Bob Marley Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bob-marley/ un blog di approfondimento culturale Thu, 19 Dec 2013 09:45:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Bob Marley Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bob-marley/ 32 32 Vacanze a Malindi https://minimaetmoralia.it/reportage/vacanze-a-malindi/ https://minimaetmoralia.it/reportage/vacanze-a-malindi/#comments Thu, 19 Dec 2013 09:45:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17125 Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, si prepara a un soggiorno cautelare a Malindi, luogo di care memorie prima repubblica, tuttora molto amato dai nostri connazionali anche in virtù di un mancato accordo di estradizione con l'Italia. Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: Karin Kellner)

La spiaggia più malinconica d’Italia, i nostri caraibi in provincia di Brescia. Bisogna andarci, almeno una volta: anche se non è facilissimo; sono almeno otto ore di volo, i collegamenti sono cari; poche compagnie di charter, si può optare invece per la Ethiopian, che offre in business class cucine rinomate e soprattutto figure di businessmen locali diversamente magri, vestiti da Sopranos. Si fa scalo a Addis Abeba (codice Iata: ADD), magnifico aeroporto di modernariato pronto per shooting vintage, con molti caffé con narghilè e chaise longue di paglia in Frecce Alate dove ci si riposa senza scarpe, e risse per gli imbarchi che fanno sembrare Fiumicino efficientissimo. Al ritorno, su Atr42 turboelica, ci si ferma invece sul Kilimangiaro (codice Iata: JRO).

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Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, si prepara a un soggiorno cautelare a Malindi, luogo di care memorie prima repubblica, tuttora molto amato dai nostri connazionali anche in virtù di un mancato accordo di estradizione con l’Italia. Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: Karin Kellner)

La spiaggia più malinconica d’Italia, i nostri caraibi in provincia di Brescia. Bisogna andarci, almeno una volta: anche se non è facilissimo; sono almeno otto ore di volo, i collegamenti sono cari; poche compagnie di charter, si può optare invece per la Ethiopian, che offre in business class cucine rinomate e soprattutto figure di businessmen locali diversamente magri, vestiti da Sopranos. Si fa scalo a Addis Abeba (codice Iata: ADD), magnifico aeroporto di modernariato pronto per shooting vintage, con molti caffé con narghilè e chaise longue di paglia in Frecce Alate dove ci si riposa senza scarpe, e risse per gli imbarchi che fanno sembrare Fiumicino efficientissimo. Al ritorno, su Atr42 turboelica, ci si ferma invece sul Kilimangiaro (codice Iata: JRO).

L’italiano in arrivo si ferma a Mombasa – l’aeroporto di Malindi è perfettamente attrezzato ma è attualmente chiuso per beghe burocratiche, viene aperto solo per aerei speciali tra cui il Gulfstream del Cavaliere in arrivo da Linate (LIN), ma di questo si dirà in seguito. A Mombasa l’italiano dormirà, affidandosi a tassisti che nelle albe livide ti portano in giro per una megalopoli anche pericolosetta (ma mai come Nairobi, di cui si dicono violenze inenarrabili) perché gli aerei dall’Italia atterrano spesso nel cuore della notte.

Quindi Malindi: tre ore di macchina, e si è subito immersi in buche e arredo urbano da Esquilino (i romani infatti si abituano subito alle strade e al traffico e anzi non notano molte differenze, ci sono molte bici e risciò pur senza piste ciclabili, mentre i lombardi sbroccano subito) e profumi forti, anzi un profumo predominante che è proprio introvabile in altri luoghi anche africani: note di testa di tubo di scappamento e note di coda di copertone bruciato; in mezzo, mare, e polvere. Dolce, in fondo, e dà dipendenza, pare. Arrivati al proprio resort, in regime di soft all inclusive o full all inclusive (tema che meriterebbe approfondimento a parte) l’italiano si impossessa della sua camera in costruzioni mediamente scrostate, ricchi banchetti, piscine sempre molto clorate, decorazioni con palme e fiori sui letti (in caso di houseboys premurosi e/o ricche mance).

