Blake Bailey Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/blake-bailey/ un blog di approfondimento culturale Tue, 03 Feb 2015 16:50:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Blake Bailey Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/blake-bailey/ 32 32 Credo che i miei lettori portino scarpe da ginnastica. Le lettere John Cheever https://minimaetmoralia.it/libri/credo-che-i-miei-lettori-portino-scarpe-da-ginnastica-le-lettere-john-cheever/ https://minimaetmoralia.it/libri/credo-che-i-miei-lettori-portino-scarpe-da-ginnastica-le-lettere-john-cheever/#comments Fri, 30 Jan 2015 06:00:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25157 di Valentina Della Seta

Scrive Benjamin Cheever: «Mio padre era di un candore estremo, quasi compulsivo, con noi figli. Capivo quando aveva bevuto troppo gin. Capivo quando era in imbarazzo, capivo quando commetteva adulterio. Capivo perfino che tonalità di rossetto lei portasse. Ho spesso udito più di quanto volessi. Ma sono ancora sconvolto da alcune cose che ho scoperto». È un passo della prefazione alla raccolta delle Lettere del padre, John Cheever, pubblicate negli Stati Uniti nel 1988. Il libro esce ora per la prima volta in Italia (Feltrinelli Comete, traduzione di Tommaso Pincio, pp. 488, euro 35,00).
Lo scrittore definito il Čechov dei sobborghi e lOvidio di Ossining, autore di più di cento racconti e di cinque romanzi brevi, era morto nel 1982 a settant’anni.

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John CheeverQuesto articolo di Valentina Della Seta è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata. (Fonte immagine)

di Valentina Della Seta

Scrive Benjamin Cheever: «Mio padre era di un candore estremo, quasi compulsivo, con noi figli. Capivo quando aveva bevuto troppo gin. Capivo quando era in imbarazzo, capivo quando commetteva adulterio. Capivo perfino che tonalità di rossetto lei portasse. Ho spesso udito più di quanto volessi. Ma sono ancora sconvolto da alcune cose che ho scoperto». È un passo della prefazione alla raccolta delle Lettere del padre, John Cheever, pubblicate negli Stati Uniti nel 1988. Il libro esce ora per la prima volta in Italia (Feltrinelli Comete, traduzione di Tommaso Pincio, pp. 488, euro 35,00).

Lo scrittore definito il Čechov dei sobborghi e lOvidio di Ossining, autore di più di cento racconti e di cinque romanzi brevi, era morto nel 1982 a settant’anni.

In Italia il suo nome, fino qualche tempo fa, non era molto noto, anche se Cheever aveva vissuto per un anno a Roma nel 1957, ne aveva scritto e vi era nato il suo figlio minore Federico (i suoi primi romanzi, usciti in quegli anni, furono pubblicati in Italia da Garzanti e Longanesi. Poi riscoperti, a partire dal 2000, da Fandango).

Cheever,  troppo giovane per sentirsi parte della lost generation di Francis Scott Fitzgerald e di Ernest Hemingway, troppo vecchio per essere annoverato tra i cantori della liberazione sessuale al maschile, come Philip Roth o John Updike, era riuscito a mantenere fino all’ultimo, agli occhi del mondo, la propria immagine di aristocratico wasp, padre di famiglia sposato per quarant’anni con la stessa donna, amante dei cani Labrador, delle passeggiate in campagna e delle camicie azzurre di Brooks Brothers.

Ma è anche un altro l’uomo che viene fuori dalla corrispondenza. E dai diari, usciti in Italia per la prima volta nel 2012, tradotti da Adelaide Cioni, con il titolo Una specie di solitudine.

I diari testimoniano come Cheever fosse consapevole, e sempre di più man a mano che li scriveva, di stare mettendo in atto il raffinato artificio di mettersi a nudo: «Quando un autore affermato tiene un diario» scrive Tommaso Pincio nella postfazione alle Lettere, «non scrive soltanto per se stesso. A meno di mettere in conto di distruggerli, sa che i suoi pensieri intimi possono diventare materiale per un libro postumo. Cheever non distrusse nulla né chiese ai suoi cari di farlo, anzi sollecitò uno dei suoi figli a leggere i suoi diari. Possiamo dunque pensare che in essi abbia messo cose che non poteva dire apertamente in vita, ma che non voleva tenere segrete per sempre». I segreti di Cheever avevano a che fare soprattutto con il sesso, con il contrasto tra i propri desideri, che non gli davano tregua, e le opinioni che credeva di avere: «Mio padre era un uomo di enormi e importanti contraddizioni» racconta Benjamin nella sua prefazione che, insieme con le note, ne fa un libro nel libro. «Fu un adultero che scrisse convincenti elogi della monogamia. Fu un bisessuale che detestava qualunque segno di ambiguità sessuale. Da ragazzo ignoravo il significato della parola “omofobico”, ma sapevo cosa volesse dire “checca” e la sentii usare».

