Bill Bradley Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bill-bradley/ un blog di approfondimento culturale Sun, 13 Oct 2019 23:05:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Bill Bradley Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bill-bradley/ 32 32 L’America dei Maravich: non è facile essere Pistol Pete https://minimaetmoralia.it/sport/lamerica-dei-maravich/ https://minimaetmoralia.it/sport/lamerica-dei-maravich/#comments Tue, 13 Jan 2015 15:47:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24923 Sugli spalti della palestra della Daniel High School sedevano meno di novanta spettatori, quando il dodicenne Pete Maravich iniziò a mettere in scena il proprio destino. Non fu un contropiede banale. In campo aperto la palla viaggiò al ritmo di una vita che avrebbe riscritto le regole del gioco. Calcolò l'infinitesimale frazione di tempo esatta per scagliare un passaggio da dietro la schiena che, dopo aver beffato la fessura fra le gambe del difensore, si concretizzò in un appoggio morbido al tabellone del compagno.

Toni Kukoc si domandava se non fosse meglio ammirare da fuori Dražen Petrović, anziché distrarsi dallo spettacolo correndo al suo fianco. Donna Sibenka, che generò il Mozart di Sebenico, si emoziona, mentre ricorda i risvegli all'alba del figlio per lunghissime, solitarie sedute di allenamento. Danny Ainge, che l'affrontò nell'esibizione di lusso Jugoslavia - Boston Celtics (torneo targato McDonald's, dicembre 1988), ha ragione: «È un atleta esaltante. Posso compararlo soltanto al mio idolo Pistol Pete. Ho incrociato la mia strada con quella di Larry Bird. Conosciamo Michael Jordan. Ma nessuno è stato in grado di concepire le magie del giocatore più puro, Maravich».

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Maravich Louisiana State UniversitySugli spalti della palestra della Daniel High School sedevano meno di novanta spettatori, quando il dodicenne Pete Maravich iniziò a mettere in scena il proprio destino. Non fu un contropiede banale. In campo aperto la palla viaggiò al ritmo di una vita che avrebbe riscritto le regole del gioco. Calcolò l’infinitesimale frazione di tempo esatta per scagliare un passaggio da dietro la schiena che, dopo aver beffato la fessura fra le gambe del difensore, si concretizzò in un appoggio morbido al tabellone del compagno.

Toni Kukoc si domandava se non fosse meglio ammirare da fuori Dražen Petrović, anziché distrarsi dallo spettacolo correndo al suo fianco. Donna Sibenka, che generò il Mozart di Sebenico, si emoziona, mentre ricorda i risvegli all’alba del figlio per lunghissime, solitarie sedute di allenamento. Danny Ainge, che l’affrontò nell’esibizione di lusso Jugoslavia – Boston Celtics (torneo targato McDonald’s, dicembre 1988), ha ragione: «È un atleta esaltante. Posso compararlo soltanto al mio idolo Pistol Pete. Ho incrociato la mia strada con quella di Larry Bird. Conosciamo Michael Jordan. Ma nessuno è stato in grado di concepire le magie del giocatore più puro, Maravich». Il Muro di Berlino doveva ancora crollare, portando con sé la disgregazione balcanica. Era quasi estate a Zagabria. Le individualità della generazione d’oro dell’ultima Jugo, forgiata da Dušan Ivković, divennero corpo e anima della squadra campione d’Europa, e poi mondiale. Lo showtime non era una prerogativa americana. Vlade Divac, Dino Radja e Dražen Petrović lo illustrarono al mondo.

L’altra sponda dell’Atlantico non era mai stata così vicina. «È lunga la strada da Belgrado a Hollywood. L’America è la terra delle opportunità anche per questo pivot jugoslavo», disse il giornalista Craig Sager, qualche settimana dopo la consacrazione continentale a proposito dell’approdo di Divac ai Lakers. Agli albori del Novecento Vajo Maravich e Sarah Radulovich coprirono invece, come milioni di altri europei, la medesima distanza per la sopravvivenza. Partirono dal villaggio serbo di Drežnica direzione Pennsylvania, dove la vorace industria dell’acciaio e le miniere richiedevano masse di lavoratori instancabili.

Abitarono in una baracca ad Aliquippa, sobborgo industriale di Pittsburgh, che dalla collina s’affacciava sull’acciaieria. Il cielo, color arancio, dipinto dalle polveri sbuffate dalle ciminiere. Vajo non ancora quarantenne morì sulla via del loro progresso, vittima di un terribile incidente in fabbrica. A causa di un’epidemia influenzale devastante, dei dieci figli dati alla luce ne sopravvisse uno. Chiamarono Press l’energico Petar Maravich: un visionario, fra i padri rivoluzionari della meraviglia ideata da James Naismith. Non ne voleva sapere di suonare il banjo. Sbarcava il lunario come strillone: «Pittsburgh Press, Pittsburgh Press!», urlava. Convinse il presbitero ortodosso ad appendere un canestro sull’albero antistante la chiesa di riferimento dell’enclave di migranti. Fu nient’altro che il prologo della storia di una passione infantile, che si trasformò in emancipazione.

Il basket gli avrebbe consentito l’accesso altrimenti precluso al college. La guerra, servendo da aviatore l’esercito americano sullo scenario del Pacifico, gli sottrasse però gli anni della vigoria fisica. S’aprì un varco da maestro – allenatore innovativo. Teorizzò il moderno sistema di scouting dei cestisti con una pubblicazione scientifica sul tema. Il suo staff per il reclutamento contava già su uno psicologo e sul dietologo. «La componente decisiva del talento è il desiderio. Sono l’uomo del contropiede. Mi aspetto che Clemson mostri una pallacanestro interessante, capace di attirare la gente», spiegò. Quelle idee si sarebbero dovute incarnare nel figlio maschio, Pete Maravich.

Il 22 giugno 1947, in una stanza del Jewickley Valley Hospital, la giovane moglie Helena, sulla quale torneremo più avanti, partorì un essere speciale, che per tutta l’esistenza ricercò la felicità. «Milioni di persone s’interrogano sul senso profondo di un obiettivo. Sono fra loro. Con i trofei, i soldi e la fama non ho mai trovato la pace con la mia essenza». Un po’ come quella volta a Houston quando, dopo aver messo a referto 35 punti all’intervallo, Pete mandò in subbuglio tutti con la minaccia di non rientrare sul parquet. «Che cosa sto facendo qui?», arringò sovente davanti alle ipocrisie del gran carrozzone che lo stressava. È l’amata Jackie a riportarlo con i piedi sulla terra. Jackie che a notte fonda lo recuperava nei bar, dove con il fratello Ronnie scolavano bottiglie fino all’ultima goccia. Uno per distrarre l’ombra dei vuoti, l’altro, un reduce, per esteriorizzare l’orrore del Vietnam.

Dopo un dissidio in culla (lui voleva la trombetta, il padre gli diede un pallone) le due vite corsero in parallelo con frizioni fisiologiche per quell’ossessione. In età prescolare gli fece respirare l’aria dello spogliatoio e della palestra, dove palleggiare e dribblare ostacoli per giornate intere. La fantasia caratterizzò il metodo di allenamento dell’anticonformista Press. Il quaderno Homework Basketball conteneva quarantaquattro esercizi, quarantaquattro figure da creare con l’arancia in mano: ogni particella del talento di Pete andava coltivata con un’estenuante applicazione quotidiana.

