Bettino Craxi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bettino-craxi/ un blog di approfondimento culturale Fri, 13 Apr 2018 10:58:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Bettino Craxi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bettino-craxi/ 32 32 A tavola con l’Hyperion https://minimaetmoralia.it/societa/a-tavola-con-lhyperion/ https://minimaetmoralia.it/societa/a-tavola-con-lhyperion/#comments Tue, 20 Mar 2018 07:00:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36638 Hyperion è il nome di una scuola di lingue aperta a Parigi negli anni ’70, che per alcuni fu il vero e segreto cervello delle Brigate Rosse. Questo è il racconto di un incontro con Corrado Simioni, fondatore di Hyperion. Simioni è scomparso nell’ottobre 2009. L’articolo è stato pubblicato nel novembre 2009 su L’Europeo.

L'arrivo.

Avvio il motore della macchina alle otto del mattino del 30 dicembre 2007, vigilia di capodanno. Raggiungerò il luogo in cui Corrado Simioni vive, una frazione collinare nel dipartimento della Drôme, Francia sud orientale, soltanto intorno alle sei di sera. Di Corrado Simioni si dice che sia stato, nei primi anni '60, un militante della corrente autonomista del PSI. Dal quale poi venne espulso. Si dice che a Milano lavorò per L'Usis, un istituto culturale con compiti di diffusione della cultura americana nel mondo, ma all'occorrenza utilizzato in funzione anticomunista. Si dice che a Monaco di Baviera, alla metà degli anni '60, lavorò per Radio Free Europe, emittente radiofonica foraggiata dalla Cia. Si dice che fu tra i relatori del convegno di Pecorile con il quale, nell'agosto 1970, si sciolse il Collettivo Politico Metropolitano e nacque il primo nucleo delle Brigate Rosse.

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Hyperion è il nome di una scuola di lingue aperta a Parigi negli anni ’70, che per alcuni fu il vero e segreto cervello delle Brigate Rosse. Questo è il racconto di un incontro con Corrado Simioni, fondatore di Hyperion. Simioni è scomparso nell’ottobre 2009. L’articolo è stato pubblicato nel novembre 2009 su L’Europeo.

L’arrivo.

Avvio il motore della macchina alle otto del mattino del 30 dicembre 2007, vigilia di capodanno. Raggiungerò il luogo in cui Corrado Simioni vive, una frazione collinare nel dipartimento della Drôme, Francia sud orientale, soltanto intorno alle sei di sera. Di Corrado Simioni si dice che sia stato, nei primi anni ’60, un militante della corrente autonomista del PSI. Dal quale poi venne espulso. Si dice che a Milano lavorò per L’Usis, un istituto culturale con compiti di diffusione della cultura americana nel mondo, ma all’occorrenza utilizzato in funzione anticomunista. Si dice che a Monaco di Baviera, alla metà degli anni ’60, lavorò per Radio Free Europe, emittente radiofonica foraggiata dalla Cia. Si dice che fu tra i relatori del convegno di Pecorile con il quale, nell’agosto 1970, si sciolse il Collettivo Politico Metropolitano e nacque il primo nucleo delle Brigate Rosse.

Si dice che dopo Pecorile Simioni si sarebbe posto alla testa di una compagine segreta, il Superclan, il cui obbiettivo era egemonizzare le principali sigle della sinistra extraparlamentare, e i cui componenti sarebbero rimasti uniti, nel tempo, da vincoli amicali indistruttibili. Il Superclan avrebbe poi tentato d’infiltrare le Brigate Rosse, di indirizzarle, fin dal tempo dei sequestri lampo e degli incendi delle auto dei dirigenti di fabbrica, verso forme di lotta estreme e contro obbiettivi Nato. Così racconta l’ex Br Alberto Franceschini. Poi, alla metà degli anni ’70, Simioni e il Superclan si trasferiscono a Parigi. Fondano prima l’associazione culturale Agorà, poi la scuola di lingue Hyperion. Hyperion che aprì e chiuse una sede di rappresentanza a Milano, in via Albani, e due a Roma, in viale Angelico e in via Nicotera, poco prima e immediatamente dopo il sequestro Moro e in palazzine gestite da società di copertura dei servizi segreti.

Secondo quanto affermato, tra gli altri, da Alberto Franceschini e da Sergio Flamigni, membro della commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro Moro, e da Giovanni Pellegrino, Presidente della commissione d’inchiesta sulle stragi, Hyperion potrebbe essere stato uno dei cervelli politici delle Brigate Rosse. I suoi uffici, si dice, furono attraversati da uomini dell’Olp, dell’Ira, della Raf, ma anche da agenti di Cia e Kgb. Furono, cioè, il piano attico in cui si sbrigarono alcune pratiche concernenti la guerra fredda. Nel film ‘Piazza delle cinque lune’, malgrado l’accento francese, il personaggio interpretato da Murray Abraham, che a Parigi incontra il magistrato interpretato da Donald Sutherland, corrisponde all’ambiente di Hyperion. “Quindi devo presumere che Hyperion, in qualche modo, abbia deciso il rapimento di Aldo Moro”, riflette il magistrato. “E’ Yalta che ha deciso il rapimento”, precisa l’altro. Anche Bettino Craxi, a suo tempo, in una certa intervista, evocò Parigi e il nome di Corrado Simioni: “Bisognerebbe andare indietro con la memoria, pensare a quei personaggi che avevano cominciato a fare politica con noi,  poi sono scomparsi, magari sono a Parigi a lavorare per il partito armato”. Il giorno seguente l’intervista viene smentita. E a chi si riferiva, allora, Bettino Craxi?

Simioni vive tuttora in Francia, nella Drôme, dov’è cresciuto il campione di rugby Sebsatian Chabal e dove da anni Simioni gestisce un piccolo agriturismo. Nei dintorni siti di età romana e preromana, e villaggi che furono teatro di scontri all’epoca delle guerre fra cattolici e luterani. E’ una terra scarsamente popolata. Fluorescenti distese di lavanda, in primavera, paesaggi spettrali in inverno. Per raggiungere l’agriturismo percorro chilometri fra selve, boschi e colline spoglie e intirizzite dal gelo. Nessuna abitazione, solo scheletrica boscaglia, battuta in questi giorni di fine dicembre dalle rasoiate di un vento gelido. L’agriturismo si trova all’interno di una vecchia fattoria in pietra. So che Simioni non potrà non sospettare dell’arrivo di un italiano che, per qualche implausibile ragione (‘Vivo a Milano, così volevo passare un paio di giorni in un posto tranquillo, lontano dal caos…’), ha pensato di prenotare una camera d’albergo, a cavallo di capodanno, in un luogo così remoto e appartato. Ho quindi assunto questo semplice dato, come una certezza, e facendone il regolo che dovrà aiutarmi a calibrare ogni parola, azione, gesto. So che verrò in qualche modo soppesato. Che andrà in scena, forse, una sorta di partita a scacchi. Infatti ci rifletto a lungo, in macchina, durante il viaggio, persino esaltato dalla possibilità d’incontrare un uomo di cui ho letto pagine e pagine in una quantità di libri, che sono i libri che compongono quella sciarada che è la storia recente italiana, e in particolare quella del caso Moro.

Sulla porta vengo accolto da Giulia Archer, la donna con cui Simioni vive da oltre trent’anni. Sorride luminosamente e mi fa strada lungo una scala che conduce al piano inferiore, dove vengo presentato a un uomo anziano, non una bellissima cera, ma dall’aria buffa, curiosamente compiaciuta, che siede su di una sedia a dondolo, circondato da amici. È Corrado Simioni. Seduti intorno a lui una coppia francese e il figlio, un bambino che gioca con una scacchiera elettronica. E poi un uomo molto elegante, originario del Mali, vestito in abiti tradizionali africani. È, come scoprirò in seguito, un ex militante politico, poi riparato a Parigi negli anni ’70 dove, nel corso dell’occupazione di uno stabile, conobbe Simioni e la Archer. Infine una donna di origini italiane e il marito, operaio in pensione. La sala è divisa dalla cucina da un bancone all’americana. C’è un tavolo centrale in legno, sotto il quale gironzola un bulldog, una vecchia vetrina, sedie impagliate, poltroncine, la sedia a dondolo dove ancora siede Simioni, lasciandosi cullare, come al ritmo segreto di una canzoncina di un tempo, e scaffali stipati di cd di classica e libri di cucina.

Alle pareti pupi siciliani e oggetti d’artigianato nepalese e tibetano, due Paesi che Simioni ha più volte visitato, racconta, per ragioni di studio e per il suo lavoro con ‘Emmaus’, associazione che si occupa di solidarietà e inclusione fondata dall’Abbè Pierre nel 1954 e della quale Simioni è stato un funzionario di primo piano. Dice di conoscere il tibetano, il tedesco, l’inglese, il latino, di avere nozioni di sanscrito, aramaico, esperanto. L’accoglienza è calorosa, anche se, dalla variabile geometria degli sguardi, da questi primi scambi di battute, ho la sensazione di venire un po’ squadrato, misurato.

Un grande gatto nero scende dalla scala e dopo aver miagolato, si ferma sull’ultimo gradino. Chiedo se il gatto e il bulldog siano in buoni rapporti e Simioni risponde che fra i due ‘c’è una situazione di guerra fredda’. Tutti ridono, compresa Giulia, che è una donna molto bella, attrezzata di fascino, di un sorriso improvviso e radioso, che a volte scarta in un contegno un po’ aspro. Sembra innamorata e piena di vita, di una gioia dura e rappresa. Dopo l’aperitivo scendiamo in taverna e mangiamo tutti insieme, intorno a un grande tavolo ovale. Mi siedo accanto a Corrado. La conversazione, rapidamente, muove sul suo passato. Mi racconta di essere nato a Venezia, dove di tanto in tanto torna con Giulia, per visitare chiese, musei. Amano l’architettura romanica, mi dice, sorridendo e masticando. Ogni tanto se ne vanno in giro per la Francia, per chiese romaniche. Simioni si trasferì giovanissimo a Milano, dove viveva il compagno della madre. Da bambino vide Meazza giocare allo stadio. Per questo diventò interista. Per il suo compleanno, racconta, ogni anno Massimo Moratti gli spedisce via fax un foglio con stampata la maglia dell’Inter e una dedica firmata. Mi racconta, in sequenza, mentre ancora mangiamo, di avere vissuto e studiato a Monaco di Baviera e alla Bocconi di Milano, di aver lavorato in Mondadori, sotto Elio Vittorini, occupandosi delle opere di Luigi Pirandello, di aver conosciuto Ernest Hemingway e Jean Paul Sartre, di aver personalmente conosciuto e tradotto lo psicoanalista francese Jacques Lacan, di aver militato nel PSI, a fianco di Bettino Craxi. Dice di essere stato in rapporti con il Presidente Mitterand e il Dalai Lama. Giulia l’ha conosciuta ‘sulle barricate’. Dice di aver fatto parte di una ‘generazione sconfitta’. Parla dei suoi due figli, avuti da una precedente relazione. Di essere stato troppo preso dalla sua vita. Racconta di aver lavorato a lungo come vicepresidente di Emmaus e di aver gestito un centro culturale a Parigi, negli anni ’70, dopo aver trascorso un periodo in Inghilterra, con Giulia, fra il ’70 e il ’75.

Quando accenna al centro culturale, senza che quella parola, Hyperion, venga nominata, mi guarda dritto negli occhi, come a cercare una vibrazione, una variazione di calore. Fra gli anni ’80 e ’90 si trasferirono nella casa in cui ci troviamo, insieme ad altri dai quali poi si divise. Giulia, seduta dall’altra parte della tavola, mi chiede se m’interessi di filosofia, se sia stata la filosofia a spingermi fino al loro agriturismo.

