Brontë Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bronte/ un blog di approfondimento culturale Thu, 10 Oct 2013 11:15:16 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Brontë Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bronte/ 32 32 Adulterio e zuppa inglese: l’arte del dettaglio di Alice Munro https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-chi-ti-credi-di-essere-alice-munro/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-chi-ti-credi-di-essere-alice-munro/#comments Thu, 10 Oct 2013 11:12:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12209 Alice Munro ha vinto il premio Nobel per la Letteratura 2013. Vi riproponiamo un pezzo di Nicola Lagioia uscito su minima&moralia qualche tempo fa e pubblicato originariamente su la Repubblica. 

Ci ha messo tempo, Alice Munro, per essere considerata anche da noi un gigante della letteratura contemporanea. Giunta in Italia quasi clandestinamente alla fine degli Ottanta – a vent'anni dall'esordio che in Canada le valse il Governor General's Award –, iniziammo a trovarla in libreria durante il decennio successivo, prima relegata nell'esoterica categoria della "letteratura femminile", poi nel ghetto meno stucchevole e quindi più insidioso della short-story, per costringere infine alla resa il triste dio della divisione per generi, essendo oggi la Munro reputata (più semplicemente) tra quelli che meglio al mondo sono in grado di raccontare una storia usando le parole. Questa ottantunenne signora di Wingham, Ontario, passa il tempo tra un libro e l'altro a depistare i giornalisti dicendo loro che con tre figlie da allevare le risultava faticoso spingersi oltre la misura breve. Le sue lunghe dita raccolgono in realtà non solo il lascito di Čechov ma la sapienza polifonica di Tolstoj nonché l'austero squilibrio stregato delle Brontë, ben riportati sui codici moderni perché una provincia lontana – quella contea di Huron fatta di cittadine agricole, povertà, maestose stufe nere e rigore presbiteriano da cui fuggire per riscoprirselo nel sangue durante le avventure metropolitane degli anni successivi – diventi specchio delle nostre vite.

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Alice Munro ha vinto il premio Nobel per la Letteratura 2013. Vi riproponiamo un pezzo di Nicola Lagioia uscito su minima&moralia qualche tempo fa e pubblicato originariamente su la Repubblica. (Immagine: Alice Munro fotografata da Alex Waterhouse-Hayward negli anni ottanta.)

Ci ha messo tempo, Alice Munro, per essere considerata anche da noi un gigante della letteratura contemporanea. Giunta in Italia quasi clandestinamente alla fine degli Ottanta – a vent’anni dall’esordio che in Canada le valse il Governor General’s Award –, iniziammo a trovarla in libreria durante il decennio successivo, prima relegata nell’esoterica categoria della “letteratura femminile”, poi nel ghetto meno stucchevole e quindi più insidioso della short-story, per costringere infine alla resa il triste dio della divisione per generi, essendo oggi la Munro reputata (più semplicemente) tra quelli che meglio al mondo sono in grado di raccontare una storia usando le parole. Questa ottantunenne signora di Wingham, Ontario, passa il tempo tra un libro e l’altro a depistare i giornalisti dicendo loro che con tre figlie da allevare le risultava faticoso spingersi oltre la misura breve. Le sue lunghe dita raccolgono in realtà non solo il lascito di Čechov ma la sapienza polifonica di Tolstoj nonché l’austero squilibrio stregato delle Brontë, ben riportati sui codici moderni perché una provincia lontana – quella contea di Huron fatta di cittadine agricole, povertà, maestose stufe nere e rigore presbiteriano da cui fuggire per riscoprirselo nel sangue durante le avventure metropolitane degli anni successivi – diventi specchio delle nostre vite.

