biblioteche Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/biblioteche/ un blog di approfondimento culturale Tue, 20 Nov 2012 12:11:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg biblioteche Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/biblioteche/ 32 32 Altro che Crescitalia, ovvero il Paese di domani si costruisce oggi nelle biblioteche https://minimaetmoralia.it/interventi/lettori-di-tutto-il-mondo-unitevi/ https://minimaetmoralia.it/interventi/lettori-di-tutto-il-mondo-unitevi/#comments Thu, 05 Apr 2012 07:10:54 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6998 di Antonella Agnoli

Il disegno che illustrava il Manifesto per la cultura del Sole, di cui tanto si è parlato, ci mostra un uomo di spalle che guarda al di là di un muro stando in piedi sopra una pila di libri.

Il disegno rafforza il titolo della pagina “Tutti insieme per guardare lontano” ma, come a volte accade, l’opera dice più di quanto l’autore volesse dire.

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di Antonella Agnoli

Il disegno che illustrava il Manifesto per la cultura del Sole, di cui tanto si è parlato, ci mostra un uomo di spalle che guarda al di là di un muro stando in piedi sopra una pila di libri.

Il disegno rafforza il titolo della pagina “Tutti insieme per guardare lontano” ma, come a volte accade, l’opera dice più di quanto l’autore volesse dire.

Ciò che io leggo nel disegno è, innanzitutto, l’opacità di un mondo del quale non capiamo più nulla: la società è diventata opaca, sempre più ci sentiamo vittime di forze incontrollabili che modellano il nostro destino (la globalizzazione, la finanza internazionale, l’Unione Europea) rinchiudendoci dentro muri cognitivi invalicabili. Ed è abbastanza paradossale che questo avvenga proprio nel momento in cui, grazie alla rete, ci illudiamo di poter ottenere istantaneamente qualsiasi informazione sullo schermo del nostro telefonino.
L’uomo del disegno sembra guardare lontano: è arrivato a sollevarsi in cima al muro grazie a una pila di libri e mi piace pensare che sia stato un compito lento e difficile trovare i libri e trovare il modo di salirci sopra. Forse la scena che vediamo nasconde i molti sforzi precedenti, innumerevoli fallimenti. Forse la persona che vediamo è un prigioniero e i libri sono quelli accumulati per molti anni in cella: uno all’anno, per 25 anni. Era più facile evadere dalla prigione del conte di Montecristo che da quelle mentali in cui spesso ci autorinchiudiamo.
Mai come oggi arrivare in cima al muro e capire il mondo che ci circonda è difficile: trovo fantastico che l’artista abbia saputo dirci con pochi tratti di matita come sia impossibile uscire dalla nostra cella senza l’aiuto dei libri. In fondo, i libri sono solidi, durevoli e non hanno bisogno di batteria, quindi ci si può salire sopra, cosa che non riusciremmo a fare impilando 25 iPad uno sopra l’altro.

Viviamo  in tempi di diffidenza, quando non aperta ostilità, verso i libri. Tra le giovani generazioni serpeggia la pericolosa illusione di non dover imparare più niente, perché la cultura viene gentilmente offerta già confezionata sotto forma di pagine Wikipedia. Basta cercarle e scaricarle e l’italiano sarebbe anch’esso superfluo perché esistono i correttori ortografici.
Recentemente si é letto della flessione dei cosiddetti “lettori forti”, cioè i cittadini che leggono almeno un libro al mese: nel 2011 sarebbero diminuiti di 723.000 persone, quali sono le possibili ragioni di questo calo?
Chi sono gli italiani che leggono? Sono quel “ceto medio riflessivo” che negli anni scorsi aveva il suo zoccolo duro nel settore pubblico (insegnanti, docenti universitari, studenti) e nelle professioni creative (editoria, giornalismo). Sono proprio i settori più penalizzati negli ultimi anni, che hanno visto crescere la vulnerabilità economica e sociale di queste categorie.
Un insegnante che ha 1200-1400 euro al mese per pagare l’affitto, mangiare e vestirsi avrà anche i 15 o 20 euro per comprarsi un libro? Solo se non ha famiglia: al Nord con queste cifre non si vive  in due (e non parliamo di figli). I consumi voluttuari, e quindi anche quelli culturali, sono spariti da tempo nelle famiglie monoreddito.
Lo stesso si potrebbe dire per gli studenti o i giovani precari che riescono a mettere insieme 7-800 euro al mese: non c’è spazio per acquisti di libri o giornali e non a caso c’è stata una forte reazione proprio da parte di queste categorie alla legge sul prezzo fisso del libro, che limita gli sconti al 15 %.