Di fronte c’è l’oceano (e Zanzibar), e la spiaggia, la più maestosa è Silversand, la stripe di Malindi su cui si affacciano gli hotel più famosi e soprattutto il terziario avanzato di Malindi: i beach boys. Ragazzi minorenni che parlano un italiano corretto, e offrono manufatti, souvenir, gite, servizi vari, sesso (ma attenzione perché tutto ciò che è piacevole in Kenya è annacquato o illegale, e la joint venture tra gioventù e polizia locale, dietro la frasca, è attivissima); sono specializzati in dialetti, tra cui molto gettonati il bolognese, il bergamasco e il bresciano. Tra gli italiani, una colonia a parte è infatti quella bresciana, molto cospicua, con forte spirito di corpo, molte signore con villa, che si aggirano in chemisier e gioielli sobri, fanno del bene alle locali attività di beneficenza, tra cui un meritevole orfanotrofio. Giocano molto a carte, comprano il pesce lamentandosi che è diventato sempre più caro. Milanese è invece Marco Vancini, patron del Coral Key, grande classico dei resort sulla spiaggia, da poco console onorario d’Italia, figura molto popolare, noto playboy che un tempo scorrazzava per la macroregione in Rolls Royce, e adesso qui trasvola invece le sue prede su un piccolo aereo a elica.

I resort sono poi specie di compound diplomatici non comunicanti con la spiaggia: la notte solerti guardie con bastoni di legno impediscono che esuberanti indigeni entrino nei giardini all’inglese; di giorno il buonsenso impedisce al turista di scendere sulla pur magnifica Silversand: i beach boys ti assalgono quasi subito, infatti; hanno nomi imaginifici come “Albero di Natale”; “Francesco Totti”; “Barcaiolo”; ti chiedono il tuo, di nome, ed è il primo tassello dell’escalation che li porterà, dopo averti seguito per tutto il tempo in spiaggia, a proporti, in ordine decrescente di profittabilità (per loro): un safari Masai Mara; una gita su isolotti che compaiono solo con la bassa marea, al largo del Parco Marino, e grigliata in loco, e tante fotoricordo, in luogo chiamato “Sardegna 2” (sic), con trattamento soft-all inclusive che qui significa «se vuoi vino, lo porti tu».

Braccialetti col tuo nome ricamato, oppure, opzione più economica, semplice scorta sulla spiaggia («ti difendiamo noi, amico», cioè poi dai dalle profferte dei beach boys loro concorrenti) con mostra delle meraviglie ittiche – stelle marine in accoppiamento («matrimonio, amico!»), granchi vari, e «stronzo di mare, amico». Infine, il ricatto morale: a un certo punto disegnano con un bastone qualcosa sulla sabbia, ed è una grande scatola di farina, o Taifa, con cui dovranno sfamare parenti e cugini al villaggio, e il suo prezzo, già quotato in euro: quaranta. Per difendersi, se si ha il physique du rôle, conviene fingersi inglesi: e si viene rispettati. Quando scoprono che sei italiano, al contrario, è finita (con necessarie riflessioni sulla nostra storia coloniale, forse).

Il nome “Sardegna 2″ naturalmente non può non evocare il genius loci della Silversand, ovvero Flavio Briatore, che qui dai beach boys è molto amato e ha un compound tutto suo al cosiddetto Parco Marino. Si chiama “Lion in the sun”, è un cinque stelle e sta nella Rodeo Drive di Malindi, la punta estrema della Silversand, chiamata con un nome che evoca contesse craxiane, “Casuarina Road”. Il suo motoscafo di legno, non particolarmente opulento e forse addirittura ecologico, viene mostrato in rada dai beach boys come attrazione turistica. Briatore è molto stimato dai ragazzi della spiaggia perché applica una politica di microcredito forse più efficace delle varie Fao e Unicef, con donazioni agli indigeni di beni durevoli come coppie di ovini pronti a figliare, farina, olio. Non si vede in giro molto, peraltro: tranne qualche passeggiata, a volte con Silvio Berlusconi, esiliato qui per qualche vacanza dopo la presa della Certosa per mano del fotografo Zappadu.

Ma si sbaglierebbe a giudicare Malindi rifugio di loschi figuri antidemocratici: tralasciando i noti episodi dell’ex ministro Giovanna Melandri – acquirente peraltro della villa di Roberto Vecchioni, altro insospettabile amante di Malindi, e compositore di un album Rotary Club Malindi (2004) – può capitare di imbattersi in parecchia società civile e intellettuali già organici al Pci, con case chiuse a Palermo per riscaldamenti esosi e qui quasi stanziali, con biblioteche, discussioni, dibattiti in belle case minimaliste sotto il makuti (i pannelli di foglie di palma pressati, che reggono le piogge e sono habitat ideale per pipistrelli, e infiammabilissimi).

