibili indirizzi o sviluppi. Più che altro, il problema mio, o il pregio, non lo so, è che ho molti interessi e passioni, mi piace il linguaggio in tutte le sue forme possibili, tant’è vero che scrivo sia in poesia che narrativa. Sono laureato in filosofia, forse la filosofia è la mia passione principale, ma anche la storia. Inoltre mi occupo anche di media, di canzoni. Diciamo che con San Francesco, uomo del medioevo, scrittore di poesie, cantante, una figura anomala, se vogliamo, ho messo assieme diverse cose che mi interessavano, e ho seguito un percorso di ricerca.

Io: Certo. È anche vero, però, che tutti i tuoi romanzi precedenti, in un modo o nell’altro, erano delle perfette sintesi del mondo contemporaneo. Quant’è stato difficile, quindi, calarsi in un personaggio e in un mondo come quello di San Francesco? Hai avvertito, approcciandoti ad esso, un qualche tipo di timore reverenziale?

Aldo Nove: Sicuramente avvertivo un timore reverenziale nei confronti di San Francesco, infatti l’idea era quella di scrivere il libro in prima persona, come se io fossi San Francesco, ma poi l’idea è fallita e ho trovato questo escamotage che mi è piaciuto molto, l’idea del possibile punto di vista del nipote di San Francesco, un personaggio reale che ho scoperto in documenti notarili del tredicesimo secolo. Quindi, San Francesco visto attraverso gli occhi di un bambino che è anche suo parente, perché è il figlio del fratello. Si tratta sempre di interpretare, di interpretare quello che vediamo e sentiamo. Ci siamo sempre noi come filtro. Sono io, io come scrittore, che filtro quello che vedo nel contemporaneo, ma è stato così anche per il Medioevo. Alla fine, siamo sempre noi stessi a dover interpretare le cose.

Io: Hai avuto qualche difficoltà nel ricreare a parole un’epoca distante come quella del Medioevo? Intendo proprio difficoltà pratiche…

Aldo Nove: Sì, ma le difficoltà sono anche gli stimoli. Ho letto tantissimi libri. Mi sono trovato di fronte a una mentalità completamente diversa. In filosofia della scienza si chiama “cambio di paradigma”. Fra come pensiamo noi e come pensavano gli uomini del Medioevo, sicuramente c’è un abisso, un abisso talmente grande che non ho idea di quanto possa essere colmato. Per questo, prima ti dicevo che si tratta sempre della nostra interpretazione. Poi c’è la lingua del Medioevo, sia il latino che l’italiano grezzo, molto efficace, potente. Mi sono innamorato dei fioretti di San Francesco quando avevo, non so, dieci anni, poi li ho letti più volte, credo tre. Li ho letti un’altra volta intorno ai trent’anni, poi li ho riletti adesso, per scrivere il libro. C’è anche tutta la potenza della mitologia, l’aspetto magico del pensiero medievale, che poi sarebbe esploso ancora di più nel Rinascimento. È tutto collegato con tutto. Noi, adesso, abbiamo una visione delle cose molto frammentata, siamo dispersi in un caos di informazioni in cui c’è davvero di tutto, da Rubio (si riferisce, qui, alla mia precedente intervista per minima&moralia) a me a Valentina Nappi. È tutto scollegato, no? L’uomo medievale, invece, aveva una visione molto sintetica, molto unitaria del mondo e delle cose. Questo non vuol dire né che sia migliore né che sia peggiore, era sicuramente diversa e, appunto, unitaria.

Io: Che rapporto hai con la fede?

Aldo Nove: (Resta in silenzio per circa dieci secondi) …

Io: Quindi?

Aldo Nove: Era questa la mia risposta. Nel senso che c’è un grosso problema di linguaggio e di comunicazione intorno a questo argomento. Nel senso che se ne occupano in pochi, e chi lo fa seriamente, oggi, lo fa comunque in maniera molto frammentata. Non saprei bene con che parole risponderti. Dipende da cosa intendi per fede.

Io: Intendevo proprio la fede in generale, intesa nel senso più ampio possibile, possibilmente riferendoci a te come individuo.

Aldo Nove: Per te cos’è la fede?

Io: Penso che la fede sia quella cosa che non ho. Quella che hanno provato a inculcarmi a catechismo ma non ha mai attecchito.

Aldo Nove: Appunto. La ricerca spirituale di un individuo adulto, se c’è, non ha a che fare con quello che ci hanno insegnato a catechismo.

Io: (Ridendo) Ma io l’avevo chiesto a te!

Aldo Nove: Il fatto è che non si può rispondere a questa domanda. Si può rispondere soltanto in senso esteriore, ovvero nel modo più banale e degradante possibile. In pratica l’italiano medio, o meglio, novantanove italiani su cento, che sono cattolici o anticattolici per finta, dato che alla fine non gliene potrebbe fregare di meno, semplicemente parlano di aderire o meno a una visione superficiale della religiosità. Questo sia l’ateo che il teista o l’agnostico. Quindi non rispondo a questa domanda, perché sarebbe comunque fuorviante.

Io: Dovrei riformulare la domanda, come gli avvocati in tribunale.

Aldo Nove: Sì, potresti riformularla in modo molto molto preciso e specifico. Se rispondessi adesso, alla domanda generica, creerei in chi legge dei riferimenti al suo immaginario e non al mio. Se la fede è quella dell’italiano medio, intesa nel senso di andare a messa o quelle robe lì, no, io non ce l’ho. Io ho un rapporto con la spiritualità.

Io: In realtà, ho lasciato la domanda molto generica perché volevo che fossi libero di interpretarla. Ero conscio che questo sarebbe stato un campo minato.

Aldo Nove: Sì, lo è a priori, ma lo è proprio a livello linguistico.

Io: Torniamo un po’ indietro. Questa è una domanda apparentemente banale, ma che a volte può avere dei risvolti profondi. Quando hai capito che nella vita volevi scrivere? C’è stato un momento preciso?

Aldo Nove: L’ho capito a sei o sette anni. A scuola ero bravissimo a fare i pensierini, la maestra li leggeva sempre a tutta la classe. Ero molto timido, balbettavo, avevo problemi a parlare, però mi veniva bene scrivere. Poi mi piaceva, siccome ero timido, starmene per i cavoli miei a leggere. Quindi, leggere e scrivere, leggere e scrivere. Allora da grande volevo fare lo scrittore, perché non esiste il lettore come lavoro, no? Però mi sarebbe anche piaciuto fare il lettore.

Io: Non hai mai dubitato di questa cosa, dai sei anni in poi? Tu sapevi che saresti diventato uno scrittore?

Aldo Nove: Sì, ero molto determinato. Non ho quasi mai avuto ripensamenti. Forse a quindici anni mi sarebbe piaciuto fare il pornoattore…

Io: Be’, potevi provarci. Dovremmo proporti a Valentina Nappi!

Aldo Nove: Eh, falle vedere qualche mia foto. (Ridendo) In un confronto diretto con Rocco Siffredi, comunque, non avrei gli argomenti.

Io: (Rido). Senti, ai tempi di Superwoobinda eri stato etichettato come uno degli appartenenti alla Gioventù Cannibale. Cos’è rimasto, se è rimasto qualcosa, dell’Aldo Nove di quel periodo?

Aldo Nove: Mah, molto. Cioè, la definizione cannibale era stata un’invenzione di Paolo Repetti e Severino Cesari, dell’Einaudi. Innanzitutto, c’era proprio quest’aspetto del cannibalico, del divorare tutto. E poi c’era questo bisogno – che è stato intercettato dall’Einaudi, quando ha fatto quell’antologia che è  diventata un caso letterario – e insomma, c’era stato questo bisogno di raccontare un presente che si era trasformato e di cui in letteratura non c’era ancora traccia. Santacroce, Ammaniti, Scarpa, io… pur non conoscendoci, pur avendo storie diverse, eravamo giovani e avevamo voglia di raccontare un presente che era diverso da quello che si trovava nella narrativa di allora. Molto diverso, tranne forse per quanto riguarda Tondelli, che alla fine degli anni ’80 si era messo a fare delle ricognizioni sul presente. Se pensi che l’antologia era uscita, credo, intorno al ’95…

Io: È uscita nel ’96, sì.

Aldo Nove: Eh, ’92 mani pulite, ’94 primo governo Berlusconi. Era un momento molto delicato e complesso. Nuovo, nella storia d’Italia. Eravamo tutti abbastanza storditi dal fenomeno del berlusconismo. Tra l’altro, nessuno avrebbe immaginato che sarebbe durato vent’anni o più. Era un mondo strano quello che raccontavamo, no?

Io: Sì, molto, anche se io ero ancora piccolo. Non avevo neanche dieci anni, quando è uscita quell’antologia.

Aldo Nove: Tutti noi pensavamo che fosse qualcosa di provvisorio. Purtroppo, invece, la Gioventù Cannibale ha vinto, ha indicato un tipo di realtà che poi è stata quella che è dilagata, e non è una realtà stupenda. Anzi, è una realtà psicotica.

Io: Che ne è stato, invece, della Gioventù Cannibale in sé, anche come movimento, ora che quel presente è diventato passato? Hai ancora rapporti con gli altri autori?

Aldo Nove: Non è mai stato un movimento. La grossa differenza fra noi e il Gruppo 63 è che noi non siamo mai stati un movimento. Cioè, io sono amico personale di Tiziano Scarpa e Niccolò Ammaniti. Ma, al di là del conoscersi come persone, non c’è mai stato un lavoro teorico in comune, o un vero e proprio confronto, se non nell’occasionalità dell’amicizia. Non c’è stato nessun movimento cannibale.

Io: Andiamo avanti con la tua bibliografia. Con Puerto Plata Market, per certi versi, hai proseguito il filone di Superwoobinda. Il tuo linguaggio era, passami il termine, quello della gente comune, degli scambisti, dei malati di pornografia, di televisione, delle casalinghe annoiate che volevano andare a letto con Magalli, eccetera. Oggi, nel 2014, questi soggetti sono cambiati? Se sì, in che modo?

Aldo Nove: Eh, si sono standardizzati. Da realtà emergente, sono diventati una realtà standard. Non so se hai visto Videocracy, che inizia con questi filmati con le donne con le tette di fuori, nelle televisioni private, di notte, e ai tempi era una cosa recente. Quindi sesso, merci, cioè, venivamo fuori da tutto un travaglio, gli anni ’60, gli anni ’70, e poi erano emerse queste cose. Oggi invece c’è la crisi – economica, innanzitutto. Voglio dire, non si può più reggere quel mondo lì, che era anche un mondo di sciupio, di consumismo, che oggi è riservato a pochi. Quindi c’è sicuramente un cambiamento in atto, mi sembra un mondo molto confuso e spaventato.

