Binyavanga Wainaina Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/binyavanga-wainaina/ un blog di approfondimento culturale Thu, 18 Jun 2015 17:47:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Binyavanga Wainaina Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/binyavanga-wainaina/ 32 32 La letteratura deve entrare nel paesaggio di chi non legge. Intervista a Dany Laferrière https://minimaetmoralia.it/interviste/la-letteratura-deve-entrare-nel-paesaggio-di-chi-non-legge-intervista-a-dany-laferriere/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-letteratura-deve-entrare-nel-paesaggio-di-chi-non-legge-intervista-a-dany-laferriere/#comments Thu, 18 Jun 2015 12:35:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27381 Questa sera, nell'ambito del Festival Letterature, saranno sul palco di piazza del Campidoglio Dany Laferrière, Concita De Gregorio e Binyavanga Wainaina, con la lettura di testi inediti.  Pubblichiamo un'intervista di Gabriele Santoro a Dany Laferrière : il testo che leggerà s'intitola Sono una macchina da presa.

(fonte immagine)

«Una venditrice, seduta con la schiena contro un muro, davanti una decina di manghi. È il suo lavoro. Per lei niente è cambiato. Questa gente è talmente abituata a procurarsi di che vivere in condizioni difficili che porterà la speranza perfino all'inferno». Dany Laferrière assembla, con la musicalità che gli è propria, in tanti scatti la lacerazione consumata nel tempo di una manciata di secondi. Un evento che non ha frammentato la fierezza del popolo haitiano resistente. Il terremoto, quanto il ritorno da un esilio forzato, rappresentano lo spazio ideale per l'autore, che nella narrazione riesce a costruire un io collettivo.

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Questa sera, nell’ambito del Festival Letterature, saranno sul palco di piazza del Campidoglio Dany Laferrière, Concita De Gregorio e Binyavanga Wainaina, con la lettura di testi inediti.  Pubblichiamo un’intervista di Gabriele Santoro a Dany Laferrière : il testo che leggerà s’intitola Sono una macchina da presa.

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«Una venditrice, seduta con la schiena contro un muro, davanti una decina di manghi. È il suo lavoro. Per lei niente è cambiato. Questa gente è talmente abituata a procurarsi di che vivere in condizioni difficili che porterà la speranza perfino all’inferno». Dany Laferrière assembla, con la musicalità che gli è propria, in tanti scatti la lacerazione consumata nel tempo di una manciata di secondi. Un evento che non ha frammentato la fierezza del popolo haitiano resistente. Il terremoto, quanto il ritorno da un esilio forzato, rappresentano lo spazio ideale per l’autore, che nella narrazione riesce a costruire un io collettivo.

Le case editrici Nottetempo e 66thand2nd hanno appena pubblicato due testi dello scrittore, nato a Port-au-Prince nel 1953 e riparato a Montreal nel 1976, recentemente entrato all’Academie française nel seggio dello scomparso Héctor Bianciotti. Paese senza cappello (Nottetempo, 265 pagine, 16.50 euro, traduzione di Cinzia Poli) è una sponda senza soste fra il paese reale e quello sognato. Da esule, in fuga dalla dittatura Duvalier, al desiderio primitivo di riappropriarsi dello scrivere della propria terra, parlare di Haiti a Haiti: «Sistemo la mia Remington in questo quartiere popolare, in mezzo alla folla sudata. Folla urlante. E dire che questa continua cacofonia, questo disordine permanente negli ultimi anni mi sono mancati». Una scrittura a cielo aperto che si alimenta della vita. Tutto si muove intorno a me (66thand2nd, 133 pagine, 16 euro, traduzione di Giuseppe Girimonti Greco e Francesca Scala) è qualcosa di più e soprattutto diverso dalla cronaca della scossa tragica che il 12 gennaio 2010 uccise circa trecentomila persone, deturpando il volto di Port-au-Prince.

Laferrière è a Roma, dove stasera alle 21 interverrà al Festival Internazionale Letterature leggendo un bellissimo inedito, dal titolo Sono una macchina da presa. A fargli compagnia sul palco Binyavanga Wainaina e Concita De Gregorio, con la colonna sonora della kora di Madya Diebatè e delle percussioni di Vittorino Naso.

