Bobby Charlton Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bobby-charlton/ un blog di approfondimento culturale Fri, 11 Dec 2015 10:15:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Bobby Charlton Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bobby-charlton/ 32 32 Ritratto di George Best, artista del calcio https://minimaetmoralia.it/libri/ritratto-di-george-best-artista-del-calcio/ https://minimaetmoralia.it/libri/ritratto-di-george-best-artista-del-calcio/#comments Fri, 11 Dec 2015 07:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29338 George Best è ovunque. Ha smesso così presto da ingombrare un'eternità. La battaglia contro la noia non è una cosa semplice, lui, un isolano, l'ha combattuta sul campo con l'agilità, la sensibilità e lo stile incomparabile che assomigliava alla gioia.

Matt Busby, primo allenatore dello United nel secondo dopoguerra mondiale, era attento alla bellezza, dunque permetteva a Best di essere sé stesso. La pensava come il figlio di Belfast, che allevò al riparo dai riflettori. Non rinunciava mai alle ali. L'imperativo del suo Manchester United era divertirsi, vincere attaccando. «Nulla di sbagliato nel cercare la vittoria, a patto che non si metta al di sopra del gioco», asseriva. Il vecchio e il bambino avevano stretto un legame resistente all'oltraggio della morte. S'erano incontrati in quel compromesso con la vita che è il calcio.

L'articolo Ritratto di George Best, artista del calcio proviene da Minima et Moralia.

]]>
Sport, Football, pic: circa 1968, Manchester United's George Best scoring against Sheffield Wednesday (Photo by Bob Thomas/Getty Images)

(fonte immagine)

George Best è ovunque. Ha smesso così presto da ingombrare un’eternità. La battaglia contro la noia non è una cosa semplice, lui, un isolano, l’ha combattuta sul campo con l’agilità, la sensibilità e lo stile incomparabile che assomigliava alla gioia.

Matt Busby, primo allenatore dello United nel secondo dopoguerra mondiale, era attento alla bellezza, dunque permetteva a Best di essere sé stesso. La pensava come il figlio di Belfast, che allevò al riparo dai riflettori. Non rinunciava mai alle ali. L’imperativo del Manchester United era divertirsi, vincere attaccando. «Nulla di sbagliato nel cercare la vittoria, a patto che non si metta al di sopra del gioco», asseriva. Il vecchio e il bambino avevano stretto un legame resistente all’oltraggio della morte. S’erano incontrati in quel compromesso con la vita che è il calcio.

«Quando si entra in questo gioco ci si resta per tutta la vita. La vita senza calcio è un vuoto che non può essere riempito da un sostituto qualsiasi. Nel calcio si muore in mille modi, e si muore in mille modi senza il calcio», ripeteva Sir Busby. Genio e sregolatezza? Un talento incompiuto? Best ha donato quel che poteva, come sapeva. Ha lasciato, a modo suo, il mondo un posto migliore, come gli ha scritto qualcuno in un biglietto d’addio.

In Best sembra di scorgere quello stato d’animo, la nostalgia, che lotta con la creatività. La velocità è anche fragilità. Appena quindicenne impiegò poche ore per reimbarcarsi sul mostro di ferro, l’Ulster Prince, che da Belfast l’aveva traghettato al destino di una vita, lo United. «Voglio tornare a casa». Non era questione d’alterigia, bensì un radicato senso di inadeguatezza. Lo capirono, come l’aveva capito Bob Bishop, dal 1960 osservatore capo della squadra britannica in Irlanda.

Il vescovo si accorgeva delle potenzialità dei ragazzini provenienti dai quartieri più disagiati di Belfast, che senza di lui il mare non l’avevano visto mai. Centosessanta centimetri di altezza per 47 chilogrammi come avrebbero potuto esprimere quel che Bishop aveva intravisto? Hugh “Bud” McFarlane, dal privilegiato punto d’osservazione della panchina del Cregagh, si sbracciava: «Lasciate perdere com’è e concentratevi su quello che fa». Stravedeva per Best, non glielo nascondeva. Come nelle migliori tradizioni venne scartato a causa della taglia al provino dal Glentoran. Il padre, Dickie Best, operaio ai cantieri navali non andava al campetto per paura di metterlo in soggezione. Ann, promessa dell’hockey poi operaia nelle fabbriche di sigarette e gelati, preparava il brodo col dado e gli spicchi d’arancia per lo spuntino dell’intervallo delle partite. La sola al mondo che sapeva qualcosa del cuore sproporzionato di George, della sua genuinità. Ann lo idolatrava, astemia fino ai quarantaquattro anni, anche lei sprofondò nell’alcolismo.

Nell’esistenza di Best la ricerca della fuga è una costante, quanto l’esigenza d’inventare. Mostrava l’audacia e il rifiuto proprio di chi crea. Non si limitò a soddisfare la domanda di calcio preesistente, la ricreò su presupposti differenti. Indicò a quel mondo la possibilità di una sperimentazione estetica. Rese distinguibile, indispensabile, la purezza della sua idea di calcio, che l’ossessionò fino al crollo nell’alcol. Best non dimenticava la classe operaia, dalla quale era emerso, ma lui era gli anni Sessanta, un’altra storia. La generazione postbellica. Best era ancora senza la pervasività della televisione. Era un movimento non ripetibile, non frazionabile. Potevi intuirlo solo nel tempo dello stadio, nello scatto di una fotografia, nello spazio che alimentano le parole. Nelle geometrie, nei dribbling, nelle accelerazioni, nei colpi di tacco, nei tiri dalla distanza e nei passaggi al volo di Best ribellione e originalità producevano innovazione, oltre lo status quo delle certezze maturate nel decennio precedente.

Per Best il calcio spiegato a un bambino era l’accuratezza nei passaggi, guardare il compagno libero; la corsa senza palla così importante nel calcio moderno, leggere gli spazi per buttarvisi dentro; infine il dribbling: «Il contatto con la palla è fondamentale, sentirla vicina, far dialogare entrambi i piedi». A tal proposito c’è una bellissima serie a fumetti, George Best on the Ball, in cui il campione risponde alle domande dell’età della scoperta del gioco.

Rudolf Nureyev avvicinò Best in un ristorante londinese e gli chiese un autografo, aggiungendo: «Lei è un artista». Condividevano fascino, talento, l’arte che evita lo sguardo della malattia. Ma soprattutto la dote ineludibile per un corpo in movimento artistico: l’equilibrio. Nel 1947 Dickie Best scattò in Donard Street una foto al figlio di quindici mesi di bianco vestito. Ciò che rende grande un giocatore è l’equilibrio. La testa di George è proprio dove dovrebbe essere, sopra la palla, la guarda. Il corpo è posizionato in modo perfetto, vicino al marciapiede la palla sotto controllo del sublime ambidestro che diventerà. Pare stesse caricando un tiro senza scomporsi.

Nella biografia George Best, l’immortale (66thand2nd, 493 pagine, 25 euro, traduzione a cura di Francesca Benocci e Roberto Serrai) Duncan Hamilton ha ragione quando scrive che la fotografia più bella ritrae il fuoriclasse voltato di spalle. Il numero sette bianco illumina la schiena, la maglia cade larga sui pantaloncini, ha i calzettoni abbassati. Nonostante la guardia feroce e i lividi provocati dai difensori raramente indossava i parastinchi. Il coraggio non gli faceva difetto. Come a dire: quando hai un talento non permettere a nessuno di privartene. In quel braccio destro alzato al cielo c’era la dolente timidezza di Best. L’esultanza non era mai eccessiva.

