Bianciardi! Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bianciardi/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 15:14:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Bianciardi! Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bianciardi/ 32 32 Da dove vengo https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/da-dove-vengo/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/da-dove-vengo/#comments Tue, 17 Jun 2014 06:08:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21565 La rivista “Lo Straniero” ha lanciato un’inchiesta chiedendo a diversi scrittori italiani di raccontare attraverso quale percorso la storia del paese può aver fatto da ispirazione per i propri libri, “tenendo conto anche dell’intreccio tra le motivazioni pubbliche e quelle più personali”. Su questo numero sono usciti gli interventi di Giulio Angioni,  Paolo Cognetti, Pino […]

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La rivista “Lo Straniero” ha lanciato un’inchiesta chiedendo a diversi scrittori italiani di raccontare attraverso quale percorso la storia del paese può aver fatto da ispirazione per i propri libri, “tenendo conto anche dell’intreccio tra le motivazioni pubbliche e quelle più personali”.

Su questo numero sono usciti gli interventi di Giulio Angioni,  Paolo Cognetti, Pino Corrias, Mario Desiati, Giorgio Falco, Angelo Ferracuti, Claudio Giunta,  Sepp Mall, Davide Orecchio, Francesco Pecoraro, Antonio Scurati, Fabio Stassi, Wu Ming 1. Sul prossimo numero comparirà la seconda parte dell’inchiesta. E’ stato chiesto anche a me un intervento. Benché venga evocata la nostra vita pubblica, l’altro capo del discorso tocca un sentimento molto personale. La natura della sollecitazione mi è sembrato costringesse a una sorta di autoritratto, perlomeno a una piccola confessione. Scritto a caldo, lo condivido dunque con qualche disagio.

È stato probabilmente nel triennio 2001/2004 che ho cominciato a interrogarmi attivamente attraverso la scrittura (mia e altrui) sull’incubo da cui non riuscivo a risvegliarmi. Riduco a uso privato – e a dimensione nazionale – l’immagine titanica cara a Stephen Dedalus (che da adolescente avevo tanto amato) per parlare della storia d’Italia come contesto, pungolo, occasione, pretesto ma anche ostacolo alla mia attività di scrittore.

Finito il Novecento, per una semplice coincidenza anagrafica, cui si aggiungeva una coincidenza bibliografica che non caricherei di altro significato fuori dall’autoironia (il mio primo romanzo uscì l’11 settembre 2001), mi sono sentito pronto a dare il mio minuscolo contributo all’estenuato esercizio di illusione e frustrazione lungo circa sette secoli che è il “sentimento” del nostro Paese. Mi sembrava di essere in possesso per la prima volta di qualche ferro del mestiere che non mi si rompesse in mano, ed emotivamente provato a causa di una forma – una cattiva impronta ­– che iniziavo lentamente a riconoscere come il segno del tempo sul contesto in cui ero cresciuto e vivevo.

L’Italia è stata la chimera di scrittori e intellettuali molto prima di incarnarsi in uno stato unitario. Oggetto di lamentazione, speranza, invettiva – sogno a occhi aperti e tradimento sempre in atto. Tutti ricordiamo la “nave senza nocchiere” del VI canto del Purgatorio, e a scuola gli sfoghi di poeti e letterati sull’eterna incompiuta che è il nostro paese (sorta di quadratura del cerchio a cui saremmo costretti dalle meraviglie che uno scrigno calcificato nella ruggine rivelerebbe presumibilmente se solo si trovasse la combinazione in grado di liberarlo, ma inadeguati al tempo stesso a farlo, incapaci storicamente, impossibilitati in stato di veglia, fuori dal sogno o dall’incubo cui accennavo) sono entrati per decenni nelle profondità di ogni studente che avesse sensibilità per i libri e la memoria collettiva.

Di questa lunghissima storia, alla mia giovinezza erano toccati gli anni di Tangentopoli, il crollo della Prima Repubblica e l’ascesa di Berlusconi. Ho votato per la prima volta alle politiche nel 1994.

Tempo dopo esordii con un libro in cui provavo a esorcizzare la condizione di “scrittore orfano di padri” immaginando un regolamento di conti con un Tolstoj vivo e pimpante nella Roma di fine Novecento (mi sentivo così, legato a una tradizione per raggiungere la quale mancavano i passaggi di testimone; mi illudevo di dialogare coi fantasmi di Svevo e di Campana, e mi sembrava di farlo senza nessun adulto a mediare; bisnonni eccellenti, ma padri che – forse anche complici gli ormoni – sentivo vigliacchi, bulli o disertori).

Soltanto dopo questo tentativo iniziai a prendere di petto il fantasma italiano per quanto mi sembrava di non riuscire ad afferrarlo, e provai a farlo scrivendo un romanzo e curando un’antologia.

Il romanzo si intitolava “Occidente per principianti”, l’antologia “La qualità dell’aria”, curata insieme a Christian Raimo. Inizierei da quest’ultima.

Poco meno che trentenni, ci era sembrato a un certo punto necessario chiedere a scrittori nostri coetanei, o poco più grandi, di immaginare un racconto che entrasse a far parte di un libro di “letteratura civile”. Quello che di recente era successo in Italia sul piano politico ci sembrava un totale controsenso rispetto a ciò che ci avevano formalmente insegnato a scuola e all’università (l’affermazione di Berlusconi, degli ex fascisti e della Lega xenofoba a fronte di una sinistra che sembrava volersi affidare culturalmente più a Ivano Fossati che a Gramsci o almeno a Victor Hugo). Dall’altra, lo strappo del ’94 iniziò a sembrarmi solo una conseguenza della più profonda ferita di due anni prima. Il 1992 (a cui dedicai proprio il racconto finito ne “La qualità dell’aria”) era stato l’ennesimo capitolo del “romanzo delle stragi”. Capaci e via D’Amelio. La morte di Borsellino mi colpì più di quella di Falcone. Una morte annunciata ogni minuto di ogni giorno, per tutti i cinquantasette giorni che separarono i due attentati. Fu quello il mio battesimo del fuoco sulla questione italiana. Una morte annunciata che nessuno riesce a evitare.

Mi ero iscritto a giurisprudenza per il semplice piacere di studiare diritto (sapevo che non avrei fatto la professione forense, ma ero affascinato da un sistema fatto solo di linguaggio che aveva una ricaduta pratica così lampante, e volevo studiarlo), ma la morte anche di Borsellino fu per me un vero shock. Era la conferma che in Italia la legge si arresta nel momento in cui si rende conto che il potere per conto del quale è amministrata coincide in parte (una parte non piccola) con ciò che formalmente quella stessa legge dovrebbe perseguire. Da un momento all’altro mi fu chiaro di quale infamia potesse ricoprirsi lo Stato italiano. E per di più lo faceva sfoggiando l’abitudinarietà della baldracca che rende digeribili gesti che addosso a un altro risulterebbero letali. Diffidare dei rappresentanti dello Stato. Da scrittore in fieri, però, fu anche il momento a partire dal quale iniziai a diffidare anche dei “professionisti della legalità”. Questo non significava rifugiarsi in una terra di nessuno. Significava, nel peggiore dei casi, ridere istericamente degli editoriali che leggevo sui giornali progressisti tenendomi ben ancorato alla Praga di Kafka, alla Dublino di Joyce, alla Vienna di Musil, e perfino alla Napoli di Malaparte.