Al più vincente dei coach della vecchia scuola, e non solo, non piacevano le invenzioni del ragazzino. «Qualunque fra i miei giocatori si azzarda a pensare un passaggio dietro la schiena, o immagini di schiacciare, si accomoda in panchina. Non intendo vedere quella roba», ammoniva John Wooden. «Lo sai, insegnandogli queste stravaganze, lo rovinerai. Sono principi contrari alla disciplina», così Wooden criticava l’ambizione dell’amico Press, verso cui però nutriva stima sincera. «Aspetta e vedrai. Sarà un professionista milionario», la risposta. Qualche anno dopo Red Auerbach sentenzierà: «Molti atleti sovvertono le leggi della gravità. Pete ruppe quelle della fisica».

L’America della segregazione razziale non contagiò Press, che mai deviò dai propri obiettivi. Negli anni Cinquanta, quando allenò all’High school (Aliquippa, Baldwin) la maggioranza degli atleti a cui impartire i fondamentali aveva la pelle nera. Li preferiva, poiché interpretavano l’utopia di una pallacanestro intensa che abbandonava la staticità. Il 28 agosto 1963 il reverendo King pronunciò la frase I have a dream. Giù, al Sud, nel 1966 si accese un bagliore di luce alla prestigiosa università di Vanderbilt. Immatricolarono Perry Wallace: il primo cestista afroamericano nella Southeastern Conference. Sfidò l’ostilità nei ginnasi del profondo sud per un trattamento egualitario nel campus, fino all’elezione quale studente più rappresentativo.

Al Civil Rights Act del 1964, l’NCAA reagì con la messa al bando delle schiacciate. Un tentativo vano di arginare il fiume in piena: l’epoca della modestia atletica di Bill Bradley della bianca Princeton era al tramonto. L’ultimo canestro della carriera al college del pioniere Wallace fu proprio una schiacciata liberatoria. Nel 1966 coach Don Haskins con un quintetto di afroamericani trascinò Texas Western Miners al trionfo nella finale NCAA contro i quotati “Wildcats” di Kentucky. Imporranno la rotta: «Eravamo la miglior difesa opposta all’attacco più prolifico. E prevalemmo. Il successo contribuì a velocizzare i tempi dell’integrazione scolastica senza barriere. Ciò mi inorgoglisce», dice Haskins. Press, durante la presentazione alla stampa in veste di capo allenatore, annunciò la volontà di arruolare, per gettare le fondamenta del nuovo progetto di Louisiana State University, diversi prospetti senza badare alla pelle. A stretto giro giunse la smentita del rettore: «È stato evidentemente frainteso».

Louisiana State University vendeva non più di quaranta abbonamenti per la stagione dei canestri. L’intuizione di Jim Corbett, direttore della divisione sportiva universitaria, fu lungimirante. Press Maravich, che a Clemson pur di compiere un salto di qualità professionale accettò un ingaggio da 96 dollari al mese, era intenzionato a monetizzare l’esperienza a North Carolina State nell’ACC, dove raccolse il testimone dall’icona Everett Case. Ma soprattutto intendeva riunire la famiglia, allenando direttamente il figlio ormai maggiorenne. LSU, monopolizzata dalla passione per il football, aveva già pianificato la costruzione di una nuova arena. Corbett accontentò le richieste esose (quinquennale al doppio dell’ingaggio di NC) a una condizione: Pete, di cui si parlava già molto, sarebbe dovuto divenire il perno del progetto. All’esordio Pete portò gli abbonamenti a quota quattromila.

Nell’estate del 1966 i Maravich si stabilirono dunque a Baton Rouge. Dopo una stagione interlocutoria per questioni d’anagrafe, nel 1967-’68 Pete si presentò con 48 punti nella retina di Tampa. «Lasciatelo tirare», ripeteva Press. Nei tre anni a Louisiana State combinerà ciò che su un campo di basket non si era mai visto. Era veloce. Fosse mano destra o sinistra maneggiava con assoluta padronanza la palla. L’impatto più eclatante che si ricordi in questo sport. Fece registrare il tutto esaurito in qualunque campo, mille autografi a sera da evadere. Dalle sneakers ai floppy socks si distingueva nell’abbigliamento. Un pomeriggio sprovvisto dei calzettoni, che diverranno una moda, li rubò dall’armadietto del compagno Bob Sandorf. Erano ampi, tanto da mitigare l’aspetto di quei piedi così lunghi, e poi divennero un fattore psicologico.

Resiste il suo record di 3667 punti (44.2 la media a serata nel triennio LSU); 28 partite oltre i 50. Solo Oscar Robertson e Larry Bird segneranno almeno 900 punti in ciascuna delle tre annate NCAA. Curiosità: l’8% dei tiri sarebbero stati da 3 punti (l’arco non era stato delineato). Quando gli avversari frustrati passavano alle cattive maniere, come nella caccia all’uomo di Oregon State, lui era perfetto dalla lunetta: 30 su 31 nell’occasione. Il 21 febbraio 1970, contro Kentucky, lo showtime penetrò nell’immaginario collettivo grazie alla trasmissione televisiva.

Per capire qualcosa di Maravich forse dobbiamo partire dalla fine. Dall’autopsia effettuata in seguito all’infarto che lo uccise a Pasadena nel 1988, all’età di quaranta anni. Il dottor Joseph H. Choi rivelò che l’arteria sinistra di un cuore apparentemente sano non si era mai formata, per colpa di una rarissima malformazione congenita complessa da diagnosticare. Nel dna dei Maravich è inscritto il dolore, quanto la capacità di reazione. L’organismo di Pete rispose alla malformazione vascolare, costituendo dall’arteria coronarica destra dei circoli collaterali particolarmente resistenti per il nutrimento e l’ossigenazione dell’area. Una neoangiogenesi in grado di sostenere incredibilmente vent’anni di sforzo fisico al livello massimo. In due occasioni gli riscontrarono delle anomalie cardiache. Evitò ulteriori indagini strumentali: lui e il gioco erano indivisibili.

Non sappiamo quanta gioia animasse la rincorsa alla perfezione tecnica ed estetica del gesto. La pallacanestro era un atto di esistenza e resistenza: «Smettere è stato come disintossicarsi dall’eroina». Il manifesto politico del ragazzo era chiaro: osare per inventare ciò che l’establishment politico sportivo allora temeva. Gliela fecero pagare con un’ingenerosa esclusione dalla squadra olimpica. I puristi impazzivano fin dal riscaldamento, quando li scherniva con gli appunti dello showtime. L’altra politica, i palazzinari e le televisioni fiutarono l’affare della prima rock star in canotta e calzoncini. Il presidente Nixon, in piena crisi di consenso soprattutto fra i giovani, si sperticò in elogi per la Great Hope bianca. Il governatore della Louisiana John McKeithen si scoprì tifoso fervente. E le pratiche burocratiche per la costruzione di un impianto in grado di soddisfare la Maravich mania viaggiarono su corsie preferenziali.

«Nei quattro anni trascorsi all’Università della Georgia ho assistito a una partita. Non ne capisco nulla, ma se c’è un’opportunità, voglio quel Pete», disse il proprietario Tom Cousins al management degli Atlanta Hawks. Per l’immobiliarista l’auditorium municipale, classe 1906, era un reperto archeologico, quanto insoddisfacenti gli ottomila posti a sedere del Georgia Tech’s Alexander Memorial Coliseum. Acquistò la squadra con un cantiere pronto a brulicare. Alla Cousins Properties Inc. l’amministrazione cittadina assegnò l’appalto da diciassette milioni di dollari per un’arena da oltre sedicimila posti. Come per l’Assembly Center di LSU e l’immenso Superdome di New Orleans, dove ritroveremo l’autostrada politica McKeithen, a riempirli di tifosi ci avrebbe pensato la star.