In quella fotografia aveva appena segnato al Benfica di Eusebio, nella Wembley vestita a festa per la finale di Coppa dei campioni, di cui s’era innamorato, quando i pantaloncini li indossava a Burren Way, sul cemento di Belfast. Aveva atteso i tempi supplementari per essere Best. Correva l’anno 1968 e Sir Matt Busby cercava giustizia. Dieci anni prima, il 6 febbraio 1958, nell’incidente tragico di Monaco era morto un po’ anche lui. Voleva la Coppa dei campioni che s’era fermata in semifinale. L’allora undicenne Best lesse sulle colonne del Belfast Telegraph: «Celebre squadra di calcio colpita da un disastro, l’aereo del Manchester United precipita in fiamme, i sopravvissuti in condizioni critiche lottano per la vita».

Ecco, Busby aveva puntato sul ragazzino per rimediare al dolore, per onorare la generazione dei Busby Babes cancellata dopo una notte promettente a Belgrado. A Monaco erano morti sette calciatori non le necessità della disciplina. A Busby gravemente ferito impartirono due volte l’estrema unzione. Ricostruire è stato il verbo del tecnico, figlio di emigranti lituani, che nel 1945 ripartì dall’Old Trafford bombardato e 15mila sterline di scoperto in banca per conquistare sette anni dopo il primo scudetto. Il tris d’assi Law-Charlton-Best non bastava. Per vincere nel calcio è necessario anche un portiere affidabile. Nell’estate del 1966 dal Chelsea per 55mila sterline era arrivato Alex Stepney. Da quel momento Best ebbe la certezza che nessuno sarebbe riuscito a fermarli.

Per quella finale Best prefigurò una tripletta personale. In realtà non incise fino al miracolo su Eusebio, col quale Stepney salvò lo United dalla capitolazione. In semifinale a Madrid ci aveva pensato il 36enne (7 gol in 566 partite) Bill Foulkes, su assistenza di Best, a risollevare la truppa a un passo dal baratro. Best si scosse. Rilancio di Stepney, deviazione di testa di Kidd e la palla è nei piedi del numero 7. Percorre i venticinque metri che lo separano dalla porta. Scarta Cruz. José Henrique si butta a sinistra, lui va a destra. Appoggia la palla in rete col sinistro. Il Manchester è stato il primo club d’oltre Manica a vincere la Coppa Campioni. A maggio di quell’anno dorato era stato nominato giocatore dell’anno. Best era un Maggio millenovecentosessantotto. A dicembre gli assegnarono il Pallone d’oro. A ventidue anni era già salito sul tetto del mondo. Poteva solo scenderne. Negli undici anni (1963-’74) trascorsi ai Red Devils ha disputato 470 partite, segnato 181 gol, ma di Wembley ce n’è stata solo una. Che cos’è poi la fama? A lungo, invano, ha ricercato la risposta. «George, quando le cose hanno cominciato ad andare male?» Gli ha chiesto un cameriere in una stanza d’albergo lussuriosa. La morte restituisce forse una misura delle grandezze.

C’è chi sottolinea criticamente che l’affetto, le forme di idolatria, per Best siano tanto rumore per poco. In fondo la sua stella ha incantato veramente solo per tre anni. Forse giova non scordare che poi il Manchester ha impiegato trent’anni per conquistare la seconda Coppa dei campioni.

Bobby Charlton, quando Best era ormai vicino alla morte, ricoverato in terapia intensiva, andò a trovarlo. Dopo il ’69 fra i due s’era rotto qualcosa. La fusione tra vecchia e nuova generazione allo United, come nella società, non funzionava più. L’eredità di Busby troppo pesante. Serviva il coraggio di una piena rottura generazionale, la piena espressione di nuove energie, che non avvenne. Già alla fine della stagione 1971-72, stufo del pessimo livello della squadra, Best vacillò all’idea di andarsene per avere la possibilità di vincere ancora qualcosa. Charlton si congedò dal club con tutti gli onori, mentre Best salutò l’Old Trafford, il teatro dei sogni, in piena solitudine. Nel 1974 Best appese al classico chiodo nello spogliatoio un paio di scarpini. Li aveva lasciati lì per ricordare a tutti la sua assenza. Charlton sussurrò al capezzale del compagno di squadra, all’amico, che la sua morte, quell’autodistruzione, era una vera stronzata.

Nessuno sa identificare il momento preciso in cui, dopo una sconfitta rimediata sul campo, Best iniziò a cercare sollievo nella bottiglia, però era certo che beveva a causa del calcio. Forse il 1970 rappresentò lo spartiacque. «La felicità e l’equilibrio di Best si fondavano sui risultati e lui aveva dato per scontato che allo United i successi sarebbero arrivati senza soluzione di continuità. Voleva anche che il pubblico lasciasse lo stadio parlando esclusivamente di qualcosa che lui, soltanto lui era in grado di fare. “Penserei di deludere il pubblico se non dessi spettacolo, sarei amareggiato con me stesso”», afferma il biografo. George Best will not be playing today, c’era scritto in uno striscione preparato dal Bournemouth. Non volevano truffare i propri tifosi, che affollavano gli spalti solo per gli ultimi lampi dell’immortale.

Il luminare Roger Williams, che curò a lungo Best, ha scritto in un biglietto alla famiglia: «In qualunque paese mi recassi mi ponevano sempre la stessa domanda: “Come sta George?” Dopo il trapianto del fegato ci sono state buone giornate, ma le tentazioni della vita l’hanno sopraffatto ancora. Si dice che i dottori non dovrebbero varcare il limite del coinvolgimento personale con il paziente. Non era semplice con George Best. “Hi prof”. “Hi George”. Cominciavamo così».

Fino a oggi Best è un calciatore senza epigoni. Le sue qualità tecniche non saranno mai dimenticate, ha scritto nel 2010 Edson Arantes do Nascimento. Pelé lo definì footbal-artist. A Best piaceva raccontare che di idolo, dal quale traeva ispirazione, ne aveva solo uno, Alfredo Di Stéfano. Ammirava la Saeta Rubia per la sua visione di gioco totale: «Riusciva a fare tutto ed essere dappertutto». I due, allevati dalla scuola chiamata strada, condividevano pure la solitudine di non aver mai preso parte alla fase finale di un Mondiale.

Alla Federcalcio argentina, quanto a Perón, non piacevano le rivendicazioni salariali per la categoria di Di Stéfano. Best intaccherà quei rapporti di forza. Nel 1963, da ultimo arrivato in prima squadra, guadagnava diciassette sterline a settimana. Quattro anni più tardi il reddito salì a cinquemila, perché aveva acquistato il potere contrattuale della pubblicità dei grandi marchi. Nel biennio 1967-’69 la retribuzione da calciatore non superava le 140 sterline settimanali. «George poteva vendere una scala a chiocciola a chi abitava in un monolocale», Ken Stanley sintetizzò così le potenzialità commerciali del gioiello che aveva intuito. Hamilton ricostruisce con pagine interessanti il ruolo e l’ascesa della figura, poi dilagante, del procuratore.