Dignità è una parola antica, alla quale lei fa sovente ricorso, sottraendola alla funzione passiva, consolatoria, del nostro tempo. Che cos’è la dignità ad Haiti?

«È la parola più diffusa nella resistenza di un popolo indomito. Si resta impressionati dalla serenità, dalla forza e dalla dignità attiva delle persone. La vita si impone col suo ritmo, malgrado nell’ultimo mezzo secolo non abbia risparmiato dittature ereditarie, colpi di Stato militari, cicloni e inondazioni devastanti. Gente dignitosa che sopporta il dolore con tanta grazia. Gioia e sofferenza che trasformano in canto e danza. Un nostro proverbio recita così: “Un haitiano forse non ti offrirà da mangiare, ma sarà sempre disposto a parlarti”».

 È ormai radicata una certa letteratura critica sull’industria internazionale dell’aiuto umanitario. Quale segno ha lasciato nell’isola?

«Innanzitutto bisognerebbe affrontare l’argomento con serietà, senza generalizzare. C’è chi svolge bene il proprio mestiere. Il problema principale è che spesso chi dirige le Ong è distante dal terreno d’azione. Stabiliscono regole strette che impediscono quasi il contatto tra il proprio personale e la popolazione. La premessa dell’aiuto sta nella condivisione. Non si può pretendere di aiutare qualcuno che non conosci. Non si può aiutare, quando si prova diffidenza. Qualora si ritenga che non sussistano condizioni di sicurezza, ostative all’incontro con l’altro, l’intervento perde di significato. Chi dirige deve stare sul campo, e non limitarsi alla lettura dei rapporti redatti. Ricevo spesso la domanda: “A chi dobbiamo inviare soldi, senza correre il rischio che vengano sperperati?” Rispondo di verificare in prima persona. Usate quei soldi per acquistare un biglietto aereo. Fate l’esperienza che vi trasformerà. Non illudetevi di cambiare la vita delle persone, rinunciando allo scambio umano, emotivo».

A chi giova la logica della stampella internazionale?

«Gli haitiani sono rimasti sorpresi della reazione provocata dal terremoto nel resto mondo ed emozionati per l’empatia globalizzata. Il governo spinge per l’assistenzialismo dall’estero. Abbiamo sempre saputo vivere con poco e siamo ben consapevoli che per ogni aiuto c’è qualcosa da corrispondere. Nulla è gratuito. L’idea di Haiti mendicante è funzionale ai disegni delle élites politiche ed economiche. Gli haitiani sono sopravvissuti, perché non si sono mai aspettati di essere aiutati. Questo Paese già dopo quattro mesi, tifando in modo forsennato e gioioso Brasile ai Mondiali, ha mostrato la struttura individuale che regge all’impatto. Per la ricostruzione materiale serviranno almeno trent’anni, nel migliore dei casi. Il tempo di un’altra generazione dopo quella che ha resistito alla dittatura. Ognuno dovrebbe avere il diritto di dire la sua sul tipo di città in cui vorrebbe vivere. Dovrebbe avere il diritto di partecipare all’elaborazione del progetto della nuova città. E immaginare una nuova città che ci costringa a entrare in una nuova vita».

La storia dell’indipendenza di Haiti, agli albori dell’Ottocento, è un simbolo di redenzione assai significativo. Incarnò una sfida radicale al colonialismo, alla schiavitù e al razzismo, e aveva il carattere di una rivoluzione sociale. Resiste quella traccia?