Ognuno trova la sua dimensione, a Malindi: anche Edoardo Agnelli che andava a prendere i suoi gin tonic al White Elephant, il più raffinato e british dei resort sulla Silver Sand, tra palme giganti, bancone del bar sdrucito e fané il giusto, dove ci si sente subito lontanissimi dall’aria Cafonal, e dentro invece una Mia Africa di eleganze britanniche e europee (e del resto la baronessa Blixen bazzicava Malindi). Agnelli e Martelli, cui spesso si associa il nome della spiaggia kenyota, qui sono considerati casi inspiegabili se si considera che la polizia locale è forse la più corrotta della terra ed essendo qualunque controversia legale risolvibile con un buon quantitativo di denaro, si dice che in entrambi i casi invece che pagare la mini-tangente si sia sprofondati nel più classico “lei non sa chi sono io”, o addirittura nel “chiamate la mia ambasciata”, coi risultati che si conoscono.

Quando escono dai loro compound, gli italiani prendono un tuk-tuk (le apette con calessino, pericolosissime ma economiche) e vanno in centro. Gli intellettuali amano il Bob Marley, ristorante all’aperto con musica reggae, pavimenti di sabbia, personale come si vuole rasta e molte fontanelle per lavarsi le mani. Qui infatti si mangia quasi esclusivamente una delle specialità malindine, il pollo ai ferri. Un pollo che regala sensazioni ataviche, con una consistenza nervosa e soprattutto un sapore unico: si ciba soprattutto di monnezza, per le strade della città. Tutti vanno poi a bere il caffè (Palombini) al Karen Blixen (appunto), bar-ristorante vicino alla piazza del Cambio, dove per Cambio si intende cambio al nero di euro-dollari contro scellini kenyoti, con lunghe e gustose contrattazioni, a chi piace. Qui si trova un maxischermo tv per partite e sceneggiati Rai in una piazzetta circolare simil Porto Rotondo o Milano Tre, con portici e negozi fighetti e prezzi occidentali. Una trovata recente è quella del giornale in affitto: si prende la Gazzetta o il Corriere – di qualche giorno prima – per mezzora, costo cinquanta scellini (cioè cinquanta centesimi), invece che trecentocinquanta scellini in edicola.

La sera, si va ai beach party nei resort sulla spiaggia, dove impera la camicia celeste e il maglioncino sulle spalle e l’occhiale di celluloide; chi vuole provare il brivido di una malinconia speciale va, almeno una volta, al casinò di Lamu Road: con l’aria condizionata migliore di Malindi, due bar con camerieri regali nei loro smoking bianchi; un grande Klimt tarocco, poltrone di cuoio consunte, barmen sapienti e di alta scuola, e cuochi leggiadri con alto cappello; suonatore (si chiama Francis) di pianobar sapiente e nostalgico, brizzolato, un Kofi Annan ma più elegante, con aria professionalmente malinconica, e occhio di chi ha visto tutto e non giudica niente. L’atmosfera Casablanca contrasta molto con tutta un’umanità virile e bassa e da piccola e media impresa di Verona, Padova, Bergamo, che invece ordina camomille e cocacole, con magliettine rosse o gialle, tipo “Lotto” o “Tepa sport”, seduta accanto invece a bellissime ragazze molto alte che bevono vodka tonic; sono tutte “studentesse di Nairobi” (un codice à clef malindino per significare mignotte) e si guardano come per dire: come siamo cadute in basso. E probabilmente sognano Briatore.

“Ma quando all’ora del gabbiano tutto se ne va/ e nel silenzio si addormenta il sole/ ti prende in fondo una tristezza che non sai/ che non sai da dove viene/ sta nell’odore della sera/ nel colore così basso del cielo/inventato dal vento/ e tutto passa e tutto è vivo/ e niente può tornare, neanche Dio/ da qualche stella d’argento”. 

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Per Franco Mancini https://minimaetmoralia.it/sport/per-franco-mancini/ https://minimaetmoralia.it/sport/per-franco-mancini/#comments Mon, 21 May 2012 13:08:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8028 In occasione del ritorno del Pescara in serie A, pubblichiamo un articolo uscito su «Alias» in cui Giuseppe Sansonna, autore de «Il ritorno di Zeman», ricorda Franco Mancini. A lui, scomparso di recente, Zeman ha dedicato la promozione.