Per il Manchester, dopo il trionfo del ’68, Best anelava l’emulazione dell’epopea madridista delle cinque Coppa dei campioni (1955-’60). Busby come nel Real di Puskás voleva creare un modello, una “comprensione totale” tra i suoi giocatori. A Madrid pensarono a Best per compensare l’immaginario collettivo orfano della coppia Di Stéfano-Puskás. Poi esplose Johan Cruijff. Il calcio totale se l’erano preso gli olandesi. Best ne soffriva, pativa i numeri dell’altro talento. Non accettava di essere subordinato a Cruijff, che gli somigliava pure. Al Madame Tussauds decisero di sostituire la statua di Best con quella del nuovo Pallone d’oro. «Per un giocatore come George, lo stile dell’Ajax era una manna dal cielo. Avrebbe dovuto giocare per noi. Si sarebbe inserito alla perfezione», ammiccò Cruijff. Best è Manchester, è lo United. «La nostra storia gloriosa l’hanno fatta persone col carisma di Best. Ha arricchito le vite di chiunque l’abbia visto giocare», ha riconosciuto Charlton. George era la fantasia. Allora diede appuntamento a Cruijff qualche anno più tardi. Era il 1976, il mese d’ottobre. L’Irlanda del Nord opposta all’Olanda aspirava alla qualificazione al Mondiale. Il talento di Best resisteva ancora alla dissipazione. Danny Blanchflower lo convocò a distanza di tre anni dall’ultima volta e lui accettò senza esitazioni. Lo aveva preannunciato a Bill Elliot, cronista del Daily Express. Dopo cinque minuti dal fischio d’inizio Best si avvicina a Cruijff, doppia finta e gli fa passare la palla in mezzo alle gambe. Poi gli corre intorno, lo salta roteando il pugno destro in aria come nella notte perfetta di Wembley.

Best sognava un’Irlanda unita, liberata dall’odio settario. Unita sarebbe stata una Nazionale competitiva. In tredici anni indossò trentasette volte quella maglia, segnando nove reti. Numeri tutt’altro che esaltanti, ma quanto era elegante e luminoso con quel verde smeraldo addosso. Il 21 ottobre 1967 non se lo scorda nessuno. A Windsor Park architettò con una prestazione abbagliante la sconfitta della Scozia. Best tenne la palla solo per lui. Il controllo della palla era connaturato: nessuno gli ha insegnato come si gioca. Suo l’assist, un cross dopo una splendida triangolazione, per il gol vittoria di Clements. Unbelievable, unplayable, uncatchable, lo definì Sir Alex Ferguson. I titoli d’apertura se l’erano presi i Troubles: Barricades in the streets as shooting war breaks out in Belfast. Subito sotto sul Sunday News strideva una foto felice della famiglia Best al completo. Tutti festeggiarono il pareggio, due a due, ispirato dal ragazzino che aveva ali e una sete troppo grande per preservarsi.

Raccontano che a fine gara Best si sia sottratto all’eccitazione generale. Farfugliò a stento qualche parola, mentre il terzino sinistro Gemmell lo paragonò al vento, impossibile da catturare. Non funzionava neanche prenderlo a calci.

Best era dipendente dal sesso come dall’alcol. Chissà se divertendosi smodatamente non abbia anche amato un po’. Le folli sessioni alcoliche, le scopate, non hanno colmato quello che chiamava il “vuoto terribile”, la depressione. Georgie, il quinto Beatle, gli occhi azzurri, i soldi, il senso dell’umorismo: irresistibile. Narrava di essere andato a letto con almeno sette Miss Mondo. In realtà furono due, ma cosa importa. Cambiava versione di volta in volta, ed era divertente starlo a sentire, perché i migliori lasciano in eredità storie da tramandare. Conscio della propria benedizione, maledizione, in una pubblicità della Stylo invitava a mettersi nelle sue scarpe.

La prima superstar del calcio moderno da Manchester alle albe di Marbella, il re del gossip: «Beh, so quello che penseranno i tifosi. Quando me ne sarò andato dimenticheranno tutta la spazzatura e ricorderanno il calcio, semplice com’è. Fino a quando si ricorderanno del calcio e anche una sola persona mi considererà il migliore giocatore al mondo, avrò compiuto la mia impresa». Dennis Law disse di averlo scambiato per un cantante pop, che si apprestava a esibirsi sul palco. Poi però scattava, faceva i tackle ed era quel qualcosa che non si può insegnare o capire, ma solo godere.

In questa vicenda spicca una persona apparentemente laterale. Best la chiamava la signora F. Mary Fullaway veniva da una generazione di edoardiani della classe operaia. Giovane vedova, madre di due figli, lavoratrice instancabile, accudì in Aycliffe Avenue, grazie alla fiducia di Busby, un terzo figlio speciale pieno di insicurezze. Divenne una casa lontano da casa, perché aveva capito Best, ma soprattutto gli voleva bene. Il 14 settembre 1963 la signora Fullaway, Dickie e Ann Best seppero dalla radio che era giunto il tempo della scoperta, il gran giorno del ragazzino. Alla vigilia dello scontro al vertice tra Manchester e West Bromwich Albion all’Old Trafford s’era infortunato Moir, una distorsione al ginocchio. Busby ruppe gli indugi, scrisse Best sul foglio di carta intestata dello United. Era nell’undici titolare. La radio gracchiò che l’allenatore aveva compiuto un grande passo, convocando un ragazzo di Belfast, un ragazzo di nome George Best. La maglia numero 7 sulla stampella chiedeva di essere indossata.

Dieci anni fa sfilarono migliaia di persone a Belfast per il congedo. Una fotografia aerea del corteo funebre ha la pretesa di raccogliere l’amore che c’è. Anche nei corridoi delle prigioni di Robben Island, ricorda Desmond Tutu, nell’ora d’aria del sabato pomeriggio, i resistenti all’apartheid invocavano quel nome, George Best, che teneva su il morale, aspettando avidamente notizie sui risultati calcistici del weekend. Oggi ne cantano le gesta nel Teatro dei Sogni e nei pub. Sir Busby preferiva evocarne il genio. Sosteneva che non bisognava provare ad allenarlo. Il ragazzo è speciale come uno spirito nel cielo.

 

L'articolo Ritratto di George Best, artista del calcio proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/ritratto-di-george-best-artista-del-calcio/feed/ 5
Zidane allenatore. Il paradosso di un mister che non potrà mai dire “fate come facevo io” https://minimaetmoralia.it/sport/zidane-allenatore-il-paradosso-di-un-mister-che-non-potra-mai-dire-fate-come-facevo-io/ https://minimaetmoralia.it/sport/zidane-allenatore-il-paradosso-di-un-mister-che-non-potra-mai-dire-fate-come-facevo-io/#comments Fri, 19 Sep 2014 06:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23437 Questo pezzo è uscito originariamente su Ultimo Uomo. Ringraziamo autore e testata. di Daniele Manusia Dallo scorso 26 giugno Zinedine Zidane è ufficialmente il tecnico della squadra B del Real Madrid, retrocessa al termine della scorsa stagione in terza divisione. Dopo un anno da vice di Ancelotti si era parlato di Zidane come possibile allenatore […]

L'articolo Zidane allenatore. Il paradosso di un mister che non potrà mai dire “fate come facevo io” proviene da Minima et Moralia.