«Resta che quella è la vicenda fondante dell’identità haitiana. In Occidente ascolto spesso dibattiti sulla problematica ricerca di un’identità, che in taluni paesi è divenuta questione politica. Ad Haiti invece l’identità è ben marcata, anche troppo. La gente è affamata, si dibatte nell’estrema povertà, ma pensa che può rivoluzionare il Paese. Pensa che il proprio figlio possa divenire presidente. Oggi in Francia il figlio di un operaio farà l’operaio. Non che questo sia disonorevole. Ma c’è una cultura che dice al figlio di essere fiero di percorrere le strade del padre. In Francia non si ritiene più credibile la mobilità sociale. Haiti permane globalmente politicizzata, perché la lotta coinvolse tutte le zone dell’isola. Gli schiavi erano ovunque. La mia infanzia è stata cullata dalle storie di schiavi che non avevano altre armi se non il loro desiderio di libertà e un folle coraggio. Non è come quando si espugna e rivolta solo il centro politico nella capitale. Alla periferia del cuore politico statunitense potrete incontrare cittadini che discorrono di agricoltura e commentano delle tasse da versare a Washington. Nelle campagne di Haiti sentirete accalorarsi per la sorte dell’Iraq e della Palestina. Sbalordisce la generale politicizzazione della società haitiana, che è dovuta alla partecipazione di massa alla battaglia per l’indipendenza».

Lei restituisce questa realtà con l’immagine letteraria della reazione popolare alla notizia del crollo del palazzo presidenziale.

«Ciò ha costituito una rottura con la concezione propria della sinistra internazionale, che associava quella caduta alla fine dell’epicentro della corruzione. Di quel luogo invece gli haitiani hanno sempre preservato il senso dell’istituzione, che hanno nutrito perché conquistata con l’indipendenza. Non hanno fatto confusione fra gli uomini e le istituzioni, perché non intendevano semplicemente essere uomini liberi, bensì cittadini. Anche sulle macerie materiali e morali di quel palazzo, crollato durante il sisma, l’hanno identificato quale ancoraggio dell’esigenza di cittadinanza. Non c’è minuto in cui abbiano smesso di sognare un giorno senza corruzione, lo Stato immaginato dai padri».

La tragedia del terremoto ha acceso il sentimento nazionalistico?

«No, forse alla radio e nei discorsi televisivi. Nelle ore successive al sisma ha prevalso la solidarietà umana, un sentimento di fraternità. Per una volta in questa città (Port-au-Prince) irta di barriere sociali, tutti hanno circolato alla stessa velocità. Nei quartieri ho visto i poveri, ai quali sfuggiamo sfrecciando in macchina, accogliere il dolore degli altri, di una madre benestante che aveva appena perso la propria creatura».

È possibile descrivere il linguaggio di un terremoto?

«Il linguaggio si riduce all’essenziale. Poi quel silenzio indimenticabile. Sdraiati sul suolo, sentiamo nella nostra fibra più intima ogni sussulto della terra. Siamo tutt’uno con lei. Non è possibile prendere le distanze da un momento eternamente presente. Nei dieci secondi del terremoto non ero il prodotto di nessuna cultura. Sono stati i dieci secondi più preziosi della mia vita. Il cemento che si oppone viene frantumato, i fiori più fragili dondolano e sopravvivono. Il romanzo è stato già scritto dalla natura».

Spiccano le figure femminili della sua famiglia. Sembrano personaggi per lei irrinunciabili. La letteratura come intimità tradotta in parole. Non ha ipotecato lo spazio letterario all’esilio, alla dittatura subita. In che modo convivono nei suoi libri pubblico e privato? È un suo compito ricucire la distanza tra il paese reale e quello sognato?

«Sì, ciò è molto bello. È vero che esiste un paese collettivo e poi l’individuo, l’io. Tuttavia credo che l’io scrittore sia un essere collettivo. Lei ha trovato una bella metafora nel legare questo spazio intimo a quello pubblico. Può darsi che sia nella mia natura haitiana la ricerca costante di uno spazio riservato alle cose interiori, che poi nutriranno i libri rivolti al mondo esterno. Soltanto la scrittura o la lettura possono rendere il mondo circostante più tangibile o cancellarlo. Quando si proviene da una nazione secondaria sullo scacchiere internazionale, stiate sicuri che non vi lasceranno mai parlare di letteratura. Hanno tutti una curiosità, che oscilla fra la circostanza disinteressata e la morbosità, sull’attualità politica, economica delle persone. Una battaglia, dalla quale temo non usciremo mai, per evadere dalla nostra riserva. Haiti dovrebbe diventare una superpotenza».

