Bobby Seale Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bobby-seale/ un blog di approfondimento culturale Tue, 17 Nov 2015 10:57:09 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Bobby Seale Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bobby-seale/ 32 32 “Io sono un messaggero”. Storia di Arthur Ashe https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/io-sono-un-messaggero-storia-di-arthur-ashe/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/io-sono-un-messaggero-storia-di-arthur-ashe/#respond Tue, 17 Nov 2015 06:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29117 Questo articolo è uscito su Scarp de’ tenis, che vi invitiamo a leggere e ringraziamo (fonte immagine).

Samuel Ashe si chiamava il primo governatore della Virginia, il cognome passò a un suo schiavo, di nome Arthur, e al figlio dello schiavo, di nome Arthur, e al figlio del figlio, di nome Arthur Robert Ashe. Che diventò un grandissimo tennista, oltre che un assiduo difensore dei diritti civili. Morì ancora giovane, a 50 anni, di Aids, infettato da una trasfusione di sangue necessaria durante un intervento chirurgico al cuore.

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Questo articolo è uscito su Scarp de’ tenis, che vi invitiamo a leggere e ringraziamo (fonte immagine).

Samuel Ashe si chiamava il primo governatore della Virginia, il cognome passò a un suo schiavo, di nome Arthur, e al figlio dello schiavo, di nome Arthur, e al figlio del figlio, di nome Arthur Robert Ashe. Che diventò un grandissimo tennista, oltre che un assiduo difensore dei diritti civili. Morì ancora giovane, a 50 anni, di Aids, infettato da una trasfusione di sangue necessaria durante un intervento chirurgico al cuore.

Un altro segno del destino: Mattie, la madre, era morta per le conseguenze di un intervento chirurgico malriuscito, quando Arthur aveva 7 anni. A Richmond il padre, ex poliziotto, era il custode di un impianto riservato ai neri con quattro campi da tennis. Fu lì che Arthur cominciò a giocare, in uno sport per bianchi dove i neri avevano trovato uno spazio vittorioso con una donna, Althea Gibson, che vinse a Wimbledon  nel 1957 e 1958. E commentò con ironia: “Esiste una certa differenza tra una stretta di mano con la regina d’Inghilterra e l’essere obbligata a sedersi sul fondo degli autobus in South Carolina, nello spazio riservato ai nigger”.

Lo stesso doveva fare Ashe, in Virginia. Qualche data, per capire quali anni stia attraversando l’America e come possa averli vissuti Ashe. Nel 1955 Rosa Parks si rifiuta di cedere a un bianco il posto sull’autobus. Arrestata e multata di 14 dollari. Scatta la protesta, sempre pacifica, della popolazione nera: per 381 giorni viene boicottata la compagnia di trasporti. La protesta è orchestrata da Martin Luther King, quello di I have a dream, ne avrete sentito parlare. Fu assassinato nel 1968, come Bob Kennedy. Era stato assassinato John Kennedy nel 1963, Malcolm X nel 1965.

Ashe aveva provato col football americano, ma era troppo esile, i compagni lo chiamavano Bones (Ossa). Nel tennis promette bene. Il suo scopritore, Ronald Charity, capisce che i campi di Brooksfield Park a quel ragazzino alto e magro cominciano a stare stretti e lo fa conoscere a Walther Johnson, anzi al dottor Johnson, laureato in medicina. È il 1953. Johnson, che ha aperto una scuola di sport per neri, è anche l’istruttore di Althea Gibson. Fa capire ad Arthur che per un nero sfondare nel tennis è più difficile che per un bianco ed è prodigo di consigli. Uno riguarda i tornei giovanili, dove ci si arbitra da soli. “Chiama a favore dell’avversario anche una palla fuori di dieci centimetri, così non passerai per il solito negro che ruba i punti”. E, di fronte allo sguardo interrogativo dell’allievo, la rassicurazione: “Forse perderai qualche partita in più, ma se sei bravo alla fine lo dimostrerai”.