Ciò che dobbiamo capire oggi è che l’impoverimento economico porta con sé anche isolamento sociale (ci si vergogna di non poter più fare molte delle cose che si facevano prima, se si perde il lavoro si perdono anche gli amici) e impoverimento culturale (non si va al cinema, non si comprano libri, non si leggono giornali). Tutto questo provoca un chiudersi in se stessi, un rifiuto progressivo dei diritti/doveri della cittadinanza: la vulnerabilità porta con sé risentimento e rabbia verso ciò che esiste di più visibile del mondo esterno, le istituzioni. Poiché non sapremmo come prendercela con i “mercati” coltiviamo il rancore verso il governo, i politici, gli amministratori locali, i sindacalisti. Tutti i diversi da noi diventano dei “privilegiati”

Chi ha a cuore non solo le sorti delle biblioteche ma della democrazia deve capire che occorre contrastare questa deriva pericolosa e c’è un unico modo per farlo: far partecipare i cittadini.
Dobbiamo rassicurare senza illudere, coinvolgere  per costruire insieme.
La frontiera del nuovo welfare sta qui. Il problema è come fare e quale ruolo possono giocare le biblioteche.
Prima di entrare nel merito, però, vorrei chiedere ai parlamentari in sala, se ce ne sono, come arrivano a varare emendamenti o leggine a cui manca un requisito fondamentale: il buon senso. Su proposta dell’ex ministro Brunetta, il parlamento ha approvato martedi un emendamento secondo il quale tutti i rapporti fra la pubblica amministrazione e i cittadini dovranno avvenire, entro il 2014, on line.
Mi chiedo cosa ci fosse nella testa di chi lo ha votato: il 50%, ripeto il CINQUANTA PER CENTO, delle famiglie italiane non ha internet. Un quarto della popolazione italiana, nel 2014, avrà più di 65 anni, quindi molto probabilmente non usa il computer se non per ricevere le foto dei nipoti.

Vorrei ripeterlo per gli amministratori affaccendati per essere presenti su Twitter o FB: il Italia il 50% della popolazione non ha accesso alla rete e spesso si tratta proprio di quella parte di popolazione che ne avrebbe più bisogno per migliorare la loro condizione professionale, o semplicemente difendere il proprio tenore di vita.
Il luogo dove chi non sa come usare internet, non possiede un computer o non è in grado di compilare e spedire un curriculum utile, è la biblioteca. Le biblioteche americane sono state, in questi tre anni di crisi, ciò che ha salvato milioni di persone dalla miseria e dall’emarginazione.
Le biblioteche sono un’ancora di salvezza, come ho scritto nel mio libretto indirizzato ai sindaci, non perché possiedano dei computer collegati alla rete (in ogni caso ne possiedono troppo pochi ed è assurdo che alcune chiedano agli utenti di pagare per usarli così come é assurdo che vietino l’accesso ai social network) ma perché esse sono uno SPAZIO COMUNE.
Da qualche tempo si parla molto di “beni comuni”, facendo una gran confusione tra gli acquedotti e le opere d’arte, fra il museo del cinema e le piscine comunali. Io penso che sia più utile definire la biblioteca uno spazio comune, cioè una risorsa a disposizione della comunità. Una risorsa “aperta”, non autoreferenziale o gestita nel modo gerarchico e burocratico tipico del settore pubblico italiano.
Biblioteche come  “piazze del sapere” e una piazza è uno spazio in cui ci si può incontrare, si possono mettere in comune risorse, ci si può organizzare. La biblioteca è uno spazio NEUTRALE, quindi un luogo accogliente, dove domande di cultura e risorse di cultura possono incontrarsi, dove le domande sociali possono trovare le COMPETENZE necessarie per realizzarsi.
Voglio sottolineare la neutralità della biblioteca perché essa è un territorio frequentato da tutti i ceti sociali, da tutte le età, da tutte le nazionalità. Non è la stessa cosa organizzare un incontro nella sede di un partito o di una associazione oppure nella biblioteca civica.
La biblioteca è un luogo dove si incontrano italiani e immigrati, studenti e professori, casalinghe e pensionati.
Ha una VOCAZIONE a ricevere tutti su basi di uguaglianza.
Questa caratteristica permette di mettere insieme competenze diverse: noi bibliotecari non dobbiamo trasformarci in assistenti sociali ma dobbiamo sapere che i facilitatori e gli operatori dei servizi sociali hanno competenze che potrebbero essere usate meglio in biblioteca  che altrove. La nostra capacità di trovare informazioni, ampliare i contesti, dare spessore alla ricerca può essere messa al servizio di esperimenti di partecipazione  che coinvolgano operatori del welfare, utenti, cittadini. [esempio Sala borsa]
Il welfare tradizionale è in crisi non solo per il calo di risorse ma anche per la sua struttura burocratica, per i suoi meccanismi che premiano più chi ha l’abilità di accedere al sistema che chi ha veramente bisogno. Questo problema va affrontato in termini di apertura e di rifondazione, due strategie a cui la biblioteca può dare contributi preziosi.
Un tempo esistevano le sezioni dei partiti di massa che erano potenti dispositivi di integrazione sociale, la sezione era un luogo di informazione, di formazione, di convivialità e la sua scomparsa è stata una grave perdita per la democrazia. Oggi dobbiamo ricreare dei luoghi di eguaglianza, di informazione, di cooperazione.
Il “vecchio” welfare ha essenzialmente due grandi voci: le pensioni e la sanità, il resto sono briciole. Forse agli amministratori che si propongono di tagliare i fondi alle biblioteche andrebbe spiegato che chi ha una vita culturale attiva è più sano e vive più a lungo, come ha dimostrato uno studio norvegese che ha coinvolto  oltre 50.000 persone. Andare a teatro, cantare in un coro, leggere storie ai bambini in biblioteca rendono le persone meno depresse, migliorano la qualità della vita e le fanno vivere più a lungo. E questo è particolarmente vero per le attività creative, quindi è meglio suonare il pianoforte che andare semplicemente  al cinema.
Possono sembrare questioni marginali ma non lo sono: in Italia c’è stato un boom del consumo di psicofarmaci, per gli antidepressivi l’aumento è del 310% tra il 2000 e il 2008.

