Bobby Sands Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bobby-sands/ un blog di approfondimento culturale Fri, 08 Jan 2021 12:13:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Bobby Sands Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bobby-sands/ 32 32 L’Irlanda in lotta. Vita e scritti di Bobby Sands https://minimaetmoralia.it/libri/lirlanda-in-lotta-vita-e-scritti-di-bobby-sands/ https://minimaetmoralia.it/libri/lirlanda-in-lotta-vita-e-scritti-di-bobby-sands/#respond Tue, 05 Jan 2021 12:59:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47519 di Simone Bachechi

foto di Gérard Harlay ©

Tanto vale iniziare dall’esergo dei curatori Riccardo Michelucci ed Enrico Terrinoni per parlare di Scritti dal carcere. Poesie e prose di Bobby Sands (Paginauno), esergo al volume che è la dedica a Giulio Giorello, il filosofo della scienza da poco scomparso, “insostituibile ispiratore e amico”, ci dicono i curatori, lo stesso Giorello che aveva già curato la prefazione al volume di Michelucci del 2017 edito da Odoya dal titolo Storia del conflitto anglo-irlandese. Otto secoli di persecuzione inglese.

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di Simone Bachechi

foto di Gérard Harlay ©

Tanto vale iniziare dall’esergo dei curatori Riccardo Michelucci ed Enrico Terrinoni per parlare di Scritti dal carcere. Poesie e prose di Bobby Sands (Paginauno), esergo al volume che è la dedica a Giulio Giorello, il filosofo della scienza da poco scomparso, “insostituibile ispiratore e amico”, ci dicono i curatori, lo stesso Giorello che aveva già curato la prefazione al volume di Michelucci del 2017 edito da Odoya dal titolo Storia del conflitto anglo-irlandese. Otto secoli di persecuzione inglese.

In questa breve nota posta all’inizio del volume i curatori ricordano in Giorello un grande amante dell’Irlanda, in quanto lo stesso grande amante della libertà, e forse per poter parlare di questo paese non si può prescindere dal senso più profondo di questa parola, che chiunque si trovi a calpestare il suolo della terra smeraldo può respirare ovunque, anche banalmente trovandosi a Dublino nell’estate dello scorso anno, nel periodo in cui erano in corso a Hong Kong le manifestazioni contro il governo cinese e accorgersi che in tutti i bar, pub, ristoranti, gli schermi dei televisori fossero continuamente sintonizzati sulle notizie provenienti da quel lontano angolo di mondo dove, anche se con proporzioni e occorrenze diverse si combatteva per le stesse rivendicazioni che il popolo irlandese ha portato avanti per secoli, ben otto, un triste e significativo primato (forse assoluto) nell’intera storia dell’umanità di sudditanza e lotta di un popolo rispetto a un altro. Di questo, il volume sopracitato edito da Odoya nel 2017 di Michelucci, giornalista, saggista e traduttore, autore tra l’altro anche del volume biografico edito da Clichy dal titolo Bobby Sands, Un’utopia irlandese, ne dà ampio e dettagliato conto.

Il volume edito da Paginauno non è il primo a contenere i testi tradotti in italiano (anche se negli altri casi non la totalità) del militante dell’IRA morto in carcere il 5 maggio del 1981 a seguito di uno sciopero della fame iniziato sessantasei giorni prima insieme ad altri nove compagni di prigionia. Si tratta della traduzione completa di testi pubblicati originariamente a Cork nel 1998 e dei quali Gerry Adams, lo storico leader del Sinn Féin, fra i maggiori fautori dell’Accordo del Venerdì Santo di quello stesso anno, aveva già curato l’introduzione che è qui riproposta. Il primo volume da noi tradotto risale allo stesso anno della morte di Sands, da parte di Savelli, un breve testo curato da  Carlo Simonetti dal titolo Fino alla vittoria. Scritti e poesie dell’Irlanda in lotta. Seguirà nel 1996 per Feltrinelli Un giorno della mia vita. L’inferno del carcere e la tragedia dell’Irlanda in lotta, curato da Silvia Calamati, una delle maggiori conoscitrici del conflitto nord-irlandese.

I due precedenti libri contenenti gli scritti del militante irlandese e usciti a distanza di quindici anni l’uno dall’altro si collocano in un arco temporale nel quale le ferite, i temi del conflitto, fra picchi, periodi di riflusso e (ahinoi) tentativi di revisione, non hanno permesso una presa di distanza dalla drammaticità di un periodo di lotta le cui ferite gli accordi del  1998 sono riusciti solo in parte a sanare, essendo venuto a mancare nel corso degli anni un riconoscimento da parte dei vari governi britannici circa le proprie responsabilità per gli orrori perpetrati ai danni del popolo irlandese, riconoscimento che porterebbe anche il Governo di Sua Maestà a dover fronteggiare dei cospicui risarcimenti, proprio come avvenuto a carico della Germania alla fine del secondo conflitto mondiale, verso un popolo che ha subito nel corso dei secoli, e non solo negli ultimi decenni di quello scorso, l’oppressione della Corona inglese: si può risalire a ritroso al 1169, anno in cui ha inizio l’invasione anglo-normanna dell’isola da parte di Enrico II, fino alle campagne di sterminio di Elisabetta I a cavallo del 1600, o solo cinquant’anni più tardi con le sanguinose imprese dell’esercito “parlamentarista” inglese di Oliver Cromwell, per poi saltare ancora di qualche decennio ed arrivare alle “Leggi Penali” del 1700, e ancora con la grande carestia della patata negli anni tra il 1845 e il 1851 che causò oltre un milione di vittime e altrettanti emigrati, evento naturale che se non può essere ascritto nelle dirette responsabilità della Corona inglese, nella gestione e politica di contrasto e provvedimenti adottati da parte della stessa non può che far emergere la sua diretta colpevolezza in quello che è stato un vero e proprio genocidio pianificato ai danni dei “rozzi, rissosi e indisciplinati” irlandesi.

Fino ad arrivare più vicini ai nostri giorni, anche dopo quel 1922 che ha sancito la nascita ufficiale della Repubblica d’Irlanda come la conosciamo oggi, con la creazione nelle sei contee dell’Ulster di un governo autonomo unionista che instaura un vero e proprio regime di apartheid che la deriva della vulgata propagandista di stampo britannico ha da sempre proditoriamente cercato di disegnare come uno scontro tra cattolici e protestanti, misconoscendo le cause e le implicazioni sociali.

La storia, la vita (e la morte) di Bobby Sands è l’espressione e la testimonianza più significativa e del più alto valore morale della resistenza del fiero popolo d’Irlanda negli anni più recenti, tanto da essere assunto a icona dei movimenti di resistenza e lotta in tutto il mondo: il conflitto nelle regioni del nord di Irlanda a partire dagli anni ’60 all’interno della stessa IRA non è più stato solo anti-inglese, ma più ampiamente legato ai movimenti per i diritti civili e con la prospettiva della nascita della “Repubblica socialista d’Irlanda” come auspicato da Bobby Sands e i suoi compagni.

