Blondie Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/blondie/ un blog di approfondimento culturale Tue, 04 Aug 2015 08:16:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Blondie Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/blondie/ 32 32 Un libro per riappropriarsi di sé https://minimaetmoralia.it/libri/chloe-sevigny/ https://minimaetmoralia.it/libri/chloe-sevigny/#comments Tue, 04 Aug 2015 08:16:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28023 Questo pezzo è uscito sul Venerdì. (Fonte immagine)

Lei stessa spiega che non è un libro d'arte né uno scrapbook. "È un libro per i fan", dice. Poi si domanda: "Posso fare un libro per i fan di me stessa?" Titolo, autrice e protagonista del libro Chloë Sevigny (Rizzoli International, prefazione di Kim Gordon, postfazione di Natasha Lyonne, pagg. 230, $ 35), l'attrice di recente ha raccontato al New Yorker come l'idea di fare il libro le sia venuta durante un viaggio in Giappone.

L'articolo Un libro per riappropriarsi di sé proviene da Minima et Moralia.

]]>
chloe-sevigny-book-2

Questo pezzo è uscito sul Venerdì. (Fonte immagine)

Lei stessa spiega che non è un libro d’arte né uno scrapbook. “È un libro per i fan”, dice. Poi si domanda: “Posso fare un libro per i fan di me stessa?” Titolo, autrice e protagonista del libro Chloë Sevigny (Rizzoli International, prefazione di Kim Gordon, postfazione di Natasha Lyonne, pagg. 230, $ 35), l’attrice di recente ha raccontato al New Yorker come l’idea di fare il libro le sia venuta durante un viaggio in Giappone.

Trovandosi tra le mani un libro fotografico su di lei non autorizzato, ha deciso di farsene uno da sé, riempiendolo di ricordi pubblici e privati, di facce di amici, della sua faccia soprattutto, senza alcuna intenzione nostalgica né celebrativa. Più che una celebrazione, si direbbe una riappropriazione.

Un paio di anni fa una foto di Chloë Sevigny scattata da Larry Clark era esposta al New Museum di New York nella mostra curata da Massimiliano Gioni NYC 1993: Experimental Jet Set, Trash and No Star. Insieme a skateboard e copertine di vinili, Sevigny con i suoi capelli rasati a zero faceva da icona non solo di un certo stile (grunge, indie, post-punk), ma di una scena, di un sound, di un’attitudine che univano austerità e sentimento, trasandatezza e assoluta eleganza.

Dal suo esordio a diciassette anni come modella, Sevigny è riuscita a imporsi come una delle creature più seducenti della sua generazione. Nel 1992 appare nel video della canzone Sugar Kane della band post-punk Sonic Youth. Così racconta Kim Gordon nella prefazione al libro: “Chloë aveva diciassette o diciott’anni; aveva appena tagliato i capelli cortissimi e sembrava un ragazzino. Quando le ho chiesto da dove venisse quel suo stile unico ho scoperto che non era cresciuta studiando le riviste di moda. I suoi riferimenti erano state le copertine dei dischi del padre, il suo guardare a cinque anni a occhi spalancati Blondie o Marianne Faithfull”.

Tre anni dopo il video, Sevigny è tra i protagonisti del film scritto da Harmony Korine e diretto da Larry Clark Kids. Seguono ruoli memorabili in film di culto come The Last Days of the Disco di Whit Stillman o The Brown Bunny di Vincent Gallo. La fotografano Mark Borthwick, Terry Richardson e Juergen Teller. Posa per l’artista americana Elizabeth Peyton, celebre per i suoi magnifici ritratti degli eroi della scena musicale di fine novecento. Ancora: la dirigono Lars Von Trier, Woody Allen, Jim Jarmush, Werner Herzog. Appare in una dozzina di serie tv tra cui Big Love, Those Who Killed, The Cosmopolitans. Presto la ritroveremo nel nuovo film di Whit Stillman tratto da Jane Austen Love and Friendship.

A novembre Chloë Sevigny compirà quarantuno anni, e il New Yorker l’ha appena incoronata reginetta pubblicando un articolo dal titolo “Chloë Sevigny a quarant’anni”. Ancora Kim Gordon nel libro, a spiegarne unicità e bellezza: “Semplicemente si rifiuta di essere sexy o graziosa o carina o qualunque altra parola venga usata per dire alle ragazze cosa devono essere”.

