Brera Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/brera/ un blog di approfondimento culturale Fri, 17 Oct 2025 07:48:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Brera Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/brera/ 32 32 Il Miracolo dell’85. Il Verona di Osvaldo Bagnoli https://minimaetmoralia.it/ritratti/mura-il-verona-di-osvaldo-bagnoli/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/mura-il-verona-di-osvaldo-bagnoli/#respond Tue, 12 May 2015 05:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26771 Trent'anni fa, il 12 maggio del 1985, il Verona vinse il suo primo (e finora unico) scudetto, laureandosi campione d'Italia. Di quella squadra e del suo allenatore, Osvaldo Bagnoli, ha scritto ieri Gianni Mura su Repubblica. Ecco l'articolo, e ringraziamo l'autore e la testata. (Fonte immagine)

Quello scudetto, bellissimo e irripetibile, basterebbe una frase di Fanna a spiegarlo: “Con Bagnoli ci siamo sentiti come uccelli fuori dalla gabbia”. Per capire Bagnoli basterebbe un episodio. Nel marzo 1985, con il Verona in testa alla classifica fin dalla prima partita. L'Associazione allenatori organizzò un convegno sul tema “Evoluzione tattica del calcio mondiale”. C'erano tutti, da Trapattoni a Sonetti. Bagnoli, figuriamoci, in penultima fila. A un certo punto lo chiana il coordinatore, Marino Bartoletti, per illustrare il fenomeno-Verona. Bagnoli sale sul palco, si tocca il naso (fa sempre così quando è incerto sull'avvio) e dice: “Ecco, adesso mi tocca fare la figura dello stupido perché non c'è niente da spiegare. Dico solo una cosa: il Verona gioca un calcio tradizionale, che noi facciamo pressing lo leggo sui giornali. Io in campo non l'ho mai notato. Scusate, ma mi chiedete una ricetta che non ho”.

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Bagnoli_scudettoTrent’anni fa, il 12 maggio del 1985, il Verona vinse il suo primo (e finora unico) scudetto, laureandosi campione d’Italia. Di quella squadra e del suo allenatore, Osvaldo Bagnoli, ha scritto ieri Gianni Mura su Repubblica. Ecco l’articolo, e ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

Quello scudetto, bellissimo e irripetibile, basterebbe una frase di Fanna a spiegarlo: “Con Bagnoli ci siamo sentiti come uccelli fuori dalla gabbia”. Per capire Bagnoli basterebbe un episodio. Nel marzo 1985, con il Verona in testa alla classifica fin dalla prima partita. L’Associazione allenatori organizzò un convegno sul tema “Evoluzione tattica del calcio mondiale”. C’erano tutti, da Trapattoni a Sonetti. Bagnoli, figuriamoci, in penultima fila. A un certo punto lo chiana il coordinatore, Marino Bartoletti, per illustrare il fenomeno-Verona. Bagnoli sale sul palco, si tocca il naso (fa sempre così quando è incerto sull’avvio) e dice: “Ecco, adesso mi tocca fare la figura dello stupido perché non c’è niente da spiegare. Dico solo una cosa: il Verona gioca un calcio tradizionale, che noi facciamo pressing lo leggo sui giornali. Io in campo non l’ho mai notato. Scusate, ma mi chiedete una ricetta che non ho”.

La ricetta in realtà era già nota: “El tersin fa el tersin, el median fa el median”. Ha un modo tutto suo di parlare, Bagnoli. Mescola il suo primo dialetto, milanese, con quello di Verona: dove ha giocato, ha messo su famiglia, ha allenato e vive. Cosa gli resta dello scudetto di trent’anni fa? “L’affetto della gente, in città, e dei miei giocatori. Ogni tanto ci si ritrova per una partita di beneficenza. Le feste, una ogni cinque anni. E ogni volta che vedo tutta ‘sta gente contenta mi dico che abbiamo fatto qualcosa di bello. Tutti insieme, voglio sia chiaro. I giocatori, il ds Mascetti, il presidente Guidotti, il patron Chiampan, la città che non ci ha messo pressione. E anche un po’ di fortuna: avevo una rosa di 17 giocatori per campionato, coppa Italia e coppa Uefa. Si infortunavano uno alla volta, potevo metterci una pezza”.