Le prose sono tradotte da Michelucci, autore anche dell’introduzione al volume, le poesie da Terrinoni, già traduttore tra l’altro di James Joyce, poesie-canzoni che prendono a prestito rime delle ballate popolari e nascono dallo spirito di libertà che è in sé l’essenza del poetico, come osserva giustamente Terrinoni nella postfazione. Si tratta della prima traduzione italiana di tutte le prose e poesie scritte durante la prigionia dal rivoluzionario irlandese morto nel 1981 a seguito dello sciopero della fame iniziato insieme ad altri prigionieri il primo marzo dello stesso anno nei blocchi H nel carcere di Long Kesh alle porte di Belfast. È durante i primi diciassette giorni del suo ultimo sciopero della fame, altri ce ne erano stati, che Sands inizia a tenere un diario, scrivendo quotidianamente, usando un refil di penna biro che nasconde fino nei suoi orifizi per non essere intercettato dalle guardie carcerarie, utilizzando pezzi di carta igienica e cartine di sigarette, firmandosi con lo pseudonimo “Marcella” una delle sue sorelle, testimonianza del suo voler mantenere un contatto con il mondo esterno, pure nelle condizioni disumane in cui era posto.

I testi si amplieranno, diventeranno più numerosi, saranno versi e prose che anche la stupefacente modalità di trasmissione denotano la straordinaria tenacia, l’amore per la libertà, l’attaccamento alla propria terra, il carisma, l’attenzione per i compagni, nonché la passione per la letteratura del militante e martire irlandese. Fu grazie ai testi fatti uscire in modo così ingegnoso dal carcere e arrivati a noi in modo così miracoloso, soprattutto in considerazione delle condizioni disperate nelle quali sono stati scritti, che il mondo venne a conoscenza delle torture della Gran Bretagna nei confronti dei prigionieri politici irlandesi, una messa in stato d’accusa che ancora oggi chiede giustizia.

Tra i murales di Belfast, vero e proprio libro di storia a cielo aperto, se ne trova uno che riporta le parole del Cardinale Romero: “Gli occhi che hanno pianto sanno vedere tante cose”. Bobby Sands scrive fra una sevizie carceraria e l’altra:

Immaginate come ci si può sentire nudi, rinchiusi per ventiquattro ore al giorno in una cella d’isolamento, sottoposti alla totale privazione non solo delle cose ordinarie di tutti i giorni, ma delle fondamentali necessità umane come  vestiti, l’aria fresca, l’esercizio fisico, la compagnia di altri esseri umani. In altre parole, immaginate di essere sepolti, nudi e solo per un giorno intero. Come sarebbe per venti strazianti mesi?

e ancora l’attesa dell’arrivo delle guardie carcerarie, che irrompono nella cella spoglia, piena di urina, escrementi e avanzi di cibo putrefatto, con le finestre sigillate dalle stesse guardie per cercare di chiudere anche quella “Finestra della mente” (il titolo di una bellissima prosa), per torturare, prendere a calci e pugni, tirare per i capelli nei corridoi per le ispezioni corporali il prigioniero, costringendolo a bagni nell’acqua bollente e poi gelata, per stordirlo, irridendolo, non sapendo che nemmeno quello riuscirà a placare uno spirito indomito la cui forza morale e anelito alla libertà potrà essere soppressa solo con la morte, perché come recitano i versi finali di quella che forse è la sua poesia più nota (Il ritmo del tempo):

Illumina il buio di questa cella
Rimbomba il tuono della sua forza
“È il pensiero che mai si dispera” amico mio
Quel pensiero che dice “Sono nel giusto”

Perché nemmeno:

Carri armati e fucili bastano a spezzare un blanket man

Gli uomini delle coperte diventano il simbolo della resistenza del popolo irlandese all’oppressione del “Tiranno eterno” (la Gran Bretagna), dopo quel 1976 nel quale il Governo di Sua Maestà non considererà più i membri dell’ IRA gli eredi degli Irish Volunteers, l’organizzazione fondata nel 1913 che combatté per l’indipendenza irlandese fino alla Rivolta di Pasqua del 1916 soffocata nel sangue, ma un’associazione terroristica, i cui componenti non avrebbero più goduto dei diritti previsti dalla Convenzione di Ginevra. I detenuti diventato criminali comuni perdendo ogni privilegio, con la soppressione delle visite e l’esercizio fisico, la rimozione degli arredi nelle celle, percosse e perquisizioni corporali che diventano la consuetudine, e sono obbligati a indossare la divisa carceraria che Bobby Sands e i suoi compagni rifiuteranno. I Blocchi H servivano per spersonalizzare i prigionieri politici e delegittimarne la protesta.

La forma di protesta del quale Bobby Sands si fa fautore da martire annunciato è lo sciopero della fame e i testi raccolti scandiscono il tempo del suo estremo sacrificio. Una protesta non violenta che affonda le proprie radici nell’antichità del popolo gaelico, il Troscad, che consisteva nel rifiutare il cibo per protestare contro una persona dalla quale si era subita un’ingiustizia.

Parole le sue che sono un inno alla libertà, alla dignità e alla resistenza per tutti gli oppressi, parole, narrazioni, prose e poesie che sono veri pugni nello stomaco, senza retorici abbellimenti, diretti, per questo potenti nella loro carica letteraria che non manca, ma che fatalmente è destinata a rimanere in secondo piano rispetto alla forza  politica e di rivendicazione, tanto da far dire:

“Popolo d’Irlanda, pensa bene a questi versi
Non contengono scherzi o battute, o semplici rime
Se sapeste della tortura che consocono i prigionieri
Irrompereste in queste segrete per abbattere quest’inferno”

una vigorosa denuncia della secolare oppressione inglese tramite l’unica arma rimastagli a disposizione, il pensiero e la parola letteraria:

“Condizioni imposte da un branco di fanatici: “Svuota il tuo bugliolo,” dicono “ma soltanto nel modo in cui possono umiliarti.” lavati, ma solo nel modo in cui decidiamo noi!” Va’ in giro nudo oppure indossa l’uniforme carceraria.” È lo stesso atteggiamento delle medesime autorità dispotiche all’esterno: “Comprate un appartamento simile a una tomba a Divis Flats oppure vivete in strada,” dicono. “Lavorate per pochi spiccioli oppure non lavorate per niente e morite di fame” E ancora, “Potete votare ogni quattro anni, e se non vi va bene peggio per voi,” Questo è quello che dicono!

Un testo arricchito da alcune riproduzioni degli scritti originali di Bobby Sands per concessione della Bobby Sands Trust, tramite il cui sito si può reperire una grande quantità di materiale bibliografico, d’archivio e multimediale. Un volume curato magistralmente da Michelucci e Terrinoni che ci consegna a distanza di anni un formidabile documento di resistenza civile, eroismo in un’epoca nella quale tanti, troppi vi si travestono, umanità e solidarietà, oltre che in ogni caso un poderoso corpus letterario, forse la più alta espressione letteraria prodotta in carcere nell’epoca moderna, paragonabile alla Ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde o alle Lettere di condannati a morte della resistenza europea (edizione Einaudi del 1954 con prefazione di Thomas Mann), per non dimenticare gli scritti dal carcere di Rosa Luxemburg o Una giornata di Ivan Denisoviĉ di Alexandr Solženicyn o ancora, anche se sotto un’altra prospettiva i Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci.