Di nuovo: ricordiamoci che nel 2015 un italiano su quattro avrà più di 65 anni: avere degli anziani attivi, che si mantengono per quanto possibile in buona salute mentale e fisica è l’unico modo per prevenire un’esplosione della spesa sanitaria. La biblioteca può essere il luogo dove non solo si promuovono stili di vita più sani ma anche quello dove si dà un senso alla giornata di molti pensionati che come unica alternativa avrebbero il bar o il televisore in salotto. Questi miglioramenti SONO MISURABILI in termini di minor spesa sanitaria e la Regione dovrebbe pensarci prima di ridurre ulteriormente i già magri stanziamenti per la cultura.
L’welfare definisce la natura stessa della democrazia moderna.

A Milano é stata effettuata una ricerca che ha interessato un campione della popolazione milanese, analizzando la relazione esistente fra stili di vita e il benessere psicologico individuale, con particolare riguardo all’accesso culturale, allo scopo di fornire una stima possibile dell’impatto della partecipazione culturale sulla percezione soggettiva del benessere. La cultura è nel nostro Paese considerata generalmente  “intrattenimento”, quindi ricondotta al superfluo. Se assurge a fattore determinante per il benessere delle persone, seconda solo alla salute fisica e comunque strettamente a questa correlata,  prima delle variabili reddito, età e occupazione, cambia le prospettive strategiche del welfare.
La salute dipende da come l’essere umano vive nel suo contesto e come partecipa alla società. La cultura è una risorsa per la costruzione di occasioni di sviluppo della società e di prevenzione del disagio,
La biblioteca è un luogo dove affluiscono persone con risorse culturali molto diverse: fare in modo che queste risorse vengano almeno parzialmente condivise è una forma di welfare di nuovo tipo, un tentativo di auto organizzazione della società sempre più necessario.
Questo Nuovo Welfare si deve porre due obiettivi: uno è l’emergenza, l’aiuto ai cittadini in difficoltà attraverso la messa in comune di risorse culturali e partecipative, di cui ho già parlato. L’altro è l’obiettivo di lungo periodo di costruire una cittadinanza informata e competente.
Gli amministratori che oggi pensano di tagliare i bilanci delle biblioteche non si rendono conto di stare segando il ramo su cui sono seduti: non ci possono essere consumi culturali per il museo del cinema, per i teatri o i concerti se non c’è un’educazione  paziente alla conoscenza e al godimento di questi prodotti. Non saranno i telefonini, e putroppo neppure la scuola in crisi, a creare gli acquirenti di libri, i frequentatori di balletto o i visitatori del  museo  di domani.
I consumi culturali hanno bisogno di un ecosistema favorevole, continuamente alimentato da iniziative diverse, da un’offerta ricca e attraente. Possiamo creare questi nuovi consumatori solo se offriamo ai giovani la possibilità di entrare in contatto con un’offerta culturale diversa da quella veicolata dalla televisione o dalle multinazionali della musica.
Una biblioteca che voglia essere un hub del Nuovo Welfare non può permettersi di stare chiusa, tanto più nel momento attuale. Eppure i tagli significano un’Italia piena di istituzioni culturali aperte poche ore la settimana, o addirittura  saltuariamente. Da anni non si assume più nessuno, il che significa un personale mal retribuito, sempre più anziano, spesso demotivato.

Gli ultimi cinque anni sono stati un incubo per tutti i valorosi colleghi che ogni giorno fanno molto più del proprio dovere, senza neppure prospettive di riconoscimento professionale perché l’unico modo per progredire, negli enti locali, sarebbe fare un concorso da dirigente abbandonando la biblioteca.
Da qualche anno, a fianco dei lavoratori in organi sono comparse le cooperative. I dipendenti delle cooperative che integrano il personale permettendo di aggirare le limitazioni imposte dal governo alle assunzioni e consentendo la gestione di varie istituzioni culturali. Le cooperative ottengono l’appalto con il massimo ribasso e costano poco: ci sono numerosi casi che gridano vendetta, di cooperative che pagano gli operatori 5 euro netti l’ora o anche meno, o che non pagano il trattamento di fine rapporto pur avendolo intascato.
Nessuno può amare il proprio lavoro se la paga è da fame e poi la precarizzazione produce professionalità spesso modeste perché nessuno decide di investire su se stesso se il rapporto con mondo produttivo é così labile.
Una biblioteca è fatta del suo personale, molto prima che delle sue collezioni.
Purtroppo, i manuali di biblioteconomia non contengono istruzioni su come essere gentili con gli utenti, come aiutare un pensionato in difficoltà, consolare un bambino che si è sbucciato un ginocchio. Per far questo abbiamo bisogno di personale giovane (la biblioteca è un lavoro anche fisicamente faticoso) che abbia l’attenzione al “cliente” propria del settore privato, sia disponibile, creativo, entusiasta.
Questo significa che i bibliotecari da assumere, o quelli che vengono impiegati dalle cooperative, non vanno valutati solo sulla base dei titoli accademici: occorre disegnare i concorsi in modo che anche i giovani con competenze psicologiche, informatiche, giornalistiche, grafiche, artistiche, possano avere una chance: saranno preziosi per la biblioteca.
Il bibliotecario di cui c’è bisogno oggi è uno che capisce cosa vuol dire lavorare in un certo contesto sociale, che usa le competenze in un ruolo di facilitatore, non di “custode” dei beni culturali.