Ad Atlanta, terza scelta nel Draft Nba 1970, spiegò a coach Richie Guerin che era qualcosa di più di un «good business». Guerin avrebbe voluto piuttosto un centro dominante, di quelli che non vendono i biglietti, ma vincono i campionati. Appena ventitreenne si avverò la profezia di Press. Pete firmò il contratto (quinquennale da 1.5 milioni di dollari complessivi) sportivo professionistico più ricco dell’epoca. Dai produttori di calzini a quelli di gelati se lo contesero per gli spot pubblicitari. Pete rappresentò un investimento a lungo e breve termine: nell’anno da rookie i ricavi della franchigia schizzarono del 50%. L’emittente ABC, che nel 1971 quadruplicò il valore dell’accordo (17 milioni di dollari) sui diritti di trasmissione dell’Nba, si fiondò sul giovane fenomeno con un assegno da 75mila dollari per l’esclusiva del debutto con gli Hawks. La crescita del movimento era ormai intrinsecamente dipendente dall’evento televisivo. Dal 1965 al 1970, mentre l’Aba indebitata affogava, le squadre Nba aumentarono da 9 a 17.

Alla Daniel High School i compagni di tre, quattro anni più grandi lo tenevano ai margini. Quando gli regalò due vittorie con altrettanti canestri allo scadere, cambiarono opinione. Agli Hawks la situazione si ripropose. Stavolta il problema era razziale: come inserirlo, con uno stile così fuori regime, negli equilibri di una squadra all black con due stelle già rodate? Assaggiò tanta panchina: «Senza la palla le mani si raffreddano». Archiviò comunque l’annata da debuttante con 23 punti di media, 33 nell’ultimo mese.

Quattro anni dopo fu oggetto di uno scambio con New Orleans, landa inospitale per lo sport business: pochi spettatori e non appetibile per il mercato televisivo. Lì anche Pistol Pete suonò il jazz. Tanto quanto Petrović il suo movimento era musicale. Come al college eseguì uno spartito sconosciuto ai più: il faro in formazioni prive dell’adeguato cast di supporto. «Datemi Jabbar o Baylor. Qua manca la materia umana per vincere. Mi ferisce stare dal lato scuro della storia», incalzò il front office Jazz. «Onestamente, ora, che cosa importa in quale squadra militi o se vinca o perda Maravich? Lui si esibisce. È la ventunesima franchigia dell’Nba», chiosò il giornalista Curry Kirkpatrick.

Lo definirono un talento perdente e individualista. Oppure Peter Pan. Pat Riley e Jerry Colangelo, personaggi tutt’oggi influenti, lo bocciarono senza appello. L’ex Lakers: «Lo considero la star più sopravvalutata. Qualsiasi guardia dell’Nba lo manderebbe a prendere con una limousine all’aeroporto per affrontare la sua difesa morbida». Il secondo: «L’eccentricità nella gestione della palla distrae i compagni. È un attentato all’unità della squadra». Ci vengono in soccorso le statistiche Nba del perdente: 15.948 punti (24.2 di media), miglior marcatore nel 1976-’77 (31.1 a uscita, i Knicks rammentano i 68 del 25 febbraio 1977), davanti a Michael Jordan e Allen Iverson nella percentuale di vittorie consegnate alla propria squadra mettendo nel cesto più di 40 punti.

«Julius Erving è il più creativo. Con lui tutto è semplice. Devo disegnare un piccolo arcobaleno, e lo intuisce». Erving contraccambia: «Pete? Genius». Agli Hawks dialogarono col linguaggio comune ai fuoriclasse solo qualche settimana per beghe contrattuali e pastoie burocratiche avverse. Con Doctor J avrebbe zittito le penne avvelenate? Ai Jazz diede in solitudine il secondo miglior record vittorie/sconfitte per una franchigia esordiente, sopportando il macigno della morte della madre. Helena Gavor si sparò in testa. Da anni il sorriso della bella cheerleader, figlia di operai serbi, che nella primavera del 1946 ad Aliquippa incontrò Press al Bill Green’s Nightclub per poi sposarlo, era sfumato nella depressione e nell’alcool.

Il nome Maravich di per sé nobilitava l’impresa del padrone dei New Orleans Sam Battistone, titolare di una catena di fast food. I tifosi ululavano “French fries, French fries” al Superdome. Qualora i Jazz avessero raggiunto i 100 punti, il tagliando d’ingresso si sarebbe tramutato in uno sconto valido per il burger king. Immaginiamo lo sguardo e il conflitto interiore del vegetariano e poi vegano Pete, che accusò l’industria alimentare statunitense di essere la principale causa di malattia della popolazione. Sul web si può leggere la copia del contratto siglato il 19 dicembre 1975 con la Pepsi-Cola (Gulf South Beverages, Inc). Diecimila dollari per associare quella capigliatura rassicurante, da Beatles, al soft drink. Poi non lo rinnovò: «Le bevande gassate e zuccherate sono dannose per i bambini».

Sports Illustrated, che il 4 marzo 1968 lo promosse in copertina (Lsu’s Pistol Pete – The Hottest shot), dieci anni dopo (4 dicembre 1978) intonò il de profundis: «Per coloro che misurano il trascorrere del tempo con le icone della cultura pop, è difficile realizzare che Pete Maravich, quello dei floppy socks, dei tiri e dei passaggi oltraggiosi, l’uomo dei record, della gioia, colui che ha reso il basket divertentissimo per molti di noi, ha ormai compiuto trent’anni. E non si diverte più». Un grave incidente al ginocchio destro, per uno con quel primo passo e con quei cambi direzione, fa la differenza. Come nei bilanci dei Jazz che per l’infortunio registrarono un calo drastico dell’affluenza di tifosi.

Red Auerbach, che il senso per la vittoria lo ebbe sempre ben presente, lo volle ai Celtics per la coppia da sogno con l’astro nascente Larry Bird. Il 22 gennaio 1980 Pete ammise: «Da dieci anni provavo ad arrivare qui». Coach Fitch in quintetto gli preferì però Chris Ford. Maravich non può partire dalla panchina. Dopo i playoff le scarpette rimasero nello spogliatoio. Rinunciò all’agognato titolo e si congedò laconicamente dalla compagnia per telefono: «Ho tirato una volta di troppo a canestro, Red». Ritiratosi dall’agonismo si affidò alla fede, svelando a Jackie di aver udito la voce di Gesù Cristo: «Sii forte e innalza il tuo cuore». Numerose biografie (la prima addirittura stampata nel 1969) si sono soffermate sulla depressione, tradita dagli occhi, e sull’abuso di alcool. In campo, la sua patria vera, era il sole e obbediva a un istinto vitale. Lontano da esso spesso prevalse il buio. Dall’High School all’Nba l’amarono per la sfrontata coerenza di essere con il proprio stile la voce contro, dentro al sistema.

Press, stroncato dal cancro, non riuscì per poche settimane ad assistere all’ingresso del figlio nella Basketball Hall of Fame. Correva l’anno 1987. “Sweet-Lou” Hudson, a chi vinceva i campionati, sussurrava: «Tranquillo, non sarai mai abbastanza bravo quanto me». Da star designata degli Hawks convisse con lo scomodo ragazzo prodigio. Poi nella vita, oltre al jump shot, è riuscito anche in altro: nel 1993 è il primo afroamericano eletto nello Stato di Utah. Attingendo alla propria profonda umanità, forse è lui ad aver trovato le parole giuste: «Non è mai sembrato facile essere Pete Maravich».

