Bill Clinton Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bill-clinton/ un blog di approfondimento culturale Sun, 21 Jun 2015 08:28:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Bill Clinton Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bill-clinton/ 32 32 Millenovecentonovantadue https://minimaetmoralia.it/estratti/millenovecentonovantadue-nicola-lagioia/ https://minimaetmoralia.it/estratti/millenovecentonovantadue-nicola-lagioia/#comments Sun, 21 Jun 2015 08:28:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27354 È in libreria per minimum fax l'edizione tascabile dell'antologia La qualità dell'aria. Storie di questo tempo curata da Nicola Lagioia e Christian Raimo e apparsa per la prima volta nel 2004. Pubblichiamo il racconto di Nicola Lagioia, ringraziando l'editore.

Non sarò mai un vero fumatore. Mi mancano tenacia, disinvoltura, senso di colpa. Mi manca un certo automatismo, una particolare morbidezza, la temporanea sospensione del giudizio che va dal gesto di accendere la cicca a quello di abbandonarne i resti. La nicotina non mi entra nel sangue. I cinque minuti di una banale fumata diventano un lungo esercizio da mandare a memoria. La sigaretta, fra le mie dita, resterà sempre un viziosissimo artificio e mai, temo mai, una sana abitudine. In un qualunque pomeriggio di pioggia, solo, senza ombrello, fermo ad aspettare l’autobus, sento il tabacco scivolarmi di dosso fino all’ultima traccia. Così ogni volta non ho imparato niente. Non sono spinto a continuare.

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È in libreria per minimum fax l’edizione tascabile dell’antologia La qualità dell’aria. Storie di questo tempo curata da Nicola Lagioia e Christian Raimo e apparsa per la prima volta nel 2004. Pubblichiamo il racconto di Nicola Lagioia, ringraziando l’editore.

Non sarò mai un vero fumatore. Mi mancano tenacia, disinvoltura, senso di colpa. Mi manca un certo automatismo, una particolare morbidezza, la temporanea sospensione del giudizio che va dal gesto di accendere la cicca a quello di abbandonarne i resti. La nicotina non mi entra nel sangue. I cinque minuti di una banale fumata diventano un lungo esercizio da mandare a memoria. La sigaretta, fra le mie dita, resterà sempre un viziosissimo artificio e mai, temo mai, una sana abitudine. In un qualunque pomeriggio di pioggia, solo, senza ombrello, fermo ad aspettare l’autobus, sento il tabacco scivolarmi di dosso fino all’ultima traccia. Così ogni volta non ho imparato niente. Non sono spinto a continuare.

Faccio passare settimane prima di chiedere a qualcuno di allungarmi una Camel. Ciò nonostante, tra il 1992 e il 1996 ho acquistato ogni giorno almeno un pacchetto di sigarette oltre naturalmente ad aver passeggiato in lungo e in largo per Roma, parlato da solo, rischiato più volte di finire sotto un tram.

Da dilettante tabagista quale ero in quel periodo non mi riuscì di collegare ansia, frustrazione, rabbia e paura a un determinato tipo di sigarette. Sicché del vero fumatore mi mancava perfino la fedeltà al marchio. Mi ritrovavo con un pacchetto di Marlboro rosse nella tasca del cappotto, un ventaglio di MS spalancato sul tavolo dello studio, una Chesterfield spenta male nel posacenere mentre ero al telefono e, scritta bianca su sfondo nero, caratteri gotici, teschio con cilindro in primo piano, una confezione ancora intonsa di Black Death (una marca islandese credo, solo per filodrammatici) ferma da settimane sul comodino. Qualche cosa a ogni modo l’avevo imparata anch’io. Mai fumare una Merit (solo per avvocati da quattro soldi in vacanza a Montecarlo), mai una Diana blu (sei studente o non hai scuse). Mai una Club. E soprattutto mai le Gauloises. Le sigarette avevano il compito di coprire il breve ma fondamentale scarto esistente tra la terribile situazione in cui mi trovavo e la sua messa in scena. Un compito che le Gauloises, le sigarette di Sartre, della Grèco, di Jacques Brel e di chissà chi altro, già così potentemente cariche di suggestioni per i fatti loro, non avrebbero saputo svolgere.

E devo dire che, perlomeno ai miei occhi, le sigarette giustificavano tutto il catrame e l’ammoniaca di questo mondo. Mi facevano un gran bene. Mi tenevano in forma. Ricoprendo ogni malessere con un sottile strato mitico rendevano le giornate straordinariamente sopportabili. E ne avrei, ne avrei di istantanee in cui la miseria, la stanchezza rialzano la testa per il semplice sfregamento di un cerino sulla carta vetrata.

Stazione Termini, 1992, ultimi di novembre, sono fermo davanti al tabellone delle partenze, la cicca si sta velocemente consumando tra le dita quando la rotazione dei caratteri nella grande struttura di plastica nera si arresta sulle destinazioni di Firenze, Napoli, Pescara. Lungotevere degli Artigiani, luglio 1992, passeggio nervosamente su un tratto di banchina quasi del tutto invaso dalla vegetazione, ho già scartato e riconsiderato l’ipotesi di aver sbagliato luogo, ora, addirittura giorno, lentamente, le onde bluastre del cielo sottraggono alla vista il ponte di ferro, poi il gasometro, poi gli ex stabilimenti della Mira Lanza, lentamente, metto mano al mio pacchetto di Marlboro e immagino una lunghissima boccata in grado di attirare con la sua luce lo spacciatore che, almeno per questa sera, non si farà vedere.

Maggio 1992, una sigaretta di marca ignota, consumata per metà, lascia cadere la sua cenere sulla mia mano riportandomi sulle 1500 battute di un documento word – una recensione per il settimanale Metropolis – anch’esso licenziato per metà. Ancora maggio del 1992, uno sgradevole odore di cicche bagnate mi sveglia nel cuore della notte, accendo il televisore, accendo una sigaretta, una versione pirata di Cabaret trasmessa da un’emittente locale mi porta inspiegabilmente su ciò che una dozzina di mezzobusti non hanno mai finito di ripetere per l’intera giornata, una confusa sensazione di cicche bagnate, di assorbenti bagnati, di ferro e di sudori che solo le miracolose proprietà della nicotina riescono a isolare nelle parole Mladić e massacro.

Ottobre 1992. Mentre raccolgo le mie cose al termine di una lezione di diritto costituzionale mi accorgo per la prima volta di Roberta. È bella, senza dubbio, una bellezza lontana da ogni convenzione. La sua figura stride sullo sfondo penoso degli studi universitari. In più, non è inquadrata nella sua età. La cosiddetta giovinezza, vale a dire, è una cosa che non la riguarda. Si chiama Roberta, ma questo lo scoprirò soltanto fra qualche giorno. Per adesso mi limito a guardarla. È ferma davanti alla porta dell’aula. Sta chiacchierando piattamente con uno studente del terzo anno. Il tizio l’ha avvicinata con una scusa qualsiasi. Le ha messo una mano sulla spalla. Si dice pronto a offrirle un passaggio per ritornare a casa. Roberta scrolla leggermente la testa. La vedo muovere le labbra. Accenna persino a un sorriso. Ma un semitono nascosto nell’apparente linearità della sua voce, un gradino fantasma, un gesto dentro il gesto di prepararsi a uscire dall’aula consegnano al gentile studente del terzo anno gli estremi di un messaggio a senso unico: «Non si ripeta mai più». Lo studente non può rendersi conto di questo rifiuto. Non riesce a misurare il moto di disgusto che ha spinto Roberta a infilarsi nella sua macchina.

Ha ventidue anni, questo ragazzo della Sinistra Giovanile, sta preparando l’esame di diritto commerciale, frequenta un cineforum dove la settimana scorsa gli hanno fatto vedere Il terzo uomo, due settimane prima Manhattan, tre settimane prima Taxi driver. Ha ventidue anni e non si rende conto di niente. Anzi, mentre sono fermi nel traffico di viale Manzoni fruga nervosamente nel cruscotto alla ricerca di qualcosa che possa fare colpo, una cassetta a suo dire strepitosa, il terzo album di un gruppo fondamentale ma non molto conosciuto, rigorosamente fondamentale, rigorosamente non molto conosciuto, rigorosamente ispiratore della scena di Chicago, un album tra l’altro necessario a raccogliere informazioni sui gusti musicali di Roberta, sulla sua vita, le sue abitudini, la gente che frequenta. Tutto incredibilmente ridicolo. Ma non sa niente, lo studente del terzo anno che accompagna a casa Roberta il giorno in cui mi sono accorto di lei per la prima volta, non ha i mezzi per capire, si immagina che si vedranno ancora, lui e lei, andranno a cena insieme e finiranno inevitabilmente a letto. Si prefigura la scena.

A casa di lui, dopo una pizza in un ristorante di San Lorenzo, dopo averle riscaldato qualche aneddoto sui suoi trascorsi di musicista dilettante, dopo il commento degli ultimi fatti di cronaca, dopo essere ricorsi nuovamente al fascino servile della musica lui bacia lei, lei chiude gli occhi, lui le accarezza i capelli, lui le tocca le tette, lei lo lascia fare, lui allora indugia, passa dalle tette alle spalle, e ancora indugia, rimane sulle spalle come se volesse farle un massaggio, come se si trattasse di un corso per preparatori atletici e non di sesso, allora torna sulle tette, lei lo incoraggia inarcando la schiena non quanto al sesso sarebbe necessario ma con un breve riconoscibile artificio, un sovrappiù, un eccesso di enfasi necessario ad attivarlo, a renderlo consapevole della situazione, il fatto che lei lo desidera, che lei è d’accordo, che la cosa si fa, ed è proprio questo scarto, questo eccesso di enfasi, questa falsificazione di un movimento che glielo fa capire, che lo rassicura, perché lui non conosce altro modo, è sulla base di questo che lui le mette le mani sulla vita e le abbassa i pantaloni, e poiché la chiave di accesso a loro due che effettivamente e anatomicamente stanno scopando è questo movimento falso e volontario, una cosa che con il sesso non ha niente a che fare, perché lui non conosce altro modo, perché gli hanno insegnato una mostruosa e innaturale forma di rispetto, poiché questa è la chiave di accesso per lui che finalmente le sta sopra, non stanno facendo del sesso in questo momento e nemmeno sono impegnati in una volgarizzazione. Sono semplicemente su un altro territorio. Sono rimasti su un precedente piano del linguaggio e questo è disgustoso.

Il gentile studente del terzo anno di giurisprudenza si illude prima o poi di portarsi a letto Roberta, magari entro la settimana. È a questo che pensa con un pensiero che non ha niente a che fare con il sesso mentre lei scende dalla macchina e lo saluta. Lo saluta. Dopo naturalmente averlo fatto fermare all’incrocio tra via Appia Nuova e via Fregene assicurandogli che lì c’è casa sua (abita molti isolati più avanti), dopo avergli detto che di cognome fa Geusa (si chiama Colaninno), che viene da Melpignano (è nata a Galatina), che adora i film di Wenders (Ernst Lubitsch, al massimo Murnau) che sì, certo, le piacciono anche gli Emerson Lake & Palmer (mai sentiti nominare), che purtroppo ha vent’anni essendo stata bocciata in prima liceo (ne ha appena compiuti diciannove e al liceo non è mai scesa sotto la media dell’otto), che la sera resta a casa a guardare la tv, oppure se esce va a cinema (è una puttana, in un modo o nell’altro).

Lo studente del terzo anno di giurisprudenza pensa di richiamarla entro un paio di giorni al numero di telefono che lei gli ha lasciato, oppure pensa di venire ancora a cercarla alla fine di una lezione di diritto costituzionale. Ma il rifiuto di Roberta, l’invisibile messaggio di scherno e derisione che lei gli ha consegnato al momento di accettare il suo passaggio e che lui ha erroneamente scambiato per un ostacolo rituale, un preliminare dei preliminari all’accoppiamento, perché così gli hanno insegnato, perché razionalmente non può pensare ad altro, il moto di disgusto con cui Roberta lo ha seguito tra i corridoi di giurisprudenza agirà sul ragazzo come una piccola maledizione, una condanna, una vibrazione sottocorticale che lui non saprà mettere a fuoco ma che gli impedirà di realizzare ogni proposito.

Lascerà passare le settimane. Frequenterà il suo cineforum. Vedrà Il processo di Orson Welles, poi vedrà The Million Dollar Hotel di Wim Wenders, poi vedrà Fargo dei fratelli Coen. Farà tutto ciò che ci si può aspettare da uno come lui. Farà anche qualche cosa di più ma non farà l’impossibile. Studierà sodo, questo sì. Preparerà l’esame di diritto commerciale. Chiamerà i suoi scandendo vittoriosamente da un telefono pubblico: «Ventinove». Ma quando si tratterà di contattare Roberta, il ragazzo del terzo anno di giurisprudenza avrà sempre qualcosa di meglio da fare. Non proverà a comporre il falso numero di telefono che lei gli ha lasciato (le sue dita subiranno un rallentamento a pochi centimetri dalla tastiera, si arresteranno, saranno dirottate verso un pacchetto di sigarette). Non penserà più di offrirle un passaggio. Non oserà nemmeno avvicinarla.

Ottobre 1992. Lo studente del terzo anno di giurisprudenza e Roberta scompaiono oltre la porta dell’aula al termine di una lezione di diritto costituzionale. Li seguo con lo sguardo fin dove posso. Che cosa c’è di bello, mi chiedo, di bello e di inquietante nella Crocifissione di Antonello da Messina (i ladroni sono inchiodati a due alberi di agrumi), nel Cristo crocifisso sul Golgota di un anonimo russo del xvii secolo (ai piedi della croce riposa il teschio di Adamo), nel Campo di grano con corvi di Van Gogh (manca la croce), nell’Orange Disaster di Andy Warhol (la sedia elettrica è vuota).