Una rosa di 17 giocatori. Ecco perché parliamo di uno scudetto irripetibile, ma anche di un materiale umano, non solo tecnico, di cui si sono perse le tracce. Sapete in base a quali informazioni Bagnoli chiedeva questo o quel giocatore al suo amico Ciccio Mascetti? “Sfogliavo l’almanacco Panini e cercavo centrocampisti da tre-quattro gol a stagione”. Era stato operaio, poi calciatore-operaio, poi allenatore-operaio. Per capire Bagnoli bisogna aver visto il suo quartiere, la Bovisa, quando era solo prati e fabbriche. Il padre lavorava alla Fargas. Lui giocava a pallone, scalzo. “Succede mica solo in Brasile, sa?”. Abitava al 104 di via Candiani, vicino alla stazione delle Ferrovie Nord, quelle dei pendolari. Lascia dopo la prima media e passa a una scuola di disegno tecnico. “Che era già lavorare. Nel doposcuola facevo cinture”. E poi tazze di water, a cottimo. E poi fasce elastiche in un’officina meccanica. “Lavori che insegnano cos’è la fatica, i veri sacrifici, altro che quelli dei calciatori”. Continua a giocare a pallone ed è bravo, tant’è che dall’Ausonia lo preleva il Milan, insieme all’amico Pippo Marchioro. Un giorno lo convocano in sede: Bagnoli, lei è aggregato alla prima squadra. “Ghe disi: podi no, ho il lavoro in fabbrica che s’incastra con gli orari della Primavera, ma la prima squadra è un’altra roba”. Me disen: quanto prende in fabbrica? “Ventottomila al mese”. E loro: facciamo 35mila, ma domani si licenzia.

Chi ha visto giocare Bagnoli lo paragona a Simeone. Lui a Verona si rivedeva un po’ in Bruni. Penso che da calciatore abbia avuto meno di quel che meritasse, ma non se ne è mai lamentato. Come centrocampista al Milan era chiuso da Liedholm e Schiaffino, come ala da Cucchiaroni. Ma è in quel periodo che matura una certezza e la porterà in panchina. “Se avevo l’8 giocavo meglio che se avevo il 7. Non è solo una questione di numeri, è anche una cosa di testa, un sentirsi al posto giusto. Certo che conta lo spogliatoio, ma devono pensarci i giocatori. Il succo del nostro lavoro è trovare per ognuno il posto giusto. Marangon ci ha detto che se ne voleva andare e così abbiamo preso Briegel. Poi Marangon rimane e ci ritroviamo con due terzini sinistri, uno spreco. Un giorno parlo con Briegel, mi dice che giocare a centrocampo è il suo sogno. Ben, ghe disi, allora alla prima di campionato te marchet el Maradona”. Verona-Napoli 3-1, duello vinto da Briegel, che segna pure un gol.

