Bioy Casares Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bioy-casares/ un blog di approfondimento culturale Sun, 02 Aug 2020 18:03:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Bioy Casares Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bioy-casares/ 32 32 Populismo Borges https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/populismo-borges/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/populismo-borges/#comments Mon, 03 Aug 2020 06:00:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43901 di Andrea Meregalli

Tra le semplificazioni attorno al nome di Borges, quella che più mi disturba e al contempo interessa è relativa alla sua presunta esclusività. Quando si dice Borges si intende lo scrittore per pochi. Il cerebrale, intellettuale, mentale Borges. Lo scrittore per gli scrittori, per gli uomini – ovviamente uomini – di cultura, per i professoroni (cit.), per gli acculturati, per i borghesi con il vizio dell’ipercorrezione (cit.), per i vincenti e altre cazzate simili.

Mi disturba perché leggendo Borges da vicino e ormai da un po’ mi sembra che la sua opera vada addirittura nella direzione opposta e che Borges abbia sofferto questa posizione decentrata, poco sociale e pochissimo popolare.

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di Andrea Meregalli

Tra le semplificazioni attorno al nome di Borges, quella che più mi disturba e al contempo interessa è relativa alla sua presunta esclusività. Quando si dice Borges si intende lo scrittore per pochi. Il cerebrale, intellettuale, mentale Borges. Lo scrittore per gli scrittori, per gli uomini – ovviamente uomini – di cultura, per i professoroni (cit.), per gli acculturati, per i borghesi con il vizio dell’ipercorrezione (cit.), per i vincenti e altre cazzate simili.

Mi disturba perché leggendo Borges da vicino e ormai da un po’ mi sembra che la sua opera vada addirittura nella direzione opposta e che Borges abbia sofferto questa posizione decentrata, poco sociale e pochissimo popolare. E che ora sia sventolato da gente tipo Alessandro Meluzzi oppure Matteo Renzi in rappresentanza di soggetti sovraesposti – rappresentanza che probabilmente anelava tanto quanto respingeva – mi sembra ingiusto.

C’è questa intervista in italiano dove, in maniera patetica oppure tenera, dice che si innamora tutti i giorni, pure adesso, dice, a ottant’anni suonati. Ecco, questo era Borges.
Oppure se pensiamo ai suoi trenta, quarant’anni; quanto deve averlo tormentato l’amicizia, la vicinanza con Bioy Casares, un uomo che si portava a letto una donna sposata nell’incedere di un pomeriggio, a Parigi?
Jorge, una cosa tira l’altra. Voglio dire, sai com’è. Certo, Bioy, figurati se non lo so.

L’affascinante e atletico Bioy Casares, il tennista, perfettamente a suo agio con l’altro sesso, lo stesso Bioy a cui Borges fa dire nel racconto con cui inaugura di fatto la propria carriera – il primo racconto del suo primo libro di racconti – che “gli specchi e la copula sono abominevoli”.
Sembra la sottile vendetta da niente dell’amico introverso e con serissimi problemi di vista, Borges Jorge Luis.

E mi interessa perché dimostra come utilizziamo e consideriamo la cultura. Citare Borges esibendolo come fosse una patente, per dimostrare qualcosa, per assumere una posizione. Del tipo: sai, leggo Borges. Del resto, il mio titolo di studio attesta come mi sia concesso trattare taluni argomenti.
È forse l’ennesimo capovolgimento di fine e mezzi e la perfetta rappresentazione del XXI secolo in cui non aspettiamo altro che seguire indefessamente qualcuno che sia titolato a pensare per noi oppure che un nostro titolo ci preceda, parli o pensi per noi.

Ma Borges non era questa cosa qui. Non avrebbe messo delle foto con sguardo truce sui social network postando tutti gli articoli che parlavano del suo libro o le classifiche di vendita di Finzioni, altro cortocircuito di senso strettamente apparentato a quello di cui sopra. Non sei (necessariamente) bravo perché hai studiato. Non sei (necessariamente) bravo perché hai venduto.