Un testo salvifico, dalla potenza civile inarrivabile e allo stesso tempo il ritratto di un uomo, il quale, come dalle parole di Gerry Adams nella prefazione, che dopo un toccante e umanissimo ritratto del ragazzo di Belfast, ci dice che la lotta e la resistenza nei secoli del popolo d’Irlanda non è che lo stesso di quello dei primi cristiani perseguitati, degli schiavi, dei contadini, degli indiani d’America, con i quali i repubblicani irlandesi in lotta condividono il palcoscenico della storia contro la tirannia, testimoniando “la superiorità morale degli oppressi” e consegnandoci, conclude l’ex-leader del Sinn Féin, il ritratto di uomo di nome Robert Gerard Sands nato nel 1954 in una terra oppressa da secoli, morto a soli ventisette anni ma che “vive in queste pagine”.

 

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Chiederò perdono ai sogni, un romanzo di padri e di figli https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/chiedero-perdono-ai-sogni-un-romanzo-di-padri-e-di-figli/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/chiedero-perdono-ai-sogni-un-romanzo-di-padri-e-di-figli/#respond Thu, 27 Aug 2015 05:00:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28244 Quel giorno Jack era bello come la collera, sostenne Tyrone. Aveva gli occhi lucidi propri delle ultime volte. Le spalle larghe portavano il peso di una radice recisa. Jack disse al padre che non l'avrebbe più potuto chiamare figlio mio. Ora era un figlio di nessuno. «Era Tyrone Meehan, mio padre. Un cazzo di eroe, sì! A Belfast nessuno più pronuncia il tuo nome». Jack, ti voglio bene, ha ripetuto l'altro fino all'ultimo sguardo.

«I bambini arrivarono urlando, lanciando i sassi sui marciapiedi e spaccando le bottiglie contro il muro: “Arrivano i poliziotti! Entrano nel quartiere!”, gridò un piccoletto in maglia da calcio. Era sporco di fuliggine e sudore. Lo fermai. Stava tremando. “Mollalo veloce!” Guardò il mattone che teneva in mano e lo lasciò cadere. “Forza, di corsa!” Torna a casa da tuo padre!” “È in galera, mio padre!”, strillò il bambino correndo via». Correva l'anno 1969. Era quasi ferragosto nel quartiere nazionalista di Bogside a Derry, quando gli estremisti protestanti e la polizia nordirlandese, la Ruc, oggi PSNI, sferrarono un nuovo attacco: cinquecento case incendiate, millecinquecento persone sfollate, nove morti, il bilancio di tre giornate di battaglia.

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northernireland

– Verrà quel giorno, – disse il vecchio guardando Milton con troppa intensità.
– Certo che verrà, – rispose Milton e richiuse la bocca.
Ma il vecchio insisteva a fissarlo con un’avidità insoddisfatta, forse praticamente insaziabile.
– Certo che verrà, ripeté Milton.
– E allora, – disse il vecchio, – non ne perdonerete nemmeno uno, voglio sperare.
– Nemmeno uno, – disse Milton. – Siamo già intesi.
Una questione privata, Beppe Fenoglio

 

Quel giorno Jack era bello come la collera, sostenne Tyrone. Aveva gli occhi lucidi propri delle ultime volte. Le spalle larghe portavano il peso di una radice recisa. Jack disse al padre che non l’avrebbe più potuto chiamare figlio mio. Ora era un figlio di nessuno. «Era Tyrone Meehan, mio padre. Un cazzo di eroe, sì! A Belfast nessuno più pronuncia il tuo nome». Jack, ti voglio bene, ha ripetuto l’altro fino all’ultimo sguardo.

«I bambini arrivarono urlando, lanciando i sassi sui marciapiedi e spaccando le bottiglie contro il muro: “Arrivano i poliziotti! Entrano nel quartiere!”, gridò un piccoletto in maglia da calcio. Era sporco di fuliggine e sudore. Lo fermai. Stava tremando. “Mollalo veloce!” Guardò il mattone che teneva in mano e lo lasciò cadere. “Forza, di corsa!” Torna a casa da tuo padre!” “È in galera, mio padre!”, strillò il bambino correndo via». Correva l’anno 1969. Era quasi ferragosto nel quartiere nazionalista di Bogside a Derry, quando gli estremisti protestanti e la polizia nordirlandese, la Ruc, oggi PSNI, sferrarono un nuovo attacco: cinquecento case incendiate, millecinquecento persone sfollate, nove morti, il bilancio di tre giornate di battaglia.

Tyrone Meehan, già quarantaquattrenne, combattente di rilievo dell’Irish Republican Army e poi membro di spicco dello Sinn Féin, era dentro quell’ennesimo intreccio di rabbia, sangue e dolore. La gente del ghetto cattolico invocava la difesa dell’IRA, i volontari godevano del sostegno popolare. Quel giorno d’agosto sulle barricate Tyrone divenne un eroe, una medaglia luccicante sul petto. Cadde prigioniero del ricatto di una storia sbagliata, dei britannici, del suo esercito e della verità che della guerra è sempre la prima vittima. Lo ricorderanno come un traditore. Lui, non più capace di nutrirsi dell’odio, in fondo forse si limitò a chiedere perdono ai propri sogni.

«(…) Domenica ho avuto con me il bambino. Dice che quando sarà grande diventerà un volontario e ti tirerà fuori da quel posto orribile. Che Dio lo aiuti», scrisse la madre di Bobby Sands in una lettera giunta censurata al figlio, condannato nel 1977 a 14 anni di reclusione per possesso di armi da fuoco, detenuto e torturato nel campo di concentramento di Long Kesh.

Sorj Chalandon è riuscito a rendere testimonianza puntuale una questione privata, disegnando con precisione il quadro storico di un conflitto dalle proporzioni interiori ed esteriori enormi, che nel trentennio dagli anni Settanta agli albori del ventunesimo secolo ha fatto 3600 vittime e cinquantamila feriti, senza calcolare i danni psicologici. Chiederò perdono ai sogni (Keller, 286 pagine, 16.50 euro, traduzione di Silvia Turato) è un romanzo magnifico, struggente. È un romanzo di padri e di figli. Narra le necessità del rancore e del perdono impossibile. L’autore riapre ferite che hanno la misura dell’abisso, ed è interessante l’equilibrio trovato fra la realtà e quella narrativa.