L'articolo Un libro per riappropriarsi di sé proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/chloe-sevigny/feed/ 2
Tutto il resto è punk https://minimaetmoralia.it/musica/richard-hell-punk/ https://minimaetmoralia.it/musica/richard-hell-punk/#comments Mon, 10 Jun 2013 13:39:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14597 Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di XL - la Repubblica.

“Exploitation?” La domanda in realtà è retorica, ed è la risposta che mi dà Richard Hell quando lo interrogo sulle ragioni di così tanto punk in città in questi e nei prossimi mesi. La città dove siamo e di cui parliamo è New York City, e lo “sfruttamento” a cui allude Hell riguarda il punk. Qui musei, biblioteche e vari spazi più o meno istituzionali sembrano fare a gara nel trovare l’evento più irriverente da proporre alla gente, mentre le librerie dedicano sempre più spazi a imponenti libri che, trattando il punk come fosse mitologia greca, raccontano per immagini e testimonianze più o meno dirette le varianti della storia. Un punk risorto, si direbbe. O forse soltanto un modo, a distanza di decenni dai tempi in cui si andava al CBGB’s ad ascoltare i Ramones e Richard Hell, pogare e sputare, per cavarci fuori qualcosa di utile.

L'articolo Tutto il resto è punk proviene da Minima et Moralia.

]]>
HELLongreen144

Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di XL – la Repubblica.

“Exploitation?” La domanda in realtà è retorica, ed è la risposta che mi dà Richard Hell quando lo interrogo sulle ragioni di così tanto punk in città in questi e nei prossimi mesi. La città dove siamo e di cui parliamo è New York City, e lo “sfruttamento” a cui allude Hell riguarda il punk. Qui musei, biblioteche e vari spazi più o meno istituzionali sembrano fare a gara nel trovare l’evento più irriverente da proporre alla gente, mentre le librerie dedicano sempre più spazi a imponenti libri che, trattando il punk come fosse mitologia greca, raccontano per immagini e testimonianze più o meno dirette le varianti della storia. Un punk risorto, si direbbe. O forse soltanto un modo, a distanza di decenni dai tempi in cui si andava al CBGB’s ad ascoltare i Ramones e Richard Hell, pogare e sputare, per cavarci fuori qualcosa di utile.

L’ultimo e tra i più attesi eventi di questa stagione è una mostra imponente e molto cool al MET, il Metropolitan Museum of Art di New York: PUNK: Chaos to Couture (dal 9 maggio al 14 agosto). Per avere un parametro della mondanità dell’evento, basta dire che a precederlo, la sera del 6 maggio, è un (decisamente poco punk) gala di beneficenza con testimonial l’attrice Rooney Mara, la giornalista di Vogue e socialite newyorkese Lauren Santo Domingo, lo stilista Riccardo Tisci e la regina della moda Anna Wintour. Indubbiamente più “couture” che “chaos”, anche se la mostra al MET è solo uno di una lunga infilata di eventi che ultimamente sembrano avere come obiettivo quello di trasformare la città in una sorta di parco a tema punk. Piacevole per certi versi, vagamente inquietante per altri.

Sono a New York da un paio di mesi e ho già presenziato, nell’ordine: 1. a un concerto sinfonico per bambini con Patti Smith a fare da voce narrante al Lincoln Center e a un suo mini live per l’inaugurazione della sede estiva del MOMA PS1 a Rockaway Beach; 2. alla proiezione di Punking Out, raro documentario del 1978 sul CBGB’s e la scena punk newyorkese, e a un incontro dibattito con Debbie Harry e Chris Stein dei Blondie e il giornalista Will Hermes (autore del bel libro sulla scena musicale newyorkese di metà anni settanta Love Goes to Buildings on Fire: Five Years in New York That Changed Music Forever, Faber & Faber), alla New York Public Library for the Performing Arts sempre al Lincoln Center; 3. a tre presentazioni, una con party annesso dentro uno degli edifici della New York University, dell’affascinante autobiografia di Richard Hell I Dreamed I Was a Very Clean Tramp(Ecco/HarperCollins).

Sempre in questi due mesi ho comprato e letto, insieme al libro di Hell, i bei volumi illustrati The Best of Punk Magazine curato da John Holstrom (It Books), Punk: An Aesthetic a cura di Johan Kugelberg e con scritti di Jon Savage, William Gibson e Linder Sterling (Rizzoli New York) e Punk Press: Rebel Rock in the Underground Press 1968-1980 di Vincent Bernière e Mariel Primois (Harry N. Abrams). Non sono una punk e nemmeno una nostalgica, solo consumo il meglio di quello che mi offre la piazza.