Borges voleva essere populista senza essere popolare. Era un introverso che scriveva libri. Era nerd per davvero. Era una cosa e accettava di non essere il suo opposto. Era forse la sua unica forma di radicalismo; Borges, l’antiradicale se ne esiste uno.
Al di là di tutto il “filone gaucho”, praticamente metà della sua proposta narrativa, e del suo ultralocalismo, anche nei racconti per così dire cosmopoliti o come piace dire a me facendo inorridire un po’ gli amici che si parlano addosso utilizzando un linguaggio affettato ed escludente per farsi capire solo da sé stessi e dai loro sodali, di finzione scientifica – del resto Borges è un boss dello sci-fi e il suo nome dovrebbe comparire accanto a quello dei vari Poe, Le Guin, Clarke, Dick, Ballard o Chiang quando parliamo di sci-fi e affini– Borges assegna l’elemento fantastico attorno al quale muove lo stupore sempre o quasi all’uomo della strada, al tizio ordinario, periferico, anonimo, subalterno, sconfitto oppure banale quando non stupido. Normale: quello che Borges – chissà – avrebbe voluto essere. Un tizio da niente, che si gode l’esistenza.

Se leggiamo Borges ci accorgiamo che la cosiddetta narrativa colta di Borges è anche una presa di coscienza dell’inferiorità della speculazione dinnanzi all’azione. La subordinazione del libro davanti alla vita. Certo, è solo una delle chiavi di lettura di un’opera-bussola, che ha prefigurato molto, ma esiste ed è bella grossa per non cominciare a farci i conti sul serio.

Lo Zahir e L’Aleph

Accoppio questi due racconti perché hanno una struttura simile.
In entrambi muore una donna che non ricambia le attenzioni di Borges (che strano) e di cui Borges è innamorato (che strano) e in entrambi i racconti lo stesso Borges è uno dei protagonisti.
Nello Zahir, Borges ci spiega che cos’è un ossimoro. Ovvero l’applicazione a una parola di un epiteto che sembra contraddirla. Introduce il suo ingresso in una mescita dopo essere stato alla veglia per Teodelina Villar, come una “specie di ossimoro”. Dall’ultimo saluto alla mondana e aristocratica Teodelina – ortodossa nei confronti della moda come i fedeli di Confucio e gli osservanti del Talmud lo sono rispetto alle spiritualità cinesi ed ebree (un passaggio davvero memorabile) – all’ambiente popolare di una mescita dove alcuni uomini giocano al Trucco. È lì che Borges ordina un’aranciata (sic.) e nel resto gli rifilano lo Zahir, “una moneta comune, da venti centesimi”. Lo Zahir, l’oggetto magico, è una moneta che vale poco, tagliata e graffiata. E ce l’aveva una mescita, più un “bar-tabacchi-Campari-col-bianco”, come immagine, che un’enoteca dove fare l’aperitivo al calice.

Da lì partono oppure proseguono altre letture e altri racconti, ma a noi interessa capire dove Borges colloca lo Zahir, il fantastico. (Lo Zahir è una tigre, un cieco islamico lapidato, un astrolabio gettato in mare, una piccola bussola, una vena nel marmo di una moschea, il fondo di un pozzo in un ghetto).

Nell’Aleph, invece, il fantastico è situato nella cantina di una villa. Un ambiente diverso, non fosse che la villa è di Argentino Daneri, il cugino che si trombava Beatriz Viterbo (la morta) e che è uno scrittore iperborghese, istruito, moderno, arrivista e pedante che sembra prefigurare la schiera degli esibitori di Borges del XXI secolo. Borges lo descrive come una sorta di povero coglione; “tanto inette mi parvero quelle idee, così pomposa e vana la loro esposizione, che le posi immediatamente in relazione alla letteratura”. Dando così agio allo splendido e micidiale apparentamento “ostentazione-coglioneria” attraverso il quale ha bullizzato spesso e con gaudio.

Daneri voleva mettere in versi “la rotondità del pianeta”, nientemeno. Perché è suo, l’Aleph; “il luogo in cui si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli”, il punto in cui convergono tutti gli spazi e tutti i tempi. “È mio, è mio; lo scoprii da bambino, prima che andassi a scuola”. Gnegnegne.
Il fantastico è in uso a un tizio da niente, insomma; un tizio che occupa lo stesso spazio di Borges, la cultura, ma la interpreta in maniera opposta: un autore banale, mnemonico, machiavellico, superficiale e come se non bastasse capace di portarsi a letto sua cugina.