“Chi credi di essere, Mago Merlino? ” la domanda era sempre la stessa. In beffarda cadenza lucana, rifilata da Franco Mancini all’allievo di turno. Appollaiato dietro la rete, come un suggeritore a teatro: “Quando arriva l’attaccante, tu tiri a indovinare, e ti accasci da un lato. Così ti bucherà sempre, tirando dall’altro”. Da fresco allenatore dei portieri, Franco distillava estratti della sua esperienza. In campo, lui, aveva sempre rinunciato a qualsiasi velleità da negromante. Era d’accordo con Camus, che aveva meditato sull’imprevedibilità della vita proprio facendo il portiere.

Il Mancio preferiva spianare il suo sguardo torvo, da bounty killer leoniano, sull’attaccante in corsa. Questione di attimi, di coraggio, di posizione. Rimaneva piantato sul terreno fino all’ultimo secondo. Le mani a tenaglia, i quadricipiti in ebollizione. Come davanti al Roberto Baggio juventino, quel pomeriggio di settembre, quasi vent’anni fa. L’imminente Pallone d’oro inventa uno stop a seguire da deliquio, sufficiente a polverizzare la difesa foggiana. Ritrovandosi al cospetto di un Mancini poco incline a franargli ai piedi, ad incensarne la grazia. Tempestivo nel rubargli il tempo e artigliare il pallone, lasciando il Divino a imprecare.

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In occasione del ritorno del Pescara in serie A, pubblichiamo un articolo uscito su «Alias» in cui Giuseppe Sansonna, autore de «Il ritorno di Zeman», ricorda Franco Mancini. A lui, scomparso di recente, Zeman ha dedicato la promozione.

“Chi credi di essere, Mago Merlino? ” la domanda era sempre la stessa. In beffarda cadenza lucana, rifilata da Franco Mancini all’allievo di turno. Appollaiato dietro la rete, come un suggeritore a teatro: “Quando arriva l’attaccante, tu tiri a indovinare, e ti accasci da un lato. Così ti bucherà sempre, tirando dall’altro”. Da fresco allenatore dei portieri, Franco distillava estratti della sua esperienza. In campo, lui, aveva sempre rinunciato a qualsiasi velleità da negromante. Era d’accordo con Camus, che aveva meditato sull’imprevedibilità della vita proprio facendo il portiere.

Il Mancio preferiva spianare il suo sguardo torvo, da bounty killer leoniano, sull’attaccante in corsa. Questione di attimi, di coraggio, di posizione. Rimaneva piantato sul terreno fino all’ultimo secondo. Le mani a tenaglia, i quadricipiti in ebollizione. Come davanti al Roberto Baggio juventino, quel pomeriggio di settembre, quasi vent’anni fa. L’imminente Pallone d’oro inventa uno stop a seguire da deliquio, sufficiente a polverizzare la difesa foggiana. Ritrovandosi al cospetto di un Mancini poco incline a franargli ai piedi, ad incensarne la grazia. Tempestivo nel rubargli il tempo e artigliare il pallone, lasciando il Divino a imprecare.

Anche in questo venerdì nero di fine marzo avrà provato a rimanere in piedi. Non credendo a una morte insensata. Al cuore che non regge, a quarantatre anni. Proprio a lui che non aveva nulla dell’iconografia dell’ex. Niente pancetta, niente sguardo spento, da mesta tribuna televisiva. I suoi occhi erano rimasti limpidi, vivi, il suo sorriso aperto. Si inebriava ancora dell’odore dell’erba e del sudore, concedendosi ancora qualche giro di gradoni, per non perdere il vizio. Per il piacere sottile di sentirsi ancora un allievo di Zeman, anche adesso che il Boemo lo aveva promosso suo collega, prima a Foggia e poi a Pescara. Una beffa cattiva, una sceneggiatura orrenda, che prevede l’irruzione trafelata di sua moglie Chiara, in casa, accompagnata dai due figli ancora troppo piccoli, Francesco e Alessandro. Per scoprire che è troppo tardi. Che Franco è andato via da solo. Come fanno i portieri. Come quando si avviava sotto la curva dello Zaccheria, a lasciarsi osannare a squarciagola, dai tifosi che avevano tolto melassa allo stucchevole jingle natalizio della Coca cola: “Alè Mancini Alè alè, alè Mancini Alè”. Quella curva che adesso ha preso il suo nome, troppo presto. Entrava in campo proteso in avanti, come un pugile deciso a chiudere il match prima del limite. Solo che con Zeman il ring era immenso, un’area di rigore dilatata ai confini della propria metà campo. Prevedeva un vero portiere volante, come si diceva da ragazzini, nei campi sterrati o di asfalto. Franco lo era, pieno di carisma, capace di rimediare alle sbavature da fuorigioco estremo, di coprire le spalle ai compagni di trincea, sbucando all’improvviso, a trenta metri dalla linea di porta, a sventare lanci profondi, a beffare di testa le incursioni dei centravanti avversari. A rinviare con quel sinistro al tritolo, animando fulminei contropiedi. Estremo difensore, in senso lato.