Per una sintesi perfetta dell’attitudine punk, del resto, è sufficiente ascoltare uno scambio di battute tra Debbie Harry e Will Hermes seduti davanti a una foto scattata a un certo punto degli anni settanta da Christ Stein. Nella foto Debbie Harry è con Joan Jett. Hermes le chiede: “Dove l’hai presa la maglietta che hai nella foto?” E Debbie Harry: “Al supermercato, mi pare”. Ecco, questo era il punk.

E se i migliori (e più glamour) della scena le magliette le compravano al supermercato, fa sorridere l’idea che il MET oggi dedichi una delle sue mostre di punta al punk, spiegando alle masse come una moda nata proprio per non essere alla moda sia stata copiata da stilisti, grandi case di moda e parrucchieri per trasformarla in qualcosa d’altro, di elegante, di estremamente costoso. Evoluzione indubbiamente vera (accadeva già in tempo reale in Inghilterra con i Sex Pistols, Malcolm McLaren e Vivienne Westwood in una piccola boutique di King Road ora riprodotta in scala all’interno del MET) testimoniata oggi e in questi ultimi quarant’anni dalle collezioni di John Galliano, Alexander McQueen, Katherine Hamnett o Moschino.

Scrive Hell nella sua autobiografia parlando di vestiti e tagli di capelli: “Era una cosa che dovevi farti da solo, e con cui esibivi il tuo essere libero dalla proprietà, e anche dall’eleganza”. Per essere liberi dell’eleganza i punk si strappavano i vestiti e si tagliavano i capelli da soli, ignari che il DIY (Do It Yourself, ovvero “fai da te”) sarebbe diventato anch’esso una moda. Detto con altre parole, e non alludendo solo alla moda, puoi provare a controllare il tuo di futuro (o deciderne di non averne) ma non puoi prevedere il futuro degli altri.

A proposito del “no future”, slogan che salta fuori ogni volta che si parla di punk, è illuminante Hell nel suo libro lì dove spiega che non c’è niente di nichilista, suicida o pessimista nel dire e nel pensare che il punk o il rock and roll non abbiano futuro. Dice: “È l’adolescenza a non avere futuro, e il rock and roll è la musica dell’adolescenza”. Ovvero, non puoi essere adolescente per tutta la vita, e quando cresci è anche il caso che molli. Ancora Hell, in un’intervista rilasciata a Lester Bangs nel 1977, esagerando per schivare gli stereotipi già all’epoca ampiamente abusati: “Una cosa che ho cercato di restituire al rock and roll è la consapevolezza che sei tu che inventi te stesso. È per questo che ho cambiato nome, che mi sono inventato look, taglio di capelli e tutto il resto. Perché è normale che se inventi te stesso, poi ti ami. L’idea di inventare te stesso consiste nel creare la tua immagine più ideale. E quindi è una cosa totalmente positiva”. In quella stessa intervista Hell riuscì a dire che alla fine anche il “blank”, lo spazio vuoto della sua canzone Blank Generation, era positivo. “È una riga che puoi riempire come ti pare. È una cosa positiva. L’idea è che puoi scegliere di fare di te tutto quello che vuoi, sei tu a riempire lo spazio vuoto”. Oggi dice che il ragionamento è verosimile, ma che era anche una forzatura dettata dal non volere essere trasformato da Bangs in simbolo di anti-vita. Di sicuro c’è che il punk, quantomeno come moda, è tutt’altro che morto.

Nel sito dell’autorevole e leggendaria rivista Punk (creata da John Holmstrom, Ged Dunn e Legs McNeil nel 1975, sdoganando al mondo il termine “punk rock” inventato pochi anni prima dai giornalisti di Creem), per esempio, si vendono portachiavi. Uno esibisce la scritta “Watch Out! Punk Is Coming!!” (Stai attento! Il punk sta arrivando!!), alludendo a un improbabile futuro di cui è poco chiaro quale scena musicale potrà mai farne parte.  A casa di Hell, in testa a una piccola pila di cd, svetta il primo album dei Libertines. Quel disco ha più di dieci anni, ma verrebbe da dire che a oggi resta una delle cose più punk di questo nuovo millennio.