Dedicato a Piero Santonastaso e a Joe Ryan.

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Addio Uragano https://minimaetmoralia.it/ritratti/addio-uragano/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/addio-uragano/#comments Sun, 20 Apr 2014 18:56:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20118 Riprendiamo, per salutare Rubin "Hurricane" Carter, morto a 76 dopo una lunga battaglia contro un tumore, questo pezzo già uscito su minima&moralia e pubblicato originariamente su Rolling Stone.

di Tiziana Lo Porto

“Lo so che siete venuti tutti a vedere me. Bob Dylan non è così famoso”. Sul palco del Madison Square Garden il campione del mondo cercava di affermare la propria superiorità sul cantante mingherlino che tra poco avrebbe chiuso la prima parte del suo tour più leggendario.

Nati a otto mesi di distanza l’uno dall’altro, Bob Dylan e Muhammad Ali avevano in comune un cambio di nome e l’eroica determinazione nel non volere restare inglobati dalla cultura dominante e idolatrante. Eppure quella sera, al Madison Square Garden, erano venuti tutti a idolatrarli.

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Riprendiamo, per salutare Rubin “Hurricane” Carter, morto a 76 dopo una lunga battaglia contro un tumore, questo pezzo già uscito su minima&moralia e pubblicato originariamente su Rolling Stone.

di Tiziana Lo Porto

“Lo so che siete venuti tutti a vedere me. Bob Dylan non è così famoso”. Sul palco del Madison Square Garden il campione del mondo cercava di affermare la propria superiorità sul cantante mingherlino che tra poco avrebbe chiuso la prima parte del suo tour più leggendario.

Nati a otto mesi di distanza l’uno dall’altro, Bob Dylan e Muhammad Ali avevano in comune un cambio di nome e l’eroica determinazione nel non volere restare inglobati dalla cultura dominante e idolatrante. Eppure quella sera, al Madison Square Garden, erano venuti tutti a idolatrarli.

La chiamarono “The Night of the Hurricane”, la notte dell’uragano. Tappa newyorkese della Rolling Thunder Review, lunghissimo tour-carovana intrapreso da Dylan nel 1975 insieme a illustri colleghi (Bob Neuwirth, Ramblin’ Jack Elliott, Joan Baez, T-Bone Burnett tra i tanti), sarebbe stata una serata di beneficienza per Rubin ‘Hurricane’ Carter, l’ex pugile dei pesi medi che nell’66 insieme a John Artis era stato ingiustamente accusato di triplice omicidio e condannato all’ergastolo. La serata iniziò con un drink gettato in faccia a un deputato democratico, culminò con una diretta telefonica dal carcere con Carter e rischiò di finire con la notizia della grazia concessa. La grazia poi quella notte non arrivò, ma molto altro accadde.

Nel suo Diario del Rolling Thunder (Cooper 2005), Sam Shepard dedica a quel concerto un capitolo intero. A illustrarlo una foto con Dylan e Ali, entrambi goffi, quasi impacciati, è poco chiaro se dall’obiettivo del fotografo o dalla reciproca presenza. Ali ha un braccio intorno alla spalla di Dylan e Dylan ha una mano che sbuca sulla spalla di Ali. Sorridono ma non troppo. Uno è magrissimo, l’altro è un gigante. Shepard di quel tour seguì ogni data, scritturato da Dylan in persona, non in amicizia (prima del tour i due si conoscevano soltanto di nome) ma per stima, perché scrivesse la sceneggiatura di un film. La sceneggiatura poi Shepard non la scrisse mai, ma di quella tournée ne fece uno straordinario diario.

Le pagine sull’8 dicembre le comincia dal pomeriggio, in un Madison Square Garden enorme e semideserto. Sul palco è in corso il soundcheck. I musicisti sono lì, e lui è il pubblico. Scrive: “È molto strano conoscere queste persone e poi osservarle dal punto di vista del pubblico”. E poi, del Garden intorno: “È un’architettura sospesa stupefacente. Né bella, né esteticamente apprezzabile, ma non puoi fare a meno di chiederti come abbiano potuto inventarsi un progetto per questo soffitto gigantesco che pare sospeso a mezz’aria. Nessuna colonna o sostegno in vista, solo fili che convergono in un punto centrale e che misteriosamente tengono tutto in piedi. Poterlo osservare con solo poche persone all’interno amplifica la sua enormità. Continuo a spostarmi in luoghi diversi della sala e a restare seduto per qualche minuto, tanto per vedere com’è”.

Poi inizia a individuare gruppi di persone divise per colori. Ci sono i blu, che sono i poliziotti, lì a bere caffè e chiacchierare, i piedi sugli schienali dei sedili davanti, noncuranti di quanto accade intorno. Ci sono i marroni, che sono gli uscieri, e fanno le stesse cose dei poliziotti ma in più hanno le torce. Ci sono i bianchi, che sono i tecnici. E fanno i tecnici. Più avanti, aggirandosi nel backstage, Shepard dirà: “È solo un edificio; poi arriva un intero mondo, lo occupa e se ne va”.

Il mondo che occupò il Madison Square Garden quella sera era un mondo misto. C’era, in gessato e facce torve, la comunità nera che seguiva la boxe ed era lì per Muhammad Ali e per Rubin Carter. E c’erano i fan di Dylan, probabilmente i più numerosi. C’erano poi gli avventori, gli spettatori occasionali, quelli che si trovavano lì per ragioni altre e disparate. C’era il padre di Allen Ginsberg, per esempio. Dirà Ginsberg a Shepard incontrandolo in camerino: “Là fuori c’è mio padre. Ha ottanta anni e non è mai stato a un concerto rock”. Shepard gli chiederà se a quell’età non sia pericoloso stare lì in mezzo. E Ginsberg, bello nelle sue risposte come nelle poesie: “Naa, mio padre è un poeta”.

Dagli altoparlanti nel frattempo veniva annunciato: “Prendete la più grande sala da concerto dell’intero pianeta! Prendete il più grande cantante dai tempi di Edith Piaf! Il più incredibile fenomeno di poeta-muscista che il mondo abbia mai visto, e metteteli insieme davanti al pubblico dal vivo più numeroso ed entusiasta che ci sia su questo lato del Rio Grande! E ora gente, ecco un vero spettacolo”. Il vero spettacolo, nelle parole di Shepard, sarebbe stato “un concerto di beneficenza per un condannato nero voluto da un cantante bianco con il sostegno della comunità nera”. Da tempo Ali aveva cercato di attirare l’attenzione dei media su Carter, ma c’era voluto Dylan per arrivare al Garden. Ed è ancora Shepard, riconoscendo la giusta importanza che hanno certi luoghi, a dire: “Se vuoi che il mondo se ne accorga, portalo a New York. Anzi – meglio – portalo al Garden!”

Arrivato sul palco, Muhammad Ali riuscì a zittire immediatamente il pubblico e disse: “Sapete, quando mi hanno chiesto di venire qui stasera mi sono chiesto chi fosse questo Bob Dylan. Poi arrivo qui e mi rendo conto che tutta questa gente ha speso dei soldi e penso che questo Bob Dylan deve essere uno in gamba. Credevo di essere l’unico in grado di riempire questo posto. E voi ragazze siete tutte qui per vedere Bob Dylan?” Le ragazze strillarono sì, e Ali, zittendo nuovamente tutti, disse: “Va bene, va bene. Anche se, ammettetelo, non è carino come me. Adesso però voglio dirvi che è un piacere vedere tutta questa gente qui stasera, soprattutto perché si tratta di aiutare un nero che sta in prigione. Perché, questo lo sapete, ci vogliono le conoscenze giuste e il colore di pelle giusto per avere un trattamento giusto”.