Lo dimostrerà. Nel ’57 è il primo nero a giocare in un campionato juniores, nel Maryland. Stanco di cozzare contro il segregazionismo della Virginia, pilotato da Johnson si sposta a St. Louis e poi in California, all’Ucla di Los Angeles. A 20 anni è il primo tennista nero nella Nazionale Usa (che vince la Coppa Davis). All’Ucla si laurea in Scienze delle finanza. Entra all’accademia di West Point. Nel ’68, da dilettante (è tenente dell’esercito) vince la prima edizione open dei campionati Usa battendo il professionista Tom Okker. Parallelamente, cresce l’attenzione di Arthur per le questioni sociali. Attenzione che bassa non era mai stata. Già da ragazzino sapeva chi era Jackie Robinson, maglia numero 42, il primo nero a entrare nel 1947 nella Major league di baseball. Sapeva la storia della sua famiglia: “Fu mio padre a farmi capire che l’affrancamento di noi neri non era venuto con la fine della guerra di Secessione, né con le leggi che seguirono. Era in corso. La mia trisavola era stata venduta per una balla di tabacco, mio nonno era stato meno libero di mio padre, che era meno libero di me ma non se ne lamentava”.

Da tennista famoso, ma nero, Ashe non è gradito agli Open di Johannesburg. Bobby Seale, il leader delle Pantere nere, gli suggerisce azioni di protesta clamorose, come quella di non affrontare tennisti sudafricani. Ma Arthur fa di testa sua. Da un lato chiede l’estromissione della federtennis sudafricana dal circuito mondiale, dall’altra continua, per tre anni di fila, ad iscriversi al torneo di Johannesburg. Finché lo accettano. Nel ’73, quando fu sconfitto da Connors in finale. Ma quella trasferta servì ad Ashe per andare più volte nel ghetto di Soweto, a seminare speranze. Ha tante iniziative. L’anno prima, su un campo di Yaoundé, aveva scoperto Yannick Noah, mezzo francese mezzo camerunese, che avrebbe trionfato al Roland Garros nel 1983.

Ashe, chiamato il Principe nero per la sua eleganza e sportività, sapeva di essere diventato un simbolo e ammoniva: “ I neri deificano e i loro atleti e molte famiglie preferiscono che i figli emergano nel basket o nel football, mentre è importante che ricevano un’educazione adeguata. Dobbiamo cambiare questa mentalità”. Lo disse nel ’92, quando già era segnato dalla malattia. Era stato operato al cuore nel ’79 per un infarto: 4 bypass. E una seconda volta nel 1983. Dal 1988 sapeva di aver contratto l’Aids. Fu costretto, per anticipare  lo scoop di Usa Today (a violare la privacy un giornalista nero, suo compagno di tennis a Brooksfield Park) ad annunciare la malattia in una conferenza-stampa, l’8 aprile 1992.  Muore il 6 febbraio 1993.

In quei mesi, l’uomo-simbolo, il capitano di Davis che ha saputo gestire due tipi scomodissimi come Connors e McEnroe, non è stato fermo a compiangersi. Sa di essere (parole sue) nel lungo corridoio della morte, in attesa, ma intanto fonda l’Arthur Ashe Institute for Urban Health, che si prende cura delle persone sprovviste di assicurazione medica. Aveva già scritto la storia dello sport afroamericano, in tre volumi.  Era commentatore televisivo, scriveva per il Washington Post, scrive la storia della sua vita, che completerà sei giorni prima di morire. Si fa arrestare davanti alla Casa Bianca manifestando contro la Cia e a favore dei rifugiati haitiani. Sportivamente, il momento più alto della sua carriera rimane la vittoria del ’75 a Wimbledon: 6/1, 6/1, 5/7, 6/4  a un Jimmy Connors più giovane di 10 anni e dato favorito 4/1 dai bookmakers.

Era il confronto tra due Americhe, non solo tra il bianco Connors, perennemente arrabbiato, scortese, che si vantava di non aver mai letto un libro e il nero laureato Ashe, ammirato per il suo fairplay su tutti i campi. Ma Ashe non lo considerava il giorno più importante della sua vita. Sì invece, a domanda rispose, l’11 febbraio 1990, data della scarcerazione di Nelson Mandela. Che da carcerato, quando gli chiesero il nome di una persona che avrebbe voluto incontrare una volta fuori, rispose: “Arthur Ashe”. Fu un momento di grande emozione per tutti e due, quando si incontrarono.

