Billy the kid Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/billy-the-kid/ un blog di approfondimento culturale Sat, 29 Aug 2015 08:08:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Billy the kid Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/billy-the-kid/ 32 32 Il grande deserto americano https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-grande-deserto-americano/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-grande-deserto-americano/#comments Sat, 29 Aug 2015 08:08:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28035 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

È stato immortalato dalle foto di Paul Strand e Anselm Adams, dai quadri di Georgia O'Keeffe e da un'infinità di canzoni country. Lì sono andati a vivere D.H. Lawrence e Cormac McCarthy, Frank Lloyd Wright e Dennis Hopper, Tony Hillerman e Bruce Nauman. E come loro decine di scrittori, artisti, architetti, musicisti, attori o registi che nel Southwest americano hanno deviato, temporaneamente o definitivamente, il corso di arte e vita.

Se nell'ottocento ci si andava per amore del pericolo, o per forgiare il carattere, il secolo dopo è diventato meta di chi va in cerca di spiritualità e armonia. Gli indiani navajo lo chiamano hozho, e si traduce "camminare nella bellezza", o anche "essere in armonia con ogni cosa", paesaggi inclusi. Si dice che le montagne del Southwest d'America siano sacre. "Se le montagne ti sono ostili te lo dimostreranno", è una delle cose che ti vengono dette se ti trovi a passare qualche giorno nei paraggi di una delle infinite montagne della regione. E a quel punto l'unico desiderio che hai è compiacerle. Stabilisci una relazione quasi privata con la montagna che hai a portata di sguardo, e dopo qualche giorno di frequentazione diventa parte della tua vita al pari di una persona. Se non è la spiritualità ad averti avvicinato alla natura, di sicuro la natura del Southwest ti porta a essere più spirituale.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

È stato immortalato dalle foto di Paul Strand e Anselm Adams, dai quadri di Georgia O’Keeffe e da un’infinità di canzoni country. Lì sono andati a vivere D.H. Lawrence e Cormac McCarthy, Frank Lloyd Wright e Dennis Hopper, Tony Hillerman e Bruce Nauman. E come loro decine di scrittori, artisti, architetti, musicisti, attori o registi che nel Southwest americano hanno deviato, temporaneamente o definitivamente, il corso di arte e vita.

Se nell’ottocento ci si andava per amore del pericolo, o per forgiare il carattere, il secolo dopo è diventato meta di chi va in cerca di spiritualità e armonia. Gli indiani navajo lo chiamano hozho, e si traduce “camminare nella bellezza”, o anche “essere in armonia con ogni cosa”, paesaggi inclusi. Si dice che le montagne del Southwest d’America siano sacre. “Se le montagne ti sono ostili te lo dimostreranno”, è una delle cose che ti vengono dette se ti trovi a passare qualche giorno nei paraggi di una delle infinite montagne della regione. E a quel punto l’unico desiderio che hai è compiacerle. Stabilisci una relazione quasi privata con la montagna che hai a portata di sguardo, e dopo qualche giorno di frequentazione diventa parte della tua vita al pari di una persona. Se non è la spiritualità ad averti avvicinato alla natura, di sicuro la natura del Southwest ti porta a essere più spirituale.

A confermarlo è il giornalista e scrittore Alex Shoumatoff in un libro che è il più completo e appassionante racconto che sia mai stato scritto di quei luoghi. Il libro si chiama Leggende del deserto americano (pubblicato per la prima volta in America nel 1997 e in Italia nel 2000, è stato appena ristampato in una nuova edizione da Einaudi, traduzione di Marco Bosonetto, pp. 616, euro 26). Trasferitosi a New York per seguire le orme di Bob Dylan, negli anni settanta Alex Shoumatoff ha iniziato a scrivere per il Village Voice, e da lì regolarmente per il New Yorker e Vanity Fair (suo il celebre reportage su Dian Fossey, da cui poi è nato il film Gorilla nella nebbia). Ha pubblicato diversi saggi inventando, o quantomeno declinando in modo personale e riconoscibile, un modo di fare giornalismo dettagliatissimo, denso di interviste a gente comune e addetti ai lavori, alla ricerca di qualcosa di più prossimo alla verità di quanto non lo siano le storie già scritte dagli altri. Le leggende del deserto americano che danno titolo al libro, più che riportate vengono zelantemente verificate, aggiornate, e se è il caso ampiamente smentite. Il risultato è un onesto ritratto del Southwest che prende distanza dalla visione romanzata a cui cinema, letteratura e propaganda ci hanno abituato.