La cena è squisita e la tavola è allegra. Si parla italiano, francese, spagnolo, inglese. Mangiato il dolce, torniamo di sopra. Uno degli ospiti, in caffetano bianco, suona la suite N.1 per violino di J.S.Bach. Lo ascoltiamo, seduti in cerchio, sorseggiando un bicchiere di vino rosso, godendo delle geometrie con cui la musica si propaga nello spazio, sopra i nostri corpi sopraffatti dal cibo. Il gatto e il bulldog stanno accovacciati in disparte. Simioni m’invita a scegliere un liquore da un armadio che si trova nella stanza accanto. Qui, appeso a una parete, mi indica un piatto in ceramica dipinto da Pablo Picasso. Scelgo una grappa al mirtillo e lo seguo nel suo studio, una grande stanza rettangolare, dal parquet scricchiolante, sui quattro lati tappezzata di libri. Scaffali di filosofia, di mistica, di letteratura, di poesia. Mi perdo un po’ fra i libri, poi Simioni dice che sono un tipo molto curioso. Interpreto la battuta come una dissimulata esortazione a non indugiare troppo fra le sue cose, e a seguirlo fuori dallo studio, di nuovo verso la cucina. Ma prima mi mostra un’ultima cosa: una foto incorniciata che lo ritrae in compagnia dell’Abbè Pierre e di Papa Giovanni Paolo II.

Corrado Simioni è un uomo affabile, allegro. Una risata dopo l’altra. Sempre di ottimo umore. Ogni parola detta innesca una battuta. E’ piccolo di statura, precario, curvo. La deambulazione sofferta. Ai piedi porta un paio di zoccoli olandesi che sembrano affaticarlo. E nel ’97 ha subito un infarto. Eppure la mente è rapidissima, sempre pronta a connettere una parola all’altra, un tema a un altro tema. Sembra non curarsi dei suoi 74 anni. “Per come l’ho conosciuto io Simioni”, disse Franceschini a Marco Taradash, nel corso di un’audizione in Commissione Stragi, “era più che altro un avventuriero…Come personaggio lo attribuivo al film di Pontecorvo Queimada. Lui era esattamente l’ingles, cioè Marlon Brando. Secondo me era proprio quella figura, anche psicologicamente, colui che da un parte intriga con la rivoluzione, gli piace, gli interessa, perché vuole mettere in discussione le cose, che comunque non è uno pacifico ed è una persona intelligente; dall’altra, però, se ci sono cause di forza maggiore, ti abbandona al tuo destino”

Intorno alle 23, Simioni se ne va e ognuno torna nelle proprie stanze.

 31 Dicembre

Il pomeriggio del 31 lo passo nei dintorni, visitando vecchi borghi medievali e una chiesa romanica, consigliatami da Giulia. La chiesa si trova nella valle delle ninfe, un luogo dove si trovano tracce di culture pagane, nelle vicinanze di una sorgente, e descritto da Giulia come un luogo magico. Mi perdo un po’ nei dintorni, fra cespugli secchi di mirto, resti di falò, sentieri che non portano da nessuna parte. Quando torno mi viene presentata una coppia tedesca di Monaco, che vive in Svizzera, amici di lunga data di Simioni. Arrivano da un viaggio in Catalogna. Bevendo bordeaux, spizzicando il prosciutto spagnolo portato dai due tedeschi, qualcuno comincia a parlare di politica. Mi viene chiesto che cosa si dice sui giornali in Italia di Sarkozy. C’è apprezzamento, rispondo. Anche nel centro-sinistra, Sarkozy viene visto come un politico intelligente. Simioni dice di aver votato per i comunisti rivoluzionari al primo turno e per Sarkozy al secondo. Si compiace di questa schizofrenia. Dice di confidare nelle liberalizzazioni e nella sburocratizzazione del Paese, un po’ come già in Italia aveva nutrito le stesse speranze per il primo e il secondo governo Berlusconi. In sostanza, è come se si vantasse di essersi emancipato da certi vecchi schemi, mi sembra.

Visto che siamo in Francia, vengono in mente intellettuali come Bernard Henry Lévy o André Glucksmann, il loro percorso. Ma quando si parla di politica Simioni sembra avvampare e perdere il tratto amabile e conviviale. A un certo punto decide di chiudere la conversazione, bruscamente, e di spostarsi verso i fornelli, per preparare il risotto per la cena. Tiro fuori la macchina fotografica e scatto qualche foto. Simioni, che in quel momento offre le spalle alla scena, sembra osservare tutto con la coda dell’occhio. Poi ceniamo, in grande allegria. Dopo ci si sparpaglia. Io torno sopra, di nuovo con la digitale. Quando scendo di nuovo trovo Claudio, il tedesco e Simioni in taverna, dove stanno animatamente discutendo di politica. Simioni è seduto a capotavola, con il tedesco alla sua sinistra, entrambi appesantiti dal cibo. Faccio per scattare una foto quando Simioni, con un gesto perentorio della mano mi ammonisce: ‘No pictures, please, no pictures!’. ‘Niente foto?’, ‘No, niente foto…come Greta Garbo’. Mi siedo. Simioni va a tutto campo. Dice che se l’Europa tassasse un 10 per cento del proprio prodotto interno lordo ci sarebbe di che sfamare il terzo mondo. Ma devono essere i ceti medi a pagare, aggiunge. Tanto i ricchi sposteranno i capitali all’estero. ‘Bisogna mettersi in testa che il terzo mondo è un problema che soltanto le classi medie possono risolvere. Se continuiamo a discutere su chi debba pagare di più o di meno, il problema rischia di trascinarsi per un tempo indefinito’.

Continuiamo a bere e a discutere. Secondo Simioni, Putin è un grande statista che esercita, attraverso il controllo delle riserve energetiche, il diritto alla ricchezza del suo Paese. E’ il nuovo Pietro il Grande. Obbietto che Putin, in realtà, difende il diritto alla ricchezza delle oligarchie, è un tiranno che intende tornare a giocare con la guerra fredda e il responsabile dell’oppressione del popolo ceceno, nonché, probabilmente, il mandante dell’assassinio di una giornalista. Simioni tira fuori una rabbia che mi disorienta e un po’ mi spaventa. Dice che sono un ingenuo, male informato, che mi bevo tutto quello che dice la tv italiana. Possibile. Tuttavia, obbietto che forse non è così e un po’ troppo sbrigativamente mi sta identificando con quello stereotipo dell’italiano medio di cui ci si prende gioco all’estero, soprattutto in Francia da quando Berlusconi è andato al governo. Simioni non batte ciglio e va dritto per la sua strada, fino a dire che sono malmesso, che il mio cervello non funziona correttamente. Ho la sensazione di trovarmi di fronte a un uomo improvvisamente irascibile, refrattario. Diventa faticoso discutere. Simioni sembra più interessato a squalificare l’interlocutore.

Aggiunge una battuta su Romano Prodi, che non sarebbe il personaggio mite e curiale dipinto nei corsivi della stampa, ma un uomo che gode di una rete di appoggi collaudata nel tempo, uomini fidati come i senatori Cossiga e Andreotti. E qui aggiunge, in francese, ‘Le memes qui l’ont fait tuer Aldo Moro‘: gli stessi che uccisero Aldo Moro. In quell’istante distoglie lo sguardo dal tedesco e lo appunta nella mia direzione, lasciandolo così, sospeso, per qualche secondo. C’è un picco di tensione, una pausa che si dilata per qualche secondo. Poi la conversazione si perde in un rivolo insignificante, e Simioni se ne va, molto infastidito.

Ci ritroviamo di nuovo tutti insieme, poco prima del brindisi di mezzanotte. Dopo aver bevuto, ci abbracciamo e ci scambiamo un bacio di auguri. Poi Giulia, all’improvviso, cerca la voce in fondo alla gola e lascia esplodere, a pugno levato, un ‘Bandiera Rossa’ guerresco. Il tedesco, non senza ironia, grida: ‘W Marx, W Lenin, W Stalin und Enver Hoxha!!!’. Aggiunge, Simioni: ‘Che-che-gue-va-ra!‘. Gli altri rispondono in coro. Poi cantiamo, a pugno levato, pezzi dell’Internazionale e della Marsigliese. E’ come tornare indietro nel tempo al centro di un vecchio corteo, nella strada di una grande città.

Intorno a mezzanotte e un quarto Simioni, come annunciato la sera prima (‘Domani, dopo il brindisi, andrò subito a letto’), si ritira. Mi abbraccia e sornione mi dice: ‘Sai, la vostra generazione vivrà fino a centoventi anni, ballando la technò’. Dopo poco, come se tutti gli equilibri che legano quelle persone fossero annodati a quella di Simioni, anche gli altri si ritirano. Quando Simioni abbandona lo spazio, si crea un vuoto. Anch’io mi ritiro, dopo un paio di grappe.

L’anno nuovo

L’indomani, intorno alle otto del mattino, saluto Giulia per un’ultima volta. Fuori è un pianeta bianco e le colline sono addormentate nel gelo. Tutta la terra è avvolta in una candida foschia. Non un suono nella DrÔme. Solo il sibilo del vento che corre basso fra gli steli. L’erba è indurita dal freddo, la terra una lastra, ma quasi non fa freddo. E’ il cosmo morbido e silente che incapsula gli ultimi anni di Simioni. Accendo il motore, che sento borbottare in un modo che mi rincuora, il tè sprofonda caldo nelle viscere e aspetto che i vetri spannino. Mi allontano qualche decina di metri lungo un sentiero di cristallo. Fra i cespugli radi vedo tre cavalli frisoni chinare il capo, muovere la bocca fra i giunchi e poi abbeverarsi a una vasca. Uno dei tre cavalli si avvicina e si ferma a qualche metro da me. Restiamo l’uno di fronte all’altro, guardandoci in silenzio nella pace del primo gennaio. Avverto un movimento all’estrema periferia delle cose, così sottile e distante da non poter essere decifrato. Che sia come questo occhio equino, mi chiedo, l’occhio con cui la storia segreta ci guarda? Nel 1979 il giudice Carlo Mastelloni aprì un’inchiesta su Hyperion, sulla base delle confessioni del Br Michele Galati, ma non venne a capo di nulla.

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Post scriptum: Questo articolo venne pubblicato sul numero di novembre 2009 dell’Europeo. Ho pensato di riproporlo a Minimaetmoralia in questi giorni del quarantennale del rapimento Moro. Rileggendo, come spesso capita, ho sentito il bisogno di prendere un po’ le distanze da me stesso e quindi aggiungere un post scriptum. Per esempio, oggi eviterei passaggi come questo: «Nessuna abitazione, solo scheletrica boscaglia». Si tratta di una descrizione veritiera del paesaggio della Drôme in inverno, tuttavia so che l’aggettivo «scheletrica» fu preferito a «spoglia» o «desolata» solo perché volevo intimorire il lettore. Volevo sospingerlo nel clima di rarefazione e mistero nel quale io stesso ero preso. All’epoca in cui partii per questo capodanno in Francia mi faceva velo una fascinazione per i cosiddetti enigmi del caso Moro. Quella fascinazione è ancora viva e coccolata dentro di me –del resto non tutti gli enigmi sono stati chiariti- ma allo stesso tempo mi sono convinto negli anni dell’importanza di altri aspetti della vicenda. Sono diventato più freddo rispetto all’immensa suggestione tragica, simbolica e squisitamente letteraria contenuta in quella storia, e sono diventato più sensibile ad altro, che pure era già evidente e in primo piano.

