Bertinotti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bertinotti/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 19:58:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Bertinotti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bertinotti/ 32 32 “L’arte non tradisce”: intervista a Leopoldo Mastelloni https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-leopoldo-mastelloni/ Sat, 22 Aug 2015 05:00:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27503 Questa intervista è apparsa su Il Fatto Quotidiano.

di Malcom Pagani

Una foto dei tempi in cui Anna Maria Mazzini si metteva ancora in posa: “A un meraviglioso pazzo furioso, a Leopoldo che mi lascia a bocca aperta. Un bacio, Mina”. “Avevo compiuto sessant’anni, mi sentivo solo e decisi di scrivere una lettera alla sua casa discografica: ‘Sono un ammiratore, sarei felice di avere un tuo autografo’”. Dopo quindici giorni squillò il telefono. ‘Pronto, Leopoldo Mastelloni?’. ‘Aspetti un momento, è appena svenuto’. Era lei. Lei veramente. Non ci siamo più persi di vista”.

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Questa intervista è apparsa su Il Fatto Quotidiano.

di Malcom Pagani

Una foto dei tempi in cui Anna Maria Mazzini si metteva ancora in posa: “A un meraviglioso pazzo furioso, a Leopoldo che mi lascia a bocca aperta. Un bacio, Mina”. “Avevo compiuto sessant’anni, mi sentivo solo e decisi di scrivere una lettera alla sua casa discografica: ‘Sono un ammiratore, sarei felice di avere un tuo autografo’”. Dopo quindici giorni squillò il telefono. ‘Pronto, Leopoldo Mastelloni?’. ‘Aspetti un momento, è appena svenuto’. Era lei. Lei veramente. Non ci siamo più persi di vista”.

Sulle ragioni dell’esilio più o meno temporaneo: “Ha fatto benissimo a sparire, le avrebbero ancora rotto il cazzo per decenni con i paparazzi, le dicerie, la lente di ingrandimento: ‘è grassa, è magra’” Leopoldo Mastelloni ha idee che conciliano con i suoi più intimi desideri: “Aspetto una risposta di lavoro a giorni, se non arriva mi sparo. Che devo fà? Non è una tragedia, ho vissuto intensamente, farla finita e togliermi dai piedi non mi dispiace mica tanto”.

In attesa dei gesti radicali e del compleanno numero settanta, il dodici di luglio, l’attore che piaceva a Patroni Griffi e dava del tu a Jango Edwards e Lauren Bacall, continua a recitare sul filo dell’autoironia. In lontananza il Tevere, sul tavolo fragole e sfogliatelle, alle pareti le locandine di una vita, nell’aria il timbro delle ascendenze. L’accento romano. Quello napoletano. Le origini controverse che qualche settimana fa gli impedirono di essere profeta in patria: “Avevo solo detto che mi sentivo romano, scendo a Napoli e in neanche 24 ore da re mi trasformo in reietto: ‘Frocio, ricchione, omm ‘e mmerd, vafangulo, tornatene a Roma’”.

A Roma è tornato.

E sto bene così. Se nel mio percorso non ci fosse stata Roma sarei rimasto a Napoli a grattarmi le palle senza costrutto per anni. I napoletani sono deboli e incapaci di ribellarsi.

A lei capitò di ribellarsi presto?

Ho sempre superato le difficoltà, ma non nego di averne affrontate molte, fin dalla prima prova in pubblico, quella della scuola. Mio padre, pretore onorario a Pozzuoli, mi aveva spedito in una istituzione poverissima in provincia di Napoli. “Così si stacca dal benessere della famiglia e impara cos’è la vita vera”.

A casa sua c’era benessere? 

Ma quando mai? Rispetto alla miseria del popolo, è ovvio, ero un privilegiato. E così mi sono sempre considerato. Mi lavavo collo, faccia e orecchie tutti i giorni.

La sua famiglia ha ascendenze nobiliari.

Marchesi. Scavammo nella genealogia per gioco e lo stemma con le palle effettivamente c’era. Ma trattavamo la cosa alla stregua di uno scherzo di famiglia. Usavamo il titolo nobiliare per sfotterci. Fuori, nel mondo reale, della cosa era meglio non parlare. Avete letto La pelle di Malaparte? Ecco, dovete pensare a quella Napoli lì. All’indigenza totale. Tenemmo il segreto ben nascosto finché un giorno, la professoressa di lettere decise di rivelare la notizia alla classe in quinta ginnasio: “Abbiamo il marchesino”. Era la presidentessa delle donne comuniste d’Italia. Per reazione smisi di studiare anche se a casa mia cultura e sapere erano ritenuti l’essenza, la base, il fondamento.

Ai suoi dispiacque?