Così, qualche anno dopo, alla prima occasione, insieme a Christian Raimo – che avevo conosciuto dopo essermi trasferito da Bari a Roma – provai come dicevo a riversare tutto questo in un’antologia di autori vari. Letteratura civile, d’accordo. Ma come doveva essere, questa letteratura civile? Doveva prendere le distanze da ogni retorica dello Stato. Ma doveva anche evitare la retorica dei “professionisti della lamentazione”. Non cadere nelle trappole del giornalismo impegnato, così prevedibile nella sostanza e linguisticamente reazionario. Evitare pure i pasolinismi, non per ostilità verso Pasolini (anzi) ma perché la “maniera Pasolini” si andava facendo talmente pervasiva e prêt-à-porter che era difficile anche solo avvicinarsene senza restare ingabbiati in una sorta di suo “doppio borghese” che ti portava a blaterare di “mutazione antropologica” prima di esserti costruito una personale discesa agli inferi che ti facesse meritare il fardello di cui volevi caricarti. A un certo punto ci sembrò che come nume tutelare un Bianciardi funzionasse di più. Un Carmelo Bene, funzionava, o uno degli spaesati geni di inizio Novecento. Gli eroi declinanti di Svevo e Pirandello. Carlo Michelstaedter. Pietro Gobetti. Il modo in cui la poetica di Fenoglio irritava il Pci e gli einaudiani. Ma ancora meglio, ci sembrava che in Italia i tempi fossero maturi perché gli scrittori iniziassero a riservare al paese lo stesso “amore” che Thomas Bernhard aveva avuto per l’Austria. L’Italia ci appariva al tempo stesso la Cacania de L’uomo senza qualità e il suo trasfigurarsi nel “rispettabile fantasma” che tanto faceva saltare i nervi a Bernhard.

Con “Occidente per principianti” feci una cosa molto diversa, in un certo senso opposta. Raccontando la storia di un ghost writer che nell’estate del 2001 fa su e giù per la penisola in compagnia di una bella studentessa sfaccendata e un regista fallito alla caccia di uno scoop che si rivela una bufala mediatica (intervistare la prima amante di Rodolfo Valentino, centenaria e viva in qualche angolo della provincia, testimone del big bang della società dello spettacolo), mettevo in scena il mio congedo dal decennio. Le Twin towers e il G8 di Genova. Ecco come erano finiti gli anni Novanta. Senza nessuna gloria, e soprattutto sconfessando tutte le panzane sulla fine della Storia e la pacificazione universale (L’Età dell’Acquario!) che avevano portato la parte ricca del pianeta e del paese (in particolare il ceto medio riflessivo) a liquidare molti secoli di esperienza nella convinzione risibile di un benessere e una pace che durasse in eterno salve le premesse dalle quali partivamo, come se tra l’altro proprio quello (il benessere eterno) fosse sufficiente a salvare gli uomini da se stessi, e come se (a due passi!) quel che accadeva nella ex Jugoslavia non stesse dando la più violenta e terribile dimostrazione del contrario a proposito della pace.

A questo si aggiungevano certe arti (in particolare letteratura e cinema) che in Italia avevano celebrato gli anni Novanta tutti all’insegna dell’esotismo d’autore. Che cantonata! Si credeva nella possibilità di un’isola senza rendersi conto che l’isola in questione era una delle ingannevoli visioni ritratte così lucidamente, e vertiginosamente, decenni prima, dalle Tre stimmate di Palmer Eldritch di Philip Dick. E infatti quelli più avvertiti non giravano Puetro Escondido, ma Matrix e Truman Show. Ma anche questo non era sufficiente (Matrix è un film sulla matrice che avrebbe potuto essere generato dalla matrice, notò un filosofo, e tutti i simili film dell’epoca, se da una parte erano sintomatici di qualcosa di importante, formalmente rappresentavano proprio malgrado non l’attraversamento ma i replicanti di Dick, con le migliori intenzioni, magari). Per fortuna in mezzo a tutto questo c’erano anche artisti come David Lynch. Cuore selvaggio, Twin Peaks, Lost Highways, Mullholland Drive. C’era chi veniva a dirci come stavano le cose veramente.

In un simile contesto, Occidente per principianti fu la mia orchestrina sul Titanic. Raccontare la storia di tre pecari (un attimo prima che si capisse cosa stava succedendo alle generazioni che si affacciavano sul mondo del lavoro, e che quella del precariato diventasse una moda mediatica piegata al tentativo di neutralizzare l’emergenza sociale), i quali, pur vivendo, anche se da mezzi squattrinati, nel centro del discorso (il giornalismo, il cinema, l’università, la letteratura) non capiscono un accidente del mondo che attraversano; e raccontarla usando un’arma (l’ironia) che già mostrasse volontariamente il ringhio e i segni d’annerimento che rovesciano da un momento all’altro l’eversivo in reazionario. E infatti, la critica dell’ironia come arma che passava di mano (o che a un certo punto si lasciava brandire contro la stessa mano che l’usava) occupò a un certo punto una parte del discorso sull’estetica di quegli anni. Insomma, la morte di un certo postmoderno.

Con Riportando tutto a casa ho tentato la carta dell’archeologia del presente. Volevo andare alle radici del male, pur sapendo che in Italia si tratta sempre di radici che rimandano ad altre. La morte di Dalla Chiesa prima di quella di Falcone e Borsellino, e prima ancora Impastato, e prima ancora Portella della Ginestra, e prima ancora Notarbartolo… Per me era tutto iniziato però negli anni Ottanta. Era ovvio che prima del decennio del riflusso c’erano stati mille altri “tradimenti” (Resistenza tradita, Risorgimento tradito ecc.) ma io degli anni Ottanta avevo avuto esperienza. Avevo avuto i primi amici, in quel periodo. Le prime ragazze. Le prime letture e i primi ascolti. E anche le prime droghe. Ecco. Senza sapere niente della “marcia dei quarantamila” (diciamo che all’epoca mi interessavano di più i Joy Division, Dylan Thomas e Amelia Rosselli) che quel decennio grondasse stupidità mi sembrò subito lampante. Davvero. Ho risposto a molte interviste, successive all’uscita del romanzo, in cui mi si diceva che era impossibile, per un bambino di sette anni, per un ragazzino di dodici, per un ragazzo di sedici, avere coscienza della stupidità di quell’Italia. Ho pubblicamente litigato con Antonio Ricci, per questo. E invece è così. Ignoravo cosa fosse “la marcia dei quarantamila”, ma che «Drive In» fosse un’accozzaglia di stupidaggini mi era molto chiaro già sentimentalmente. E poteva essermi chiaro perché avevo dei controcanti estetici che me ne davano conferma. Ascoltavo Diaframma e CCCP. Leggevo Amelia Rosselli e «RanXerox». Su Rai2 davano l’Adelchi di Carmelo Bene. Un amico mi portò al cinema a vedere Velluto blu. Ero un autodidatta ignorante e disastrato, a cui un buon intuito veniva spesso in soccorso. Come poteva piacermi «Drive In» quando già una mossa nazionalpopolare di Gigi Proietti in tv scavava un fossato tra l’una cosa e l’altra?

Da una parte l’Italia ridanciana e cretina, dall’altra i miei amici (e più spesso i fratelli maggiori dei miei amici) alle prese con l’eroina. Erano gli eroinomani i miei santi, in quel periodo. Le cartine di tornasole. In maniera lampante, scandalosa, la dimostrazione vivente di come, oltre i lustrini e le paillettes, c’era un malessere fortissimo e pienamente giustificato. Ho scritto Riportando tutto a casa pensando a loro. O forse per regolare i conti del mio rapporto irrisolto con loro e con la mia città, Bari. Da una parte sentivo il soffio eroico (che era tutto l’eroismo che potevo permettermi, cioè poco, e non lo dico con falsa modestia) di testimoniare per chi non poteva farlo. Dall’altra c’era il senso di colpa (che ho sempre soffocato per una naturale spinta egoistica) dovuto al fatto di vampirizzare le tragedie private in cui non ero caduto per un soffio.