Oggi la situazione è chiara: nel prossimo futuro non ci saranno assunzioni nel settore pubblico, nemmeno per sostituire chi va in pensione. Se non vogliamo che i servizi a cui abbiamo dedicato la nostra intera vita professionale chiudano (o vadano in malora) dobbiamo non solo fare ricorso alle cooperative ma anche promuovere l’uso di volontari amici della biblioteca che ci aiutino. Non ci sono alternative.
Anche la biblioteca più semplice ha bisogno di due persone per stare aperta e devono essere bibliotecari, se non altro perché dei volontari potrebbero semplicemente stare a casa la mattina in cui hanno di meglio da fare.
Ma non tutti gli addetti presenti in loco devono essere bibliotecari: se vogliamo proporre quelle attività che spesso sono il vero elemento per attrarre i nuovi cittadini (dalla lettura di storie per i bambini ai corsi di informatica per gli anziani) abbiamo bisogno di volontari. Spesso le biblioteche americane ne hanno centinaia e possiamo usarli anche noi.
A Torino, il progetto Volontari Senior del Comune ha permesso di inserire circa 80 volontari, selezionati sulla base delle motivazioni e competenze, a sostegno del lavoro dei bibliotecari ma se ne potrebbero trovare molti di più.
L’Italia è pinna di pensionati di mente e cervello giovanili che non si tirerebbero indietro di fronte a una ben organizzata attività di sostegno per gli studenti deboli in matematica o a corsi di italiano per gli stranieri, come si fa in molte città. E questo vale anche per le esercitazioni di scrittura per gli italiani, le consulenze per i consumatori, visite guidate della biblioteca, vendita di libri o magari corsi per imparare a disporre i fiori o a riconoscere gli uccelli quando si va in gita in montagna: c’è solo l’imbarazzo della scelta se si fa appello alla ricchezza di competenze disperse nella società civile. [2012 é l’anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra generazioni, la sfida è di migliorare le possibilità di invecchiare restando attivi e di condurre una vita autonoma continuare a svolgere un ruolo attivo nella società]

Come convincerli? Certo, non è una biblioteca polverosa, gestita da personale scostante, che invoglierà delle persone a donare il loro tempo e le loro capacità per rendere  la città più vivibile. Occorre che la biblioteca sia già percepita come uno spazio comune, un punto di incontro, un luogo amichevole, un’istituzione al servizio della comunità. Se la biblioteca si apre alla città, la città adotterà la biblioteca e non sarà difficile trovare aiuto.
Questo non significa assolvere le amministrazioni comunali dalle loro responsabilità: coinvolgere i cittadini significa anche mobilitarli perché i comuni riconoscano la necessità di operatori qualificati e ricomincino ad assumere. Questo può avvenire, però, solo se sapremo convincere la città di quanto il nuovo welfare passi per nuove biblioteche.
Da questo punto di vista, il peggior nemico del welfare basato sulla cultura è il sistema gerarchico e burocratico in cui le biblioteche sono inserite, abbiamo forme organizzative insostenibili, la PA deve riorganizzarsi e lavorare per progetti mettendo fine alla separazione verticale tra settori che potrebbero collaborare fra loro.
Recentemente sono stata a Palermo all’iniziativa sui cantieri culturali della Zisa, molto parlato di biblioteche, ovviamente diverse da quelle a cui sono abituati, mi sembra un bel segnale, e forse mai come in questo momento in tutt’Italia, soprattutto nel sud ci sono molti segnali di forte interesse  per questo particolare idea di servizio, chissà che non sia proprio la crisi a rilanciare le biblioteche? forse i cittadini mai come di questi tempi hanno capito che ce ne è bisogno.

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Carta batte forbice due punti a zero https://minimaetmoralia.it/interventi/carta-batte-forbice-due-punti-a-zero/ https://minimaetmoralia.it/interventi/carta-batte-forbice-due-punti-a-zero/#comments Wed, 09 Nov 2011 15:43:45 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5620 Nel giorno in cui qualcuno dice quel “Non mi ricandido” che per riprendere Woody Allen alle volte suona una frase migliore di “Ti amo”, ci sono da segnalare una serie di iniziative che magari indicano una controtendenza. Vi ricordate quella manifestazione a favore delle biblioteche alla Nazionale di Roma che era andata a finire con […]