Lo studente del terzo anno e Roberta scompaiono oltre la porta dell’aula. Li seguo con lo sguardo fin dove posso. Successivamente li immagino nella macchina di lui, a pochi centimetri l’uno dall’altra, fermi nel traffico di viale Manzoni. Immagino che lui possa arrivare a immaginare di portarsela a letto. «Adoro i film di Wenders», dice Roberta nel frattempo, mentre si adagia sullo schienale aprendosi in un sorriso spaventoso.

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Il fatto di aver riconosciuto Roberta al primo colpo fu certamente una fortuna. Evitai che qualcun altro ci mettesse sopra gli occhi e me la soffiasse. Qualcuno dotato come me degli strumenti necessari per esclamare senza nessuna esitazione: «Ci siamo». Qualcuno che, come me magari, aveva recentemente provato un sentimento di vergogna talmente profondo da ricevere questi strumenti come una contropartita. Oppure qualcun altro che, prima e meglio di me, possedeva queste capacità come una dote innata. Ma non ci fu nessuno più bravo, più fortunato, più svelto e disperato di me. Forse non poteva esserci. Non poteva esserci comunque tra quei corridoi: ai ragazzi di giurisprudenza, nel 1992, era richiesto un altro tipo di corredo. Così, per quattro anni fummo praticamente inseparabili. Imparammo quello che c’era da imparare. Facemmo l’uno l’esperienza dell’altra. Che poi, credo, fu l’esperienza per antonomasia della nostra vita. Con tutto che da vivere potrebbe rimanerci anche parecchio.

Sono arrivato a Roma nel 1992 per studiare giurisprudenza. Sembrerebbe una pessima scusa per andarsene di casa a spese altrui dal momento che a Bari una facoltà di giurisprudenza esiste da anni: affollata, prestigiosa, mal frequentata e mal funzionante come tutte le facoltà di giurisprudenza sparse in giro per l’Italia. L’autunno, per qualche migliaio di neodiplomati, è la stagione di una patetica transumanza. Le ragazze arrivano a Roma per studiare psicologia. I ragazzi vanno a Milano per entrare alla Bocconi. E tutti, più o meno, si concedono una gitarella a Bologna per il test di ammissione a scienze delle comunicazioni. Io non rientravo tra questi casi. Il mio non fu per niente un capriccio. Dopo quello che successe durante l’estate cambiare aria era il minimo che si potesse fare.

Mi trasferii ad agosto, costringendo i miei genitori a pagare due mesi di affitto completamente inutili. Se la cosa andava fatta, però, meglio non perdere tempo. Su questo eravamo tutti d’accordo. I miei salutarono la partenza quasi con sollievo. Giulia, la mia ragazza, addirittura con una certa gratitudine.

E io, mentre risalivo l’Adriatico in Intercity già mi sentivo meglio, mentre l’uniformità del giallo e dell’azzurro esercitava il suo effetto ipnotico al di là del finestrino mi sentivo meglio, mentre mi domandavo che cosa c’era poi di tanto bello nelle auto ferme davanti ai passaggi a livello (che aspettano), nei muretti a secco (le lucertole pietrificate sotto il sole), nelle distese di graminacee che mi passavano davanti (la piatta vastità dei campi rimette le cose in ordine: sei tu che passi, loro rimangono dove sono), mentre all’altezza di Foggia il treno deviava improvvisamente per Caserta mi sentivo sollevato, attraversando un antinferno di abusivismo edilizio, mobilifici e televisioni locali, che cosa c’era di consolante, mi dicevo, nei fondamenti di delirio architettonico che il viaggiatore è costretto ad apprendere per il semplice fatto di passare di là (la sciagurata alfabetizzazione imposta da televendite, appalti truccati e manierismo ricottaro di un certo arredamento non impedisce, poco distante, nel punto più nascosto degli Appennini, la sopravvivenza di esseri umani completamente incapaci di leggere e di scrivere), che cosa c’era, mi dicevo quando il treno costeggiava ormai il Tirreno, sentendomi già meglio, tracciando una linea ideale tra ciò che lasciavo e ciò che mi aspettava, che cosa c’era di bello e di dannato nell’apparente sobrietà, e stasi, e ieratica monotonia delle costruzioni romaniche (una perfetta copertura di un movimento e una follia tutta orientale), nell’apparente follia delle costruzioni barocche (una follia tanto apparente da diventare l’ultimo e più devastante stadio della follia). Bene.

Il colpo di fulmine, dicevamo. Le sigarette. Il 1992.

Il 1992 è un anno importante. Muore Marlene Dietrich. Muore Francis Bacon. Il Barcellona vince la Coppa dei Campioni. Esce Petrolio, romanzo postumo di Pier Paolo Pasolini. Nel cuore dell’Europa, dopo nemmeno mezzo secolo, riappaiono i campi di concentramento. In Italia, un secolo e mezzo dopo le Cinque Giornate, esplode Mani Pulite. Un piccolo passo per il nostro Paese quest’ultimo ma una vera tragedia per moltissimi under 20 di allora: le iscrizioni a giurisprudenza subirono dappertutto un’impennata clamorosa. Tutti volevano diventare magistrati. O meglio, tutti volevano diventare pubblici ministeri anche se nessuno avrebbe saputo dire con precisione che differenza ci fosse tra magistratura giudicante e magistratura requirente.

Io e Roberta ci stringevamo alle pareti dei corridoi della facoltà, ci stringevamo tra di noi e guardavamo stupefatti questa folla di aspiranti giuristi. «Generazione di merda», avremmo commentato riferendoci anche a noi stessi se questo termine, generazione, non avesse oltrepassato nel nostro vocabolario la soglia di una vaga perplessità, poi di un pesante sospetto fino ad assumere i contorni di un raggiro nauseante e regredire a una sottoparola, una voce disarticolata, un raglio, un barrito, un suono più schifoso del più coprofago dei suoni, una cosa che non si può pronunciare senza sentirsi degradati. Che cosa ne sapevano questi ragazzi, ci chiedevamo, del concorso in magistratura (niente), quale amore per il diritto li aveva spinti a compilare il modulo di iscrizione (nessuno), quali vantaggi credevano di poter ottenere da una tesi di laurea in diritto internazionale significativamente intitolata Situazione della giustizia minorile in un campione di diciotto paesi in via di sviluppo (infiniti, ma si sbagliavano di grosso).

Quanti, piuttosto realisticamente, scoprendosi privi di una qualunque vocazione o talento, pensavano di utilizzare la propria condizione di studenti per rimandare le decisioni importanti della propria vita? Parecchi, certo. Ma questa onesta accettazione delle cose sfumava nell’assurda convinzione che un miracolo, un colpo di fortuna o peggio, un’improvvisa crescita interiore, sarebbero arrivati in extremis a salvare il culo a tutti, all’ultimo minuto, come in un film di John Ford. E invece.

Molti si ritrovavano dopo nemmeno due anni a Taranto, a Cuneo, a Caserta, a contemplare stupefatti il panorama urbano della provincia italiana dalla torretta di una caserma. Altri partivano per l’Erasmus. Altri si facevano venire una crisi di nervi. Altri contavano sulla pappa reale, sul ginseng, sulla taurina, sulla benzedrina, sulle tecniche di lettura rapida, sulle dispense, sugli appunti, sulle levatacce, sulle raccomandazioni, sui rinvii degli appelli, sull’improvvisazione, sui corsi per studenti-lavoratori, sul ripristino del diciotto politico. Tutti bevevano caffè. Tutti volevano diventare pubblico ministero. Tutti dicevano di non-voler-diventare-avvocato. Tutti, dopo un esame andato bene, si affacciavano alla terrazza del quinto piano avvertendo un inspiegabile senso di fallimento generale. E tutti, più o meno tutti, prima o poi, si laureavano.

Senza sapere bene per quale motivo si laureavano. Senza provare mai una vera gioia avevano dovuto leggere migliaia di pagine sulle norme tributarie, le cambiali, i trattati internazionali, i divorzi, le sentenze della Sacra Rota, la lentezza esasperante delle procedure civili, la proprietà, il comodato, l’affrancamento degli schiavi nel diritto romano, l’esposizione degli infanti, l’elezione del Presidente della Repubblica, la dichiarazione di guerra, il condominio, la morte presunta, il disastro ecologico, il tentato suicidio. Senza nessuna gioia si erano immaginati il proprio, di suicidio. Avevano preparato i piani di studio. Avevano dato i primi esami. Avevano ricevuto strette di mano, congratulazioni, pacche sulla spalla o, al contrario, si erano dovuti spendere in umilianti discorsi sull’imminente perfezionamento del proprio metodo di studio e della propria persona nel corso di assurde, sgangherate e comunque incomprensibili requisitorie familiari dove, immancabili e sempre meno convincenti per tutti, emergevano orrori lessicali, vere e proprie bestemmie come impegno, sacrificio, futuro, perdita di tempo. Senza nessuna gioia, infatti, avevano perso del tempo. Lo avevano recuperato. Avevano raccolto le briciole del mondo che li circondava. Senza mai diventare cattivi. Senza alzare la testa. Senza nemmeno degradarsi del tutto. Oh, certo, rimanevano i sentimenti.

Ci eravamo infatti anche commossi. Avevamo sentito la famosa fitta al cuore, la sensazione di soffocamento, le lacrime che salgono agli occhi. Per esempio dopo la strage di Capaci ci eravamo commossi (senza avere tuttavia ancora afferrato del tutto la differenza tra magistratura requirente e magistratura giudicante), dopo la notizia che Sarajevo era l’unica capitale europea a essere rimasta ferma al 1945 ci eravamo commossi, dopo la prima la seconda e la terza visione di Ghost, film rivelazione del 1990, ci eravamo commossi e persino ci eravamo commossi dopo la visione de La Bella e la Bestia, impareggiabile e puntualissima puttanata Disney, a Natale, in tutti i cinema del mondo, nel 1992.

Provavamo dei sentimenti, dunque. Avevamo pianto nevroticamente dopo essere stati respinti per la quarta volta all’esame di diritto commerciale, dopo un diciotto, dopo un ventitré e persino dopo un trenta e lode. Ma senza nessuna gioia. Senza nemmeno cattiveria. Avevamo pianto così, per uno sfogo fisiologico. E non avevamo riso, non ci eravamo sbellicati come i pazzi, non avevamo festeggiato la follia dell’universo umano davanti alla notizia della definitiva riabilitazione di Galileo Galilei (nel 1992!) (il 31 ottobre!).

Non eravamo caduti dalla sedia leggendo il giornale. Non eravamo stati colti dalle convulsioni. Non ci eravamo rotolati sul pavimento ascoltando il discorso riparatorio del vecchio Wojtyla: «La Chiesa cattolica, condannando Galileo per la sua conferma della teoria eliocentrica di Copernico, commise un errore». (Per quanto ne posso sapere Roberta fu l’unica a chiedere spiegazioni a padre Bacchelli, gesuita d’acciaio e nostro professore di filosofia del diritto. Il quale, riconoscendo nella ragazza cattiveria e sottigliezza pari soltanto alle sue, fu felice di sollevare gli occhi dal poderoso volume del Capitale che aveva spalancato sulla scrivania per intonare con la sua voce bianca: «Figlia mia. La Chiesa è un disegno millenario. Un sogno escatologico. Tre o quattro secoli di ritardo non fanno differenza».) E avanti, ancora avanti.

Senza avere la forza per fuggire lontano ci eravamo fatti fotografare vestiti da pagliacci alla fine della sessione di laurea. Più veloce di un fulmine, Pasquale Pinelli, ras di tutti i bidelli della facoltà, approfittando della nostra confusione, della stanchezza, del nostro improvviso essere fuori dai giochi, ci aveva sistemato sulle spalle una pesante toga nera per l’esultanza dei parenti, che adesso impietosamente ci fotografavano, passavano al bidello laute mance, applaudivano senza nessun motivo e ci donavano mazzi di rose, ci riempivano di carezze, staccavano assegni dandoci in questo modo un bonario e caritatevole viatico per il mondo del lavoro che tra concorsi affollatissimi, lettere di presentazione, colloqui ai limiti dell’assurdo, stage rigorosamente non retribuiti e intere giornate passate a fare fotocopie ci avrebbe distrutti definitivamente tutti quanti.

Di pomeriggio, dopo mangiato, mentre Roma si riempiva di una luce trasparente, accarezzavo la schiena di Roberta. Fuori gli aerei attraversavano il cielo. Il Tevere era morto. I parabrezza degli autobus scintillavano al sole. I ministeri traboccavano di carte bollate e i giornalai allineavano con sospetto grosse pile del Financial Times. Tutto dava l’impressione di un’enorme palla di oro e di diamanti aggredita dolcemente da un male incurabile. Le auto avanzavano di un metro ogni minuto. I motorini crollavano sotto improvvise raffiche di vento. Il Tevere aveva ancora un sussulto di vita sotto il Ponte degli Angeli e il cancro del Colosseo scorreva lento, prezioso, inesorabile. Io accarezzavo la schiena di Roberta.

Me ne stavo in silenzio e la toccavo. Riattraversavo sotto le dita, annullandolo, tutto il percorso delle ore precedenti. Mi ero svegliato alle sette del mattino. Avevo fatto colazione. Poi avevo staccato i telefoni. Avevo staccato anche la presa dello stereo e mi ero messo a studiare ininterrottamente per delle ore, senza distrazioni, senza mai sollevare gli occhi dai libri, senza pensare a niente che non fosse il nostro piano scellerato. Avevo chiuso i codici. Mi ero sciacquato la faccia. Avevo preso il 24. Il tram attraversava grandi strade fiancheggiate dai platani. Ero sceso a piazza dell’Esquilino. Avevo raggiunto la Stazione. Avevo comprato un pacchetto di sigarette. Mi ero guardato intorno.