Eppure in Riportando tutto a casa c’è forse sin troppa concessione alla cronaca italiana, considerando il trattamento che il paese ci ha riservato in seguito, e considerando soprattutto il ghigno che ha iniziato a mostrare all’inizio degli anni Dieci. Troppo onore, in quel romanzo, ai fatti di dominio pubblico (la finale Juventus Liverpool all’Heysel, Cernobyl, Vermicino, i filmoni di cassetta, il «Drive In» ecc.) È vero che Riportando tutto a casa raccontava delle questioni private consumatesi in un contesto che a me sembrava orribile. È vero che c’era la volontà persino disperata di offrire un’interpretazione autentica, o almeno una briciola di interpretazione autentica (“le cose non sono andate come si legge sulle pagine di cronaca o di storia. Le cose, in verità, sono andate così“), ma ogni tanto alcuni protagonisti della vita pubblica in quel romanzo erano chiamati per nome, e questo significava concedergli troppa confidenza, e allo stesso tempo marcare la presunzione di essere “distrutti ma salvi, nonostante tutto”. Troppo poca sprezzatura.

È questo che iniziai a sentire (e qui provo per la prima volta a razionalizzarlo) a partire dal 2010. Se l’Italia si stava trasformando in una sorta di cadavere assassino, uno zombie il cui morso ci trasforma (noi, o solo una parte di noi, voglio sperare) in altrettanti mostri ambulanti, se la crisi comincia a palesare il suo vero grugno, violenza, sopraffazione, viltà e miseria, se l’Europa getta la maschera mostrandosi come il più algido dei continenti, e alla ricomposizione di un’oligarchia che l’umanista ha il dovere di odiare si contrappone un principio di barbarie plebea meritevole di disprezzo… Se questo frutto avvelenato è il regalo degli anni Dieci, allora bisogna rifugiarsi non sotto il tetto dei neo-neorealisti (non regge più nemmeno quello) perché l’affresco è molto più vicino a un Otto Dix, a un Max Ernst, e i versi, quelli attraverso i quali riconoscerci ancora come umani, risuonano anche meglio negli echi di Georg Trakl. Scrivere un romanzo talmente intriso del proprio tempo da non fare più alcuna concessione alla cronaca del tempo. Nei corvi di Georg Trakl c’è il fonte della Prima guerra mondiale, così come nei racconti di Kafka ci sono i campi di concentramento senza che né l’uno né gli altri escano dalle forme primigenie oltre cui sono state consegnate alla Storia. Di più. Ripensare alla Montagna Incantata, ai Fratelli Karamazov, all’Urlo e il furore uscito proprio l’anno del crollo della borsa, dove l’eco di Wall Street arriva a malapena, ma dove tutto è crisi. Oppure meglio, un romanzo segreto come poteva essere stato Cime tempestose di Emily Brontë. Una volta Francis Bacon disse che, in fondo, il crollo dell‘Innocenzo X reso palese nel suo quadro era già contenuto (a chi sapesse vedere) in un modo perfino più crudele e definitivo in Velázquez.

E poi, mentre andavo sentendo tutto questo, nel lungo atto di scrivere il romanzo che mi ha impegnato negli ultimi quattro anni, sono arrivate le elezioni politiche del 24 e 25 febbraio del 2013. Quelle di Grillo, Bersani e Berlusconi, e della rielezione di Napolitano. Lo zero assoluto. La tragicommedia perfetta. Il ritorno a Cacania!

Abito all’Esquilino, a Roma, e il giorno dei comizi finali, prima delle elezioni, son potuto andare a piedi sia a quella del PD che a quella di Grillo. La prima, nel Teatro Ambra Jovinelli, sembrava una riunione allargata di una piccola casa editrice, per di più romana. Signore e signori borghesi convinti di essere dalla parte giusta della Storia, a cui Nanni Moretti veniva a dire che, con la possibile vittoria di qualche giorno dopo, milioni di italiani sarebbero finalmente stati liberi dal ricatto di Berlusconi. Come se fosse stato quello, il problema principale dell’Italia. Come se cioè Gobetti avesse scritto invano, e non fossero tutte, sempre, autobiografie della nazione. Nell’altro comizio, a piazza San Giovanni, sembrava di essere a un concerto rock dove al posto di “Born to Run” arrivavano gli echi di Le Pen e di un Guglielmo Giannini idrofobo, e non era neanche il peggiore dei casi. Due spettacoli (quello del PD all’Ambra Jovinelli, e di Grillo a San Giovanni) per i quali ho provato una forma molto tangibile di ostilità immediata. Sono comunque tornato a casa abbastanza persuaso che il PD avrebbe vinto.

Poi sono arrivate le elezioni, e i risultati elettorali, e non appena ho realizzato quello che era successo (lo zero assoluto, Cacania…) per un attimo, prima di iniziare a temere il peggio, ho provato una vertiginosa sensazione di euforia. Risata isterica, felicità illuminata che precede la crisi epilettica.

Per un attimo, all’improvviso, ho sentito l’Italia ridotta di nuovo a una pura espressione geografica, un luogo in cui tutto poteva davvero succedere di nuovo. E mi sono sentito libero. Libero soprattutto dalla sinistra italiana che, se è vero che ha la vocazione alla sconfitta nella dimensione governativa, è da sempre egemone su quella culturale, e ha perfino la pretesa di esercitare questa stessa signoria sul piano artistico.

Voto da sempre a sinistra, continuo a farlo, considero la giustizia sociale il presupposto di ogni libertà civile, ma oggi la sinistra ufficiale in Italia (tutta la sinistra che ha rappresentanza in parlamento) diventa non di rado uno dei più grossi ostacoli per l’immaginazione e la creatività, per chiunque voglia scrivere poesie, romanzi, oppure fare un film, incidere un disco, o fare teatro. Contro l’immaginazione, contro la vita.

Per qualche secondo – diffusi i risultati elettorali – mi sembrava fossimo liberi dall’agenda della sinistra italiana cosiddetta perbene, dalla dittatura dei falsi temi (i cosiddetti contenuti) naturalmente inclini a pugnalare al cuore i linguaggi più autentici, liberi dalla mitologia da album Panini, dai cantautori, dagli editoriali pensosi, dal decoro e dal politicamente corretto, dal salotto e dal teatro, di nuovo l’avventura, di nuovo la possibilità di crearsi un percorso personale, privato, senza avere sempre tra i piedi tutti questi autoproclamatisi benefattori con il complesso dell’artista mancato che scaricano su di te, sottoponendoti a un ricatto sempre più implicito (temi in cambio di anima, rispettabilità in cambio della vita). Liberi anche di guardare faccia a faccia l’inconsapevole componente neonazista del Movimento 5 Stelle e quella mafiosa della destra da Seconda repubblica.

E poi, ancora meglio, finalmente, di nuovo soli. Dopo tanto tempo. Che bello. Non le ceneri di Gramsci ridotte a souvenir ma l’intoccato biancore del fantasma del Console Firmin (e del principe Myskin, e Candance Compson, sorella di noi tutti) di nuovo al mio fianco. Idiota tra gli idioti.

Poi ho sentito il rumore del ferro e ho avuto paura. Ma anche la conferma, perfino razionale, che il romanzo con cui ero alle prese già da qualche anno era proprio ciò che dovevo scrivere per rimanere vivo.