La scrittura del dio

Questo racconto, che forse ha popolato i sogni di Ted Chiang e del suo enorme Storie della tua vita, di cui sembra un prodromo, racconta la vicenda di “Tzinacàn, mago della piramide di Qaholom, che Pedro de Alvarado incendiò”; a parlare, cioè, è un messicano precolombiano prima della cancellazione della sua cultura.
Qaholom è una parola in lingua k’iche’, idioma mesoamericano che fa parte del gruppo delle lingue maya, significa “padre” e si riferisce a uno spirito primario che precedette la creazione del mondo. Secondo il concetto Quiché di spiritualità binaria, Qaholom era accompagnato da Alom (“per dare alla luce”), la Grande Madre. Nonostante non sembrino attestate piramidi di Qaholom al tempo della conquista del Messico, le piramidi erano di certo un’architettura standard delle culture Maya e Azteca.

Ed ecco un altro classico borgesiano: l’interpolazione. Borges sembra inserire un elemento possibile all’interno di un riferimento storico verificabile e dunque vero. Una piccola finzione all’interno di una verità, che piega il concetto dall’interno, facendolo diventare altro: qualcosa di non del tutto vero, qualcosa di non del tutto falso.
Borges negli anni Cinquanta ci stava già insegnando a uscire dalla dicotomia vero/falso per andare verso la più utile dicotomia possibile/impossibile, concetto che oggi determina la comunicazione convulsa e centrifuga che ci gira attorno. Ma è un altro discorso.
Torniamo a Tzinacàn, che decifra un messaggio divino, una scrittura divina, sul manto di un giaguaro con il quale condivide una carcere “profondo e di pietra”.

Dice Tzinacàn che si tratta di “una formula di quattordici parole casuali (che sembrano casuali)” e che “mi basterebbe pronunciarla ad alta voce per essere onnipotente”. Spoiler: non lo farà.
Ma è comunque lui ad avere avuto accesso al fantastico: Tzinacàn che si avvia all’estinzione, sconfitto dalla forza degli europei (gli stessi che genereranno via genocidio gli statunitensi che oggi determinano l’occidente e praticamente tutto quello che facciamo o guardiamo), un perdente nel senso letterale di un tizio che ha perso, condannato per sempre all’oblio.

Funes

Un argomento super sci-fi o come dicono quelli che hanno fatto l’Erasmus in Grecia, un topos della fantascienza, è ovviamente l’alterazione della memoria. L’abbiamo letta e vista in tutte le salse. Ci piace. In Borges ad averne le chiavi è “uno Zarathustra selvatico e vernacolare” e credo che in questo caso il nostro Georgie non potesse essere più esplicito di così. Ancora una volta l’accesso al fantastico è roba per tizi come Ireneo Funes (nome di gatto bellissimo, casomai), cioè un ragazzo “celebre per alcune stranezze, come quella di non frequentare nessuno e di saper sempre l’ora come un orologio. […] era figlio d’una stiratrice del paese, María Clementina Funes, e [che] suo padre, secondo alcuni, era un inglese O’Connor, medico agli stabilimenti; secondo altri, un ranchero del distretto del Salto. Viveva con sua madre in una fattoria dietro la villa dei Lauri”.
Funes, dotato di una memoria oltreumana, è dunque un giovane paesano solitario, figlio bastardo di una domestica, di lì a breve pure invalido (spolier), un ottimo esempio di subalternità sociale in salsa Borges.

Le rovine circolari

Comincia con uno sbarco. Il protagonista, destinato a diventare una divinità con ampio accesso al fantastico, possiamo definirlo una sorta di rifugiato e pure vagabondo. Occupa un recinto circolare “ciò che resta d’un tempio che antichi incendi divorarono, cui profanò la vegetazione delle paludi, e il cui dio non riceve più onori dagli uomini”. Vive delle offerte degli indigeni, che lo temono e lo tributano in maniera eguale. In realtà è un mago. Un mago che preannuncia la sintesi tra pensiero positivo e chaosmagic con la quale l’alt right ha vinto le ultime elezioni presidenziali negli Stati Uniti, arrivando a fare eleggere un uomo come Trump alla Casa Bianca. Ma non divaghiamo.

In questo racconto Borges torna apertamente a parlare di magia, insomma. Della “sorella falsa della scienza”, come diceva qualcuno, la cifra ultima per dimostrare arretratezza nei popoli non europei; popoli da civilizzare e colonizzare. La magia come credenza degenerata e inferiore, simbolo di alterità; perfetto tema per un racconto di Borges che ci permette di guardare un ministro magico da molto, molto vicino. Ancora una volta il dito di Borges non punta in alto, ma in basso. O meglio: punta in alto, ma noi siamo a testa in giù.
Borges non ci fa guardare uno scienziato, da vicino. Borges del resto non è la televisione.