Il ritiro, sempre in Trentino, a Cavalese. Albergo decoroso, lussuoso no di certo. Alla fine del ritiro Bagnoli riuniva la squadra e diceva: i miei 11 sono questi, gli altri giocheranno in caso di incidenti o squalifiche, ma devono farsi trovar pronti. Questa era la sua filosofia: parlare chiaro, e mai dietro le spalle. Brera affettuosamente lo ribattezzò Schopenhauer. Bagnoli s’informò su Schopenhauer e disse: “Non sono pessimista, sono realista. Ci sono volte che puoi indirizzare le cose, altre volte vanno come vogliono loro”. La predilezione di Brera fece passare Bagnoli per italianista, dunque catenacciaro. In realtà, giocava con due marcatori fissi in difesa, a zona mista in mezzo al campo. Per inquadrare l’impresa del Verona, va detto che in campionato c’erano stranieri come Maradona, Platini, Rummenigge, Falcao, Zico, Passarella, Boniek, Brady, Junior, Socrates, Hateley, Cerezo, Diaz, Souness. E gli italiani che avevano vinto il mondiale nell’82 . In quell’anno il Verona con Bagnoli è promosso in A. L’Osvaldo raggiunge un accordo con Ardiles, ma il Tottenham offre di più e l’affare salta. Nei due campionati che precedono lo scudetto il Verona arriva due volte alla finale di Coppa Italia, perdendola, e si piazza quarta e sesta in campionato. Non è una squadretta ma non sembra uno squadrone. Lo diventerà. Un po’ alla volta Bagnoli aveva richiamato suoi ex giocatori (Volpati, Fontolan, Guidetti) e concesso fiducia e spazio a giocatori ritenuti non fondamentali da squadre più grosse: Garella (Lazio), Di Gennaro, Sacchetti e Bruni (Fiorentina), Fanna e Galderisi (Juve), Marangon (Napoli e Roma), Tricella (Inter), Ferroni (Samp). Anche Fontolan era passato per l’Inter, e Volpati per il Torino. Sbagliato definirli scarti, ma incompresi va bene. Agli europei Bagnoli e Mascetti avevano notato un danesone che giocava in Belgio (Lokeren) e un tedescone del Kaiserslautern. Erano le ciliegione sulla torta.

La torta c’era già. Ingredienti: un regista difensivo e uno a centrocampo (Tricella e Di Gennaro), un terzino sinistro di spinta (Marangon), un’ala destra veloce (Fanna), libera di andare anche a sinistra, un centrocampo di cursori dotati tatticamente, una punta potente e una leggera. Il dodicesimo, che poi giocò tutte e 30 le partite, doveva essere Volpati, chiamato l’intellettuale del gruppo perché studiava Medicina. Il magnifico Volpati, lo chiamava Brera, non solo perché era pavese come lui anche se nato per caso a Novara. Mi raccontò che a Cassolnovo, il suo paese, in estate tiravano le sedie fuori dai bar e le mettevano ai bordi della provinciale, i camion passando spandevano fresco. Bagnoli l’aveva trovato alla Solbiatese: “Giocavo di punta, mi ha arretrato a centrocampo”. In carriera ha fatto di tutto tranne che il portiere. Nel Verona, terzino destro o stopper o libero per tappare un buco, altrimenti a centrocampo in sintonia con Di Gennaro e le avanzate di Tricella, che era il primo contropiedista. Era una squadra solita, che in attacco s’apriva come le dita di una mano. C’era uno schema: rinvio di Garella per il petto o la testa di Briegel, deviazione su Di Gennaro e lancio per una delle tre punte. “Bagnoli mi ha insegnato il gioco senza palla”, disse Tricella, che in Nazionale tolse il posto a Baresi.

L’ultima notte del 1984 la passarono tutti insieme, staff tecnico e giocatori con mogli e fidanzate. Lo staff tecnico era composto da Bagnoli e dal suo vice, Toni Lonardi, ex portiere ed allenatore dei portieri. Nessun preparatore atletico. Al momento del brindisi si alzò Fanna, un friulano che parlava pochissimo e in campo era una specie di Robben e disse: “Ragazzi, questo è il nostro anno”. Fu l’unica stagione di sorteggio integrale per gli arbitri. Bagnoli, è un caso? “A me ‘sta storia dà fastidio, sembra che abbiamo vinto perché gli arbitri fischiavano diverso e ci hanno favoriti. Invece fischiavano allo stesso modo”. Segue ancora il calcio? “Vado a vedere il Verona, hanno dato una tessera a me e a mia moglie. In tv faccio fatica a ricordare i nomi dei tanti stranieri. Ma non vedo ‘sto gran spettacolo. Sette-otto passaggi per arrivare a centrocampo e poi palla indietro al portiere, che barba”. È stato esonerato due volte, alla prima e all’ultima panchina, Solbiatese e Inter. “Alla Solbiatese era una questione di dignità, di rispetto dei ruoli. Nell’intervallo il presidente voleva cambiare posizione a Tosetto. All’Inter l’ho vissuta come un’ingiustizia”. Pellegrini ha più volte detto di provare rimorso per quel licenziamento, che definisce il suo più grande errore da presidente. “Lo so, comunque è acqua passata. Ho scoperto com’è bello godersi la famiglia, e già allora i giocatori pretendevano tanto e davano poco”.