In questi giorni mi è capitato di leggere «Questa è già la mia vita», bella e sincera autobiografia di Marina Premoli, appena uscita per Quodlibet. Prima di arrivare al resoconto dell’entrata in clandestinità nel 1978 –cosa che accade quasi all’improvviso e precipitando-, Marina racconta l’infanzia vissuta tra Roma, Parigi, Londra e Bruxelles. Cresce insieme a una famiglia cosmopolita, agiata e borghese (il padre fu senatore eletto a Venezia del Partito Liberale). L’adolescenza trascorre a Roma con ragazze e ragazzi del suo stesso ambiente; poi, a Milano, arrivano le esperienze professionali e amicali nel mondo dell’editoria («partecipo con i compagni della Rizzoli a varie manifestazioni cittadine»), infine le schizofreniche e faticose frequentazioni divise tra il lavoro politico di fronte ai cancelli dell’Alfa Romeo e i weekend trascorsi nella vecchia villa di un industriale, «tra Santa Margherita e Portofino, circondata da prati e frutteti», in località Scirocchetto. Non lontano da Scirocchetto c’è perfino un capanno restaurato da Gae Aulenti, che fa parte del gruppo di amici. È una parabola perfetta allo scopo di attivare uno dei pregiudizi e misunderstanding culturali più diffusi sulla generazione della lotta armata. In realtà non solo a Marina Premoli non corrisponde il cliché caratteriale della ragazzina di buona famiglia che nel ’77 briga con i compagni e gioca con la rivoluzione, ma più in generale il milieu in cui la lotta armata nasce, soprattutto nel momento in cui appare all’inizio degli anni ’70, fu un altro e fu genuinamente operaio-studentesco e proletario-piccolo borghese. Basta studiarsi la socio-statistica raccolta in merito o ascoltare e riascoltare le parole pronunciate da Valerio Morucci, Prospero Gallinari, Mario Moretti e Raffaele Fiore -quattro dei componenti del commando di via Fani- negli spezzoni di un documentario francese di qualche anno fa, poi montati all’interno dello speciale tv condotto da Andrea Purgatori e andato in onda la scorsa settimana su La7. Qual è stata, per esempio, la giovinezza di Gallinari? «La mia scuola è stata la campagna», dice Gallinari, nato a Reggio Emilia da famiglia contadina. L’uscio di casa della famiglia Gallinari era diviso da un semplice cortile dall’abitazione dei padroni. Eppure, dice Gallinari, erano due mondi completamente diversi. «Più della metà di quello che guadagnavi lo davi al padrone, perché il padrone era il proprietario della terra». Venti metri separavano le due case, ma era come se ci fosse stato in mezzo un muro. Valerio Morucci racconta la storia del padre, nato nel 1912, passato per la seconda guerra mondiale e per il fascismo. «Una generazione consumata dal Novecento», dichiara Morucci, con la precisione di un montatore cinedocumentario che ha meditato e conosce tutto l’archivio della propria esperienza e ogni volta che ne parla taglia e monta il racconto in sequenze e scene complete. Raffaele Fiore comincia a lavorare col padre ai mercati generali di Bari. Il padre muore quando Fiore ha 12 anni. Quindi Fiore prende la licenza media e nel frattempo già lavora per dare una mano alla mamma. Mario Moretti nasce a Porto San Giorgio, nelle Marche, e da ragazzo, nel 1966, emigra a Milano, dove trova lavoro in fabbrica, alla Sit Siemens, azienda di materiali elettronici della quale tutt’ora Moretti conserva una perfetta conoscenza scientifica, reparto per reparto, così come una intatta memoria visiva dei fenomeni di alienazione: «continuo a lavorare su uno scatolino piccolo, minuscolo, sempre quello, io come tutti gli altri, ciascuno col suo scatolino […]». Ciò che colpisce di questi quattro proletari italiani intervistati –eccetto Moretti, erano tutti under 30 all’epoca del rapimento Moro (Fiore aveva appena 24 anni, ma se è per questo Rita Algranati ne aveva addirittura 19)- è la totale consapevolezza autobiografica, la cognizione precisa del mondo materiale da cui provengono, e il linguaggio chiaro, diretto e solido con cui narrano la propria vicenda personale, storicizzandola dentro il quadro più ampio dell’epoca. Morucci, in questo senso, è un retore vero e un maestro perfino nelle pause. Ciò che colpisce, insomma, è una consapevolezza che non è stata soltanto loro, ma il tratto speciale di una generazione e di un passaggio storico in cui i lavoratori, prima ancora che alcuni di loro decidessero di partecipare alle Brigate Rosse, si sono riconosciuti in quanto tali e hanno parlato di sé, del tema della propria vita, della propria esistenza e della propria sofferenza materiale. Quaranta e cinquant’anni più tardi, il postero, cioè il sottoscritto, è colpito e impressionato da questa testimonianza di antropologia operaia, prima ancora che brigatista: per la forza con cui si è cristallizzata, mentre tutto intorno il mondo e l’Italia tramutavano, e perché appare come la dichiarazione di un modo estinto, e infatti mediaticamente incompreso, di essere e di vivere. Al contrario, la devastazione in corso da oltre venti anni nel mondo del lavoro è, per chi oggi esce da scuola, un nuovo stato di natura, immutabile, in cui ciascuno è solo di fronte al proprio destino. Ma un tempo non è stato così e almeno in questo punto la storia ci è maestra.

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Una strage di mafia, trent’anni fa https://minimaetmoralia.it/estratti/una-strage-di-mafia-trentanni-fa/ https://minimaetmoralia.it/estratti/una-strage-di-mafia-trentanni-fa/#comments Wed, 10 Jun 2015 05:30:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27222 Trent'anni fa, il 2 aprile 1985, un'autobomba esplose a Pizzolungo, vicino Trapani, uccidendo Barbara Rizzo, 31 anni, e due dei suoi tre figli, Giuseppe e Salvatore, entrambi di 6 anni. Il tritolo era destinato al magistrato Carlo Palermo, sopravvissuto alla strage.
Pubblichiamo un estratto dal libro Sola con te in un futuro aprile, pubblicato da Fandango e scritto da Michela Gargiulo e Margherita Asta, figlia di Barbara scampata all'attentato.

di Michela Gargiulo e Margherita Asta

La cattedrale di San Lorenzo è piena di gente, io e mio padre non riusciamo a passare. Entriamo da un ingresso laterale. Il nostro posto è davanti all’altare.

Davanti a noi ci sono le bare di mia madre e dei miei fratelli. Al centro quella scura di mogano, con i gladioli rosa sopra, accanto a lei quelle più piccole e bianche, con i gigli, di Salvatore e Giuseppe. Quando sono uscita di casa, questa mattina, ho trovato il pallone di Giuseppe, era dietro la magnolia.

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Trent’anni fa, il 2 aprile 1985, un’autobomba esplose a Pizzolungo, vicino Trapani, uccidendo Barbara Rizzo, 31 anni, e due dei suoi tre figli, Giuseppe e Salvatore, entrambi di 6 anni. Il tritolo era destinato al magistrato Carlo Palermo, sopravvissuto alla strage.
Pubblichiamo un estratto dal libro Sola con te in un futuro aprile, pubblicato da Fandango e scritto da Michela Gargiulo Margherita Asta, figlia di Barbara scampata all’attentato.

di Michela Gargiulo e Margherita Asta

La cattedrale di San Lorenzo è piena di gente, io e mio padre non riusciamo a passare. Entriamo da un ingresso laterale. Il nostro posto è davanti all’altare.

Davanti a noi ci sono le bare di mia madre e dei miei fratelli. Al centro quella scura di mogano, con i gladioli rosa sopra, accanto a lei quelle più piccole e bianche, con i gigli, di Salvatore e Giuseppe. Quando sono uscita di casa, questa mattina, ho trovato il pallone di Giuseppe, era dietro la magnolia.

Non riesco a piangere, in mezzo a tutta questa gente. Mio padre invece non riesce a smettere. Ha la giacca e la cravatta nere. È molto debole. Io sono stretta in quel cappottino blu che la mamma sosteneva non andasse bene per giocare. Ora serve per i funerali.

Ai lati delle bare ci sono i compagni di scuola dei miei fratelli. Non conosco i nomi ma i loro visi sì. Ci sono i bambini della prima elementare dentro questa chiesa. Si guardano intorno smarriti, impauriti. Non dovevano essere qui oggi, non dovevo esserci neppure io.

Il vescovo, monsignor Romano, si commuove ricordando i miei fratelli. Li conosceva. Lo scorso anno, alla recita di Natale, Salvatore era Gesù Bambino e Giuseppe un angelo.

Mi guardano tristi i due carabinieri davanti a me. Reggono una corona di fiori, c’è scritto Pertini. Accanto ce n’è un’altra del presidente del consiglio Craxi. Vista così da vicino sembra una cosa immensa, grande e ordinata, con tutti i fiori stretti a rubarsi lo spazio.

Ci sono fiori dappertutto, e polizia e carabinieri anche in chiesa. Ci sono tutti questi uomini in divisa e i gonfaloni del comune, e non so spiegarmelo. Forse è per la morte dei miei fratelli, che erano dei bambini, forse è per questo che tutti hanno voluto partecipare.

Mio padre mi stringe la mano e guarda per terra. Un bambino sta salendo le scale del pulpito. Lo riconosco è Michele, Michele Marchingiglio, un compagno di scuola di Giuseppe e Salvatore. Ha in mano un foglio di quaderno. Sembra ancora più piccolo su quell’altare.

“Gesù rendi buoni i cuori dei malviventi del barbaro attentato di ieri e dai la pace eterna alle vittime innocenti, alla mamma e ai bambini Salvatore e Giuseppe Asta.”

Penso a quanto sia piccolo quel bambino sull’altare, e a quanto sono piccoli i miei fratelli dentro le bare e finalmente piango.

Il vescovo chiude la sua omelia.

“Purtroppo la morte è venuta a bussare alle nostre case. Una morte cieca, voluta da una mente perversa e da mano omicida. E ancora una volta la rabbia mafiosa ha macchiato le nostre strade…”

Mi volto verso mio padre. Cosa c’entra la rabbia, voglio chiedergli, cosa c’entra la mafia con quello che è successo a mia madre e ai miei fratelli. Noi con certe cose non c’entriamo niente. Ma papà continua a piangere e queste sono domande che non ho il coraggio di fare.

La messa è finita. Solo ora mi rendo conto di quante persone hanno partecipato. Non avevo mai visto una cerimonia funebre così a Trapani. Solo alla televisione mi era capitato di vedere tanta gente e tante corone. Ma nei funerali di persone importanti: attori, ministri, capi di stato. Oggi, invece, sono tutti qui per mia madre e i miei fratelli. Per noi, gente normale. Lo imparo in questo preciso momento il significato della parola folla. La folla io, per la prima volta, l’ho vista oggi. Una folla è quando in una chiesa non c’è più spazio.

La gente inizia a uscire. Io e papà invece restiamo fermi. Molte persone si avvicinano a noi, tutti vogliono farci le condoglianze.

Un signore distinto che non ho mai visto prima stringe forte la mia mano, poi abbraccia mio padre.

“Signor Asta, sono Antonio Palermo. Le porto anche le condoglianze di mio figlio che è ancora in ospedale.”

Lo sguardo di mio padre si fa più attento, come per dire qualcosa di importante che non gli viene, non ce n’è il tempo. È già il turno di qualcun altro, condoglianze, altri baci sulle guance, altre strette di mano.