Studiai per conto mio. Le lingue. Il teatro. I classici. Ho fatto bene e me ne rendo conto solo adesso. Per capire la morte, un fatto abbastanza singolare, devi aver studiato. I miei erano molto pratici. Gente con un gran rigore educativo e un profondo rispetto degli altrui sentimenti degli altri. Mai un bacio però. Mai uno sdilinquimento. Le ciance sono per il popolino.

Ha sofferto?

Mai sentita la mancanza di una carezza di mio padre o di mia madre e mai cercato un affetto che compensasse la mancanza familiare. Per me il contatto fisico è solo carnale. Nel mio modo di concepire un amplesso c’è tutto. C’è il mondo in tre ore. Se mi tocchi fuori dal letto però mi dai fastidio.

I suoi tanti amanti hanno accettato il patto?

Li caccio o faccio in modo che se ne vadano. Fuori, per carità. L’amante mio finisce alle sei del mattino. Se dico che il mio unico amante è il pubblico sembra un paradosso alla Wanda Osiris, ma la verità è che gli unici affetti seri, più lunghi di una notte, li ho avuti con le donne. Posso convivere con una donna forse, con un uomo mai. Con il maschio può esserci soltanto un’amicizia da collegio.

Allora perché non ha mai vissuto con una donna?

Perché sono possessive. L’uomo capisce quando deve sloggiare, la donna no. L’attitudine mi ha purtroppo impedito di avere qualsiasi rapporto che andasse al di là di una scopata. Mi hanno definito gay, frocio, ricchione, ma non hanno capito niente.

Perché?

Perché io voglio essere tutto e la mattina dopo poter saltare dal tuo letto in fuga negando persino di averti conosciuto. Come diceva Peppino Patroni Griffi: “Negare sempre”. Sapete cosa mi dà più fastidio?

Cosa Mastelloni?

L’ostentazione. L’outing. Il privato sbattuto in pubblico. La ridicola partita dei matrimoni gay. Avete scelto la trasgressione e poi volete fare peggio dei coniugi di Abbiategrasso. Ma che cazzo state a dì?

Arbasino sostiene che si tratti di questioni da notai?

Pecca per eccesso. È roba per avvocaticchi, anzi per non laureati. Se non l’avete capito sono snob. Anzi, da adulto sono diventato snobbissimo.

La parola gay le piace?

Meglio dire frocio. Il gay dovrebbe essere felice per definizione. Non sempre ha buoni motivi per essere allegro.

Sessualmente l’Italia è più o meno libera di un tempo? 

Scopano tutti allo stesso modo. In batteria. E poi domina la pruderie. C’è gente che fa i pompini al marito e poi corre a lavarsi la bocca per poterlo nuovamente baciare. Avete capito a che punto siamo arrivati?

A che punto siamo arrivati?

Al provare schifo per lo scambio più intenso. Ad aver paura del piacere. A non saperlo più riconoscere. Siamo passati dagli anni ’70, dall’idea che qualsiasi incontro, anche il più innocente, dovesse concludersi con una scopata al terrore degli umori. Poi certo, gli anni ’70 sono stati anche il palco ideale per la commedia degli equivoci. Tutti a osannare la coppia libera e il libertinismo da un lato e tutti sfranti dalla gelosia dall’altro. Il problema è che superi una certa soglia, tornare indietro è complicato. Vi ricordate il caso Casati Stampa? 

Il 30 agosto del 1970, a Roma, Camillo Casati Stampa uccise la moglie Anna Fallarino e il giovane amante Massimo Minorenti.

Il marchese, convinto voyeurista, aveva iniziato la moglie ai rapporti extraconiugali. Ma quando intuì che sua moglie si stava innamorando e che il ragazzo aveva intenzione di sistemarsi, perse la testa e decise per la strage. Quella sera nella casa di Via Puccini, avrebbe dovuto presenziare anche una terza persona. Si salvò perché all’ultimo istante decise di non andare all’appuntamento.

Lei come lo sa?

Me lo sono scopato. Mi raccontò ogni cosa.

È vero che lei è di destra?

Bisogna intendersi su destra e sinistra. Da ragazzo militai in un collettivo comunista in cui mettersi la seta che ho al collo era considerato un peccato borghese. Impiegai un po’ di tempo a capire che la sciarpa, la settimana bianca o la villeggiatura al mare coincidevano con il loro desiderio più recondito. Criticavano ciò a cui aspiravano. Un’ipocrisia insopportabile.

Esistono anche i comunisti ricchi.

Di comunisti con il denaro conosco solo il padrino di Luxuria, Bertinotti.

Le piace Bertinotti?