Ogni domenica, prima della partita, Bagnoli non faceva lezione, in spogliatoio. Si sedeva in un angolo e leggeva la Gazzetta. Sottinteso: non ho niente da spiegarvi, basta quel che ci siamo detti in settimana, ho fiducia in voi. Così s’è aperta la gabbia, non solo per Fanna. Ed era bello vederli giocare a memoria. Media-spettatori del campionato: 38.871. Disse Volpati il giorno dello scudetto: “Per capire veramente quello che abbiamo fatto ci vorrà del tempo”. Già, e trent’anni sembrano pochi.

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Intervista a Gianni Mura https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-gianni-mura/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-gianni-mura/#comments Mon, 01 Jul 2013 13:19:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14835 Questo pezzo è uscito sul Mucchio. Ne approfittiamo per segnalarvi che il sito della rivista ha da poco inaugurato una veste grafica completamente rinnovata. (Immagine: Scrittorincittà, Cuneo 2008.)

Sono partito dal “lei”, con Gianni Mura, oltre che per educazione, perché è la formula che viene istintivamente quando devi rivolgerti ai grandissimi. Mura, però, mi ha stoppato: “Siamo colleghi, andiamo con il tu”. Okay, va bene. Di lui, di giannimura, vorrei dire quello che ha scritto Greil Marcus a proposito di Lester Bangs introducendo Psychotic Reaction and Carburetor Dung: “Forse questo libro chiede al lettore di essere disposto ad accettare il fatto che il miglior scrittore americano sapesse scrivere quasi esclusivamente recensioni di dischi”. Ecco, Mura è anche un buon romanziere (a differenza del disastroso Les), ma il tesoro - e dunque la grandezza da scrittore - è nei suoi pezzi di calcio e ciclismo, una miniera inesauribile di ricchezza linguistica e inventiva; partite memorabili giocate su carta. Il Saggiatore ne offre un’antologia, Non gioco più, me ne vado.

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio. (Immagine: Scrittorincittà, Cuneo 2008.)

Sono partito dal “lei”, con Gianni Mura, oltre che per educazione, perché è la formula che viene istintivamente quando devi rivolgerti ai grandissimi. Mura, però, mi ha stoppato: “Siamo colleghi, andiamo con il tu”. Okay, va bene. Di lui, di giannimura, vorrei dire quello che ha scritto Greil Marcus a proposito di Lester Bangs introducendo Psychotic Reaction and Carburetor Dung: “Forse questo libro chiede al lettore di essere disposto ad accettare il fatto che il miglior scrittore americano sapesse scrivere quasi esclusivamente recensioni di dischi”. Ecco, Mura è anche un buon romanziere (a differenza del disastroso Les), ma il tesoro – e dunque la grandezza da scrittore – è nei suoi pezzi di calcio e ciclismo, una miniera inesauribile di ricchezza linguistica e inventiva; partite memorabili giocate su carta. Il Saggiatore ne offre un’antologia, Non gioco più, me ne vado.

Uno dei pezzi più geniali? Quello in cui Mura, subito dopo la vittoria al mundial di Spagna, piazza su una colonna quello che la stampa scriveva prima del trionfo, e su un’altra quello che ha scritto dopo: l’isteria, le urla, questo modo di fare che non ha mai abbandonato il calcio.  “Il titolo, in realtà, è anche vagamente iettatorio”, scherza Mura. “Piaceva all’editore perché lo trova scherzoso. Quando faccio una presentazione in pubblico però do subito uno scoop dicendo che non me ne vado affatto. Poi trasmette l’idea che io non sia in sintonia con il calcio degli ultimi anni. Be’, se assisto a una partita bellissima lo scrivo. È che c’è un tasso di broccaggine estremamente alto, e che in Serie A gioca della gente che trent’anni fa sarebbe rimasta in B. E magari guadagnano quanto Rivera. Questo mi dà leggermente fastidio”.