Subito dopo, come con un diretto ben assestato, Ali riuscì a conquistare definitivamente la scena. Qualcuno gli portò un telefono e lui annunciò: “Mi hanno appena comunicato che c’è una telefonata speciale su una linea speciale che arriva direttamente dal New Jersey per ordine speciale del governatore. Al telefono abbiamo il signor Rubin ‘Hurricane’ Carter e ora sentirete la sua voce che parla con me”. La voce di Carter arrivò lontanissima (di fatto stava solo nel New Jersey) ma nitida e amplificata in modo che tutti potessero sentirla. Disse: “Me ne sto seduto qui in cella a pensare che è davvero un atto rivoluzionario quando così tante persone che stanno fuori si riuniscono per sostenere chi è in prigione”. Per rallegrare i toni Ali lo interruppe dicendo: “Senti Rubin, promettimi solo una cosa. Se esci non venire a sfidarmi per il titolo, ok?” E Carter, ignorandolo: “Seriamente, vi sto parlando dalle viscere più profonde del penitenziario del New Jersey”.

A quel punto il pubblico aspettava Dylan impaziente ma pendeva dalle labbra di Carter, che materializzandosi in forma di voce aveva più potere evocativo di chiunque fosse sul palco in quel momento. Carter stregò il pubblico, ma Ali impedì a Dylan di godersi il mood. Terminata la telefonata il pugile lasciò il palco a un politico, un candidato bianco che definì “il futuro Presidente degli Stati Uniti” e che in sole tre parole riuscì a rompere l’incantesimo. Il candidato andò via goffamente per come era arrivato e finalmente apparve Dylan.

Avanzò sul palco con la sua elegante noncuranza, senza che nessuno lo presentasse. E cantò. Cantò My Masterpiece in duetto con Neuwirth. E quello fu solo uno dei momenti migliori della serata. Scrisse ancora Shepard: “Ignorare la forza di questo spettacolo nemmeno a parlarne”.

Nella sua biografia Hurricane. Il miracoloso viaggio di Rubin Carter (66th and 2nd, 2010), James S. Hirsch scrive che “Carter non era un fan di Bob Dylan”. Ma che lo era Richard Solomon, giovane filmaker e amico di Carter che per aiutare la causa decise di girare un film su di lui. Poi decise di tirare dentro Dylan, e nella primavera del 1975 gli scrisse una lettera. Nella lettera non gli chiedeva di scrivere una canzone, lo informava soltanto dei fatti. Qualche settimana dopo Dylan lo chiamò chiedendogli: “Che vuoi?” Solomon rispose chiedendogli a sua volta se volesse incontrare Carter. Dylan chiese: “È pericoloso?” Poi disse forse e riagganciò. Solomon guardò la sua fidanzata dell’epoca e le disse: “Stai a vedere. Si interesserà al caso e ci scriverà sopra una canzone”. La ragazza chiese perché, e lui: “Perché è il suo lavoro”.

A quel punto Solomon mandò a Dylan l’autobiografia di Carter e a Carter i testi delle canzoni e i dischi di Dylan. L’incontro fu fissato per quell’estate. I due si ritrovarono una mattina nella biblioteca della prigione di Stato di Trenton, New Jersey. Si piacquero subito. Dei due fu soprattutto Carter a parlare. Raccontò a Dylan della propria infanzia, della provincia in cui era cresciuto, della boxe e della prigione. Dylan ascoltava attento e prendeva appunti. Prima di andare via gli disse: “Ho intenzione di tornare”.

La canzone la scrisse partendo dal testo e immaginando fosse la sceneggiatura di un film. La scrisse insieme al cantautore e regista teatrale Jacques Levi (che collaborò a quasi tutte le canzoni dell’album Desire) e la registrò il 24 ottobre al Columbia Studio 1 a Manhattan. Di Hurricane Allen Ginsberg disse: “Era il genere di canzone che i ribelli superstiti degli anni Sessanta stavano chiedendo a gran voce che scrivesse”. Carter lo trovò uno “splendido pezzo di musica” e si lamentò solo del fatto che non potesse ballarci sopra. Hurricane diventò il pezzo forte della Rolling Thunder Revue di Dylan, che finita la prima fase col concerto dell’8 dicembre, riprese e andò avanti per buona parte del 1976.

La Rolling Thunder Revue si esibì anche alla vigilia del live al Garden esclusivamente per Carter. L’ex pugile si trovava nella Clinton Correction Institution for Women di Clinton, New Jersey, trasferito lì per paura che la prigione di Trenton non reggesse l’impatto mediatico dell’evento dell’indomani. La struttura si chiamava Correction Institution for Women ma ospitava per un terzo uomini (cento dei trecento detenuti) e a guardarla dal di fuori sembrava più una fattoria. A percorrerla all’interno quasi non c’era traccia di sbarre. Il 7 dicembre, insieme a Dylan e al resto della band, c’era anche il guru della pubblicità George Lois che insieme a Solomon si occupava di promuovere la causa Carter. Lois si aggirava in cerca di una location dove Carter e Dylan potessero posare per lo scatto da diffondere ai media. Disperato per l’assenza di sbarre, intravide un’inferriata che pendeva dal soffitto. Lois chiese di abbassarla, convocò immediatamente Dylan e Ken Regan, il fotografo della tournée.

L’ex pugile venne posizionato dall’altra parte dell’inferriata, Dylan infilò le dita tra le sbarre per toccare quelle di Carter, e il fotografo scattò. La didascalia che su People poche settimane dopo accompagnò la foto diceva: “Attraverso le sbarre di una prigione del New Jersey, Rubin Hurricane Carter, dentro, e Bob Dylan, fuori”. Quello scatto era sì un’invenzione di Lois, ma adattò la realtà del carcere in cui si trovava Carter alla realtà della sua innocenza.

Ritorniamo così all’8 dicembre, al Madison Square Garden. Prima ancora delle parole di Ali, dicevamo, ad aprire le danze fu un bicchiere tirato in faccia a un deputato. Il deputato era John Conyers, democratico nero di Detroit, che al fianco di Carolyn Kelley era nell’ala nera della coalizione pro-Carter. Quella sera per caso alloggiava nell’albergo di Muhammad Ali e del suo staff. E lì s’imbatté in George Lois e Paul Sapounakis, proprietario del ristorante Blue Angel. Sapounakis era dell’ala bianca, quella di Lois e dell’Hurricane Trust Fund, e appena vide Conyers lo insultò. Lois intervenne in difesa dell’amico, e al “Voi bianchi vi credete proprio dei pezzi grossi” di Conyers rispose con un “Vaffanculo, tu, tua madre e tua sorella!” Conyers replicò dicendo: “Siete dei viscidi bastardi”. A quel punto Sapounakis gli tirò in faccia bicchiere, drink e ghiaccio. E se ne andò. Fu uno dei fuori scena migliori della serata, che tuttavia anche sul palco e nel backstage non mancò di surrealtà.