Ma peccarità, mi fa ribrezzo, poi lo conosco sì, siamo anche amici, però poi ditemi: che cazzo c’entra il comunismo con quello? Poi capisco, vuoi piegarti alla presenza glamour? Al comunismo da salotto? Alla dama di corte come ospite d’onore? Allora scegli meglio di Valeria Marini.

Non ama Valeria Marini?

Preferisco un’attrice con i controcazzi. Preferisco una grande attrice come Sharon Stone. Forse esagero, una grande attrice non è, ma un’attrice con i controcazzi è sicuramente. Di grandi ce ne sono poche. In Italia, persino più grande di Anna Magnani, c’è stata soprattutto La Loren. Nella sua grandezza unica, Anna era monodimensionale. La Loren no. È stata un mito. Mi ha fatto capire qualcosa. La vedi nei film di Blasetti o in certe avventure americane con Sidney Lumet di fine anni ’50 e vedi la modernità, il lato comico, l’attrice che sfiora tanti diversi registri.

È capitato anche a lei.

In realtà non volevo neanche fare l’attore. Il mestiere me lo imposero i critici. Da De Monticelli, a Massimo Dursi. Giancarlo Cobelli venne piangendo: “Mi hai aperto una nuova prospettiva”. La morte di Seneca a Bologna, i testi di Genet e Arrabal. Feci una carriera fulminante e dopo l’Aminta del Tasso, mi ritrovai assoldato dal Teatro Stabile de L’Aquila. Primo attore. Contratto esorbitante. Antonello Falqui mi avrebbe voluto a Milleluci con Mina e Raffaella Carrà. Mi sarebbe piaciuto. Chiesi il permesso e me lo negarono. 

Ancora Mina. Ancora Antonello Falqui con cui  entrambi lavoraste.

Non avevo idea che Mina mi seguisse. Ogni tanto vede in tv un vecchio spezzone e mi telefona: “Ma quella roba lì è del Falqui?”. Con Mina comunque era destino. Pensate che non aveva il mio numero di telefono, si trova per strada, sente parlare in napoletano e chiede a bruciapelo a una ragazza : “Ce l’hai mica il numero del Mastelloni?”. E quella, come per miracolo, ce l’aveva.

Lei crede nel destino?

Sono cattolico apostolico romano e credo in Gesù Cristo, soprattutto.

Dovesse fotografarsi da solo come si descriverebbe? 

Sono sempre stato un provocatore. Uno che rompeva gli schemi. Uno che doveva conquistare. Io devo piacere pure al cane, se ne trovo uno che si rifiuta di farmi le feste, lo seduco. Alla fine sono un attore nel vero senso della parola. Sono un ipocrita. Forse resto un piccolo borghese.

Ha sedotto molto. È stato mai sedotto?

Fin da ragazzino. Avevo nove anni e camminavo per Forio d’Ischia con secchiello e paletta per raggiungere mammà in spiaggia. Mi si avvicinò una macchina bianca scoperta. Dentro c’era l’attore Rossano Brazzi: “Ragazzino, dove vai? Ti do un passaggio?” Io, cinefilo fin da allora, lo riconobbi e saltai a bordo. La corsa durò cento metri.

Mastelloni, scusi, da cosa evince il tentativo di seduzione?

E cosa voleva fare secondo voi? Dare un passaggio al bambino di nove anni? Ma andate affanculo voi e Rossano Brazzi.

Ancora qualche minuto. Ha detto di essere cinefilo e ha lavorato con Dario Argento, Pasquale Festa Campanile, Fernando Di Leo e Pasquale Squitieri. 

Adoro il cinema, ma ho una diffidenza totale nel recitare per quel mezzo. L’unico che mi ha fatto godere in quell’arte è stato Squitieri. Mi ha saputo guidare. Pasquale è un regista grande e vergognosamente sottovalutato.

Squitieri è di destra. Come lei. 

Pasquale è comunistissimo. Poi si sa, le categorie si confondono e i due poli si toccano. Alla politica mi è capitato di pensare. Forse è l’unico rimpianto della mia vita. Se potessi tornare indietro non farei l’attore, ma il politico. Sarei una merda. Un disgraziato. L’Al Capone di Montecitorio. 

Nella politica italiana apprezza qualcuno?

Per 20 anni ho confidato molto in Berlusconi.

Ci credeva?

Ci credo ancora. Anche adesso che si trucca alla Mao Tse-tung. Di Berlusconi si parlava già all’inizio dei ’70 al cabaret Derby di Milano. Avevano tutti in bocca il suo nome: “Stasera arriva il Berlusca, avete capito? Il Berlusca!”. Tutti a ungerlo. Tutti a blandirlo. In quelle sere io non mi presentavo. Sapete quante volte mi hanno detto: “C’è il sindaco in platea e dopo lo spettacolo dobbiamo andare a cena con lui”?.