Io: Cosa hanno rappresentato per te, nella tua vita, gli elementi di cui parlavo prima? Mi riferisco a cose come la pornografia, la televisione, perfino il cibo industriale, che tornava molto nei tuoi romanzi.

Aldo Nove: Erano cose che mi circondavano.

Io: Ti circondavano o ti facevi circondare?

Aldo Nove: Entrambe le cose. Ero in un acquario e l’acqua era quella.

Io: Li vivevi come elementi ansiogeni oppure ansiolitici?

Aldo Nove: Anche qui, entrambe le cose. La pornografia è sia ansiogena che ansiolitica. Perché crea una sorta di dipendenza masturbatoria e artificiosa, allucinata. A un certo punto, dagli anni ’70 fino agli anni ’90, è esploso tutto questo immaginario merceologico, commerciale, di un benessere fra virgolette alla portata di tutti. Da una parte era fascinoso, dall’altro anche pericoloso. Pericoloso nel senso che la mia generazione, come direbbe il mio amico Danilo Masotti, a cui voglio molto bene, è formata da “adultolescenti”, un termine che ha coniato lui. C’è questa adolescenza da cui non si esce molto bene, anche per via della situazione economica e politica. Siamo adolescenti di cinquant’anni che bazzicano nel caos.

Io: Con Amore mio infinito, invece, ti sei un po’ discostato da quanto fatto in precedenza. È come se all’interno del tuo linguaggio fosse esploso una specie di nucleo poetico. Ti sei fatto più serio, in qualche modo. Com’è avvenuto questo cambiamento? È successo davvero, oppure è solo una mia fantasia?

Aldo Nove: Mah, io cambio sempre. Con Amore mio infinito, per la prima volta, c’è stato un guardarsi dentro. C’era il tema dell’innamoramento, dell’amore, ma sempre nel contesto precedente. In Amore mio infinito, se ricordo bene, c’è una frase che dice “Due quando si amano mangiano insieme il Biancorì”. Dicevo una cosa di questo genere. Il contesto era lo stesso, ma con l’aggiunta dell’innamoramento. L’amore c’è sempre stato. C’era ai tempi di Dante, ai tempi di…

Io: (Interrompendolo) C’è stato in tutti i tempi, direi.

Aldo Nove: Be’, direi di sì. Bisognerebbe andare a vedere prima dell’Homo sapiens. La gloria di colui che tutto move. Dante, quelle robe lì…

Io: Quant’è stato difficile scrivere La vita oscena? In un certo senso, hai dato in pasto ai lettori le tue vicende personali. Come ti ha fatto sentire questa cosa?

Aldo Nove: È stato pesantissimo, però era una prova a cui tenevo molto. Ci ho messo molti molti molti anni per riuscire a scriverlo. Quando poi ho trovato l’equilibrio sufficiente per farlo, allora sono partito piuttosto speditamente, cercando di essere il più lucido e conciso ed utile possibile.

Io: Quanto c’è di vero ne La vita oscena? Riusciresti a darmi una percentuale?

Aldo Nove: Credo che in qualunque biografia ci siano elementi di invenzione, sennò diventa un’anamnesi, una roba da cartella clinica. Però c’è molta verità, direi un 80%.

Io: Adesso tutti conoscono la tua storia. Non dev’essere stato semplice sentirsi pronti per una cosa del genere.

Aldo Nove: Eh, te l’ho detto, c’è voluta una quindicina di anni.

Io: Dai, alleggeriamo un po’ i toni. Com’è stata, in generale, l’esperienza del film tratto da La vita oscena?

Aldo Nove: Bella. Mi è piaciuto il tipo di lavoro che ha fatto Renato De Maria. Poi, io sono un suo grande fan. Paz! è uno dei film che ho amato di più.

Io: Com’è stata, in particolare, l’esperienza al Festival di Venezia? Si trattava, credo, della prima proiezione pubblica. Eri agitato?

Aldo Nove: È stato bello, ma abbastanza stomachevole. Nel senso che c’era un ambiente molto teso, molto artefatto, mondano. Umanamente, però, è stata un’esperienza ricca, in bilico fra la mia interiorità e un contesto così ipermondano. L’ho vissuto abbastanza male, eppure è stato un male interessante, è stata una sfida anche questa. La Riccobono però è molto bella!

Io: (Ridendo) Be’, non dovevi andare a Venezia per capirlo!

Aldo Nove: No, ma io l’avevo già vista sul set!

Io: Ah, ecco. Mi chiedevo, appunto, come vivesse una persona timida, anche introversa come te, queste esperienze estemporanee nel jet set.

Aldo Nove: Le ho vissute con curiosità. Mi sono sempre sentito un infiltrato, anche in televisione, da Costanzo a Marzullo. Anche a Ballarò, quest’anno. Mi sento sempre uno che non c’entra, però sono curioso.

Io: Quando vai in televisione, quindi, non ti viene una crisi d’ansia due minuti prima di entrare in scena?

Aldo Nove: Credo che mi salvi molto l’autoironia. Un po’ mi viene la crisi d’ansia, ma un po’ mi viene anche da ridere. Allora mi aiuta molto la seconda.

Io: Questa, tendenzialmente, è una domanda che faccio a tutti. Com’è la tua giornata tipo, ammesso che tu ne abbia una?

Aldo Nove: Mi sveglio fra le 07:30 e le 09:30. Faccio colazione con la crusca d’avena. Leggo, studio, mangio, vedo gente. Scrivo. Cerco di andare a letto relativamente presto, che per me significa mezzanotte. Difficilmente, però, mi addormento prima delle 03:00, perché leggo.

Io: Dormi pochissimo, allora.

Aldo Nove: Eh, cinque o sei ore a notte, sì. Ma faccio anche la dormitina al pomeriggio, un’oretta, così alla fine diventano sette.

Io: Quindi non passi mai giornate nell’ozio, nella trance demotivazionale più assoluta.

Aldo Nove: Non mi sono mai annoiato. Ho avuto un sacco di problemi nell’esistenza ma certo non mi sono mai annoiato. Era Truffaut, no?, a cui bastavano un tot. di libri alla settimana, un tot di film alla settimana per non annoiarsi. Anzi, io ho sempre l’ansia. Mi sembra di avere in arretrato migliaia di libri da leggere, e ogni giorno se ne aggiungono. Uguale i film, e cose da vedere e da fare.

Io: Qual è il tuo rapporto coi social? Su Facebook sei molto attivo, i tuoi status sono molto seguiti.

Aldo Nove: Mi trovo molto meglio su Facebook, rispetto a Twitter, per la banale questione delle 140 battute. Ho bisogno di più spazio, infatti Twitter è molto più in auge in ambito giornalistico. Su Facebook si possono fare anche degli esperimenti linguistici, e poi mi interessa molto l’interattività, cioè il fatto di come si sviluppa il thread. Immaginare che il thread possa anche essere una specie di testo collettivo. Spesso si creano dei thread molto affascinanti, soprattutto quando l’argomento è scherzoso, giocoso, leggero.

Io: Quante ore passi al giorno su Facebook?

Aldo Nove: Mah, una.

Io: Soltanto? Bravo, hai molta disciplina.

Aldo Nove: Lo tengo sempre acceso. Lo uso quasi come un taccuino. Se mi viene in mente una frase, anziché scriverla su un quaderno o su un file, la scrivo su Facebook. Poi, ogni tanto, controllo e vedo che si è formato un thread. Quindi, complessivamente, a colpi di cinque minuti, raggiungo l’oretta al giorno, ma non credo di più.

Io: Continuiamo con l’alleggerimento dei toni. Quando ti ho incrociato al Salone del Libro, ho visto che hai perso un sacco di chili. Ora sei pronto per la copertina di GQ.

Aldo Nove: Mancano un po’ di addominali e poi ci siamo, potrò incontrarmi con la Nappi e sfoggiare, al di là delle dimensioni non-rocchiche, la mia prestanza fisica.

Io: Che tipo di dieta hai fatto? La Dukan?

Aldo Nove: Bravo. Io sono molto cannibale, quindi andava bene per me.

Io: Però sembra che non faccia benissimo…

Aldo Nove: Mah, più o meno. Se la fai per diversi anni, muori, perché ti mangia il fegato. Assumere molte proteine, specialmente di origine animale, è piuttosto intossicante. Se lo fai ma per un tempo limitato e prendi delle contromisure, dovresti riuscire a non intossicarti.

Io: Hai fatto anche dello sport, abbinato alla dieta?

Aldo Nove: Mi sono imposto di fare venti minuti al giorno di camminata, sempre. Questo è il massimo dello sport reale che riesco a fare. Poi posso giocare ai videogiochi di tennis.

Io: Chiudiamo con la domanda di rito. Come vedi, ad oggi, la situazione dell’editoria italiana?

Aldo Nove: Madonna, questa sì che è una domanda difficile. (Ridendo) Altro che la fede! È un momento di cambiamento epocale, peggio di Gutenberg. È talmente potente il cambio del mezzo – e il mezzo è importantissimo, nell’editoria – che non saprei cosa dire. Sicuramente, è molto più difficile identificare le cose buone. C’è più quantità, più accessibilità ai tesi. Ci sono meno soldi e c’è meno cura. Tanta quantità e poca qualità. Come si risolverà cosa, proprio non lo so.

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Renzi vs Camusso: due brutte narrazioni che hanno bisogno l’una dell’altra https://minimaetmoralia.it/interventi/due-brutte-narrazioni-che-hanno-bisogno-luna-dellaltra/ https://minimaetmoralia.it/interventi/due-brutte-narrazioni-che-hanno-bisogno-luna-dellaltra/#comments Wed, 29 Oct 2014 10:11:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24077 Questo articolo è uscito su Internazionale.

di Christian Raimo

Guardate questi due video di qualche giorno fa. Il primo è l’intervento finale di Matteo Renzi alla Leopolda, il secondo è l’intervento finale di Susanna Camusso alla manifestazione della Cgil. Fatti a distanza di nemmeno venti ore l’uno dall’altro, dovrebbero presentarsi, in sintesi, per forma e sostanza, come i due discorsi di una sinistra di fatto spaccata tra due idee (due identità? due narrazioni?) molto lontane se non incommensurabili.

Partiamo dalla Leopolda. Il discorso di Renzi dura 53 minuti. È svolto a braccio, Renzi indossa la consueta camicia bianca e una cravatta blu, e parla da un podio. Il discorso conclusivo della Leopolda 2013 durava lo stesso più o meno (56 minuti), Renzi indossava anche lì la camicia bianca d’ordinanza ma senza cravatta, e parlando da un microfono vintage cominciava: "Stamattina si è consumato uno psicodramma. Parliamo con il microfono o mettiamo il podio? Perché se parliamo con il microfono, facciamo le conclusioni della Leopolda; se invece parliamo con il podio, facciamo un discorso pomposo, serio."