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Nel giorno in cui qualcuno dice quel “Non mi ricandido” che per riprendere Woody Allen alle volte suona una frase migliore di “Ti amo”, ci sono da segnalare una serie di iniziative che magari indicano una controtendenza. Vi ricordate quella manifestazione a favore delle biblioteche alla Nazionale di Roma che era andata a finire con le camionette schierate in assetto di guerra davanti ai cancelli? A freddo qualcuno, l’Associazione italiana biblioteche, per fortuna aveva ripreso i motivi di quella protesta e aveva scritto un appello che ancora potete firmare. Qualcun altro, in particolare Franco Levi, parlamentare del PD, ha deciso di mantenere la promessa che aveva fatto a voce al Forum del Libro a Matera e di fare un’interrogazione parlamentare sull’accaduto. Qualcun altro, come Anna Pegoretti nel suo blog, ha allargato la riflessione. E oggi, a Roma, c’è stata anche la conferenza stampa di un progetto che ha avuto il suo battesimo proprio in TQ, ossia Piccoli Maestri, una scuola di lettura per le scuole. Davanti a Nicola Zingaretti e Cecilia D’Elia si è parlato anche delle biblioteche scolastiche e si è cominciato a ragionare di cosa fare per riqualificarle. Come dire, non si vive di solo spread.

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Carta batte forbice – contro i tagli alla cultura – per le biblioteche come bene comune – per una rivolta del sapere https://minimaetmoralia.it/interventi/carta-batte-forbice-contro-i-tagli-alla-cultura-per-le-biblioteche-come-bene-comune-per-una-rivolta-del-sapere/ https://minimaetmoralia.it/interventi/carta-batte-forbice-contro-i-tagli-alla-cultura-per-le-biblioteche-come-bene-comune-per-una-rivolta-del-sapere/#comments Sat, 08 Oct 2011 10:44:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5323 Martedì 11 ottobre, dalle cinque alle dieci di sera, un’assemblea pubblica è indetta alla Biblioteca Nazionale di Roma. In una crisi politica e sociale ogni giorno più clamorosa, un’indifferenza feroce, una rabbia contro il valore stesso dello studio e della conoscenza, colpisce le biblioteche, le scuole, le università, l’editoria, i lavoratori della cultura, dello spettacolo, […]

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Martedì 11 ottobre, dalle cinque alle dieci di sera, un’assemblea pubblica è indetta alla Biblioteca Nazionale di Roma.

In una crisi politica e sociale ogni giorno più clamorosa, un’indifferenza feroce, una rabbia contro il valore stesso dello studio e della conoscenza, colpisce le biblioteche, le scuole, le università, l’editoria, i lavoratori della cultura, dello spettacolo, gli studenti, e tutti coloro che ritengono fondamentale la cultura per una comunità che vuole dirsi tale.

Per questo da mesi in Italia stanno sorgendo centinaia di iniziative tra studenti e lavoratori della conoscenza per chiedere non solo la difesa dei propri diritti, dell’articolo 3 della nostra costituzione (dove si scrive che l’istruzione è il motore fondamentale dell’inclusione sociale), ma per immaginare tutti insieme una grande cittadinanza attiva capace di pensare un futuro diverso.

E per questo – in un paese dove si legge poco, dove ci sono ancora due milioni di analfabeti totali, e cinque di semianalfabeti – abbiamo scelto come luogo obbligato per un’assemblea pubblica aperta a tutta la cittadinanza la Biblioteca Centrale di Roma. Lo spazio che dovrebbe essere il cuore pulsante di una polis, un bene comune accessibile a tutti e che tutti abbiano a cuore, è oggi trattato dal governo come un ostacolo a quello che sembra un autentico progetto di desertificazione culturale.

Noi pensiamo che proprio le biblioteche e i luoghi pubblici della cultura possano essere i centri di una rivolta del sapere: perché le biblioteche pubbliche sono come le fontanelle, sono come i pronto soccorsi, sono come le caserme dei pompieri, sono come le scuole materne. Sono necessarie, e dovrebbero essere sempre di più spazi di partecipazione per tutti quelli che si riconoscono nel valore dei beni comuni, nel piacere dello stare insieme, nell’importanza di sentirsi cittadini.

Perché allora un luogo così importante chiude tutti i giorni alle 19 e il sabato alle 13.30, mentre, come invece accade in altri contesti felici, le biblioteche potrebbero restare aperte fino a mezzanotte, o ventiquattro ore, o la domenica, o l’intera estate, come è normale ad esempio a tutte le grandi biblioteche europee, piene degli studiosi che d’estate hanno tempo di consultare i libri per le loro ricerche? E perché i soldi che la Biblioteca Nazionale ha in dotazione sono un milione e trecentomila euro l’anno mentre, sempre per dire, alla British Library – pur con i tagli di Cameron – lo stato dà l’equivalente di 150 milioni di euro l’anno e alla Bibliotèque Nationale de France – pur con i tagli di Sarkozy – 200 milioni di euro l’anno?

Non ci piace parlare di emergenza, ci piace parlare di partecipazione attiva. Per questo abbiamo deciso per un giorno di trasformare la biblioteca in quello che dovrebbe essere tutti i giorni: un luogo restituito alla cittadinanza, una “fontanella” della cultura. E abbiamo indetto un’assemblea per tutti coloro che sono convinti che la cultura debba essere un bene comune.