Il protagonista della vicenda, il repubblicano Denis Donaldson, Tyrone Meehan per il lettore, dagli anni Ottanta confidente sotto scacco del controspionaggio britannico, l’MI5, e della polizia Special Branch focalizzata sull’Irlanda del Nord, è stato amico fraterno dello scrittore, a lungo corrispondente da Belfast per Libération. La scrittura non ha la pretesa di svelare le ragioni intime di un tradimento, seppure in qualche modo le raffiguri, mentre ha il coraggio di non arrendersi all’oblio, di interrogare i tormenti nella coscienza di una guerra considerata di liberazione.

Chalandon scrive con passione quel che sa di una vicenda, anche personalmente dolorosa, dall’epilogo violento dai contorni ancora oscuri. Due anni dopo l’esecuzione del traditore, Real Ira ha rivendicato l’omicidio punitivo, ma le indagini proseguono da nove anni. Sono oltre trecento le persone interrogate, novecento le lines of inquiry. Secondo gli inquirenti l’inchiesta è attiva ed è arrivata al quindicesimo supplemento d’indagine, che scadrà il due settembre. La famiglia ha accusato la Garda Síochána (la polizia della Repubblica d’Irlanda) per questo lento protrarsi. E ha messo all’indice la generale assenza della volontà politica di fare luce su quello che Gerry Adams, guida dell’ascesa dello Sinn Féin e del processo politico di allontanamento dalle sue originarie tendenze militariste, l’indomani del ritrovamento del cadavere, catalogò come un affare sporco, alludendo a un coinvolgimento dell’intelligence britannica. «Chi l’ha ucciso è contro il cambiamento. Condanniamo senza riserve il delitto. Ci dissociamo come chiunque supporti il processo di pace», dichiarò. Un caso che illustra molto dell’attuale situazione nordirlandese.

«(…) Dopo essermi compromesso, durante un periodo vulnerabile della mia vita», il combattente superò la linea di confine. A questa frase, pronunciata nella conferenza stampa del 2005 in cui ammise pubblicamente di essere stato una spia, Donaldson non ha aggiunto altro. Restano un mistero le circostanze in cui i servizi segreti lo reclutarono, per poi smascherarlo nel 2002 con un arresto spettacolare nell’ambito di un’operazione di polizia creativa, nota come Stormontgate. Secondo l’accusa Donaldson avrebbe guidato un presunto gruppo di spie della Provisional Irish Republican Army, che all’interno del parlamento di Stormont avrebbe raccolto una grande quantità di documenti e informazioni confidenziali. L’irruzione provocò un terremoto politico e un autentico spaesamento nello Sinn Féin e nei compagni con i quali aveva combattuto.

All’epoca Donaldson amministrava l’ufficio parlamentare del principale partito nazionalista nordirlandese. Negli anni Ottanta aveva diretto le relazioni internazionali del movimento dal Medio Oriente agli Stati Uniti, punto di contatto con l’influente comunità irlandese-americana. Viaggiava per l’Irlanda su mandato di Adams per valutare e selezionare una classe politica leale alla leadership dello Sinn Féin. Insomma era nel cuore delle attività politiche e al contempo una fonte preziosa per il nemico.

Donaldson ha affrontato la solitudine, come la morte. Attese la resa dei conti, l’appuntamento con i suoi assassini il 4 aprile 2006 nella casa del padre a Killybegs. Un luogo primordiale, privo di acqua corrente e luce elettrica, che proteggeva la memoria e lo guariva dalla guerra. Qui il giornalista gioca con i rimandi e salti temporali di un diario scritto da Donaldson nelle ultime settimane di vita, rinvenuto e secretato dalle autorità della Garda. Invano la famiglia, mediante i propri rappresentanti legali, chiede l’accesso al contenuto, a quelle righe che potrebbero spiegare qualcosa.

Tyrone lavò via la scritta catramata: TRADITORE. Il padre Patraig Meehan parlava la lingua gaelica, perché significava resistere. Lo rassicurava, perché in paradiso si parlava gaelico e anche là la pioggia sottile aveva il gusto del miele. «Quando cantava la nostra terra, tutti stavano a testa alta con gli occhi che si riempivano di lacrime. Ancor prima di essere cattivo, mio padre era un poeta irlandese». Non si era arreso allo smembramento dell’Irlanda, al Trattato del 1921 che sanciva la nascita dell’entità delle sei contee e alle armi deposte dall’Ira nel ’23. Un óglach dalla fierezza cristallina, un insubordinato, un refrattario nel nuovo Stato libero d’Irlanda. Pat morì con i sassi nelle tasche. Lasciò Tyrone orfano, non della sua lotta.

Fra i personaggi laterali del romanzo colpisce Tom Williams, diciott’anni senza infanzia. In lui Chalandon sembra aver voluto condensare i torti d’ottocento anni dell’ingerenza oppressiva britannica su un popolo che, ben prima del senso moderno di nazione, possedeva un’unità, un’identità culturale. Nelle membra dell’adolescente si vivificano l’espropriazione e l’accentramento delle terre operati da Enrico VIII, le parole d’imperio della figlia Elisabetta I che rese effettivo il controllo inglese: «Desideriamo che voi cerchiate di condurre quella barbara e rozza nazione alla civiltà con le buone maniere; tuttavia quando le circostanze lo impongano, dovete piegare con la forza coloro che non possono essere persuasi con la ragione»; la colonizzazione dell’Ulster, la provincia più compattamente gaelica e cattolica, con i capitali delle compagnie della City e i coloni inglesi, scozzesi; il genocidio e la deportazione attuati da Oliver Cromwell; la vetusta marcia Orangista, in scena ogni dodici di luglio, a celebrare la vittoria di Guglielmo III contro il deposto re cattolico Giacomo II nella battaglia del fiume Boyne nel luglio 1690, che sancì la conquista dell’Irlanda da parte dell’Inghilterra. Il volto scarnificato di Tom figurava la stessa miseria della Grande carestia.

Il Freeman’s Journal la soprannominò il colera delle patate, che costituivano l’unico alimento dei poveri. La phytophthora infestans, un fungo allora sconosciuto, dal settembre 1845 per cinque anni flagellò la coltivazione e dunque i raccolti di patate. L’altro cibo, quello per i ricchi, non mancava, tuttavia era destinato all’esportazione. Di fronte alla febbre tifoidea, all’ecatombe per assenza di nutrizione, il governo di Londra non rinunciò alla propria austerità, ai propri principi liberisti. Il mercato alimentare non andava alterato dall’intervento pubblico.

Lo Stato non doveva distribuire cibo gratuitamente, perché così facendo avrebbe depresso i prezzi di mercato e scoraggiato l’offerta degli operatori. «Vi ripeto che se abbassiamo il prezzo ci troveremo a farci carico di tutta l’Irlanda. Se gli irlandesi scoprono che vi sono casi in cui possono sperare di avere elargizioni gratuite da parte del governo, finiremo per avere un numero di mendicanti quale il mondo non ha mai conosciuto», arringò Charles Trevelyan, Ministro del tesoro e funzionario inglese con l’incarico di dirigere le misure di soccorso.