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Non don Ciotti; e non a Sofri, Caselli, Dalla Chiesa. Don Silvano sono io. Sulle polemiche seguite a “I buoni” di Luca Rastello https://minimaetmoralia.it/interventi/sulle-polemiche-seguite-a-i-buoni-di-luca-rastello/ https://minimaetmoralia.it/interventi/sulle-polemiche-seguite-a-i-buoni-di-luca-rastello/#comments Thu, 03 Apr 2014 13:57:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19782 È da poco uscito per Chiarelettere I buoni, romanzo di Luca Rastello che sta facendo molto discutere. Nel romanzo si racconta il lato oscuro dei professionisti del bene. Qualche commentatore (come Adriano Sofri o Gian Carlo Caselli) ha creduto - passando dalla finzione letteraria alla cronaca - di ritrovarci don Ciotti e "Libera". Si è sollevato un polverone. Qui l'articolo di Rastello in risposta alle polemiche, uscito qualche giorno fa sul "Fatto Quotidiano".

di Luca Rastello

Caro direttore,

ci tengo davvero a ringraziare Il Fatto Quotidiano per l'attenzione che ha voluto dedicare al mio romanzo "I Buoni", e sono lusingato per la lettura attenta e profonda di Daniela Ranieri. Sento però il bisogno di rispondere, sia pure sommariamente, agli attacchi di Nando Dalla Chiesa e Gian Carlo Caselli che sorprendentemente trovo scomposti. I loro articoli su di me sono ricchi di allusioni e insinuazioni sgradevoli, veri e propri insulti ("ipocrisia", "velo farisaico" già nell'incipit, "volgare", "squallido", "arrogante", "presuntuoso" qua e là) eper di più si appoggiano a riferimenti testuali del tutto scorretti, e in qualche caso addirittura immaginari, che mi costringono a ripetere un vecchio e trito adagio: prima di parlare di un libro conviene leggerlo, e tanto più se si vuole essere efficaci nel distruggerlo. Addirittura Dalla Chiesa inventa una storia d'amore fra un sacerdote e una donna che nel libro proprio non c'è. Capisco l'intento polemico: deve ridurre il libro a una massa maleolente di pettegolezzi (lui dice "gossip"). Mi dispiace perché stimo Dalla Chiesa per le sue battaglie civili e politiche, ma scivoloni come questo mi danno agio per rispedire al mittente il "gossip": è una forma mentis che forse appartiene a lui, non a me.

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Magritte

È da poco uscito per Chiarelettere I buoni, romanzo di Luca Rastello che sta facendo molto discutere. Nel romanzo si racconta il lato oscuro dei professionisti del bene. Qualche commentatore (come Adriano Sofri o Gian Carlo Caselli) ha creduto – passando dalla finzione letteraria alla cronaca – di ritrovarci don Ciotti e “Libera”. Si è sollevato un polverone. Qui l’articolo di Rastello in risposta alle polemiche, uscito qualche giorno fa sul “Fatto Quotidiano”. (Immagine: René Magritte, Golconda)

di Luca Rastello

Caro direttore,

ci tengo davvero a ringraziare Il Fatto Quotidiano per l’attenzione che ha voluto dedicare al mio romanzo “I Buoni”, e sono lusingato per la lettura attenta e profonda di Daniela Ranieri. Sento però il bisogno di rispondere, sia pure sommariamente, agli attacchi di Nando Dalla Chiesa e Gian Carlo Caselli che sorprendentemente trovo scomposti. I loro articoli su di me sono ricchi di allusioni e insinuazioni sgradevoli, veri e propri insulti (“ipocrisia”, “velo farisaico” già nell’incipit, “volgare”, “squallido”, “arrogante”, “presuntuoso” qua e là) eper di più si appoggiano a riferimenti testuali del tutto scorretti, e in qualche caso addirittura immaginari, che mi costringono a ripetere un vecchio e trito adagio: prima di parlare di un libro conviene leggerlo, e tanto più se si vuole essere efficaci nel distruggerlo. Addirittura Dalla Chiesa inventa una storia d’amore fra un sacerdote e una donna che nel libro proprio non c’è. Capisco l’intento polemico: deve ridurre il libro a una massa maleolente di pettegolezzi (lui dice “gossip”). Mi dispiace perché stimo Dalla Chiesa per le sue battaglie civili e politiche, ma scivoloni come questo mi danno agio per rispedire al mittente il “gossip”: è una forma mentis che forse appartiene a lui, non a me.

Quanto a Gian Carlo Caselli, fa finire il romanzo con un’altrettanto inventata “feroce uccisione di un collaboratore di Ciotti” da parte di uno “psicopatico” (l’unico che muore è un personaggio appartato, per me il portatore dei valori più positivi del romanzo, e muore per mano di un amico). Difficile non pensare che il libro sia stato loro raccontato in maniera assai approssimativa. Ciò non esime però l’ex procuratore dalla psicoanalisi in contumacia: ‘”ipotizzo un risentimento privato profondo”. E perché? Quali torti avrei subito? O la requisitoria intende sostenere che lo psicopatico sono io?

Tutta l’aggressività di cui sono oggetto nasce da un’interpretazione suggerita da Adriano Sofri su “Il Foglio” con un’operazione a mio parere eccessivamente meccanica di identificazione fra un personaggio del romanzo (non il protagonista) e don Luigi Ciotti. “Un attacco – nell’oratoria di Caselli – alla persona, al suo pensiero, alla sua opera”. È vero che, una volta pubblicato, un libro appartiene al lettore, e Sofri lo è, che ha il diritto di offrire la sua chiave, ma da qui a voler fare del romanzo un’inchiesta travestita, per codardia o altri loschi e occulti intenti, ne corre assai. Ovviamente nessuno è tenuto a conoscerlo, ma credo che tutto il mio passato possa parlare per me: quando ho voluto fare inchiesta (che fosse su guerra, mafia, narcotraffico, alta velocità, servizi segreti o serial killer) l’ho fatta, guardando tutti negli occhi e facendo i nomi delle persone coinvolte, a chiarissime lettere. E quando ho voluto scrivere un pamphlet (per esempio sugli scrittori che dissertano di democrazia sui giornali) l’ho fatto con nomi e cognomi in chiaro. Molti sassi ho lanciato, mai nascosto la mano, mai fatto velo con eufemismi, travestimenti o retoriche.

La scelta di scrivere un romanzo è tutt’altra cosa: è la scelta di affrontare temi generali, se non universali, che riguardano prima di tutto i lati oscuri di chi scrive. Ho voluto raccontare un male che è ovunque e che io per primo porto dentro (se c’è un personaggio a chiave ne “I buoni” è forse il solo Andrea, costruito su di me e sulle mie potenzialità più negative). Credo che una condizione decisiva per scrivere qualcosa di interessante, oltre che di moralmente sorvegliato, sia partire sempre dall’analisi impietosa di sé stesso. Così, ascoltando la lezione di giganti a cui non intendo paragonarmi, posso dire ad alta voce e a fronte alta: Don Silvano sono io. E credo che Don Silvano lo siamo tutti, almeno in potenza, non importa se personaggi pubblici e privati.

Certo, la mia vita, le mie esperienze, ciò che ho visto, vissuto entrano a far parte della materia con cui costruisco una storia. È così per chiunque scriva narrativa. Ad esempio nel romanzo precedente era centrale la figura di mio padre, senza che il libro ne fosse una biografia. Il dibattito letterario sul “non fiction novel” data ormai da mezzo secolo (caro Dalla Chiesa: non ho inventato niente, purtroppo), ma anche prima di Truman Capote gli autori facevano delle loro vite materia narrativa. Signori, mi dispiace ma stavo scavando in me, nel mio lato oscuro. È falso che io abbia voluto raccontare la storia di “Libera”, ho scritto e vedo uscire questo libro in una fase molto difficile della mia vita, una fase in cui si fanno i conti con sé stessi e non con la cronaca. Con sé stessi e con ciò che si lascia ai figli. Il dottor Caselli, che pure dimosta di aver letto la nota dell’editore (eh sì, dell’editore) in apertura, non ha colto nella stessa pagina la dedica (questa in effetti mia) alle mie figlie, “perché sfuggano”. Al male connaturato agli umani, che tanto più è pericoloso per i ragazzi che generosamente si espongono in quelle realtà dove l’incontro fra ottime intenzioni, carisma, narcisismo, potere, relazione di aiuto e modello impresa crea una miscela pericolosa e incerti casi letale su cui è bene tenere sempre uno sguardo critico.

Quanto a “Libera”, ho dedicato per più di quattro anni tutto il tempo delle mie giornate e molte notti, con passione e grandi responsabilità, alla sua nascita (anche se oggi il ritocco sovietico alla foto ufficiale mi qualifica “osservatore partecipante”, secondo la definizione involontariamente umoristica di Dalla Chiesa) e vi ho incontrato alcune delle persone migliori della mia vita. Niente secondi fini, cari amici, niente “provocazione intellettuale” o baggianate simili: non mi appartengono e meno che mai mi interessano in questo momento.