S’interroga sui metodi dell’osservazione, che traspare vivida nei suoi testi come l’urgenza del modo di concepire il mestiere dello scrittore. L’intervento che terrà stasera è eloquente in tal senso. Lei è una macchina da presa?

«Ho scritto senza sapere di scrivere un libro, durante il terremoto di Port-au-Prince. Troppo spesso cerchiamo di scrivere invece di consentire agli eventi di imprimersi sulla retina dei nostri occhi o scorrerci nelle vene. La mia vita di uomo divora la mia vita di scrittore. Ritengo che l’osservazione per me determinante risalga all’infanzia, quando mi sedevo accanto a mia nonna mentre sorseggiava il caffè e l’offriva ai passanti sulla strada. C’è un unico modo per trovare pace: far affiorare dall’infanzia più profonda il volto sorridente di mia nonna. L’osservazione contiene tutte le arti. Questa osservazione mi ha permesso di scrivere e intendere la scrittura come un’arte totale. A tal proposito ricordo un passaggio di Hemingway. Sosteneva che la gente leggesse molto i giornali. E sarebbe stato interessante creare un libro che assomigliasse a un articolo di giornale senza svanire nel tempo. Qualcosa che la gente possa leggere e rileggere. Mi attrae sempre l’idea di toccare tutti con uno stile primitivo, essenziale, prossimo al giornalismo che dura».

Qual è l’orizzonte della letteratura?

«La letteratura deve trovare nuovi lettori ed entrare nel paesaggio di chi non legge mai. E lo si può realizzare, facendo sapere loro che dentro ai libri ci sono anche le loro vite da andare a cercare».

Perché sostiene che la cultura sia l’unica cosa che Haiti abbia prodotto?

«Non si tratta di una cultura necessariamente insegnabile. I nostri migliori scrittori sono dei narratori notturni. La nostra scrittura scaturisce anche da quella oralità. Gli haitiani possono essere analfabeti e al contempo acculturati. L’Haitian Vodou è complesso e come religione richiede una ginnastica intellettuale enorme. Malgrado tutto la nostra cultura popolare è ricchissima, basta fare riferimento all’inestimabile patrimonio poetico dei proverbi, che si abbina a quella officiale. L’unica sovvenzione sotto il regime dei Duvalier consisteva nel riuscire a non farsi incarcerare. Da poco tempo è stato istituito un ministero culturale, ma questa è un’altra storia».

Quanto conta la musicalità nella sua scrittura?

«Nessuno può insegnarti a scrivere una frase che suoni bene. È scrivendo che si impara a scrivere. Ci sono due aspetti fondamentali che non bisogna mai perdere di vista: la musica e il ritmo. Non si può rendere la scrittura una sorta di elucubrazione intellettuale, perché nella vita tutto è ritmo. Oggigiorno mi sembra tutto decisamente troppo inquadrato. Non si balla abbastanza. Mi piace sentire che dietro al libro c’è qualcuno. Per arrivarci non basta il talento, ci vuole carattere. Conservare la spontaneità che ne costituisce il vero fascino. Nella quotidianità bisognerebbe tradurre la musica che esiste nella cultura popolare, ossessionata dalla bellezza del ritmo e dall’emozione propria dei grandi poeti. Una poesia dovrebbe riprendere i canti e i movimenti dei contadini durante la semina del riso: Tre foglie/tre radici oh/colui che getta, dimentica/colui che raccoglie, ricorda. Quando si perde il ritmo evapora l’energia vitale di un testo. La ricerca del contagio della bellezza, che non ha nulla a che fare con l’aristocrazia, è il cuore della mia attività. Nel Vodou ci sono dei canti così belli, rapidi e vitali che darei tutti i miei libri per uno di essi. Nella letteratura francese tale ritmo e sonorità è riscontrabile solo in François Villon».

Qual è stata la prima reazione alla notizia dell’ingresso all’Academie française?