Non lo sappiamo.

E sapete quante volte gli ho risposto: “Neanche per il cazzo, è il sindaco a dover venire da me”?. Un’infinità. Io non vado a lisciare nessuno. Sull’argomento sono di una presunzione totale.

Eravamo a Berlusconi.

Vado a fare un programma per Telemilano 58 e registro sei puntate. A fine corvée arriva un signore distinto e mi dice: “Ci scusi Mastelloni, ma adesso non possiamo pagarla. Le manderemo in onda quando potremo saldare il debito”. Non sapevo neanche fosse Berlusconi. Gli permetto di trasmetterle comunque e vado oltre. Passa qualche anno. Mi passano una telefonata: “C’è Berlusconi”. Dico: “Presidente, mi dica”. E lui: “Mastelloni, devo chiederle il secondo favore della mia vita dopo quello di Telemilano”. “Ma era lei quella volta?”. “Ero io”. “Ascolti, so che lei ha rifiutato l’ingaggio in un nostro show, perché?”. “Presidente, devo fare Pirandello a Trieste e inizio tra due settimane”. “Senta, sono trenta puntate, sono certo che lei se la sbriga in cinque giorni. Le raddoppio il compenso”. Mi lascio convincere. Mi pagò 500 milioni di lire. Ha sempre pagato tutti. Sapete che vi dico?

Che ci dice?

Che quel che gli hanno fatto è indegnissimo. Se fossimo andati a rompere i coglioni a Giovanni Gronchi, a vivisezionare la sua vita come fosse Liz Taylor e a tampinarlo sotto le lenzuola, sarebbero uscite le stesse cose. Ero amico di tutti i paparazzi di Roma. Non c’è politico che non abbia avuto il suo Bunga bunga.

Assoluzione totale dunque per le minorenni, le cene eleganti e tutta la vasta narrazione sulle notti di Arcore?

L’unica cosa indecente è la persecuzione a cui l’hanno sottoposto. Se davvero a casa sua aveva tavolate di ragazze consenzienti, pagate, strapagate e impegnate nell’arte del pompino, sono solamente fatti suoi.

Alla persecuzione gridò anche lei quando dopo la bestemmia pronunciata durante Blitz di Gianni Minà e Giovanni Minoli nel 1984 venne allontanato dalla Rai. 

L’ostracismo dura ancora oggi. Ogni volta che mi propongo per una trasmissione, mi guardano male: “Mastelloni? In prima serata? In diretta?”. Mi sono interrogato sui motivi. Ho pensato: “Non vogliono perché ti credono frocio”. Poi ho riflettuto meglio “Non può essere, oggi in tv sono tutti froci. Anche quelli che figliano e posano con le loro mogliettine per il settimanale patinato”.

Ha fama di piantagrane.

Ma quando mai? Quando mai ho piantato una grana in vita mia?

La bestemmia fu una grana oggettiva.

Fu una questione politica. Ero in collegamento con Stella Pende, una donna straordinaria, dal Lido di Camaiore. La sala era stracolma Sergio Bernardini, il patron della Bussola era entusiasta: “Non l’avevamo riempito così neanche con Arbore e Ornella Vanoni”. Giovanni Minoli mi aveva avvertito: “Mi raccomando, non parlare come un attore di prosa”. Lo avevo accontentato. Stava andando tutto bene. I ragazzi del pubblico facevano domande provocatorie. A un tratto una ragazza chiese: “Mastelloni ma lei sotto le lenzuola ci è o ci fa?”. Risposi di getto: “Sotto le lenzuola ognuno fa quel che più gli pare e piace” e mi scappò una bestemmia. Lì per lì non se ne accorse nessuno. Andammo a cena. Un cronista de Il Messaggero ci trovò al ristorante: “Ma è vero che le è scappato un porco di troppo? Sono arrivate molte telefonate di protesta in redazione” “Non credo proprio, non è mio costume”.

Invece era accaduto.

Minoli faceva una grandissima televisione, ma non so perché si convinse che l’avevo fatto apposta: “Mi hai danneggiato, mi hai sottratto la poltrona dal culo”. Provai a spiegargli che era l’unico amico che avevo in tv, ma non ci fu nulla da fare. Con Stella, prima che le sue amiche, le Cederna dei poveri alla Lina Sotis la convincessero a chiudere i rapporti perché ero un poco di buono, continuammo a sentirci per un breve periodo. Ci siamo rivisti l’anno scorso. L’affetto è rimasto.

Come l’anatema della Rai.