Tutto ciò è ben testimoniato da Chi ti credi di essere?, uscito in Canada nel ’78, pubblicato per la prima volta in Italia da e/o nel 1995 e ora ritradotto da Susanna Basso per Einaudi allo scopo di farci leggere una storia di profonda bellezza dove la tecnica narrativa (tanto più audace quanto ben occultata) sembra ancora provenire dal futuro. Nel libro seguiamo le vicende di Rose, nata nella cittadina di Hanratty durante la Depressione e decisa a lasciarsi alle spalle un mondo tanto detestato quanto più la sua grettezza è inscindibile dal patrimonio emotivo a cui la protagonista si troverà ad attingere nei momenti difficili della vita. Le radici, che sono il nostro impedimento, rappresentano cioè anche la Stele di Rosetta senza cui rimarrebbe indecifrato l’affascinante arabesco in cui ci trasformiamo distaccandocene. Ma è la legge di natura a impedire che ogni vera emancipazione sia indolore.

In particolare, è il legame con la matrigna Flo che obbliga Rose ad amare ciò da cui deve fuggire – due donne, Flo e Rose, diverse quanto può esserlo una vedova corazzata nell’indigenza che maligna sui soldi altrui ed è fiera delle “tende di plastica traforate imitazione pizzo” appese nel soggiorno, da una ragazza che prima sogna un’istruzione e poi la grande città, che sbaglia spesso uomini e intraprende una carriera da attrice piena di alti e bassi, incomprensibile per la famiglia d’origine (“se te ne rimani ad Hanratty e non diventi ricco, va bene, perché segui il corso normale dell’esistenza, ma se te ne vai e non diventi ricco che senso ha?”)

Non è difficile empatizzare con Rose, visto che uno dei problemi su cui ci arrovelliamo è la difficoltà di inquadrare stabilmente le persone a cui siamo legati (meritano le nostre attenzioni? ci ricattano con la loro generosità? quanto della durezza di cui ci fanno oggetto è inutile?  in fin dei conti, ci proteggono o cospirano per la nostra distruzione?) Pur ricordando che ogni buona autobiografia letteraria è frutto d’immaginazione, non è inoltre azzardato voler trovare in questo personaggio tracce del suo autore: anche Alice Munro è stata una provinciale decisa ad affrancarsi (“vivevamo in una specie di ghetto popolato da contrabbandieri, prostitute e scrocconi. Una comunità di fuoricasta. Però era una vita interessante: provavo un grande senso di avventura”, raccontò in un’intervista sempre del 1978); anche lei, proprio come Rose, farà di un facoltoso studente conosciuto nella biblioteca della University of Western Ontario il suo primo marito. E se qualcosa di ascrivibile a una fantomatica “scrittura femminile” può appartenerle, è la rottura di un tabù che ancora incrosta un certo immaginario maschile: la capacità di descrivere gli adulteri delle donne come frutto di assoluta autodeterminazione.

Ma è la strategia narrativa a sorprendere. Alice Munro dedica a Rose dieci racconti tra loro indipendenti eppure profondamente intrecciati, pieni di rimandi nascosti, risonanze, flashback e flashforward che sembrano usciti da Lost ma, ricondotti a quando Chi ti credi di essere? fu scritto, dovrebbero ricordare a chi sostiene l’egemonia delle serie tv che ciò che appare l’incredibile risultato di un lavoro d’equipe fu in origine accordato in scabre solitudini come quella in cui Alice Munro immaginò questo libro, la solitudine di ogni scrittore, quella in cui Joyce brevettò il flusso di coscienza e Dickens portò Ebenezer Scrooge ad assistere al proprio stesso funerale. E ovviamente la tecnica serve a poco se non è usata per indagare le più insidiose pieghe dei rapporti umani.

Solo con la vecchiaia e con la malattia Flo si ammorbidisce. A un certo punto Rose le prepara una zuppa inglese, e la matrigna si lascia sfuggire un: “è proprio buona”. Rose è scioccata. “Non aveva mai sentito uscire dalla sua bocca una simile ammissione di piacere riconoscente”. Così si affretta a dirle colma di speranza: “te ne faccio un’altra quando vuoi”. Ma Flo si è già perfettamente ricomposta: “beh, fa un po’ come ti pare”.