«Non ho percepito emozioni particolari, poiché appreso il fatto, Haiti mi ha rubato l’emozione. Persino mia madre, che non si interessa di questi argomenti, mi ha detto: “Deve essere un affare grosso, no?” Haiti aspetta tutti i giorni notizie del genere, lo ritiene normale. Si sogna, non importa di cosa. All’aeroporto parigino Charles De Gaulle ho incontrato un congolese, che mi ha strappato un sorriso: “Sappi, fratello mio, che noi africani sogniamo tutti di divenire presidenti, mai accademici!” L’emozione vera è stata tornare in incognito a Petit Goâve, dove sono cresciuto. Subito hanno scoperto però della mia presenza. Si è presentato un dodicenne, cominciando a recitare un elenco di nomi. Quando ha pronunciato Montesquieu, ho compreso che aveva imparato a memoria la lista di quelli che avevano occupato la sedia numero due all’Academie. “Dany Laferrière da Petit Goâve”, ha aggiunto. In quel momento sono stato nominato ufficialmente all’Academie».

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Generazione afropolitan https://minimaetmoralia.it/libri/generazione-afropolitan/ https://minimaetmoralia.it/libri/generazione-afropolitan/#comments Sat, 06 Sep 2014 05:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23080 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.
“Perché non ti sembro africana?”, dice uno dei personaggi del nuovo romanzo di Chimananda Ngozi Adichie, la più celebre e amata autrice nigeriana della sua generazione, almeno in Occidente. “Perché hai una camicetta troppo stretta”, commenta la sua interlocutrice. “Credevo che venissi da Trinidad o un posto del genere. Devi fare attenzione, o l’America ti corromperà”.

A dir poco complicato, per noi occidentali, capire la confusione identitaria di chi ha lasciato l’Africa per gli Stati Uniti o l’Europa, ma che in Africa continua a tornarci, continua a scriverne e a considerarla in qualche modo “casa”. Tale il disorientamento e l’assenza di terminologia per gli artisti cresciuti a cavallo di queste due culture - tra antichissime tradizioni e jeans aderenti, tra la voglia irrefrenabile di scappare da un paese corrotto e disfunzionale e il desiderio inequivocabile di tornare in un continente in crescita economica e culturale - che sono nati addirittura alcuni neologismi.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Nella foto: Tayie Selasi. Fonte)

“Perché non ti sembro africana?”, dice uno dei personaggi del nuovo romanzo di Chimananda Ngozi Adichie, la più celebre e amata autrice nigeriana della sua generazione, almeno in Occidente. “Perché hai una camicetta troppo stretta”, commenta la sua interlocutrice. “Credevo che venissi da Trinidad o un posto del genere. Devi fare attenzione, o l’America ti corromperà”.

A dir poco complicato, per noi occidentali, capire la confusione identitaria di chi ha lasciato l’Africa per gli Stati Uniti o l’Europa, ma che in Africa continua a tornarci, continua a scriverne e a considerarla in qualche modo “casa”. Tale il disorientamento e l’assenza di terminologia per gli artisti cresciuti a cavallo di queste due culture – tra antichissime tradizioni e jeans aderenti, tra la voglia irrefrenabile di scappare da un paese corrotto e disfunzionale e il desiderio inequivocabile di tornare in un continente in crescita economica e culturale – che sono nati addirittura alcuni neologismi.

“Americanah” è il titolo del nuovo libro della Adichie e americanah è definita la protagonista Ifemelu, una ragazza nigeriana che, dopo lunghi anni di studi a Princeton e una improvvisa fama come blogger di “african lifestyle”, prima di tornare in Nigeria dopo 15 anni di assenza va a farsi fare le treccine afro da una parrucchiera senegalese. Per non sembrare troppo yankee. Afropolitan è il termine oggi molto in voga, coniato dalla scrittrice Taiye Selasi nel 2005 in un articolo intitolato “Bye Bye Barbar”, divenuto poi una sorta di manifesto per gli africani cosmopoliti che in quel testo si sono ritrovati. Taiye Selasi, autrice trentaquatrenne di un libro magnifico, “La bellezza delle cose fragili” (Einaudi), e volto noto in Italia per la sua partecipazione al talent show letterario “Masterpiece” in veste giudice, scriveva così, quasi dieci anni fa: “Loro – cioè, noi – siamo afropolitani, la nuovissima generazione di emigranti africani, che stanno per arrivare o sono già stati presi da uno studio legale, un laboratorio chimico, un locale jazz, una banca di credito nei pressi di casa tua. Siamo afropolitan: non cittadini, ma africani del mondo”.