Una cosa vera la dice Nando dalla Chiesa: che quel che racconto ne “I buoni” è vero di tantissime realtà organizzate, antiche come il Pci e Lotta Continua, così come contemporanee. E addirittura non scorge la contraddizione in cui lui stesso cade anche quando ricorda sul suo blog (ed è giusto che lo si ricordi) che proprio quel don Ciotti che secondo lui dovrebbe essere l’oggetto della mia presunta critica ha appena urlato a Latina le stesse cose che penso io e che emergono dal mio racconto a proposito delle associazioni.

Ma tant’è, lo scatto irriflesso dell’insulto indica che ho toccato qualcosa di molto molto permaloso, vedo. Fin troppo facile parlare di nervi scoperti. Se la coda è di paglia che bruci, ma non mai per una fiamma accesa da me. Capitò ad autori ben più grandi di me, come Bianciardi che dovette scontare fino alla fine dei suoi giorni la cattiva coscienza di Gian Giacomo Feltrinelli che si era voluto riconoscere nel “Moro” raccontato nella sua “Vita agra”.

Non è indispensabile che il dottor Caselli abbia una buona opinione del libro, né che lo legga, né che intervenga sulle sue questioni di fondo, ma almeno avrebbe potuto dire qualcosa sui temi che anche don Ciotti affronta e che, sia pure in superficie, nel romanzo ci sono. Per esempio l’esistenza di una carità operosa e discreta a fianco e nelle crepe degli imperi caritatevoli, o il dramma del marketing e della professionalizzazione che scavalcano le motivazioni etiche e la gratuità dell’impegno, le manomissioni linguistiche e retoriche, i rituali di sottomissione delle comunità chiuse dove anziché la religione o la morale laica si celebrano culti pagani del Capo. Cose così. Ma lui preferisce usare a sproposito la battuta volgarissima pronunciata da un mio personaggio (serve a connotarne il maschilismo ed è volutamente grottesca) per insinuare surrettiziamente che essa rappresenti il punto di vista dell’autore sul mondo che racconta. Mah.

Sono peccatore, reo confesso e come tale non in grado di fare la morale a nessuno, ma mi impegno a non soffocare mai i dubbi, in primo luogo su me stesso. È una questione di ginnastica mentale e morale e un metodo per non assomigliare ai «dottori della legge che sprofondano sempre più nella loro cecità interiore, privi di umiltà e di dubbi» di cui proprio domenica, commentando il vangelo di Giovanni, ha parlato Papa Francesco.

Spero almeno mi sia risparmiata una lettura dietrologica anche di questa replica. Anche se si rinnoveranno attacchi e sarcasmi non aggiungerò altro. La violenza dell’insulto confortata da firme importanti ha già iniziato a trasformarsi sui social network in espressioni di vero odio e addirittura non manca chi incita all’azione nei miei confronti. Eppure il dottor Caselli accusa me di invocare manganelli, roghi e manifestare nella figura di un personaggio del romanzo che lui definisce tout court “psicopatico” certe oscure volontà di vendetta (Ripeto: contro che cosa?). Ovviamente non è richiesta al bagaglio professionale di un magistrato la capacità di capire le metafore. Ma il finale del romanzo, che Gian Carlo Caselli (forse con un riflesso, questo sì, professionale) legge come un’istigazione al linciaggio, è invece una metafora che ora posso a cuore saldo applicare a me stesso e ai miei illividiti accusatori: arriva per tutti, immancabilmente, un dies irae. Il mio non è neanche fra molto e io so, con coscienza serena e pulita, che il loro sarà peggiore.

Un caro saluto e davvero auguri per le battaglie del giornale.

L'articolo Non don Ciotti; e non a Sofri, Caselli, Dalla Chiesa. Don Silvano sono io. Sulle polemiche seguite a “I buoni” di Luca Rastello proviene da Minima et Moralia.

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Le narrazioni di Milano https://minimaetmoralia.it/libri/le-narrazioni-di-milano/ https://minimaetmoralia.it/libri/le-narrazioni-di-milano/#comments Sat, 15 Mar 2014 06:00:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19338 Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Carlo Orsi)

Ogni spazio è neutro, ogni origine è irrilevante. Poi arriva la scrittura che conferendo allo spazio una forma linguistica altera la neutralità, contrasta l’irrilevanza. A quel punto, quando lo spazio diventa oggetto di una narrazione, ciò che era neutro diventa emblematico (se non sintomatico), ciò che era irrilevante si fa significativo.

Dunque non c’è nulla di dato: a decidere la forza di un’origine, la sua capacità di descrivere il mondo, è l’intensità della lingua e dell’immaginazione narrativa. Ogni scrittore decide che di volta in volta Parigi, Londra, Dublino, Praga, oppure Roma, Torino, Napoli e ancora Malo, Newark e Yoknapatawpha possono essere – sono – luoghi critici attraverso i quali provare a comprendere le cose, gli epicentri di un discorso che muove dalla dimensione locale e contingente per trascenderla dando forma a un discorso che abbia come proprio oggetto non più lo spazio (o il tempo) bensì l’umano tout court.

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carlo_orsi

Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Carlo Orsi)

Ogni spazio è neutro, ogni origine è irrilevante. Poi arriva la scrittura che conferendo allo spazio una forma linguistica altera la neutralità, contrasta l’irrilevanza. A quel punto, quando lo spazio diventa oggetto di una narrazione, ciò che era neutro diventa emblematico (se non sintomatico), ciò che era irrilevante si fa significativo.

Dunque non c’è nulla di dato: a decidere la forza di un’origine, la sua capacità di descrivere il mondo, è l’intensità della lingua e dell’immaginazione narrativa. Ogni scrittore decide che di volta in volta Parigi, Londra, Dublino, Praga, oppure Roma, Torino, Napoli e ancora Malo, Newark e Yoknapatawpha possono essere – sono – luoghi critici attraverso i quali provare a comprendere le cose, gli epicentri di un discorso che muove dalla dimensione locale e contingente per trascenderla dando forma a un discorso che abbia come proprio oggetto non più lo spazio (o il tempo) bensì l’umano tout court.

Negli scorsi mesi tre scrittori si sono cimentati con il racconto di un luogo, Milano, che descritto attraverso tre differenti angoli visuali si propone (o meglio si impone) come una città rivelatrice, come quell’inferno in terra dove l’umano (per lo meno quello italiano) si va progressivamente riconfigurando.

Infernale, alla lettera, è la Milano di Estate crudele di Alessandro Bertante (Rizzoli). Durante il luglio del 2003 – quando «l’aria sembra fatta di cotone» e il caldo è istigatore – nelle strade che intersecano via Padova si aggira Alessio Slaviero. «Solo, sconfitto, imprigionato e ingannato», Alessio è una voce monologante nel buio, un corpo esasperato che incede ostinato attraverso una periferia in cui «il presente è orizzontale, prosaico e irrimediabilmente sudicio». Questo Bardamu è, come il personaggio di Céline, cupo e misantropo, allucinato e apodittico, teneramente nichilista. L’unico barlume buono è la percezione, sempre alla stessa ora del giorno, di una donna che compare sul balcone di fronte per bagnare le piante. Per il resto – come se Alessandro Bertante avesse intercettato non tanto la violenza palese del presente quanto quella immateriale eppure sempre più strutturale alle cose, ai legami e alle esperienze – tutto è sempre più ignobile e avulso e insopportabile.