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Aldo Busi: la lingua salvata https://minimaetmoralia.it/letteratura/aldo-busi-la-lingua-salvata/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/aldo-busi-la-lingua-salvata/#comments Tue, 23 Oct 2012 07:00:17 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9893 Pubblichiamo il pezzo su Aldo Busi scritto da Nicola Lagioia per Orwell. Lo facciamo adesso perché domani (come abbiamo appreso leggendo Altriabusi.it) si celebrerà, presso il tribunale di Monza, la seconda udienza del processo in cui Busi dovrà difendersi dall'accusa di aver diffamato Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario, ex moglie del capo del governo Silvio Berlusconi.

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Pubblichiamo il pezzo su Aldo Busi scritto da Nicola Lagioia per Orwell. Lo facciamo adesso perché domani (come abbiamo appreso leggendo Altriabusi.it) si celebrerà, presso il tribunale di Monza, la seconda udienza del processo in cui Busi dovrà difendersi dall’accusa di aver diffamato Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario, ex moglie del capo del governo Silvio Berlusconi.

Questo il capo d’imputazione contestato a Busi (e pubblicato a suo tempo su altriabusi.it): Nel corso della trasmissione televisiva “8 e mezzo” trasmessa dalla emittente “LA 7”, e perciò comunicando con più persone nel corso di un’intervista, offendeva la reputazione di Miriam Bartolini, coniuge di Sivio Berlusconi, in quanto, in risposta alla domanda “di Veronica Lario, cosa pensa?”, rispondeva: “Non ho mai pensato nulla, soltanto mi sembra molto strano che una signora che ha recitato, che è stata nei teatri, che, insomma, non dico colta, ma comunque con un’istruzione piuttosto vasta, mandi una lettera per una storia di possibili corna o tradimenti o minorenni, ecc., e non abbia mai detto nulla sul fatto che a casa Berlusconi c’era un tale Mangano, lo stalliere pluriomicida e mafioso di vaglia che stava lì e che probabilmente ha preso in braccio i suoi bambini… Allora io mi sarei svegliata, magari venti anni prima”. In merito alla separazione tra la querelante e Berlusconi, aggiungeva “Sì ci sono state cose molto più gravi. Cioè a me non sembra una ragione sufficiente per staccarsi da un uomo… No, perché in fondo a una donna fa piacere avere il marito che ogni tanto va fuori dalle palle, va con qualche altra… se piace alle altre donne vuol dire che ha scelto bene”. (Immagine: Danilo De Marco.)

Ogni volta che il nome di Aldo Busi conquista l’onore delle cronache (ultima: la restituzione di 200mila euro a Giunti a seguito della risoluzione di un contratto chiesta dallo scrittore per “manifesta incompatibilità manageriale e fattuale e promozionale tra le parti”, quindi l’accordo con Dalai) è impossibile non ricalcare un pensiero che sentirebbe il dovere di presidiare motu proprio la coscienza di chi si occupa di libri: l’autore di Seminario sulla gioventù è il grande rimosso della letteratura italiana. Più biasimato al di qua degli schermi televisivi che affrontato sulla pagina, e più detestato sul facile piano delle esternazioni che osservato nello specchio sopra cui uno scrittore si rivela (la sua opera), Busi è la dimostrazione di come la società letteraria abbia da queste parti molto di onorato e poco di autenticamente letterario.

Busi non frequenta, non omaggia, non promuove, non ricambia, non firma appelli, frigge l’aria in tv e non di rado manda affanculo a sproposito. Il che dovrebbe essere irrilevante al cospetto degli almeno cinque grandi libri da lui scritti, e di una ventina di cosiddetti minori in grado di portare qualunque letterato in cerca di accettabili prebende a diventare l’eroe dei propri (discretamente) riveriti. Eppure, ai critici questo basta per non occuparsi di ciò che gli eviterebbe lo smacco di essere ricordati per aver lasciato il compito ai colleghi delle generazioni successive. Ai giornalisti culturali è sufficiente il lato folk (di Oscar Wilde guarderebbero il dito che punta il girasole pur di evitare la luna in Salomè) mentre per gli scrittori con la fissa dell’avanzamento sociale è semplicemente un controsenso addentrarsi in Vita standard di un venditore provvisorio di collant annusando sin dall’ingresso una dura aria di palestra in ogni stanza della quale mancano garanzie e automatismi dello scatto di carriera.