In quegli anni il giovane Friedrich Engels, nel suo viaggio ne La Situazione della classe operaia in Inghilterra, così descrisse gli irlandesi: «(…) Il rapido sviluppo dell’industria britannica non avrebbe potuto effettuarsi se nella numerosa e povera popolazione dell’Irlanda l’Inghilterra non avesse avuto una riserva di cui disporre. L’irlandese che a casa sua non aveva nulla da perdere, aveva invece molto da guadagnare in Inghilterra, e dal momento in cui in Irlanda si diffuse la notizia che ad oriente del canale di San Giorgio chi era provvisto di braccia robuste aveva possibilità di trovare un lavoro sicuro e un buon salario, cominciarono ad affluire ogni anno schiere d’irlandesi. Si riversano quasi tutte nelle zone industriali e in particolare nelle grandi città, dove costituiscono la classe più umile della popolazione».

Nel 1841 la popolazione irlandese ammontava a oltre otto milioni. Dieci anni più tardi a 6.552.285 con un milione e mezzo di emigrati, il 75% negli Stati Uniti. La carestia uccise circa un milione di persone. Nel 1997 il premier laburista Tony Blair ha chiesto scusa.

«Alcune madri del quartiere mormoravano che Tom Williams aveva dentro di sé troppo dolore. Alcuni padri dicevano che di fronte a quegli occhi la morte avrebbe indietreggiato. Una volta lo feci ridere. E scoprii il piccolo Tom che si nascondeva dietro quella malinconia. Nulla era giusto. Eravamo soli al mondo. Tom Williams aveva il viso segnato e lo sguardo di un vedovo. Non avrei mai più avvertito nella voce di un altro uomo così tante ferite».

Scacciato dal proprio quartiere a causa di una bomba dei lealisti fedeli alla Corona britannica, che all’età di diciannove anni riservò a Tom la giustizia della forca. Thomas s’era accusato dell’omicidio di un poliziotto. Nel cortile della prigione di Crumlin, verso il patibolo, ricorda il cappellano, il piccolo ribelle fischiettava God save Ireland. La tristezza, in Irlanda, è quel che muore per ultimo. Correva l’anno 1942. L’IRA incarnò una speranza, una promessa per Tyrone: «Era la carne di mio padre, tutta la sua vita. Improvvisamente la vidi ovunque. La sentii dentro di me. Dentro di me, Tyrone Meehan, sedici anni, figlio di Patraig e della terra d’Irlanda. Cacciato dal mio paese a causa della miseria, bandito dal mio quartiere per colpa del nemico. L’IRA, Io».

Diciottenne, in carcere, giurò fedeltà: «Donne e uomini d’Irlanda: nel nome di Dio e delle passate generazioni, da cui ha ereditato le sue antiche tradizioni di nazione, l’Irlanda, attraverso noi, chiama i suoi figli alla bandiera e colpisce per la sua libertà».

Chalandon raffigura in modo chiaro il punto di rottura centrale del ’68, la natura di classe della lotta e il rapporto tra la sua dimensione sociale e quella nazionale. Indica le radici di un conflitto territoriale con fondamenta essenzialmente economiche, più che religiose, e nel legame costituzionale con la Gran Bretagna. Fotografa le incertezze e le ragioni per le quali dal movimento repubblicano s’impose la tendenza militarista su quella costituzionale. La divisione all’interno dell’IRA tra Official e Provisional consumata nel fatidico ’69.

In Irlanda del Nord, sul finire degli anni Sessanta e sulla scia della lotta degli afroamericani per i diritti civili, alle discriminazioni economiche, politiche, sociali ai danni dei cattolici si oppose un movimento pacifico, apartitico, aperto a tutte le confessioni ed estrazioni sociali. La Northern Ireland Civil Rights Association, fondata nel 1967, rivendicava con manifestazioni non violente diritti elementari: il diritto di voto (One man, one vote) che non fosse più quello censitario del Representation of the people bill (i padroni di società potevano esprimere fino a sei voti), l’abolizione del sistema elettorale Gerrymandering, una legislazione per il lavoro che abolisse le discriminazioni occupazionali, l’abolizione dello Special Power Act (arresti senza accuse specifiche, autorizzazione alla fustigazione, perquisizioni senza mandato etc) e lo scioglimento dei corpi speciali corresponsabili degli attacchi contro i ghetti cattolici.

Nel 1973 invece l’Emergency Provision Act sostituì lo Spa, rimasto in vigore per cinquanta anni. Vennero istituiti i Diplock Courts, veri e propri tribunali speciali presieduti da un solo giudice e privi di giuria. Il fermo di polizia, senza l’obbligo di fornire alcuna giustificazione all’autorità giudiziaria, venne prolungato fino a 72 ore. Dal 1974 al 1990 le persone trattenute in stato di fermo in Gran Bretagna in base al Prevention of Terrorism Acts, introdotto nel novembre 1974 senza discussione parlamentare, furono 6932. L’86% venne rilasciato entro la scadenza del fermo di polizia, fino a sette giorni pur senza accuse circostanziate e con la negazione degli strumenti difensivi legali minimi. Il governo dell’apartheid sudafricano invidiava le norme repressive in vigore nelle sei delle nove contee dell’Ulster.

Il 24 agosto 1968 la prima marcia: 2500 persone da Coalisland a Dungannon. Per strada vennero accolti dalla repressione, dall’internamento senza processo come era avvenuto a più riprese dal ’20, dagli assassinii, cinquecento vittime in trent’anni, con la responsabilità della milizia paramilitare dell’Ulster voluntary force, creata nel gennaio 1913 dalla comunità protestante. La Nicra restò politicamente inascoltata dal parlamento nordirlandese, da 50 anni controllato dagli unionisti, in uno Stato modellato dal privilegio confessionale-settario e tutelato dal braccio armato dell’unionismo protestante, sovvenzionato da Londra. Uno Stato protestante per il popolo protestante.

«Con l’approssimarsi del 1969 ci stavamo dirigendo verso uno scontro di vaste dimensioni. Qualcuno doveva cedere e non saremmo stati certamente noi. Il movimento per i diritti civili sfuggì di mano alla leadership repubblicana che l’aveva creato. Non si sarebbe più tornati indietro. Ciò che era cominciato come una campagna per i diritti civili si trasformava in un altro capitolo dell’antichissima lotta per i diritti nazionali del popolo irlandese», ha scritto Gerry Adams.

Il presidente dello Sinn Féin, che seppure muovendo critiche e privilegiando l’attività politica non ha mai disconosciuto la lotta dell’IRA, lo scorso maggio ha stretto la mano al Principe Carlo. Dieci secondi consumati in una sala affollata della National University of Ireland a Galway, all’inizio di una visita di quattro giorni. Poi un incontro riservato. Dal 1922 un membro della famiglia reale non incontrava un rappresentante dello Sinn Féin. The Guardian l’ha definito a moment of almost intimate forgiveness, coraggioso e costruttivo. Il segno di un riconoscimento reciproco di sofferenze patite e inflitte. Nel 1979 una bomba dell’IRA uccise Louis Mountbatten, un prozio al quale Carlo era molto legato, e altre tre persone. «Con la sua esperienza in guerra, non penso avrebbe potuto obiettare di morire in una chiara situazione di guerra», commentò Adams. Il Principe Carlo ha avuto legami di lunga data con il Reggimento paracadutisti dell’esercito britannico, del quale è colonel in chief, che durante i Troubles si è reso protagonista di odiosi omicidi.