La Milano raccontata da Igino Domanin in La legge di questa atmosfera (il Saggiatore) è una città al limite della molecolarizzazione, concepita e praticata – desiderata – come meravigliosa parvenza, un fantasma scintillante. Per Sandro Arrigoni – l’archistar che sta rivoluzionando l’idea di spazio – la metropoli deve ambire alla rovina. Il senso di Agahrta – il suo progetto innovativo – è quello di generare, nel cuore di Milano, una zona ultrarcaica. Come se King Kong nascesse direttamente dall’Empire State Building, la forza ctonia dalla tecnologia più raffinata: il passato ancestrale dal contemporaneo. Il tutto tramite un trauma esplosivo utile a raggiungere quello che per i greci andava sotto il nome di kénosis, lo svuotamento: sottrarre il mondano per recuperare l’umano. Perché il bisogno sempre più urgente è quello di venire fuori dal groviglio della comunicazione: «Qui non si può più inviare, né ricevere, qui sei libero, qui sei irraggiungibile, qui sei finalmente Uomo…»

Nella prospettiva di Fine impero di Giuseppe Genna (minimum fax), l’apocalisse milanese si declina attraverso una catastrofe diffusa e attenuata. Integrata. Non un incidente, qualcosa di acuto, ma la cronicizzazione del male; non un crollo, dunque, ma un galleggiare semi-inerte nel crollato. In questo piccolo mondo notturno, un narratore cosciente di esistere nell’erosione dell’immaginario (nella fine delle forme e della lingua) si lascia guidare da un uomo – Zio Bubba – che come un cieco visionario è in grado di descrivere l’esistenza fossile che la città rende ancora disponibile. Ciò che del romanzo di Genna costringe a un pensiero ultimo è la lingua. La scrittura di Fine impero sembra un tempo linguistico che precede il pianto. Forse è una questione di climax. Un progressivo alzare la voce determinato dalla consapevolezza che il tempo per la parola è sempre meno, il rischio di non riuscire a dare forma al proprio discorso è incombente. Alzare la voce, innalzarla oltre il brusio della chiacchiera, è allora questione di vita o di morte. Se il discorso viene a mancare, la scrittura si dissolve in lacrime.

In ognuno di questi romanzi sembra di poter riconoscere in filigrana l’iconoclastia disincantata di La vita agra e la dolcezza ironica di Ascolto il tuo cuore, città. Ciò che segnala i decenni trascorsi dai libri di Bianciardi e di Savinio è una specie di perturbamento divenuto costitutivo. La Milano che da qui a due anni ospiterà l’expo è un’origine con cui non si può che lottare. La febbre oscura, l’impulso verso le rovine e verso il pianto, sono gli strumenti di questa lotta.

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Scrittori arabi contemporanei https://minimaetmoralia.it/libri/scrittori-arabi-contemporanei/ https://minimaetmoralia.it/libri/scrittori-arabi-contemporanei/#comments Fri, 06 Dec 2013 15:30:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16811 Inauguriamo una nuova rubrica sulla letteratura araba a cura di Mario Valentini. (Immagine: un ritratto di Ghassan Kanafani.)

Questo è il primo di una serie di brevi articoli riguardanti libri arabi tradotti in italiano. È un pezzo scritto da un non specialista in materia, che si avvicina a questi libri con la curiosità e l’estemporaneità del neofita e che, per farlo, mette in campo strumenti e riferimenti del tutto personali. Forse non proprio i più opportuni e corretti dal punto di vista metodologico, dunque. Ma lo anima un intento divulgativo. E si sa che alcuni divulgatori sono stati, anche in tempi antichi, dei mezzi incompetenti che parlavano a persone solo un po’ più incompetenti di loro.

Ma comunque, a nessuno verrebbe in mente di fare una simile excusatio se si trattasse di libri francesi o americani. Forse perché queste letterature fanno parte ormai del nostro paesaggio consueto e chiunque si sente del tutto legittimato a parlarne. Lo stesso non avviene per la letteratura araba, che imbarazza molti lettori comuni già a partire dai nomi dei suoi autori, ritenuti spesso impronunciabili e difficilmente memorizzabili. Così a parlarne, e lo fanno benissimo e con la necessaria competenza, sono soprattutto gli arabisti. Che d’altra parte, in quanto traduttori e principali commentatori dei testi ne sono gli unici, veri, reali divulgatori. Ma che nessun altro ne parli, anche se entro i limiti dei propri relativi punti di riferimento, non è forse ulteriore sintomo di una marginalizzazione? E allora può valere la pena di correre il rischio di prendere qualche sonora cantonata se si persegue l’obiettivo di portare i testi scritti in arabo al centro dei nostri discorsi sui libri, affinché prima o poi entrino a far parte anch’essi di un paesaggio familiare.

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GhassanKanafani

Inauguriamo una nuova rubrica sulla letteratura araba a cura di Mario Valentini. (Immagine: un ritratto di Ghassan Kanafani.)

Questo è il primo di una serie di brevi articoli riguardanti libri arabi tradotti in italiano. È un pezzo scritto da un non specialista in materia, che si avvicina a questi libri con la curiosità e l’estemporaneità del neofita e che, per farlo, mette in campo strumenti e riferimenti del tutto personali. Forse non proprio i più opportuni e corretti dal punto di vista metodologico, dunque. Ma lo anima un intento divulgativo. E si sa che alcuni divulgatori sono stati, anche in tempi antichi, dei mezzi incompetenti che parlavano a persone solo un po’ più incompetenti di loro.

Ma comunque, a nessuno verrebbe in mente di fare una simile excusatio se si trattasse di libri francesi o americani. Forse perché queste letterature fanno parte ormai del nostro paesaggio consueto e chiunque si sente del tutto legittimato a parlarne. Lo stesso non avviene per la letteratura araba, che imbarazza molti lettori comuni già a partire dai nomi dei suoi autori, ritenuti spesso impronunciabili e difficilmente memorizzabili. Così a parlarne, e lo fanno benissimo e con la necessaria competenza, sono soprattutto gli arabisti. Che d’altra parte, in quanto traduttori e principali commentatori dei testi ne sono gli unici, veri, reali divulgatori. Ma che nessun altro ne parli, anche se entro i limiti dei propri relativi punti di riferimento, non è forse ulteriore sintomo di una marginalizzazione? E allora può valere la pena di correre il rischio di prendere qualche sonora cantonata se si persegue l’obiettivo di portare i testi scritti in arabo al centro dei nostri discorsi sui libri, affinché prima o poi entrino a far parte anch’essi di un paesaggio familiare.

***

Uomini sotto il sole di Ghassan Kanafani l’ho trovato a due euro in una libreria dell’usato ed è forse questo che me lo rende un po’ glorioso: il fatto che (almeno ai miei occhi) sia un ritrovamento e, in un certo senso, anche un libro sopravvissuto. Scritto nel 1963, la sua traduzione in italiano risale al 1991: poca o nulla speranza di trovarlo a scaffale in qualsiasi altro tipo di libreria.

Personalmente ho questo vizio. Se comincio a appassionarmi a qualcosa, ad esempio un autore i cui libri non si trovano più in giro,di quell’argomento divento una specie di fanatico fissato. È successo così per autori italiani come Bianciardi o Manganelli, di cui negli anni ’90 non si trovava quasi niente in commercio: per circa tre o quattro anni ho raccattato di tutto, scovandone i libri nei posti più impensati. Poi, pur continuando ad ammirarli, quando alcune case editrici hanno cominciato a ristamparne i volumi sono guarito e la mia fissazione per questi autori si è notevolmente calmata.

Kanafani è considerato uno dei maggiori scrittori palestinesi del ‘900. Rifugiatosi in Libano nel 1948 in seguito a quella prima guerra arabo-israeliana che gli arabi chiamano “la catastrofe”, ha poi vissuto in Siria e in Kuwait. Attivista del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, è stato assassinato nel 1972.