Ottobre era il mese perfetto. La città si rispecchiava nel primo clima autunnale.Un senso di fine gloriosa, di eternità minacciata, gli alberi protesi verso l’alto e i vigili urbani nell’asfalto con i timpani sfondati. Avevo aperto il pacchetto di sigarette. La mia vita era finalmente perfetta, mi ero detto. Ero sceso nella metropolitana con una cicca ancora spenta tra le labbra.

Roberta abitava all’ultimo piano di un palazzo vicino piazza Fiume, in un grande appartamento arredato con gusto che non condivideva con nessuno. A letto era stata a raccontarmi di come si trovasse bene a Galatina, il paese dove aveva vissuto fino a diciott’anni, e di come tutti i problemi fossero iniziati soltanto dopo. L’avevo ascoltata per oltre un’ora. Poi avevamo fatto l’amore. Roberta era bravissima a raccontare. Avevo avuto voglia di prenderla a schiaffi ogniqualvolta la descrizione di chiese, strade polverose, pale d’altare, castelli saraceni e ville comunali rallentava improvvisamente, si dilatava come un frutto per arrivare a schiudersi radiosamente sulla figura di un ragazzo che immaginavo perennemente bruno, snello, dinoccolato, sedicenne, e sempre sullo sfondo dell’estate salentina.

Avevamo mangiato. Avevamo fatto di nuovo l’amore. Questa volta con più foga. (La sazietà non ci spossava mai, la sazietà ci rendeva al contrario sempre aggressivi e impazienti.) Ci eravamo brevemente interrogati sull’esame che stavamo preparando. Le risposte erano risultate perfette, veloci, adamantine. Erano un capolavoro di sintesi che escludeva a priori qualunque tentativo di replica da parte del nostro immaginario esaminatore, al quale non erano lasciati spazi di intervento che non suonassero inutilmente cavillosi, superflui, pretestuosi quando non apertamente idioti. Poi ero passato a fumare come un dannato.

Una, due, tre, quattro, dieci sigarette. Roberta si rigirava nel letto. Io mi dovevo esercitare. Ero ancora un principiante. Lo sarei probabilmente rimasto per sempre. «Come sto andando?», avevo chiesto a Roberta. «Non ci siamo», aveva detto lei, «ogni volta sembra che tu stia fumando la prima sigaretta della tua vita». Ma dopo mezz’ora, dopo tre quarti d’ora, quando il fumo disegnava finalmente sulla mia faccia una smorfia di sofferenza, quando la stanza era impregnata di un odore malsano e la voce scendeva a una profondità ridicola che non avrei saputo mai raggiungere da solo, mentre la testa iniziava a girarci, mentre Roberta spalancava gli occhi, mentre in silenzio ci convincevamo di non valere niente, che le cose che facevamo non valevano niente, la nostra vita non valeva niente, le persone che frequentavamo valevano addirittura meno di noi, nel punto morto in cui sarebbe potuto accadere di tutto (immaginavo che Roberta sarebbe scoppiata a piangere o immaginavo di spingerla io fino alle lacrime insultandola brutalmente) in quel momento qualche cosa si scioglieva, decollava, prendeva il verso giusto.

Inanellavo due o tre boccate come si deve. La sigaretta si incastrava morbidamente nell’angolo sinistro della bocca. Il braccio andava avanti e indietro con eleganza, con mestiere. La mano si arrestava a mezz’aria in una situazione da antologia. Tiravo l’ultima boccata. Spegnevo la sigaretta nel portacenere. Le sussurravo: «Girati». Qualche mese prima, a Bijeljina, nella Bosnia nordorientale, le cosiddette Tigri di Arkan avevano massacrato oltre cinquecento musulmani. Io avevo preso un’altra sigaretta.

In Italia Sergio Moroni, deputato socialista coinvolto nell’inchiesta di Tangentopoli, si era ammazzato da qualche settimana. A Palermo Salvo Lima era stato liquidato dalla mafia. Di lì a poco Francesco De Lorenzo, ministro della Sanità, sarebbe stato raggiunto da un avviso di garanzia. Bill Clinton era il nuovo Presidente degli Stati Uniti e in Basic Instinct, ennesima stronzata miliardaria dell’anno, Sharon Stone, scrittrice di gialli e ninfomane bisex, alla domanda del detective Nick Curran: «Come sta andando il tuo nuovo romanzo?» rispondeva con una delle battute più idiote che gli sceneggiatori di Hollywood siano mai riusciti a concepire. «Si sta scrivendo da solo», aveva detto infatti Sharon Stone mentre in Italia i ragazzi si iscrivevano a giurisprudenza, volevano diventare pubblici ministeri, volevano diventare calciatori, volevano formare una rock band.

A Bari, il mio ex compagno di liceo Michele Teutonico, in un irripetibile momento di ispirazione, abbandonava la facoltà di economia e commercio dopo nemmeno una settimana di frequenza. A Roma Karol Wojtyla riabilitava Galileo Galilei. Sull’altro versante del Cristianesimo, il venerando Pavle, patriarca della chiesa ortodossa serba, qualche giorno prima del massacro di Bijeljina aveva tenuto un discorso che a risentirlo a distanza di anni mette ancora paura e lascia del tutto irrisolta la questione se il Cristianesimo sia un delirio inarrestabile, una catena sublime di fraintendimenti, un disastro fondato sulle migliori intenzioni, un sogno luciferino, un’utopia frustrata, una profezia (rigorosamente sbagliata o talmente circostanziata nel suo improvviso rivelarsi da risultare la bozza di una macchinazione ben precisa).

Il venerando Pavle aveva detto: «Che cosa dovrebbero fare i serbi se volessero vendicarsi in maniera adeguata dei delitti di cui sono stati vittime in questo secolo? Essi dovrebbero seppellire gente viva, dovrebbero sgozzarla, smembrare i figli davanti agli occhi dei genitori. Ma i serbi non hanno mai fatto nulla di simile neppure alle bestie feroci, per non dire degli esseri umani». Karol Wojtyla aveva detto: «Saccheggiando Bisanzio, nel 1204, commettemmo un errore ».

Roberta, distesa nel letto, mi aveva preso per un braccio. Aveva detto: «Girati tu, adesso». Era davvero inspiegabile come da tutto quel contesto (noi eravamo irreparabilmente finti, la gente che frequentavamo non era all’altezza, il mondo si era ridotto a un’irrappresentabile massa di informazioni e non riusciva a stare in piedi), era pazzesco come da tutto lo sfacelo, dai nostri sentimenti mediocri, dalla televisione, dalla radio, da Roma e dall’autunno potesse nascere qualche cosa di reale, di gioioso, di tangibile, una sensazione straordinariamente chiara, pulita, un’immagine ferma davanti ai nostri occhi, un pensiero capace di inebriarci, di conferirci un minimo significato, di ritornare continuamente su se stesso. Insomma, una specie di miracolo. Io e Roberta ce lo trovavamo davanti senza sapere né come né perché. Lo afferravamo al volo. Riprendevamo a scopare. Ma non nasceva da noi, questo miracolo. Non era opera del Cielo. E non veniva neanche dal passato.

______________

Dopo avere cenato chiedevo a Roberta di poter utilizzare il suo telefono. Fuori il traffico si era quasi del tutto disperso. Gli uffici erano chiusi. Il quartiere si riempiva di un silenzio interrotto raramente dalle ambulanze o dal passaggio dei tram. In quel momento Roma era decisamente altrove, si ritirava verso il centro (verso piazza Navona, verso Campo dei Fiori, nelle osterie, dentro le stanze degli alberghi) lasciandoci con la sgradevole sensazione di non trovarci in nessun posto.

Io mi sentivo scoraggiato. Pensavo che a quell’ora tutta l’Italia veniva percorsa da un grande fremito di noia, di stanchezza, di resa senza condizioni. Immaginavo un Paese fatto soltanto di piazze, di fontane, di radioline, di porticati, di periferie coperte dalla nebbia e di televisori accesi nella notte. Un Paese i cui abitanti siano scomparsi per sempre. Fino ad ora, pensavo, soltanto i grandi pittori sono riusciti a realizzare questa impresa. Pensavo che il più celebre esemplare della Città ideale, attribuito alla scuola di Piero della Francesca, una delle vette più alte raggiunte dal nostro Rinascimento, esclude completamente, rigorosamente, luminosamente la presenza anche di un solo cittadino. Pensavo che nelle periferie più belle di Mario Sironi ci sono cieli cupi, ciminiere, gasometri, ferrovie ma non esseri umani.

Mi ricordavo di un quadro affascinante e poco conosciuto di Guttuso. Il quadro si chiama L’appuntamento della sera e raffigura un giardino decisamente mediterraneo (potrebbe essere una villa di Capri come un complesso affacciato sulla costa di Smirne) impreziosito dal passaggio di una tigre. Bene, mi ripromettevo, potresti essere felice a lungo e non soltanto per pochi secondi. Anzi, potresti essere felice per sempre.

Immaginavo allora un’Italia completamente deserta, fatta di porticati, di giardini, di basiliche, fatta di statue al centro delle piazze ma anche di lampioni, di ospedali, di cabine telefoniche, di tralicci dell’alta tensione. In questo mio Paese ideale, bandite le persone, erano le cose a dialogare finalmente tra di loro dentro una pace olimpica. Le cose, che pure dovevano agli uomini la propria esistenza,  chiedevano di essere lasciate finalmente da sole. In nessun Paese come in Italia questo dialogo sarebbe risultato più musicale, più ispirato, più fecondo, più denso di significati. In nessun luogo come nella nostra penisola si sarebbe potuto portare a compimento il fine intimo e segreto per cui le cose erano state create. Un punto di arrivo, questo, ben occultato tra le venature dei marmi, nelle fibre delle grandi vetrate e persino dentro le tristi miscele del cemento e della plastica. Non solo le cattedrali, i mosaici, le strade consolari avrebbero dunque partecipato di questo grandioso disegno ma anche le fabbriche, le autostrade, le turbine mostruose delle centrali elettriche, i palazzi lasciati a metà, gli scheletri dei ponti e dei cavalcavia affacciati sul vuoto.

Perché queste cose, viste nell’insieme, sia pure in una instabile e pietosa situazione di equilibrio, un qualche senso riuscivano ancora a conservarlo. Anche gli ospedali iniziati nel 1975 e mai portati a termine. Anche le case popolari di Palermo, di Bari, di Torino, di Napoli. Anche l’anello agghiacciante dell’hinterland milanese. Ma bisognava fare presto, mi dicevo sempre più in preda a questa specie di delirio mentre la sera scendeva longitudinalmente su tutte le città del secondo meridiano e Roberta, alle mie spalle, sparecchiava con apparente tranquillità la tavola in t-shirt e mutandine rosse.

Bisognava sbrigarsi perché una forza ancora più terribile della speculazione edilizia, un rumore di fondo più oscuro e insensato dei discorsi che i tribuni di ogni peso e colore avevano sparso nelle piazze, sui giornali e dentro i tubi catodici del nostro Paese durante gli ultimi cinquant’anni, un orrore del tutto impersonale questa volta, una mostruosità tanto più miserabile e pericolosa proprio perché del tutto svincolata da qualunque apparato razionalizzatore o anche semplicemente pensante, una cosa che io e Roberta avvertivamo chiaramente nell’aria (la vedevamo strisciare come un esercito di larve, la sentivamo raspare nel vuoto come un gigantesco ratto di fogna) e non riuscivamo tuttavia a tirar fuori in modo più compiuto, questa volontà svuotata di ogni possibile sostanza e resa di conseguenza quasi del tutto in vincibile rischiava di travolgere le città, i paesi, i porti e le autostrade vanificando per sempre una corrispondenza tra le cose a cui restasse un minimo di dignità, di senso, di bellezza. Una tragedia colossale che avremmo potuto evitare solo mettendoci da parte. E allora, mi dicevo, solo allora, mentre dalla finestra vedevo il 19 attraversare lentamente viale Regina Margherita, mentre Roberta mi sussurrava alle spalle: «Tutte quelle che vuoi. Puoi fare tutte le telefonate che vuoi», solo nell’impossibilità di un simile contesto avrei potuto essere compiutamente felice.

In un Paese finalmente disinfestato dalla nostra presenza, ogni giorno, dopo il calar del sole, quando la luce sarebbe stata ormai quasi del tutto spenta sui marmi, sui vetri, sul cemento, sulla plastica, si sarebbe dovuto consumare, nella perfetta imitazione di un mito sepolto dentro i secoli, l’appuntamento del quadro di Guttuso.

Telefonavo a Bari, a Giulia, la mia ragazza. Roberta, che fino a quel momento era stata a sentirmi parlare, simulava un improvviso attacco di discrezione e scompariva sorridendo nella cucina. Dicevo a Giulia: «Sì, anche qui oggi c’è stato il sole». Poi le dicevo: «Non ti preoccupare». Dicevo: «Anch’io». Dicevo: «Buonanotte». Dormivo bene. Dormivo straordinariamente bene nel 1992.

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Scrittore, a tua madre tornerai https://minimaetmoralia.it/interviste/scrittori-e-madri/ https://minimaetmoralia.it/interviste/scrittori-e-madri/#respond Wed, 11 Jun 2014 08:54:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21366 Pubblichiamo la versione integrale di un articolo di Andrea Cirolla apparso su Pagina 99.

Sarà vero che sempre alla madre torna, la scrittrice, lo scrittore, come al ricordo più antico? Che non ne parli o che ne celebri il culto a ogni pagina, davvero non può fare a meno di sceglierla? Ma poi, perché parlare proprio di scrittori e di scrittrici? Perché non domandarsi della madre del broker finanziario, ad esempio, o del lavavetri sui grattacieli, o del disoccupato?