Nei mesi successivi all’estate ’69 l’IRA crebbe esponenzialmente come struttura e organizzazione militare, navigando nel mare della solidarietà popolare, con un imponente flusso di armi. E denaro proveniente per parte cospicua dalla comunità irlandese negli Stati Uniti. La lotta armata assunta come una necessità politica. Tra il giugno e il luglio 1971 l’IRA riuscì a compiere 125 attentati, la media di due bombe al giorno. Nel 1972, quando Londra sospese l’attività del parlamento di Stormont, avocando a sé tutti i poteri, il picco della violenza: nel decennio successivo i feriti furono 23.898. L’efferatezza della domenica di sangue, Bloody sunday. Nel 2010 David Cameron ha chiesto scusa a nome del governo e del Paese per l’“Unjustifiable” Shootings. Il trenta gennaio 1972 a Derry stavano sfilando pacificamente diecimila persone, quando alle 16.10 il primo reggimento paracadutisti senza giustificazione iniziò a sparare sui manifestanti a Bogside, poi a Glenfada Park. Venticinque minuti di fuoco, 14 morti e 13 feriti. Nel 1972 gli scontri, gli attentati, le centinaia di arresti indiscriminati, le rappresaglie provocarono cinquecento morti. La pura repressione militare degli insorti non pagò, quanto la strategia inglese di criminalizzazione di ogni forma di militanza repubblicana.

Nel 1867 il sobborgo londinese di Clerkwell venne scosso da un attentato gravissimo. Una bomba dell’esercito repubblicano innescata per liberare dalla prigione Richard O’Sullivan Burke uccise trenta persone e altrettante ne mutilò. Quelle attività per ammissione del primo ministro Gladstone indussero gli inglesi “ad accorgersi della grande importanza della questione irlandese, cosa che in precedenza non avevano fatto”. In tutta evidenza la recrudescenza dell’IRA riaccese la questione irlandese.

Chalandon non utilizza mai il termine terrorista. Affiora tuttavia la stanchezza per una lotta che genera terrore e lacerazioni irreparabili con una prospettiva sociopolitica complessissima. L’indipendenza non è una questione da ultimo sparo vittorioso, una guerra non vincibile. Vittime in attesa, assassini in attesa. «Mi ero preparato a morire, ma non a uccidere», dice Tyrone. Sangue per sangue, rabbia per rabbia, le loro vittime contro le mie. Il Bloody Friday. Il 21 luglio 1972, a Belfast, diciannove bombe fatte esplodere nell’arco di ottanta minuti dagli uomini della Provisional IRA. Nove morti, tra i quali quattro teenager, e centotrenta feriti. All’alba del 31 luglio i carri armati britannici con i mille soldati dell’Operazione Motorman, la più imponente per i Brits dalla crisi del Canale di Suez, invasero la roccaforte di Derry in una spirale senza fine. Quello stesso giorno nel piccolo villaggio di Claudy, proprio fuori Derry, esplosero tre autobomba. Cinque cattolici, quattro protestanti, altri nove morti. Tutti civili e nessuna giustizia.

I rapimenti e le esecuzioni. Quanto è difficile l’esercizio di non smarrire la propria umanità dentro a una guerra, quand’anche essa sia di liberazione da una forza occupante. Il preavviso per evitare la morte dei civili, che non basta a pacificare la coscienza di Meehan. La maggior parte dei morti non avevano nulla a che vedere con le rispettive formazioni militari. Il fratello di Tyrone, Seanna, lasciò l’IRA in seguito all’ennesima incarcerazione, scegliendo la via dell’emigrazione: «È finita soldatino! L’Irlanda mi ha succhiato le forze. Mi ha domandato troppo questa Irlanda. Non ne posso più della nostra bandiera, dei nostri eroi, dei nostri martiri. Finalmente respirerò».

Il diciottenne Kieran Nugent disobbedì. Rifiutò di divenire un prodotto dell’istituzione carceraria. Disse che lui, lui no, non avrebbe mai indossato la divisa destinata ai detenuti comuni. Fu subito trasferito in cella d’isolamento con una sola coperta per coprirsi. On the blanket, blanket men.

Dopo diciotto mesi di protesta i prigionieri repubblicani si rifiutarono di recarsi alle docce a lavarsi, no wash protest, per non esporsi ai soprusi dei secondini.

«Non riusciranno mai a bollare come criminale la nostra lotta di liberazione», scrisse Bobby Sands. Il primo marzo 1976 il governo inglese aveva deciso di abolire lo status di prigioniero politico. A Long Kesh, a pochi chilometri da Belfast, i Blocchi H costruiti per i nuovi ingressi. Poi l’isolamento assoluto del Punishment block, costituito da ventotto tombe di cemento, che non potevano essere viste dall’esterno, insonorizzate. La pratica dell’estorsione delle confessioni. Già nel 1976 la condanna improduttiva dell’Europa per “trattamenti disumani”.

Corpi non lavati, nudi, distrutti dai dolori muscolari per le botte, il sadismo delle perquisizioni anali. Uomini costretti a urinare e defecare sul pavimento dentro a celle malsane. Il silenzio rotto da uno sguardo oltre la finestra, da una lezione di gaelico o da una matita e un refill di penna biro, che venivano fatti passare di cella in cella, per riempire ogni minimo spazio dei pezzetti di carta a disposizione. “Il nostro giorno verrà!”

Tyrone Meehan varcò la soglia di Long Kesh nell’ottobre 1979. Nello stesso braccio di Bobby Sands. Una foto li ritrae insieme. Lo stesso orrore sulla pelle. Le pagine di Chalandon sulle carceri dei torturatori hanno il dono dell’asciuttezza e quello dell’intensità. Sembra davvero di rileggere tratti dei canti di libertà che Sands, col nome di Marcella, fece evadere. Il canto di uno dei molti «sventurati irlandesi usciti da una generazione insorta per un insopprimibile desiderio di libertà».

«Per salvaguardare il tuo equilibrio mentale è necessario trovare la forza di sollevarti e aprirti al mondo, seppure osservato da una finestra. (…) Il gabbiano resta comunque il sovrano di quel mio piccolo regno, di quell’unico e angusto accesso al mondo esterno. Spesso mi chiedo perché gli storni non rivolgano la loro attenzione al predatore invece che scontrarsi fra di loro.