Uomini sotto il sole racconta il tentativo disperato di passare una frontiera, in pieno agosto, in mezzo a zone quasi desertiche, da parte di tre uomini in fuga dalla Palestina occupata e all’inseguimento di un futuro un po’ più dignitoso da assicurare a sé e alle proprie famiglie. Si tratta della frontiera tra Iraq e Kuwait, nei pressi di Basra (Bassora), in quella zona in cui le acque di Tigri e Eufrate proseguono ormai congiunte verso il Golfo Persico attraverso un esteso braccio d’acqua noto con il nome diShattel-‘Arab. Il romanzo racconta delle contrattazioni intavolate da tre palestinesi (Abu Qais, Asad e Marwàn) con uomini senza scrupoli che vendono loro la possibilità di passare in Kuwait da clandestini. E che, lo sanno gli stessi clandestini, con ogni probabilità li abbandoneranno in mezzo al deserto. L’esito è tragico: i tre faranno la fine dei topi, cotti a vivo dal sole incandescente nel chiuso di un’autocisterna vuota d’acqua in cui erano stati nascosti. Verranno così abbandonati di notte per strada, vicino a un deposito di spazzatura, proprio come può accadere nel Canale di Sicilia ai migranti di oggi, che muoiono per il sole e per la sete e i cui corpi vengono buttati fuori dai barconi a gonfiarsi d’acqua.

Uomini sotto il sole è libro essenziale e potente, di un realismo asciutto ma che ha una sua particolare capacità evocativa. È davvero il racconto/paradigma di una immane catastrofe, molto al di là delle vicende storiche dei palestinesi a cui il libro si riferisce: oltre a una catastrofe già consumata, insomma, ne sa raccontare tante altre a venire. Ma se è inevitabile che rievochi fatti realmente avvenuti e che continuano a ripetersi ancora oggi in aree geografiche contigue a quelle del romanzo, a leggerlo vengono anche in mente libri del tutto estranei, per geografia per lingua e per vicende narrate, al contesto arabo. Nella prefazione all’edizione italiana Vincenzo Consolo accostava ad esempio Kanafani a Hemingway, Faulkner o Steinbeck, penso per la sua capacità di collocare le vicende narrative nel cuore della Storia e dei maggiori conflitti politici che la attraversano. A me, invece, il libro ha ricordato soprattutto quei bellissimi racconti di Juan Rulfo raccolti in un volume dal titolo La pianura in fiamme.

È un accostamento molto opinabile, e forse del tutto incongruo, e appunto per questo particolarmente utile a farci su qualche buona pensata.

È innanzi tutto il titolo a stabilire una parentela tra i due libri. L’arida pianura dei racconti di Rulfo è in fiamme per l’arsura del clima e perché incendiata da una sorda violenza, della cui origine non si riesce nemmeno a recuperare memoria ma che pervade tanto le relazioni intime e private dei protagonisti quanto quelle pubbliche. Una violenza che sembra impastata con la terra stessa che gli uomini di Rulfo calpestano. I personaggi di Juan Rulfo sono eterni camminanti, quasi tutti uomini in fuga. Per lo più a causa di un crimine privato commesso o subito. Anche i personaggi di Rulfo attraversano terreni ostili, bruciati dal sole, spazzati da un vento asciutto, tra sterpi secchi e massi polverosi, di notte o di giorno, alla ricerca di una via di salvezza che è sempre irraggiungibile. Hanno dentro quella fibrillazione disperata che è propria degli animali braccati, ormai chiusi in un angolo, definitivamente in trappola.

E in una trappola vanno proprio a finire gli uomini di Kanafani, sotto il sole di quell’altra regione semidesertica, a mezzogiorno, in pieno agosto. Anche in questo caso c’è una pianura in fiamme per clima e violenza. Solo che qui la violenza ha una radice storica. Se ne possiede una memoria chiara e sarebbe (o sarebbe stata) perfino evitabile. Non è ancestrale e cieca, come avviene in Juan Rulfo (talmente cieca e ambigua da tollerare perfino che si travesta, in alcuni tra i più bei racconti dello scrittore messicano, di un’ironia beffarda). In Kafanani inoltre la violenza non è impastata alla terra: piuttosto la invade sopraggiungendo dall’esterno, e viene a inaridirla.

In Uomini sotto il sole le vicende che narrano il tentativo di passare la frontiera vengono interpolate da continui flashback: inserti con qualche lirismo che raccontano vicende appartenenti al passato dei protagonisti. Al centro di questi brani di memoria c’è quasi sempre la Palestina, i vicini di casa, il paese di origine, le famiglie abbandonate. Qui la perdita si può nominare. La violenza arriva a sconvolgere le vite ma non è stata cercata. Nel ricordo dei protagonisti la terra d’origine non significa agonia e sangue, ma ha l’odore buono delle mogli, “di una donna che si era appena lavata con acqua fresca e che gli accosta i capelli ancora umidi, coprendogli il viso”.

Il pericolo a cui va incontro ogni profugo è incastrarsi nel ricordo della propria terra perduta in una prolungata attesa che paralizza. Ed è quello di cui si accorge a un certo punto uno dei tre uomini, Abu Qais, quando decide di tentare l’avventura verso il Kuwait: “Negli ultimi dieci anni non hai fatto altro che aspettare. Ti ci sono voluti dieci lunghi anni di fame per capire che hai perduto i tuoi alberi, la tua casa, la tua giovinezza e tutto il villaggio. In questi lunghi anni la gente è andata avanti per la sua strada, mentre tu te ne stavi accovacciato come un cane in una casa miserabile. Che ti aspettavi? Che piovesse giù la ricchezza dal tetto? Casa tua? Ma quale casa tua? Un uomo generoso ti aveva detto: «Abita qui!». E dopo un anno: « Dammi metà della stanza», così hai appeso qualche sacco rattoppato tra te e i nuovi vicini. E sei rimasto accovacciato finché non è arrivato Sa’d e ha cominciato a scuoterti come si scuote il latte per fare il burro”.

Sa’d è uno di quelli che è riuscito a scappare in Kuwait e lì ha fatto fortuna. È uno di quelli che al ritorno ostentano la ricchezza acquisita contribuendo a creare il mito di un paese straniero per raggiungere il quale vale la pena affrontare qualsiasi tipo di rischio. Così, al confine, lungo lo Shattel-Arab, prima di prendere a piene mani il coraggio e provare a passare di là con qualsiasi mezzo disponibile, Abu Qais si ritrova a immaginare quell’eden di ricchezza che il Kuwait rappresenta per questi uomini. Ma è un ideale senza speranze e privo di reale forza di desiderio. Simbolicamente, sono gli alberi, quelli che gli sono stati sottratti, a rappresentare la pienezza dell’appartenenza. E il Kuwait ne è del tutto privo: “Al di là di quello Shatt, appena più in là, c’erano tutte le cose di cui era stato privato. Laggiù c’era il Kuwait… Là esisteva tutto ciò che nella sua mente era solo sogno e fantasia. Indubbiamente, laggiù esistevano cose reali fatte di pietra, di terra, di acqua e di cielo, non come quelle che gli passavano per la sua povera testa… Ci dovevano essere certo vicoli e strade, uomini e donne, e bambini che correvano tra gli alberi… No, no, alberi non ce n’erano. Sa’d, l’amico emigrato laggiù, che aveva lavorato da autista ed era tornato con soldi a palate, diceva che laggiù alberi non ce n’erano. Gli alberi stanno nella tua testa, Abu Qais, nella tua testa vecchia e stanca”.

L’uso simbolico di elementi legati alla terra e al clima (l’aridità del paesaggio, l’umidità della terra/sposa, gli alberi) sembra da sempre strutturare i racconti, in questa porzione di mondo attraversato nei secoli da mille conflitti. Le storie sembrano segnate sul territorio e attraversando il territorio non puoi che ascoltare storie. Così, l’immagine della terra-sposa i cui capelli bagnati di acqua coprono il viso dell’uomo palestinese, posta proprio in apertura di Uomini sotto il sole, potrebbe essere la traduzione letteraria e poetica di una rivendicazione territoriale: di una terra che era sposa a quel popolo, in un legame reso sacro da un vincolo cerimoniale.