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di Christian Raimo

Guardate questi due video di qualche giorno fa. Il primo è l’intervento finale di Matteo Renzi alla Leopolda, il secondo è l’intervento finale di Susanna Camusso alla manifestazione della Cgil. Fatti a distanza di nemmeno venti ore l’uno dall’altro, dovrebbero presentarsi, in sintesi, per forma e sostanza, come i due discorsi di una sinistra di fatto spaccata tra due idee (due identità? due narrazioni?) molto lontane se non incommensurabili.

Partiamo dalla Leopolda. Il discorso di Renzi dura 53 minuti. È svolto a braccio, Renzi indossa la consueta camicia bianca e una cravatta blu, e parla da un podio. Il discorso conclusivo della Leopolda 2013 durava lo stesso più o meno (56 minuti), Renzi indossava anche lì la camicia bianca d’ordinanza ma senza cravatta, e parlando da un microfono vintage cominciava: “Stamattina si è consumato uno psicodramma. Parliamo con il microfono o mettiamo il podio? Perché se parliamo con il microfono, facciamo le conclusioni della Leopolda; se invece parliamo con il podio, facciamo un discorso pomposo, serio.”

Il tono quindi, col podio, dovrebbe essere più adulto, e subito Renzi ci tiene a sottolineare che è vero, sì, bisogna prendersi sul serio; ma bisogna, chiosa, non smettere di divertirsi. Si fa sempre un po’ per scherzare, eh. Quindi imposta subito alla prima persona plurale, ripete: “Noi siamo qui, noi siamo qui, noi siamo qui”, come una sorta di grido maori, e poi entra nel discorso nominando “uno dei nostri che ha detto”, o definendo che “noi siamo quelli che”: il premier è uno della platea, quello che ha davanti è il suo popolo, questo noi è una comunità molto inclusiva, a cui si può aderire (“le porte del Pd sono aperte”) per osmosi emotiva prima che complicità ideale – la regola d’ingresso è più o meno l’ottimismo – se i nemici, come specificherà più volte, sono quelli che non ci credono, i disfattisti, i gufi. Se ci credi – non importa bene in cosa – sei uno della Leopolda.

Questa è di fatto l’unica mozione identitaria, ottimismo vs pessimismo, in un discorso che rivendica esplicitamente un’ideologia (“fare un discorso meno scherzoso del solito, ma più di contenuto, ma più di cornice ideologica, culturale, ideale”); l’unica mozione, insieme a quella simile che divide i nuovi dai vecchi. In definitiva non esiste altra distinzione.

L’appello chiave che invece Renzi ripete in apertura e in chiusura è un’espressione che sembra di tipo religioso/psicologico – non più la rottamazione, ma “sfatare i tabù” – e che in realtà è usata ormai solo in ambito sportivo (tipo: “Vincere in casa contro l’Inter è sfatare il tabù…”): l’afflato motivazionale è quello che coniuga la figura del sacerdote e quella del coach. La Leopolda è un rito d’iniziazione, ed è un ritiro precampionato – gli elementi che Baden-Powell era riuscito a mettere insieme per dare vita a quello strano ibrido comunitario che sono i boy scout.

Dopo i primi sei minuti utili a ribadire la liturgia, Renzi utilizza i restanti tre quarti d’ora per non dire sostanzialmente nulla. Ma la forza retorica con cui costruisce i discorsi è percussiva perché finisce con l’essere perennemente tautologica o evocativa. La quantità di frasi ovvie e l’enfasi profusa per avvalorare queste ovvietà nei suoi 53 minuti è incredibile: il paese va cambiato perché è il nostro compito, se siamo al governo non è per scaldare la seggiola, la politica estera è una cosa seria…

Renzi spesso, nei discorsi, nei libri, proclama cose semplici e lo fa proiettandosi verso una complessità che però non arriva mai. Ossia: butta lì come intercalare un “ora dico per semplificare”, “adesso la metto giù facile, ma poi…”. Ma questo poi, fateci caso, non esiste. Non c’è complessità nel mondo renziano, o meglio: è sempre presente ma solo in quanto evocata.

La sintesi critica della situazione politica globale la dà dal minuto 5.55:

“Noi pensiamo che il mondo interconnesso sia un gran casino. Che il mondo interconnesso che è un gran casino non sia un problema per l’Italia ma una grande opportunità per l’Italia. Che l’Italia possa avere un futuro se ha il coraggio di cambiare se stessa. E per cambiare se stessa, occorre sfatare alcuni tabù, liberarsi di alcune paure… È tutto collegato questo ragionamento, l’analisi internazionale, il ruolo della comunicazione informatica e comunicativa che c’è stato, la possibilità per la politica di fare il suo mestiere, e quindi lo spazio che l’Italia ha nel mondo, in Europa e a casa propria per provare a fare le sue cose…”

Che vuol dire? Il livello di analisi, qui come altrove, è quello di un tema scolastico di uno che la butta in vacca. Una concezione fumosa della storia, della geopolitica: una supercazzola. È tutto collegato è un’altra espressione chiave: nella prospettiva renziana è sempre tutto collegato. Ossia i collegamenti non sono mai cogenti, polari, ma onnifunzionanti. Questo accade perché la sua logica non è argomentativa ma associativa. Simula una elaborazione o spesso una sintesi, come nelle frasi precedenti, ma non la attua mai. Spaccia un’accozzaglia, un’incapacità di districare la complessità, per un’analisi fatta e compiuta.

Non è un caso allora che il primo nemico chiamato in causa – in definitiva sarà l’unico che darà un nome ai gufi – sono gli intellettuali. “I professori, gli specialisti, i tecnici”: la loro colpa è quella di aver previsto la fine della Storia con la caduta del muro di Berlino. Il riferimento probabilmente è a Fukuyama. Mentre la Storia, dice Renzi, non è finita, facendo sue delle critiche che diciamo hanno anche queste almeno vent’anni ovviamente, ma che lui smercia per nuove.

C’è qualcuno che ancora pensa che il muro di Berlino sia la fine della Storia? Niente sottigliezze: “i professori, gli specialisti, i tecnici”, “il ceto intellettuale” sono matusalemme nostalgici, lo spauracchio di Renzi. Una figurina simile ai “comunisti” di Berlusconi, una caricatura utile.

Nel momento più cabarettistico del suo discorso, Renzi dice:

“Avete presente cari colleghi sindaci e consiglieri comunali, cosa accade quando si apre un cantiere? C’è l’immancabile meeting e convention del pensionato, si reca al cantiere, si mette all’esterno del cantiere, inizia a guardare il cantiere e scuote la testa… N’ce la fan mica a finirloGuarda come lavoran piano… È l’atteggiamento tipico di una parte del ceto intellettuale dominante che adesso sarà molto offeso dal riferimento che ho fatto… Ai pensionati del cantiere… Ah ah… Io vorrei scusarmi con loro… con i pensionati del cantiere… Ah ah… Vorrei scusarmi con loro perché non se lo meritano quest’accostamento, ma è così.”

Chi è questo ceto intellettuale dominante sbeffeggiato? Chi sono questi professori contro cui si scaglia Renzi? Sono coloro che forse non sarebbero indulgenti rispetto a un tale livello di approssimazione concettuale? Sono quelli che non sanno scherzare?

Del resto su molte questioni specifiche Renzi è approssimativo, semplificante, grezzo. Quando parla del conflitto russo-ucraino, cita il problema dell’autonomia energetica e tira fuori, facendola sua, la sparata del presidente dell’Eni De Scalzi, per cui un giacimento di gas in Mozambico potrebbe darci combustibile per i prossimi trent’anni. Per i nostri figli. Come? Che importa? L’Eni ha stanziato 50 miliardi per le trivellazioni, poi se si farà un gasdotto (di diecimila chilometri?), se questo gas sarà venduto alla Cina, chi lo sa, intanto l’abbiamo buttata là.

Oppure quando parla dell’articolo 18, lancia en passant una frecciata che la sinistra non votò per l’approvazione nel 1970. In verità il Pci si astenne perché voleva tesaurizzare i risultati delle battaglie degli operai dell’autunno caldo, e lo Statuto voluto dai socialisti, ideato da Brodolini e messo a punto da Giugni sembrava troppo compromissorio. Quindi? Renzi non contestualizza, insinua che i comunisti nostalgici cambiano idea tanto per, e taglia fuori i socialisti dalla storia della sinistra italiana. La storia di quel voto la ricostruisce per esempio Alessandro Marzo Magno qui.

Oppure ancora quando Renzi nomina il suo beneamato vecchio sindaco Giorgio La Pira come nume tutelare della politica estera, citando la sua famosa frase “Il Mediterraneo è il lago di Tiberiade del nuovo universo delle nazioni”, dimentica che La Pira aveva sì messo al centro della politica estera il Mediterraneo, ma l’aveva fatto spendendosi in prima persona sulla questione palestinese, tema su cui il governo Renzi, da Mogherini in giù, è stato – per usare un eufemismo – particolarmente laconico (qui, per avere un’idea, uno dei rari, tardi, e vaghi interventi dell’ex ministro degli esteri; ah, sì, perché nel frattempo – un po’ di mesi, ormai – non ce n’è un altro). Inoltre La Pira sposava una linea aggressivamente anticolonialista, una prospettiva terzomondista a cui Renzi non pare proprio accennare.

Ma queste, si direbbe, sono quisquile storiche, da intellettuali. E per Renzi gli intellettuali sono pensionati brontoloni. La cosa bizzarra è che dopo aver tirato merda sugli intellettuali, dopo pochi minuti, Renzi si lancia in un peana ad esaltare i professori della scuola: “Fare il professore dev’essere un sogno da realizzare per la carriera di un giovane ragazzo. Dobbiamo tornare a dare potere, spazio, dignità e orgoglio al ruolo degli insegnanti. Dire che fare il professore non è la cosa che fanno gli sfigati. (…) Perché saranno gli insegnanti a salvare l’Italia, non i ragionieri. Con tutto il rispetto per chi fa il ragioniere”. E quindi? Uno potrebbe domandare: gli studiosi, i professori sono il male o il bene, il demonio e il messia? Gli insegnanti non rappresentano il ceto intellettuale?