Da quando Tayie Selasi – che ora vive tra Londra, Roma e l’Olanda, ma ogni tanto torna in Ghana dove è in parte cresciuta  – inventò questo termine, “afropolitan” è stato giornalisticamente abusato e privato del suo senso originario e di recente anche molto contestato da vari intellettuali. A partire da Binyavanga Wainaina, scrittore kenyota che ha dichiarato di non sentirsi in nessun modo afropolitan, ma al contrario “panafricanista”. Anche Alain Mabanckou, autore de “Le luci di Pointe Noire” (66theand2nd) – un racconto teso e intimo del suo ritorno in Congo dopo 23 anni di assenza –  ha detto che è “un pericolo incasellare gli scrittori dentro delle categorie”. Secondo Mabanckou, che insegna letteratura francofona in America, “la globalizzazione non è un fenomeno dei tempi recenti, anche nei romanzi africani dell’epoca coloniale si trattava il tema dell’incontro tra culture: l’Europa e l’Africa, o l’America”.

Come ha fatto notare Emma Dabiri sulla rivista online “Africa is a Country” se oggi si cerca Google il termine “afropolitan” escono quasi esclusivamente siti di shopping oline o riviste di moda lussuose. “Per me l’afropolitanesimo è troppo educato, troppo corporate, troppo patinato”, chiosa la Dabiri. Perfino Minna Salami, autrice del blog “Ms Afropolitan”, ha ammesso che l’afropolitanesimo “potrebbe prendere la deriva della mercificazione della cultura africana”. L’accusa principale fatta al fenomeno è quella di dimenticare la ricchezza culturale africana e produrre opere che non sono altro che versioni africane di quelle americane ed europee. Taiye Selasi in particolare è stata attaccata per la sua visione dell’Africa “Instagram-friendly” e per essersi rivolta solo a una classe di africani benestanti e apolidi.

“Tutte le parole che usiamo per penetrare nella giungla intricata dell’identità personale – “hipster”, “internazionalista”, “pan-africanista” – includono o escludono qualcosa”, dice Taiye Selasi a “Pagina99”. “In realtà è solo un esercizio di demarcazione, di disaggregazione di una parte dal tutto. Più interessante è la questione economica. Quando si parla di middle class africana, le critiche sono inevitabili. Non si sa cosa sia peggio: le madornali ingiustizie economiche? l’insidiosa influenza dell’Occidente? i processi ostici per aver i visti? l’insufficiente mobilitazione politica? C’è di tutto. Lo vedo. È sotto i miei occhi. E ho molte cose da dire a questo proposito. Datemi il tempo”, dice accennando un sorriso. “E in ogni caso il fatto che il termine afropolitan sia stato via via frainteso non mi interessa più di tanto. Come scrittori siamo obbligati a far uscire le nostre parole, lasciare che se la sfanghino da sole per il mondo. Io mi limito a descrivere quello che vedo. Il resto, i dibattiti, le etichette, la politica, le lascio ai professionisti”.

Tra i “professionisti” abbiamo interrogato Minna Salami, padre nigeriano e madre finlandese, blogger di “Ms Afropolitan”: “L’afropolitanesimo è per natura connesso alla vita urbana e alle differenze di classi, e questo è il fattore più critico e destabilizzante per gli africani. Del resto il paradosso è che l’afropolitanesimo offre anche un linguaggio con il quale si può discutere in modo critico proprio quei problemi e quelle ineguaglianze, un linguaggio per la nuova decolonizzazione, proprio grazie alle sue connessioni con la tecnologia, l’architettura, la cultura l’arte”, continua la Salami. “Non direi che gli scrittori afropolitani siano gli unici oggi in Africa, e nemmeno che abbia un senso chiamarli così – non so nemmeno se oggi ha senso dire “letteratura africana” – ma direi piuttosto che molti autori contemporanei affrontano di petto alcuni temi cari all’afropolitanesimo”.