Servirà resistere al giudizio che vede banalità nel riferimento, e superare il dubbio di una corrispondenza scontata, perché se è evidente che scrivere non basta a rendere speciale il proprio rapporto con la madre, sarà pure necessario ammettere che solo uno scrittore potrà dire qualcosa della sua relazione dicendo al tempo stesso qualcosa anche della relazione degli altri; se non altro per una questione di mestiere. In altre parole: attraverso la “lente” dello scrittore ci si aspetta di vedere qualcosa di più; o al limite di vedere le stesse cose, ma più chiaramente. E allora, e al di là di tutto, e anche fuori dai libri, chi sono queste madri, qual è il loro volto?

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Pubblichiamo la versione integrale di un articolo di Andrea Cirolla apparso su Pagina 99. (Nella foto: Silvana Mauri e Pasolini. Fonte immagine)

Sarà vero che sempre alla madre torna, la scrittrice, lo scrittore, come al ricordo più antico? Che non ne parli o che ne celebri il culto a ogni pagina, davvero non può fare a meno di sceglierla? Ma poi, perché parlare proprio di scrittori e di scrittrici? Perché non domandarsi della madre del broker finanziario, ad esempio, o del lavavetri sui grattacieli, o del disoccupato?

Servirà resistere al giudizio che vede banalità nel riferimento, e superare il dubbio di una corrispondenza scontata, perché se è evidente che scrivere non basta a rendere speciale il proprio rapporto con la madre, sarà pure necessario ammettere che solo uno scrittore potrà dire qualcosa della sua relazione dicendo al tempo stesso qualcosa anche della relazione degli altri; se non altro per una questione di mestiere. In altre parole: attraverso la “lente” dello scrittore ci si aspetta di vedere qualcosa di più; o al limite di vedere le stesse cose, ma più chiaramente. E allora, e al di là di tutto, e anche fuori dai libri, chi sono queste madri, qual è il loro volto?

È una delle domande che ho rivolto a dieci figli, tra scrittori e scrittrici. In cinque (uomini) hanno preferito non rispondere: troppo intimo, no grazie. Gli altri hanno accettato, con grande generosità: Teresa Ciabatti, Helena Janeczek, Aldo Nove, Maria Pace Ottieri e Valeria Parrella.

«Di notte la sogno: all’inizio è lei, poi si trasforma in me, poi in mia sorella, in mia nonna, infine in mia figlia. Mia figlia che ha appena quattro anni. Abbiamo tutte gli stessi capelli castani, e gli stessi occhi scuri, siamo alte uguali, abbiamo denti bianchissimi. Ci siamo ancora tutte. Tutte nello stesso corpo». Questa è Teresa Ciabatti. Sua madre si chiamava Francesca: «era anestesista, ma ha smesso di lavorare poco dopo la nascita mia e di mio fratello (siamo gemelli). Era ansiosa. E mi trasmetteva ansia. La sua morte è stata un dolore infinito e anche una liberazione. Ho capito che la mia più grande angoscia era che lei morisse. Non riuscivo a staccarmi per troppo tempo da lei, quasi presidiassi la sua morte. Avvenuta quella, non avevo più niente da temere. Niente più ansie e paure. Dopo la sua morte ho lasciato per la prima volta qualcosa di mio nella casa di campagna. Un pigiama e due golf. La mia casa ora può essere ovunque».

Quando chiedo a Valeria Parrella in che relazione stia con sua madre, che ora non è più con lei, «ti sbagli di grosso» mi risponde: «lei è con me è in me, io sono lei. Questa è la nostra relazione». Davanti alla stessa domanda, Helena Janeczek racconta questo episodio: «qualche mese fa, forse poco prima che trascorresse un anno dalla sua morte, ho scritto una poesia indirizzata a Antonella Anedda sulla base comune delle madri che ci hanno segnato a vita; anche se, nel caso di sua madre, non c’era stata la catastrofe collettiva di un genocidio a aver determinato quella sofferenza estrema che aveva investito pure la figlia. In quei versi, parlo della “cattiveria straziante delle vittime” che però “non l’hanno mai fatto apposta”. Dico che i nostri tentativi di riparare a quel male – subito e inconsapevolmente inflitto – non sono stati inutili, “ma la salvezza, signora mia / è un’altra stoffa”. Aggiungo solo: vorrei che la pietas enorme che provavo per mia madre negli ultimi anni e che mi ha dato la possibilità di starle vicino sino alla fine, potesse accogliere anche me e la mia vita futura».

Con Nina, cinquant’anni dopo «quel giorno», Helena affrontò il viaggio in Polonia da cui nel ’97 trasse il romanzo Lezioni di tenebra. «Glielo feci leggere in prima o seconda stesura. Non l’avrei pubblicato senza il suo beneplacito». Come la prese? «La prese – come si può riscontrare nel testo finale – intervenendo: i dialoghetti in corsivo nei quali lei dice cosa correggere, omettere, aggiungere, sono frutto di quella sua lettura, sono rielaborazioni del suo parlato. Più in generale la prese in modo ambivalente: da un lato era grata che avessi voluto prendere il testimone;  era anche orgogliosa di trovarsi protagonista assoluta di un libro assai premiato e elogiato dalla critica. Dall’altro, mi faceva talvolta sapere che certe amiche o conoscenti (mai lei direttamente) erano stupite che lei mi avesse concesso una pubblicazione che la ritrae così negativamente».

Come nacque il romanzo?

«Lezioni di tenebra nacque dalle prime pagine buttate giù come reazione al programma televisivo di cui parlo proprio all’inizio. Poi mi resi conto che potevo (o dovevo) proseguire; la storia di chi si trova l’abnormità dell’Olocausto mediata quotidianamente dalla normalità di un rapporto madre-figlia (la normalità che prevede il conflitto) sinora non l’aveva raccontata nessuno, almeno non in Italia. L’idea principale era quella di sfruttare la posizione mediana e mediatrice dell’io narrante per avvicinare i lettori il più possibile a quel buco nero assoluto della storia umana:intraprendere insieme questo viaggio verso la tenebra, fin dove risultasse esplorabile e esperibile».

A tutti ho rivolto la stessa domanda: tua madre ti leggeva?

«Certo» risponde Maria Pace Ottieri, «mi leggeva, ma era pudica, capivo che i miei libri erano una soglia su cui si tratteneva, c’erano troppe implicazioni, mio padre era più aperto, più a suo agio. Credo che mia madre considerasse quella di scrivere una scelta coraggiosa, perfino audace, destinata forse a crearmi conflitti. Ma io in fondo non ho mai scelto di scrivere, ogni libro è un’avventura a sé che mi capita, più che essere inseguita, o così mi dico. Invidio i grandi scrittori come Melville o Conrad che traevano la scrittura dalla loro vita sulle navi…».

«Mi leggeva» è la risposta anche di Valeria Parrella, «e in genere le piaceva tutto, a volte le piacevano così tanto i miei libri, che mi ringraziava, come fanno i fan… Poi veniva a vedere i miei spettacoli teatrali e si spellava le mani negli applausi. Se pensava qualcosa della mia scelta di essere scrittrice non l’ho mai saputo, perché approvava ogni mia scelta».

Le chiedo cosa c’è di sua madre in ciò che scrive: «nel mio ultimo libro (Tempo di imparare, NdR) c’è un albero di fantasia, che prende il nome da un gioco enigmistico che si chiama il logogrifo. Ecco, mamma è là, bella radicata nella pagina».

Anche Teresa Ciabatti era letta da sua madre, ma non voleva sentire i suoi commenti. E in ciò che scrive non c’è solo sua madre, dice, «ci sono tutti. Tutti i miei morti. C’è una foto nel giardino della casa al mare. L’unica foto dove ci siamo tutti: mamma, papà, nonna, mia sorella, la mia tata, mio fratello. Io e mio fratello abbiamo sei anni e saremo gli unici superstiti. Ma al momento della foto nessuno lo sa. Io sorrido senza immaginare che presto le persone attorno saranno solo fantasmi. Le mie assenze. Per sempre. Ogni cosa che scrivo gira intorno a loro. Chissà che sia un modo per riportarli in vita, finire discorsi interrotti, chiarire misteri, confessarsi quel che non si è confessato. Ogni tanto sento che mi manca la vecchiaia dei miei genitori. Non potermi prender cura di loro. Poi però penso che non sarei stata all’altezza. Troppo egoista. E per un attimo questo dolore immenso, questo senso di mancanza perpetua, questa certezza che la felicità sia già tutta avvenuta, si placa. Ma è un attimo».

Aldo Nove racconta che sua madre, prima di morire, fece a tempo a sentire una sua «orrenda poesia sul natale. Tutto il resto è venuto dopo la sua morte. Scrivere è stato un modo per riprendere il dialogo con lei quando la morte lo ha interrotto. [In ciò che scrivo] c’è il suo spirito. Antico e allo stesso tempo “rivoluzionario”: quello di una ragazza che veniva da un paese arcaico della Sardegna ancora immersa in uno spirito del luogo senza tempo che ha vissuto tutte le utopie degli anni Sessanta».

Da quel paese arcaico, negli anni Sessanta, da sua madre contadina, morta di parto («sarebbe stato il suo quarto figlio»), Gianna scappò a quindici anni. «Era molto bella, e tutti i ragazzi del suo paese la corteggiavano. Lei si innamorò di mio padre e io sono il risultato di quell’amore. Era diplomata infermiera, e lavorò un po’ in un ospedale psichiatrico svizzero. [Aveva occhi] castani. Molto profondi. Mi guardava con grande profondità, facendomi sentire nudo». Gli chiedo come definirebbe il loro rapporto – «Abissale» – e che ricordo emerge se ripensa al suo nome: «Un prato. Io e lei da soli a fare le capriole. È un immagine ripresa dal film La vita oscena di Renato De Maria, che uscirà a ottobre, e dove mia madre è interpretata da Isabella Ferrari».

Quello con sua madre, Maria Pace Ottieri lo descrive come un rapporto «di grande amore reciproco, esplicito e dichiarato quasi quotidianamente da lei, camuffato e conflittuale da parte mia. Per tutte le ragioni che ho descritto, rendeva difficilissimo staccarsi da lei e questo induceva alla ribellione che era proporzionata alla fatica del distacco. I viaggi, girare per l’Africa da sola, ospite di amici africani, nei villaggi e in città, immedesimarmi nelle loro vite, è stato il mio modo il di allontanarmi da lei, con le sue stesse inclinazioni». La sua determinazione materna, allegra e cocciuta («Mia madre era diabolica» riconosce la figlia), emerge da un aneddoto: «Ricordo che una volta, in quei tempi pre- cellulari, satelliti, Skype, riuscì a scovarmi perfino in un albergo di Nouakchott, in Mauritania, dove passavo l’ultima sera prima della partenza per l’Italia e non sapevo nemmeno io che ci avrei dormito. Sentii dalla mia camera al primo piano il portiere dell’albergo che avevo lasciato addormentato dietro il banco, urlare Ottiri, Otteri, e dissi: mi ha trovato! Metteva di mezzo tutte le sue conoscenze e le mie, per ricostruire i miei spostamenti. Quando è morta mi è mancata moltissimo, sono rarissime le persone in grado di capire tutto, ma proprio tutto, ogni sfumatura della vita, come lei e di saperci ridere e piangere insieme».

Chiedo a Teresa del suo rapporto con la madre, Francesca. «Pieno di astio» risponde, «risentimento, rabbia, sensi di colpa e accuse. Era l’unica persona con cui litigando urlavo. Non l’abbracciavo mai. Eppure quando è nata mia figlia, quando mia madre la teneva in braccio, sentivo di esserci anch’io in quell’abbraccio. Ammetto: ho fatto un figlio per lei. E sono diventata madre dopo la sua morte, quando la bambina aveva tre anni». Le chiedo qual è la prima immagine che le torna in mente pensando a lei: «Io che faccio le capriole in piscina e lei dal bordo, con l’asciugamano tra le mani, che mi dice di uscire: è troppo tempo che sto dentro».

La prima immagine che emerge in Valeria Parrella? «Una volta che stavamo a casa mia, e guardavamo tutte e due dai vetri, la città, in silenzio». Il luogo in cui più amavano stare insieme era «una casa di campagna in Lucania».

Helena Janeczek torna alle «ultime passeggiate al lago o al parco, io che la tenevo per mano, lei che si trascinava con passetti sempre più piccoli e mi diceva di non correre troppo perché avevo le gambe più lunghe delle sue. Il suo godersi il sole sulla pelle».

A Nina «piaceva l’idea di avere una figlia scrittrice (se fossi stata più di successo, sarebbe stato meglio) – raccoglieva recensioni ecc. per poterle mostrare all’occorrenza. Sapeva che per me» ricorda Helena, «leggere era da sempre vitale e quindi non si era stupita del mio passaggio alla scrittura. Però, come quasi tutte persone che svolgono un mestiere pratico, non sapeva come rapportarsi alla persona seduta davanti al computer o al quaderno. Immagino sia anche questione di gender: se sei un uomo è più facile che le persone più vicine accettino e rispettino come un lavoro quest’attività immobile e svolta in casa. Se sei una figlia (madre, moglie) quello spazio – la stanza tutta per sé di cui parla Virginia Woolf – resta tutt’altro che inviolabile, anche se esiste. Vale a dire che nei periodi in cui c’era mia madre in casa, riuscivo a scrivere solo se era uscita o se dormiva». Alla domanda se avesse mai voluto confrontarsi apertamente con lei di quel che scrisse nel suo libro, «la risposta è negativa: Mai».