Così l’ha ricordato Martina Navratilova: “Ha combattuto per la sua vita e per quella degli altri. Un uomo meraviglioso che saputo andare oltre il tennis  la sua razza, la sua nazionalità, la sua religione per cambiare e migliorare il mondo”.  Così Noah: “Arthur mi ha permesso di sognare. Ora non c’è più. Ci mancheranno la sua calma, la sua classe, il suo impegno per i diritti umani e civili”. Ma ora, tra virgolette, voglio riportare alcune frasi di Ashe. “ Fino a che punto ho lanciato le mie crociate contro l’apartheid per liberarmi dal rimorso di non aver partecipato al movimento di Martin Luher King? Mentre il sangue dei miei fratelli neri scorreva nelle strade di Biloxi, Memphis e Birmingham io giocavo a tennis”. “La segregazione mi ha impresso un marchio indelebile che si cancellerà solo con la morte”. “L’ Aids non è stato il peso più assillante della esistenza, la negritudine sì”. “Non mi sono mai chiesto perché mi sia toccato l’Aids come non mi sono mai chiesto perché mi sia toccato vincere a Wimbledon. Ho pensato che fosse la volontà di Dio”. “Campione è chi lascia il suo sport migliore di quando ci è entrato”. “L’autentico eroismo è sobrio, non drammatico. Non è il  bisogno di superare gli altri a qualunque costo  ma il bisogno di servire agli altri a qualunque costo”.

Il campo centrale di Flushing Meadows è intitolato ad Ashe. A Richmond gli hanno dedicato una statua, opera di Paul Di Pasquale. Ashe, in piedi, circondato da bambini, impugna la racchetta con la mano sinistra (ma non era mancino) e nella destra tiene tre libri, come a ribadire che l’istruzione è più importante dello  sport. Non lontano, le statue in memoria di due generali sudisti, Robert Lee e Stonewall Jackson. L’avrebbero mai immaginato suo nonno, suo padre? Chiudo con una frase di Ashe malato: “Vi prego di non considerarmi una vittima. Io sono un messaggero”.

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La vita cambiata da un taglio perfetto https://minimaetmoralia.it/interviste/la-vita-cambiata-da-un-taglio-perfetto/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-vita-cambiata-da-un-taglio-perfetto/#respond Thu, 28 Jun 2012 13:28:10 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8533 Alan Pauls, autore di «Storia dei capelli» (in uscita per Sur), da domani sarà in Italia per incontrare i lettori. Il primo appuntamento sarà a Sarzana alla libreria Il terzo luogo insieme a Marco Cassini e Benedetta Marietti, di cui vi riproponiamo l'intervista uscita  sabato scorso su «D - la Repubblica delle Donne».

di Benedetta Marietti

Grigi, folti e a spazzola, corti ma scompigliati: sono i capelli la prima cosa che osservi di Alan Pauls, lo scrittore, giornalista e critico argentino che ha intitolato proprio Historia del pelo, Storia dei capelli, un intero romanzo (in uscita in italiano ai primi di luglio per SUR, traduzione di Maria Nicola). Una sorta di memoir pseudoautobiografico e squisitamente letterario che filtra la vita e gli incontri di un uomo, a Buenos Aires, dall'infanzia e adolescenza negli anni 70 fino ai giorni nostri, attraverso un'unica ossessione, quella della chioma (vera o finta che sia, dato che nel libro si parla anche di parrucche).

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Alan Pauls, autore di «Storia dei capelli» (in uscita per Sur), da domani sarà in Italia per incontrare i lettori. Il primo appuntamento sarà a Sarzana alla libreria Il terzo luogo insieme a Marco Cassini e Benedetta Marietti, di cui vi riproponiamo l’intervista uscita  sabato scorso su «D – la Repubblica delle Donne».

di Benedetta Marietti

Grigi, folti e a spazzola, corti ma scompigliati: sono i capelli la prima cosa che osservi di Alan Pauls, lo scrittore, giornalista e critico argentino che ha intitolato proprio Historia del pelo, Storia dei capelli, un intero romanzo (in uscita in italiano ai primi di luglio per SUR, traduzione di Maria Nicola). Una sorta di memoir pseudoautobiografico e squisitamente letterario che filtra la vita e gli incontri di un uomo, a Buenos Aires, dall’infanzia e adolescenza negli anni 70 fino ai giorni nostri, attraverso un’unica ossessione, quella della chioma (vera o finta che sia, dato che nel libro si parla anche di parrucche).

