Björn Larsson Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bjorn-larsson/ un blog di approfondimento culturale Thu, 03 Oct 2024 15:38:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Björn Larsson Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bjorn-larsson/ 32 32 “Tutto ciò che sappiamo sui pirati e sulla pirateria dell’epoca d’oro”: Björn Larsson su Marcus Rediker https://minimaetmoralia.it/storia/tutto-cio-che-sappiamo-sui-pirati-e-sulla-pirateria-dellepoca-doro-bjorn-larsson-su-marcus-rediker/ https://minimaetmoralia.it/storia/tutto-cio-che-sappiamo-sui-pirati-e-sulla-pirateria-dellepoca-doro-bjorn-larsson-su-marcus-rediker/#respond Fri, 04 Oct 2024 08:30:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54271 Pubblichiamo, ringraziando Eleuthera, un estratto dalla prefazione di Björn Larsson alla nuova edizione di "Canaglie di tutto il mondo" di Marcus Rediker.

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Pubblichiamo, ringraziando l’editore Eleuthera, un estratto dalla prefazione dello scrittore svedese Björn Larsson alla nuova edizione del libro di Marcus Rediker Canaglie di tutto il mondo. L’epoca d’oro della pirateria.

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Un giorno del mese di febbraio del 1991 uscii dall’imponente edificio dell’editore Bonnier a Stoccolma. Mi sentivo leggero e sollevato. A ragione: avevo appena consegnato all’editore il manoscritto definitivo del mio primo romanzo, Il cerchio celtico. Fuori nevicava, il cielo era grigio, il vento gelato. Dovendo aspettare una decina d’ore prima di prendere il treno notturno per Malmö e rientrare a casa, che all’epoca era la mia barca, il Rustica, girovagavo per le strade della capitale ammazzando il tempo.

Per riscaldarmi entrai in un bar. Mentre aspettavo caffè e cornetto tirai fuori quaderno e matita. È stato allora che, senza alcuna premeditazione, senza alcun preavviso, ho cominciato a scrivere il romanzo che anni dopo sarebbe diventato La vera storia del pirata Long John Silver raccontata da lui medesimo. Nel giro di qualche ora, e con mia grande sorpresa, Silver mi aveva spiegato come avesse perso la gamba e perché avesse assunto il soprannome di «Barbecue», aggiungendo altri elementi autobiografici mai inclusi in L’isola del tesoro. Ma soprattutto mi sembrava di aver trovato la voce di Silver, quella voce senza la quale il romanzo era condannato a naufragare prima ancora di essere assemblato.

Rientrai a casa colmo di speranza, anche se mi rendevo conto che cercare di eguagliare un capolavoro come L’isola del tesoro era al tempo stesso una sfida presuntuosa e un’ambizione smisurata. Di certo, dare una voce al leggendario pirata di Stevenson non era sufficiente; era anche necessario immaginare una vita dall’inizio alla fine. Le difficoltà sono cominciate proprio allora.

Da una parte dovevo rispettare il personaggio così com’era nel romanzo di Stevenson. Dall’altra dovevo renderlo credibile come se fosse davvero esistito all’epoca dei grandi pirati, a inizio diciottesimo secolo.

Tuttavia Stevenson, che la sua storia di pirati la raccontava innanzitutto a suo nipote, si preoccupò molto poco della verità storica. Infatti, quel che si può apprendere concretamente della vita di Silver in L’isola del tesoro occupa meno di una pagina: ad esempio, sapeva parlare latino, gestiva un pub con la sua compagna di origini africane e aveva navigato sotto il comando di due capitani, Flint ed Edward England, il primo personaggio di finzione, il secondo storico.

Dovevo quindi documentarmi prima di proseguire. Scovai qualche titolo sui pirati, in svedese e in francese, ma sfogliandoli mi resi conto che ripetevano più o meno il racconto degli stessi abbordaggi e degli stessi personaggi. Era come se i pirati fossero già entrati nella leggenda, cosa che rendeva difficile separare la verità dall’immaginazione.

Mi serviva qualcosa di più sostanzioso, qualcosa che mi consentisse di distinguere i miti dalla realtà. Ma come trovarlo? All’epoca, va ricordato, internet non esisteva: non c’era Google, non c’era Wikipedia, non c’erano siti dedicati agli argomenti più vari. In quel periodo navigavo fra la Scozia e l’Irlanda ed entrai in ogni libreria incontrata sul percorso, a Oban, a Dublino, a Cork, alla ricerca di documentazione, ma senza grande successo.