Tlön, Uqbar, Orbis Tertius

In Tlön, Uqbar, Orbis Tertius il primo elemento fantastico compare all’interno di un libro. Ma non in un libro qualsiasi: in un’enciclopedia. Una forma compendio, sunto, bigino che piaceva enormemente a Borges. L’enciclopedia è un sistema di cognizioni flash, essenziali, semplificate attraverso il filtro della competenza al fine di risultare accessibili a un vasto pubblico. L’enciclopedia è una pubblicazione che mira alla vastità. È dunque il contrario di un oggetto elitario. Ed è ancora una volta all’interno di questi ambienti che Borges colloca il fantastico.

Più avanti, quando il fantastico comincia a bucare la realtà, in quello che è un racconto che potrebbe bastare a un lettore per tutta la vita, due personaggi sorpresi dalla piena del fiume Tacuarembò si coricarono in un rifugio d’occasione ma “ci tennero svegli fino all’alba le escandescenze d’un vicino invisibile, che pareva ubriaco e alternava bestemmie inestricabili con frammenti di canzoni lamentose: o meglio, con frammenti d’una sola canzone lamentosa. Com’è naturale attribuimmo quell’insistente baccano all’amicizia del padrone per il proprio vino… Ma all’alba, trovammo l’uomo morto nel corridoio. L’asprezza della sua voce ci aveva ingannato: era appena un ragazzo. Nel delirio, gli erano cadute dalla cintura alcune monete e un cono di metallo lucente, del diametro di un dado. […] Io lo tenni in mano per alcuni minuti e ricordo il suo peso intollerabile, che perdurò anche dopo che l’ebbi lasciato. [… ]Nessuno sapeva nulla del morto, tranne che “veniva dalla frontiera”. Questi coni piccoli e pesantissimi (fatti d’un metallo che non è di questo mondo) sono l’immagine della divinità in certe religioni di Tlön”.

Ancora, il possesso del fantastico – in questo caso addirittura extraterrestre e simbolo del divino – è affare per un ragazzino forse ubriaco e di certo blasfemo, che viene dalla frontiera, dai margini e che muore da solo in un corridoio.

E le donne?
Beh, la condizione di protoincel in cui versava Borges è rintracciabile nel trattamento del genere femminile. Nell’opera di Borges quando la donna non è morta – vedi sopra – oppure secolare e ombrosa (Ulrica) oppure compagna lussuriosa del gaucho di turno, è semplicemente assente o fa la fine di Juliana Burgos del racconto L’intrusa; contesa tra due fratelli, mercificata e schiavizzata, inevitabilmente uccisa, sacrificata in nome di una fratellanza vagamente incestuosa che cominciava a vacillare davanti all’amore che entrambi provavano per Juliana.

Fun fact: il finale del racconto è opera della madre di Borges e fa così: “Al lavoro, fratello. Poi ci aiuteranno gli avvoltoi. Oggi l’ho uccisa. Che resti qui con i suoi stracci. Ora non farà più danni”. E questa è la madre di Borges che conclude un racconto di Borges che parla di femminicidio.
Poi uno dice come mai non vedeva le donne manco da lontano.

Del resto Borges faceva l’amore con i libri.
Nope.
Ma di certo Borges parlava con chiunque come se chiunque fosse interessato alla letteratura.
Che eccentrico! No, no.
A Borges – l’autore raffinato, elitario, eccetera – sembrava normale abbattere, attualizzare, liberare un argomento come i libri, come la lettura, dall’appropriazione indebita da titolo di studio, prosperità, classe e prestigio sociale del quale i libri e la lettura sono ammantati. E dunque parlava con tutti di libri, come se tutti avessero un’opinione sui libri esattamente come ce l’hanno sul meteo, il calcio e la politica.
Forse il modo migliore per avvicinare le persone ai libri.
Una bella lezione che non abbiamo imparato.

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Aviatori navicelle e onde radio https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-tom-mccarthy/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-tom-mccarthy/#comments Thu, 16 May 2013 06:00:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14380 Questo pezzo è uscito su IL(Immagine: Untitled, Franz Kline.)

Deja-vu (2005), il primo folgorante romanzo di Tom McCarthy, si conclude su un jet privato dirottato dal protagonista ormai al culmine della follia. L'aereo disegna senza sosta un 8 in mezzo al cielo. Sul bailamme postcomunista di Uomini nello spazio (2007) veglia la figura solitaria di un astronauta sovietico rimasto bloccato in orbita senza che nessuno, all'indomani della disgregazione dell'URSS, voglia prendersi la briga di farlo tornare indietro. A terra circola un'icona bizantina, centro focale del romanzo, dove un uomo, un santo, appare sospeso sopra un mondo dalle forme vagamente geometriche.