Tra i numeri più singolari quello di Joan Baez che con una parrucca bionda in testa e stivaletti bianchi ai piedi, saltò un paio di volte sul palco, concerto in corso, fingendosi una groupie e mettendosi a ballare. Entrambe le volte la sicurezza la trascinò via, lasciando il pubblico nel dubbio che fosse pura realtà e non una messa in scena. E poi ci fu Roberta Flack, apparente guest star della serata ma invitata a cantare all’ultimo momento per rimpiazzare una Aretha Franklin assente. Flack arrivò nel backstage come una furia con una bandana variopinta in testa e ricoperta di gioielli strillando ordini al suo entourage e sottolineando di essere la seconda scelta. Sul palco poi fu strepitosa.

In quanto a Rubin Carter, in seguito avrebbe ottenuto la libertà, ma sarebbero passati dieci anni (la ottenne nel 1985). Eppure quell’8 dicembre, dietro le quinte del memorabile concerto, iniziò a circolare voce che il governatore Byrne si apprestava a concedergli la grazia. Lo stesso Carter al telefono chiese a Dylan di dare la notizia, lì dal palco del Madison Square Garden. Dylan gli rispose: “Ok. Adesso sentirai un boato come non ne hai mai sentiti in vita tua”, poi scappò in camerino con gli occhi fuori dalle orbite e incontrando Shepard esclamò: “Rubin è stato prosciolto! Sarà fuori per Natale!” La notizia però non era esatta, e fortuna volle che Lois e Sapounakis gli chiesero di aspettare una conferma prima di divulgarla. Lois andò a cercare un telefono nei corridoi del Garden, chiamò l’ufficio del governatore, e apprese che non c’era nessuna grazia per Carter. Tornò di corsa verso il palco e proprio mentre Dylan stava salendo per dare la buona novella, gli urlò: “Non annunciare niente!” Così la gaffe fu evitata.

Il concerto non liberò Carter, quantomeno non nell’immediato. Eppure, insieme all’uscita di Hurricane (un mese dopo, nell’album Desire) riuscì a pieno nello scopo di amplificare la celebrità di Dylan e di attirare su Carter la sperata attenzione di media e mondo. La grazia non fu concessa ma qualche mese dopo, nel marzo del 1976, la Corte Suprema del New Jersey annullò all’unanimità le condanne di Carter e Artis. Ali pagò quasi interamente la cauzione a entrambi (rispettivamente ventimila e quindicimila dollari) e i due uscirono dal carcere tre giorni dopo. Così il San Francisco Examiner del 21 marzo 1976: “Dopo nove anni di carcere per un triplice omicidio che dicono di non aver commesso, il pugile di pesi medi Rubin ‘Hurricane’ Carter e John Artis sono stati rilasciati ieri su cauzione”. La libertà non durò a lungo: quello stesso anno ci fu un nuovo processo, e i due vennero nuovamente condannati all’ergastolo. Di lì all’85 di condanne all’ergastolo ne avrebbero avute tre.

La sera dell’8 dicembre il Garden fece il tutto esaurito cinque ore dopo l’apertura della biglietteria. I biglietti costavano 12,50 dollari e vennero rivenduti dai bagarini a 75 dollari. Gli spettatori erano più di trentacinquemila. Nella guest list, tra i tanti, c’erano Ed Koch, Coretta Scott King, Bill Bradley e Candice Bergen. Qualcuno fece anche i nomi di John Lennon, George Harrison, Ray Charles e Marvin Gaye, ma nessuno li vide. Era stato scelto il Garden per risanare il bilancio della tournée. Probabilmente ci riuscirono. Guadagnarono in tutto 217mila dollari di cui, pagati i conti degli alberghi e della promozione, ne rimasero 104mila.

Quell’8 dicembre fu l’apice del processo di trasformazione di Carter in icona culturale. Per Bob Dylan e Muhammad Ali sarebbe stata la loro unica condivisa apparizione in pubblico.

 

Bibliografia

Victor Bockris, Muhammad Ali. Il re guerriero, Mondadori

Rubin Carter, The Sixteenth Round: From Number 1 Contender To #45472, Penguin

James S. Hirsch, Hurricane. Il miracoloso viaggio di Rubin Carter, 66th and 2nd

Sam Shepard, Diario del Rolling Thunder. Dylan e la tournée del 1975, Cooper

Larry Sloman, On the Road with Bob Dylan, Three River Press

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La notte dell’uragano https://minimaetmoralia.it/libri/la-notte-delluragano/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-notte-delluragano/#respond Fri, 19 Apr 2013 14:18:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13609 Questo pezzo è uscito su Rolling Stone.

“Lo so che siete venuti tutti a vedere me. Bob Dylan non è così famoso”. Sul palco del Madison Square Garden il campione del mondo cercava di affermare la propria superiorità sul cantante mingherlino che tra poco avrebbe chiuso la prima parte del suo tour più leggendario.

Nati a otto mesi di distanza l’uno dall’altro, Bob Dylan e Muhammad Ali avevano in comune un cambio di nome e l’eroica determinazione nel non volere restare inglobati dalla cultura dominante e idolatrante. Eppure quella sera, al Madison Square Garden, erano venuti tutti a idolatrarli.

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Questo pezzo è uscito su Rolling Stone.

“Lo so che siete venuti tutti a vedere me. Bob Dylan non è così famoso”. Sul palco del Madison Square Garden il campione del mondo cercava di affermare la propria superiorità sul cantante mingherlino che tra poco avrebbe chiuso la prima parte del suo tour più leggendario.

Nati a otto mesi di distanza l’uno dall’altro, Bob Dylan e Muhammad Ali avevano in comune un cambio di nome e l’eroica determinazione nel non volere restare inglobati dalla cultura dominante e idolatrante. Eppure quella sera, al Madison Square Garden, erano venuti tutti a idolatrarli.

La chiamarono “The Night of the Hurricane”, la notte dell’uragano. Tappa newyorkese della Rolling Thunder Review, lunghissimo tour-carovana intrapreso da Dylan nel 1975 insieme a illustri colleghi (Bob Neuwirth, Ramblin’ Jack Elliott, Joan Baez, T-Bone Burnett tra i tanti), sarebbe stata una serata di beneficienza per Rubin ‘Hurricane’ Carter, l’ex pugile dei pesi medi che nell’66 insieme a John Artis era stato ingiustamente accusato di triplice omicidio e condannato all’ergastolo. La serata iniziò con un drink gettato in faccia a un deputato democratico, culminò con una diretta telefonica dal carcere con Carter e rischiò di finire con la notizia della grazia concessa. La grazia poi quella notte non arrivò, ma molto altro accadde.

Nel suo Diario del Rolling Thunder (Cooper 2005), Sam Shepard dedica a quel concerto un capitolo intero. A illustrarlo una foto con Dylan e Ali, entrambi goffi, quasi impacciati, è poco chiaro se dall’obiettivo del fotografo o dalla reciproca presenza. Ali ha un braccio intorno alla spalla di Dylan e Dylan ha una mano che sbuca sulla spalla di Ali. Sorridono ma non troppo. Uno è magrissimo, l’altro è un gigante. Shepard di quel tour seguì ogni data, scritturato da Dylan in persona, non in amicizia (prima del tour i due si conoscevano soltanto di nome) ma per stima, perché scrivesse la sceneggiatura di un film. La sceneggiatura poi Shepard non la scrisse mai, ma di quella tournée ne fece uno straordinario diario.