Essendo un lettore per null aaddentro a vicende mediorientali non voglio spingermi troppo in là con le considerazioni. Ma l’immagine della terra-sposa di Kanafani mi ha ricordato, per contrappasso, lo stretto legame che intercorre tra territorio e narrazione in libri sacri come l’Antico Testamento. Ne sembra quasi una risposta per le rime. Ad esempio a quel salmo famoso, il 132, in cui dell’unguento profumato scende dal capo di Aronne fino alla barba e poi all’orlo della sua veste. Come la rugiada del Monte Hermon sui monti di Sion, specifica il salmo. Che sarebbe da interpretare, secondo quanto mi aveva suggerito una volta uno studioso di cose bibliche che conduceva me e un gruppo di altri ragazzi (quando ancora eravamo ragazzi) in giro per la Palestina, proprio in chiave geopolitica. In quanto l’Hermon è il monte da cui nasce uno degli affluenti principali del fiume Giordano, che scende lungo la terra promessa come sulla barba di Aronne fino a giù, fino alla veste, irrorandola e inondandola di profumi, e dunque rendendola fertile.

Viene così in mente il ruolo che il controllo delle acque ha avuto nelle guerre arabo-israeliane, che per buona parte sono state anche guerre per la conquista e il controllo delle sorgenti che garantiscono l’irrigazione delle terre poste a valle. E la stessa rivendicazione di unità territoriale del popolo israeliano su quella terra irrigata dal fiume sembra quasi radicarsi in un siffatto passo biblico. È come se in questo legame tra narrazione e terra, le storie, anche le più antiche, venissero fatte funzionare nell’attualità in una attribuzione di senso che fa presto, un po’ troppo in fretta, ad assumere significato politico.

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Luciano Bianciardi: io mi oppongo! https://minimaetmoralia.it/letteratura/luciano-bianciardi-io-mi-oppongo/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/luciano-bianciardi-io-mi-oppongo/#comments Wed, 07 Dec 2011 09:42:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5867 Sul «Messaggero» di qualche giorno fa, Matteo Nucci celebra con questo articolo il quarantennale dalla morte di Luciano Bianciardi, intellettuale per tutta la vita all’opposizione, traduttore di grandi classici e autore di un testo cruciale per il nostro Novecento letterario, «La vita agra».

Pare che l’autenticità la riconoscesse dalla voce. I finti intellettuali come i finti amici li scansava immediatamente, semmai li prendeva in giro e ne faceva oggetto di un sarcasmo a volte feroce.

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Sul «Messaggero» di qualche giorno fa, Matteo Nucci celebra con questo articolo il quarantennale dalla morte di Luciano Bianciardi, intellettuale per tutta la vita all’opposizione, traduttore di grandi classici e autore di un testo cruciale nel nostro Novecento letterario che è «La vita agra», dove l’aspra critica all’establishment culturale, a cui peraltro Bianciardi apparteneva, si mescola al racconto di un Italia stravolta e snaturata dal boom economico.

Pare che l’autenticità la riconoscesse dalla voce. I finti intellettuali come i finti amici li scansava immediatamente, semmai li prendeva in giro e ne faceva oggetto di un sarcasmo a volte feroce. Perché era in lotta contro la grettezza e la meschinità e cercava l’abbraccio vero, onesto, la bevuta e la mangiata con braccianti e intellettuali, basta che fossero uomini, come lui. Eppure morì solo. Quasi solo. Quarant’anni fa, dopo quasi tre settimane di agonia in una stanza del San Carlo di Milano. Negli anni che seguirono, Luciano Bianciardi, grossetano classe 1922, fu dimenticato. Ne coltivarono il ricordo gli amici, gli artisti di strada, i pittori e i fotografi con cui aveva condiviso il pane e il vino. Pochissimi continuarono a leggerne i libri. Poi arrivò Pino Corrias a dare alle stampe nel 1993 una biografia che viene oggi ripubblicata (Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano, Feltrinelli). Poi arrivarono Massimo Coppola e Alberto Piccinini autori di un film straordinario (Bianciardi!) e curatori assieme a Luciana Bianciardi, la figlia, dell’intera opera (il cofanetto con il film e i due “antimeridiani” è stato ripubblicato ora in un’edizione speciale: Luciano Bianciardi, Opera completa, ISBN, 2 voll. + DVD).

E così oggi, finalmente, nessuno storce più il naso se si nomina Bianciardi fra i principali scrittori del Novecento italiano e il suo capolavoro, La vita agra, fra le opere decisive. Del resto, in quel libro c’è tutto il suo autore e il suo dolore, c’è tutta l’Italia di quegli anni e tutto il dolore che provoca, in qualsiasi tempo, la perdita delle radici e il rimpianto dell’Eden di un mondo fatto di relazioni chiare e parole dirette. Quel mondo Bianciardi lo abbandonò presto. Era la Maremma che girava assieme all’amico Cassola su un bibliobus di sua invenzione per portare i libri nelle campagne. Era la casa natia, le osterie, la gente che si conosceva per nome, la moglie e due figli. Lasciò tutto per rincorrere una “solenne incazzatura”. Quell’incazzatura raccontata ne La vita agra: i 43 minatori morti nell’esplosione della miniera di Ribolla. Era il 1954. Il protagonista del romanzo, alter ego dello scrittore, prese un treno per Milano dove, da bravo anarchico, progettava di far esplodere i palazzoni dei padroni. Ma l’utopia anarchica si sarebbe spenta in fretta. Quel che restava, oltre al freddo, i cieli grigi e l’indifferenza della metropoli, era il cosiddetto miracolo economico. “I miracoli veri” scrisse “sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve. I miracoli veri sono sempre stati questi. E invece ora sembra che tutti ci credano a quest’altro miracolo balordo. (…) Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici (…). A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera. Io mi oppongo”.

L’opposizione milanese di Bianciardi fu però un’altra donna, una famiglia parallela, e una vita faticosissima pur di sbarcare il lunario. L’impiego in Feltrinelli (da cui fu licenziato perché “strascico i piedi, mi muovo piano, mi guardo attorno anche quando non è indispensabile”), l’odio per le “segretariette secche” che usano a sproposito il loro piccolo potere, il lavoro di traduttore in casa (inarrivabili le versioni di Miller) dal mattino alla sera, con l’incubo dei conti da pagare e il terrore dei ‘tafanatori’, rappresentanti pronti a tutto pur di vendere. Tra i paradossi della città (il traffico, la solitudine, i morti in strada, il perenne frastuono – “ma la gente non protesta per il fragore dei martelli vibratili. La gente protesta semmai se nella casa di fronte tengono il grammofono troppo alto e arrivano a cascata le note di Vivaldi”), solo il rifugio dell’amore e dell’amicizia. Ossia, a casa, la vicinanza della donna amata e il sesso. Fuori, invece, gli amici del bar Giamaica di Brera, dove elaborare un futuro: un “neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio”, un mondo non schiacciato dal delirio della produttività e fondato su una graduale rinuncia del non necessario.

Il progetto non sarebbe mai andato in porto e Bianciardi lo sapeva bene. Il suo libro invece ebbe successo. Forse anche troppo. Lo ammirarono addirittura coloro di cui si faceva beffe. Lui fu invitato ovunque. La sua ribellione venne assorbita nello scintillio di aperitivi intellettuali, nella disonestà da cui quella ribellione era nata. Forse fu qui che cominciò la crisi finale? Difendersi dalla povertà e dall’anonimato è dura. Dai soldi e dal successo può diventare durissima. Bianciardi tentò con tutte le sue forze. Indro Montanelli gli propose una collaborazione al Corriere. Lui rifiutò. Preferì scrivere per Il Guerin Sportivo e commentò in una lettera: “Anziché mandarmi via a calci in culo, mi invitano a casa loro”. Abbandonò Milano per Sant’Anna di Rapallo dove immaginò un ritorno a Grosseto. Ma ogni Eden non può che restare solo un sogno. Quella fu l’ultima definitiva delusione. Il Céline italiano, il Miller della Maremma, lo scrittore così poco e così tanto italiano, aveva deciso, ormai. A Giovanni Arpino, pochi  giorni prima del ricovero, confessò: “Sto crepando, ma ci metto troppo. Morire è difficilissimo”.

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