Abbiamo raccolto gli ultimi dati che indicano la terribile crisi, di investimento e di progetto, che attraversa le biblioteche italiane; potete leggerne anche voi qui

Abbiamo ripreso un decalogo di punti individuati da Antonella Agnoli nel libro Le piazze del sapere, il cui lavoro è un riferimento fondamentale per questa mobilitazione,e il cui link è qui.

Abbiamo coinvolto quelli stanno facendo battaglie parallele alla nostra: gli archivisti che si mobiliteranno dal 12 al 15 ottobre: ne leggere qui.

Abbiamo visto che anche altrove stanno protestando in un modo molto simile al nostro, per esempio qui.

Ma soprattutto abbiamo chiamato a raccolta tutti, i bibliotecari, i lavoratori della biblioteca, gli archivisti, gli utenti della biblioteca, gli scrittori, i redattori, i traduttori, i giornalisti, gli editori, i grafici, i ricercatori, gli insegnanti, i semplici lettori, e soprattutto i semplici cittadini, insomma voi: tutti coloro che – al contrario di questo governo rapace, cinico e triste – sperano che la cultura per una volta possa vincere contro i tagli, e che si possa trasformare un deserto in una sorgente.


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ps. vi diamo anche qualche dato a proposito delle biblioteche italiane ai tempi della crisi

Le biblioteche italiane sono frequentate dall’11,7% della popolazione[1], a fronte di un dato medio del 35% nell’Europa a 27[2]. Le origini di questo ritardo e del divario che, all’interno del nostro Paese, divide il centro-Sud dalle regioni dell’Italia settentrionale, sono complesse.

Un’indagine condotta dall’Associazione Italiana Biblioteche circa quindici anni fa[3] provò a ponderare i diversi indicatori sulle strutture e i servizi delle biblioteche per ricavarne un macroindicatore di qualità, in cui furono sintetizzati i diversi dati relativi a accessibilità, vitalità, efficienza ed efficacia: se osserviamo la graduatoria che ne scaturì a partire dal basso, vediamo all’ultimo posto il Molise, preceduto da Campania, Puglia e Abruzzo; scorrendo la graduatoria dall’alto la prima regione non settentrionale che si incontrava era la Sardegna (che si collocava al sesto posto, dopo Valle d’Aosta, Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giulia), mentre la prima regione del Mezzogiorno continentale era la Basilicata, ottava.

Non disponiamo di dati reali omogenei e di serie storiche complete che consentano un confronto rigoroso delle tendenze di medio e lungo periodo, ma possiamo formulare con buona approssimazione l’ipotesi che il divario tra nord e sud sia perfino aumentato successivamente al 1972, da quando cioè le competenze in materia di biblioteche pubbliche di base sono state trasferite alle Regioni a statuto ordinario. Basta guardare i dati sulle risorse disponibili. Un ulteriore allargamento della forbice si è prodotto in questi ultimi anni di tagli alla spesa pubblica, dove le amministrazioni meno motivate hanno falcidiato i bilanci delle biblioteche in misura molto maggiore di quanto non sia avvenuto in quei territori dove il servizio bibliotecario è più radicato e più frequentato.

Basta citare qualche esempio sui bilanci 2010, a sostegno di questa affermazione: il bilancio della Regione Siciliana è pari a meno di un terzo di quello del 2009; quello della Regione Calabria non prevede stanziamenti per le biblioteche; quello della Regione Campania prevede uno stanziamento di 3.650.000 euro per musei e biblioteche, di cui tre milioni per un solo museo e le rimanenti somme da dividere fra 200 musei e 750 biblioteche. E le dotazioni finanziarie dei comuni sono ugualmente irrisorie.

Le regioni maggiormente penalizzate dalla riduzione di risorse sono quelle del Mezzogiorno, dove lo sviluppo dei servizi bibliotecari risente maggiormente dei ritardi storici e della mancanza di attenzione istituzionale e sociale.

Ma le biblioteche di base non sono le sole a soffrire per questa penuria di risorse. Nell’arco dell’ultimo quinquennio il budget delle 46 biblioteche statali dipendenti dal Ministero per i Beni e le attività culturali è stato dimezzato, passando da 30 a 17 milioni di euro annui[4]. I tagli più consistenti riguardano un settore di vitale importanza, quello delle somme destinate all’acquisto dei libri, sceso da oltre 8 milioni annui a circa 3 milioni: in questo modo le biblioteche sono impossibilitate ad erogare servizi e rischiano di veder calare ulteriormente il già ridotto numero dei loro utenti (ogni anno se ne perdono circa centomila). Gli investimenti in informatica sono calati anch’essi di oltre un milione e le spese per la rete cooperativa del Servizio Bibliotecario Nazionale sono passate a 820mila a 75mila euro. Non va meglio neppure sul versante della tutela e della conservazione, che costituiscono uno dei compiti primari per le biblioteche del Ministero dei Beni culturali: in questo settore si è passati da oltre 3 milioni e mezzo di budget annuo a 650mila euro.