Come sei arrivato alla Gazzetta, giovanissimo?

Avevano una specie di accordo con uno dei due Licei classici più “reputati” di Milano, il Manzoni, che alla fine della maturità gli segnalava uno o due nomi dei più bravi in italiano… se adesso ti presenti dicendo “conosco più di duecento aggettivi” non ti assumono mai nella vita. Sei sospetto.

Che ricordi hai del primo pezzo scritto?

Alla Gazzetta mi assegnarono un articolo da scrivere dopo qualche tempo trascorso da ragazzo di bottega. Come dicevo, ero piovuto in una redazione direttamente dai banchi del Liceo Classico: non ero neanche sicuro che quello sarebbe stato il mio mestiere. Il primo pezzo che mi assegnarono fu un’intervista, due cartelle, a Germano, ala sinistra brasiliana del Milan. Però commisi un errore colossale: lo scrissi per dimostrare quanto ero bravo. Cosa ancora peggiore: lo scrissi come se fossi Brera, utilizzando frasi in dialetto, in tedesco, di tutto. Quando lo consegnai, il direttore Gualtiero Zanetti mi richiamò: “Questo pezzo puoi arrotolarlo e ficcartelo nel culo. Di Brera ne abbiamo già uno, basta e avanza quello vero. E poi ricorda che col tuo pezzo, dopo averlo letto, ci fa il cappello un muratore della Bovisa”. Uscii dall’ufficio di Zanetti con la coda tra le gambe, lo riscrissi come diceva lui e venne pubblicato senza una virgola cambiata. Da allora non ho più dovuto riscrivere un pezzo: la lezione mi fu molto utile.

Immagino però che negli anni il tuo stile si sia evoluto. Secondo quali influenze?

Non saprei. Se rileggo adesso cose scritte quarant’anni fa le trovo legate ai tempi, magari un po’ ingenue. Credo di aver migliorato la sensibilità nei confronti di quello che succede intorno, di non essermi concentrato solo sull’avvenimento agonistico. Questa probabilmente è una delle chiavi della mia popolarità, se vogliamo chiamarla così. In fondo lo sport è molto cambiato, rispetto ai miei inizi.

Ecco, cosa è cambiato rispetto ai tuoi esordi?

Soprattutto c’era molta meno televisione. Addirittura quasi nulla. E quindi il giornale doveva dare anche un’idea visiva di come era andata la partita. I pezzi erano molto più lunghi. Era anche molto diverso – e questo è il lato più spiacevole – il rapporto tra noi giornalisti e i calciatori. Erano più vicini, ed era facile parlare con loro. Agli inizi, quando andavo a Milanello o ad Appiano Gentile per fare i notiziari, parlavo senza problemi con Mazzola, Rivera o Facchetti. Bastava fargli un segno, e si fermavano al termine dell’allenamento. Oppure ti dicevano: “Devo scappare, ma mi trovi a casa tra le sei e le sette”. Non ha mai sgarrato nessuno. Certo, eravamo anche di meno noi giornalisti. A vedere l’Inter durante la settimana eravamo in cinque o sei, e questo ci permetteva di stabilire un rapporto più diretto con i calciatori.

Erano i tempi in cui Beppe Viola intervistava Gianni Rivera sul tram, a Milano.

Esatto. Quell’intervista dimostra due cose. Uno, il gran talento di Viola. Però quel tram, se si rivede la scena, non era noleggiato dalla Rai, con a bordo solo Rivera e Viola. Si intravedono i passeggeri che si sono visti salire sopra Rivera e Viola senza per questo piazzarsi dietro la telecamera per fare ciao ciao con la manina, o salutare a casa. Viola e Rivera erano due che stavano lavorando, e li hanno lasciati in pace. Bisogna pensare se questo sarebbe possibile oggi, con El Shaarawy o Milito.