Le pagine sull’8 dicembre le comincia dal pomeriggio, in un Madison Square Garden enorme e semideserto. Sul palco è in corso il soundcheck. I musicisti sono lì, e lui è il pubblico. Scrive: “È molto strano conoscere queste persone e poi osservarle dal punto di vista del pubblico”. E poi, del Garden intorno: “È un’architettura sospesa stupefacente. Né bella, né esteticamente apprezzabile, ma non puoi fare a meno di chiederti come abbiano potuto inventarsi un progetto per questo soffitto gigantesco che pare sospeso a mezz’aria. Nessuna colonna o sostegno in vista, solo fili che convergono in un punto centrale e che misteriosamente tengono tutto in piedi. Poterlo osservare con solo poche persone all’interno amplifica la sua enormità. Continuo a spostarmi in luoghi diversi della sala e a restare seduto per qualche minuto, tanto per vedere com’è”.

Poi inizia a individuare gruppi di persone divise per colori. Ci sono i blu, che sono i poliziotti, lì a bere caffè e chiacchierare, i piedi sugli schienali dei sedili davanti, noncuranti di quanto accade intorno. Ci sono i marroni, che sono gli uscieri, e fanno le stesse cose dei poliziotti ma in più hanno le torce. Ci sono i bianchi, che sono i tecnici. E fanno i tecnici. Più avanti, aggirandosi nel backstage, Shepard dirà: “È solo un edificio; poi arriva un intero mondo, lo occupa e se ne va”.

Il mondo che occupò il Madison Square Garden quella sera era un mondo misto. C’era, in gessato e facce torve, la comunità nera che seguiva la boxe ed era lì per Muhammad Ali e per Rubin Carter. E c’erano i fan di Dylan, probabilmente i più numerosi. C’erano poi gli avventori, gli spettatori occasionali, quelli che si trovavano lì per ragioni altre e disparate. C’era il padre di Allen Ginsberg, per esempio. Dirà Ginsberg a Shepard incontrandolo in camerino: “Là fuori c’è mio padre. Ha ottanta anni e non è mai stato a un concerto rock”. Shepard gli chiederà se a quell’età non sia pericoloso stare lì in mezzo. E Ginsberg, bello nelle sue risposte come nelle poesie: “Naa, mio padre è un poeta”.

Dagli altoparlanti nel frattempo veniva annunciato: “Prendete la più grande sala da concerto dell’intero pianeta! Prendete il più grande cantante dai tempi di Edith Piaf! Il più incredibile fenomeno di poeta-muscista che il mondo abbia mai visto, e metteteli insieme davanti al pubblico dal vivo più numeroso ed entusiasta che ci sia su questo lato del Rio Grande! E ora gente, ecco un vero spettacolo”. Il vero spettacolo, nelle parole di Shepard, sarebbe stato “un concerto di beneficenza per un condannato nero voluto da un cantante bianco con il sostegno della comunità nera”. Da tempo Ali aveva cercato di attirare l’attenzione dei media su Carter, ma c’era voluto Dylan per arrivare al Garden. Ed è ancora Shepard, riconoscendo la giusta importanza che hanno certi luoghi, a dire: “Se vuoi che il mondo se ne accorga, portalo a New York. Anzi – meglio – portalo al Garden!”

Arrivato sul palco, Muhammad Ali riuscì a zittire immediatamente il pubblico e disse: “Sapete, quando mi hanno chiesto di venire qui stasera mi sono chiesto chi fosse questo Bob Dylan. Poi arrivo qui e mi rendo conto che tutta questa gente ha speso dei soldi e penso che questo Bob Dylan deve essere uno in gamba. Credevo di essere l’unico in grado di riempire questo posto. E voi ragazze siete tutte qui per vedere Bob Dylan?” Le ragazze strillarono sì, e Ali, zittendo nuovamente tutti, disse: “Va bene, va bene. Anche se, ammettetelo, non è carino come me. Adesso però voglio dirvi che è un piacere vedere tutta questa gente qui stasera, soprattutto perché si tratta di aiutare un nero che sta in prigione. Perché, questo lo sapete, ci vogliono le conoscenze giuste e il colore di pelle giusto per avere un trattamento giusto”.

Subito dopo, come con un diretto ben assestato, Ali riuscì a conquistare definitivamente la scena. Qualcuno gli portò un telefono e lui annunciò: “Mi hanno appena comunicato che c’è una telefonata speciale su una linea speciale che arriva direttamente dal New Jersey per ordine speciale del governatore. Al telefono abbiamo il signor Rubin ‘Hurricane’ Carter e ora sentirete la sua voce che parla con me”. La voce di Carter arrivò lontanissima (di fatto stava solo nel New Jersey) ma nitida e amplificata in modo che tutti potessero sentirla. Disse: “Me ne sto seduto qui in cella a pensare che è davvero un atto rivoluzionario quando così tante persone che stanno fuori si riuniscono per sostenere chi è in prigione”. Per rallegrare i toni Ali lo interruppe dicendo: “Senti Rubin, promettimi solo una cosa. Se esci non venire a sfidarmi per il titolo, ok?” E Carter, ignorandolo: “Seriamente, vi sto parlando dalle viscere più profonde del penitenziario del New Jersey”.

A quel punto il pubblico aspettava Dylan impaziente ma pendeva dalle labbra di Carter, che materializzandosi in forma di voce aveva più potere evocativo di chiunque fosse sul palco in quel momento. Carter stregò il pubblico, ma Ali impedì a Dylan di godersi il mood. Terminata la telefonata il pugile lasciò il palco a un politico, un candidato bianco che definì “il futuro Presidente degli Stati Uniti” e che in sole tre parole riuscì a rompere l’incantesimo. Il candidato andò via goffamente per come era arrivato e finalmente apparve Dylan.

Avanzò sul palco con la sua elegante noncuranza, senza che nessuno lo presentasse. E cantò. Cantò My Masterpiece in duetto con Neuwirth. E quello fu solo uno dei momenti migliori della serata. Scrisse ancora Shepard: “Ignorare la forza di questo spettacolo nemmeno a parlarne”.

Nella sua biografia Hurricane. Il miracoloso viaggio di Rubin Carter (66th and 2nd, 2010), James S. Hirsch scrive che “Carter non era un fan di Bob Dylan”. Ma che lo era Richard Solomon, giovane filmaker e amico di Carter che per aiutare la causa decise di girare un film su di lui. Poi decise di tirare dentro Dylan, e nella primavera del 1975 gli scrisse una lettera. Nella lettera non gli chiedeva di scrivere una canzone, lo informava soltanto dei fatti. Qualche settimana dopo Dylan lo chiamò chiedendogli: “Che vuoi?” Solomon rispose chiedendogli a sua volta se volesse incontrare Carter. Dylan chiese: “È pericoloso?” Poi disse forse e riagganciò. Solomon guardò la sua fidanzata dell’epoca e le disse: “Stai a vedere. Si interesserà al caso e ci scriverà sopra una canzone”. La ragazza chiese perché, e lui: “Perché è il suo lavoro”.

A quel punto Solomon mandò a Dylan l’autobiografia di Carter e a Carter i testi delle canzoni e i dischi di Dylan. L’incontro fu fissato per quell’estate. I due si ritrovarono una mattina nella biblioteca della prigione di Stato di Trenton, New Jersey. Si piacquero subito. Dei due fu soprattutto Carter a parlare. Raccontò a Dylan della propria infanzia, della provincia in cui era cresciuto, della boxe e della prigione. Dylan ascoltava attento e prendeva appunti. Prima di andare via gli disse: “Ho intenzione di tornare”.