Considerazioni non dissimili possono essere fatte confrontando le risorse per le biblioteche a livello internazionale. Le due Biblioteche Nazionali Centrali vedono i loro bilanci ridursi al lumicino (1,5 milioni quella di Roma e 2 milioni quella di Firenze), mentre quelli delle consorelle europee sono di tutt’altro ordine di grandezza: Parigi 254 milioni, Londra 160 milioni, Madrid 52 milioni. Per non parlare del numero di unità di personale: circa 200 persone o poco più a Roma e Firenze, a fronte degli oltre mille dipendenti della Biblioteca Nacional madrilena, dei duemila della British Library londinese e dei 2.600 della Bibliothèque Nationale parigina, che ha un numero di dipendenti più elevato di tutte le 46 biblioteche pubbliche statali messe insieme. Ma questo numero è destinato a calare ulteriormente, se consideriamo che l’età media supera i 55 anni e che il turn over del personale è di fatto bloccato.

Tutto ciò, naturalmente, si traduce in strutture e collezioni sempre più invecchiate e appannate, servizi sempre più scadenti, orari di apertura sempre più ridotti, demotivando ulteriormente anche i bibliotecari.

Su questa situazione, e sui bilanci che nel 2011 e nel 2012 hanno subito ulteriori decurtazioni, andranno a inserirsi gli effetti provocati dalla nuova normativa sul prezzo del libro. La L. 128/2011 dispone che la vendita di libri in favore di biblioteche, archivi, musei pubblici, istituzioni scolastiche e università (art. 2 c. 4 lett. b) possa essere effettuata con sconti fino ad una percentuale massima del 20% sul prezzo di vendita fissato dall’editore. Questa previsione sta penalizzando molte biblioteche pubbliche, che godevano di percentuali di sconto più elevate grazie alle politiche di vendita effettuate a loro favore direttamente dagli editori o dagli intermediari specializzati che competono sul mercato degli appalti pubblici di fornitura. Nella sola Lombardia, dove ogni anno i comuni investono circa 9 milioni di euro per l’acquisto di libri, per ogni punto percentuale di sconto perduto il nostro potere d’acquisto si ridurrà di 90.000 euro, equivalenti a circa 7.000 nuovi libri; ciò significa che le biblioteche comunali lombarde nel 2012 acquisteranno, a voler essere ottimisti, fra i 30.000 e i 40.000 volumi in meno.


[1] Fonte: Istat.

[2] Fonte: Eurostat.

[3] Quanto valgono le biblioteche pubbliche? Analisi della struttura e dei servizi delle biblioteche di base in Italia, a cura di G. Solimine, Roma, AIB, 1994.

[4] http://www.aib.it/aib/boll/2010/1001119.htm.

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L’Italia è un paese senza futuro https://minimaetmoralia.it/societa/litalia-e-un-paese-senza-futuro/ https://minimaetmoralia.it/societa/litalia-e-un-paese-senza-futuro/#comments Mon, 13 Sep 2010 08:21:30 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2851 Alle volte, di questi tempi, in fila alle poste incantati dallo scorrere indolente dei numeri di led luminosi rossi sul display in alto sopra gli sportelli, o nella bolla condizionata di una macchina, nelle città che si rianimano a inizio settembre, si può provare una leggera euforia punk, da repubblica di Weimar, da quiete prima della tempesta. Con i rapporti dell’Ocse o degli altri paternalistici organismi internazionali

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Alle volte, di questi tempi, in fila alle poste incantati dallo scorrere indolente dei numeri di led luminosi rossi sul display in alto sopra gli sportelli, o nella bolla condizionata di una macchina, nelle città che si rianimano a inizio settembre, si può provare una leggera euforia punk, da repubblica di Weimar, da quiete prima della tempesta. Con i rapporti dell’Ocse o degli altri paternalistici organismi internazionali che continuano a declassarci in classifiche dietro stati di cui conosciamo a malapena la collocazione geografica, con le pubblicità di finanziarie dai nomi bambineschi che sulle pagine delle free-press fanno a gara con quelle dei siti di scommesse on line, con i negozi di alimentari che chiudono e lasciano il campo alle sale giochi con le slot machine o ai rivenditori di oro a diciassette euro il grammo, si ha la sensazione di stare in un punto finale: prima o poi le famiglie non ce la faranno più a fare da paracadute sociale, prima o poi i sindacati non riusciranno più a opporre resistenza di fronte a una deregulation darwiniana del mercato del lavoro, prima o poi la scuola pubblica e l’università non avranno più il fiato per reggersi su delle forze sempre più volontaristiche.

Certo, non a tutti il futuro italiano appare così catastrofico. Si respira, per esempio, a leggere le riviste popolari in attesa dal parrucchiere, un altro clima. Su Chi di questa settimana un Piersilvio Berlusconi (chissà che, così per dire, non sia lui o la sorella il prossimo leader del centrodestra) abbronzato e tonico riempie la copertina e ci elargisce consigli quasi-buddisti su come stare bene con se stessi. Sul numero della settimana scorsa invece – negli stessi giorni in cui migliaia di precari con decenni di supplenze alle spalle non ricevevano nemmeno la carità di una chiamata annuale – Maria Stella Gelmini anche lei non si lasciava avvelenare dal pessimismo. E ribatteva in una distesa intervista dalla sua casa di Ischia di non sentirsi schiacciata dalle incombenze del presente, e di avere anzi un progetto ben definito per il futuro: dopo Emma (una bella bimba paffutella, che ha ormai quattro mesi), adesso pensa a un maschietto. È questa, lo ribadiva a chiare lettere, la sua priorità, il centro di tutto – e quest’estate, mentre lavorava certo, si è dovuta occupare di come arredare la sua nuova casa al centro di Roma. Non c’è mica da vergognarsi a pensare un po’ ai cazzi propri; soprattutto non c’è mica da vergognarsi a volerli raccontare anche a chi magari alla stessa età del ministro non si può permettere altra stanza dove dormire che quella della propria adolescenza, con i poster dei Queen ingialliti alle pareti.