Ecco cosa scrive John Cheever nei diari, in una pagina senza data dei tardi anni Cinquanta: «Pranzo al Plaza. C’è Truman Capote nella Oak Room. Ha la frangia tinta di giallo, la voce da bambina, la risata da baritono, e sembra un appariscente cocotte maschio. Chissà quanto tempo ci perde, d’altro canto deve essere un modo molto limitato di muoversi nella vita». Cheever invece ha vissuto molte vite, una dentro l’altra, soffrendo ma anche divertendosi molto, e di certo amandole tutte. Per capirlo basta leggere in parallelo la narrativa, i diari e le lettere: tre binari che alla fine si ricongiungono, nonostante la malattia degli ultimi anni, in una sorta di lieto fine.

Cheever, come nota Tommaso Pincio, nei diari è un uomo che sa di essere guardato. Nelle lettere, che non desiderava fossero rese pubbliche e di cui infatti non aveva mai conservato le minute (sono state recuperate tra i destinatari), è impegnato a sedurre donne e uomini, a congratularsi con gli scrittori amici come John Updike e Saul Bellow, e a invidiarli e denigrarli dietro le spalle, a volte a colpirli con frecciate sottili. Come nel caso dell’aneddoto su Philip Roth, raccontato da Blake Bailey nella biografia, minuziosa fino all’ossessione, che ha dedicato a Cheever nel 2009. All’uscita del romanzo Bullet Park (1969) Roth gli aveva scritto una lettera enumerando le pagine del libro che gli erano piaciute di più. La risposta di Cheever era stata più o meno questa: «Grazie per avermi scritto i numeri delle pagine. Sono andato a rileggere tutte. Io ho trovato Portnoy grandioso, dalla prima pagina fino all’ultima». Le lettere sono il luogo dove Cheever abbassa la guardia, e le tragedie della sua vita prendono la piega di tragicommedie: «Vorrei vivere in un mondo in cui non ci siano omosessuali ma immagino che in Paradiso ve ne siano tantissimi», scrive in una lettera del 1968 alla amica e traduttrice in russo Tanya Litvinov.

John Cheever, tra le altre cose, ha saputo descrivere la felicità come pochi altri: «I bambini affogano, donne bellissime vengono maciullate in incidenti stradali, le navi da crociera affondano e gli uomini muoiono di morte lenta nelle miniere o nei sottomarini» scrive ne I gioielli dei Cabot (1972), «ma non troverete niente di tutto questo nei miei racconti. Nell’ultimo capitolo la nave rientra in porto, i bambini vengono salvati, i minatori vengono estratti da sottoterra».

E poi c’è Falconer (1977), forse il suo lavoro di narrativa più bello. Cheever era nato con il dono di creare storie avvincenti mettendo insieme piccoli dettagli. Da bambino, a Quincy in Massachussets,  frequentava una scuola anti-autoritaria e si racconta che la maestra, se la classe si comportava bene, la premiasse con una storia improvvisata da John. Da adulto, pur guadagnandosi da vivere soprattutto con i racconti rassicuranti che piacevano al New Yorker dell’epoca (una rivista elegante, ma per famiglie) Cheever sapeva di valere molto di più. E nonostante il gin, il whisky, le birrette, le faticose e quasi mortali alternanze di sbronze e dopo-sbronze, era riuscito a non smettere mai di sperimentare. Cheever aveva iniziato a buttare giù Falconer quando ancora beveva, nel 1975. Poi, a sessantatré anni, ormai sul punto di schiattare e con nessun organo che funzionava a dovere, si era disintossicato. Ed era riuscito a finire il libro: l’epopea di un brav’uomo, il professore universitario Farragut, in galera per l’omicidio del fratello; eroinomane; bramosamente innamorato di un galeotto sexy e approfittatore (Si sedette nella cuccetta e prese nella mano destra loggetto più interessante, più mondano, più sensibile e più nostalgico che cera nella cella, scrive a proposito del sesso del protagonista).

Falconer è a conti fatti la storia di una liberazione in prigione, un po’ come la vita del suo autore: «Alla soglia dei settanta» racconta il figlio, «pur scrivendo lettere d’amore depravatamente oscene a più di un giovanotto (Carissimo Allan, le mie insistenze sessuali ed epistolari sono ben note. Mi auguro davvero che tu sia stato più accondiscendente con le prime), si alzava anche alle sette del mattino e preparava il vassoio della colazione per mia madre. Vi metteva un muffin inglese, un uovo, un succo di arance fresche e un vaso di vetro con una rosa. Le portava il vassoio a letto e cercava d’infilarsi sotto coperte».

In foto Cheever non sembra particolarmente bello, ha l’aria mesta e un po’ fané. Ma poi ci si imbatte su YouTube in una registrazione del 19 dicembre 1977 in cui legge una parte del racconto Il Nuotatore: «Non era uno che amava particolarmente gli scherzi, né era un buffone, ma era volutamente originale, e si considerava in generale, e modestamente, un personaggio leggendario». Leggendario, e con una voce perfetta per sussurrare frasi oscene.