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Vecchia guardia, nuovi merletti https://minimaetmoralia.it/politica/vecchia-guardia-nuovi-merletti/ https://minimaetmoralia.it/politica/vecchia-guardia-nuovi-merletti/#comments Mon, 20 Oct 2014 16:16:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23774 di Giacomo Giossi 

Per vecchia guardia fino a poco tempo fa s’identificava un gruppo solido e spesso vincente di una squadra. Vecchia guardia era quella del Milan degli anni Novanta (il grande Milan di Berlusconi), vecchia guardia erano Maldini, Tassotti, Donadoni per non parlare capitan Baresi (Baresi Franco, Giuseppe suo fratello, giocava nell’Inter, ma non era la stessa cosa). La vecchia guardia era insomma quella che aveva ottenuto successi stellari e poi negli anni aveva tenuto duro a fronte anche di un cambio generazionale spesso non all’altezza.

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(Fonte immagine)

di Giacomo Giossi 

Per vecchia guardia fino a poco tempo fa s’identificava un gruppo solido e spesso vincente di una squadra. Vecchia guardia era quella del Milan degli anni Novanta (il grande Milan di Berlusconi), vecchia guardia erano Maldini, Tassotti, Donadoni per non parlare capitan Baresi (Baresi Franco, Giuseppe suo fratello, giocava nell’Inter, ma non era la stessa cosa). La vecchia guardia era insomma quella che aveva ottenuto successi stellari e poi negli anni aveva tenuto duro a fronte anche di un cambio generazionale spesso non all’altezza.

In realtà la prima origine del termine risale ad un film del 1934 (premiatissimo) di Alessandro Blasetti, dal titolo per l’appunto Vecchia guardia con cui s’identifica proprio la salvifica azione d’ordine dei fascisti della prima ora. Il film non privo di meriti cinematografici è principalmente un’apologia del fascismo e del suo presunto eroismo. Insomma, come spesso accade, la retorica sportiva pesca da una cultura d’ordine di destra. Il peggio è quando la retorica politica, pescando da quella sportiva, non sa bene cosa dice, pur avendo ben chiaro l’effetto che vuole scatenare. Anche se andrebbe ricordato che poi le parole e i gesti vanno ben oltre l’effetto dell’attualità e verranno registrati poi per quello che sono, nella loro miseria come nella loro volgarità.

Matteo Renzi definisce vecchia guardia il vecchio gruppo dirigente rappresentato al meglio (si fa per dire) da Massimo D’Alema e da Pier Luigi Bersani, ma il gruppo dirigente è vecchia guardia di cosa? Liquidatori loro stessi di una storia e di una militanza, ora vorrebbero scaricare su Matteo Renzi le colpe della propria approssimazione e inconcludenza? Da quando a D’Alema sta così a cuore il Partito Democratico? L’indignazione dei dirigenti vive tutta sul personale e molto poco nel politico, non come calciatori a fine carriera, ma già come commentatori televisivi: vecchie glorie rinchiuse in territori di periferia a celebrare una fama che non fu nemmeno mai tale.

Matteo Renzi non è altro che il loro specchio, il risultato povero delle loro passioni tristi. La vecchia guardia riguarda un tempo, una generazione spazzata via dal proprio stesso immobilismo che ha avuto come unico significato l’accumulo. Accumulo di ogni cosa. Non è quindi in corso un conflitto generazionale, ma un vero e proprio scavalcamento, un superamento. Quello che la generazione nata negli anni Cinquanta non ha mai saputo fare: superare il conflitto.

Viviamo in un eterno conflitto generazionale che ancora coinvolge le giovanili testoline incanutite con gran parte dell’armamentario Novecentesco. Un conflitto che è stato capace di deformare e rendere inutilizzabili scrittori, politici, visioni culturali. L’elenco è lungo e si possono citare tra gli altri gli eterni Pasolini e Moro (tanto per cambiare), a cui si aggiungono recuperi spesso imprevedibili quanto improbabili: si va da Craxi fino ad Almirante e ultimamente qualcuno si ricrede anche di Scelba.

I trentenni/quarantenni di oggi vanno a braccetto con i nonni (del resto da loro sono stati cresciuti, accuditi e in alcuni casi mantenuti), così come Renzi si accompagna a Napolitano (anche se forse è il contrario). Il conflitto non è previsto e quello che resta è solo una lunga e rapida erosione, di consenso, di capitale, di territorio, di ogni cosa.

Il panorama si presenta così con gli ottuagenari costruttori di fondamenta alleati a chi ha energia da spendere e qualche buona idea sufficientemente vecchia da poter attivare un dialogo. Nel mezzo e ai lati, come dossi di velocità, si abbarbica una generazione accumulo priva di ogni spinta e proposta la cui vitalità si valuta solo nella tensione polemica, ultimo stadio della dialettica.

Come il Regno Unito difficilmente celebrerà il regno di Carlo (se non per un breve tratto) finendo probabilmente tra le mani del figlio William, così Matteo Renzi – con l’accelerazione che la spinta democratico populista ha rispetto ad organizzazioni più stabili come la monarchia (per non dire del papato) – sta realizzando alleandosi con i nonni il sogno dei padri. Un sogno piccolo, quello della presa decisa e salda del potere, quello di sostituirsi nel ruolo al di là dei contenuti a Moro e a Berlinguer, a Scalfari e a Montanelli, a Calvino e a Pasolini.

Matteo Renzi e i suoi sodali non hanno i numeri, non hanno le competenze e non hanno mai vinto premi Nobel, come ricorda il buon Massimo D’Alema, ma tutto questo non serve, non è mai servito se non come giustificazione di fronte all’eccessiva e continua richiesta di garanzie mascherata da complessa strategia. Si voleva il Palazzo d’Inverno senza sparare un colpo e senza prendere freddo; così si è rimasti alla finestra a guardare e a valutare. Nel frattempo le strade si sono riempite di disperazione o di complessità Nei palazzi il ghigno dei potenti si è trasformato in un tragico sorriso bonario che accoglie i nuovi arrivati: la nuova gioventù dal sangue fresco.

Che l’attuale presidente del consiglio non abbia i numeri non è rassicurante così come non lo è che lo stesso avvenga in più ambiti, spesso cruciali e determinanti per il futuro del Paese, ma potremmo forse fare diversamente? È possibile immaginare un pensiero diverso proprio quando il conformismo è stato così tanto a lungo ricercato da chi vedeva Berlusconi come un politico mediocre e un industriale di genio mentre probabilmente era l’opposto?

Una generazione di inservibili ha tentato, e in parte vi è riuscita, di mantenere il potere elidendone un’altra; lo ha fatto con azioni terroristiche, con continue ipocrisie utili solo per non dichiarare una guerra che sarebbe stata se no rigettata e quindi persa. Tuttavia una volta essa sostanzialmente in scacco una generazione e forse due la visione si è rivelata sbagliata (eticamente anche, ma lasciamo perdere) sia strategicamente, sia strutturalmente. L’errore è nelle cose: il sistema non potendo più rinnovarsi si è imballato e infine rotto del tutto.

La vecchia guardia non ha tenuto duro per il bene della squadra, ma ha passato il tempo a scendere a patti con un tizio che era sceso in campo, il calcio di rigore più lungo del mondo direbbe Osvaldo Soriano. Il tempo è scaduto e un altro tizio con un cono gelato in mano ora fa patti e propone riforme. Il gruppo dirigente privo anche dello stesso Partito è attonito (ma in fondo lo è sempre stato) e non sa darsi pace, proprio ora che non avrebbe davvero più nulla da dire.

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La “buona scuola” e i cattivi maestri https://minimaetmoralia.it/politica/la-buona-scuola/ https://minimaetmoralia.it/politica/la-buona-scuola/#comments Wed, 15 Oct 2014 05:00:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23847 Questo articolo è apparso sulla rivista Gli Asini.
di Mauro Boarelli

Il progetto di riforma della scuola del governo Renzi è un documento molto diverso rispetto a quelli sullo stesso tema che abbiamo conosciuto negli ultimi anni. Il linguaggio è agile e fluido, furbo e ammiccante, pieno di riferimenti alle nuove tecnologie e ai social media, infarcito di anglicismi fino al parossismo (non senza qualche involontario effetto comico), tessuto intorno al binomio conservazione/cambiamento – vera e propria chiave di volta dell’approccio manicheo applicato dal nuovo leader all’intero sistema politico e sociale – e imbevuto della retorica della partecipazione (naturalmente da esercitare on line).

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Questo articolo è apparso sulla rivista Gli Asini. (Fonte immagine)

di Mauro Boarelli

Il progetto di riforma della scuola del governo Renzi è un documento molto diverso rispetto a quelli sullo stesso tema che abbiamo conosciuto negli ultimi anni. Il linguaggio è agile e fluido, furbo e ammiccante, pieno di riferimenti alle nuove tecnologie e ai social media, infarcito di anglicismi fino al parossismo (non senza qualche involontario effetto comico), tessuto intorno al binomio conservazione/cambiamento – vera e propria chiave di volta dell’approccio manicheo applicato dal nuovo leader all’intero sistema politico e sociale – e imbevuto della retorica della partecipazione (naturalmente da esercitare on line).

Questo nuovo linguaggio non può essere liquidato con una battuta e va studiato con la massima attenzione, perché rappresenta una forma del discorso pubblico che sta mandando definitivamente in soffitta ciò che rimane del discorso politico della cosiddetta “prima repubblica”, i cui cascami sono arrivati per forza di inerzia fino ai nostri giorni. In quel mondo, il vocabolario veniva utilizzato come liquido di diluizione per disperdere la sostanza, coltivare il compromesso, marcare una distanza tra il ceto politico professionale e i cittadini, rinviare qualsiasi decisione a un tempo indefinito.

Oggi il nuovo linguaggio che con Renzi si insedia ai vertici del potere è, all’opposto, un linguaggio che vuole coinvolgere chi ascolta, dargli fiducia e speranza, mostrare che i tempi per un cambiamento possono essere ravvicinati. È – anche – un linguaggio che occulta la sostanza delle cose che afferma, però questa dissimulazione è fatta di una materia diversa rispetto al passato: non più la mistificazione aperta o la falsa promessa, ma il raffinato illusionismo che incorpora nelle parole un significato opposto a ciò che esse rappresentano nella loro concretezza. È un collante ad alto tasso ideologico (nonostante si fondi sulla pretesa di superare ogni ideologia) che tiene insieme il puzzle delle trasformazioni caldeggiate dall’attuale governo e radicate in processi che partono da lontano. Nel documento intitolato “La buona scuola” questo nuovo linguaggio abbraccia per la prima volta in una visione unitaria tutti i pezzi che, una volta combinati tra loro, muteranno in modo radicale la natura e le funzioni della scuola pubblica. In definitiva, ha il compito molto concreto di aggregare in modo omogeneo le singole componenti di un progetto solido, articolato e denso di implicazioni sociali.