Le mamme bigotte del Veneto si scatenarono. Ne incontrai una truccatissima e vestita come una zoccola al Costanzo Show. Provò a rimproverarmi e la investii: “Ma non si mette vergogna truccata così solo per apparire in tv? Si è conciata come una troia”. Il marito provò a intervenire: “E tu zitto, cornuto” lo tacitai.

Mastelloni, lei si è recentemente lamentato della sua pensione. 

625 euro al mese dopo mezzo secolo di lavoro. Uno scandalo. Lo stato pensa ai pannoloni della moglie dell’ergastolano, si dimentica degli artisti e aumenta lo stipendio dei parlamentari. Ma perché, è normale che uno va a Montecitorio un giorno e noi lo manteniamo per tutta la vita? Per fortuna ci sono le amiche come Orietta Berti, Gigliola Cinquetti e Barbara Mastroianni ad aiutarmi, altrimenti non so come farei. Non tutti gli amici mi sono stati vicino. Alcuni come Mara Venier, la peggiore di tutti o Catherine Spaak sono proprio spariti.

Chi è rimasto?

È rimasto Mastelloni. Uno che faceva delirare il pubblico. Per entrare a vedermi, quando c’era il tutto esaurito, la gente rompeva letteralmente le porte dei teatri. E poi è rimasta l’arte.

Quanto vale l’arte?

L’arte è tutto. L’arte non tradisce.

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L’immigrazione e le sue retoriche: intervista ad Alessandro Dal Lago https://minimaetmoralia.it/interviste/limmigrazione-e-le-sue-retoriche-intervista-ad-alessandro-dal-lago/ https://minimaetmoralia.it/interviste/limmigrazione-e-le-sue-retoriche-intervista-ad-alessandro-dal-lago/#comments Fri, 03 Jul 2009 19:15:54 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=7 La redazione di minimum fax intervista Alessandro Dal Lago, per anni professore e rettore all’Università di Genova ed esperto sociologo impegnato nella ricerca sulle migrazioni internazionali e sul conflitto nella metropoli. Poiché ieri è stato approvato in via definitiva dal Senato il pacchetto sicurezza, che introduce nel nostro paese il reato di clandestinità (oltre a […]

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La redazione di minimum fax intervista Alessandro Dal Lago, per anni professore e rettore all’Università di Genova ed esperto sociologo impegnato nella ricerca sulle migrazioni internazionali e sul conflitto nella metropoli. Poiché ieri è stato approvato in via definitiva dal Senato il pacchetto sicurezza, che introduce nel nostro paese il reato di clandestinità (oltre a istituzionalizzare le discusse ronde), ci sembra appropriato, e necessario, riportare qui, ora, il pensiero di un uomo che a queste tematiche ha dedicato un’intera vita di studi.

Alessandro Dal Lago, in questi giorni la questione immigrazione è tornata ad essere la prima notizia del giorno, e lei sembra essere su questo tema uno degli intellettuali di riferimento in Italia. Ma da subito qui faccio mia una contraddizione che lei metteva in luce in un’intervista tempo fa, quando confessava in modo paradossale ma non troppo, di non essere interessato per nulla all’immigrazione. Quello che lasciava intendere è che il discorso sui migranti viene sempre formulato secondo una retorica fuorviante e pericolosa. Per esempio, a destra parlando di sicurezza, a sinistra parlando di società multietnica o multicultura. Che cosa occultano queste retoriche?

Vorrei chiarire: non mi interessa l’immigrazione così come è definita dal discorso dominante (uso il termine “discorso” nell’accezione foucaultiana di complesso testuale per lo più implicito, o dalle regole implicite, che regola a priori l’interpretazione di determinati fenomeni). A questo complesso – che a un certo punto fa sistema – appartengono luoghi comuni come l’immediato accostamento di migrazioni e questioni di sicurezza, ma anche, appunto, la retorica gommosa del multiculturalismo. Ammesso che i paesi di destinazione dei migranti abbiano una cultura (Ma quale? Nazionale, europea, occidentale, cristiana, laica, ecc. ecc.), si assume non tanto che i migranti siano esseri che agiscono in base a riferimenti culturali (il che è ovvio), ma che rappresentino la loro cultura, e quindi siano una specie di cultura in movimento. Dappertutto spuntano manifestazioni alle “culture migranti”, ma sono gli esseri umani che migrano, non le culture. Potrà sembrare una questione di lana caprina, ma la differenza è fondamentale. Un soggetto, per quanto dotato di un suo rapporto con qualche cultura, si sposta e quindi, in misura diversa, cambia. Magari resta islamico per certi aspetti, se lo è, ma può avere convinzioni democratiche o no, laiche o no ecc. ecc. A parte il fatto che inevitabilmente finirà per condividere alcuni aspetti della “cultura”in cui finisce (lavoro, consumi e così via, come è manifesto per i giovani), quello che conta è che un essere per definizione mobile come un migrante viene inchiodato alla bizzarra definizione di microcosmo culturale, di un cultural dope. E non parliamo di sciocchezze come una cultura “specifica” dei migranti, come se l’essere un migrante fosse un fatto culturale più o meno immutabile. In Italia ci sono migranti di più di cento nazionalità, con diversi rapporti con i paesi d’origine, le famiglie, le religioni e così via. E con la società in cui vivono. Un caleidoscopio di soggetti mutevoli, non di pezzi di cultura.