Quella di genere è una questione che «non è possibile tralasciare» aggiunge Parrella. «Mia madre era una femminista, e lo sono anche io. Alla sua emancipazione e al suo esempio devo tutta la forza con cui oggi vivo».

La madre di Valeria nacque «da nonna Ada, casalinga di origini russe, e nonno Michele, operaio alle ferrovie della provincia di Napoli. Mamma amava molto sua madre, che le aveva consentito di studiare ed emanciparsi; si chiama Annamaria – una sola parola – perché la nonna aveva perduto un figlio prima di avere lei, così aveva votato la sua gravidanza alla madonna e a sua madre, che è la protettrice delle partorienti. Molto di questo l’ho raccontato nella prima parte di Lettera di dimissioni cambiando qualcosa, ovviamente, ma nella sostanza in quel libro c’è parecchio della mia discendenza».

Annamaria era quella che «a Napoli si direbbe “una femmina esagerata”, una donna intelligente, viva e molto molto radicata al Sud, al suo portato culturale. Mamma ha sempre saputo parlare con tutti, l’ho vista raccontare a Bill Clinton dei lavori che aveva condotto nei giardini di Pompei [era una biologa, NdR] e servire a tavola il pranzo a dei giardinieri che avevano lavorato a quegli stessi giardini. Era rotondetta e canuta, molto rassicurante fisicamente. E aveva delle mani bellissime».

La mamma di Maria Pace Ottieri aveva «un viso triangolare da gatta, che esprimeva un’intelligenza luminosa e uno straordinario umorismo. Riusciva a conciliare una visione del mondo molto comica con la sua natura profondamente tragica, di chi vive con la percezione di essere sempre sull’orlo di una catastrofe imminente. Ho una sua foto intorno ai quarant’anni» aggiunge Maria Pace, «e per quanto non me la ricordi così, è quella l’immagine che conservo di lei».

«Ha condizionato il mio immaginario», dice Teresa Ciabatti di sua madre. «Da piccoli io e mio fratello in macchina ci picchiavamo sempre, poi stavamo male, e vomitavamo. Che fa mamma? Si compra un Fiorino. Dietro mette la gommapiuma e giocattoli, tanti giocattoli. C’infila lì e noi giochiamo per l’intero viaggio (da adulta le rinfaccerò: “ci trattavi come cani”). Lei, la nostra vita è stata un’alternanza di gioco e dolore. Di conquista e perdita. La mia missione di scrittrice è quella di conciliare queste due anime. Quando ci riuscirò, scriverò un grande libro. Per adesso sono solo tentativi».

Scrivevano, queste madri? E cosa leggevano?

«Mamma leggeva gialli», risponde Parrella. «Agata Christie, Camilleri, Simenon. E poi solo saggistica. Il giorno in cui mi sono laureata mi ha regalato un abbeccedario. Ha scritto tantissimo, centinaia di articoli scientifici e decine di libri. Quando indissero un concorso interno al ministero nel quale lavorava, i libri di testo previsti dall’esame li aveva scritti lei, e la commissione si rifiutò di farle domande, perché era composta da persone che avevano studiato sui suoi libri…».

Silvana Mauri, da cui nacque Maria Pace, è nota alle cronache letterarie per l’amicizia con Pasolini, ma le andrebbe invece tributato il lungo, invisibile lavoro alla Bompiani, e il talento di scrittrice «involontaria», per citare il titolo del suo unico libro. «Era una scrittrice orale…» spiega la figlia. «Della scrittura la spaventava non solo la concentrazione ma la selezione, che cosa scegliere di raccontare e come nell’infinita materia della vita». Silvana viveva l’atto di scrivere come una forzatura. «La passione più grande di mia madre erano le persone e i rapporti con le persone. Aveva una capacità straordinaria di entrare nella vita degli altri, di indurre chiunque ad aprirsi, a confidarsi, anche al primo incontro, cogliendo di ognuno il punto più cedevole, non per invadenza, per autentica empatia, partecipazione, finendo così col diventare necessaria. Applicava senza saperlo o volerlo la regola aurea della seduzione, far credere all’altro di essere l’unico, ma in assoluta buonafede.

Diceva spesso di non conoscere il senso dei propri confini, dei confini della propria vita rispetto a quella degli altri. Gli altri potevano essere una persona del suo mondo, aveva moltissime amicizie profonde e durature, maschili e femminili, o un vicino d’aereo, o un tassista. Le sue agende traboccavano di indirizzi di ogni tipo, dal vescovo cinese incontrato in un aeroporto al giovane poeta rumeno, con i quali a volte nascevano lunghe corrispondenze, come quella con la poetessa americana Carol Geyser, che ho trovato dopo la sua morte e da cui ho tratto un libro Promettimi di non morire, una amicizia durata tutta la vita anche se non si erano più riviste dopo essersi conosciute e frequentate a Roma negli anni Sessanta. Ma le bastava uscire di casa per tornare carica di incontri e di storie che raccontava in famiglia o al telefono ai fratelli o alle innumerevoli amiche».

Chiedo a Maria Pace Ottieri di commentare l’atteggiamento con cui sua madre si accostava alla scrittura, e quale sia invece la sua propria idea.

«Sì, è necessaria l’ossessione, concordo con mia madre, e l’immaginazione, sapersi staccare dal reale, ma io ho bisogno della realtà, di partire da un’esperienza, e infatti non sono una romanziera, ma conosco l’ossessione di inseguire un’idea, o un’ipotesi e doverla verificare, o di raggiungere un luogo, una situazione per raccontarli. A differenza di lei a un certo punto mi sono messa a scrivere, durante un soggiorno in Africa, unica bianca per mesi immersa in una vita africana. Non pensavo assolutamente di scrivere, mi pareva una montagna altissima impossibile per me da scalare, per mio padre scrivere era la vita, valeva più di ogni altra cosa, non era un mestiere, ma una necessità, piena tuttavia di insidie, di tormenti, di fatica. Scrissi un diario durante quel soggiorno africano, molto avventuroso, sia in modo concreto che dal punto di vista intellettuale. Al ritorno lo feci leggere a Valentino Bompiani, mio prozio, che vegliava sui talenti di tutta la famiglia allargata, figlie, nipoti, pronipoti e lui mi disse “è un libro”, non c’è da cambiare nemmeno una parola. L’argomento, il tentativo di una ragazza europea di entrare nella “mente” di una cultura così diversa, era allora nuovo; il libro (Amore Nero, uscito per Mondadori nel 1984) andò bene, i giovani scrittori erano una novità, (avevo ventotto anni), vinsi il Premio Viareggio Opera Prima. E poi mi bloccai per molti anni, di nuovo di fronte alla montagna.

Mi pareva impossibile aver scritto un libro senza soffrire, anzi con grande divertimento e naturalezza. Il giornalismo, i lunghi articoli per Diario della settimana e per l’Unità, mi ha aiutato e così ho ripreso a scrivere libri in forma di reportage narrativi, da artigiana, su un argomento che avevo esplorato a fondo, così come facevo in Africa, l’immigrazione. E sono andata avanti poi con altri temi senza più pensare al confronto con mio padre, o con altri scrittori “veri” dominati dalla pura ossessione letteraria.

La madre di Helena Janeczek «aveva un rapporto molto pragmatico con le diverse lingue in cui soleva esprimersi: non scriveva. Il suo attivismo e la sua impazienza le rendevano difficile rilassarsi a casa nel tempo libero, ma qualche volta leggeva (a differenza del guardare un film o un programma in tv). Ci teneva che quei pochi libri all’anno fossero buone letture. Mi chiedeva consigli e anche rifornimenti: mi portò via diversi tascabili di Joseph Roth e di  Canetti, per esempio». Quanto al ruolo giocato da Nina sulla scelta della figlia di diventare scrittrice, Helena risponde: «sì e no. Ha avuto un ruolo determinante nel farmi diventare quella che sono. Ma cominciai a scrivere sin dall’adolescenza e la raccolta di poesia con cui esordii nel 1989 per Suhrkamp contiene una sola lirica a lei dedicata. Lezioni di tenebra nacque quando avevo già accumulato quasi due decenni di scritture – abbozzi di romanzi fantasy (giuro), un lungo racconto di un amore infelice popolato di fantasmi, quaderni e quaderni pieni di poesie. Alla fine direi più no che sì».

È un caso simile quello di Maria Pace Ottieri. Sulla sua scelta «non ha giocato nessuna particolare influenza, se non quella di essere stata una madre sempre incoraggiante. La sua presenza la riconosco in molti tratti del mio carattere che le somigliano, l’interesse per le vite altrui, la capacità di empatia e di entrare in comunicazione anche con le persone più lontane, il sapere ascoltare».

La madre di Aldo Nove «leggeva giornali femminili e romanzi rosa», e l’edicola che gestiva col marito, «una sorta di bazar, come accadeva nelle edicole di paese di quegli anni», fu la prima biblioteca del figlio, che pescò lì «le solite letture da ragazzi. Verne e Salgari su tutti. Ma anche Rodari».

Teresa Ciabatti ricorda il primo libro che le regalò sua madre: «un libro con le figure dalla copertina rosa. Era la storia di una bambina maschiaccio a cui regalano una bambola, Mary Elle: boccoli biondi, occhi azzurri, ginocchia non sbucciate. E piano piano la bambina comincia a scambiarsi pezzi con la bambola, finché diventa la bambola, la bellissima bambola bionda, solo che ora non può più correre, saltare, rotolarsi a terra. Per rimanere bella deve essere immobile».

Nell’età della ribellione, essendo cresciuta dentro un mondo letterario, differenziarsi dalla madre e dal padre significò per Maria Pace Ottieri cominciare «a leggere tardi, all’università, prima saggi di antropologia a cominciare da Levi Strauss, Tristi Tropici mi aveva folgorato, poi scrittori che loro non leggevano, africani, o francesi viaggiatori, Griaule, Leiris. Capii di essermene andata davvero di casa, qualche anno dopo averlo fatto, quando le chiesi di prestarmi la Recherche in francese (non gliel’ho più restituita), lingua che avevo imparato sul campo in Africa. Nel corso del tempo, ho letto e amato scrittori e scrittrici italiani, scoperti per ultimi, in ordine di tempo, dopo africani, russi, americani, israeliani, che mia madre leggeva con grande interesse, Corrado Alvaro, Paolo Volponi, Lalla Romano, Alberto Savinio, Guido Piovene, o Moravia e Pasolini. Con alcuni aveva lavorato alla Bompiani, dove è stata dai diciotto anni ai cinquanta, fino a quando la casa editrice fu venduta e la nuova proprietà epurò i parenti».

L’episodio della Recherche ci riporta alla domanda iniziale. Sarà vero che sempre alla madre torna, la scrittrice, lo scrittore, come al ricordo più antico? Forse è proprio così: sempre alla madre si torna. A lei, con cui costituimmo un intero. A lei che ci donò la misura, rompendo l’assoluto per trasformarlo in relazione. Lei, da cui imparammo ad amare e a odiare, a ricercare negli altri l’intero perduto, perché (cito Yeats) «nulla può essere unico o intero che non sia stato lacerato».

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Abercrombie & Fitch e la fine del ciabattaro https://minimaetmoralia.it/societa/abercrombie-fitch/ https://minimaetmoralia.it/societa/abercrombie-fitch/#comments Fri, 14 Mar 2014 13:36:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19319 Michele Masneri oggi parte con i suoi infradito per il tour in Versilia, in attesa dell'incontro di domenica a Libri Come. È molto orgoglioso di questo suo pezzo uscito il 6 marzo sul Foglio.

Sarebbe un personaggio perfetto per un prossimo film di Paul Thomas Anderson, raccontatore brutalista di maschi alfa americani, dal "Petroliere" allo scientologo "The Master": Mike Jeffries, inventore di Abercrombie & Fitch, marchio ghiandolare e aspirazionale dell'abbigliamento giovane nell'America clintoniana e bushiana, e oggi in crisi di identità e fatturati.

Il 28 gennaio scorso il manager è stato destituito dalla carica di presidente della società dopo un crollo delle vendite del 18 per cento nel terzo trimestre, la chiusura di oltre 170 negozi negli ultimi cinque anni e l'ottava trimestrale in rosso. E pur rimanendo ceo - non si sa ancora per quanto - è chiaro che un'epoca si è conclusa, quella della rinascita di un marchio che da classicone borghese il sessantanovenne manager aveva trasformato nel volto sessual-imperiale dell'America adolescente anni Novanta.

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Michele Masneri oggi parte con i suoi infradito per il tour in Versilia, in attesa dell’incontro di domenica a Libri Come. È molto orgoglioso di questo suo pezzo uscito il 6 marzo sul Foglio.

Sarebbe un personaggio perfetto per un prossimo film di Paul Thomas Anderson, raccontatore brutalista di maschi alfa americani, dal “Petroliere” allo scientologo “The Master”: Mike Jeffries, inventore di Abercrombie & Fitch, marchio ghiandolare e aspirazionale dell’abbigliamento giovane nell’America clintoniana e bushiana, e oggi in crisi di identità e fatturati.

Il 28 gennaio scorso il manager è stato destituito dalla carica di presidente della società dopo un crollo delle vendite del 18 per cento nel terzo trimestre, la chiusura di oltre 170 negozi negli ultimi cinque anni e l’ottava trimestrale in rosso. E pur rimanendo ceo – non si sa ancora per quanto – è chiaro che un’epoca si è conclusa, quella della rinascita di un marchio che da classicone borghese il sessantanovenne manager aveva trasformato nel volto sessual-imperiale dell’America adolescente anni Novanta.