Mi serviva quindi una documentazione storica più affidabile. A salvarmi, o almeno a salvare il romanzo, fu la scoperta di Marcus Rediker, storico statunitense che aveva dedicato buona parte delle sue ricerche alla pirateria. Grazie al primo dei suoi due testi dedicati all’argomento, pubblicato nel 1987 con il titolo Between the Devil and the Deep Blue Sea: Merchant Seamen, Pirates, and the Anglo-American Maritime World, 1700-1750 [Storia sociale della pirateria, Shake, 2015], sono venuto a conoscenza delle condizioni miserabili dei marinai nella marina mercantile dell’epoca e del commercio marittimo, in particolar modo inglese, fonte di enormi ricchezze a vantaggio del futuro impero britannico. Ad esempio ho potuto constatare il potere assoluto del comandante, sostenuto dal cappellano di bordo, il quale, se così gli garbava, disponeva dei marinai comuni come se fossero una risorsa sacrificabile. Non c’era dunque da stupirsi se tanti marinai sceglievano di diventare pirati alla prima occasione.

In Storia sociale della pirateria c’era anche un capitolo dedicato ai corsari, ai bucanieri e ai pirati propriamente detti, nel quale Rediker forniva il contesto generale della pirateria. Ma è soprattutto in Villains of All Nations: Atlantic Pirates in the Golden Age, pubblicato negli Stati Uniti nel 2004 e in traduzione italiana nel 2005, che Rediker racconta più o meno tutto ciò che sappiamo sui pirati e sulla pirateria dell’epoca d’oro.

[…]

Come nota Rediker, i pirati classici erano in primo luogo marinai che cercavano di sfuggire alla tirannia dei capitani della marina mercantile. E se hanno inventato un sistema che si configura come una democrazia diretta – e che in quanto tale appare come un precursore dell’anarchismo e dell’anarco-sindacalismo per quanto riguarda, ad esempio, la distribuzione del bottino, le quote supplementari riconosciute a feriti e medici di bordo, l’elezione dei propri capitani – non l’hanno fatto perché propugnavano un egualitarismo radicale, ma perché volevano assicurarsi di non ricadere nella schiavitù da cui erano fuggiti. Per riprendere la distinzione di John Stuart Mill in On Liberty [Saggio sulla libertà], per i pirati si trattava più di una libertà from, da qualcosa, e molto meno di una libertà for, per qualcosa.

Altra differenza cruciale rilevata da Rediker è che i pirati classici non avevano né patria, né nazione né lealtà nazionalista, mentre i pirati moderni sono legati al loro territorio e al loro paese, se non altro per proteggere le ricchezze accumulate. Quando i pirati classici dovevano dichiarare da dove venivano, rispondevano sempre: «Dal mare, dal mare».

Senza dubbio è per questo che i pirati, una volta a terra, sperperavano in fretta e generosamente il loro oro e le loro pietre preziose. Sapevano che per loro non c’erano oasi di pace, né rifugi sicuri; erano condannati e dannati. Difficile fare statistiche, ma per Rediker la speranza di vita per chi si faceva pirata era mediamente di due-tre anni: morivano di malattie o durante gli abbordaggi, oppure venivano impiccati. Non stupisce dunque che bruciassero le loro vite come una candela che arde da entrambi i lati e che tagliassero ogni ponte con la loro vita precedente. Non stupisce nemmeno che siano diventati degli antieroi per tutti coloro che ne hanno avuto abbastanza di una vita senza futuro e che sono tentati di lasciarsi alle spalle ogni cosa, costi quel che costi.

 

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L’onda della narrazione: raccontare il mare https://minimaetmoralia.it/libri/raccontare-il-mare/ https://minimaetmoralia.it/libri/raccontare-il-mare/#comments Sat, 16 Aug 2014 14:00:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22833 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

“Se noi abbiamo bisogno del mare, il mare non ha bisogno di noi: può fare tranquillamente a meno dell’uomo”. Scriveva così lo storico francese Jules Michelet nel suo famoso saggio Il mare. Era il 1861. Da allora l’uomo non ha fatto che sfruttare, deturpare, insozzare quel mare così prezioso. All’epoca di Michelet non si conosceva il concetto di biodiversità, ma era già chiaro che l’uomo stava sbagliando qualcosa. Poi è venuto Jacques Cousteau, oceanografo e ecologista ante litteram, che disse: “Non è l'uomo che deve battersi contro una natura ostile, ma è la natura indifesa che da generazioni è vittima dell'umanità”.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: Study of Sea, Joseph Mallord William Turner)

“Se noi abbiamo bisogno del mare, il mare non ha bisogno di noi: può fare tranquillamente a meno dell’uomo”. Scriveva così lo storico francese Jules Michelet nel suo famoso saggio Il mare. Era il 1861. Da allora l’uomo non ha fatto che sfruttare, deturpare, insozzare quel mare così prezioso. All’epoca di Michelet non si conosceva il concetto di biodiversità, ma era già chiaro che l’uomo stava sbagliando qualcosa. Poi è venuto Jacques Cousteau, oceanografo e ecologista ante litteram, che disse: “Non è l’uomo che deve battersi contro una natura ostile, ma è la natura indifesa che da generazioni è vittima dell’umanità”.