È un progetto che viene organizzato intorno ad alcuni assi principali. Per riconoscerli non bisogna farsi ingannare dallo spazio che viene dedicato a ciascun argomento. Bisogna guardare all’economia complessiva del discorso, alle voci ricorrenti in modo trasversale, alle idee-guida che – a volte – vanno colte in passaggi appena abbozzati. Se leggiamo il documento attraverso queste lenti, apparirà subito chiaro che il nocciolo del discorso non sta nel lunghissimo capitolo dedicato alla stabilizzazione degli insegnanti precari, in gran parte scelta obbligata per superare violazioni alla normativa sulle assunzioni a tempo determinato reiterate negli anni e in procinto di essere sanzionate dalla Corte di giustizia europea. I punti più importanti e più insidiosi, quelli destinati in misura maggiore a produrre trasformazioni in profondità e di lunga durata, stanno nei passaggi sul governo delle istituzioni scolastiche (che – naturalmente – viene denominato governance) e sulla meritocrazia.

Per quanto riguarda il primo punto, troviamo la riproposizione pura e semplice del disegno di legge Aprea, un progetto del governo Berlusconi che tanto era piaciuto anche al Pd, al punto che una sua versione del tutto simile (emendata dalla trasformazione delle scuole in fondazioni di diritto privato e dalla chiamata diretta degli insegnanti nelle singole scuole, entrambe recuperate nel piano Renzi) era stata proposta nella scorsa legislatura dal centrosinistra. L’idea centrale è quella di spostare in modo radicale il potere decisionale sottraendolo definitivamente agli organi collegiali. Il fatto che questi organi siano ormai ridotti a simulacro di partecipazione democratica è sotto gli occhi di tutti. Di fronte a questo stato di crisi il governo sceglie la strada più consona alla propria visione dell’esercizio del potere: sottrae ciò che ne rimane al Consiglio di istituto – trasformato in mero organo di indirizzo – e lo trasferisce interamente al dirigente scolastico. Questa diventa la figura chiave, dotata di un potere praticamente assoluto per quanto riguarda la gestione di tutti gli aspetti della vita scolastica, compresa la valutazione dei docenti ai fini del nuovo meccanismo di progressione economica (ricalcato su quello previsto dal ministro Brunetta per la valutazione dei dipendenti della pubblica amministrazione). Inoltre dovrebbe diventare il decisore anche per quanto riguarda la selezione del corpo docente, secondo quanto si può intuire dalla formulazione volutamente ambigua che nel piano lascia intendere la possibilità di assumere direttamente gli insegnanti.

Questa ridefinizione radicale del processo decisionale mostra con chiarezza che l’obiettivo del piano non è affatto la dismissione del sistema di istruzione da parte dello Stato, come si ripete spesso anche dalle parti di chi si oppone al disegno governativo. Al contrario, il progetto presuppone uno Stato ancora più accentratore che in passato, non più arroccato nelle stanze di viale Trastevere ma diffuso capillarmente nelle istituzioni scolastiche attraverso i dirigenti, che diventano – a completamento di un processo già in atto – funzionari soggetti a un forte controllo, chiamati a far applicare modelli e direttive elaborati altrove. Il fatto che tutto questo venga declinato nel nome dell’“autonomia scolastica” non deve trarre in inganno, tale è il carico di ambiguità che questo concetto porta con sé sin dai tempi della sua elaborazione da parte del ministro Berlinguer. Questa modalità della presenza dello Stato non è una garanzia per il carattere pubblico del sistema di istruzione. L’annullamento degli spazi di partecipazione (quelli reali, non quelli virtuali che vanno tanto di moda e disturbano il manovratore quanto il ronzio di una mosca), l’accentramento decisionale, la moltiplicazione dei processi di controllo sugli insegnanti e sugli studenti attraverso metodi di valutazione standardizzati, sono tasselli di un processo che mina la natura pubblica del sistema anche se ne lascia inalterata la “proprietà”.

Questo aspetto risulta ancora più chiaro se giriamo lo sguardo verso il secondo elemento cruciale del piano: la meritocrazia. Per la verità gli estensori evitano di usare questo termine, forse perché ne avvertono la sgradevolezza. Fanno però largo uso del vocabolo “merito”, che – come al solito (potremmo dire: per sua natura) – non viene declinato in alcun modo. Non è chiaro cosa significhi, né come debba essere valutato, e da chi. È una parola agitata ovunque per le sue supposte virtù taumaturgiche, ma è sempre utilizzata – e il piano scuola non fa eccezione – in modo apodittico. Non per questo è un concetto inerte. Della sua traduzione in pratica si occupa un sistema complesso e sempre più esteso di meccanismi di valutazione standardizzata che fanno capo all’Invalsi. Ancora prima di trovare una discutibile formalizzazione nell’ordinamento scolastico grazie al Sistema nazionale di valutazione varato nelle ultime settimane di vita del governo Monti (ora il piano Renzi si impegna a renderlo operativo), quei meccanismi hanno iniziato a mutare in modo sostanziale l’orientamento pedagogico della scuola, sia attraverso gli strumenti “ufficiali” (i test), sia attraverso comportamenti indotti, come l’addestramento ai test, fenomeno in rapida espansione e dagli effetti devastanti. La pretesa di misurare ciò che non è misurabile, nucleo centrale delle “prove Invalsi”, è da tempo oggetto di critiche ragionate e documentate, e sull’argomento è ormai disponibile un’ampia letteratura. Di questo dibattito il piano scuola non fa alcun cenno, a ulteriore riprova che la parola d’ordine dell’ascolto è usata come puro e semplice artificio retorico.

Le potenzialità negative dei due assi principali del documento “La buona scuola” si misurano anche guardando ciò che nel documento manca. Il piano non si occupa della didattica, del progetto pedagogico della scuola, delle finalità del sistema di istruzione. Nell’affanno di assorbire il lessico alla moda e spesso privo di significati reali, espelle dal vocabolario il termine “cooperazione”, e con esso un inestimabile patrimonio culturale sul quale è stata costruita la parte più fertile e innovativa della scuola pubblica del nostro paese. La spiegazione di tutto questo è semplice: basta guardare le biografie dei due estensori del documento (il capo di gabinetto e il capo della segreteria tecnica del ministro Giannini), che non hanno mai incontrato la scuola nel loro percorso professionale, denso di esperienze nel mondo dell’economia e della finanza, della diplomazia internazionale e delle associazioni imprenditoriali. La matrice tecnocratica del piano scuola è evidente ed esibita, ma anche esasperata, perché forse in nessun altro campo il ceto politico si è spinto fino a reclutare i “tecnici” a prescindere dalla loro competenza sulla materia. La scelta è coerente con l’impianto generale del progetto, da cui traspare la volontà di subordinare la scuola al mondo economico, di introdurre meccanismi propri del mercato (la concorrenza e la pretesa di assegnare un valore oggettivo alle “cose”) in un sistema che – per sua natura – al mercato è completamente estraneo. La “tecnica” cui il piano affida le sorti della scuola del futuro è completamente disincarnata dal suo oggetto, persegue obiettivi astratti come l’“efficienza” e pretende di misurarli con parametri mutuati da realtà sviluppate intorno a finalità completamente differenti.

Nel complesso, la “buona scuola” immaginata dal Presidente del consiglio e dai suoi collaboratori trova un terreno fertile nella società. Sul piano politico, Renzi estremizza e rende dirompente la semplificazione delle idee, sostituendo all’analisi puntuale dei problemi la ripetizione ossessiva di una serie di parole d’ordine di incredibile povertà concettuale che rappresentano innumerevoli varianti dello stesso tema: la contrapposizione tra il vecchio e il nuovo. Questa banalizzazione ha anche l’effetto di rendere meno visibile e perciò più accettabile il progressivo annullamento di ogni distinzione tra politiche contrapposte, fino a considerare del tutto normale che il documento sulla scuola presentato da un governo di centro-sinistra riprenda alla lettera proposte elaborate da un governo di centro-destra.

Sul piano culturale, la meritocrazia ha probabilmente scavato a fondo nella società, umiliata e annichilita dal mancato riconoscimento del “merito” al punto da scambiare come promessa di trasformazione radicale quella che – in realtà – è una moderna e ben mascherata ideologia della diseguaglianza.

Di fronte al documento del Governo, ci sono almeno tre errori da evitare. Il primo è quello di isolare le singole proposte e analizzarle come se fossero parti fra loro indipendenti, perdendo di vista ciò che più conta: la filosofia complessiva del progetto, che è solida, ben radicata in processi culturali sedimentati nel tempo, dotata di una visione complessiva che tende a ristrutturare in modo globale il sistema scolastico.

Il secondo errore è quello di percepire la scuola come un segmento separato rispetto al settore pubblico. L’isolamento delle singole parti del settore (anche per i corporativismi che contraddistinguono ciascuna di esse) ha impedito finora di cogliere la portata dell’azione di disgregazione bruscamente accelerata, con muscoloso accanimento, dall’ex ministro Brunetta, il quale – prendendo di mira i lavoratori – mirava a delegittimare nella sua interezza il concetto stesso di “pubblico”, inteso come complesso di servizi, rapporti sociali, diritti di cittadinanza.

Infine, sarebbe da miopi non vedere le convergenze tra la centralizzazione del potere nelle istituzioni scolastiche e i processi di centralizzazione del potere che emergono con chiarezza dal disegno di riforma costituzionale e dagli interventi legislativi che – al centro come in periferia – stanno ridisegnando l’assetto istituzionale del paese. Si tratta di un insieme di azioni e provvedimenti di natura differente che viaggiano – a ben guardare – nella stessa direzione. La questione della scuola, ancora una volta e come sempre, è intrecciata alla questione della democrazia.

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Quel silenzio da numero uno. L’intervista a Dino Zoff https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-dino-zoff/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-dino-zoff/#comments Wed, 08 Oct 2014 12:44:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23746 Pubblichiamo un’intervista Malcom Pagani a Dino Zoff apparsa sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata. (Nella foto, Dino Zoff con Gaetano Scirea. Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Se il signor Zoff parlava poco, una ragione c’era: “A casa mia le regole non erano scritte, ma scolpite. Si viveva di realtà e di concretezza, per scuse puerili e vittimismi non esisteva spazio”. Specchiandosi nel fiume Aniene, l’uomo che superò il guado a tempo debito confessa che avrebbe avuto ancora voglia di remare. Il pudore di sempre. L’amarezza lenita dall’ironia: “Mi chiede se mi sarebbe piaciuto dare una mano al calcio italiano di oggi? Onestamente sì, sa cosa mi ha fregato? L’età. Sono vecchio. Ho 72 anni, conosco le persone che comandano il gioco e loro sanno perfettamente chi sono io”.