Eppure non si tratta solo di questo. La ferita è originaria. Se fosse il personaggio Busi a travisare lo scrittore nella coscienza altrui, il problema non si sarebbe posto quando il suo nome era ancora sconosciuto. L’esordio sarebbe dovuto essere un trionfo. E invece, se si vanno a leggere le prime anemiche recensioni a quella quadratura del cerchio tra misura, libertà e festa della lingua che è ancora Seminario sulla gioventù, si coglie tutto l’analfabetismo di ritorno che in Italia non di rado aggredisce chi si occupa professionalmente di leggere e riferire. Ma “di ritorno” da che? Dal mancato incontro con una lingua finalmente salvata.

Il più squillante e splendido what if che sorge dalle pagine migliori di Aldo Busi è infatti: cosa sarebbe accaduto alla lingua italiana (cioè a tutti noi) se a un certo punto avesse imboccato la via di Boccaccio anziché quella del Petrarca, se avesse conservato la sua forza materica e la sua viva complessità, libera dalla padronalità curiale, poi leguleia, poi accademica, poi ministeriale, infine televisiva e dunque non più la biografia del popolo che avrebbe potuto essere ma il guaito delle plebi di ogni censo e condominio sociale? Non è un caso che Busi consideri una grande occasione mancata la messa al bando della Bibbia di Diodati nel Seicento. Se Lutero, con la sua traduzione, fondava la lingua tedesca, agli italiani toccherà per molto ancora il latino amministrato dalla Chiesa (la Controriforma senza Riforma), cioè una lingua padrona. L’italiano giungerà irrimediabilmente borbonico o savoiardo, fascista o democristiano, poco gramsciano e molto togliattiano di stanza all’hotel Lux. Sempre servo di qualcuno. Così per Busi liberare la lingua ha significato spillarla dalle profondità carsiche in cui continua a scorrere Boccaccio e San Francesco e Giordano Bruno e Teofilo Folengo per non tacere l’anonimo metaletterario dell’Indovinello veronese che tutti li precede… Per farlo non basta una lingua, ci vuole un pugno di romanzi. Ci vuole un’architettura narrativa e personaggi quali un Barbino, un Angelo Barzanovi e un Celestino Lometto, un’Anastasia e una Teodora, perfino un Aldo Subi. Una Georgina Washington. Busi è riuscito nell’impresa perché ha condotto il corpo a corpo con una lingua d’adozione (“a casa si parlava il bresciano. L’italiano è stata la mia seconda lingua”), portando avanti la propria guerra di liberazione dopo aver stretto un patto con gli Alleati di altre lingue che padroneggia molto bene: il francese di Laclos, l’inglese di Sterne e delle Brontë, l’americano di Melville, il tedesco di Kafka e dei Tre saggi sulla teoria sessuale di Freud.

Questo non vuol dire che Busi centri sempre il colpo. Se lo facesse ingrasserebbe i suoi lettori col balsamo della prigionia. Invece il suo apparato retorico è così mostruosamente messo a punto da renderci liberi (ecco lo scandalo) di seguirne i momenti di trionfo e quelli in cui perde quota o si tradisce, lasciandoci ammirati per come si libera dalle strette di pochezza del paese in cui si muove e subito dopo sospettosi perché che libertà sarebbe quella che mostra il gesto di strapparsi il collare che non le stringe più la gola? Per finire, però, in esclusive oasi di meritata pace (qui perfino liberi di non rivendicare nulla) come la scena in cui Barbino schiaccia zanzare nei cessi pubblici a Parigi.

Troppa grazia per la Terza Repubblica a venire. Troppo libero arbitrio, per l’italiano standard.

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