]]>
Questo pezzo è uscito originariamente su Ultimo Uomo. Ringraziamo autore e testata.

di Daniele Manusia

Dallo scorso 26 giugno Zinedine Zidane è ufficialmente il tecnico della squadra B del Real Madrid, retrocessa al termine della scorsa stagione in terza divisione. Dopo un anno da vice di Ancelotti si era parlato di Zidane come possibile allenatore della Nazionale francese, o del Bordeaux, ma in fondo ha più senso così. Zidane comincia la sua nuova carriera con pressioni minori rispetto a una squadra “vera”, con uno spogliatoio di giovani selezionatissimi ma non ancora arrivati. Il suo compito principale è quello di prepararli al grande passo ma al tempo stesso ha un’obiettivo concreto e alla portata da raggiungere: la promozione in Liga Adelante (a differenza ad esempio della squadra B del Barcellona, che è già in seconda divisione e non può salire neanche arrivando prima). Inoltre in questo modo mantiene entrambi i piedi nel Real Madrid Football Club con l’idea, considerata anche la stima che il presidente Florentino Perez nutre nei suoi confronti, di diventare un giorno l’allenatore della prima squadra. Se tutto va bene tra non molto Zinedine Zidane potrebbe allenare Cristiano Ronaldo, Gareth Bale, Toni Kroos, James Rodriguez e qualsiasi altro fenomeno calcistico il Real Madrid avrà collezionato nel frattempo. L’unica cosa certa è che verrebbero delle foto di squadra magnifiche.

Questa generazione di ex-giocatori carismatici, Guardiola, Simeone, Conte e Luis Enrique tutti su panchine importanti, ancora in forma e con appena qualche anno in più dei loro giocatori più vecchi, ha cambiato la nostra percezione del mestiere di allenatore, ha reso più visibile il legame tra la parte speculativa e quella del calcio giocato. Bielsa accovacciato nell’area tecnica in giacca e pantaloni della tuta ha comunque l’aria di un uomo che se non avesse l’eccentrica passione del calcio potrebbe realizzare qualcosa di più significativo per l’umanità, di un filosofo diventato domatore di leoni. Simeone in piedi a bordo campo è un leone che doma altri leoni. Da un momento all’altro potrebbe togliersi la giacca nera, la camicia nera e la cravatta nera, per scendere in campo e guidare la sua squadra come faceva una volta. Nei suoi occhi non c’è traccia di un pensiero che vada al di là del campo da calcio e sappiamo che sotto la maschera da allenatore brucia ancora il giocatore che conoscevamo; anzi, se guardiamo con attenzione (neanche molta, a dire il vero) qualcosa di quel giocatore si vede anche nella squadra che allena. Ma Simeone non era Zidane. Neanche Guardiola era Zidane. Nessuno era come Zinedine Zidane.

L’unicità di Zidane da giocatore è la ragione per cui, nel bene o nel male, sarà unica anche la sua esperienza da allenatore. Le sue qualità in campo sono difficili da descrivere a parole, figuriamoci da insegnare. Il mistero di Zidane è al sicuro nella sua testa anche se gli si puntano contro diciassette telecamere, inaccessibile probabilmente anche allo stesso Zidane. Si possono selezionare i giocatori con tecnica e visione di gioco e costringerli a giocare a testa alta, ma non si può spiegare a un calciatore professionista come pensare mentre ha la palla tra i piedi, come sentire il movimento dei compagni alle sue spalle.

Zidane può allenare con l’esempio, facendo da tutorial vivente, di come si sposta il peso da una gamba all’altra per cambiare direzione mantenendo l’equilibrio, ma questo non gli permetterà di trasformare un giocatore rigido in un ballerino classico. La capacità di rallentare il tempo e accelerarlo a proprio piacimento, prendendo tutti in contropiede, sorprendendo persino il compagno a cui è indirizzato il passaggio, non è qualcosa di trasmissibile da uomo a uomo. E se un giocatore ha visione di gioco, tecnica, equilibrio, genio, che bisogno c’è che il suo allenatore si chiami Zinedine Zidane? Ho guardato le quattro amichevoli di luglio e agosto nello stadio Alfredo Di Stefano (due vittorie senza subire un gol con squadre di pari livello: Deportivo Guadalajara e Zamora; due sconfitte 4-1 con squadre di Liga Adelante, una categoria sopra: Alcorcón e Leganes) e poi l’esordio in campionato del Castilla (sconfitta esterna nel derby con l’Atletico B) provando una certa emozione ogni volta che Zidane compariva nell’inquadratura di sfuggita, in piedi di spalle davanti alla sua panchina.

Il Castilla ha giocatori interessanti e il filtrante di esterno, à la Laudrup, con cui Sergio Aguza ha mandato in porta Cristian Benavente contro lo Zamora da solo mi ha rimborsato del tempo speso. Benavente a vent’anni ha già esordito con la nazionale del Perù, anche se è nato e cresciuto in Spagna, e dopo pochi minuti di quella stessa partita ha segnato di nuovo con un cucchiaio dal limite dell’area. Mi sono segnato anche i nomi del centrale difensivo con l’afro, Derik; dei mediani Lucas Torró e Marcos Llorente e sopratutto Alvaro Médran (sul cui futuro scommetterei se non fosse che nella vita non c’è niente di certo). Il finlandese Eeero Markkanen, 197 cm, figlio e fratello di giocatori di basket, acquistato quest’estate dall’AIK Solna per poco più di 2 milioni di euro, è troppo grosso e a volte gioca male come uno che potrebbe smettere di giocare a calcio da un momento all’altro; ma è tecnico e si muove bene senza palla e nei suoi momenti migliori mi ha fatto pensare a una versione Hulk di Gonzalo Higuaín. Continuerò a seguire il Castilla, e a seguire Zidane, ma dopo quattro partite la domanda che mi sembra più giusto fare è: Perché ha sentito il bisogno di allenare? Chi glielo fa fare? Non gli bastava essere stato Zinedine Zidane, uno dei migliori giocatori al mondo di sempre? Certo, non deve essere bello il pensiero di “essere stato” qualcosa, accontentarsi di guardare i propri video su YouTube.

Ma questa è la dura vita dei calciatori, no? Possibile discorso di Zidane nello spogliatoio del Real Madrid: «Mi raccomando ricordate, e mi rivolgo sopratutto a Gareth e Cristiano, che con la palla tra i piedi si può anche rallentare”. Il percorso che ha portato Zidane a quella che è la più grande decisione professionale della sua vita (no, dare una capocciata a Materazzi non conta come decisione) è cominciato almeno due anni fa. Anche se ha avuto il tempo per rifletterci più a lungo, dato che sono passati sette anni da quando ha dato l’addio al calcio. Nell’estate del 2012, intervistato da Le Monde in occasione dei suoi quarant’anni, Zidane non parlava come il più felice dei pensionati: «Se mi chiedi: Sei felice nella tua nuova vita come lo eri in quella passata? La risposta è: no. Di sicuro ero più felice su un campo da calcio». Quasi esattamente un anno dopo ha comunicato la sua decisione di tornare in campo. Cioè, a bordo campo.