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zoff scirea

Pubblichiamo un’intervista Malcom Pagani a Dino Zoff apparsa sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata. (Nella foto, Dino Zoff con Gaetano Scirea. Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Se il signor Zoff parlava poco, una ragione c’era: “A casa mia le regole non erano scritte, ma scolpite. Si viveva di realtà e di concretezza, per scuse puerili e vittimismi non esisteva spazio”. Specchiandosi nel fiume Aniene, l’uomo che superò il guado a tempo debito confessa che avrebbe avuto ancora voglia di remare. Il pudore di sempre. L’amarezza lenita dall’ironia: “Mi chiede se mi sarebbe piaciuto dare una mano al calcio italiano di oggi? Onestamente sì, sa cosa mi ha fregato? L’età. Sono vecchio. Ho 72 anni, conosco le persone che comandano il gioco e loro sanno perfettamente chi sono io”. Circondato da incarichi sfumati: “Sostenevano che una consulenza fosse troppo poco per uno come me e così alla fine non mi è toccato nulla” e autoanalisi sorprendenti: “Ho sempre avuto paura di non avere abbastanza coraggio” il Nazionale che vinse l’Europeo del ’68, incasellò scudetti in batteria e centinaia di presenze in Serie A tra Udine, Mantova, Napoli e Torino, sollevò da capitano la Coppa del Mondo a Madrid nell’82, non ama soffermarsi sul rimpianto: “Quando è finita, è finita. Andarsene a tempo debito è un’arte”. Zoff salutò in un giorno di estate, vento e riflessi svedesi del 1983: “Fu duretta, sentii che una parte importante, forse la migliore della mia vita, si chiudeva definitivamente. Avevo messo gli scarpini per passione e vocazione. Per provare a diventare una persona migliore”.

Dino il monumento. Il mito. Il moloch che al San Paolo chiamavano Nembo Kid. Il supereroe razionale che a diecimila metri ballava con Pertini tra le insidie dello scopone scientifico non ha mai truccato il mazzo delle carte. Quando risponde, pensa sempre a quel che sta per dire. Rallenta il ritmo, prende la rincorsa, ripete cantilenando una preposizione “di, di, di, di” e nelle pieghe di quell’apparente balbettio, nelle pause di riflessione, nel ricordare un episodio, Zoff trova anche la forza di sorridere. Dopo aver immalinconito torme di rivali: “A Luciano Castellini, ex portiere di Torino e Napoli, un amico, lo dicevo sempre: ‘Parli troppo bene di me, non è giusto, devi puntare a togliermi il posto, a farmi fuori’” e aver urlato per una vita intera: “Ma per farmi sentire, non per farmi capire. Allo stadio Sarrià, con la gente che sembra che ti cada addosso, gridare era proprio indispensabile”, Zoff ha scelto di raccontarsi a bassa voce in un libro che sembra un fotogramma di Cartier-Bresson.

In Dura solo un attimo, la gloria (Mondadori Strade Blu, con l’ausilio complice di Anna Boiardi e Marco Mensurati) l’occhio del secolo breve vissuto da Zoff si srotola tra zuppe, corriere, gioie e delusioni. Partite, litigi, addii, ascendenze lontane. Amici. Nemici. Abbracci. Lacrime per maestri in paradiso di nome Bearzot, fratelli volati via come Scirea e volti familiari perché al sangue del tuo sangue, sfuggire non si può. Il padre Mario, soldato smarrito tra l’Africa, l’Albania, la Jugoslavia e i campi di lavoro all’ombra della svastica: “Un uomo libero, un contadino di vedute aperte che aveva fatto tante guerre e cercava pace tra le rondini, il grano e il tinello di casa. Si informava. Era laico. Leggeva con lena Famiglia Cristiana e nei giorni di festa, anche L’Unità. Insieme giocavamo poco, ma non era un’epoca, quella, in cui i genitori si occupavano dei figli”. La sorella Ameris. La madre Anna: “Lo stesso nome di mia moglie”. La nonna Adelaide che venerava Francesco Giuseppe e del sovrano, in una anomala commistione di nostalgie e feticismo asburgico friulano “conservava il ritratto in salotto, con l’imperatore che dall’alto, con i baffi bianchi e l’uniforme in tinta ci guardava in silenzio”.

La sua condizione preferita.

Da calciatore mi trattenevo perché del mondo che mi aveva dato tutto, ero e sono ancora innamorato. Tranciare giudizi non mi piaceva e così, visto che i miei commenti finivano per essere banali, pensai, meglio tacere.

Sapeva farsi rispettare anche senza smanie dichiarazioniste.

Cercavo di dare l’esempio. Credevo nella lealtà. Detestavo le sceneggiate. Le esagerazioni. I ridicoli balletti dopo il gol. Per le furbate altrui, poi, diventavo pazzo.

Pazzo come Luciano Chiarugi, l’ex della Fiorentina che all’estro e alle stranezze doveva anche il soprannome.

L’avevano etichettato così, “Cavallo pazzo”, perché una volta, dopo avermi segnato, fece una corsa folle sotto la curva Ferrovia. Di Chiarugi mi disturbavano le scorrettezze plateali, il cadere in area di rigore, i tentativi di ingannare l’arbitro. Oggi fanno tutti come lui. E a fine gara, nel terzo tempo, ai suoi eredi avrei faticato a stringere la mano.

Davvero?

Ti stringo la mano se vinci perché hai dimostrato di essere migliore. Ma se mi rubi un rigore che mano devo darti? Al limite ti do un cazzotto.

Di gente irritabile e teatrale ne ha conosciuta tanta…

Pesaola era fantastico. Urlava in finto castigliano per insultare gli avversari, ma in realtà non c’era uno che non lo capisse. Oggi il calcio è cambiato, ci sono telecamere ovunque, tribunali mediatici, ossessione generalizzata. Non puoi neanche più permetterti di tirare giù una Madonna in santa pace che subito arriva il plotone di esecuzione.

Lei qualche Madonna la tirava?

Qualche volta sì. Purtroppo capitava anche a me. Siamo esseri umani.

Di umanità varia si nutriva anche Sivori.

Omar era un mostro di simpatia. Uno che sapeva arrabbiarsi e giocare di umorismo come nessun altro. Si considerava il migliore. Quando incontrava un collega in vena di commemorazioni indebite, lo infilzava: “Omar, ti ricordi di quella partita che giocammo insieme?”. E lui, perfido: “Io giocavo, tu tutt’al più eri in campo”. Era un artista, Sivori. E io gli artisti li ammiravo. Erano zingari felici, creavano qualcosa. Per uno come me che non poteva inventar nulla e che aveva il preciso compito di distruggere le invenzioni, l’attrazione era irresistibile.

A volte gli artisti si perdevano.

E vedere l’autodistruzione del talento era uno strazio. Mi capitò alla Lazio con Gascoigne. A Paul volevo veramente bene. Per i suoi calciatori l’allenatore è quasi più di un padre e Gascoigne, di qualcosa o di qualcuno, sembrava veramente orfano.

Episodi?

Si presentava spesso ubriaco. Soffriva di cicliche tristezze. Si pentiva: “Io vincio niente, io no buono” e poi ricominciava. Lasciava il ritiro di sabato sera all’improvviso e poi spuntava a mezzogiorno di domenica, al ristorante in cui andavamo con la squadra: “Mister, ho saputo che mi ha convocato, eccomi qui, non ho fatto in tempo a vestirmi”. Era nudo. Senza mutande. Gascoigne era anche questo. Una volta abbandonò l’allenamento e poi, dopo essersi liberato a pugni e calci da chi voleva calmarlo, si sfogò con le nostre auto sistemate nel parcheggio. Mi feci avanti per calmarlo e Paul, un’anima fragile, mi abbracciò piangendo. So che sta male, mi dispiace molto.

Con un altro eccentrico laziale, Giorgio Chinaglia, divise l’esperienza del Mondiale 1974 in Germania.

Quello del Vaffa in mondovisione di Giorgio a Ferruccio Valcareggi. Il clima in squadra non era buono. Italo Allodi, naso fino, ci convocò in una sede terza per una seduta psicanalitica di gruppo: “Ditevi in faccia tutto quello che pensate”. Antonio Iuliano non si fece pregare: “Rivera non può giocare, mezza squadra non lo vuole”. In quell’atmosfera elettrica e divisa, non era neanche strano che accadesse quel che poi accadde. Con Chinaglia avevo fatto il militare, lo conoscevo bene. Un pazzo scatenato, un condottiero, un trascinatore straordinario e nient’affatto stupido che si dilettava con pistole, immaturità, gol ed esagerazioni. Quella sera, mentre in Italia montava una polemica politica sul suo gesto con annesse interrogazioni parlamentari, lo ritrovammo ubriaco nel giardino dell’hotel. Dormiva sotto un albero.

In Germania, dopo 1.143 minuti di imbattibilità, le fece gol un carneade di Haiti.

Si chiamava Sanon. E mi fece male. Arrivò ciondolando ai limiti dell’area e mi sorprese. Venivo da un biennio magico, Newsweek mi aveva dedicato persino la copertina.

“The world’s best”. Senza necessità di traduzione.

Di fronte a Sanon non ero stato il migliore. Non ero stato attento. Un portiere non può permettersi distrazioni. Mio padre me lo diceva sempre: “Se fai il farmacista, hai il diritto di non aspettarti che l’avversario tiri. Se fai il portiere, questo diritto viene a mancare per costituzione”.

Tra i diritti non contemplati dei numeri 12 che la scortavano c’era il potersela giocare alla pari con lei. Piloni, Alessandrelli, Bodini, Ivano Bordon. Tutti secondi. Gregari per l’eternità.

A me piacevano tutti. Ottimi atleti, bravissime persone. Hanno avuto la sfortuna che colse Gimondi. Felice era bravissimo, ma si trovò davanti Merckx. Con poca umiltà e forse con presunzione, nel mio campo d’azione mi sono sempre sentito unico. Mai umile, ma sicuramente autocritico. Anche l’autocritica in fondo è un sintomo di arroganza. Presuppone tigna, ricerca di miglioramento, voglia di essere il più bravo, di spostare con l’applicazione i confini del tuo talento.

Mario Soldati la definiva “cavaliere dell’800”.

Ma io mi sentivo artigiano o se preferisce operaio specializzato. Anzi, specializzatissimo.

Di veri operai, nel periodo Juve, le capitava di vederne molti.

Scindere la Fiat dalla squadra, anche volendo, era impossibile. Torino ospitava decine di migliaia di tute blu, fabbriche, capannoni legati all’indotto. Ma noi calciatori vivevamo chiusi nel nostro mondo. Avevamo le nostre idee politiche, ma non ne parlavamo mai. L’atleta di allora, salvo rare eccezioni alla Sollier, nuotava in una bolla di vetro. Non perché fosse necessariamente coglione o menefreghista, ma perché aprire un altro fronte oltre a quello emotivamente dispendioso del pallone, non pareva vantaggioso per i nervi di nessuno. In seguito ho ricevuto tante offerte di candidatura, ma schierarmi per un partito non mi ha mai convinto. Amo vedere le cose da più prospettive e credo in una sola politica. Quella dei piccoli gesti individuali che sommati contribuiscono quotidianamente alla dignità di un popolo. La politica del fare le cose come Dio comanda.