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Questo pezzo è uscito su IL(Immagine: Untitled, Franz Kline.)

Deja-vu (2005), il primo folgorante romanzo di Tom McCarthy, si conclude su un jet privato dirottato dal protagonista ormai al culmine della follia. L’aereo disegna senza sosta un 8 in mezzo al cielo. Sul bailamme postcomunista di Uomini nello spazio (2007) veglia la figura solitaria di un astronauta sovietico rimasto bloccato in orbita senza che nessuno, all’indomani della disgregazione dell’URSS, voglia prendersi la briga di farlo tornare indietro. A terra circola un’icona bizantina, centro focale del romanzo, dove un uomo, un santo, appare sospeso sopra un mondo dalle forme vagamente geometriche.

Non sorprende allora che in C, il libro che consacra il talento dello scrittore britannico (finalista al Booker Prize 2010), una buona parte del romanzo sia dedicata alle avventure aeronautiche del personaggio principale, Serge Carrefax. Serge diventa “osservatore” – ovvero colui che rileva, fotografa, invia comunicazioni dall’abitacolo degli aerei – durante la prima guerra mondiale. Quando vola “l’orizzonte accelera verso di lui, gli sembra di diventare immobile (…) la sensazione di essere un punto fisso in un mondo in movimento.”

Quello della visione dall’alto (fissa, separata, isolata), della mappatura, del controllo a distanza è il tema più forte e viscerale nell’opera di questo autore. Eclettica figura di studioso, artista fondatore della International Necronautical Society (“impegnata in progetti di mind-bending che dovrebbero fare con la morte quello che il Surrealismo ha fatto con il sesso”) e oggi considerato tra i più interessanti romanzieri in lingua inglese della sua generazione (classe 1969) già con Deja-vu (ripubblicato in tascabile da ISBN il 17 aprile), McCarthy si presentava come un maestro di trame sofisticate, filosofiche, ossessionate dal problema della complessità.

In quel libro un uomo, dopo essere stato colpito in testa da un oggetto piovuto dal cielo (ancora il cielo) e avere perso la memoria, gratificato da un misterioso indennizzo milionario offertogli dallo “Stato” in cambio del silenzio su quanto accaduto (ma cosa è accaduto? cos’è caduto?), spende tutti i suoi soldi nella riproduzione calligrafica in scala reale di eventi che tornano a visitarlo periodicamente dal suo passato lacunoso. Per farlo, acquista o affitta interi pezzi di città e piazza attori a recitare scene in loop per poi muoversi dentro grandi simulacri di vita vissuta e ricavarne un senso di pace e di “autenticità” (sic). Per definire le sue “reinterpretazioni” si fa costruire dei plastici, osservandoli e manipolandoli dall’alto come un Cristo Pantocratore. Deja-vu assomiglia moltissimo a uno dei libri più ossessivi e spiazzanti del secolo scorso: Cosmo, di Gombrowicz. E quasi certamente l’autore di questo romanzo sulla simulazione deve qualcosa a La vita istruzioni per l’uso di Georges Perec e all‘Invenzione di Morel di Bioy Casares.

Uomini nello spazio, il secondo romanzo di McCarthy, è un lungo racconto corale ambientato a Praga (dove l’autore ha vissuto alcuni anni) nel 1992, appena prima della divisione della Cecoslovacchia. Narra le avventure di giovani scapestrati personaggi underground trascinati dal flusso della storia in un groviglio umano dove piacerà calarsi a chi ha apprezzato i Detective Selvaggi di Bolaño. La fine dell’URSS, il passaggio di testimone dei regimi e la confusione, le zone di sovrapposizione o di vuoto di competenze che ne derivano, generano un roccambolesco “romanzo sulla sconnessione” (definizione dello stesso McCarthy) da cui solo l’ascensione mistica dell’icona, o il suo surrogato tecnologico (la navicella spaziale), sembrano offrire una possibilità di fuga.