“Quell’ossessione non è esattamente la mia”, racconta Alan Pauls, ospite in questi giorni del Castello di Fosdinovo, in Lunigiana, trasformato da Pietro Torrigiani Malaspina e Maddalena Fossombroni in una residenza per scrittori e artisti. “Ma è vero che ogni volta che mi sottopongo a un taglio di capelli dal barbiere vivo un’esperienza ansiogena e inquietante. Mi chiedo: Cosa ci faccio qui? E cosa succederà?”. Personalità magnetica e sfuggente, volto scavato, occhi chiari e penetranti, una risata contagiosa che esplode improvvisa, look da ragazzo, il cinquantatreenne Alan Pauls è “uno dei migliori scrittori latinoamericani viventi anche se siamo in pochissimi a goderne e a rendercene conto”, secondo la definizione che ha dato di lui Roberto Bolaño, prima di dedicargli un racconto nell’ultimo libro uscito postumo, Il gaucho insostenibile.

Nel 2003 Alan Pauls diventa universalmente noto grazie al suo quarto romanzo, Il passato, che vince il premio Herralde, viene tradotto in tutto il mondo (in Italia nel 2007) e diventa un film. Storia dei capelli è il secondo volume di una trilogia iniziata con Storia del pianto (Fazi 2009) e che sarà completata da Storia del denaro (Pauls sta finendo di scriverla). “È una trilogia dedicata alla prima parte degli anni 70, un periodo storico dell’Argentina molto intenso e travagliato”, continua. “Ma non sono interessato a una letteratura che si occupi esplicitamente di politica. Nei miei romanzi la politica entra da una porta secondaria. Così, per parlarne, ho scelto tre elementi minori, arbitrari, capricciosi e personali”. Ma perché proprio lacrime, capelli e denaro? Che cosa hanno in comune? “Sono cose che si possiedono e poi si perdono in modo irreversibile. Tutta la trilogia è incentrata sulla perdita, intesa come fine di un certo modo di sperimentare la politica. Nei primi anni 70 in Argentina si respirava un’atmosfera di euforia e passione politica. Io ero un ragazzino ma me ne rendevo conto. Era un’epoca di grandi desideri, la rivoluzione era un sogno possibile. Poi la dittatura, dal ’76 all’83, ha appiattito tutto. E ha diviso superficialmente il mondo in due: innocenti e colpevoli, vittime e carnefici, sognatori e assassini. Mi premeva invece che l’eroe dei miei romanzi avesse una sensibilità modellata, dal punto di vista intellettuale, culturale, sessuale, da quell’esperienza di estasi politica. Un’esperienza che poi si perderà per sempre. Del resto la perdita è un elemento molto importante nella storia dell’Argentina. Molti hanno perso una moglie, una figlia, una madre, il denaro. E il tango, il ballo argentino per eccellenza, tragico e festoso, è la sublimazione artistica della perdita”.