Oggi si parla di una delle grandi emergenze del Pianeta: gli oceani si stanno lentamente spopolando dei loro abitanti, e lo scioglimento dei ghiacci artici sta producendo un lento e inesorabile innalzamento del livello dei mari. Tanto che il presidente Obama ha dichiarato alcune settimane fa che amplierà il Pacific Remote Islands Marine Monument: da circa 160.000 km2 diventerebbe di quasi 1,5 milioni di km2, di gran lunga l’aerea marina protetta più grande del mondo.

“Obama fa benissimo, dice Giuseppe Notarbartolo di Sciara, biologo marino e fondatore dell’Istituto Thethys, “il problema è capire se lo farà davvero. Ogni tanto i politici fanno dichiarazioni di questo tipo, ma poi è difficile che le realizzino. All’ultima conferenza sulla biodiversità in Giappone è stato dichiarato che il 10% dei mari sarebbe diventata area protetta. Per ora non siamo nemmeno 0,01%. In Italia ne abbiamo 27, un buon numero, ma sono poche quelle che funzionano davvero. In Puglia, a Torre Guaceto, c’è una piccola area-modello, gestita dai pescatori locali, che hanno imparato a rispettare le zone “tampone” destinate alla pesca, e ora ne traggono un vantaggio economico: pescano di più!”. Di Sciara, che si occupa da anni di conservation ecology – “una fede più che una scienza”-, è realista: “Sull’innalzamento non abbiamo ancora visto niente. Per ora si tratta solo di dilatazione della massa d’acqua causata dall’effetto serra, ma quando si scioglieranno i ghiacci, e si scioglieranno, succederà tutto molto velocemente. Non possiamo farci nulla”.

Per capire meglio la complessità del fenomeno e in generale lo stato di salute dei mari, soprattutto quello dell’Atlantico – l’oceano chiave per quanto riguarda l’innalzamento, vista la sua quantità di ghiacci – dovreste leggere Atlantico di Simon Winchester (Adelphi), straordinario e denso, scritto con la precisione del geografo e lo stile dello scrittore. Nemmeno Winchester intravede un futuro roseo: “C’è una sola certezza: con i nuovi e più feroci uragani che si formano al largo di Capo Verde, con i vulcani che eruttano a Montserrat, con il livello del mare che si alza a Rotterdam e il ghiaccio che si scioglie nella Groenlandia orientale […] – con una sola o con tutte queste cose che stanno avvenendo e con il pressante dubbio che il genere umano sarà in grado di adattarvisi o se invece segnalano l’inizio della fine nel rapporto dell’uomo con il più importante dei mari – è sicuro che nell’oceano Atlantico oggi stanno accadendo cose estremamente strane e che nessuno ne conosce di preciso la ragione”, scrive Winchester.

Magnifico omaggio al mare e ai suoi abitanti è The Sea Inside (Melville House) di Philip Hoare, uscito da poco in America dopo il successo dell’edizione inglese. Un po’ memoir, un po’ storia culturale e naturale, un po’ travelogue, il nuovo libro di Hoare vaga tra le suggestioni marine dalla nativa Southampton alle amate isole Azzorre, dallo Sri Lanka alla Nuova Zelanda dei Maori. Con uno stile digressivo ma scientificamente corretto, Hoare racconta episodi della sua vita mescolati a vicende di suoi antenati marinai a lunghe e fantasiose descrizioni di specie di uccelli marini o rarissime balene. La sua attrazione verso i giganti del mare è inestinguibile e contagiosa per il lettore, anche quello meno appassionato che, d’improvviso, si trova a voler sapere tutto sulla “arcaica smisuratezza della balena”.

Hoare, autore anche del formidabile Leviatano o della balena (Einaudi), ha trascorso una quindicina di anni a studiare il mare, immergendosi, navigando, osservando, e ora scrive come se ne facesse parte: “Il mare ci definisce, ci connette, ci separa”, scrive. “Perennemente rinnovandosi e distruggendosi, il mare offre un inizio e una fine, un’alternativa al nostro stato landlocked, un’esistenza alla quale siano imprigionati quando invece pensiamo di essere liberi”. Le sue pagine assomigliano a un quadro di Turner, specie quando scrive dell’Inghilterra e del suo “mare periferico”: “Al mare non importa, lui prende e dà. I porti sono luoghi di sofferenza. I marinai di un tempo rifiutavano di imparare a nuotare poiché nel caso fossero caduti fuoribordo avrebbero soltanto prolungato l’agonia”. Oggetto principale della sua curiosità antropologica sono gli aborigeni e i maori. L’oceano, per loro, non è altro che un prolungamento dei sogni: “Per i maori non c’è differenza tra la vita della terra e quella dell’oceano; è una distinzione che per loro non ha alcun senso. Alberi e balene sono una cosa sola”. Per queste popolazioni c’è una corrispondenza tra le varie specie di alberi e le balene, ad esempio il capodoglio è il kauri tree, un podocarpo secolare che raggiunge 30 metri. Fondamentale sapere che né i maori né gli aborigeni hanno mai cacciato le balene, ma si sono limitati a fare buon uso di quelle spiaggiate. Trovare una balena arenata è tuttora considerato un tapu: un segno sacro.