Quanto a C, immergendosi nelle bucoliche atmosfere primo-novecentesche della prima parte, nella villa famigliare del padre Carrefax, scienziato e oralista (una tecnica d’insegnamento della lingua parlata ai sordomuti), tra le appassionate ricerche naturalistiche della sorella maggiore di Serge, o quelle radioamatoriali dello stesso giovane protagonista, un lettore ingenuo potrebbe pensare di trovarsi davanti a un esemplare vintage di romanzo ottocentesco, un decor antiquario da neoclassicismo tardo-vittoriano, una bella storia alla Dickens magari, senza neppure immaginare di stare lentamente penetrando il labirintico ordine mentale di uno degli scrittori più eccentrici e sperimentali degli ultimi anni.

La storia è scomponibile in almeno tre diverse parti che scandiscono altrettanti periodi della vita del protagonista: dopo l’incipit bucolico-vittoriano il romanzo diventa bellico, e si conclude esotico. La sezione più suggestiva è quella dei voli del protagonista sul fronte tedesco. Serge attraversa la guerra con un fanatismo che non ha nulla di patriottico: solca i cieli dopo avere assunto diacetilmorfina e le sue visioni sono una via di mezzo tra l’aeropittura futurista e le allucinazioni lisergiche di Burroughs o Thompson. Spedito infine in Egitto a cercare un luogo adatto per l’installazione di un grande “pilone” (figura totemica che si ripresenta in mille fogge nel corso della narrazione), Serge s’imbatte in scavi archeologici sotterranei che lo precipitano nello spessore di una temporalità confusa e ingovernabile, l’esatto contrario della piattezza superficiale, del senso di controllo panoramico che offriva la visione dall’alto, a lui come al folle protagonista di Deja-vu o allo sperduto astronauta sovietico.

L’aggettivo “postmoderno”, se il termine non suonasse già vagamente fuori corso, calzerebbe perfettamente allo stile di McCarthy. Qualcuno ha persino pensato di paragonarlo a Pynchon. Un Pynchon inglese e meno oltranzista, più ironico, ma altrettanto fedele ai propri temi, altrettanto abile nel tessere una fitta rete di rimandi tra libri dall’aspetto diversissimo, uniti dalla stessa “formicolante” (parola che torna con insistenza in ognuna delle tre opere) eccitazione mentale. Come con i romanzi dello scrittore americano il rischio, naturalmente, è quello di surriscaldare il cervello. E il gusto, quello di perdersi.

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Il meglio di Pagina3: settimana dal 26 al 30 novembre https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-26-30-novembre/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-26-30-novembre/#respond Fri, 30 Nov 2012 15:26:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11788 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di novembre è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di novembre è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

Lunedì 26 novembre:

 Amicizia e veleni. Le voci mescolate di Borges e Bioy Casares. Il sodalizio fra i due scrittori era fatto di felici scoperte e di uno spirito beffardo. Articolo di Alberto Manguel, la Repubblica, p. 53.

 Proust, maestro senza allievi italiani. Rispetto a Joyce e Musil era un genio più umano e appassionato, meno tecnico. Articolo di Raffaele La Capria, Corriere della Sera, p. 29.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è  Like Someone in Lovedi Duke Pearson.

 

Martedì 27 novembre:

 Teatro Pubblico Servizio? Economia dello spreco ed economia della miseria, di Gabriele Vacis su teatropubblico.blogspot.it

 Michel Pastoureau, lo studioso che si è occupato di come è cambiato l’uso delle tinte nella storia: “Così l’Occidente ha dipinto i sentimenti“. Articolo di Daria Galateria, la Repubblica, pp. 34-35.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è  It’s a lovely day today dell’Elmo Hope Trio

 

Mercoledì 28 novembre:

 Antivirus, formiche zombi e sali da bagno. Articlo di Andrea Cristallini su vice.com

 La peggior scena di sesso di sempre? Articolo di Francesca Modena su finizionimagazine.it

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Charles Mingus Medley di Jaki Byard

 

Giovedì 29 novembre:

• Rape Culture. Facile condannare la violenza sessuale, quando le accuse sono contro i tipi che non ci piacciono. Articolo di Violetta Bellocchio su rivistastudio.com

• L’ultima volta di Guccini. L’addio col nuovo album. Articolo di Diego Perugini, l’Unità, p. 24.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è  I’m just a lucky and so di Duke Ellington nella versione di Ramsey Lewis e Billy Taylor

 

Venerdì 30 novembre:

 Cecenia reloaded. Articolo di Luicia Sgueglia su doppiozero.com

 Monty Python. Autobiografia comica in versione cartoon. Articolo di Mario Serenellini, la Repubblica, p. 46.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Impressions on a Caravan di Dollar Brand

 

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