Credo proprio di no.

Ecco, la risposta è automatica. Poi, tornando alle differenze con i miei tempi, c’è da dire  questo: più la televisione ha preso piede e più i direttori hanno iniziato a tagliare lo spazio dedicato alla partita, puntando su altro. Ogni volta che si parla di restyling su un giornale, si va a finire con foto e immagini più grandi e testi più piccoli. Io, che sono cresciuto leggendo Brera, posso dire che le sue partite duravano cinque-sei cartelle. Per la finale dei mondiali 2006 vinta dall’Italia ho scritto settantasei righe, mi pare.

Ma a parte il fatto che si gioca ancora con una palla, esistono fattori di continuità con il calcio di trent’anni fa?

Mah, direi che a parte il fatto che si gioca ancora con la palla c’è che noi cronisti non paghiamo ancora il biglietto. E credo che sarà così ancora per poco. È cambiato anche il modo di giocare. E non mi riferisco all’uomo, o alla zona. Me ne parlava Riva già durante le Olimpiadi dell’88. Non avendo altre entrate oltre agli stipendi, dovevano guadagnarsi tutto sul campo. Oggi, con tutti i contratti che girano, si pensa di più al fine carriera. Riva ha guadagnato in tutta la vita molto meno di una riserva della Roma o del Milan, e a fine carriera aveva un distributore di benzina con Tomasini.

Leggendo i pezzi di Non gioco più, me ne vado, sembrerebbe che i mondiali del Messico nel 1986 abbiano rappresentato una sorta di cesura.

Sì, quello fu come un inizio, in effetti. Era tutto un Televisa o Coca-Cola, una presenza di sponsor molto massiccia rispetto solo a quattro anni prima, in Spagna. E le squadre cominciarono anche a svolgere gli allenamenti a porte chiuse. Ma il vero delirio fu a Stati Uniti ’94. Non si poteva entrare con gli ombrelli negli stadi e persino i panini dovevano essere a norma, dovevano avere una certa misura.

E che ricordi hai invece dei mondiali italiani del 1990?

Ricordo soprattutto che c’era il problema degli Hooligans. A un certo punto scrissi una lettera aperta a Cossiga. Perché Brera stava sull’Italia, e io facevo le partite importanti fuori dal girone. E allora ero a Torino il martedì, e non si serviva il vino nei ristoranti. A Bari, di mercoledì, e ancora niente vino. Lo stesso a Cagliari il giovedì. Alla fine dicevo: guardate che per colpa di qualche testa di cazzo ci va di mezzo un patrimonio culturale dell’Italia. Se in ristorante uno si piglia un porcetto allo spiedo, avrà almeno il diritto di bere un bicchiere di vino rosso. Il problema me lo risolse un ristoratore di Cagliari. Mi fa: “Il solito tè, dottore?” E io: “Quale tè?” Ed è arrivato con una di quelle scodellone da caffèlatte.

Non era tè, immagino.

No, era Cannonau. Però la cosa divertente è che c’era un Prefetto, un generale dei carabinieri, a pochi metri. Se controllava potevano essere problemi.

Per fortuna non lo ha fatto. Dopo il Brasile, i prossimi mondiali saranno in Quatar e Russia…

Ormai è chiaro che contano i soldi, e non da oggi. Il successo di squadre come il Chelsea o il Manchester City, con magnati russi o arabi, lo prova. E i mondiali vanno lì, dove pagano meglio. Allo stesso modo come il Tour, che parte dall’Olanda o dalla Germania, e hanno anche un’idea di partire da Washington, il prossimo anno. È come la finale di Supercoppa a Tripoli, delle cose che trovo francamente ridicole. Non ho mai sentito di una finale di Coppa nazionale giocata fuori, vale per l’Inghilterra come per il Belgio.