Accanto a me c’è una signora anziana vestita di nero. Ha in mano un rosario, i suoi occhi hanno pianto per tutta la cerimonia. L’accompagno mentalmente mentre recita l’ultima preghiera:

“L’eterno riposo dona loro, o Signore,
e splenda ad essi la luce perpetua.
Riposino in pace.
Amen.”

Fuori dalla cattedrale seguiamo le tre bare. La folla si apre intorno a noi per farci passare. Tutti gettano fiori sul sagrato. Una pioggia leggera di petali. La strada è un tappeto colorato e noi ci passiamo sopra mentre accompagniamo mia madre e i miei fratelli nel loro ultimo viaggio. Metto un piede davanti all’altro ma piano, sono morbidi, ho paura di fargli male. Da quel giorno non sono più riuscita a camminare a piedi nudi su un prato.

Percorriamo a piedi la strada fino al cimitero. Piazza Vittorio Emanuele è piena di gente, un corteo che sfila, ci sono anche i ragazzi delle scuole con i loro zainetti colorati. No, queste persone non sono qui per i funerali, deve essere una manifestazione in difesa di qualcuno, uno sciopero.

“La mafia a Trapani esiste.”

Lo hanno scritto su un cartello enorme e ora se lo portano dietro facendolo correre sulle loro teste, le braccia in alto. “Coraggio giudice” urla qualcuno. Altre persone, contemporaneamente intonano in coro: “Dieci, cento Palermo”.

La folla è compatta ma scorre quando ci vedono passare. Arriviamo al cancello, sfioro delicatamente le bare della mia mamma e dei miei fratelli come a volerle accarezzare.

Zio Vincenzo viene a prenderci con la macchina. Abbiamo tutti delle facce stanchissime. Tra pochi minuti saremo di nuovo a casa, in qualche modo che non capisco saremo al sicuro.

Imbocchiamo la provinciale, mio padre è seduto accanto a me con gli occhi chiusi, sembra stia dormendo. Guardo il mare oltre il finestrino, sono due giorni che dalla litoranea non si poteva passare, la strada era chiusa per via dell’incidente.

Arriviamo al distributore, siamo vicini a casa, davanti a noi c’è l’hotel Tirreno. La macchina rallenta improvvisamente, c’è una buca enorme sull’asfalto, sembra sia esploso un vulcano.

Sul muro bianco della villa davanti a noi c’è una macchia rossa. Non faccio neanche in tempo a vederla bene.

“Papà, è sangue nostro questo?”

Le zie hanno rassettato casa, non so quando l’hanno fatto. Tutto è pulito e ordinato. Non abbiamo il tempo di rimanere soli, io e papà, e questo è un bene. Zia Vita e gli altri sono già arrivati, le loro voci riempiono di nuovo la casa, anche se con discrezione.

Dalla finestra vedo una macchina della polizia che si ferma nel vialetto. Due uomini si avvicinano alla porta, suonano, sono io quella che va ad aprire.

“Asta?”

“Sì, sono Margherita.”

“La figlia di Barbara Rizzo?”

Non ho mai sentito ripetere tante volte il cognome di mia madre da nubile come in questi due giorni, “sì, sono io.”

Sento dietro di me i passi di papà e della zia Vita, mi faccio da parte. La presenza di mio padre sembra imbarazzare ancora di più il poliziotto.

“Signor Asta, questi sono gli oggetti di sua moglie. Qui ci sono quelli dei suoi bambini.”

Sono due sacchetti di plastica bianca, sembrano quelli della spesa. Il poliziotto allunga le braccia e li porge a mio padre.

In quello di Giuseppe e Salvatore ci sono delle pagine dei libri di scuola, alcuni fogli strappati con i loro disegni. Ci sono due scarpe da tennis, mi sembrano quelle di Salvatore. Rosse con la linguetta autoadesiva perché ancora non aveva imparato ad allacciarle da solo.

Dove sono i vestiti, la cartella, i quaderni?

Apro quello di mia madre.

C’è il suo portafoglio, la fede, la custodia degli occhiali, l’anello con lo zaffiro e i brillanti e quello d’ambra, il suo preferito.

C’è solo questo, di mia madre non è rimasto altro.

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Tutta colpa di Antonio. Evoluzione del concetto di nazionalpopolare da Gramsci a Pippo Baudo https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-concetto-di-nazionalpopolare-da-gramsci-a-pippo-baudo/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-concetto-di-nazionalpopolare-da-gramsci-a-pippo-baudo/#comments Sun, 15 Jun 2014 15:40:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21515 Questo pezzo è uscito sul N.16 di Link Idee per la televisione, quel che resta del nazionalpopolare. Puoi trovare Link, oltre che in libreria, anche in formato digitale per iPad (qui), per Android (qui) e per Kindle (qui).

di Raf Valvola Scelsi

Gramsci non ha mai usato il concetto di nazionalpopolare. Perlomeno non nel modo in cui ce ne serviamo volgarmente oggi, e soprattutto intendendolo come un concetto e sostantivo unitario. La ragione della più recente torsione del concetto gramsciano, e anche del suo successo attuale, ha origine nella polemica esplosa nel gennaio 1987 tra l’allora presidente della Rai, Enrico Manca, e il conduttore della trasmissione Fantastico 7, Pippo Baudo. Il casus belli fu (già allora) Beppe Grillo, il quale invitato a intervenire in una puntata della trasmissione in onda il sabato sera, si divertì a sbeffeggiare il recente viaggio in Cina del Presidente del consiglio, Bettino Craxi.

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Questo pezzo è uscito sul N.16 di Link Idee per la televisione, quel che resta del nazionalpopolare. Puoi trovare Link, oltre che in libreria, anche in formato digitale per iPad (qui), per Android (qui) e per Kindle (qui).

di Raf Valvola Scelsi

Gramsci non ha mai usato il concetto di nazionalpopolare. Perlomeno non nel modo in cui ce ne serviamo volgarmente oggi, e soprattutto intendendolo come un concetto e sostantivo unitario. La ragione della più recente torsione del concetto gramsciano, e anche del suo successo attuale, ha origine nella polemica esplosa nel gennaio 1987 tra l’allora presidente della Rai, Enrico Manca, e il conduttore della trasmissione Fantastico 7, Pippo Baudo. Il casus belli fu (già allora) Beppe Grillo, il quale invitato a intervenire in una puntata della trasmissione in onda il sabato sera, si divertì a sbeffeggiare il recente viaggio in Cina del Presidente del consiglio, Bettino Craxi.

“La cena in Cina… c’erano tutti i socialisti, con la delegazione, mangiavano… A un certo momento Martelli ha fatto una delle figure più terribili… Ha chiamato Craxi e ha detto: ‘Ma senti un po’, qua ce n’è un miliardo e son tutti socialisti?’. E Craxi ha detto: ‘Sì, perché?’. ‘Ma allora se son tutti socialisti, a chi rubano?’”. By the way, la battuta avrebbe determinato il definitivo allontanamento del comico genovese dalla tv pubblica, anche per l’intervento immediato di Enrico Manca, che in un’intervista disse “Basta con questa tv nazionalpopolare”, e aggiunse “e non lo si prenda per un complimento”. Il concetto di nazionalpopolare nella sua torsione attuale veniva così lanciato con clamore, e da una figura di rilievo dell’allora parterre politico. Già a capo della Commissione stampa e propaganda del Psi all’inizio degli anni Settanta, Manca aveva un certo profilo intellettuale e anche un passato “in prima linea” nella tv pubblica. Entrato in Rai nel 1959, dal 1961 al 1972 era stato redattore del Giornale radio Rai, poi caporedattore centrale del tg e direttore dei servizi culturali.

Alla dichiarazione di Manca rispose stizzito Pippo Baudo, che proprio alla fine dell’ultima puntata del programma, appena prima della tradizionale estrazione dei numeri vincenti della lotteria, disse: “Considero questa definizione un’offesa. Il presidente Enrico Manca rilascia spesso interviste, anche troppe. Vuol dire che d’ora in poi farò programmi regionali e impopolari”. Una risposta talmente acida e fuori dalle righe da aprire la strada al successivo passaggio del conduttore siciliano alla concorrente Fininvest, insieme a Lorella Cuccarini che di Fantastico 7 era stata l’altro asse portante. Una decina di anni dopo, ironia della sorte, sarà lo stesso Pippo Baudo a rivendicare il valore nazionalpopolare delle proprie trasmissioni, e questa volta nel presentare il Festival di Sanremo. Nel 1996 infatti dirà: “Il Festival è uno spettacolo nazionalpopolare nel senso gramsciano del termine”.

Il concetto di nazionalpopolare trovava così una “nuova” identità. Nelle parole di Manca il sottointeso era che con quel termine si veniva a identificare qualcosa di triviale e volgare, che solleticava gli appetiti più bestiali del pubblico, qualcosa di molto basico, non culturalmente dignitoso, proprio dei gusti del popolino. La torsione data al concetto da Manca si inseriva per la verità nella temperie ideologica dell’epoca, in cui gli esponenti di punta del Partito socialista, alla ricerca di un proprio spazio politico autonomo, non perdevano occasione per polemizzare con il Partito comunista. Insomma, la frase di Manca si colloca perfettamente nello spirito dell’epoca, ma ciò non spiega appieno il successo che invece avrebbe avuto la sua lettura dell’importante concetto gramsciano.

Ma cosa intendeva Gramsci?

È appropriato far risalire al pensatore comunista la definizione di nazionalpopolare? Se si vanno anche solo superficialmente a spulciare i Quaderni del carcere, del termine “nazionalpopolare” non si trova traccia. Gramsci parla difatti di nazionale-popolare e talvolta di popolare-nazionale. I due termini, nazionale e popolare, il più delle volte vengono utilizzati in ambiti distinti, ma senza mai dar vita alla categoria “unitaria” nazionalpopolare.

Per Gramsci uno dei temi cruciali della questione ideologica del nostro Paese stava nella grande distanza esistente tra i ceti intellettuali e il popolo, e nella impossibilità e incapacità degli intellettuali di rappresentare gli interessi e i gusti della gente e quindi in tal modo di farsene guida. Sulla scorta della sua precedente esperienza professionale – Gramsci era stato difatti negli anni torinesi il recensore teatrale de L’Avanti! – l’attenzione che il filosofo sardo-torinese dedica al panorama culturale dell’epoca appare veramente minuziosa, tanto da spingerlo a definire una vera e propria tassonomia dei generi letterari e del loro successo tra il popolo(1). La sua lettura del Risorgimento da questo punto di vista è emblematica: la mancanza di una scrittura e di trame adeguate aveva fatto sì che il Risorgimento esprimesse figure distanti, aristocratiche, talvolta ispirate dalla morale cattolica, come nel caso di Manzoni, ma che non erano mai riuscite a costruire un vero epos nazionale.

Per Gramsci la letteratura italiana dell’Ottocento non offre risposte a questa necessità pedagogico-politica, tranne forse il timido tentativo letterario di Cesare Abba (Da Quarto al Volturno) e poco più. Alla fine l’intellettuale italiano resta una figura distante, distaccata, espressione di una casta lontana dal popolo e dai suoi interessi. Una casta dai tratti anche cosmopoliti, legata all’alta cultura europea, ma che rifugge in modo distratto dal tema della costruzione di un epos nazionale, da radicarsi nel popolo. La mancanza di queste figure intellettuali induce pertanto Gramsci a valorizzare quelle poche che invece agiscono in una direzione profondamente differente, come per esempio Francesco De Sanctis. Agli occhi di Gramsci il critico letterario napoletano ha un approccio militante, profuso direttamente non solo nel suo impegno politico ma anche nel suo approccio alla cultura: “lottò per la creazione ex novo in Italia di un’alta cultura nazionale, in opposizione ai vecchiumi tradizionali, la retorica e il gesuitismo”(2), in questo anni luce lontano da quanto avrebbe fatto invece Croce.