Che cosa nascondono queste retoriche? La risposta è lunga e spazia dalla pigrizia intellettuale, dall’orecchiamento di slogan importati dall’estero, fino a qualcosa di più sinistro: direi che è molto più facile considerare gli stranieri come collettivi culturali che non come soggetti portatori di diritti. Ed ecco spuntare le “consulte”, gli imam che parlano a nome degli “islamici”, la divisione degli stranieri in “etnie” e tutto il ciarpame pseudo-sociologico e pseudo-antropologico che copre un fatto essenziale: laddove si parla di culture, si tace di cittadinanza.

Quanto alla retorica della sicurezza, si tratta di una specie di accecamento collettivo a cui , da una quindicina d’anni, hanno contribuito non solo la Lega nord e la destra, ma, significativamente, il centro-sinistra (che ha governato, non dimentichiamolo, per quasi tutti gli anni Novanta, con quotidiani e sociologi di stato al seguito ecc.). Naturalmente, anche il fatto di considerare gli stranieri come delinquenti potenziali ha i suoi vantaggi: il primo è disporre di una quota di forza-lavoro semischiavizzata e a cui non si riconoscono i diritti elementari. Qualcosa che in un paese come il nostro ha una funzione economica evidente. Non voglio ridurre tutto allo sfruttamento, ma il nesso tra criminalizzazione e neo-schiavismo mi pare evidente.

Una delle contraddizioni che lei spesso fa notare è l’accostamento quasi brutale tra le notizie di guerre che producono migliaia e migliaia di profughi e gli sbarchi dei clandestini sulle nostre coste: quando e come avviene questo slittamento semantico, da profughi a clandestini? Non si tratta delle stesse persone?

Beh, è un esempio del “discorso” a cui facevo riferimento prima. Direi che si tratta di un’evoluzione, per vie che si possono ricostruire, del colonialismo. Il punto di partenza è che loro non sono come noi: non è un punto di arrivo, è qualcosa di trascendentale, un implicito fondante, come quando Bergson, nel saggio sul Riso, diceva che – cito a memoria – un “negro” fa “naturalmente ridere”. Oppure quando un notissimo accademico democratico (non ne faccio il nome per carità), di fronte a una platea di studenti di tutto il mondo, rivendica la superiorità della Bildung europea su qualsiasi altra. Lo stesso avviene per lo slittamento da profughi in clandestini. Qui l’abietto utilitarismo politico (“Non vogliamo seccature”) diventa genocidio: se uno scappa dalla guerra e dalla fame per venire qui non è più un essere umano, ma un caso di “illegalità”, e quindi qualcosa da rimuovere a priori. Anche i sassi sanno che la sorte dei respinti sarà atroce: l’internamento a tempo indeterminato nei lager libici o la morte, per non parlare di vessazioni di ogni tipo. I politici lo sanno. L’uomo della strada non è in grado nemmeno di immaginarlo, non vede letteralmente il problema. Per quanto i sondaggi debbano essere presi con le molle, che il 65% di un campione di nostri concittadini approvi il sequestro in mare degli stranieri e i “respingimenti” è qualcosa che fa disperare del nostro futuro. Ma devo dire che lo stesso atteggiamento si può riscontrare anche tra gli intellettuali che si considerano critici per natura. Forse, la questione dell’immigrazione scatena riflessi profondi di tipo difensivo. Dopo trent’anni di bavardage sull’alterità, ecco che gli altri in carne e ossa mandano in frantumi retoriche filosofiche e così via. L’immigrazione è qualcosa di inquietante per costoro. Non mi dimenticherò mai quello che mi ha chiesto una volta un amico filosofo a cui dicevo che l’immigrazione è una realtà con cui convivere: “Allora tu sei per lo sradicamento?”. Non c’è Foucault o Derrida che tenga. Alla fine scatta l’idea che noi siamo un popolo o una nazione che deve essere radicata in un territorio: è quello che Abdelmalek Sayad chiamava il “pensiero di stato”.