La scorsa estate sempre a New York, ad anticipare il gran rispolvero che sarebbe avvenuto quest’anno, il CBGB’s (meglio: quel che ne resta, ovvero il logo) ha provato a riesumarsi da sé organizzando un grande festival. Quattro giorni in cui in vari locali downtown hanno suonato più di trecento band e in un paio di cinema hanno proiettato il meglio dei documentari sulla scena punk e non solo. Di quel festival ho visto qualche live e molti buoni film, ma l’unica cosa di cui ho memoria è un furgone fast-food posteggiato davanti a uno dei cinema che ospitava il festival. Sul furgone la scritta “Marky Ramone’s Brooklyn’s Own Marinara Pasta Sauce” (sugo per pasta alla marinara di Marky Ramone, Brooklyn), e in bella vista decine di barattoli di salsa di pomodoro con disegnato sull’etichetta nera, a mo’ di logo dei Ramones, Marky che suona la batteria. Una cosa così non la dimentichi. E poi però ci ripensi e dici: già, ma anche questo è punk.

L'articolo Tutto il resto è punk proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/musica/richard-hell-punk/feed/ 3
New York Ballerina https://minimaetmoralia.it/teatro/new-york-danza/ https://minimaetmoralia.it/teatro/new-york-danza/#comments Thu, 07 Mar 2013 09:38:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13423 (Fonte immagine.)

La prima cosa è guardare

La prima cosa che faccio ogni volta che metto piede a New York è controllare cosa c’è in cartellone al Joyce Theater. Il Joyce Theater è un piccolo importante teatro sull’Ottava, all’angolo con la Diciannovesima. È un teatro consacrato alla danza, dove passano le migliori compagnie newyorkesi, americane o internazionali. Lì ho visto Cedar Lake, Shantala Shivalingappa, Keigwin + Company, Gallim Dance, e ieri sera, arrivata meno di ventiquattr’ore prima dall’Italia, la Martha Graham Dance Company. Ero passata lì davanti per caso, per dare un occhio ai prossimi spettacoli, e ho visto che era l’ultimo giorno di una rassegna della compagnia di Martha Graham su “mito e metamorfosi”. Sono entrata, ho preso un biglietto. Alle due ho visto la prima parte delle coreografie, alle quattro sono andata via, alle sette e mezza sono tornata e ho visto il resto. Quattro ore di Martha Graham in tutto, e ne avrei viste ancora. L’ultima coreografia era del 1962, diretta da Richard Move, si chiamava The Show (Achilles Heels), musiche di Arto Lindsay, canzoni e voce (di Atena) di Debbie Harry, altra voce (di Achille) di Mikhail Baryshnikov, i ballerini della Martha Graham Dance Company in Achille, Patroclo, Elena di Troia, Atena e Xanto, il cavallo di Achille. I miti greci che incontrano Blondie che incontrano Martha Graham. Una roba così la riesci a immaginare solo a New York.

L'articolo New York Ballerina proviene da Minima et Moralia.

]]>

(Fonte immagine.)

La prima cosa è guardare

La prima cosa che faccio ogni volta che metto piede a New York è controllare cosa c’è in cartellone al Joyce Theater. Il Joyce Theater è un piccolo importante teatro sull’Ottava, all’angolo con la Diciannovesima. È un teatro consacrato alla danza, dove passano le migliori compagnie newyorkesi, americane o internazionali. Lì ho visto Cedar Lake, Shantala Shivalingappa, Keigwin + Company, Gallim Dance, e ieri sera, arrivata meno di ventiquattr’ore prima dall’Italia, la Martha Graham Dance Company. Ero passata lì davanti per caso, per dare un occhio ai prossimi spettacoli, e ho visto che era l’ultimo giorno di una rassegna della compagnia di Martha Graham su “mito e metamorfosi”. Sono entrata, ho preso un biglietto. Alle due ho visto la prima parte delle coreografie, alle quattro sono andata via, alle sette e mezza sono tornata e ho visto il resto. Quattro ore di Martha Graham in tutto, e ne avrei viste ancora. L’ultima coreografia era del 1962, diretta da Richard Move, si chiamava The Show (Achilles Heels), musiche di Arto Lindsay, canzoni e voce (di Atena) di Debbie Harry, altra voce (di Achille) di Mikhail Baryshnikov, i ballerini della Martha Graham Dance Company in Achille, Patroclo, Elena di Troia, Atena e Xanto, il cavallo di Achille. I miti greci che incontrano Blondie che incontrano Martha Graham. Una roba così la riesci a immaginare solo a New York.