Ma ancora più avanti Gramsci prosegue: “L’assenza di una letteratura nazionale-popolare, dovuta all’assenza di preoccupazioni e di interesse per questi bisogni ed esigenze, ha lasciato il ‘mercato’ letterario aperto all’influsso di gruppi intellettuali di altri paesi, che ‘popolari-nazionali’ in patria, lo diventano in Italia perché le esigenze e i bisogni che cercano soddisfare sono simili anche in Italia”(3). “Così il popolo italiano si è appassionato, attraverso il romanzo storico-popolare francese alle tradizioni francesi, monarchiche e rivoluzionarie e conosce la figura popolaresca di Enrico IV più che quella di Garibaldi, la Rivoluzione del 1789 più che il Risorgimento, le invettive di Victor Hugo contro Napoleone III più che le invettive dei patrioti italiani contro Metternich, si appassiona per un passato non suo, si serve nel suo linguaggio e nel suo pensiero di metafore e di riferimenti culturali francesi ecc., è culturalmente più francese che italiano”(4).

Come correttamente segnalava Garin nell’ambito del Convegno internazionale di studi gramsciani tenutosi a Cagliari nel 1967: “Il problema degli intellettuali fu il nodo intorno a cui ruotarono i Quaderni, fino a costituire il terreno su cui si svilupparono alcuni dei più caratteristici temi gramsciani, come quello del partito, ‘moderno Principe’ e intellettuale collettivo”(5). E sul fondo chiaramente la nozione di egemonia, che del resto avrebbe garantito al pensatore comunista un’importanza cruciale non solo in Italia, ma anche e soprattutto nei Cultural Studies all’estero.

L’origine dell’originale

Secondo la ricostruzione fatta da un giovane storico russo, Jaroslav Leontief, sul complesso dei rapporti tra Gramsci e la moglie russa Julia Schucht, conosciuta dal leader comunista in un sanatorio ai tempi della sua permanenza a Mosca nel 1922, lo stesso concetto di nazionale-popolare sarebbe derivato da una serie di discussioni avute con il suocero Apollon, all’epoca militante comunista, ma di formazione populista. Il concetto gramsciano di nazionale-popolare sarebbe per certi versi quindi la trasduzione del termine russo narodnost.

Seguire la traccia russa porta a risultati suggestivi. Il termine infatti compare già ai tempi dello zar Nicola I, agli inizi dell’Ottocento. Il suo ministro dell’istruzione, Uvarov, lo poneva rigorosamente al terzo posto dopo pravoslavie (ortodossia) e samoderžavie (autocrazia): ovvero la qualità nazionale dei russi sta nella piena sottomissione, e visto l’effettivo carattere dell’impero zarista, anche nella più assoluta devozione nei confronti dello zar. Il concetto di narodnost, dopo la valorizzazione operata da Herzen, conoscerà in seguito una seconda primavera proprio ai tempi della Rivoluzione russa(6). La discussione sull’alta cultura e la bassa cultura, e di converso sul ruolo della letteratura d’appendice, è un tema che viene quindi ampiamente discusso dagli scrittori russi subito dopo la rivoluzione. C’è una ricerca continua e animata di una dimensione popolare dell’attività letteraria che porta a continue discussioni anche all’interno di movimenti di massa quali Proletkult. Immaginare che queste discussioni possano aver trovato una eco nel pensiero gramsciano non sembra a questo punto un’ipotesi così azzardata.

Tanto più che la sua stessa riflessione sembra sottolineare una genesi russa della categoria. Nella parte intitolata “Concetto di nazionale-popolare”(7), Gramsci insiste con forza sulla fortuna “popolare” dei grandi romanzieri russi. E poco più avanti argomenta: “Perché non esiste in Italia una letteratura ‘nazionale’ del genere nonostante che essa debba essere redditizia? È da osservare che in molte lingue ‘nazionale’ e ‘popolare’ sono sinonimi o quasi (così in russo, così in tedesco […] così nelle lingue slave in genere)”(8). In Italia invece ciò non avviene perché gli intellettuali sono “lontani dal popolo, cioè dalla nazione e sono invece legati a una tradizione di casta”(9). “Tutto ciò significa che tutta ‘la classe colta’, con la sua attività intellettuale, è staccata dal popolo-nazione, non perché il popolo-nazione non abbia dimostrato e non dimostri di interessarsi a questa attività in tutti i suoi gradi […], ma perché l’elemento intellettuale indigeno è più straniero degli stranieri di fronte al popolo-nazione”(10). Una questione cruciale, come sottolinea nel proseguo Gramsci, che sta alla base della nascita dello stato italiano e che spiega il ritardo della sua formazione come entità statale unitaria.

Ma oltre alla pista russa è da mettere in rilievo (come acutamente segnala Asor Rosa in Scrittori e popoli) anche la derivazione diretta di molta dell’analisi gramsciana sulla letteratura da Gioberti. In particolare nell’ultimo suo libro importante, apparso nel 1851 appena dopo la fine della sua esperienza come Primo ministro, Del rinnovamento civile dell’Italia, appare ben scandita quella che sarebbe diventata la struttura portante del ragionamento gramsciano: “Invero una letteratura non può essere nazionale se non è popolare, perché, sebbene sia di pochi il crearla, universale deve esserne l’uso e il godimento”(11). E più avanti: “Il Rinnovamento italiano dovendo essere democratico, anche la letteratura dee partecipare di questo carattere e venire indirizzata al bene del popolo”. “L’ingegno e la nazione sono il nativo ricompimento della plebe, la quale non può essere civile se non è nazionale, cioè unita con le altre classi, e progressiva, cioè guidata dall’ingegno e informata di gentilezza”. Certo, in Gramsci non sembra così centrale il ruolo assegnato alla tradizione, ma per il resto molti temi sembrano mutuati di peso dal sacerdote torinese.

Sopravvivenza ed evoluzione

Con la fine della Seconda guerra mondiale il concetto di nazionale-popolare va incontro alla sua gloriosa primavera. I testi dal carcere di Gramsci verranno pubblicati subito dopo il ritorno della democrazia in Italia. Su impulso di Palmiro Togliatti, che aveva già avuto modo di leggerli alla fine degli anni Trenta e che a questa operazione dedicò grande cura, i Quaderni, suddivisi per temi, usciranno gradualmente e in particolare il volume su Letteratura e vita nazionale apparirà nel 1950. Non era solo una ragione di tipo editoriale a spingere verso questa decisione, ma anche politica: la necessità di corroborare attraverso gli scritti del pensatore sardo le concrete scelte politiche nel frattempo adottate dai vertici del Partito comunista.

Il primo passo controverso era difatti consistito nella cosiddetta Svolta di Salerno del 1944, quando cioè Togliatti offrì di trovare un compromesso tra forze antifasciste, monarchia e Badoglio, affinché fosse formato un governo di unità nazionale, posticipando al Dopoguerra la risoluzione della forma istituzionale del Paese, attraverso l’indizione di un referendum sulla monarchia. Come è noto, a questa soluzione si opposero in un primo momento molte delle forze politiche che componevano il CLN, tra cui i socialisti e il Partito d’Azione. La giustificazione addotta da Togliatti è che in questo modo non solo si rafforzava il fronte di guerra antitedesco, ma si costruiva finalmente una vasta unità di popolo che poteva permettere al nostro Paese di non essere debole sullo scacchiere del Mediterraneo che, a detta di Stalin, era invece l’obiettivo dell’Inghilterra. Ecco dunque comparire il concetto di popolo, che nell’elaborazione politica dell’immediato Dopoguerra andrà ad affiancare, e poi sempre più spesso a sostituire, il più radicale concetto marxista di classe.

La Svolta di Salerno per certi versi confermava però l’impostazione “popolare e interclassista” che era stata data alla Resistenza fin dal suo esordio, tranne forse alcuni episodi chiaramente “di classe” come gli scioperi del marzo ’43 e ’44. Come confermerà, sempre nell’aprile del 1944, lo stesso Togliatti a un gruppo di militanti comunisti napoletani, convocato per spiegare il senso della Svolta salernitana: “Oggi il dovere nazionale non è discutibile ed è uguale per tutti: esso ci impone di unirci tutti e di lottare per cacciare lo straniero dal suolo della Patria”. Nella stessa occasione Togliatti non solo sviluppa la necessità per i comunisti di dover costruire una grande forza popolare, ma lo fa rivendicando il carattere nazionale di questa lotta, riannodandola alle iniziative e alla tradizione risorgimentale. Quindi forza popolare sì, ma fortemente nazionale. I due concetti portanti dell’analisi gramsciana sulla letteratura, diventeranno così l’architrave strategico della politica comunista perlomeno fino alla fine degli anni Quaranta, come confermeranno del resto altri due importanti episodi: l’amnistia del 1946, estesa anche ai collaborazionisti, voluta da Togliatti quando era ministro di Grazia e Giustizia, e la strategia perseguita duranti i lavori della Costituente, e in particolare la decisione assunta sul famoso articolo 7, che regola i rapporti tra Stato e Chiesa.

Sul fronte culturale, al contempo, centrale fu il ruolo e l’influenza esercitata dal ministro della cultura sovietico Andrej Aleksandrovič Ždanov, che non solo teorizzò il realismo socialista nelle arti e nella letteratura con lo slogan “conoscere la vita del popolo per poterla rappresentare”, ma operò una drastica cesura verso ogni forma di avanguardia artistica e “decadentismo”, che pure grande importanza avevano avuto nella costruzione ideologica e culturale dell’Unione sovietica. Mutatis mutandi, il realismo impegnerà così in modo importante la politica del Pci verso la cultura. L’articolazione italiana del realismo socialista assumerà i segni del cosiddetto “populismo”, principalmente in letteratura. A partire soprattutto dalla sconfitta elettorale comunista nelle elezioni politiche del 1948 e in particolare con l’inizio su scala globale della Guerra fredda, si assiste a una stretta, a un ritorno all’ordine realista-populista nella politica culturale del PCI, chiudendolo per almeno una ventina d’anni verso ogni avanguardia e cultura cosmopolita.

L’artefice italiano della svolta zdanoviana fu Emilio Sereni, un caledoiscopico e focoso intellettuale napoletano dalle conoscenze enciclopediche, già condannato nel 1931 a cinque anni di carcere dal regime fascista, a cui Togliatti affidò la direzione della politica culturale del Pci. “Gli interventi di Sereni nel campo della politica culturale si fondano su una strategia esplicitamente rivendicata: identificare Ždanov e Gramsci – dei cui Quaderni era proprio allora cominciata l’edizione – intorno a un minimo comune denominatore di temi continuamente ribaditi”, quali la lotta contro la spontaneità dell’intellettuale (un tema già presente nella precedente, astiosa polemica di Togliatti e Alicata contro Vittorini e Il Politecnico) e la ribadita necessità dell’approccio pedagogico che l’intellettuale deve imprimere al suo lavoro tra le masse(12). È quindi di Sereni l’iniziativa di innalzare il livello di preparazione dei quadri politici del partito, creando tra le masse un vero e proprio senso comune condiviso, seppur ispirato dalla direzione del partito stesso, tramite la creazione di una rete di iniziative editoriali, biblioteche, filodrammatiche, cinema e case della cultura. Ma come dicevamo, dopo il 1948, all’acuirsi della Guerra fredda il mondo comunista reagisce con un “serrate le fila”, in cui il problema identitario diventa l’architrave decisivo. In particolare, in Italia questa tematica si articola valorizzando ed esaltando il fattore nazionale, e i suoi valori tradizionali, contro “l’aggressività decadente dell’imperialismo americano”, per esempio attraverso l’istituzione diffusa di comitati per la pace.