C’è stato in quest’ultima puntata della politica del governo sui respingimenti, un innalzamento di livello. Personaggi quali Berlusconi o Maroni hanno rivendicato il pugno duro, andando allo scontro frontale anche con l’Onu, la Chiesa, il presidente dello Stato. L’affermazione di questa nuova destra non è siamo razzisti ma lo nascondiamo, ma è vero, siamo razzisti, basta ipocrisie. E quindi viene ripetuto da più parti che Zapatero agisce allo stesso modo se non peggio. Mi sembra che questo upgrading del razzismo abbia due aspetti, da una parte il tentativo della destra di autolegittimarsi come gestore dell’esistente al di là di un’espressione ideologica; dall’altro il livello di minorità politica a cui i cittadini italiani si sono autoconfinati: ad accettare un razzismo rivendicato, in nome dell’assenza di ipocrisie.

Se devo dire francamente quello che penso, preferisco la brutalità all’ipocrisia. Mi spiego: quando Berlusconi dice che il suo governo è umano perché non mette gli stranieri nei Cpt o Cie, che sono dei lager, rivela una verità profonda. Che i Cpt li ha inventati la cultura progressista, anche se in seguito a spinte di destra. Al di là della strumentalizzazione ideologica dell’ineffabile Cavaliere, a me questo sembra il punto, e cioè una strategia condivisa che si avvale di tattiche diverse. È il nostro sistema politico (oggi con l’evidente assenso della società) che butta a mare i migranti, dopo che gli internamenti temporanei non funzionavano o erano troppo costosi. Il che ci porta al cuore del problema. Si sta difendendo una patria immaginaria. Forse, la storia sgangherata di questo infelice paese spiega questi sviluppi: che l’identità italiana si stia costruendo a spese degli stranieri? Secondo me sì, e qui io vedo qualcosa che, in mancanza di altri termini, chiamerei letteralmente neo-fascismo. Aggiungo qualcosa sul senso comune razzista. Non mi sorprendono le boutades della Lega nord. Quello che mi agghiaccia è leggere in fior di manuali di sociologia – i cui autori, da giovani, magari erano sessantottini – che non si deve più ignorare l’importanza della “razza” per buonismo ecc. E dove sarebbe mai il buonismo? Chi l’ha visto? E da quando la razza – dico il concetto relativo al colore della pelle – è stata riammessa in società? Una ricostruzione dell’ideologia razzista in Italia dovrebbe prendere in considerazione questi slittamenti, questi cedimenti al senso comune dominante ammantati di langue de bois “pseudo-scientifica”. In Italia ci sono scienziati sociali che non hanno mai letto un libro di Stephen Jay Gould.

Perché a suo parere ogni retorica di contrasto – che sia quella delle associazioni, della chiesa, degli studiosi di globalizzazione – in questi giorni si arena, senza capacità di far valere le sue ragioni dialetticamente a quelle del governo?

Perché, a parte sparuti intellettuali, la mia impressione è che l’opinione pubblica approvi tutto questo. Nessuno si chiede: come mai la berlusconizzazione del paese procede di pari passo con la militarizzazione delle frontiere e, all’interno, l’ossessiva persecuzione delle devianze (ordinanze contro i borsoni, contro la mendicità, rastrellamenti dei clandestini, schedatura di rom e homeless)? Una risposta molto materialista è nel fatto che da noi i salari sono i più bassi in Europa. Insomma, viene la tentazione di dire che l’ossessione per la sicurezza e gli stranieri, tutto sommato, è distrazione di massa. Non minimizzo la questione, ma penso che si dovrebbe tener conto soprattutto di un movimento per la trasformazione di un paese in una neo-nazione sotto la guida del nostro padrone mediatico. Quanto alla Chiesa, non esageriamone il ruolo!. Le proteste dei vescovi mi appaiono molto rituali. Alla fine, la loro vera trincea è la difesa della vita non cosciente (feti, malati in coma ecc.) e su questo il governo di destra ha il loro consenso. Non credo che la Chiesa si opporrà davvero alla destra in nome dei migranti.

Lei ha spesso parlato di non-persone, come Giorgio Agamben parla di condizione di homo sacer. Nel libro di Stefano Liberti, A sud di Lampedusa, si usa spesso la parola identità in transito. E si vede come gli africani abbiano elaborato l’esperienza di questi viaggi come un percorso iniziatico, quasi: accettando una zona di spersonalizzazione come un rito di passaggio. Dall’altra parte però il tentativo di questo governo sembra sia quello di allargare sempre di più sia geograficamente che temporalmente questa zona grigia, rendendo cronica una dimensione di passaggio.