Una delle grandi passioni dell’Avvocato Agnelli, un signore che la politica la conobbe da vicino, era proprio il calcio.

Sapeva tutto, ne parlava con cognizione. E ogni tanto mi interrogava illudendosi che avessi chissà quali competenze internazionali per il solo fatto di aver giocato in Nazionale. Era di una distaccata eleganza, non urlava mai e tendeva a usare costantemente lo stesso tono di voce. Era imperturbabile. Aveva il dono dell’impassibilità. Per questo quando al tiggì dissero che in preda all’ebbrezza da vittoria, durante i festeggiamenti per l’inatteso scudetto del ’73, avesse tamponato un’altra auto non ci credetti un solo istante. A differenza dei molti manager atterrati nel pianeta calcio e totalmente trasfigurati dalla passione, Agnelli custodiva un suo ironico contegno.

Ironico?

Sapeva dosare senso del comando e sagacia. Una volta, passeggiando in ritiro con lui e con Oscar Damiani, appena sbarcato a Torino, l’Avvocato si rivolse al nuovo arrivo: “Quanti anni hai?”. Oscar rispose serenamente: “Ventisei, presidente”. E Agnelli, con il suo timbro soave: “L’età giusta per fare ottime cose. O per avventurarsi in spaventose puttanate”.

L’Avvocato telefonava anche a lei?

Ai tempi in cui allenavo, mi chiamava ogni mattina. Una volta mi beccò a dormire. Erano le otto. Le persiane erano chiuse e lui voleva sapere che tempo facesse a Torino. Cominciai a divagare penosamente: “Sereno, bello, discreto. Aspetti, aspetti, forse c’è qualche nuvola. Variabile, avvocato. Variabile”. Non credo di averlo persuaso.

Nel Gennaio 1990, dopo quasi vent’anni torinesi, finì anche la sua storia juventina.

Fu proprio l’Avvocato a comunicarmelo. Ci rimasi malissimo. Venni convocato a casa sua. Era la prima volta che ci andavo e rimase anche l’unica. Parlammo in generale della squadra e poi arrivò al punto: “Vorremmo rinnovare alcune cose, caro Zoff”. Mi stava licenziando. Scendendo dalla collina mi resi conto di essere arrabbiato. Forse peggio. Si chiudeva un’epoca e non si chiudeva nel modo migliore. In qualche modo, ma lo capii soltanto qualche tempo dopo, era arrivata un’era nuova. Quella della confezione, dell’apparenza, della sostanza sacrificata all’estetica. Allo spot. Al vuoto pneumatico.

Arrivò il presunto calcio Champagne di Maifredi, ma lei nei pochi mesi ancora a disposizione, si tolse la soddisfazione di vincere Coppa Italia e coppa Uefa.

Feci quel che dovevo fare, senza cedere alla tentazione di produrmi in qualche inchino in più o qualche intervista intrisa di piaggeria. Se nasci tondo non muori quadro. Non puoi decidere di snaturarti. Di essere altro da quel che sei.

Prima del dolore per lo strappo con la Juventus, mesi prima, arrivò la ferita profonda della morte di Scirea. Il suo amico più caro. Il suo vice.

Era così puro, educato e sincero che all’inizio pensavo ci fosse sotto il trucco. Invece Gaetano era proprio così. Sereno, coraggioso, buono. Mai vendicativo. Mai lamentoso. Mai espulso nonostante pedate vigliacche e provocazioni. La notte del trionfo di Madrid, nel luglio 1982, la passammo nella nostra stanza. Una cena parca, una bottiglia di vino, il silenzio. Una scelta che ci somigliava.

Zeman le somiglia?

Non direi. Nel periodo comune alla Lazio non eravamo amiconi, questo è pacifico, ma pur facendo le cose abbastanza bene, Zeman ha un difetto. Crede di non sbagliare mai. Io covo qualche dubbio in più. E credo soprattutto nella divisione dei ruoli.

Tanti dubbi ci sono rimasti negli occhi dopo il pessimo Mondiale brasiliano.

Quando le cose vanno malissimo come in quest’occasione, servirebbe una presa di coscienza e un’assunzione di responsabilità collettiva che non distingua tra colpevoli e innocenti. Serve il plurale. Non più l’io, ma il noi.

De Rossi e Buffon si sono tirati fuori. Nella loro reazione qualcuno ha scorto una dura critica a Balotelli.

Così facendo, gli si è dato il pretesto per recitare da vittima. Per dire sciocchezze. Quando lo senti esclamare: “I miei fratelli africani non mi avrebbero mai trattato così” intuisci che Balotelli non ha capito nulla. Ma la reazione dei suoi compagni non lo ha aiutato a evolvere, a fare un passo in più, a capire che al pari degli altri, aveva giocato un pessimo torneo anche lui.

Certe competizioni segnano. Ricorda l’Europeo del 2000?

Perdemmo il trofeo per venti maledetti secondi. Andò tutto a puttane in un istante. Un rinvio di Barthez, una sponda, il gol di Wiltord. La squadra mentalmente si sfaldò e da trionfatori in pectore, come avviene nel pallone, finimmo sul banco degli imputati.

Berlusconi si lasciò andare a considerazioni non gentili.

Disse che ero stato indegno e mi ero comportato come l’ultimo dei dilettanti. Volli ascoltare e verificare quel che aveva detto, poi, trascorsa una notte in bianco a riflettere sulla mia dignità, invece di reagire con una piazzata, decisi di dimettermi. Scelse l’istinto anche se cosa sia l’istinto, se derivi dal sapere o meno, ancora non l’ho capito.

“Non posso prendere lezioni di dignità dal signor Berlusconi” disse. Le sue dimissioni colpirono l’opinione pubblica.

Perché sono rare e perché le dimissioni, in Italia, rappresentano un gesto rivoluzionario. Non mi sono pentito. Non mi pento mai. Se in un certo momento hai preso una decisione, significa che fare altrimenti ti risultava insopportabile.

Qualche giorno fa, nel programma “La Zanzara”, un finto Zoff ha chiamato Berlusconi per ritornare ad allora.

E lui ha giurato che le sue considerazioni fossero esclusivamente calcistiche. Ma non ci credo. Sono sicuro che si fosse accorto dello scherzo. Sono certo che sapesse che al telefono non c’era il vero Dino Zoff. (Guarda il pacchetto sul tavolo, ne accende una, chiosa: “Sono un debole, di solito la mattina non fumo”).

Se lei avesse previsto dati, cause e pretesto, come il suo amato Guccini, dove sarebbe adesso?

E chi lo sa? Di persone straordinarie, dai pensieri profondi e malinconici come Guccini e il suo omonimo De Gregori, ne ho conosciute tante. Ma il destino non è una canzone. Non puoi guidarlo. Solo indirizzarlo e vedere se tra le pagine chiare e quelle scure c’è ancora un po’ di luce. Papà me lo diceva sempre: “Se sei bravo, continui, altrimenti ti scegli un lavoro vero”.

Lei continuò, smise i panni da meccanico e si trasformò in un capitolo di storia. In “Dura solo un attimo, la gloria” però scrive che la sua partita l’ha giocata e infine persa. Ne è sicuro?

In effetti non lo so. Se sono qui a raccontarla, forse proprio del tutto non l’ho persa.

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Di Alzheimer non si parla (soprattutto in Italia) https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-silenzio-sull-alzheimer/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-silenzio-sull-alzheimer/#comments Thu, 18 Sep 2014 06:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23366 Quando ero ragazzino andava di moda dire: spastico, mongoloide, un modo a sfregio per non usare più semplicemente la parola idiota. Erano gli anni in cui nelle scuole entrava il termine handicappati, non più bollati come figli infelici. Oggi nelle conversazioni, nelle chat, persino negli sms, se non si riesce a ricordare qualcosa, o si è saltato un appuntamento, o si è perduto un oggetto, scatta subito la battuta: «Scusa, ho l’Alzheimer». C’è pure un thread aperto sul forum di Spinoza.it, ultrapremiato blog satirico, dove la gente si spreme per trovare guizzi di genialità intorno alla perdita di memoria.

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Quando ero ragazzino andava di moda dire: spastico, mongoloide, un modo a sfregio per non usare più semplicemente la parola idiota. Erano gli anni in cui nelle scuole entrava il termine handicappati, non più bollati come figli infelici. Oggi nelle conversazioni, nelle chat, persino negli sms, se non si riesce a ricordare qualcosa, o si è saltato un appuntamento, o si è perduto un oggetto, scatta subito la battuta: «Scusa, ho l’Alzheimer». C’è pure un thread aperto sul forum di Spinoza.it, ultrapremiato blog satirico, dove la gente si spreme per trovare guizzi di genialità intorno alla perdita di memoria.

Eppure l’Alzheimer, dal nome del dottore bavarese Aloysius Alzheimer che per primo riconobbe nel 1901 sintomi inediti in una signora ricoverata in un centro a Francoforte, è una malattia seria e non una mera questione di distrazione o smemoratezza. La forma più comune di demenza è diventata un’epidemia. Se ne sono accorti anche gli sceneggiatori di House of Cards, quale migliore banco di prova per lo storytelling: c’è uno scoglio contro cui l’ambizione sanguinaria di Frank Underwood – in cerca di voti utili per la riforma delle pensioni – è costretta ad arenarsi. Quell’argine è la malattia che ha colpito la moglie del deputato Donald Blythe e che non può essere oggetto di baratto nel mercato di Washington: l’Alzheimer.

La prima volta che ho avuto a che fare con l’Alzheimer è stato con mia nonna, una donna di nome Wanda e di cognome Guerra. La malattia ha ridotto a spenta litania questo binomio battagliero e la sua parlantina piena di aneddoti. Poi nel 2008, quando ero al lavoro al desk del Riformista, arrivarono le foto d’agenzia di un Peter Falk smarrito, con l’aria strapazzata, ridotto a vagare per le strade di Beverly Hills in stato confusionale. Falk era scappato di casa, urlava ai passanti, gesticolando come un pazzo. La sagoma del tenente Colombo, nel telefilm un po’ arruffata e sorniona ma nel pieno controllo di sé, era completamente abbandonata, alla deriva, persino incattivita. L’anno dopo è arrivata la diagnosi per mio padre. Adesso so che esistono dei sistemi Gps per rintracciare le sue fughe da casa, quando le smanie si fanno irrefrenabili. So che non esiste un esame che certifichi l’ereditarietà ma solo una probabilità. Ma soprattutto ho scoperto che la perdita cognitiva è solo la facciata dell’Alzheimer dietro cui c’è il disturbo dei comportamenti, molto più violento, vedi Peter Falk. Le foto di molti reportage domestici sulla malattia, con quelle facce rugose e arrese alla demenza, sono paradossalmente foto in tempo di pace. Nella crepa della memoria si infilano deliri, allucinazioni, vagabondaggi.