Durante i mesi caldi i cardellini prosperano in abbondanza e l’armonia dell’allodola, sinfonia di suoni e fedele compagna delle mie giornate, è un continuo richiamo alla vita. A tarda sera, quando la maggior parte dei prigionieri riposa e il silenzio mette tutto a tacere amplificando il sottile suono della brezza, allora puoi veleggiare per l’oceano del cielo e osservare le miriadi di stelle che risplendono incastonate nella volta oscura dell’infinito.

Quante volte, mentre il tempo scorre lento, mi soffermo a guardare gli uccelli e seguo il fruscio dell’allodola cercando di individuarla in quella massa blu che rappresenta la pienezza dell’esistenza. E io, io desidero fortemente la libertà dell’allodola. Proprio oggi i secondini hanno cominciato a sbarrare tutte le finestre con lamine di acciaio. È un’ulteriore tortura, nascondere l’essenza della vita stessa, la natura!

Una volta ho letto parole che spesso mi ritornano alla memoria: «Nessuno al mondo può portare via a una persona la capacità di contemplazione. Sbattila in prigione, costringila a fare il più duro o insignificante dei lavori, non potrai mai strapparle la forza di cogliere la poesia e la musicalità della vita», da Canti di libertà a Long Kesh.

Chiederò perdono ai sogni dà conto di che cosa è stato dopo il cessate il fuoco unilaterale dell’IRA nel 1994 e la firma dell’accordo del Venerdì Santo del 1998, che ha segnato una sostanziale cessazione delle ostilità. Un’architrave istituzionale che ha permesso la condivisione del potere politico e dell’esecutivo nordirlandese tra vecchi nemici, protestanti e cattolici, al prezzo di una faticosissima rielaborazione della memoria storica di trent’anni di conflitto. The Good Friday agreement, un appiglio al quale non si può rinunciare, ma di per sé stesso insufficiente. Così Chalandon descrisse il documento di 69 pagine sulle colonne di Libération: «(…) Le due comunità, essendo portatrici di interessi totalmente opposti, offrono la misura dell’architettura delicata di un progetto che fa sperare gli uni, senza far disperare gli altri», 13 aprile 1994, pagina 4.

C’è chi alla pace non si arrenderà mai. Lo stato febbrile apparentemente inguaribile dei gruppi paramilitari ancora vegeti, a fronte della voglia di pace della maggioranza. C’è chi cerca di lenire le ferite, i familiari delle vittime, con una domanda di giustizia. Chiedono seri sforzi giudiziari e istituzionali per l’accertamento delle responsabilità individuali. C’è chi specula a fini politici sulla creazione di una memoria collettiva, indebolendo il processo di pace ancora in divenire.

Sintomatico della situazione l’arresto, nella primavera dell’anno scorso dello stesso Adams, tenuto in custodia dalla polizia per quattro giorni in relazione alle indagini sull’assassinio di Jean McConville. Una vedova, madre di dieci figli, rapita e uccisa presumibilmente dalla Provisional IRA nel 1972, in quanto sarebbe stata un’informatrice e avrebbe accudito un soldato britannico. Su Adams l’accusa infamante di essere il mandante dell’omicidio. Falls Road è tornata a parlare col linguaggio dei murales. È apparso il volto di Adams con la scritta: «Peacemaker, leader, visionary».

«Il mio arresto e il tentativo d’incriminarmi quale membro dell’IRA sta danneggiando il processo di pace e le istituzioni politiche. Sì, affrontiamo il passato. Ma dobbiamo concentrarci sul futuro. Ci saranno incidenti su questa strada, divergenze. Ci sono potenti interessi personali che non si sono uniti al processo di pace. Saranno eretti ostacoli, ma dobbiamo costruire la pace ed emarginare le forze sinistre avverse all’uguaglianza e alla giustizia per tutti», ha chiosato Adams sulla vicenda.

A Killybegs le parole di padre Joseph Byrne hanno il sapore della redenzione: «Hai tradito per abbreviare questa guerra, Tyrone. Perché le sofferenze del tuo Paese abbiano fine». Ma Tyrone non era in cerca di assoluzione. Gli restavano solo il suo perché e la speranza del silenzio. E Sheila, per il suo ometto, l’amore di una vita, di domande non ne aveva più. Non si è mai lamentata della sua sorte, perché amava lui e la loro causa. Sheila non è riuscita a leggere il libro dell’amico Chalandon, perché Denis c’è in tutte le pagine. Lui è dappertutto. Le restava, e resta, il vocabolario delle piccole cose e del tempo, che come d’abitudine le ha remato contro.

Due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai.

 

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Morire per delle idee. Hunger di Steve McQueen https://minimaetmoralia.it/cinema/morire-per-delle-idee-hunger-di-steve-mcqueen/ https://minimaetmoralia.it/cinema/morire-per-delle-idee-hunger-di-steve-mcqueen/#comments Sat, 05 May 2012 13:00:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7753 Oggi, 5 maggio, è il trentunesimo anniversario della morte di Bobby Sands. A partire dal 1° marzo Sands iniziò uno sciopero della fame a oltranza che lo condusse alla morte dopo 66 giorni. In questo lasso di tempo, il 9 aprile, fu eletto membro del parlamento britannico, nel corso di elezioni suppletive. Subito dopo la legge fu cambiata, impedendo ai detenuti di candidarsi se non dopo cinque anni dal termine della pena. La morte di Sands e di altri nove detenuti dopo di lui suscitò un’ondata di sdegno in tutto il mondo nei confronti dell’intransigenza del governo Thatcher. Era, tra l’altro, la prima volta che un parlamentare veniva lasciato morire di inedia in una nazione occidentale. Pubblichiamo una recensione di Graziano Graziani su «Hunger» di Steve McQueen.

Dotato di grande impatto visivo, «Hunger» del regista londinese Steve McQueen si muove lungo un crinale complesso, in bilico tra una crudezza affilata che a tratti rischia di diventare persino estetizzante. Evitiamo fraintendimenti: non c’è nessuna indulgenza o compiacenza, neppure in negativo, quando si affonda nel torbido della sofferenza fisica che è il tema centrale di questa pellicola. Semplicemente l’opera prima di McQueen (che data 2008 ed è arrivata solo ora in Italia, sull’onda del successo dell’opera seconda «Shame») non è un film politico in senso tradizionale. C’è da chiedersi d’altronde se avrebbe avuto senso a trent’anni di distanza – era il 1981 – parlare della vicenda di Bobby Sands in chiave di denuncia.

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Oggi, 5 maggio, è il trentunesimo anniversario della morte di Bobby Sands. A partire dal 1° marzo Sands iniziò uno sciopero della fame a oltranza che lo condusse alla morte dopo 66 giorni. In questo lasso di tempo, il 9 aprile, fu eletto membro del parlamento britannico, nel corso di elezioni suppletive. Subito dopo la legge fu cambiata, impedendo ai detenuti di candidarsi se non dopo cinque anni dal termine della pena. La morte di Sands e di altri nove detenuti dopo di lui suscitò un’ondata di sdegno in tutto il mondo nei confronti dell’intransigenza del governo Thatcher. Era, tra l’altro, la prima volta che un parlamentare veniva lasciato morire di inedia in una nazione occidentale. Pubblichiamo una recensione di Graziano Graziani su «Hunger» di Steve McQueen.