Da cronista, è più difficile rendere un calcio di rigore o una fuga in montagna?

Te la cavi prima a scrivere di un calcio di rigore. Perché la fuga non si risolve in pochi secondi. Su un calcio di rigore un grande scrittore ci potrebbe scrivere un racconto.

In effetti lo ha fatto Osvaldo Soriano.

Già, anche se quello era il rigore più lungo del mondo. Una fuga in montagna offre il paesaggio, il pubblico, una quantità di protagonisti maggiore.

A quale dei protagonisti di cui hai scritto sei più legato, nel senso “affettivo”?

Direi Gianfranco Zola, Gigi Riva, Damiano Tommasi, Paolo Sollier, Osvaldo Bagnoli… per gli altri sport Josefa Idem, Felice Gimondi, e Merckx, una persona di grande civiltà.

Merckx è una delle icone del ciclismo, l’altro grande sport di cui ti sei occupato. Dopo quello che è successo a Lance Armstrong, con sette tour revocati, che credibilità ha il ciclismo?

È una cosa mostruosa. Di Armostrong penso questo: se è vero, come ha sostenuto la Wada (L’Agenzia mondiale anti-doping, ndr) che ha messo in piedi il più sofisticato ed efficace sistema di doping individuale e di squadra, allora non può aver fatto tutto da solo, ma deve avere avuto delle coperture fortissime da parte dell’Unione ciclistica internazionale, che poi ha allestito la ghigliottina in piazza. Però sicuramente per tutti quegli anni di trionfi deve aver avuto un ombrello sulla testa. Ancora su Armstrong, ma pensando anche a Pantani. Dopo Madonna di Campiglio (la tappa del Giro in cui Marco Pantani risultò positivo al doping, nel 1999, ndr), e ancor di più dopo la sua morte, credo di aver battuto il record di corrispondenza con i lettori. Il succo delle loro lettere era: ci hai insegnato ad amare Pantani, e adesso? Molto civilmente mi chiedevano: com’è possibile che in tutti questi anni non vi siete accorti di niente? Siete complici, o siete dei fessi?

E cosa rispondi a queste domande?

Ho anche pensato di smettere… il caso Pantani, per come si è sviluppato, mi ha toccato molto. Non posso dire che eravamo amici, ci avrò parlato a quattr’occhi cinque o sei volte in tutto. Che poi è già molto, visto che era molto isolato. Quando era di luna buona, però, anziché fermarsi dieci minuti si tratteneva per mezz’ora, anche di più. Per lui, come per Armstrong, vorrei però ricordare sommessamente che noi non facciamo analisi chimiche, né al sangue né alle urine. Non siamo neanche in grado di fare intercettazioni. Se un giornalista ha dei sospetti, il massimo che può scrivere è che “corrono voci”, eccetera.

Come hai appreso la notizia della morte di Marco Pantani?

Quando mancò Pantani ero in ferie, in un ristorante di Firenze con mia moglie. Mi telefonarono dal giornale dicendomi che Pantani era morto. Al mio collega dissi che non era il momento di fare scherzi del cazzo. Ho piantato la trippa che stavo mangiando e sono andato in albergo. Dopo un quarto d’ora ho dettato a braccio il mio pezzo.

Di sicuro è stato un colpo tremendo per tutti noi. Adesso vorrei proporti un po’ di botta e risposta vecchio stile. Cominciamo ancora dal ciclismo: Qual è la tappa più emozionante a cui hai assistito?

Ancora lui, Pantani. La tappa con l’arrivo a Les Deux Alpes nel ’98, quando dette otto minuti a Ulrich. Però anche alcune tappe, del Tour, penso alla caduta di Ocaña nella discesa del Col de Menté nel 1971. Merckx era secondo, andò a sbattere contro un muretto ma rimase in piedi. Adesso Armstrong è considerato un demone, ma ricordo il suo arrivo alla tappa di Limoges, nel Tour del ’95. Mi pare che pur essendo ateo sia stato il primo a indicare con due indici il cielo per ricordare il compagno morto, Fabio Casartelli.