Il primo negozio A&F era stato fondato a New York nel 1892 e aveva servito gloriosamente Ernest Hemingway, che vi comprava fucili e tenute da caccia, mentre i presidenti Hoover ed Eisenhower lì si servivano per l’attrezzatura da pesca; e Cole Porter giacche e pantaloni, e tutti durante il proibizionismo affollavano le vetrine dell’Alce – animale eponimo della ditta – per le famose fiaschette da whisky, di peltro o silver plate, oggi oggetto di collezionismo su eBay.

Niente a che vedere però con le folle che dalla prima metà dei Novanta avevano cominciato a circondare i negozi A&F, con ragazze e ragazzi entusiasti per un’esperienza di vendita che Jeffries, divenuto ceo nel 1992, l’anno della prima campagna elettorale di Bill Clinton, aveva autodenunciato programmaticamente come “sessuale ed emozionale”.

Il manager aveva preso in mano il gruppo dell’Alce fallito, trasformando una catena di vetrine polverose di scarpe da ginnastica e impermeabili da campagna in un marchio immaginifico che mischiava le nostalgie di un’America campagnola e reazionaria da Ralph Lauren con le porcellate più cittadine e moderne alla Calvin Klein.

Vendendo jeans e t-shirt ma soprattutto una certa idea muscolare degli Stati Uniti sessualizzati dai Clinton, e poi imperializzati da Bush jr. Puntando tutto su un’immagine di maschi rudemente americani ma con sensibilità in bianco e nero molto metrosessuali, si era affidato alla macchina fotografica di Bruce Weber e ad alcune ossessioni evidentemente personali ma anche molto condivise; trasformando i negozi della casa da tranquille botteghe per uomini di mezza età in wunderkammer invitanti e inquietanti.

Gli store A&F, bui, cavernosi, con la musica alta, cinti da modelli palestratissimi, erano diventati il centro di irraggiamento dell’immagine dell’Alce: strategia simile e simmetrica anche antropologicamente alla Apple e ai suoi candidi Apple Store; qui creativi e intellettuali riflessivi e flaccidi in candide serre, lì surfisti al buio; una via di mezzo infatti, i negozi A&F, tra una discoteca e una dark room, però frequentata benissimo: luce al minimo, miasmi asfissianti di Fierce, profumo della ditta, irrorato da speciali spruzzini, e cordialità da parte di commessi e commesse più nudi che vestiti con guizzi di addominali e pettorali e femori, tra tavole da surf e trofei di caccia e amichevoli “how you doing” come accogliendoci finalmente in una fraternity molto ambita; tra scaffali di sobri legni scuri come banconi da bar, dove invece che consumare alcolici si consumano jeans e magliette.

E sotto giganteschi affreschi da socialismo reale o ministero dell’Agricoltura di via Venti Settembre, con corpi maschili pronti per virili fatiche o imprese agonistiche, e commessi palestrati a mimare passi di danza nel sottofondo di una musica sempre molto alta, e un’esperienza ipnotica per cui tra musica, buio, odore del Fierce della casa – che leggenda metropolitana vuole a base di ormoni in grado di far arrapare maschi e forse anche femmine – ci si ritrova alla cassa con tre polo mai provate e una borsa della spesa con sopra un uomo nudo in bianco e nero.

Fino a qualche anno fa questa era stata la ricetta geniale di Mike Jeffries: il gruppo negli anni d’oro – i Novanta e i Duemila – fatturava 2 miliardi di dollari l’anno con 800 negozi sparsi per il mondo, per teenager globali. Jeffries aveva montato un immaginario mischiando “Beverly Hills 90210″, mitologie universitarie stile Ivy League, tartarughe e pettorali contemporanei con vecchie coppe e trofei, libri, cuoi antichi, canoe, l'”Attimo Fuggente” e Tom of Finland e Leni Riefenstahl e le statue fasciste del Foro Italico: e la sua esperienza “emozionale e sessuale” mimava non “Una notte al museo” ma una notte chiusi in uno spogliatoio di Harvard. Il successo era assicurato perché non frutto di speculazioni o studi di marketing ma di personalissime ossessioni di Jeffries.

Un Federico Moccia dell’abbigliamento, un Peter Pan forse con antichi complessi insanabili, ma convinto, anche oggi a sessantanove anni, di essere veramente un adolescente americano di un’università bene, e di voler vestire i suoi simili.

Grandi mèches bionde, sfregiato dalle chirurgie plastiche, che oggi lo rendono una via di mezzo tra Calvin Klein e la duchessa d’Alba, abbigliato solo con le polo Muscle di sua invenzione, che grazie ad alcuni rinforzi e restringimenti strizzano da qualche parte e celano qualcos’altro, e rendono tutti apparentemente fisicatissimi, e jeans strappati il giusto, dal 1992 Jeffries regna in ciabatte sul regno immaginario di A&F.

Il flip flops, o infradito, o ciabatta, appunto, è un capo fondamentale del suo abbigliamento e viene imposto a commessi e dipendenti non solo dei negozi ma anche del quartier generale di New Albany, Ohio. La ciabatta sta ad Abercrombie come l’auto ibrida sta a Google e all’idealtipo dell’azienda Silicon Valley: e anche l’architettura lo riflette; qui dunque non mense biologiche e architetture sostenibili e biliardini ma invece un design molto rustico e campagnolo che riproduce cascinone e fienili da “Brokeback Mountain” o da bassa bresciana, con comignoli e capannoni di quercia e modelli-impiegati in jeans sdruciti e musica dei Pet Shop Boys a palla, e il profumo della casa (ancora) spruzzato virilmente nell’aria.

E ciabatte; si dice che Jeffries, ossessivo del controllo, maniaco, e furiosamente scaramantico, si metta le scarpe solo al momento delle trimestrali di bilancio e per le riunioni importantissime, che si svolgono davanti a un enorme camino-falò finto. Jeffries è nato nel 1944 a Los Angeles da un piccolo imprenditore di accessori per le feste (come Kate Middleton) e prima di dare il volto alla più grande campagna per la preservazione della razza maschile americana ha diretto negozi di abbigliamento, si è sposato, ha fatto un figlio, e poi è diventato ufficialmente gay.

Nel 1998 è diventato anche presidente di Abercrombie, e mentre l’America si scandalizzava per le macchie lasciate da Bill Clinton sul vestito della stagista Monica Lewinsky lui perfezionava la sua sessualizzazione dell’adolescente di massa. L’anno in cui “il pene di un presidente invase la mente di tutti e la vita, in tutta la sua invereconda sconcezza, ancora una volta disorientò l’America”, come scriveva Philip Roth ne “La macchia umana”, Jeffries con il suo marketing andrologico rassicurava l’adolescente medio etero (col marchio più pornogay che si fosse visto da un bel po’ di anni in giro).

La rivista del gruppo, A&F Quarterly, venne ritirata in America nel 2003 per oscenità; anche lì, proiezioni di un maschio di mezza età su desideri inconsci forse più collettivi del previsto: mischiando retoriche alla Doris Day e maschi “beefcake” anni Cinquanta, oliati e fotografati in tutte le posizioni, e smutandamenti e orge attorno a fuochi, con qualche ragazza sempre bonona ma posticcia, e atmosfere boscaiole e titoli di copertina pruriginosi tipo “Ritorno a scuola: studiare duro”, copertina marezzata bianca e nera da classico quaderno di scuola americano, e maschi ariani che limonano con ariane studentesse che sembrano le gemelle Bush (ma molto in secondo piano).

In un altro numero – esiste un vasto collezionismo – un adolescente in jeans sbottonati con in braccio un orsetto e un sorriso ammiccante: “Buono o cattivo?”. Il numero di Natale 2003 prometteva invece programmaticamente in copertina “280 pagine di alci, hockey su ghiaccio, cavalleria, sesso di gruppo e molto altro”. Bei tempi. Poi sono arrivate la crisi di vendite, la fatica di crescere e le polemiche.

Nel 2004 Jeffries lancia a fianco delle linee classiche (A&F, A&F bambino e quella low cost Hollister) una Ruehl n. 925, che già dal nome farraginoso tradisce un atto mancato e un lapsus: dovrebbe essere una linea “adulta”, tipo concorrenza a Brooks Brothers, tutta camicie oxford e pantaloni chinos, ma va malissimo e viene chiusa.

Poi arrivano i subprime e lo studente medio si impoverisce e arrivano i marchi a prezzi stracciati come H&M. Poi le cause e i problemi di pubbliche relazioni: sempre più immedesimato in un adolescente repubblicano bello e spietato, o forse solo rincoglionito dal botox, Jeffries spiega con sincerità la sua poetica e la sua estetica: “In ogni scuola ci sono i ragazzi fighi e popolari, e poi ci sono i bambini non così ‘cool’. E, dovendo essere sinceri, noi ci occupiamo dei ragazzi fighi. Escludiamo della gente? Certo”.

Poi altre polemiche per il lancio sul mercato di reggiseni imbottiti per ragazzine sotto i 14 anni. Infine le polemiche sulle ciccione, con la decisione di non produrre taglie oltre la L per le donne (per gli uomini, sì). E la confessione pubblica di bruciare tutti i vestiti difettosi, invece che regalarli ai poveri (ma perché, qualcuno lo fa?). Buonisti globali e attivisti naturalmente si accaniscono su Jeffries.

Tra le azioni legali, l’unica interessante è però quella lanciata nel 2010 dall’ex pilota del suo jet privato, tale Michael Bustin, licenziato perché troppo vecchio, che fa trapelare il “manuale di volo A&F”; galateo di bordo del Gulfstream G-550 dell’Alce, con una serie di accorgimenti che fanno sembrare il Valentino di “Last Emperor” un geometra sul volo Milano- Lamezia Terme.

Nell’ordine: i quattro “attori o modelli” che lavorano in cabina possono rivolgersi al principale solo ed esclusivamente con un “no problem”; le loro uniformi blu, appositamente disegnate da A&F, devono avere il primo bottone in alto chiuso fino al collo e l’ultimo in basso sempre aperto. Le stesse uniformi devono essere irrorate con la fragranza Abercrombie & Fitch numero 41, e ri-spruzzate più volte durante il volo se necessario.

Il personale di bordo deve continuamente cancellare le ditate: “Sulle credenze, sulla porta della cabina, sui mobili del bagno”. Sui voli di ritorno, lo stereo di bordo deve mettere la canzone “Take me home” di Phil Collins immediatamente all’ingresso degli ospiti in cabina. Ci sono poi regole precise per il placement dei tre cani Ruby, Trouble e Sammy, mentre l’equipaggio può mangiare solo nei voli superiori alle due ore, e solo cibi “non aromatici”, cioè che non puzzino. Adesso tutto questo mondo meraviglioso finirà, mentre A&F rimane “la banalità del male” secondo Dwight A. McBride, preside della Northwestern University e curatore del volume “Perché odio Abercrombie & Fitch: saggi sulla razza e sulla sessualità” (New York University Press), secondo cui Jeffries e la sua estetica ciabattara avrebbero influenze nefaste soprattutto sul maschio afroamericano.

Soprattutto, le vendite continuano ad andar male, mentre i concorrenti antropologici crescono. Come Urban Outfitters, marchio hipster molto amato, politicamente corretto, frequentato da giovani longilinei fan di spremute bio: registra un più 10 per cento di vendite e 1 miliardo di fatturato annuo. Dati che segnano ufficialmente il cambio di paradigma: addio per sempre dunque pettorale clintoniano-bushiano, e addio mèches e abbronzature, e benvenuti maglioni sformati e jeans col risvoltino e orologini Casio.

Ma se sull’etica Jeffries è disposto a compromessi, e ha annunciato che comincerà a produrre taglie forti, ha incontrato attivisti per i diritti delle minoranze e donato milioni ad associazioni benefiche, sull’estetica non negozierà mai. Piuttosto che cedere a barbe lunghe e facce emaciate e occhiali da intellettuale, come prevede il nuovo galateo obamiano-hipster, Jeffries potrebbe commettere qualche gesto estremo, asserragliato nel suo fortino-cascina in Ohio come un Ludwig in ciabatte.

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Pianeta Roth #3: La macchia umana https://minimaetmoralia.it/letteratura/pianeta-roth-3-la-macchia-umana/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/pianeta-roth-3-la-macchia-umana/#comments Mon, 13 May 2013 09:24:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14339 Dopo la clamorosa decisione di Philip Roth di smettere con la scrittura, questa rubrica intende offrire uno sguardo retrospettivo sulla sua opera, dai grandi capolavori ai libri meno noti; l’omaggio parziale e appassionato di un lettore irrimediabilmente compromesso, ma anche l’onesto tentativo di analizzare dall’interno il segreto della sua magia, le sue contraddizioni, le doti di lealtà, ironia, umanità e sapienza letteraria: gli ingredienti che l’hanno portato a essere tra gli scrittori più visceralmente amati da due generazioni di lettori. Qui le puntate precedenti.

Nel primo capitolo de La macchia umana, Coleman Silk, settantunenne professore ebreo di lettere classiche in pensione, conduce Nathan Zuckerman a conoscere Faunia Farley, la giovane amante con cui ha iniziato un’improbabile quanto appagante relazione sentimentale. Faunia abita presso una piccola fattoria, nella quale si occupa della mungitura delle vacche; ed è proprio mentre compie questa attività che Zuckerman ha la possibilità di osservarla per la prima volta durante un tardo pomeriggio d’estate.

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Dopo la clamorosa decisione di Philip Roth di smettere con la scrittura, questa rubrica intende offrire uno sguardo retrospettivo sulla sua opera, dai grandi capolavori ai libri meno noti; l’omaggio parziale e appassionato di un lettore irrimediabilmente compromesso, ma anche l’onesto tentativo di analizzare dall’interno il segreto della sua magia, le sue contraddizioni, le doti di lealtà, ironia, umanità e sapienza letteraria: gli ingredienti che l’hanno portato a essere tra gli scrittori più visceralmente amati da due generazioni di lettori. Qui le puntate precedenti.