Per Southwest si intende una regione che ha al cuore Arizona e New Mexico, in particolare la riserva navajo, e che sconfina in California, Nevada, Utah, Colorado e gran parte del Texas. E ancora, Missouri e a sud Messico fino al Cihuahua e Sonora. La definizione “Grande Deserto Americano” nasce nel 1819, e ha come scopo quello di promuovere territori inesplorati. La regione trova in quelle tre parole lo slogan perfetto per incentivare i pionieri (immigrati europei) a stabilirvisi quantomeno temporaneamente, spostando un po’ più in là la frontiera del West. Dice un discendente dei pionieri intervistato da Shoumatoff: “Non siamo qui da tanto, non siamo molto istruiti e nessuno ha scritto la nostra storia, perciò non sappiamo che cosa è successo veramente. Ecco perché ce lo siamo inventato”.

Un esempio eloquente di invenzione cento per cento americana è il mito del cowboy, geograficamente associabile a due zone del Southwest: la contea di Lincoln nel New Mexico, e la città di Tombstone in Arizona. La prima è il posto dove il celebre bandito Billy the Kid ha trascorso gran parte della sua vita breve e violenta (Shoumatoff ci conferma che la sua popolarità, accresciuta sicuramente dal film di Sam Peckinpah e dal disco di Bob Dylan, ha raggiunto in America quella di Topolino o Elvis Presley). Per alcuni era talmente venerato che dopo che venne arrestato i messicani si radunavano sotto le mura della prigione per fargli le serenate. Per altri era un killer come tanti, di cui rimangono sconosciute numeri di omicidi (tra i quattro e i quaranta) e motivazioni (pura anarchia o disprezzo per la legge). A Tombstone è associato invece il nome dello sceriffo nonché giocatore d’azzardo e ladro di cavalli Wyatt Earp e la famosa sparatoria dell’O.K. Corral (diventata celebre grazie a John Ford, a John Sturges e a una schiera di altri registi).

Le ragioni del conflitto a fuoco pare siano state più politiche che eroiche: democratici contro repubblicani. Earp era stato assoldato dai repubblicani, e la sparatoria per sventare un presunto assalto a una diligenza sembra sia stato un buon modo per garantirsi popolarità alla vigilia delle elezioni di sceriffo della Contea di Cochise (il suo avversario era Johnny Behan sostenuto dai democratici). Più in generale, promuovere l’immagine del cowboy significava, allora e nei decenni a venire, promuovere l’idea di frontiera, territorio in continua espansione, conquistabile, disponibile. Dice un altro degli illuminati interlocutori di Shoumatoff: “Qualche volta mi chiedo se Kennedy diede il via alle ricerche spaziali solo per spirito di competizione coi russi o se lo fece anche per ampliare la frontiera, visto che ormai nel West la terra era stata tutta assegnata. Gli americani non sono abituati alle opportunità ristrette. Ci mette a disagio”.

Non è un caso che in tempi più recenti il Southwest sia diventato sede di basi missilistiche, passando dalla limitata frontiera territoriale a un concetto decisamente più vasto, ma sempre profondamente americano, di esplorazione delle frontiere spaziali. Il White Sands National Monument, a sud del New Mexico e in pieno Southwest, è un magnifico deserto bianco circondato da siti militari. Da una parte c’è il poligono missilistico White Sands Missile Range e dall’altra l’Holloman Air Force Base. La stessa pagina Wikipedia informa che ogni tanto missili erranti precipitano nella proprietà del White Sands National Monument, “in alcuni caso distruggendo alcuni delle aree frequentate dai turisti”. Capita anche questo. Ma le probabilità sono scarse e il posto, con le sue sterminate dune bianche, resta comunque uno dei più belli e visitati della regione.

Infischiandosene dell’assenza di mare, oceano o lago che sia, gli americani vanno lì attrezzati di ombrelloni e sdraio a prendere il sole in costume da bagno. Posteggiata l’auto, si incamminano nel deserto seguendo uno dei sentieri e scompaiono in mezzo alle dune bianche. La composizione della sabbia (gesso prevalentemente) è tale che ci puoi camminare a piedi nudi sotto il sole di mezzogiorno e non ti bruci. Un deserto sui generis, certo, ma sempre e comunque un grande deserto americano.

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La frontiera non ha mai smesso di esistere. Leggende del deserto americano https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-frontiera-non-ha-mai-smesso-di-esistere-leggende-del-deserto-americano/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-frontiera-non-ha-mai-smesso-di-esistere-leggende-del-deserto-americano/#comments Fri, 31 Jul 2015 12:29:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27975 Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

È un libro talmente ricco, Leggende del deserto americano, con il suo continuo sconfinare lungo i campi della storia, del saggio antropologico, dell’inchiesta sociologica e del reportage narrativo, che può capitare di perdere il bandolo dell’enorme matassa che Alex Shoumatoff ha inseguito nel suo viaggio/racconto di una vita. Ci si può smarrire in una delle immense distese del New Mexico, o nei canyon dell’Arizona, o sulle rive del Rio Grànde, il fiume che segna il confine tra Texas e Messico, tra El Paso e la dannata Ciudad Juàrez – ed è uno smarrimento da far girare il capo, ora per la meravigliosa bellezza della natura incontaminata descritta e ora per la brutalità inconcepibile di massacri e scontri di civiltà.