New York è la città della danza

New York dev’essere la città col maggior numero di ballerini. Te ne accorgi facendo la conta delle compagnie di danza presenti in città e delle scuole di danza e degli spazi dove almeno una volta a settimana c’è la prima di uno spettacolo di danza. Danza danza danza. La trovi al Bac (Baryshnikov Arts Center), meraviglioso spazio aperto e diretto da Mikhail Baryshnikov, che è sia residenza per ballerini sia spazio dove presentano i loro spettacoli importanti compagnie di danza contemporanea. La trovi nello spazio di Cedar Lake, un grande capannone a Chelsea dove i ballerini provano i loro spettacoli e che ogni tanto aprono al pubblico per mostrare il loro work in progress. La trovi nei teatri e nelle scuole, in coreografie grandi e piccole, destinate a girare il mondo, o a nascere e morire in città.

Una tra le più belle l’ho vista quest’estate, Vespers del Company C Ballet, musiche di Tom Waits, in scena due ballerini, un lui e una lei, lui vivo, lei in pigiama bianco e morta, nella loro vita immaginaria dovevano essersi amati moltissimo. Lui non accettava che fosse morta, e la faceva ballare, muovendo gambe e braccia e testa e gomiti e ogni cosa. Hanno duettato così per un po’. Il pubblico in sala piangeva. Anch’io piangevo. Sono tornata a rivedere Vespers qualche giorno dopo. Poi volevo rivederlo, ho cercato in rete anche pochi minuti ma niente. Ogni tanto mi rimetto a cercarlo, più o meno una volta al mese, vorrei rivedere la ragazza morta ballare, fino a oggi non l’ho ritrovata.

Si può ballare qualsiasi cosa

Tempo fa Lorenzo Mattotti mi disse che si può disegnare qualsiasi cosa. Se metti dei limiti è meglio che cambi mestiere. Lo stesso vale per la danza. L’estate scorsa ho passato tre mesi a New York. Guardavo danza quasi quotidianamente. A volte da sola, quasi sempre con un amico che stranamente (e per fortuna) aveva stabilito con la danza la mia stessa relazione e prospettiva. Andavamo a vedere qualunque cosa, e ne uscivamo ogni volta stupefatti, come sotto sortilegio, incapaci di avere un punto di vista critico o anche solo di verbalizzare quello che avevamo visto, desiderosi di svegliarci l’indomani e vederne ancora. A distanza di tempo, se dovessi descrivere alcuni o tutti gli spettacoli che ho visto e vedo la cosa che mi viene da dire è che si può ballare qualsiasi cosa. I ballerini di Yung-Li Dance che danzano la relatività di Einstein, quelli di Cedar Lake che ballano il decostruzionismo di Jacques Derrida, il New Chamber Ballet che usa Stockhausen per mettere in scena un triangolo amoroso, la Trisha Brown Dance Company che fa ballare le opere di Robert Rauschenberg. Questi ballerini possono ballare qualsiasi cosa, mi dico.

La mia educazione sentimentale

Se dovessi scrivere una lista delle cose che hanno contribuito alla mia educazione sentimentale, ai primi posti ci sarebbe Saranno famosi, la serie tv. Avevo circa tredici anni e guardavo e riguardavo sempre le stesse puntate cercando di capire chi volevo essere. Lì dentro cercavo il mio futuro. Poi alla fine vinceva sempre Coco. Vinceva nelle puntate in cui ballava. Vinceva sempre perché ballava. Io volevo essere Coco Hernandez, volevo ballare e volevo abitare a New York. Ora di anni ne ho quarantuno, non sono Coco Hernandez, non faccio la ballerina, a New York ci abito ogni tanto, guardo ininterrottamente spettacoli di danza. È la mia educazione sentimentale che me lo impone. Fortunatamente. E poi mi fermo. Potrei scrivere di danza all’infinito. Potrei guardare danzare all’infinito. Potrei danzare all’infinito. Dice Leonard Cohen, Dance Me To The End of Love. Dico io, la soluzione sta nella danza. Qualunque cosa voglia dire.

L'articolo New York Ballerina proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/teatro/new-york-danza/feed/ 7