Ma l’assenza di una fiducia minima nel futuro di questo paese si può riconoscere anche da altre impressioni sparse. Sempre a dar retta agli osservatori internazionali, il tasso di competenze dei lettori sta precipitando di anno in anno, insieme alla libertà di stampa, e agli investimenti nella cultura, eccetera, eccetera: l’elenco del declassamento italiano è una litania che abbiamo imparato a conoscere e a lasciare sfumare. E a dire il vero, non servono neanche tutti questi numeri; si ricava la stessa evidenza, se uno gira a zonzo per la propria città o fa una telefonata a qualche amico tornato dalle ferie. La marcescenza dell’incultura destrorsa che ha contagiato la nostra società ha fatto sì che, nella convinzione comune, si sia introiettata inconsapevolmente l’idea che il pensiero, la riflessione siano occupazioni depressive, che lo studio non serva, che passare tempo sui libri non sia fondamentale, che i luoghi dell’apprendimento siano le reliquie di un’epoca ormai al tramonto.
Mentre nel tempo d’estate gruppi di studenti organizzati, ricercatori universitari con una tesi di dottorato da completare migrano per un paio di mesi a studiare all’estero, a passare un luglio o un agosto nei campus organizzati dal British Council, o a consultare la bibliografia nella Bncf parigina, nella Library of Congress, nella biblioteca nazionale di Monaco o Berlino (aperte dalle 8 alle 24…), in Italia l’idea che d’estate si studi (anche) è peregrina, obsoleta, bizzarra. A agosto, in grandi città come Roma o Firenze o Napoli, per dire, le biblioteche (nazionali, comunali, universitarie) chiudono del tutto, al massimo lavorano qualche giorno con orario dimezzato fino a pranzo, non hanno l’aria condizionata, l’accesso a internet, etc…; diventano luoghi che non accolgono nessuno.
Eppure non sarebbe difficile pensare alla questione biblioteche come un punto nodale – non solo simbolico – per un programma di sinistra. Non sarebbe troppo inventivo, per dire, che uno slogan di sinistra fosse: Una modernissima biblioteca pubblica in ogni quartiere oppure Mille nuove biblioteche in tutta Italia.
Il ventennale disastro civil-culturale, che in assenza di definizioni migliori abbiamo finito per chiamare berlusconismo, ma che è sinonimo di frantumazione sociale, di depoliticizzazione, di cinismo di massa, potrebbe cominciare a essere veramente contrastato (non tanto legittimando la conversione in articulo mortis di una certa destra a una minima etichetta costituzionale ma) provando a immaginare un paesaggio diverso con un po’ di inedita lungimiranza. Ossia? Ossia si potrebbe impegnarsi a invertire quel processo iniziato negli anni ’80 per cui la gente ha preso a ritirarsi dai luoghi pubblici dentro le mura delle proprie case, ha progressivamente evitato il confronto con il resto del mondo, ha imparato a consumare cultura e intrattenimento in forma privata: si è – per farla breve – trasformata da società civile in audience.
C’è un libro di Antonella Agnoli, uscito da Laterza un anno fa, che s’intitola Le piazze del sapere e che – partendo dalla questione apparentemente tecnica di come ripensare le biblioteche pubbliche in una società in trasformazione come la nostra, dove comunità è sinonimo di facebook e dove la lettura è un’attività in progressivo declino – prova a buttare nell’ambito della riflessione sociale un’idea modestamente rivoluzionaria: “Ricostruire luoghi di dibattito, di conoscenza, di informazione: piazze ma anche biblioteche intese come piazze coperte dove la possibilità di incontrare amici sia altrettanto importante dell’opportunità di prendere in prestito un libro o un film”.
A mali estremi, piccoli rimedi. E il vero male estremo – proviamo a capirlo una volta per tutte – non è neanche il federalismo d’accatto che si vuole approvare entro la fine dell’anno parlamentare, e nemmeno la volontà di riformare l’intero apparato giuridico italiano per far sfuggire un sol uomo ai processi. Il vero male estremo non si data nel presente, ma nell’eventuale futuro: ed è la riduzione delle ore nei licei, la sparizione degli spazi di dibattito politico, la chiusura dei teatri, la riduzione dei posti di ricercatori all’università, cose come il mancato investimento nelle biblioteche pubbliche… Stiamo diventando, senza accorgercene, un paese senza futuro: prima di innamorarci di questa cupio dissolvi, potremo anche avere un istante di ripensamento.

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