Nel primo capitolo de La macchia umana, Coleman Silk, settantunenne professore ebreo di lettere classiche in pensione, conduce Nathan Zuckerman a conoscere Faunia Farley, la giovane amante con cui ha iniziato un’improbabile quanto appagante relazione sentimentale. Faunia abita presso una piccola fattoria, nella quale si occupa della mungitura delle vacche; ed è proprio mentre compie questa attività che Zuckerman ha la possibilità di osservarla per la prima volta durante un tardo pomeriggio d’estate.

Oltre che dall’ancestrale sensualità della scena, Nathan viene catturato da un’intuizione folgorante: da come l’equilibrio e la pienezza di quel fenomeno che la mente umana registra come «verità» si alimenti in modo sostanziale di accidenti casuali quali l’imprevisto e la disuguaglianza; di come una banale sensazione di benessere, istintivamente associata all’idea di armonia, ponga in realtà le proprie fondamenta sul disordine e sulla diversità: «La luce e il caldo della giornata (quella benedizione), l’immutabile tranquillità della vita di ogni vacca che corrispondeva a quella di tutte le altre, il vecchio innamorato che studiava l’agilità della donna energica ed efficiente, mentre dentro di lui cresceva l’adorazione, quel suo modo di guardare come se non gli fosse mai capitato nulla di più emozionante, e anche la mia attesa compiacente, il mio stupore davanti all’enorme differenza tra quei due tipi umani, davanti alla disuguaglianza, alla variabilità, alla feconda irregolarità delle intese sessuali – e con l’ordine che ci sentivamo dare, uomini e bovini, differenziati e non differenziati, di vivere, non soltanto di resistere ma di vivere, di continuare a prendere, dare, nutrire, mungere, ammettendo di buon grado, da quell’enigma che è, l’insignificante ricchezza di significato della vita –, tutto veniva registrato come vero da decine di migliaia di piccole impressioni. La pienezza sensoriale, la copiosità, l’abbondante – sovrabbondante – minuziosità della vita, che è la rapsodia. E Coleman e Faunia, che ora sono morti, immersi nel fluire dell’inaspettato, giorno per giorno, minuto per minuto, essi stessi minuzie in quella sovrabbondanza».

L’appagante serenità di una giornata estiva, di uno spettacolo semplice e commovente come la mungitura, o quello – ancor più emozionante – di un uomo ormai anziano che ritrova per una breve stagione l’entusiasmo di sentirsi nuovamente parte di un’esistenza esuberante, sembrano germinare proprio dalla situazione di profondo squilibrio tra i due amanti: lui, uomo coltissimo e raffinato, oramai in età avanzata, che nella vita ha saputo conquistare praticamente ogni obiettivo che si era prefissato grazie a un’incredibile forza di volontà; lei, con la metà dei suoi anni, analfabeta, che si procura da vivere svolgendo umili lavori, dopo aver subito gli oltraggi di un destino drammaticamente implacabile.

Attraverso questo fertile squilibrio, il dissennato accostamento di due individui così diversi e apparentemente inconciliabili – e per il fatto che tale accostamento costituisce la precisa conseguenza di un’inaspettata intesa sessuale – passa uno dei più fertili processi metamorfici della storia, che tramite la ricombinazione genetica contribuisce alla continua ridefinizione del futuro e delle possibilità. Nella contemplazione di una giovane donna prostrata dalla vita, che si dedica alacremente a un’attività ancestrale come la mungitura, profondendovi uno zelo che appare come un ultimo retaggio della disperazione e del disincanto, Zuckerman intuisce un grado zero dell’esistenza completamente al riparo dalle insidie di «quel despota benigno che è la convenzione», un istinto di purezza incontaminato cui gli individui possono attingere solo dopo aver sperimentato fino all’estremo limite l’inconsistenza delle proprie convinzioni.

Fuggita di casa a quattordici anni, dopo aver subito molestie sessuali da parte del patrigno, Faunia si sposa giovanissima con Les Farley, un ex combattente del Vietnam che soffre di gravissimi disturbi da stress post-traumatico. Dopo aver sopportato una serie innumerevole di violenze, Faunia abbandona il marito portando con sé i due figli piccoli. Ma poco tempo dopo i bambini muoiono nell’incendio della roulotte nella quale abitavano. Annichilita dalla violenza inaudita degli avvenimenti, la donna riesce a trovare una pur precaria stabilità emotiva imponendosi di rinunciare a qualsiasi convinzione di tipo metafisico, abbandonandosi con assoluto trasporto alla pura immanenza, al semplice stato di natura. Non si fa più nessuna illusione sulle possibili implicazioni sentimentali delle sue relazioni sessuali, e a Coleman – che in un momento di particolare entusiasmo arriva ad affermare che tra loro due c’è qualcosa in più del semplice sesso – la donna risponde con spiazzante franchezza: «No, non è vero. Hai semplicemente dimenticato cos’è il sesso. Questo è sesso. E basta. Non rovinarlo con la pretesa che sia un’altra cosa».

Faunia, il cui nome non può non evocare la desolata ferinità del suo temperamento, nutre un’inusuale passione per le cornacchie: «la cornacchia è uno spettacolo. Come vola, per esempio. Non sono belle come i corvi, quando i corvi volano e fanno quelle bellissime, meravigliose acrobazie… I corvi si librano nell’aria, ma le cornacchie sembrano avere una meta precisa. Non vanno a zonzo, da quel che posso dire. Volino pure alto, i corvi. Si librino nel cielo. Facciano miglia e miglia, battano i record e vincano premi. Le cornacchie devono solo andare da un posto all’altro… Cosa pensano le cornacchie quando sentono cantare gli altri uccelli? Pensano che sia una stupidata. È vero. Gracchiare. Gracchiare è l’unica cosa».

Secondo la viscerale percezione di Faunia, nel comportamento delle cornacchie non c’è nessuna implicazione sovrasensibile intesa a nobilitare l’intrinseca trivialità dell’esistenza; esse considerano le cose solamente per quello che sono, non per ciò che possono rappresentare. Per loro, volare significa spostarsi da un posto all’altro, e non librarsi nelle altezze. La loro voce è un semplice segnale, per di più sgraziato; non hanno bisogno di conferirgli la grazia del canto. La loro vita è tutta superficie, pura schiettezza, semplice denotazione: «Il loro bello è che sono la praticità in persona. Nel volo. Nei discorsi. Persino nel colore. Tutto quel nero. Nient’altro che nero».

Coleman Silk incontra Faunia in un momento in cui sembra che la sua vita stia crollando in pezzi. Dopo una lunga e stimata carriera come insegnante di lettere classiche e preside di facoltà presso l’Athena College, un giorno viene ingiustamente accusato di razzismo, e lo scandalo che ne consegue lo costringe a rassegnare le proprie dimissioni e accettare un pensionamento anticipato. Durante i mesi di battaglia sostenuti contro schiere di colleghi benpensanti per difendere la propria innocenza, sua moglie muore improvvisamente, e Coleman si ritrova solo, a settant’anni suonati, ad affrontare quello che potrebbe percepire come il fallimento monumentale di un’intera esistenza, e a sperimentare – per la prima volta in un contesto diverso da quello delle lezioni sulla tragedia greca – come il caso giochi un ruolo fondamentale nella costruzione di un destino.

Il romanzo è ambientato nel 1998, in un’America ancora sotto shock a causa degli undici pompini che Monica Lewinsky fece al presidente Clinton durante il biennio trascorso come stagista alla Casa Bianca. Era «l’estate in cui il segreto di Bill Clinton venne a galla in ogni suo minimo e mortificante dettaglio… l’estate di un’orgia colossale di bacchettoneria, un’orgia di purezza nella quale al terrorismo subentrò, come dire, il pompinismo, e un maschio e giovanile presidente di mezza età e un’impiegata ventunenne impulsiva e innamorata, comportandosi nell’Ufficio Ovale come due adolescenti in un parcheggio, ravvivarono la più antica passione collettiva americana, storicamente forse il suo piacere più sleale e sovversivo: l’estasi dell’ipocrisia».

Uno scenario di spregevole conformismo costituisce lo sfondo più adeguato per la vicenda umana di Coleman Silk e della sua amante Faunia Farley, che si dispiega in una società inesorabilmente soggiogata da un’intransigente «tirannia della decenza», il complesso apparato ricattatorio tramite il quale la collettività imbriglia l’autonomia delle pulsioni individuali e le indirizza nel solco remissivo della condiscendenza. Il conflitto tra fragilità dell’«io» – ovvero il distillato degli impulsi emotivi con cui l’essere umano lotta per affermare la propria specifica irripetibilità – e solidità del «noi» – la forza coercitiva e intirizzita con cui la società impone al soggetto di conformarsi a una volontà plurale, che ne condiziona prepotentemente il comportamento – è una tematica che attraversa tutta la narrativa di Philip Roth, a partire da Lamento di Portnoy (1969) fino a Indignazione (2008), passando per Il teatro di Sabbath (1995) e i romanzi dell’American Trilogy (1997-2000). Ma in fondo, un po’ tutta l’opera rothiana è caratterizzata dal dualismo esistente fra tradizione e tradimento, fra il radicamento in una cultura solida – che garantisce protezione tramite la rassicurante salvaguardia della ripetizione e della ritualità – e la necessità di venir meno all’influenza troppo costrittiva di tale condizionamento.

L’euforico e generalizzato atteggiamento di condanna che, sul finire degli anni novanta, la società americana riserva allo scandalo Clinton-Lewinsky è il medesimo con cui la comunità di Athena – immaginaria cittadina universitaria del Berkshire, nel New England – censura l’ultima, straordinaria, storia d’amore di Coleman Silk. Non sembra ammissibile che, alla sua età e con la sua ragguardevole cultura, l’ex docente di lettere possa avere una relazione con una donna analfabeta e tanto più giovane di lui.

L’entusiasmo dell’anziano professore – che non fa mistero di ricorrere al Viagra per i suoi rendez-vous amorosi – scandalizza profondamente anche coloro che fanno professione di larghe vedute e apertura intellettuale: contro di lui si scaglia la furia omicida dell’ex marito di Faunia, Les Farley, il rancore farisaico dei quattro figli di Silk, il raffinato sarcasmo del giovane avvocato Nelson Primus, e la risentita ostilità della nuova direttrice del dipartimento di letteratura, la giovane insegnante di francese Delphine Roux. Quest’ultima – una delle maggiori responsabili della persecuzione di Coleman e della sua conseguente decisione di congedarsi dal college –, quando scopre che l’uomo ha intrapreso una relazione con la giovane donna, impiegata per una ditta di pulizie presso il campus universitario, non riuscendo a trattenere la propria indignazione, gli invia una lettera anonima di diciotto parole nella quale dà sfogo alla propria insopprimibile passione per gli stereotipi e la semplificazione: «TUTTI SANNO che stai sfruttando sessualmente una donna maltrattata e analfabeta che ha la metà dei tuoi anni».

Tutti sanno. In realtà, se esiste una lezione che è possibile apprendere dalla lettura di questo romanzo (che nega la possibilità stessa di imparare lezioni), è proprio il fatto che nessuno sa nulla; che anche soltanto ritenere di sapere qualcosa è sciocco e pretenzioso: «Tutti sanno… Cosa? Perché le cose vanno come vanno? Cosa? Tutto ciò che sta sotto l’anarchia del corso degli avvenimenti, le incertezze, i contrattempi, il disaccordo, le traumatiche irregolarità che caratterizzano le vicende umane? Nessuno sa, professoressa Roux. “Tutti sanno” è l’invocazione del cliché e l’inizio della banalizzazione dell’esperienza, e sono proprio la solennità e la presunta autorevolezza con cui la gente formula il cliché a riuscire così insopportabili. Ciò che noi sappiamo è che, in un modo non stereotipato, nessuno sa nulla. Le cose che sai… non le sai. Intenzioni? Motivi? Conseguenze? Significati? Tutto ciò che non sappiamo è stupefacente». La realtà è irriducibile a qualsiasi tipo di categorizzazione. L’ontologia è una monumentale illusione della civiltà occidentale, che – come ogni monumento – è destinato prima o poi a crollare. Niente è come sembra. Tra verità e apparenza si erge l’ostacolo insormontabile della complessità, che rende impervio qualunque tentativo di imporre una tassonomia all’esperienza.

Durante una lezione, il professor Silk si riferisce a due studenti del suo corso – che in tutto l’anno non si sono mai presentati in aula – usando l’aggettivo «spooks», il cui significato principale è «spettri», ma che, in uno dei suoi significati secondari, vuol dire anche «negracci». Il caso vuole che i due studenti siano effettivamente neri, e che – assai risentiti per l’espressione usata dall’insegnante – lo accusino apertamente di razzismo: il bianco e potente professore ebreo, ex preside di facoltà, forte del prestigio che gli viene dalla vastità della sua erudizione e dall’autorevolezza del ruolo ricoperto, approfitta della propria posizione di preminenza per insultare e discriminare due ragazzi che non hanno armi adeguate per opporsi. La questione assume ben presto dimensioni smisurate. In breve, Coleman si vede costretto a rassegnare le proprie dimissioni e intraprende un estenuante tentativo di autodifesa, dedicandosi alla scrittura di un lungo memoriale difensivo intitolato Spettri.