La scorsa estate ha detto all’Equipe di essere cosciente di dover «partire da zero», che aver giocato a certi livelli non garantisce il successo da allenatore: «Devo accettare il fatto che ho molto da imparare, ma dato che ne ho la possibilità imparerò. Imparerò, crescerò, nonostante la mia età. Devo farlo, con umiltà». Il giornalista gli ha chiesto in che senso e lui ha risposto: «Ci sono un sacco di cose che non so! Per fortuna ho fatto il corso da allenatore. Prima di insegnarmi qualcosa è servito a farmi capire che non ne sapevo niente… insomma, non un granché. (…) Qualche volta sono andato a letto con il mal di testa».

Zidane non ha torto, di calciatori di successo che hanno fallito come allenatori ce n’è più di uno. Basta pensare a Maradona, o se preferite a Bobby Charlton: campione del mondo nel 1966, è retrocesso con il Preston North End in terza divisione e da allora non ha più allenato (salvo un breve periodo di panchina vacante al Wigan a inizio anni ottanta). E non mancano esempi contrari, di grandi allenatori che non hanno mai giocato ad alto livello: Mourinho, Bielsa, Van Gaal, Wenger, Arrigo Sacchi. Perché, per dirlo con le parole dello stesso Sacchi, per fare il fantino non è necessario aver fatto prima il cavallo. Quanto meno il fatto di essere stato Zidane gli eviterà rispostacce come quella di Ibrahimovic a Van Gaal, che ai tempi dell’Ajax ha addirittura osato chiedergli di difendere: «Mi sono allenato con Van Basten e lui dice il numero 9 deve conservare le energie per la fase d’attacco. Francamente non so se devo dare retta a Van Basten, che è una leggenda, o a Van Gaal…». O quella di Sergio Ramos a Mourinho, che lo criticava per aver cambiato marcatura sul calcio d’angolo che ha portato al gol di Puyol nella Copa del Rey 2012: «A volte è necessario cambiare marcatura. Ma tu non hai mai giocato e non lo puoi sapere».

Perché è vero anche che i calciatori non sono cavalli. Zidane potrebbe ispirarsi a Franz Beckenbauer, l’unico ad aver vinto una Coppa del Mondo sia da giocatore che da allenatore, e Johan Cruyff. Entrambi però, a differenza sua, erano già degli allenatori in campo. Cruyff poi è l’esempio perfetto di un genio inseparabile dalla filosofia delle squadre in cui giocava, di cui si è nutrito, che ha innovato e tramandato. Zidane è arrivato al Real Madrid per inaugurare la stagione di “Galacticos”, una cosa più vicina al collezionismo di auto d’epoca che a un’idea di calcio che possa farsi tradizione. Michael Laudrup, che come giocatore gli somigliava, si è preso anche qualche (piccola) soddisfazione da allenatore. Il giorno della sua presentazione allo Swansea ha tagliato corto sulle sue qualità da giocatore: «Che dire? Sono dei bei ricordi che restano quando smetti di giocare. Ma, detto ciò, non sono mai stato il tipo di persona che vive attaccata al proprio passato».

Alan Tate, difensore dello Swansea, però sosteneva che quando Laudrup partecipava all’allenamento con loro era ancora «il miglior giocatore della squadra». A parte il suo primo club, il Broenby, in cui è rimasto tre stagioni, Laudrup non ha mai allenato la stessa squadra per più di due anni e al momento siede sulla panchina del Lekhwiya, squadra campione in carica della Qatar Stars League. L’esordio di Zidane in Nazionale contro la Repubblica Ceca, con una doppietta segnata in due minuti. Era il 17 agosto di venti anni fa e a fine partita dice di pensare alla moglie, incinta di due mesi. Zidane era così bravo ad esprimersi in campo, con i piedi, che non ha mai avuto bisogno di molte parole. Fino ad ora.

Il suo modo di giocare, quella somma di eleganza, potenza e un ingrediente segreto che lo rendeva imprevedibile (una specie di correzione alcoolica all’idea di calcio di un bambino di dieci anni), era una funzione naturale del suo corpo, un talento che richiedeva esercizio ma non riflessione. E non era uno di quei calciatori che mangiano e sognano calcio; il che, per uno che vuole allenare ad alto livello, non è proprio il massimo: «Io quando la partita era finita volevo stare con la mia famiglia, tornare a casa mia, riposarmi. Non sentivo la necessità di esprimermi fuori dal campo. Per me il campo da calcio era più che sufficiente» (questa citazione è tratta dallo speciale di So Foot sui numeri dieci della scorsa estate, Zidane è in copertina con un cerottino sul naso). Invece di godersi la pensione e di fare tutto quello che gli passava per la testa di fare in qualsiasi momento della giornata o dell’anno, di passare tempo con la moglie e di guardare i propri figli giocare (tutti e quattro nelle giovanili del Real Madrid: il più grande, Enzo, è del ’95 e in teoria potrebbe anche convocarlo con il Castilla), Zinedine Zidane ha scelto una carriera stressante e difficile nei confronti della quale non aveva neanche mostrato un particolare interesse fino a poco tempo fa. A gennaio, in Francia, è andato in onda un documentario che Canal Plus ha iniziato a girare nel 2012 sulla nuova vita di Zidane (si chiama, appunto, Zinedine Zidane: nouvelle vie), senza sapere come sarebbe andato a finire, mentre Zidane seguiva contemporaneamente i corsi di Diritto ed Economia dello Sport a Limoges e quelli per il patentino da allenatore della Federazione Francese.

«A un certo punto mi sono reso conto che essere il Direttore Sportivo è bello, ho imparato molto, ma non è quello che voglio fare», dice Zidane per spiegare la decisione di fare da secondo ad Ancelotti. Jean Pierre Karaquillo, presidente e fondatore del CDES di Limoges, un settantenne rugoso con l’aria cinica e sensibile al tempo stesso, dice che in futuro l’allenatore «sarà un vero e proprio manager, dovrà avere conoscenze di diritto, economia, e gestione. E questo Zinedine l’ha capito». Più avanti elogia le sue qualità umane: «È una persona che si interessa prima degli altri che di se stesso. E questo per me è il prototipo della generosità».

Parlano tutti bene di Zidane. Olivier Dacourt, suo compagno di studi, pensa che il fatto che abbia studiato sia da dirigente che da allenatore dimostra «che vuole imparare, che ha voglia di migliorarsi». Claude Makalele (che nel frattempo ha preso la panchina del Bastia esordendo contro l’Olympique Marsiglia di Bielsa, e sotto di due gol ha anche azzeccato il cambio che ha dato il via alla rimonta per il finale 3-3) sostiene che «ha talmente tanta esperienza e carisma che un po’ di questa ricchezza va anche restituita, non sarebbe giusto morire tenendola per se». Dopo un discorsetto di Zidane nello spogliatoio prima di una partita di beneficenza (non capisco se è fuori luogo, dato che tra gli spettatori c’è il “Loco” Abreu, oppure no, dato che alla fine viene applaudito) Christian Karembeu risponde così quando gli chiedono la sua opinione: «Per definirlo direi che è una persona nobile».