La canzone la scrisse partendo dal testo e immaginando fosse la sceneggiatura di un film. La scrisse insieme al cantautore e regista teatrale Jacques Levi (che collaborò a quasi tutte le canzoni dell’album Desire) e la registrò il 24 ottobre al Columbia Studio 1 a Manhattan. Di Hurricane Allen Ginsberg disse: “Era il genere di canzone che i ribelli superstiti degli anni Sessanta stavano chiedendo a gran voce che scrivesse”. Carter lo trovò uno “splendido pezzo di musica” e si lamentò solo del fatto che non potesse ballarci sopra. Hurricane diventò il pezzo forte della Rolling Thunder Revue di Dylan, che finita la prima fase col concerto dell’8 dicembre, riprese e andò avanti per buona parte del 1976.

La Rolling Thunder Revue si esibì anche alla vigilia del live al Garden esclusivamente per Carter. L’ex pugile si trovava nella Clinton Correction Institution for Women di Clinton, New Jersey, trasferito lì per paura che la prigione di Trenton non reggesse l’impatto mediatico dell’evento dell’indomani. La struttura si chiamava Correction Institution for Women ma ospitava per un terzo uomini (cento dei trecento detenuti) e a guardarla dal di fuori sembrava più una fattoria. A percorrerla all’interno quasi non c’era traccia di sbarre. Il 7 dicembre, insieme a Dylan e al resto della band, c’era anche il guru della pubblicità George Lois che insieme a Solomon si occupava di promuovere la causa Carter. Lois si aggirava in cerca di una location dove Carter e Dylan potessero posare per lo scatto da diffondere ai media. Disperato per l’assenza di sbarre, intravide un’inferriata che pendeva dal soffitto. Lois chiese di abbassarla, convocò immediatamente Dylan e Ken Regan, il fotografo della tournée.

L’ex pugile venne posizionato dall’altra parte dell’inferriata, Dylan infilò le dita tra le sbarre per toccare quelle di Carter, e il fotografo scattò. La didascalia che su People poche settimane dopo accompagnò la foto diceva: “Attraverso le sbarre di una prigione del New Jersey, Rubin Hurricane Carter, dentro, e Bob Dylan, fuori”. Quello scatto era sì un’invenzione di Lois, ma adattò la realtà del carcere in cui si trovava Carter alla realtà della sua innocenza.

Ritorniamo così all’8 dicembre, al Madison Square Garden. Prima ancora delle parole di Ali, dicevamo, ad aprire le danze fu un bicchiere tirato in faccia a un deputato. Il deputato era John Conyers, democratico nero di Detroit, che al fianco di Carolyn Kelley era nell’ala nera della coalizione pro-Carter. Quella sera per caso alloggiava nell’albergo di Muhammad Ali e del suo staff. E lì s’imbatté in George Lois e Paul Sapounakis, proprietario del ristorante Blue Angel. Sapounakis era dell’ala bianca, quella di Lois e dell’Hurricane Trust Fund, e appena vide Conyers lo insultò. Lois intervenne in difesa dell’amico, e al “Voi bianchi vi credete proprio dei pezzi grossi” di Conyers rispose con un “Vaffanculo, tu, tua madre e tua sorella!” Conyers replicò dicendo: “Siete dei viscidi bastardi”. A quel punto Sapounakis gli tirò in faccia bicchiere, drink e ghiaccio. E se ne andò. Fu uno dei fuori scena migliori della serata, che tuttavia anche sul palco e nel backstage non mancò di surrealtà.

Tra i numeri più singolari quello di Joan Baez che con una parrucca bionda in testa e stivaletti bianchi ai piedi, saltò un paio di volte sul palco, concerto in corso, fingendosi una groupie e mettendosi a ballare. Entrambe le volte la sicurezza la trascinò via, lasciando il pubblico nel dubbio che fosse pura realtà e non una messa in scena. E poi ci fu Roberta Flack, apparente guest star della serata ma invitata a cantare all’ultimo momento per rimpiazzare una Aretha Franklin assente. Flack arrivò nel backstage come una furia con una bandana variopinta in testa e ricoperta di gioielli strillando ordini al suo entourage e sottolineando di essere la seconda scelta. Sul palco poi fu strepitosa.

In quanto a Rubin Carter, in seguito avrebbe ottenuto la libertà, ma sarebbero passati dieci anni (la ottenne nel 1985). Eppure quell’8 dicembre, dietro le quinte del memorabile concerto, iniziò a circolare voce che il governatore Byrne si apprestava a concedergli la grazia. Lo stesso Carter al telefono chiese a Dylan di dare la notizia, lì dal palco del Madison Square Garden. Dylan gli rispose: “Ok. Adesso sentirai un boato come non ne hai mai sentiti in vita tua”, poi scappò in camerino con gli occhi fuori dalle orbite e incontrando Shepard esclamò: “Rubin è stato prosciolto! Sarà fuori per Natale!” La notizia però non era esatta, e fortuna volle che Lois e Sapounakis gli chiesero di aspettare una conferma prima di divulgarla. Lois andò a cercare un telefono nei corridoi del Garden, chiamò l’ufficio del governatore, e apprese che non c’era nessuna grazia per Carter. Tornò di corsa verso il palco e proprio mentre Dylan stava salendo per dare la buona novella, gli urlò: “Non annunciare niente!” Così la gaffe fu evitata.

Il concerto non liberò Carter, quantomeno non nell’immediato. Eppure, insieme all’uscita di Hurricane (un mese dopo, nell’album Desire) riuscì a pieno nello scopo di amplificare la celebrità di Dylan e di attirare su Carter la sperata attenzione di media e mondo. La grazia non fu concessa ma qualche mese dopo, nel marzo del 1976, la Corte Suprema del New Jersey annullò all’unanimità le condanne di Carter e Artis. Ali pagò quasi interamente la cauzione a entrambi (rispettivamente ventimila e quindicimila dollari) e i due uscirono dal carcere tre giorni dopo. Così il San Francisco Examiner del 21 marzo 1976: “Dopo nove anni di carcere per un triplice omicidio che dicono di non aver commesso, il pugile di pesi medi Rubin ‘Hurricane’ Carter e John Artis sono stati rilasciati ieri su cauzione”. La libertà non durò a lungo: quello stesso anno ci fu un nuovo processo, e i due vennero nuovamente condannati all’ergastolo. Di lì all’85 di condanne all’ergastolo ne avrebbero avute tre.

La sera dell’8 dicembre il Garden fece il tutto esaurito cinque ore dopo l’apertura della biglietteria. I biglietti costavano 12,50 dollari e vennero rivenduti dai bagarini a 75 dollari. Gli spettatori erano più di trentacinquemila. Nella guest list, tra i tanti, c’erano Ed Koch, Coretta Scott King, Bill Bradley e Candice Bergen. Qualcuno fece anche i nomi di John Lennon, George Harrison, Ray Charles e Marvin Gaye, ma nessuno li vide. Era stato scelto il Garden per risanare il bilancio della tournée. Probabilmente ci riuscirono. Guadagnarono in tutto 217mila dollari di cui, pagati i conti degli alberghi e della promozione, ne rimasero 104mila.

Quell’8 dicembre fu l’apice del processo di trasformazione di Carter in icona culturale. Per Bob Dylan e Muhammad Ali sarebbe stata la loro unica condivisa apparizione in pubblico.

 

Bibliografia

Victor Bockris, Muhammad Ali. Il re guerriero, Mondadori

Rubin Carter, The Sixteenth Round: From Number 1 Contender To #45472, Penguin

James S. Hirsch, Hurricane. Il miracoloso viaggio di Rubin Carter, 66th and 2nd

Sam Shepard, Diario del Rolling Thunder. Dylan e la tournée del 1975, Cooper

Larry Sloman, On the Road with Bob Dylan, Three River Press

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