Innegabilmente, le storie che più amiamo (o forse le uniche che arrivano in Occidente?) sono quelle scritte da autori che hanno studiato in America o in Francia e hanno raccontato la loro Africa con una giusta distanza, anche stilistica e narrativa. E immergendosi nella lettura di questi nuovi autori africani o biculturali o afropolitan che dir si voglia – Chimananda Ngozi Adichie, NoViolet Bulaywo, Teju Cole, Scholastique Mukasonga, Alain Mabanckou, Dinaw Mengestu, la stessa Tayie Selasi – si coglie senza dubbio lo spaesamento, la novità, il dolore, l’entusiasmo della Nuova Africa. Senza mai cadere nell’esotismo o nell’etnicismo, questi giovani autori scrivono di storie di rottura, e lo fanno con tecniche raffinate (forse imparate in qualche college statunitense?).

Prendiamo un’autrice come NoViolet Bulaywo, classe 1981, nata e cresciuta in Zimbabwe, un paese ai margini della crescita economica. “Abbiamo bisogno di nuovi nomi” (Bompiani) è un romanzo sconvolgente per stile e contenuti: la storia di un gruppo di bambini di 10 anni che si aggirano per le strade dei sobborghi di una grande città, in cerca di cibo. Una delle bambine è incinta, e i suoi amici l’ha accompagnano ad abortire. Nella seconda parte del libro la ragazzina narratrice si trasferisce in Michigan da una zia per studiare, ma non sarà tanto facile nemmeno lì. Nel romanzo a un certo punto arriva un volontario di una ONG che incontra il gruppo dei ragazzini: “E quando ci hanno chiesto da dove venivamo, ci siamo scambiati occhiate e abbiamo sorriso con la timidezza di spose bambine. Ci hanno detto: Africa? Abbiamo fatto segno di sì con la testa. Quale zona dell’Africa? Abbiamo sorriso. Quella zona dell’Africa in cui gli avvoltoi aspettano che i bambini affamati muoiano? Abbiamo sorriso. In cui l’aspettativa di vita è trentacinque anni? Abbiamo sorriso. Dove i dissidenti ficcano kalashnikov tra le gambe delle donne? Abbiamo sorriso. Dove la gente va in giro nuda? Abbiamo sorriso. La zona in cui si sono massacrati a vicenda? Abbiamo sorriso. Dove il vecchio presidente ha truccato le elezioni e la gente è stata torturata, uccisa, in gran parte messa in prigione, dove la gente muore di colera… Oddio, sì, l’abbiamo visto il vostro paese. Era in tv”.

L’Africa che si vede in tv è molto diversa anche dall’Africa raccontata da Teju Cole, nigeriano e americano. Dopo il celebrato esordio “Città aperta”, una specie di sebaldiana passeggiata di un giovane psichiatra nigeriano a New York, Cole ci racconta un altro viaggio, questa volta a Lagos, la capitale economica della Nigeria. A tornare in Africa è di nuovo un giovane medico, che, come l’autore, è cresciuto e ha studiato negli Stati Uniti ed è tornato per indagare “su cosa mi mancava davvero tutte le volte che avevo nostalgia di casa”. La scrittura di Cole è implacabile. Il suo sguardo è ironico, disilluso, affettuoso. La sua città, dopo 15 anni, è cambiata ma è pur sempre corrotta e piena di contrasti. Lo stesso narratore si contraddice, in un certo senso: prima afferma che Lagos è un posto stupefacente, meraviglioso, pieno di dettagli vividi, anche violenti, ma perfetti per uno scrittore.

Altro che i tranquilli sobborghi statunitensi, commenta Cole: “Se John Updike fosse stato africano, avrebbe vinto il Nobel vent’anni fa. Sono convinto che il suo materiale lo ostacolava”. Poi però si rende conto che non ci tornerebbe mai a vivere: “La Nigeria è un ambiente ostile per la vita della mente”. E pensare che, scrive Cole, esiste addirittura un termine yoruba, tokunbo, che letteralmente significa “da oltre i mari” e che viene dato, con una lieve connotazione peggiorativa, a quelle persone che sono nate all’estero e poi tornate a casa. Forse bastava chiamarli così gli africani della Diaspora. Da oltre i mari.

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