Al momento di prendere la sua decisione Zidane racconta di aver parlato sia con Ancelotti (dice che non avrebbe potuto fare da secondo a Mourinho, anche se fosse rimasto) che con Florentino Perez. «Qui sei a casa tua. Puoi imparare, siamo con te», gli ha risposto il presidente del Real Madrid. Florentino Perez si rende conto che Zidane «non può che essere il numero uno, è impossibile che sia il numero due», ma ha davvero, davvero, stima di lui: «È vero che è difficile cavargli le parole di bocca, ma è un uomo di grande fermezza, che conosce bene il calcio, con molto talento, affidabile. Io credo siano le qualità giuste per fare l’allenatore. Ho conosciuto parecchi allenatori che parlavano molto, che parlavano tutti i giorni, ma tecnicamente erano meno validi di altri più riservati». Gli occhi di Florentino Perez si illuminano quando parla di Zidane come di una persona «speciale».

Florentino Perez non lo chiama mai “Zinedine Zidane”, o anche solo “Zinedine”. Lo chiama sempre e solo “Zizou”, con un affetto che buca la telecamera. Da parte sua, Zidane è davvero, davvero umile. Nell’intervista all’Equipe del 2013 diceva: «Non ho un ego particolarmente grande. Mi piace discutere veramente, avere uno scambio. Perché parto dal presupposto che quello che tu mi dirai mi sarà utile nella vita e che, forse, quello che io ti dirò lo sarà nella tua. Saprò sopratutto ascoltare gli altri, che siano il presidente del Real Madrid o un dipendente di un piccolo club di provincia». Nel documentario a un certo punto ripete il concetto: «Io ho voglia di ascoltare gli altri, anche se ho delle idee, anche se so cosa voglio. Saprò ascoltare perché lo staff che sceglierò saranno persone competenti in cui avrò il massimo della fiducia. E io l’opinione di persone competenti la voglio sentire».

Zidane ha deciso di allenare perché ne aveva la possibilità, ha preso la corsia preferenziale, ma gli va dato atto di una cosa: non ha dato per scontato che le sue qualità si trasmettessero ai suoi giocatori guardandoli negli occhi, o che l’esperienza acquisita giocando bastasse per diventare un grande allenatore. Dal documentario di Canal Plus si capisce bene la sua voglia sincera di imparare. Davanti a una schermata con delle statistiche dice: «Quando scopri certi dettagli… è bello averli a disposizione per preparare la partita…». Poi lo vediamo uscire per ultimo dall’ufficio, di notte, camminando nel parcheggio vuoto. Si capisce anche, però, e quanto sforzo gli costi riflettere sul calcio dal punto di vista di un allenatore. Un allenatore che, presumibilmente, dovrà allenare gente meno dotata di lui. Anche, o sopratutto, gente meno dotata di lui. In una scena deve passare una specie di test per il patentino, con due istruttori che guardano insieme a lui un allenamento delle giovanili. Discutono sulla differenza tra un passaggio sui piedi e uno nello spazio. Uno degli istruttori sostiene che è preferibile allenare dei ragazzi a passare la palla nello spazio. Zidane ride: «Per me è strano perché direi piuttosto di passarla sui piedi». «Ok, ma se me la passi sui piedi io devo controllarla in direzione del gioco, non ti sembra sbagliato?» «Io preferivo averla sui piedi [tanto la direzione del gioco la decideva lui, nda]. Ma al tempo stesso capisco che serva a risparmiare un tempo di gioco, a stare in movimento, per attaccare il pallone, per non restare fermi sui talloni…» Più avanti in una scena girata in interno solo con la telecamera Zidane dice: «Come allenatore ti addormenti con un mal di testa e ti svegli con un altro mal di testa. Ma io so cosa voglio e anche se è difficile so che sono in grado di ottenerlo».

«Allora Zizou, preferisci la palla sui piedi o nello spazio?» «Senti, dammela come ti pare tanto per me è uguale». Non vorrei dare troppo peso al mio scetticismo ma a volte ho l’impressione che Zidane sia, o sia stato, una di quelle persone che pensano che il compito dell’allenatore sia scegliere undici persone da far giocare. In un’intervista dello scorso marzo alla rivista El Confidential ha detto che in panchina si soffre di più rispetto al campo perché «sei in panchina e quando inizia la partita già non puoi più fare niente». E francamente non è un bel pensiero per un aspirante allenatore di alto livello. Non si può neanche non tenere conto del lato oscuro del carattere di Zidane.

Se il suo talento era la principessa rinchiusa in cima alla torre, le reazioni che gli sono costate 14 cartellini rossi in carriera erano il drago che lo difendeva sputando fuoco. Quella costante tensione interiore probabilmente lo aiutava a giocare meglio, serviva a isolarlo e lo portava a delle profondità in cui pochi altri giocatori possono dire di essere stati, facendo del suo talento qualcosa di drammatico. Ma bollire in panchina non lo aiuterebbe ad allenare caratteri diversi dal suo (“bollire” è una parola che Zidane stesso usa per definire il proprio stato interiore: «Ça boue» è la prima frase che dice nel documentario di Canal Plus).

Si tratta della differenza tra spingere se stesso al proprio limite, senza esplodere, e spingerci gli altri: «Essere leader di un gruppo non è facile, però mi affascina. Ho vissuto vent’anni preso dal gioco, impegnato a diventare il migliore del mio quartiere, della mia scuola, della mia squadra e della Nazionale. Oggi mi rendo conto che la vita è molto di più, che si può continuare a crescere» (sempre dall’Equipe della scorsa estate). Zidane avrà tempo per migliorare, anche se meno degli allenatori per vocazione, o anche solo di quelli che hanno preparato la loro mossa con più anticipo di lui. A gennaio di quest’anno, in una nuova intervista all’Equipe diceva di sentirsi già migliorato e di non rimpiangere la sua scelta: «Chiamarsi Zidane mi ha aperto delle porte, mi ha fatto avere degli appuntamenti. Ho avuto la fortuna di poter vivere la mia passione fino in fondo, ma se mi fossi fermato lì a questo punto non avrei più un posto. Non saprei neanche dove cercarlo. Almeno adesso so dov’è, e so perché sono qui. Per dare qualcosa agli altri. E non solamente il pallone, piuttosto le mie idee, i miei principi, la mia esperienza…».

Manca ancora una vera e propria prova del campo e quella della sala stampa. Quando comincerà a fare sul serio non ci sarà una sola persona a Madrid come a Pechino che non avrà un’opinione sui suoi metodi e sulle sue decisioni. Il Castilla che ho visto io, in queste prime quattro partite, è giovane e inesperto e gioca un calcio verticale un po’ frettoloso più simile a quello della prima squadra che al calcio che possiamo immaginare esca dalla testa di Zidane. Come è normale che sia, dato che lo scopo delle squadre B è quello di fornire giocatori alle squadre A. Ma il punto è che difficilmente, a meno con un colpo di scena torni in campo a quarant’anni suonati, vedremo di nuovo il calcio che aveva in testa Zidane. E di questo, forse, dobbiamo farcene una ragione più noi che lui. Nessuno sarà più come Zidane, neanche Zinedine Zidane.

Update: nel frattempo il campionato del Castilla è cominciato in salita, con tre sconfitte in altrettante partite. Lo scorso sabato, però, la squadra di Zidane ha ottenuto i primi tre punti e in un’intervista successiva alla vittoria ha già dichiarato che allenare la Nazionale francese è “una possibilità”.