Forse questo valeva prima dei “respingimenti”. Ora siamo all’aleatorietà estrema. Naturalmente i migranti continueranno ad arrivare. Ma non metterei sullo stesso piano le “identità in transito” . – qualunque cosa siano – con questa specie di guerra a bassa intensità, o deportazione preventiva. Analogamente, non sono del tutto convinto dell’utilità della nozione di homo sacer. Qui non si sacrifica nessuno, non c’è parvenza di ritualismi. Non c’è festa sacrificale, alla René Girard. C’è – come chiamarla? – l’obliterazione a priori, l’applicazione di procedure militari ai migranti. In fondo, la nostra marina, che agisce come tutte le altre su scala globale, un giorno blocca i pirati e l’altro intercetta i migranti. Ai primi sarà concesso un processo, ai secondi no…Qui torniamo al problema delle guerre. Sono sempre più convinto che la truce espressione “guerra all’immigrazione clandestina”debba essere presa alla lettera. Sì, è una guerra e come ogni altra ha i suoi “danni collaterali”; per esempio si vuole combattere il traffico e si colpiscono le sue vittime.

Sentivo parlare spesso rappresentanti del Pd in questi giorni di mancanza di mezzi per le forze dell’ordine, in relazione ai respingimenti. Secondo lei, quando è avvenuto questo passaggio nell’immaginario valoriale della sinistra? E perché negli ultimi anni non si è riusciti a sinistra in Italia a elaborare un progetto politico coraggioso su questi temi, lasciando alla dimensione culturale, o sociale il compito di esaurire la questione?

Perché la sinistra non esiste più da tempo, parliamoci chiaro. Quel poco di opposizione morale a Maroni e soci non è venuta da ciò che resta del Pd (parlo dell’opposizione parlamentare), ma da ex democristiani di sinistra. Il consenso ai respingimenti è venuto invece da classici uomini d’apparato come Chiamparino o Fassino, per non parlare dell’ex radicale e neo-cattolico Rutelli. Io la metterei in questi termini: svaniti i “valori” sociali del vecchio Pci, è rimata la crosta di arroganza, di perbenismo, di localismo di leader piccoli piccoli – per lo più abbonati alla sconfitta – che hanno un’idea fissa, o meglio una sola idea in testa.: che la destra si contrasta condividendone i valori, con in più una spruzzata di razionalismo amministrativo. Quello che li eccita dolorosamente è l’idea che Maroni, mentre fa bloccare i barconi, non dà auto nuove alla polizia! Il loro immaginario è un mondo di pattuglie e di volanti. Sono , a parole, contro le ronde, perché hanno un’idea centralistica dell’ordine pubblico – in fondo detestano ogni iniziativa “popolare”, che sia di destra o di sinistra. Ma amano l’ordine a ogni costo, gli studenti che pendono dalle labbra dei professori, le università manageriali e obbedienti, la pulizia delle strade dai rifiuti umani. Sono caricature della pedagogia sovietica, come si vede dal loro eloquio burocratico e dai tristi completi in grisaglia. Il bello è che, perseguendo il loro sogno gogoliano, non si sono accorti che diffondevano un senso comune che la destra sa sfruttare più abilmente. La “legalità” è da sempre la loro ossessione, e ora si trovano il padrone d’Italia che la applica ai poveri e ai marginali mentre inventa ogni giorno leggi a suo favore.

Apparentemente, la sinistra radicale è più libertaria, ma non ci giurerei troppo, a giudicare almeno dai travasi di voti dai partitini verso l’ex poliziotto ed ex magistrato Di Pietro.

Penso che su questo terreno ci sia tutto da ricostruire, magari ripartendo da una sinistra capace di lavorare sugli interessi reali, non su quelli immaginari, una sinistra che la smetta di far politica solo alle elezioni, e soprattutto che getti a mare la sua propensione a predicare bene e a razzolare male. Ci siamo dimenticati che Diliberto, quando era ministro della Giustizia, ha inventato i Gom, i reparti speciali della polizia penitenziaria incaricati di mettere ordine nelle prigioni? O che Bertinotti, una volta eletto Presidente della Camera, è stato il politico più salottiero e istituzionale del mondo? O che i governatori delle regioni di centro-sinistra firmavano appelli per la chiusura dei Cpt prima delle elezioni del 2006, per poi lasciar cadere la questione?

Credo che sia molto meglio ammettere che la sinistra è morta in Italia, tra opportunismi, narcisismi e ed equivoci, e che quindi dobbiamo, noi, reinventarla, invece di tenerne in vita i pallidi fantasmi. Senza dimenticarci che la partita non si gioca entro i nostri confini, ma nel mondo. Noi viviamo in uno dei paesi politicamente più disastrati d’Europa. Beh, cerchiamo di dare un’occhiata a quello che c’è fuori.

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