Dotato di grande impatto visivo, «Hunger» del regista londinese Steve McQueen si muove lungo un crinale complesso, in bilico tra una crudezza affilata che a tratti rischia di diventare persino estetizzante. Evitiamo fraintendimenti: non c’è nessuna indulgenza o compiacenza, neppure in negativo, quando si affonda nel torbido della sofferenza fisica che è il tema centrale di questa pellicola. Semplicemente l’opera prima di McQueen (che data 2008 ed è arrivata solo ora in Italia, sull’onda del successo dell’opera seconda «Shame») non è un film politico in senso tradizionale. C’è da chiedersi d’altronde se avrebbe avuto senso a trent’anni di distanza – era il 1981 – parlare della vicenda di Bobby Sands in chiave di denuncia.

Il film ha una costruzione geometrica: una prima parte incentrata sulle torture fisiche ai prigionieri dell’Ira, le proteste per riottenere lo status di detenuti politici, i poliziotti uccisi fuori dalla prigione; una seconda parte segue praticamente in soggettiva il deperimento fisico di Bobby Sands (Michael Fassbender) a causa dello sciopero della fame che lo condurrà alla morte. In entrambi i casi il terreno dello scontro è il corpo: il corpo massacrato e quello che si martirizza. Un racconto crudo, dove a farla da padrone è l’immagine, mentre la parola è quasi espulsa, con l’eccezione di scarni dialoghi, urla, e delle didascalie costituite dalla voce (originale) fuori campo di Margharet Thatcher, che sintetizza la linea dura del governo britannico rispetto alle richieste dei detenuti, anche queste una per quadro, a ribadire la geometria orchestrata da McQueen.

La parola, come strumento di approfondimento e racconto, prende il sopravvento però nella breve scena centrale, che divide il primo dal secondo quadro. Si tratta del confronto verbale tra Bobby Sands e un prete cattolico, Dominc Moran, repubblicano come lui ma contrario alle scelte estreme. Una scena “esemplare”, un dialogo dal forte sapore teatrale e dal valore esegetico, dove le posizioni dei due protagonisti sintetizzano e idealmente rappresentano la filosofia delle due parti in causa.

McQueen, soprattutto all’inizio della pellicola, vuole mostrare una certa equidistanza tra le parti dell’inferno carcerario, raffigurando con crudezza le torture ai danni dei prigionieri avvenute nei famigerati H-Blocks (i bracci speciali della prigione di Long Kesh, ribattezzata Maze, il labirinto), ma anche poliziotti in lacrime. È nel dialogo tra Sands e padre Moran, tuttavia, che si delinea un altro tipo di distanza, quella temporale, che sembra essere il fulcro del film. L’intransigenza e l’attaccamento agli ideali di Bobby Sands sembrano risuonare lontano nel tempo e nello spazio, come una voce che giunge da sotto le acque di eventi passati, dall’accordo del Venerdì Santo all’Europa unita che ha dissolto la frontiera tra l’Ulster e la Repubblica Irlandese. Il tentativo di padre Moran di far desistere Bobby dall’intento ha l’effetto di mostrare che dose di “paranoia” possa esserci dietro le scelte di persone che vivono una condizione di detenzione durissima da oltre quattro anni, e quanto il nichilismo possa appaiarsi ad una volontà ferrea quando questa sfocia nella vocazione al martirio. Forse la lingua che parla padre Moran all’epoca dei fatti era minoritaria, ma ad ascoltarla oggi sembra piena di senso comune (quello del 2012, non del 1981).

Con l’eccezione della storia del poliziotto picchiatore che viene ucciso fuori dal carcere da militanti dell’Ira (ne morirono 16 durante l’intero arco delle proteste), l’intera vicenda si svolge tra i corridoi e le celle del carcere, il che esaspera la sensazione di isolamento in cui sono calati i detenuti che, trent’anni fa, scelsero di lasciarsi morire di inedia per riottenere lo status di prigionieri politici e per denunciare la violazione dei loro diritti. Ne morirono dieci, suscitando aspre polemiche che portarono a un parziale accoglimento delle loro istanze. La protesta di Sands e compagni, dunque, ha sortito il suo effetto nonostante la scelta suicida – confermando e allo stesso tempo sconfessando le parole di padre Moran. Questo tuttavia lo apprendiamo non dalle immagini del film, ma dalla didascalia scritta che precede i titoli di coda.

Nel presentarci la sequenza dei fatti quasi completamente estrapolati da un contesto storico-sociale (cosa che, al contrario, è solitamente uno dei tratti ricorrenti dei film politici), McQueen ottiene un potente effetto di straniamento. È vero che uno spettatore giovane, che non sa nulla di questa vicenda – di come Bobby Sands divenne una figura mitologica di attaccamento agli ideali sia per la sinistra che per la destra, e del fatto che la lotta armata in Irlanda di quegli anni si inseriva nel contesto di un’Europa in fiamme, che vedeva un ipotetico fil rouge attraversare i terrorismi rossi dell’Italia e della Germania e giungere fino ai movimenti di liberazione di stampo più o meno socialista come quelli irlandese, palestinese, basco – non potrà certo farsene un’idea esaustiva grazie alla visione di «Hunger». Ma è anche vero che, grazie a questa estrapolazione, noi vediamo il peso delle parole e dei gesti al netto della loro storicizzazione. Forse ci dice poco dei perché, ma ci fa riflettere sulla condizione umana, e rispetto al presente è in grado di produrre non poche domande.

Chi, nell’Occidente ricco (ancora per poco) e in decadenza, sarebbe oggi in grado di un gesto così radicale? Chi sarebbe disposto a rischiare la propria vita per una causa che ritiene giusta? Se, da un certo punto di vista, guardiamo con sollievo alla distanza che ci separa dagli ardori rivoluzionari degli anni Settanta, dando implicitamente ragione a padre Moran che ne disegna le derive romantiche e nichiliste, dall’altro il gesto estremo di Sands e compagni, che raggiunge lo scopo di ottenere più diritti e si imprime in modo indelebile nella memoria della gente, oggi dà da riflettere. Perché il presente, che ha esorcizzato la violenza di quella stagione, nel farlo è rimasto senza più gesti concreti per cambiare il mondo, né parole per immaginarlo diverso. E allora, stretta nell’angolo del mutismo delle ideologie, la contemporaneità sembra perfino un luogo più asfittico di quando si “moriva per delle idee”.

«Hunger», da questo punto di vista, è un film bello e doloroso, che sembra suggerire con una certa dose di pessimismo che tra il cupio dissolvi che dietro ogni gesto radicale e l’impotenza che c’è dietro la mediazione, la possibilità di cambiare le cose attorno a noi, il mondo, debba in ogni caso pagare un prezzo forse sostenibile dalla Storia, ma decisamente troppo alto per la vita di un singolo uomo.

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