Con la morte di Stalin, nel 1953, la politica culturale del Pci cambia. Da fine tattico, Togliatti intuisce per primo il mutamento di clima in corso nel Pcus, e affida la direzione culturale del partito al più duttile Carlo Salinari. Ma l’impianto di Sereni-Ždanov (peraltro morto nel 1948) resta ancora una carta carbone fortemente incisa nell’azione culturale del Pci. Di fatto gli anni Cinquanta vedono il Pci sposare una sorta di strategia meridionalista, che sostiene da una parte forme di dialettismo regionalista (come suggerisce, a mio avviso correttamente, Asor Rosa) e dall’altra una sorta di ritorno al realismo in letteratura, mentre sul piano filosofico ricompone indebitamente in un tutto unitario l’asse De Sanctis, Croce e Gramsci.

Ironia della sorte

Poco prima della rivolta ungherese del 1956, si accende nell’intellettualità comunista un’aspra discussione su due romanzi, emblematici del ritorno letterario del populismo: Le terre del Sacramento (1950) di Francesco Jovine e Metello (1955) di Vasco Pratolini. Mentre il primo descrive le lotte del mondo contadino molisano che si scontra con le prime squadracce fasciste, lotte che hanno come punto di riferimento la figura di Luca Marano, uno studente universitario di origine contadina, che interpreta e “capisce” i loro bisogni, in una narrazione che alla fine delega a lui, un capo “piccolo-borghese”, la rappresentanza in quelle stesse lotte, in Metello, invece, la narrazione è incentrata sulle lenta ma costante presa di posizione del protagonista che progressivamente diventa consapevole della propria coscienza di classe. Una storia operaia, fiorentina, che ha come epilogo anche la ricomposizione familiare quando, all’uscita del carcere, Metello trova ad aspettarlo la moglie. Alla fine l’intellighentia comunista, in un’accesa discussione che coinvolse anche Muscetta e altri importanti critici, tra i due romanzi scelse il secondo.

In particolare “Carlo Salinari ritenne che Metello segnasse il passaggio dal neorealismo al realismo, il superamento di tutto quanto di decadente e sperimentale ci fosse nel neorealismo, e il ritorno allo schema del romanzo ottocentesco”(13). Sembrava pertanto che si stessero creando alcune di quelle condizioni tanto auspicate da Gramsci, quali la creazione di una letteratura nazionale e popolare, indirizzata e letta dal popolo, in grado di assolvere a una funzione pedagogica. Ma era il canto del cigno della stagione del realismo all’italiana, che chiudeva la prima fase storica della diffusione del concetto di nazionalpopolare. Stavano arrivando di gran carriera le avanguardie letterarie degli anni Sessanta, che avrebbero ribaltato totalmente ogni visione “realistica” della letteratura e con essa l’interpretazione data del Pci relativamente al rapporto con il popolo. Nel 1963 Asor Rosa scrive un libro acido e corrosivo, Scrittori e popolo, in cui non salva nessuno – tantomeno Pasolini, Cassola e Pratolini – della più recente storia patria della letteratura del dopoguerra. Intanto, agli inizi degli anni Sessanta, arrivano in Italia il pensiero di Lévi-Strauss e lo strutturalismo, la fenomenologia e la pubblicazione della Crisi delle scienze europee di Edmund Husserl, la cibernetica e il pensiero di Bateson, infine le considerazioni sui media di McLuhan. Per non parlare della riflessione autoctona italiana, incentrata su una figura come Umberto Eco, e la nascita del Gruppo 63. Insomma, un nuovo scenario culturale dai chiari connotati cosmopoliti si profilava con forza all’orizzonte. Mentre la storia, beffarda, stava già scavando la sua ironica vendetta…

(1) Come emerge nel Quaderno 21 (1934-35), “Problemi della cultura nazionale italiana; I Letteratura popolare”.

(2) A. Gramsci, Quaderni del carcere, vol. III, a cura di V. Giarratana, pp. 2188-89, Einaudi, Torino 1975.

(3) Ivi, p. 2197.

(4) Ivi, pp. 2197-98.

(5) G. C. Jocteau, Leggere Gramsci, p. 99, Feltrinelli, Milano 1975.

(6) Vittorio Strada, nel ragionare intorno alla questione del realismo socialista in Unione sovietica, sottolinea in esso il peso del carattere popolare della letteratura del passato. E la narodnost comporrà insieme a partijnost (partiticità) e ideojnost (valore ideologico) la triade fondamentale nel dibattito ideologico di quegli anni.
V. Strada, “Dal realismo socialista allo zdanovismo”, in Storia del marxismo, vol. III, p. 242, Einaudi, Torino 1981.

(7) A. Gramsci, Quaderno 21, p. 2114.

(8) A. Gramsci, op. cit., p. 2117.

(9) Ibidem.

(10) Ibidem.

(11) V. Gioberti, Del rinnovamento civile dell’Italia, a cura di F. Nicolini, 3 voll., Laterza, Bari 1911-12.

(12) G. Corti, Ždanovismo all’italiana. Gli intellettuali del dopoguerra e l’“ingegneria delle anime”, disponibile in rete.

(13) V. Spinazzola, Gramsci. Le sue idee nel nostro tempo, Editrice l’Unità, Roma 1987.

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Stili di Gioco: Gianluigi Lentini https://minimaetmoralia.it/sport/gianluigi-lentini/ https://minimaetmoralia.it/sport/gianluigi-lentini/#respond Fri, 15 Mar 2013 09:55:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13579 Questo pezzo è uscito su Vice. (Immagine: © Foto di Daniele Buffa/Image Sport.)

“Prima o poi il pallone si sgonfia e tu torni a essere un comune mortale  come ce ne sono tanti”

1. Italia '90

Lentini si esprimeva così l’anno della sua definitiva consacrazione calcistica: “Credo di essere rimasto il ragazzo di prima, anche se adesso posso concedermi privilegi che neppure sognavo. Non ho abbandonato gli amici d’infanzia e per il resto faccio cose normalissime per un ragazzo poco più che ventenne. Per sopravvivere in questo mondo è importante non perdere di vista la realtà. Prima regola è essere sempre un professionista serio. Nel calcio ci vogliono continue conferme, quando credi di essere arrivato sei fregato. Io invece vado avanti a piccoli passi, senza strafare, senza pensare che qualcuno mi aveva valutato come un Picasso o un Van Gogh” (La Stampa, 3 novembre del 1991).

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“Prima o poi il pallone si sgonfia e tu torni a essere un comune mortale  come ce ne sono tanti”

1. Italia ’90

Lentini si esprimeva così l’anno della sua definitiva consacrazione calcistica: “Credo di essere rimasto il ragazzo di prima, anche se adesso posso concedermi privilegi che neppure sognavo. Non ho abbandonato gli amici d’infanzia e per il resto faccio cose normalissime per un ragazzo poco più che ventenne. Per sopravvivere in questo mondo è importante non perdere di vista la realtà. Prima regola è essere sempre un professionista serio. Nel calcio ci vogliono continue conferme, quando credi di essere arrivato sei fregato. Io invece vado avanti a piccoli passi, senza strafare, senza pensare che qualcuno mi aveva valutato come un Picasso o un Van Gogh” (La Stampa, 3 novembre del 1991).

Dopo la parentesi in Serie B della stagione ’89-’90 il Torino era tornato, se non ai fasti degli anni quaranta (il Grande Torino cancellato dalla strage di Superga), a una sorprendente quanto (col senno di poi) estemporanea ribalta nazionale e internazionale. Lentini sembrava aver superato il periodo turbolento della crescita (complicato già da qualche infortunio) in cui era stato prima mandato in prestito punitivo/formativo all’Ancona, e poi alternato tra prima squadra e Primavera dal tecnico Eugenio Fascetti.

“Il mio peggior difetto è proprio quello di non riuscire a liberarmi della palla al momento giusto, ma di aggiungere sempre quel tocco in più che aggrava la situazione. Ma se a volte esagero nel tener troppo il pallone non lo faccio per presunzione; è un cercare di strafare che penso sia comune a molti giovani e che si perde con l’esperienza, nel tentativo inconscio di far vedere ciò che sai fare e quanto vali” (La Stampa, 2 marzo 1990).

Meno di un anno dopo, allenato da Emiliano Mondonico, Lentini impressionerà tutti con la sua prima stagione da titolare in serie A (34 presenze e 5 gol), guadagnandosi anche la maglia della nazionale (esordio nel febbraio 1991). Dopo il suo primo gol in serie A, alla terza giornata contro l’Inter, in giacca granata, coi capelli corti davanti e lunghi dietro, quando il cronista gli dice: “Lentini, un gol d’autore…”, lui sorride soddisfatto di sé: “Sì, devo dire di aver fatto un bellissimo gol e sono molto contento, ecco. M’è venuto Battistini incontro, sono stato fortunato a fargli il tunnel, e poi a tu per tu con Zenga sono stato molto freddo”.

Il presidente del Torino, Gian Mauro Borsano, diceva di aver ricevuto nell’estate  del ’91 un’offerta di 22 miliardi (di lire) da Berlusconi, alla quale si sarebbe aggiunta in corsa quella di Agnelli. Soldi inimmaginabili per l’epoca, capaci di scandalizzare lo stesso Gianluigi, figlio piemontese di emigranti siciliani: “Certe cifre fanno parte del gioco. Mi pare folle si possa spendere tanto per un calciatore. So cosa valgo, non mi faccio condizionare. Ringrazio il presidente per non avermi ceduto, devo tutto al Toro ed è qui che voglio cominciare a vincere”.

“Scoprire di avere in casa un giocatore così richiesto può far solo piacere. In fondo due anni fa era in B e non giocava sempre”, ricordava Emiliano Mondonico nel marzo 1992. Nonostante però il rapporto affettuoso e paterno che lo legava alla ventitreenne ala destra, Mondonico era consapevole dell’impossibilità di trattenere Lentini troppo a lungo: “Dispiace perderlo, però oggi la realtà è che Milan e Juve fanno quello che vogliono, le altre squadre fanno quello che possono”.

La stagione ’91-’92 resterà nella storia del Torino, oltre che per Lentini, per un terzo posto in campionato (miglior piazzamento dal 1985, tuttora imbattuto) e, sopratutto, per la doppia finale di Coppa Uefa contro l’Ajax, persa solo per la differenza di reti segnate fuori casa. Dopo aver pareggiato 2-2 a Torino, la squadra di Mondonico (ricca di giocatori affascinanti come Martin Vazquez, Scifo e Casagrande, oltre ovviamente a Lentini; capace di battere 2-0 il Real Madrid in casa) aveva giocato effettivamente meglio ad Amsterdam (qui il secondo tempo), anche perché l’Ajax di Van Gaal, proprio grazie al risultato dell’andata, si era per lo più limitato a gestire lo 0-0 con cui alla fine aveva sollevato la Coppa Uefa. Quella di ritorno verrà ricordata come “la finale dei tre pali”: quelli colpiti ad Amsterdam da Casagrande (colpo di testa su cross di Lentini), Mussi (tiro da fuori deviato) e, nei minuti finali, Sordo (traversa clamorosa dopo un tiro al volo in area).