L'articolo Zidane allenatore. Il paradosso di un mister che non potrà mai dire “fate come facevo io” proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/sport/zidane-allenatore-il-paradosso-di-un-mister-che-non-potra-mai-dire-fate-come-facevo-io/feed/ 2
Gianni Mura intervista Giacomo Losi https://minimaetmoralia.it/ritratti/gianni-mura-intervista-giacomo-losi/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/gianni-mura-intervista-giacomo-losi/#comments Sun, 02 Mar 2014 10:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19017 Ogni lunedì su la Repubblica Gianni Mura compila il suo "campo dei ricordi" raccontando le storie dei suoi calciatori preferiti. Pubblichiamo un'intervista a Giacomo Losi ringraziando l'autore e la testata.

di Gianni Mura

Giacomo Losi nel campo dei ricordi ha il numero 3, ma andrebbero bene anche il 2, il 5 e il 6. Tutti i ruoli della difesa li ha coperti, semmai c’è da chiedersi come riuscisse, lui alto 1.68, a marcare giganti come John Charles. Losi è nato a Soncino, in riva all’Oglio, un centro che dista una trentina di chilometri da Brescia, da Cremona e da Bergamo. Ed è catalogato tra i borghi più belli d’Italia, per la sua Rocca sforzesca e le mura che racchiudono il centro abitato.

«Una volta c’era l’acqua nel fossato intorno alle mura. Ma per noi bambini la festa era il fiume, anche se da festeggiare c’era poco. La mia famiglia era povera, io e mio fratello dormivamo nello stesso camerone dei genitori. Mio padre Pietro lavorava in una cooperativa di facchini che riempivano e svuotavano i grandi silos. Mia madre Maria, era in filanda. E di quelle filandere toste, che andavano a discutere col padrone. Me la ricordo, nel primo dopoguerra, che si dava da fare a organizzare i comizi di Pajetta. Mio padre non ha mai voluto saperne della tessera del Fascio.

L'articolo Gianni Mura intervista Giacomo Losi proviene da Minima et Moralia.

]]>
losi

Ogni lunedì su la Repubblica Gianni Mura compila il suo “campo dei ricordi” raccontando le storie dei suoi calciatori preferiti. Pubblichiamo un’intervista a Giacomo Losi ringraziando l’autore e la testata.

di Gianni Mura

Giacomo Losi nel campo dei ricordi ha il numero 3, ma andrebbero bene anche il 2, il 5 e il 6. Tutti i ruoli della difesa li ha coperti, semmai c’è da chiedersi come riuscisse, lui alto 1.68, a marcare giganti come John Charles. Losi è nato a Soncino, in riva all’Oglio, un centro che dista una trentina di chilometri da Brescia, da Cremona e da Bergamo. Ed è catalogato tra i borghi più belli d’Italia, per la sua Rocca sforzesca e le mura che racchiudono il centro abitato.

«Una volta c’era l’acqua nel fossato intorno alle mura. Ma per noi bambini la festa era il fiume, anche se da festeggiare c’era poco. La mia famiglia era povera, io e mio fratello dormivamo nello stesso camerone dei genitori. Mio padre Pietro lavorava in una cooperativa di facchini che riempivano e svuotavano i grandi silos. Mia madre Maria, era in filanda. E di quelle filandere toste, che andavano a discutere col padrone. Me la ricordo, nel primo dopoguerra, che si dava da fare a organizzare i comizi di Pajetta. Mio padre non ha mai voluto saperne della tessera del Fascio. Era di famiglia socialista. Così una notte del ‘43 sono venuti gli squadristi a prenderlo in piena notte. Stai tranquilla, hanno detto a mia madre, lo mandiamo a lavorare per la patria e sei fortunata, perché ti spedirà a casa dei bei soldini. Mai visti, ma il peggio è che per quasi due anni non abbiamo più saputo nulla di lui, dov’era, se era vivo, e un giorno torna che quasi non lo riconosciamo, magro come un chiodo, la barba lunga, era scappato e ha dovuto nascondersi. Era stato a scavare in un campo di lavoro in Cecoslovacchia, di fianco c’era un campo di concentramento. Non ha mai voluto parlare di quel periodo». Piccola pausa. Credo stia pensando a quel che ha visto e patito suo padre. Per allontanarlo dai brutti pensieri gli chiedo dello sport, di come ha cominciato.

«Nel dopoguerra, e non era così semplice arrivarci. Mio padre aveva 8 fratelli: tre morti in guerra, anzi dispersi, uno morto appena tornato a casa, il nonno a Soncino sotto le bombe. La terza l’ho passata più nei rifugi che sui banchi. Ero un bambino vivace, con due miti: Coppi e il Grande Torino. I ritagli di allora su Coppi, Gazzetta e Calcio e Ciclismo Illustrato, li ho ancora tutti. Il viaggio di nozze, in 1100, l’avevo organizzato da coppiano. Andiamo in Francia, ho detto a mia moglie. Ma già a Grosseto la batteria fa i capricci, ci fermiamo in un alberghetto, ripartiamo il giorno dopo: Sanremo, Montecarlo, Nizza, poi via verso l’interno: Grenoble, Briançon, l’Alpe d’Huez, l’Izoard, le montagne di Coppi. E sul Galibier ho capito lo spazio che c’è tra storia e leggenda. Quando Coppi è morto non potevo andare al funerale, ma con la bella stagione ho organizzato un viaggio in bici da Soncino al cimitero di Castellania. Sì, avevo la macchina, ma era un pellegrinaggio più che una gita e volevo andare in bicicletta, quella che sognavo da bambino e non ho mai avuto. Ho smesso in quinta elementare, c’era da dare una mano in casa, ero l’aiuto di un sarto, mi piaceva. I calzoncini della mia prima squadra, nata tra amici, li ho cuciti io. L’avevamo chiamata Virtus, ci sembrava un bel nome. Ma i giochi più pericolosi erano con le bombe.

Nel ‘45 portavo bombe e nastri di mitragliatrice ai partigiani che sparavano giù della Rocca. I tedeschi si arrendevano e sul camion lasciavano di tutto, una pacchia per la gente: coperte, scarponi, ma io prendevo solo baionette e maschere antigas. Facevamo i fuochi d’artificio con la polvere da sparo, ma un giorno al fiume accade un dramma. La guerra era finita, ma gli ex partigiani usavano le bombe per pescare. In un’ansa era rimasta una bomba chiara, più grande. diversa dalle altre, e noi ragazzini a provocare: vediamo chi ha il coraggio di andarla a pescare. Io, anche se era un bel quattro metri sotto. La porto a riva e uno più grande, sui 15 anni, dice: lasciate fare a me, ci penso io. Eravamo in sette. Grande botto, schegge dappertutto, una mi trancia la falange di un pollice, vede? Passa il mugnaio col carretto e ci carica per andare all’ospedale. Ne manca uno, gli dico. Torniamo indietro, il ragazzo era già morto. Da quel giorno ho chiuso con le armi. Lo sport ha la faccia di don Giovanni, il prete dell’oratorio. Oltre a farci giocare a calcio con una palla di stracci, organizzava le Olimpiadi soncinesi. Salto in alto, in lungo, 100 metri e maratona, che poi era due volte il giro delle mura, circa 5 km. E vincevo tutto io. Ah, e poi suonavo il clarinetto nella banda di Soncino, ci sono entrato sperando di avere la tromba. Verdi, Donizetti, Puccini, ma anche le serenate che allora usavano nei paesi. Fino ai 15 anni suonavo per un piatto di pane e salame e gli altri pomiciavano. Ho iniziato nella Soncinese, da attaccante: 17 gol in 12 partite. Poi alla Cremonese, in D e in C, sono diventato difensore. Poi mi ha preso la Roma. Buffo».