Questo è lo spunto da cui muove il romanzo. La storia inizia subito a funzionare, e la narrazione procede con la consueta felicità espressiva dello scrittore newarkese. Andando avanti nella lettura, apprendiamo che la moglie di Silk è morta un anno dopo l’episodio degli spettri; veniamo a sapere i dettagli intimi della relazione tra Coleman e Faunia; facciamo la conoscenza dei quattro figli del professore; fa la sua comparsa la figura dirompente di Les Farley, ancora ossessionato dal ricordo dell’ex moglie. Ma dopo quasi cento pagine, quando la narrazione è decollata e abbiamo ormai preso confidenza con la trama, scopriamo che Coleman Silk non è né ebreo né bianco. E non lo scopriamo in modo lineare, dopo una rivelazione esplicita del narratore. Per capirlo, dobbiamo mettere in discussione il patto tacito con l’autore a cui siamo abituati da anni e anni di esperienza come lettori: dopo averla sospesa come di consueto, abbiamo bisogno di ripristinare la nostra incredulità, e dubitare di tutto ciò che abbiamo appreso fino a quel momento durante la fruizione del testo.

Coleman inizia a ricordare quel giorno lontano della sua adolescenza in cui il dottor Fensterman, un medico ebreo suo vicino di casa, si presentò dalla famiglia Silk per chiedere un imbarazzante favore ai suoi genitori: egli voleva, in cambio del pagamento di tremila dollari, che il giovane Coleman prendesse una B anziché una A in due degli esami finali a sua scelta, consentendo così a suo figlio Bert di risultare il miglior studente del corso e tenere lui il discorso di commiato alla cerimonia di consegna dei diplomi. Solo così infatti, a causa della forte discriminazione razziale esistente, uno studente ebreo come Bert Fensterman poteva avere la speranza di essere accettato alla facoltà di medicina di Harvard o Yale. (E dunque? Ci chiediamo a questo punto. Non è ebreo anche Coleman? Non ha diritto anche lui a lottare contro un infame atteggiamento razzista e giocarsi le carte che gli ha messo in mano il destino?). Il dottor Fensterman è consapevole che le discriminazioni verso i neri sono molto più forti di quelle nei confronti degli ebrei, ma ritiene che, uscendo come il miglior studente nero della scuola, Coleman abbia comunque la possibilità di iscriversi in un buon college per neri come la Howard University. (Ma che sta dicendo? Coleman non è nero. È ebreo. È bianco. Proviamo a scorrere velocemente le pagine iniziali in cerca di qualcosa che ci sia sfuggito. Ci sarà stato un errore dell’editore. Devono aver fatto un casino in fase di impaginazione).

L’autore, in sostanza, ci ha truffato. Ha conquistato la nostra fiducia senza meritarla. Si è macchiato dello stesso crimine del quale fu accusato Bill Clinton in quella torrida estate del 1998: ha mentito ai suoi (e)lettori. Ora ci aspettiamo che – come fece Clinton – si scusi pubblicamente, ammetta i suoi secondi fini, o per lo meno la sua negligenza, e ci confessi dettagliatamente le proprie motivazioni. Ma il narratore continua a raccontare la storia come se ci avesse detto fin dal principio che Coleman Silk è nato in una famiglia nera del New Jersey, a East Orange, e non si degna di fornirci nemmeno una parola di spiegazione. Solo proseguendo nella lettura, veniamo a sapere che Coleman, dopo aver subito alcuni episodi di discriminazione, spinto da una naturale insofferenza verso tutto ciò che gli impedisce di realizzare fino in fondo il proprio io, approfitta dell’estrema chiarezza del proprio incarnato per inventarsi un’identità nuova: abbandona Howard (il college di Washington, D.C. riservato ai neri) e si iscrive come bianco alla NYU; si sposa con una donna ebrea e rinuncia per sempre alle proprie origini, non rivelando mai a nessuno – nemmeno ai propri figli – la verità su ciò che realmente è.

«Nessuno sa, professoressa Roux». Nessuno sa nulla, come suggerisce la stupefacente deviazione nell’intreccio, e come indicheranno ulteriori rivelazioni inaspettate nel finale del romanzo. Coleman Silk, colui che è stato accusato di razzismo, ovvero di subordinare l’eccezionalità e la specificità dell’individuo a categorie insensate e vessatorie come il concetto di razza, si rivela essere in realtà «il più grande dei pionieri dell’io»; un uomo che, piuttosto che rimanere imbrigliato negli odiosi vincoli del pregiudizio, ha preferito sopportare una dolorosa e definitiva rinuncia alla propria identità e ai propri affetti.

Il pregiudizio (così come il moralismo) è una forma semplificata di conoscenza, che ha la pretesa di ridurre a categorie statiche e inefficaci una realtà che, per sua natura, è complessa e in incessante trasformazione. Tentare di comprendere qualcosa tramite strumenti che non vengano messi continuamente in discussione da un’esperienza delle cose sempre rinnovata non consente di conoscere nient’altro che se stessi, o ciò che si conosce già. Coleman, con la sua decisione di sottrarsi alla logica del pregiudizio e di rinunciare alla propria identità, enfatizza l’irriducibilità dell’individuo a categorie astratte che non riescono a coglierne la sottile specificità. Intitolando il romanzo La macchia umana, Philip Roth procede in direzione di un nuovo umanesimo, che non tenta di ricondurre l’uomo a modelli classici stereotipati, ma che muove un passo coraggioso verso la sua precarietà, la sua debolezza, le sue contraddizioni.

Nelle ultime pagine del romanzo, tre mesi dopo la morte di Coleman e Faunia, Nathan Zuckerman, guidando lungo un’isolata strada di montagna, nota il pick-up di Les Farley fermo lungo il bordo della carreggiata. L’uomo si è fermato a pescare in un lago ghiacciato, e Nathan, osservandolo in lontananza, rimane colpito dall’impronta scura che la sua figura impone alla bianchezza immacolata del paesaggio. Senza fermarsi troppo a riflettere sulle possibili reazioni di quell’individuo disturbato, il cui equilibrio è stato irrimediabilmente compromesso da una serie di esperienze a dir poco devastanti, Zuckerman arresta la sua vettura e si dirige avventatamente verso di lui, spinto da un’invincibile curiosità: «Dopo essermi allontanato di circa cinquecento metri dalla strada, ero entrato, no, mi ero introdotto abusivamente – era quasi un senso di illegalità, quello che provavo –, avevo sconfinato in un ambiente incorrotto, oserei dire, inviolato, sereno e intatto come quello che circonda ogni specchio d’acqua interno del New England. Ti dava un’idea, come fanno questi posti (che proprio per questo sono tanto apprezzati), di come doveva essere il mondo prima dell’arrivo dell’uomo. La forza della natura è talvolta un potente lenitivo, e quello era un posto che ti calmava, che t’invitava ad accantonare le tue banali riflessioni senza metterti, nello stesso tempo, troppo in soggezione ricordandoti quel niente che è l’arco di una vita e la vastità dell’estinzione».

Nella verginità di quel paesaggio incontaminato, nell’abbagliante candore sul quale risalta la tenebrosa inesplicabilità dell’uomo, e nel gesto coraggioso di Nathan Zuckerman, che anela a quel candore e allo stesso tempo non teme quell’oscurità, si cela una delle immagini più poetiche della Macchia umana: uno dei libri di Philip Roth che maggiormente ne rivelano la tensione appassionata verso l’ineffabilità del divenire, la luminosa indipendenza di giudizio, la fedeltà sincera alla contraddizione.

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Droga: guerra e pace https://minimaetmoralia.it/societa/breaking-the-taboo-droga/ https://minimaetmoralia.it/societa/breaking-the-taboo-droga/#comments Sat, 16 Mar 2013 11:42:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13577 Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: Pablo Escobar davanti alla Casa Bianca.)

La guerra alla droga è fallita. Lo dice Breaking the taboo, documentario di Fernando Andrade e prodotto da Richard Branson, eccentrico e biondissimo patron di Virgin, con un cast che include Bill Clinton, Fernando Cardozo, César Gaviria, ex presidente della Colombia, Ernesto Zedillo, ex presidente del Messico, Ruth Dreifuss, ex presidente della Svizzera. “Non che sia mai andata bene”, è l’immaginario sottotitolo. Il taboo in questione è legato alla droga, ed è quello che ha sempre impedito, a livello ufficiale, di poter parlare di soluzioni alternative al proibizionismo, alla lotta (militare, fisica, distruttiva), al carcere.

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La guerra alla droga è fallita. Lo dice Breaking the taboo, documentario di Fernando Andrade e prodotto da Richard Branson, eccentrico e biondissimo patron di Virgin, con un cast che include Bill Clinton, Fernando Cardozo, César Gaviria, ex presidente della Colombia, Ernesto Zedillo, ex presidente del Messico, Ruth Dreifuss, ex presidente della Svizzera. “Non che sia mai andata bene”, è l’immaginario sottotitolo. Il taboo in questione è legato alla droga, ed è quello che ha sempre impedito, a livello ufficiale, di poter parlare di soluzioni alternative al proibizionismo, alla lotta (militare, fisica, distruttiva), al carcere.

Tre fattori sono particolarmente rilevanti in Breaking the taboo: le voci, le immagini, e il fatto che sia stato, dallo scorso dicembre, in streaming gratuito (ufficiale) su Youtube – conclusosi nella notte di lunedì, con un disclaimer: presto sulle Tv di tutto il mondo. Le voci (quella narrante di Morgan Freeman, quelle dei vari protagonisti della politica internazionale che hanno preso parte, quelle di professori, economisti, ex ministri, ex tossici) raccontano numeri e fatti: sono i numeri e i fatti della fallimentare War on drugs iniziata da Richard Nixon nel 1971, sono i numeri e i fatti di ciò che cambierebbe, forse, con una soluzione meno criminalizzante, sono i numeri e i fatti della diffusione, della spesa, degli sforzi.

Le immagini (da Rio de Janeiro alla giungla colombiana, dal Messico all’Afghanistan a Baltimora) raccontano, semplicemente, morte e violenza, così suddivise: vittime dei cartelli in Messico, vittime dei cartelli in Colombia, una sparatoria degli uomini di Escobar in Colombia, una sparatoria in una favela di Rio, scene dalla Svizzera anni ’80 con centinaia di persone che si bucano in un parco pubblico, arresti della polizia statunitense nei confronti di presunti spacciatori, intere piantagioni di cocaina o papaveri da oppio in fiamme. Perché è importante, infine, la gratuità di un tale documento/documentario è evidente, tra le righe, in seguito.

La storia della Guerra alla droga inizia dunque nel giugno 1971, con la scelta di Nixon di impegnarsi in un conflitto più grande, e ancor più difficile e folle, di quello in Vietnam. La droga, dice l’allora presidente in un discorso, è il nemico pubblico numero uno degli Stati Uniti. Nonostante la politica anti-criminalizzazione di Jimmy Carter, che porta, nel 1979, la depenalizzazione in 10 stati, Ronald Reagan torna sui passi di Nixon, e torna con lui la tolleranza zero. Uno dei protagonisti di Breaking the taboo è Robert DuPont, ex responsabile della propaganda anti-droga della Casa Bianca dal 1973 al 1977, sotto i presidenti Nixon e Ford. Oggi, è uno dei principali oppositori alla guerra. Giustifica il suo passato, in parte, così: «Il governo era completamente impreparato all’esplosione del problema della droga. We totally misunderstood cocaine».

Nel 1989 negli Usa il presidente è George H.W. Bush (Senior), e Forbes elegge Pablo Escobar, 40 anni, settimo uomo più ricco del pianeta, con un patrimonio stimato in 25 miliardi di dollari. Escobar trasportava 15 tonnellate di cocaina al giorno nei soli Stati Uniti. Tra i protagonisti del doc c’è anche César Gaviria, presidente della Colombia dal 1990 al 1994, gli anni d’oro del più grande narcotrafficante del mondo. Inizialmente la Colombia era il paese dove si processava la droga, che veniva coltivata in Bolivia e Peru. Quando anche la produzione arrivò a Medellin, nacquero i grandi cartelli. «La gente» spiega Gaviria «aveva paura di Escobar». Forse. Ma fu proprio quando Stati Uniti e Colombia decisero di sfidare il potere del suo cartello che esplose una vera e propria guerra che portò 50.000 morti in due anni.

Le immagini, a questo punto del documentario, mostrano piantagioni in fiamme e attacchi chimici su campi coltivati, da parte di aeroplani. La Colombia è l’unico paese al mondo in cui fu utilizzata questa tecnica, chiamata affumicazione aerea, che spesso colpiva e uccideva, però anche raccolti “innocenti” e circostanti. Facile, in queste situazioni, immaginare la spontaneità con cui le popolazioni locali simpatizzassero con i narcos. «Non puoi fare una guerra alla droga» aggiunge Ruth Dreifuss, ex presidente svizzera, «senza fare una guerra al popolo».

Dall’inizio del Plan Colombia nel 1999, l’iniziativa studiata dall’allora presidente sudamericano Pastrana e da Bill Clinton (un altro dei “pentiti”) per fermare la guerriglia colombiana e l’esportazione di cocaina, il numero dei paesi “coltivatori” passò da otto a ventotto. Oggi il traffico di droga mondiale ammonta a 320 miliardi di dollari l’anno, il più grande mercato clandestino del pianeta. Senza leggi a regolare questo traffico, come dice Morgan Freeman, armi e violenza sono i metodi di controllo più efficaci.

Andrade si sposta poi in Brasile, accompagnato da Fernando Cardozo, anche lui, manco a dirlo, ex entusiasta della Guerra alla droga. Le immagini parlano di sparatorie, ragazzi che si nascondono dietro macchine e riprendono il fuoco, pallottole che si sentono ma non si vedono, adulti e bambini che scappano nel panico. Si concludono con il pianto dei superstiti su alcune vittime, sdraiate in una strada e coperte da una plastica gialla trasparente, qualcosa che richiama, insieme, un imballaggio da banco frigo di un supermercato e una “panetta” di droga.

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