Roberto Cravero, capitano, a fine partita collegherà la sfortuna di quella finale col solito destino avverso alla maglia granata: “Credo che esista una sola società al mondo che perde delle finali così. Questa qua è il Torino. Siamo maledetti, non so che dire” (e ancora anni dopo, nel servizio di Sfide dedicato alla finale, si dice che il Toro “ha fatto della sofferenza la propria bandiera”). Pochi giorni dopo la finale Mondonico pensa già alla stagione successiva (“proveremo a dare un calcio alla cattiva sorte”) e sembra pensare che Lentini sarebbe rimasto al Toro: “Questo ragazzo è l’unico della squadra che sappia fare la differenza in attacco. Lui ha capito che può essere il numero uno e questa idea lo affascina molto. Altrove potrebbe diventarlo, ma anche non diventarlo”. Ancora a fine maggio La Stampa titolava: “Borsano non vende più Lentini”.

Sembra che Borsano avesse però già accettato 7 miliardi da Berlusconi a marzo (in tempi non consentiti, quando il mercato era chiuso), con un contratto su cui Lentini si limitò a mettere la firma una volta presa la sua decisione: a fine giugno, dopo un risolutivo viaggio ad Arcore in elicottero e una chiacchierata con Berlusconi che lo convinse dell’opportunità: “Quando mi ospitò ad Arcore, capii che era un uomo da ammirare” (Corriere della Sera del 2 luglio 1992).

Sarà Borsano (che proverà anche a fari invalidare il contratto: “Sono vittima della mia stessa ingenuità”) a parlare di un costo totale di 65 miliardi tra cartellino, ingaggio e contratto d’immagine. Borsano disse addirittura che a garanzia della caparra versata (in nero) da Berlusconi  a marzo, momentaneamente girato il 68% delle quote aziendali granata (“Berlusconi è stato padrone del Torino”, La Stampa del 19 dicembre 1993) e in seguito nacquero dei dubbi sul montante reale dell’operazione e sulla possibilità che parte dei soldi fossero stati versati in nero su dei conti esteri.  Neanche il successivo processo per falso in bilancio (finito in prescrizione) chiarirà del tutto la faccenda, emblematica del periodo che va da Tangentopoli (febbraio 1992) alla discesa in campo di Berlusconi (anche se adesso pare si dica “salita”).

Il presidente del Milan già all’epoca parlava di “complotto di stampa e magistratura” e strumentalizzazione pre-elettorale; mentre dall’altra parte Curzio Maltese sosteneva, citando Sgarbi, che la “Macchina diabolica e modernissima”di Forza Italia derivava “Per intero dal mondo del calcio. Slogan, simboli, gadget, club, e perfino il culto della personalità che circonda la figura del Presidente, rimandano alle curve di San Siro e all’unico regno dove si sia realizzata l’Utopia berlusconiana: il calcio. Non certo nell’edilizia, in crisi da tempo, e nemmeno nel cinema e nelle televisioni, dove le mire espansionistiche del Cavaliere in Europa sono naufragate in un mare di debiti. Ma nel Milan, la società perfetta, la più forte del mondo, vero «miracolo» sul quale si regge l’immagine vincente del Presidente”.

2. Un italiano quasi come gli altri

“Viviamo in un mondo ambiguo, attraversato da contraddizioni strazianti. Miliardi di esseri umani campano di immondizie, lottano per non crepare di fame. Ma, nella parte illuminata del pianeta, la ragazzetta indossatrice Claudia Schiffer può chiedere trenta miliardi di indennizzo perché un tale l’ ha fotografata di nascosto, mentre si spogliava. E adesso aprite gli occhi, voi che vi strappate i capelli per Lentini. Conoscete il cantante Michael Jackson?”.

Questo era il genere di cose che si potevano scrivere nel 1992 per commentare il passaggio di Lentini al Milan:

Lentini annunciò la sua decisione negli uffici dell’Ansa di Torino il 2 luglio 1992. Borsano aveva già venduto Cravero, Benedetti, Bresciani, Policano e Martin Vazquez: cessioni giustificabili solo se Lentini fosse restato. La cessione dell’idolo della curva Primavera fece traboccare il vaso. I tifosi scesero in strada bruciando auto e cassonetti. A Lentini tirarono le monetine come un anno dopo a Roma sarebbe successo a Bettino Craxi. Per la stampa diventò Mister 65 Miliardi e i tifosi del Toro coniarono il fortunato slogan Lentini/ puttana/ lo hai fatto per la grana.

Se il presidente del Torino, Borsano, nel tentativo di prendere le distanze da una cessione impopolare, il giorno dopo dichiarava: “Io, anche se potessi, cifre simili non le spenderei perché le ritengo immorali”, l’Osservatore Romano (qui) parlava di cifre che erano “un’offesa alla dignità del lavoro”. Persino l’avvocato Agnelli non pensava si potesse arrivare a tanto. “Non avrei permesso che mi si avvicinassero per propormelo”, il suo commento sui 65 miliardi. Berlusconi, da parte sua, non ci teneva a remare contro la morale comune dando ragione ad Agnelli, anche lui non avrebbe preso Lentini a quelle cifre: “L’abbiamo avuto per molto, molto meno”.

Venti giorni dopo il suo passaggio al Milan, Luca Valdiserri lo descrive così sulle pagine del Corriere della Sera del (22 luglio 1992) : “Ha la barba lunga come un giorno senza pane. Ha la faccia del miliardario triste. Parla in un soffio, simbolo di un ritiro con poca voce”. Lentini è preoccupato: “Al primo sbaglio usciranno fuori tutti i miliardi. Cercherò di non farmi condizionare. Ma non è questo il momento di proclami: ci sono problemi più importanti del calcio”. Pochi giorni prima era stato ucciso Paolo Borsellino (Giovanni Falcone a maggio): “No, non è stato il presidente Berlusconi a dirci di non parlare: siamo ragazzi maturi”.

Non c’è una sola descrizione che riguardi il Conte di Carmagnola (come la stampa dell’epoca chiamava Lentini, senza apparente legame, se non il paese di origine, con l’opera di Alessandro Manzoni) che sia priva di un giudizio morale.

“Il ragazzo del Filadelfia oggi viaggia in Porsche, ha il telefono cellulare ed un brillantino al lobo sinistro. Quando entra nel cortile del vecchio stadio granata, gruppi di ragazzine lo circondano per il rito dell’autografo” (quando era ancora al Torino: La Stampa del 3 novembre 1991).

“La Porsche, nera e decappottabile, ha il muso rivolto verso il mare e Lentini ci sta appoggiato tradendo la sottile impazienza di chi vorrebbe trovarsi già da un’altra parte. (…) Anche il «look» è vacanziero-trasgressivo: la camiciola arancione e le braghe verdi pisello, la fascia nera che trattiene i capelli corvini, al lobo sinistro l’orecchino con i brillanti, ultimo status symbol dei signorini della pedata (…) E questa voglia di trasgressione? I capelli tinti dei sampdoriani, la moda degli orecchini. Credete che la gente vi capisca?”. (Marco Ansaldo all’epoca della prima offerta di Berlusconi nell’estate del ’91: La Stampa del 24 giugno 1991).

“Gianluigi Lentini si è presentato con il look abituale: fa brillare l’ orecchino di diamanti, dice di sentirsi a proprio agio nelle scarpe con gli strass, nei fuseaux, nel giubbotto scamosciato pure quello nero con un enorme cuore rosso trafitto da una spada, e con un paio di ali stampate sulla schiena” (il giorno dell’addio: qui)

“Dicono di lui: è il simbolo di questo sistema bacato e drogato, è la vittima di un ingranaggio perverso, è il punto di non ritorno di un mercato schizofrenico. A 24 anni, Lentini si guarda attorno e sorride. Scettico. Cinico. Assorbente.” (dopo sei mesi al Milan: La Stampa del 7 febbraio 1993)

Quest’ultima descrizione fa parte di un’intervista di Roberto Beccantini, alle cui domande sul tema del ridimensionamento degli stipendi dei calciatori (alcune non sono neanche vere e proprie domande, ma punzecchiature come: “Lentini, siamo alla frutta”) a un certo punto Lentini risponde: “Provocato, provoco: con tutta la gente che mangia nel calcio, mungendolo sino all’ultima goccia, noi calciatori prendiamo ancora poco. Le stelle siamo noi, non «loro», i mangioni, i parassiti”. Beccantini commenta: “Analisi superficiale, e pericolosa. Molto pericolosa”.

Il tentativo di trasformare Lentini in un modello sociale negativo tra l’altro si scontrava con l’immagine che lo Lentini voleva dare di se stesso. Non era un ribelle, non voleva distinguersi e imporre la propria personalità, voleva farsi accettare da quelle stesse persone che gli avevano tirato le monetine (perché in fondo al posto suo avrebbero fatto lo stesso).

“A mio padre la parola milione incute ancora rispetto, miliardo non entra nel suo vocabolario. Io sono nato a Carmagnola, perché lì c’è l’ospedale, ma sono di Villastellone: piena campagna piemontese, qualche fabbrica e d’estate il sole che picchia sulle case. Ora ho i soldi, tanti come non avrei mai immaginato di possederne. Posso soddisfare i sogni della mia età, possedere questa macchina, per esempio. Ma il gusto del successo l’ho assaporato il giorno che ho comprato l’appartamento ai miei. Mi sono sentito importante e fortunato. I miei fratelli me lo ricordano spesso: tu, a divertirti, guadagni cinquanta volte più di noi che lavoriamo. Ma poi vengono a vedermi e si divertono anche loro” (La Stampa del 24 giugno 1991 – lo stesso articolo, cioè, in cui Ansaldo lo rimproverava per la sua voglia di trasgressione).

Il giorno della conferenza il corrispondente del Corriere della Sera, Edoardo Girola, gli chiede: “Non si sente un modello negativo per i giovani? (tesi sostenuta dal gruppo Abele, associazione torinese che si occupa di emarginati)”, e Lentini risponde: “Mi sento una persona normalissima, che ha la fortuna di guadagnare certe cifre. Un modello positivo, i modelli negativi sono i drogati”.

3. Finalmente un italiano davvero come gli altri

“Non puoi accettare soltanto la parte bella della mela. Ho voluto i soldi e la forza del Milan, qualcosa devo pagare. Mi dispiace che quella sia comunque la mia gente, con la quale sono cresciuto e che mi ha voltato le spalle”, dirà Lentini un mese dopo, a Marco Ansaldo (La Stampa del 25 agosto del 1992). “Veramente è stato lei a farlo, andandosene”, lo correggerà il giornalista. “Però quando incontro i tifosi del Toro per strada, prendendoli uno a uno ci ragiono. E mi capiscono perché è gente che lavora e ciascuno sa che farebbe la mia stessa scelta. Poi i singoli diventano massa e allora non puoi parlarci più”. Ansaldo cominciava l’intervista con Lentini che teneva tra le mani la lettera di una ragazza, l’unica che gli avesse perdonato di essere andato al Milan, e chiude con l’augurio dal sapore amaro, oggi, che Lentini riservava a sé stesso: “Magari diventerò per il Milan il mito che avrei voluto essere per il Toro: anzi più grande”.

La prima stagione di Lentini al Milan (’92-’93) fu altalenante, magari al di sotto delle aspettative per quello che, a torto o a ragione, era stato presentato come “il giocatore più costoso del mondo”; ma con un po’ di distacco non si può certo dire fosse stata negativa. Per Lentini, anzi, con trenta partite e sette gol (in rovesciata a Pescara e col Napoli, un tiro a giro sotto l’incrocio nel derby di andata) era stata, e rimarrà, la sua migliore annata di sempre.