Il suo protagonista senza nome prima vedeva il mondo attraverso le lacrime, ora è ossessionato dai capelli. “L’eroe interpreta il mondo in funzione dei capelli, è il filtro unico attraverso il quale tenta di decifrare tutto ciò che lo circonda. È una visione ossessiva, simile alla passione politica dei primi anni 70”. Lei ha dichiarato che gli argentini sono lacrimevoli e piagnucolosi. Hanno particolari idiosincrasie anche nei confronti dei capelli? “Sono molto individualisti. Un amico brasiliano mi faceva notare che in Brasile esistono solo quattro tipi di tagli di capelli per gli uomini. Se invece vai a Buenos Aires, ogni persona ha un taglio diverso”. Nel romanzo i capelli sono un’ossessione maschile. Le donne ne sembrano escluse o marginalmente sfiorate. “L’importanza della pettinatura nelle donne sarebbe un argomento addirittura banale. Le donne lo ritualizzano con estrema facilità. Per loro andare dal parrucchiere è un’esperienza piacevole e sociale, chiacchierano, si rilassano, si scambiano confidenze. Quando un uomo va dal barbiere, invece, compie un atto profondamente individuale. È un’azione privata, intima, quasi oscena. Ci affidiamo completamente a un uomo che non conosciamo e in cui riponiamo la massima fiducia. Lui può fare quello che vuole con le nostre teste. E compie un atto che è irreversibile, eppure più o meno una volta al mese ripetiamo quest’esperienza”. Che comporta, sembra suggerire, quasi un cambio di identità. “Sì, quando esci dal parrucchiere sei diverso rispetto a quando sei entrato. Per di più lo specchio del barbiere ti restituisce un’immagine che è ancora differente rispetto a quella che vedrai riguardandoti a casa. È un sortilegio misterioso che provoca una crisi di identità totale”.

Da adolescente il protagonista di Storia dei capelli si converte a un taglio afro, in stile Angela Davis. “A quell’epoca i capelli erano un campo di battaglia. Negli anni 70 la tipologia del capello – borghese, rivoluzionario, conservatore – corrisponde a una precisa tipologia politica. Agnès Varda nel suo film sulle Black Panters fa sfilare davanti alla macchina da presa i leader del movimento come Bobby Seale o Eldridge Cleaver, tutti irriducibili. E loro impiegano ben tre dei 15 minuti del film a spiegare come il taglio afro sia una dichiarazione di autoaffermazione politica, né più né meno esplicita del manifesto con i punti programmatici del gruppo, o dell’invito dello stesso Cleaver allo stupro delle donne bianche come parte del programma di addestramento per l’insurrezione. In questo caso un elemento frivolo come i capelli si carica di un messaggio politico forte. È attraverso quella frivolezza che sono riuscito ad abbordare un’epoca così pesante e complessa. In tempi recenti è stata venduta all’asta per 119.500 dollari una ciocca di capelli appartenuta a Che Guevara, che prima della sepoltura gli era stata tagliata da un agente della Cia”.

Il suo protagonista nel romanzo rimane affascinato da un barbiere di nome Celso… “Celso detiene il potere perché può fare ciò che vuole alla testa del suo cliente ma deve ascoltare i suoi desideri e cercare di assecondarlo. Celso sarà il primo barbiere che piace al nostro eroe. La relazione fra i due diventa stretta. È una storta di miracolo irripetibile. Da quel momento l’eroe vorrà solo lui come parrucchiere”. Anche Curtius, il cane dell’eroe, sembra allergico alla tosatura. “Cito nel libro un fatto che mi è successo realmente. Avevo un cocker spaniel che mi voleva molto bene. Un giorno, dopo essere stato tosato, mi ha morso all’improvviso una mano. Sono rimasto perplesso nel vederlo così nevrotico. Ho pensato che dopo la tosatura i cani non riconoscono più gli odori e diventano pazzi. Anche loro subiscono un cambio totale di identità”. L’eroe si libererà alla fine della sua ossessione… “È un uomo passivo, poco incline all’azione, che osserva in silenzio. Alla fine scoprirà che è possibile convertire il feticcio in un dono. E quella sarà la sua liberazione dall’ossessione malata per la propria immagine”. Ci racconta il suo incontro con Bolaño? In realtà di persona non ci siamo mai visti, il nostro è stato un rapporto epistolare. Ci siamo parlati una volta sola al telefono, e ci siamo scambiati 10-15 email in quattro o cinque anni. Gli avevo scritto per dirgli quanto mi era piaciuto I detective selvaggi, lui mi ha risposto e da lì è iniziata una relazione strana, di rara intimità, con una persona che non conoscevo, simile a quella tra scrittori del diciannovesimo secolo. Bolaño non è solo un grandissimo scrittore, ma l’esempio di una persona straordinariamente generosa”.

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