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Il lungo vanitoso addio di Philip Roth https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-lungo-vanitoso-addio-di-philip-roth/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-lungo-vanitoso-addio-di-philip-roth/#comments Tue, 27 May 2014 12:00:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21016 Questo pezzo è uscito su Il Foglio.

di Annalena Benini

Philip Roth ha annunciato ieri a un magazine letterario olandese che il panino che ha mangiato la scorsa settimana, un sandwich di tacchino con lattuga e pomodoro, è stato il suo ultimo sandwich. La notizia del ritiro ha suscitato lo sgomento dell’editoria e del mondo dei panini. Ma Roth, come già altre volte in passato, è stato categorico: “Ho mangiato il mio primo panino quando avevo tre o quattro anni. Che è quasi ottant’anni fa. Sono un sacco di panini”. È satira, ma potrebbe essere vero, soprattutto nella parte in cui Philip Roth non esclude la possibilità di trovarsi a un buffet con quelle piccole fette di pane di segale, e metterci sopra del roastbeaf, magari anche un sottaceto, ma specifica che nemmeno in quel caso, comunque, si potrebbe parlare di sandwich.

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Questo pezzo è uscito su Il Foglio. (Fonte immagine)

di Annalena Benini

Philip Roth ha annunciato ieri a un magazine letterario olandese che il panino che ha mangiato la scorsa settimana, un sandwich di tacchino con lattuga e pomodoro, è stato il suo ultimo sandwich. La notizia del ritiro ha suscitato lo sgomento dell’editoria e del mondo dei panini. Ma Roth, come già altre volte in passato, è stato categorico: “Ho mangiato il mio primo panino quando avevo tre o quattro anni. Che è quasi ottant’anni fa. Sono un sacco di panini”. È satira, ma potrebbe essere vero, soprattutto nella parte in cui Philip Roth non esclude la possibilità di trovarsi a un buffet con quelle piccole fette di pane di segale, e metterci sopra del roastbeaf, magari anche un sottaceto, ma specifica che nemmeno in quel caso, comunque, si potrebbe parlare di sandwich.

Coi sandwich ha chiuso, dopo aver chiuso con i romanzi e dopo aver chiuso con le interviste, come ha appena dichiarato in un’intervista alla Bbc: “Questa è la mia ultima apparizione televisiva, anzi la mia ultima apparizione su qualsiasi palco ovunque”. Prima l’ultimo romanzo (“Nemesi”), poi l’ultima intervista, ogni volta con annunci solenni, quindi forse anche l’ultimo sandwich al tacchino (nel blog satirico di Andy Borowitz sul New Yorker), l’ultimo tango, l’ultima sigaretta, l’ultima canzone sotto la doccia, per finire con il ritiro anche dal mondo delle docce. Nella fiera delle vanità, ogni commiato è un rito, ogni addio è uno show, e lo show va ripetuto spesso (David Letterman ha annunciato il suo addio alla televisione, ha ringraziato tutti, abbracciato tutti, e sembrava l’ultimo giorno, l’ultimo minuto, poi ha aggiunto: “Tra un anno o giù di lì”).

“Non solo ho mangiato il mio ultimo sandwich, ma ho fatto anche la mia ultima dichiarazione pubblica sui sandwich” è un’invenzione, ma perfettamente in sintonia con i lunghi vanitosi addii alla vita pubblica. Philip Roth, nella sua “ultima apparizione ovunque”, ha raccontato: “Ho avuto fama letteraria, ho avuto fama sessuale, ho anche avuto fama di pazzo. Ho avuto centinaia di lettere, cento a settimana, e alcune di queste lettere con foto di ragazze in bikini. Ho avuto un sacco di possibilità di rovinarmi la vita”. Un sacco di donne, un sacco di sandwich, e adesso un sacco di racconti al suo biografo, Blake Bailey, il quale ha detto che terminerà la biografia di Philip Roth nel 2022. Sarà fantastica, ma sarà l’ultima biografia di Roth, e anzi sarà la fine di tutte le biografie di chiunque, sarà l’addio alle biografie, forse anche la fine delle vite degne di essere raccontate.

La cerimonia degli addii prevede che ci si schermisca, fingendo che in fondo non sia un abbandono così importante, perché nella vita ci sono molte altre cose da fare: nuotare, passeggiare per i boschi, guardare i panorami, le partite di baseball, i film. Ma un minuto dopo si stanno già ripercorrendo le proprie gesta, per chi non avesse compreso fino in fondo la portata del ritiro. Anni fa Phil Collins, ex batterista dei Genesis e solista di successo, annunciò in occasione dell’uscita di un disco l’addio alla musica: rivoleva indietro la vita, voleva accompagnare i bambini a scuola, essere libero, basta con gli obblighi. Dopo pochi anni di libertà e di figli da accompagnare a scuola ha detto: rieccomi, sono tornato, ho cambiato idea. Negli addii solenni, il rischio che sia un arrivederci è sempre molto alto. Come con le sigarette, con le diete, con gli addii a un’amante. Il bello dei ritiri è proprio questo, che resta, solenne e comica, la possibilità del ritiro di un ritiro.

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