Capello dimostrò di credere in lui fino a fine stagione e Lentini è schierato tra i titolari anche nella finale di Champions League di Monaco di Baviera, contro l’Olympique di Marsiglia. Il Milan perde sorprendentemente dopo 10 vittorie in altrettante partite di CL e un solo gol subito. Per Lentini quella era la seconda finale europea persa in due anni. A conti fatti, però, può dire di aver vinto una Supercoppa italiana e sopratutto lo scudetto. “Per la prima volta nella mia carriera, vinco qualcosa di importante. Ci sono arrivato dopo anni di calcio e per questo voglio dedicarmi interamente questo scudetto” (La Stampa, 31 maggio 1993).

La stagione successiva sarebbe dovuta essere quella della definitiva consacrazione o dell’ufficialità del flop. Per come andarono le cose, .

A inizio agosto, di ritorno da un triangolare a Genova, sulla Torino-Piacenza, Lentini prima buca una gomma del Porsche giallo e poi, ignaro del fatto che non poteva superare una certa velocità, fa esplodere il ruotino con cui l’aveva sostituita, finendo fuori strada. Non è chiaro a quanto andasse esattamente, si diceva stesse correndo a Torino da Rita Bonaccorso, ex moglie di Totò Schillaci. Al centro della carreggiata (non si sa se sbalzato dall’auto mentre si ribaltava o se ci era arrivato con le sue gambe) viene salvato da un camionista che trasportava quaglie di nome Gianfranco Professione. Berlusconi ricorda che Lentini durante la preparazione estiva “era diventato forte e potente, molto più forte e potente rispetto a un anno fa, tanto che Capello e il preparatore atletico Pincolini gli hanno affibbiato il soprannome di Tarzan”. Ma è presto per pensare al rientro, per usare sempre le parole del Cavaliere: “L’importante è che Gigi salvi la ghirba”.

Se fosse morto, magari, Lentini sarebbe stato rimpianto come Luigi Meroni, ala destra del Torino degli anni sessanta, investito mentre attraversava la strada dopo una partita. Magari si sarebbe persino passati dal chiamarlo Mister Miliardo al ricordarlo più intimo e compassionevole Gigi (completando l’identificazione con Meroni). Per quanto grave, l’incidente non fu considerato come un evento tragico. Sembrava quasi potesse servire a far tornare le cose alla loro normalità.

Cesare Fiumi sul Corriere della Sera scelse un modo paradossale per augurargli una pronta guarigione, partendo proprio da un’atteggiamento che non gli piaceva: “Quell’aria annoiata, quella sorridente smorfia d’apatia (…) L’ aria di chi sorseggia vittorie e insuccessi senza ubriacarsi di gioia o di rabbia, col disincanto dei modi e dei mezzi (economici). L’impressione che tutto gli scorra sopra sfiorandolo appena: l’augurio è che le conseguenze dell’incidente e anche il fotogramma di quegli attimi facciano la stessa fine. ”. (qui)

All’interno di un articolo intitolato “Mister miliardo, una dolce vita spesa tra belle donne e motori”, Bruno Perucca dava un giudizio difficilmente comprensibile (nel senso che la sua retorica è così a spirale che io non ho capito in sostanza cosa volesse dire) dell’incidente: “Questa pesante esperienza gli servirà. Correre in autostrada con un «ruotino», dopo aver cambiato o fatto cambiare la gomma bucata, gli è probabilmente sembrato più agevole, più semplice, che scattare nelle zone abituali del campo (quella che in gergo si chiama la fascia, destra o sinistra) dove il massimo rischio è il tackle rabbioso di un difensore” ( La Stampa del 4 agosto 1993).

Lentini torna in campo a dicembre, in amichevole e Beccantini (La Stampa del 30 dicembre 1993) lo descrive così: “L’eccentrico dandy che ha capito di notte, su un’autostrada deserta, quanto sia gratificante, pur se faticoso vivere alla luce del sole. Non prendetela come una favola. È solo la fine di un brutto sogno,e  l’inizio di un’avventura. Che porterà laddove Lentini e il destino, uniti indissolubilmente dal rogo di una Porche gialla, vorranno”. Ovviamente il brutto sogno finito è quello in cui Lentini era il calciatore più forte e più pagato del campionato italiano.

Gigi sembra accettare il suo nuovo ruolo come un martire: “Devo soffrire. Soffrirò”.

4. Riscatto?

In cuor suo, però, Lentini sperava di tornare al livello di prima: “So perfettamente che dipenderà da me tornare il giocatore di una volta, addirittura meglio se possibile. Io darò tutto, anche perché vorrei contribuire a uno scudetto in cui credo e vorrei prendere parte a un Mondiale che mi affascina” (qui).

Salta tutta la stagione ’93-’94 (solo dieci presenze in totale) e il Mondiale, vince la sua prima Champions League da spettatore (la mitica finale del 4-0 al Barcellona di Cruijff). L’anno dopo si sente in forma, scalpita, pensa di essere tornato quello di prima, Capello però non è d’accordo. Maggio 1995, finale di Champions contro l’Ajax: la rivincita perfetta di Gigi contro il suo destino fatto di pali e ruotini di scorta. E invece non solo entrerà a cinque minuti dalla fine della partita con l’Ajax (persa, con un gol subito immediatamente dopo il suo ingresso in campo), ma l’anno dopo fa arrabbiare Capello al punto che lo schiererà solo nove volte in campionato.

In prestito all’Atalanta (allenata da Mondonico) per la stagione ’96-’97 Lentini pensava ancora di poter tornare quello di prima. “«Quando ho lasciato Milanello ho provato una gran tristezza, come quando ho abbandonato il Toro. Ma sono sicuro che la prossima estate, quando tornerò in rossonero, sarò un giocatore rigenerato». È sicuro di sé, ma se invece le cose andassero diversamente? «Vorrà dire che quel maledetto incidente mi ha davvero portato via tutto. E a quel punto potrò anche smettere di insistere e fantasticare»” (La Stampa del 31 agosto 1996). All’Atalanta Lentini, che nel frattempo si è sposato con una modella svedese da cui ha avuto un figlio (“Chi l’avrebbe mai detto, cinque anni fa, che quel ragazzo “sconvolto” sarebbe diventato un tranquillo marito e papà”), torna a giocare continuativamente (31 presenze) e Sacchi lo convoca in Nazionale per un’amichevole contro la Bosnia. Lentini non può saperlo, ma sarà la sua ultima partita con la maglia dell’Italia e verrà ricordata come una “presenzia premio” (per essere diventato mediocre).

Il cerchio si chiude quando Lentini l’anno dopo (’97-’98) torna al Toro, nel frattempo sceso in B, con uno stipendio circa la metà di quello del Milan. È un Lentini diverso. Un Lentini normale. “Oggi certe follie non le faccio più. La vita mi ha aperto gli occhi. Le legnate, le difficoltà ti cambiano: ricordo quand’ero un ragazzino strafottente, sicuro che tutto, in campo e fuori, gli fosse dovuto: arrivò un certo Fascetti, mi diede delle scoppole «Giovanotto, continua così e starai sempre in tribuna» grazie a lui diventai un giocatore vero” (La Stampa del 23 giugno 1997). Anche se non è del tutto emendato dai vecchi peccati: “Un’avventura che comincia in pedalini perché gli fanno male le scarpe e quello che non ha coltivato negli anni berlusconiani è l’etichetta. I piedi poggiano sul tavolino del bar” (La Stampa del 19 luglio 1997).

Perché il riscatto sia completo, sia chiaro, Lentini non può tornare al successo (ed essere felice). Al Torino ha problemi con gli allenatori (tra cui lo scozzese Souness, uno dei giocatori più cattivi mai esistiti quando era in attività) anche se il primo anno sfiora un’incredibile promozione perdendo lo spareggio col Perugia di Materazzi. Finalmente la stagione successiva, grazie a Mondonico, il Toro torna in serie A. Ma è una felicità illusoria, dura solo un anno. Al termine della terza stagione del “figliol prodigo” il Toro scende nuovamente in B e Lentini viene liquidato a trentun anni senza troppi sentimentalismi: “Aspiravo, sopra ogni cosa, a chiudere la carriera con la maglia con cui avevo cominciato” (qui).

La definitiva trasformazione di Lentini in un calciatore qualsiasi, in un tipo di celebrità il più simile possibile a un ex-concorrente del Grande Fratello (nel 2009 Lentini doveva partecipare a un reality di nome La Tribù al posto di Andrew Howe ma si ritirò all’ultimo e alla fine il reality venne anche cancellato) avviene con la decisione di mettersi di nuovo in gioco in una piazza come quella di Cosenza (il viaggio uguale e contrario dei genitori meridionali), in serie B, anziché seguire le sirene del calcio moderno che lo avrebbero portato in Cina. Lentini vestirà per quattro anni la maglia rossoblu, nella gioia e nel dolore, dopo essere andato vicino a una nuova promozione in A alla prima stagione e un fallimento che condannerà il Cosenza a scendere tra i dilettanti. Lentini ormai è una bandiera e per amore della maglia del Cosenza gioca in Serie D.

5. Conclusione

Nell’arco di una carriera lunga vent’anni Lentini è passato dall’essere il simbolo di un calcio dove girano troppi soldi al simbolo opposto di un calcio fatto di sudore e campi in terra. Dopo Cosenza è tornato in Piemonte, giocando fino a quarant’anni in categorie come Eccellenza e Promozione (annullando di fatto qualsiasi distanza col pubblico degli appassionati calcistici, considerando che persino io ho giocato in Promozione). Convincendo Fuser a giocare con lui, in squadre come il Canelli, la Savignanese, la Nicese, alternando anche qui promozioni e retrocessioni.

Il Lentini coi capelli lunghi e l’orecchino, che ci teneva allo stile e voleva scrivere un libro di moda (che andava matto per le “videosfilate”), lo “scavezzacollo” che dopo notti “errabonde” dormiva in macchina davanti al Filadelfia e veniva svegliato dalla custode Carla per essere primo negli spogliatoi e prendere in contropiede l’allenatore che lo aveva cercato nelle discoteche, il Lentini cinico con le scarpe piene di strass e i giubbotti ricamati è adesso un quarantenne col maglione senza maniche verde e un’orecchino a forma di “G”, che gestisce insieme agli amici una sala da biliardo a Carmagnola.

Ai microfoni di Sky ricorda i tempi in cui a Milanello giocava a stecca con Boban e Albertini. Che quando gli chiedono: “Ti capita mai di pensare a quei momenti e dirti se non fosse successo dove sarei arrivato?” risponde: “Sì mi capita. Mi capita però rispondo subito… dicendo però alla fine sto bene, devo esser contento così”.

Quel Lentini che faceva tanto arrabbiare i cronisti è diventato il protagonista ideale di una qualsiasi puntata di Sfide: un uomo con le occhiaie pastose in felpa bianca e marsupio dalla saggezza consolatoria (“Prima o poi il pallone si sgonfia e tu torni a essere un comune mortale come ce ne sono tanti”) che ricorda con piacere le prime pagine dei giornali: “Perché vuol dire che ho fatto anche qualcosa d importante. Perché se sono arrivato a far parlare così tanto di me vuol dire che qualcosa di importante in vita mia ho fatto”.

Lentini gioca ancora.

Ho chiamato l’addetto stampa del CSF Carmagnola, un uomo simpatico a giudicare dalla foto sul sito e dalla voce, mi ha detto che, anche se non figura nella rosa, Gigi è “sempre del giro”, che ogni tanto va ancora a giocare. Suo figlio Nicholas, gioca in porta nel Torino ed è nel giro della nazionale Under 17.

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