“Il mare slega tutti i nodi” ho letto una volta in qualche porto del Mediterraneo. Forse non è vero, o forse sì. Però è certo che il mare ha un potere curativo, salvifico talvolta. Valentina Fortichiari, autrice di Lezioni di nuoto (Guanda) è certa che “il mare abbia qualcosa di sacro, perché è anche un mondo misterioso, che non conosciamo del tutto, popolato di animali marini, specie infinite di creature, luci e sfumature cromatiche che bisognerebbe poter guardare da vicino, scendendo negli abissi profondi. Il rispetto di certe popolazioni per le balene fa capire quanto diversa sia assurdo che i giapponesi continuino a farne strage orrenda e crudele… è recente la notizia di uno studio fatto in Islanda, e non pubblicato, che rivela che le balene fiocinate impiegano a volte 90 minuti per morire. Un delitto che fa inorridire. Il mare è sacro, va studiato, conosciuto a fondo, protetto, rispettato, amato. Per me non c’è elemento della natura più ricco di suggestioni letterarie”.

Infiniti sono i miti che scaturiscono dagli abissi: si può dire che tutto cominci da lì, se consideriamo l’Odissea il primo grande romanzo di mare. Poi naturalmente Moby Dick. E i Capitani coraggiosi di Rudyard Kipling, il pirata Long John Silver con la sua gamba di legno, Corto Maltese, Hornblower, il capitano Aubrey – quello di Master e Commander -, il pirata Tremal-Naik e il Capitano Nemo. Il mare, da sempre luogo inesauribile di storie, è fonte d’ispirazione per alcuni fra i più sublimi capolavori della storia della letteratura.

Senza dimenticare che gente come Conrad, Melville, Björn Larsson, oltre che scrittori, sono stati o sono anche marinai. Del resto, i navigatori hanno sempre scritto diari di bordo: a partire dagli esploratori del ‘500 come Cook e Magellano, fino al mitico Solo, intorno al mondo, il primo navigatore solitario della storia, Joshua Slocum (ripubblicato da poco in una bella edizione da Mattioli 1885, con la prefazione proprio di Björn Larsson). Il libro di Slocum è una testimonianza naif nello stile, ma talmente genuina da essere oggi di culto. Come lo sono le storie (vere) dei navigatori solitari più famosi del Novecento, tutti francesi: Vito Dumas, Bernard Moitessier, Gerard Janichon, Eric Tabarly.

Ma c’è un piccolo, divertente classico delle esplorazioni di mare che è da poco tornato in libreria, dopo una lunga assenza. Gli avventurosi viaggi del capitano Voss (Nutrimenti, pp. 320, euro 18,00) è il racconto della traversata dei tre oceani a bordo di una piccolissima imbarcazione. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1913, è scritto dallo stesso John Claus Voss, un canadese dall’esistenza avventurosa, prima contrabbandiere, poi cercatore d’oro e capitano della marina mercantile. Nel maggio del 1901 John C. Voss, accompagnato da un giornalista, lascia il porto di Victoria, nella Columbia Britannica, per un tentativo senza precedenti: la traversata dei tre grandi oceani a bordo di una piroga da guerra indiana scavata in un tronco, lunga poco più di undici metri, il Tilikum. Arriverò a Londra due anni dopo, da solo, senza il compagno di viaggio che cadrà fuoribordo. Perché il mare non è per tutti, ho sentito dire un’altra volta.

Ma, come scriveva il capitano Voss: “Quella del mare è una chiamata molto forte. Le onde blu e i venti sibilanti esercitano un fascino sempre giovane su chi ha passato tutta la vita in loro compagnia. E il fatto che la fatica sia tanta e i guadagni siano risibili non fa alcuna differenza. Come ho già detto, ormai sono in là con gli anni, ma mi sento ancora forte e sicuro di me quanto basta per avventurarmi in un’altra navigazione. E a tutti coloro per i quali l’oceano non è una nuda distesa deserta, ma fonte di vita e di pura gioia, auguro di cuore: buona fortuna e buon vento!”.

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