Mio padre fa parte di quel milione di italiani affetti da demenza. È una stima, i dati non sono mai precisi, ma è bene moltiplicare per tre, coinvolgendo i nuclei familiari, dove la classica famiglia diventa la prima badante, in gergo tecnico caregiver. Si stimano tra questi affetti da demenza almeno 650 mila malati di Alzheimer, la forma più riconosciuta di progressivo decadimento delle funzioni cognitive. Vale a dire incapacità di acquisire nuove informazioni e pianificare gli atti, impossibilità di ricordare fatti della vita recente, perdita della capacità esecutiva, perdita della memoria semantica, incapacità di trovare parole necessarie per qualsiasi discorso. Questo accade perché nel cervello si forma un eccesso di proteina beta-amiloide. Le proteine si aggregano fino a formare placche e fibre aggrovigliate.

Chi può riguardare questa degenerazione? Siamo con il Giappone il Paese più vecchio del mondo e l’irreversibile Alzheimer rappresenta un’emergenza reale proprio perché l’invecchiamento è l’unico fattore certo di rischio, e infatti le donne – più longeve – sono le più colpite. Si sa che si è allungata l’età media, ma pure l’anzianità è cambiata. Un uomo di 70 anni oggi è un senior, come direbbero in azienda, ma non è di per sé un “rincoglionito”, come vorrebbe la vulgata pronta alla battuta feroce sull’Alzheimer. Probabilmente per la fretta di ricollocarsi presso gli elettori suoi coetanei, Berlusconi a maggio disse di esserne malato, ma si riferiva appunto a delle innocue amnesie. Come saremo percepiti noi quando avremo 70 anni?

Mentre in famiglia si andava prendendo confidenza con l’Alzheimer, sui giornali ogni tanto piovevano dichiarazioni roboanti e numeri sempre più clamorosi, non però dall’Italia. Nel 2012 l’investimento di 150 milioni di dollari da parte di Obama per la cura e la prevenzione, nel dicembre 2013 a Londra i leader del G8 dichiarano l’Alzheimer un’emergenza sanitaria mondiale. Cameron usò toni epici: «Non importa dove voi viviate, la demenza ruba le vite e distrugge le famiglie. È per questo che noi siamo qui riuniti e siamo determinati a sconfiggerla». Dall’Italia nessun proclama e nessun ministro presente al G8. Gabriella Porro Salvini, presidente della Federazione Italiana Alzheimer, la racconta così: «La Lorenzin non ha mai risposto alla lettera di invito a firma congiunta nostra e dell’Alzheimer’s Disease International. Ha inviato il direttore del dipartimento della prevenzione del ministero, ma noi non siamo riusciti a partecipare perché dallo stesso non ci è arrivata la lettera di accreditamento».

Sull’Alzheimer i riflettori in Italia sono accesi da poco. Decenni fa si parlava genericamente di arteriosclerosi cerebrale, poi è arrivato il termine demenza, che però è un magma, perché tutte le demenze hanno storie e meccanismi diversi. L’Alzheimer vive di fama riflessa dei grandi numeri globali, quelli italiani non hanno popolarità. In questo vuoto chi si è organizzato sono stati i singoli cittadini, che hanno poi dato vita alle associazioni dei familiari, una galassia di gruppi di volontariato che oggi costituisce l’unica rete di protezione per i malati e le famiglie.  La presidente dell’Aima è la tenace Patrizia Spadin, che risponde personalmente al numero verde: «È cambiato tutto rispetto a 30 anni fa, quando l’Alzheimer era noto a uno sparuto numeri di medici, i soli che viaggiavano all’estero. Non si conosceva nulla, neanche le caratteristiche. Adesso la malattia è nota». Idem per Porro Salvini, che per capire cosa fosse successo alla mamma a metà Anni ‘80 cercò di parlarne con altri familiari: «Ho avuto qualche tipo di informazione solo così. D’istinto non ne volevo più sapere, ma poi ho sentito la necessità di dover raccontare la mia esperienza agli altri». Oggi la Federazione raccoglie 47 associazioni. Le famiglie però restano fondamentali: «È difficile che venga fatta la diagnosi al solo malato, non c’è un protocollo come per il cancro e i tumori».

Gli stessi farmaci specifici per l’Alzheimer, gli inibitori dell’acetilcolinesterasi – ovvero Galantamina, Rimastigmina, Donepezil e Memantina – sono in commercio solo dal 2000 (rimborsabili dal 2005). Gli altri farmaci, quelli per i disturbi comportamentali, i cosiddetti neurolettici, sono sul mercato per pazienti psichiatrici, nei bugiardini non c’è scritto demenza, e le difficoltà nella prescrizione non sono poche. Soltanto tredici anni fa, con il progetto Cronos firmato da Rosy Bindi, sono state create le Unità Valutative Alzheimer, le uniche a poter prescrivere quei farmaci e a fare la diagnosi. È stato creato anche un registro di malati, ma tutta l’organizzazione è disomogenea, varia da regione a regione. I centri Uva non sono stati finanziati dal Governo, «ma si basano su risorse esistenti, si appoggiano a ospedali, presidi e Asl» confessa Spadin. «L’assistenza per le famiglie, l’unico modo per contenere il problema, latita: non ci sono fondi da stanziare. La medicina inoltre punta sempre alla guarigione, ma la cura per l’Azheimer non è data solo dalla medicina».

Michele Farina del Corriere della Sera ha iniziato nel 2012 una lunga inchiesta sull’Alzheimer, ma non è stato facile raccontare la malattia in Italia: «Non ci sono standard di cura, variano da regione a regione. È enorme la difficoltà di avere referenti che ti diano un quadro della situazione, è tutto spezzettato. Non esiste una task-force ministeriale a tempo pieno per l’Alzheimer». Neanche il dizionario è certo: non tutte le Uva si chiamano così. Solo a novembre 2014, tredici anni dopo Cronos, l’Iss presenterà il primo censimento su Uva, Centri diurni e Residenze sanitarie assistenziali. Siamo insomma un fanalino di coda rispetto ai grandi piani internazionali.

Il 19 settembre, in occasione della giornata mondiale dell’Alzheimer, l’Associazione Alzheimer Uniti ha invitato in Campidoglio il ministro Lorenzin per parlare del nuovo Piano per le demenze. Al momento però il piano non è ancora firmato, e chissà se lo sarà prima dell’evento. Il piano è stato redatto dal ministero dopo aver chiamato i referenti delle regioni per le demenze e l’Istituto superiore della Sanità. Un lavoro di sette mesi che è sul tavolo della segreteria in attesa di andare alla Conferenza Stato-Regioni. La novità è l’istituzione del Pdta, Percorso diagnostico terapeutico assistenziale, dal medico generale fino agli specialisti. Per il 14 novembre, nell’ambito del semestre europeo, il ministero della Salute ha lanciato un convegno internazionale sulla demenza che verrà comunicato a breve. Sembrerebbe la risposta italiana al G8 londinese. Le associazioni si augurano che il Piano venga finanziato dal ministero, perché «se le linee guida come per Cronos lasciano la scelta alle regioni, queste potrebbero decidere di non spendere. La rete di assistenza odierna è ancora parziale perché ruota intorno ai centri Uva, il ministero delle Politiche sociali non è mai intervenuto». Bisogna fare pressione sulle regioni per una migliore programmazione nell’apertura di servizi, mettere in rete più informazioni e documenti possibile, creare un’anagrafe dell’Alzheimer.

Intanto sono emersi nuovi fattori di rischio, con nomi comuni ad altre malattie ma mai associate all’Alzheimer: diabete, ipertensione, obesità, attività fisica, depressione, fumo, bassa scolarità. Le stime per i prossimi 20 anni parlano di 3 milioni di affetti da demenza. I farmaci anticorpi monoclonari – nuovi, potenti e in azione in America – sono molto costosi, ma probabilmente detronizzeranno quelli attuali. Chi pagherà? Bisogna poi iniziare a parlare di prevenzione, che è l’esatto opposto della condanna.

Lo stigma dell’Alzheimer è una cosa tutta italiana. «Il muro dell’“io ce l’ho” – racconta Farina – non l’ha sfondato ancora nessuno, questa assenza dice qualcosa, è il segno di una realtà sommersa nonostante i numeri». «La verità è che i malati di Alzheimer sono troppi – confessa Porro Salvini – e fanno ancora troppa paura. Manca un testimonial e soprattutto, in Italia, c’è il tabù». La discrezione sui nomi illustri è viziata dal fatto che spesso non sono più in grado di fare dichiarazioni: la diva del cinema , l’allenatore dello scudetto dei miracoli, lo showman, il grande scrittore. Prevale la privacy dei familiari. «Non siamo americani – dice Spadin – non siamo abituati ad avere afflati da coming out. L’Alzheimer viene vissuto spesso come una perdita di dignità e il nostro sistema sociale non fa niente per impedire questo e colmare i vuoti che la malattia lascia. Se ci fosse una rete d’accoglienza ampia, l’atteggiamento sociale sarebbe diverso. Non sono lontane le memorie dei maltrattamenti dei vecchi dementi, da parti di santoni e guru. Oggi sappiamo cosa ci serve, questa è la differenza se scoprissi oggi che mia madre è ammalata».

Insomma l’Alzheimer è per le famiglie ancora una questione privata, mentre per gli altri, i sani, è uno spettro di cui ogni tanto si dà notizia quando muoiono personaggi internazionali come Annie Girardot e Margareth Thatcher. La versione di Barney è un dramma conosciutissimo ma non esiste ancora un equivalente italiano. Tra gli ultimi ci hanno provato l’attore Giulio Scarpati con il libro Ti ricordi la Casa rossa?, il giornalista Flavio Pagano con Perdutamente, Pupi Avati con Una sconfinata giovinezza (tra l’altro il suo peggior flop, per diretta ammissione). Racconti delicati, ma ci vuole una voce forte. Manca quindi chi decida di salire sopra le spalle di questa gigantesca perdita di sé chiamata Alzheimer e ne parli in prima persona. Il ricercatore Richard Taylor lo ha fatto, e l’Alzheimer’s Disease International gli ha affidato il progetto I Can, I Will.

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