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

È un libro talmente ricco, Leggende del deserto americano, con il suo continuo sconfinare lungo i campi della storia, del saggio antropologico, dell’inchiesta sociologica e del reportage narrativo, che può capitare di perdere il bandolo dell’enorme matassa che Alex Shoumatoff ha inseguito nel suo viaggio/racconto di una vita. Ci si può smarrire in una delle immense distese del New Mexico, o nei canyon dell’Arizona, o sulle rive del Rio Grànde, il fiume che segna il confine tra Texas e Messico, tra El Paso e la dannata Ciudad Juàrez – ed è uno smarrimento da far girare il capo, ora per la meravigliosa bellezza della natura incontaminata descritta e ora per la brutalità inconcepibile di massacri e scontri di civiltà.

Poi, a un certo punto, arriva, quasi casualmente, un passo che se non mette propriamente ordine almeno offre una forte chiave di lettura all’intero libro di Shoumatoff. Il passo in questione arriva a metà libro, più o meno, ed è questo: “Gli studiosi moderni sono inclini a respingere l’opinione secondo cui l’epoca della frontiera sarebbe finita nel 1890, quando l’ufficio censimenti degli Stati Uniti annunciò che la frontiera, in quanto linea di confine, non esisteva più; secondo loro non ha mai smesso di esistere, e la sua caratteristica principale è la violenza”.

Ecco: bisogna pensare a questa terra – il sud ovest americano – come a una zona senza confine, come a una linea astratta che si muove lungo tutta la geografia dell’area, terre capaci di promesse messianiche (la ricerca delle mitologiche sette città di Cibola) e di guerre tra nativi e nuovi conquistatori, o più recentemente tra narcotrafficanti e agenzie governative. O ancora, tra lo sfruttamento indotto dal capitalismo più sfrenato e la resistenza delle popolazioni più povere. Nei viaggi che compongono la sua mappa, Shoumatoff si è imbattuto in una continua lotta tra bene e male – e anche qui, il confine è spesso indefinibile; nelle concezioni dei nativi pueblo, la distinzione non è netta come nella cultura occidentale – nelle tracce lasciate da secoli di culture caoticamente sovrapposte l’una all’altra. Senza dubbio a causa di un confine che non esiste, e per via del coagulo di culture e popolazioni qui concentrate, queste terre hanno ispirato e continuano a ispirare decine e decine di film e romanzi che vanno dal genere popolare al più letterario, storie tutte rintracciabili in Leggende del deserto americano.

Andiamo in ordine sparso, seguendo una miscellanea di eventi storici e fiction: è dalle piste dell’Arizona che sono passati i cowboy ritratti da Hollywood (il primo mito americano, talmente fulgido da portare un attore “che aveva fatto la parte del buono in decine di western”, come ricorda Shoumatoff, a diventare presidente degli Stati Uniti). Qui l’italiano Gian Luigi Bonelli ha piazzato i suoi eroi Tex Willer e Kit Carson. Qui arrivarono, attratti dal miraggio di una vita pura e lontana dal centro di un’impero vissuto come decadente e corrotto, i protagonisti della controcultura americana degli anni Sessanta, da William Burroughs a Gregory Corso. Qui, nella contea di Lincoln, si tenne la sfida tra Billy the Kid e Pat Garrett, e a Tombstone, Arizona, ci fu la sparatoria più famosa del west, quella dell’O.K. Corral. Tutte storie ben note a un certo Bobby Dylan. La leggenda del battaglione di San Patrizio, la brigata di sbandati irlandesi passata dalla parte dei pueblo e cantata dai Chieftains e Ry Cooder, è stata di recente illustrata in un bel fumetto di Andrea Ferraris uscito per Coconino, Churubusco.

Ma ci sono altri rimandi, oltre a quelli direttamente rievocati da Shoumatoff, nascosti nelle pieghe del suo libro. Il Cormac McCarthy (probabilmente il miglior Cormac McCarthy) di Meridiano di sangue: le scorribande colme di violenza del Ragazzo e del giudice Holden, perse tra l’Arizona e il Chihuahua. Una delle sottotrame di Infinite Jest, il comico incontro tra Marathe e Steeply, si svolge su un affioramento con vista su Tucson.

Shoumatoff racconta il desolante panorama delle maquiladoras di Ciudad Juàrez, con la sua successione di stupri e omicidi di giovanissime ragazze raccontato da Roberto Bolaño in 2666. Il Don DeLillo di Underworld passa da queste parti – dove un’artista ridipinge vecchi aerei bombardieri reduci dalla guerra in Vietnam. In definitiva, Leggende del deserto americano (originariamente pubblicato nel 1997) è soprattutto una gigantesca concentrazione di mitologie e storie reali.

“Diciamo semplicemente che il deserto è un impulso”, scriveva De Lillo in Underworld.

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