La partita di calcio più bella? Intendo dal punto di vista del gioco.

Francia – Germania, semifinale dei mondiali dell’82, a Siviglia. Successe di tutto, finì ai calci di rigore. I tedeschi si stancarono così tanto che in finale contro l’Italia avevano il fiato corto. Vincevano 3-1, poi la Francia li riprese, perdendo però ai rigori.

Il calciatore più forte?

Maradona.

Resiste ancora all’assalto di Messi?

Maradona è decisamente meglio di Messi. Anche perché Messi è il terminale della sua squadra, mentre nel Napoli i gol li facevano Giordano, Careca, Carnevale. Maradona segnava anche tanto ma era soprattutto un suggeritore. Maradona, poi, al contrario di Messi, era un capitano, un condottiero. Era piccolo ma tosto, e gli andavano tutti dietro. Anche nel fuoco. Credo che Messi abbia un altro carattere. Maradona a Napoli trovò un matrimonio perfetto. All’epoca frequentavo Napoli abbastanza. Le scritte sui muri dicevano “Napoli campione in culo alla nazione”.

La nazionale italiana migliore?

Come forza complessiva direi quella dei mondiali in Argentina del 1978. In ogni caso non si esce dal ‘78-’82. Sono quelli gli anni d’oro.

Come hai vissuto il periodo del “sacchismo”?

In realtà bene. Con Sacchi ci andavo anche d’accordo. Mi aveva anche proposto di essere l’unico ad assistere agli allenamenti. Per lui era un grandissimo regalo, ma – probabilmente con scarso tatto – gli risposi che era come se Marchesi mi avesse invitato al mercato a comprar le carote. Io giudico i piatti… e il piatto è la partita della domenica.

Cosa ti piace di più del calcio?

Il gesto tecnico. Si va allo stadio per il dribbling, il tunnel, il colpo del campione. Per una punizione di Mario Corso. Devo ancora trovarne uno che mi dice: “Vado allo stadio per vedere una diagonale difensiva”. Saranno quelli di Sky che si eccitano per una diagonale difensiva.

Quali sono invece i momenti più bui a cui hai assistito?

Per me sono legati agli episodi di violenza, e purtroppo ce ne sono tanti. Dai morti accoltellati fino agli striscioni contro gli ebrei. Ci si deve chiedere perché questo sport debba essere più sporcato degli altri.

Che idea hai del mondo degli ultrà?

Lo trovo molto monotono. Son convinti di essere tutti diversi ma in realtà sono quasi tutti uguali. Hanno gli stessi cori e lo stesso abbigliamento, li distingue solo il colore della sciarpa. Detto questo, la curva non è necessariamente il settore peggiore dello stadio… credo che a livello di criminalità organizzata bisogna guardare alla tribuna d’onore.

Per concludere, torniamo al mestiere. Come se la passano oggi i giornalisti?

Sta prendendo sempre più corpo un’idea di informazione che non condivido, e che non intendo praticare… un’informazione liofilizzata, senza approfondimento o gusto del racconto. Twitter, sms, eccetera. Poi non si capisce che cazzo se ne fa la gente del tempo che guadagna. Credo proprio che il vero dramma di oggi sia non avere tempo libero, o averlo illusoriamente… Come se stare un’ora a leggere il giornale seduti su una panchina sia una cosa dell’altro mondo. Invece il mio sogno da pensionato è una bella panchina verde, con spalliera, due o tre giornali, un bar vicino per il caffè o il bianchino. Non è che si stesse meglio nell’800, però tutto quello che è accelerato, fast, mi spaventa. Mi preoccupa anche questo voler continuamente aggiornare giornali e siti. Non riesco a immaginare chi è quello che ogni quaranta minuti vuole un aggiornamento su un delitto. Dev’essere gente più compulsiva che altro. La mia tendenza è un’altra: l’unica tessera che ho io è quella di slow food. Io mi reputo un giornalista slow.

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