Esplosivo e veloce, grazie a ripetute e gradoni, nessuno sconto rispetto ai compagni. Per guizzare tra i pali come un acrobata concreto, non lezioso, a disinnescare fucilate sparate sotto la traversa, dissimulando i tuoi centosettantasette centimetri. Perché la parata è un gesto estetico, deve rimanere in fondo alle retina, come un fotogramma prezioso, esaltante. È per quello che la gente ti ricorda, quando appendi i guanti al chiodo.

“Per me è sempre stato il portiere ideale, dentro e fuori dai pali. Dentro e fuori dal campo” ripeteva Zeman. Aveva trovato a Foggia questo ragazzo ombroso, uno dei tanti avvistamenti dell’occhio lungo di Peppino Pavone. Un lucano, un meridionale atipico, coriaceo e pudico come la sua Matera. Di una bellezza spigolosa, da eroe classico sognato da Pasolini. Ai tempi della chioma fluente, simile al Cristo sottoproletario del Vangelo materano. Da ragazzo viveva nel rione Spine Bianche, quartiere popolare, progettato negli anni cinquanta per accogliere chi abbandonava l’aria umida e malsana dei Sassi. Si divideva tra il campetto rionale spellato e il forno in cui spendeva le sue notti insonni da garzone. Lo ricordano scapestrato, irruente, ma con una forte determinazione, propenso al sacrificio. Adorava Zoff per lo straordinario il senso della posizione, ma anche l’agilità estrosa di Luciano Castellini, detto il Giaguaro, soprannome ereditato da Franco negli anni baresi. Poi l’idolo sarebbe diventato Higuita, purgato dagli eccessi circensi. Perennemente accigliato, mascherava la sua timidezza con l’aggressività. Stemperava la sua debordante carica nervosa, ascoltando e suonando languido reggae, picchiando frenetico sul rullante, con un gruppo di amici. Devoto di Bob Marley, collezionista di vinili da guinness dei primati. “Questo è la Storia, un difensore dei deboli” spiegherà un giorno ad uno scettico Ciccio Baiano. Che scuoteva la testa vedendolo arrivare con la sua Volvo targata Matera, i finestrini vibranti, sulle note di Buffalo soldier.

Lo chiamavano orso, ma di nascosto. Perché le sue mani pesanti facevano paura. In ritiro, un anonimo buontempone gli fa trovare a cena un barattolo di miele. Non la prese benissimo, ci volle un po’ a placarlo. Con gli anni lasciò emergere il suo animo solare e i successi foggiani coincideranno con la sua consacrazione. Per Zeman sarà un compagno di strada ideale, da portare con sé alla Lazio, a sostituire un Luca Marchegiani prostrato dal gioco zemaniano, e successivamente al Napoli.

Il giorno dopo la tragedia il Pescara gioca una partita surreale, affrontando il casa il Bari. Il silenzio assordante dei quindicimila dell’Adriatico è rotto solo dalla voce di Bob Marley, amplificata dai microfoni. Sul viso di Zeman, paralizzato dal dolore, scorre una lacrima irrefrenabile. “Ho perso un figlio” è il suo filo di voce. Forse non gliel’aveva mai detto, ma lo sapevano entrambi, ed era giusto così. A nominarli troppo, i sentimenti, li si lascia svaporare nell’aria. Specie in un’Italia in cui il sentimentalismo becero è il vero collante di un paese feroce.

Franco Mancini lascia una grande eredità di affetti e un amore popolare che rivivrà nei racconti. Che culmineranno puntuali nel sombrero impudente ai danni di Van Basten. Campionato 1991-1992, ultima giornata, Il Foggia dei peones sta infliggendo un due a uno epocale agli Invincibili, concedendosi il lusso di dileggiarli. Come Prometeo che ruba il fuoco agli dei. Ma, nel secondo tempo, il cigno di Utrecht, dio riconosciuto del calcio, punì la hubrys beffarda del ragazzo di Matera subissandolo di gol. Finì otto a due per i milanisti, perché nei miti il lieto fine è raro. È più frequente un epilogo tragico, come nella vita.

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