In che senso?

«Avevo provato con l’Inter, vincendo il torneo di Sanremo e realizzando il rigore decisivo, e col Bologna. Mai saputo chi e come mi abbia segnalato alla Roma. La Cremonese mi aveva pagato 500mila lire e mi rivendette per 8 milioni, un buon affare. A 19 anni mi ritrovo a Roma, un mondo da scoprire. Senza sapere che con la maglia giallorossa giocherò 386 partite di cui 299 da capitano. E che mi chiameranno Core de Roma, ma anche Palletta perché saltavo come se rimbalzassi. Oggi la chiamano forza esplosiva, allora un difensore non era valutato solo in centimetri. E io, come difensore, sui palloni alti non stavo incollato all’attaccante, anzi. Sui corner, mi piazzavo sul primo palo, importante era capire in anticipo dove sarebbe andato il pallone, e a quel punto saltavo con una breve rincorsa. Giocavo sulla palla, non sull’avversario. Sarà anche vero che oggi il calcio è più veloce e tecnico, ma mi sembra troppo esasperato e meno pulito, quasi più una recita che uno sport. Ma lo sa che ci sono ragazzini di 12 anni col procuratore? A quelli che alleno, al Nuova Valle Aurelia, insegno il rispetto delle regole. Che sono importanti. Io, per tanti anni capitano, all’arbitro mi rivolgevo dandogli del lei e con le mani sempre dietro la schiena. Oggi vedo cose da Far West, placcaggi, insulti, gestacci e cose così. Non va bene».

Ricordi in campo?

«Ghiggia marcato in allenamento. Gento all’esordio in Nazionale. Me la sono cavata bene, anche se abbiamo perso. Uno con cui non l’ho mai vista, Garrincha. Aveva una gamba più corta, veniva avanti ciondolando, come stesse per cadere, fintava da una parte e partiva dall’altra. Ho marcato Bobby Charlton quand’era ala sinistra, ho marcato Charles, Sivori, Altafini, uno dei più pericolosi, Jair, Corso, Virgili, Jeppson, Vinicio e tantissimi altri. Chi m’ha fatto più soffrire è Brighenti, con una gomitata all’arcata mi ha aperto uno squarcio, 12 punti di sutura, mai pensato che l’avesse fatto apposta. Giocavo sull’anticipo. Mai espulso e una sola ammonizione, all’ultima partita in A, a Verona. Loro avevano Bui e Traspedini, veloci e grintosi. Santarini, stopper, andava sempre avanti, spronato dal Mago, loro partivano in contropiede e io mi sono arrangiato. Al terzo intervento l’arbitro Motta di Monza mi ha detto: mi spiace, Losi, ma devo ammonirla. Ci sono rimasto male, ma era giusto così».

Lei con Helenio Herrera non legò molto.

«Credo fosse geloso della mia popolarità in città, anche se non la facevo pesare. Andavamo nei club dei tifosi e chiede- vano l’autografo prima a me che a lui. E sì che quand’era all’Inter mi voleva. Parlai con Allodi: Mino, quanto prendi a Roma? Glielo dissi. Ti diamo il triplo, disse lui. No, dissi io, queste cose non le faccio. Così presero Picchi. A Herrera non ho mai perdonato di aver fatto rientrare la squadra da Cagliari quando Taccola morì sul lettino dello spogliatoio. Io non c’ero, ero a Roma, e mi toccò andare a informare la famiglia di Giuliano. Forse a Herrera non faceva piacere che io rifiutassi la pillola quotidiana di Evoran, gliele procurava il massaggiatore Wanono in Francia. Mai presa, e dicevo ai compagni di starci attenti. Lui diceva che erano vitamine, ma noi cosa ne sapevamo?».

I momenti più neri, per lei?

«Quando l’allenatore Lorenzo organizzò la colletta tra i tifosi al Sistina, e io, il capitano, giravo con un secchio tra le file a raccogliere i soldi. Settecentomila lire in tutto. Le mandammo agli alluvionati. Brutto periodo, quello. Non ci volevano negli alberghi, non ci volevano nei ristoranti, società piena di debiti. Un altro brutto momento fu quando la Roma mi fece fuori mandandomi a casa un usciere con una busta: dentro c’era il mio cartellino e una breve lettera di ringraziamento, più formale che altro, in cui si diceva che avrebbero organizzato per me la partita d’addio. Cosa mai avvenuta».

I più belli?

«Uno dei più belli, certamente il più curioso visto con gli occhi di oggi: il 25 aprile del ‘61 a Bologna, Italia-Irlanda del Nord, 3-2 per noi, marco bene Mc Parland. Il giorno dopo a Roma c’è il ritorno della semifinale di Coppa delle Fiere con l’Hibernian, 2-2 all’andata. Prendo il treno e vado all’albergo dov’è in ritiro la squadra, per far sentire il tifo del capitano. Piove molto, avvantaggiati loro, Foni, l’allenatore, mi fa: cosa diresti se ti chiedessi di giocare stasera? Non me l’aspettavo. Se i compagni sono d’accordo, gioco, ho detto. Evviva, pacche sulle spalle: gioco. E sono utile, perché sul 3-3 a pochissimo dalla fine tolgo dalla linea di porta un loro tiro che avrebbe significato l’eliminazione. Così si va alla bella, 6-0 per noi e poi, col Birmingham, grazie a un immenso Cudicini 0-0 là e 2-0 qua: prima coppa europea nella storia della Roma. Tra le cose belle ci metto anche l’amicizia con Di Stefano, nata durante una tournée in Venezuela: Roma, Real, Porto e Vasco da Gama. Col Real eravamo nello stesso albergo, noi avevamo portato scorte alimentari dall’Italia e grattavamo il Parmigiano sulla pastasciutta. Lui s’avvicina al tavolo e chiede: cosa ci mettete sopra? Un nostro formaggio. Posso assaggiare? Ma è meraviglioso. Come posso averlo a Madrid? Mi dai il tuo indirizzo e te lo spedisco io. Così ho fatto e da lì siamo diventati amici, sono stato a casa sua, ho visto il monumento al pallone. Adesso le mostro una cosa». Fruga nel portafogli e ne estrae un ritaglio di giornale piegato con cura, una fotografia.

«Spagna-Italia vecchie glorie, capitani io e Di Stefano. Il più grande di tutti, fortuna che non ho mai dovuto marcarlo. Un altro bel ricordo è personale. Mio padre veniva ogni tanto a vedermi giocare, ma senza dirmelo. Un giorno me lo ritrovo vicino al nostro pullman, a San Siro. Sai Mino che hai imparato a giocare a calcio, adesso? Cazzo papà, ho 32 anni, ho pensato. Ma non l’ho detto. Ho preso quella frase come una medaglietta da appuntare al cuore».

L'articolo Gianni Mura intervista Giacomo Losi proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/ritratti/gianni-mura-intervista-giacomo-losi/feed/ 1