Bruce Chatwin Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bruce-chatwin/ un blog di approfondimento culturale Mon, 26 Aug 2024 13:53:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Bruce Chatwin Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bruce-chatwin/ 32 32 Herzog e Chatwin, un incontro alla fine del mondo https://minimaetmoralia.it/cinema/herzog-e-chatwin-un-incontro-alla-fine-del-mondo/ https://minimaetmoralia.it/cinema/herzog-e-chatwin-un-incontro-alla-fine-del-mondo/#respond Mon, 26 Aug 2024 13:49:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54107 [In occasione della pubblicazione per minimum fax di Guida per i perplessi. Nuovi incontri alla fine del mondo di Werner Herzog (a cura di Paul Cronin, curatela italiana di Francesco Cattaneo) riproponiamo questo pezzo di Vanni Santoni sul rapporto tra Herzog e Chatwin, uscito originariamente su “Linus”, che ringraziamo.] ~ Herzog-Chatwin: a prima vista – […]

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[In occasione della pubblicazione per minimum fax di Guida per i perplessi. Nuovi incontri alla fine del mondo di Werner Herzog (a cura di Paul Cronin, curatela italiana di Francesco Cattaneo) riproponiamo questo pezzo di Vanni Santoni sul rapporto tra Herzog e Chatwin, uscito originariamente su “Linus”, che ringraziamo.]

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Herzog-Chatwin: a prima vista – o almeno prima di Nomad, il film in cui tre anni fa il regista tedesco ha raccontato la loro amicizia, o meglio le loro affinità e ossessioni comuni – un accostamento tra Werner Herzog e Bruce Chatwin potrebbe, o sarebbe potuto apparire, del tutto casuale, ancor prima che da “strana coppia”. Uno tedesco, l’altro inglese; uno folle e ossessivo, l’altro contenuto e ironico; uno ancora pimpante a ottant’anni, con una filmografia di oltre settanta pellicole, l’altro morto giovane con con soli cinque libri all’attivo (senza contare le raccolte di scritti usciti su rivista).
Chi però conosce a fondo l’opera herzoghiana, sa che Cobra verde, il (sottovalutato) film del 1987 che va a sancire la conclusione del fertile sodalizio del regista tedesco con l’amico-nemico-specchio (distorto) Klaus Kinski, è tratto da un romanzo di Chatwin, suo primo e non troppo riuscito tentativo di fiction (andrà meglio col secondo, Utz), Il viceré di Ouidah. I due, quindi, si conoscevano, e questo è già un punto di contatto; chi ha maggior confidenza con la vita dello scrittore, può trovarne un secondo nell’ossessione di quest’ultimo per il cinema, che lo portò a suggerire svariate idee per possibili film a James Ivory, durante la loro breve e burrascosa relazione (idee che non vennero mai prese sul serio dal regista), e poi a tentare in prima persona di girare un documentario. Era il 1972 e il tema erano i nomadi del Niger; il film andò perduto mentre Chatwin cercava, fin lì senza risultati, di venderlo alle compagnie televisive europee. Un documentario, dunque: e sappiamo bene come una parte consistente della filmografia herzoghiana (incluso il film che racconta la sua amicizia con Chatwin) appartenga a questo genere, che ne contamina anche le più ardite e rocambolesche opere di fiction.
Ma le affinità non finiscono qui, anzi iniziano qui: Chatwin cominciò a viaggiare – o a vagabondare, secondo i punti di vista – nel 1972, una data che suona piuttosto recente, per quando si collochi precisamente mezzo secolo fa. Di certo, quando pensiamo al 1972, viene in mente un mondo abbastanza simile al nostro, fatta salva la forma dei calzoni e l’assenza di Internet; in realtà, dal punto di vista di un viaggiatore, il mondo era molto, molto diverso, e non solo perché i voli aerei erano ancora roba da ricchi e il turismo di massa non abbracciava tutte le località dell’orbe. Il fatto è che nel 1972, viaggiando, era ancora possibile perdersi, scoprire frontiere dimenticate, incontrare alterità estreme, correre grossi rischi e restare sbigottiti di fronte all’inatteso (qualcuno ricorda il soldato tedesco del primo lungometraggio di Herzog, Segni di vita, che dà di matto di fronte alla visione di una valle con diecimila mulini a vento?): raggiungere insomma, volenti o nolenti, da eroi della propria avventura o vittime del proprio dramma, i confini dello spirito. Esattamente come accade a molti personaggi della cinematografia di Herzog, e in particolare a quelli interpretati da Kinski: con l’eccezione del büchneriano Woyzeck, che cosa sono Aguirre, Fitzcarraldo, Cobra Verde, e pure Nosferatu, se non grandi e tremendi – nel senso vedico del termine: bhairava, il tremendo come apice estremo della metafisica – esplorazioni che devono, per definizione, arrivare al punto di rottura? Anche Nosferatu, sì, perché nel momento in cui si ribalta il punto di vista – e il ribaltamento del punto di vista è chiave costitutiva del cinema herzoghiano (a volte anche esplicitata con ironia, come quando Francisco Manoel de Silva, per i nemici Cobra Verde, viene catturato dagli sgherri del folle re di Dahomey e scaricato come un sacco di patate al suo cospetto, finendo a guardare il suo interlocutore, e potenziale carnefice, da ribaltato) –, è possibile guardare alla storia di Dracula come quella di un viaggio, dalle profondità (in fin dei conti sicure, per lui) della Valacchia o della Transilvania, fino all’altro mondo rappresentato dall’Europa, che sia la Londra del romanzo di Stoker o la Wismar di Herzog.
Torniamo allora a Chatwin, che dopo aver rinunciato a una promettente carriera presso Sotheby’s lascia proprio Londra per partire alla ventura: se è stato sovente definito “l’ultimo esploratore”, è perché si muove in un mondo ancora esplorabile, e al di là della misura che mostra nella scrittura – se c’è una differenza sostanziale tra Chatwin e Herzog, è quella tra la misurata sintesi prosastica del primo e la strabordante estensività scenica del secondo –, lo fa con uno spirito dei più radicali. Si sposta rigorosamente a piedi, quasi avesse già sentito la frase di Herzog, che conoscerà solo nel 1983, per cui “il mondo si rivela a chi cammina” (riportata in Sentieri nel ghiaccio, il libro in cui Herzog racconta il suo viaggio a piedi da Berlino a Parigi, sorta di pellegrinaggio intrapreso con l’idea di salvare un’amica dalla malattia… camminando), sceglie luoghi estremi per clima, cultura, distanza e distanza dal consueto, su tutti la Patagonia e il deserto australiano, dove sono ambientati i suoi libri più celebri, In Patagonia e Le Vie dei Canti (in cui esplicita la sua famosa domanda: “Perché gli uomini, invece di star fermi, se ne vanno da un posto all’altro?”), ma anche la Costa degli Schiavi, quella terra maledetta compresa tra il delta del Niger e quello del Volta, da cui tra il Sedicesimo e il Diciannovesimo secolo partirono verso la schiavitù o la morte in nave almeno tre milioni di esseri umani, sui dodici milioni coinvolti complessivamente nel traffico di schiavi: là Chatwin avrebbe ambientato il Viceré di Oudiah, e Herzog Cobra Verde.
E Bruce Chatwin, l’ironico, misurato scrittore british divenuto, dopo la celebrità, anche presenza frequente ai party del bel mondo londinese, era assai meno misurato come viaggiatore: come racconta il suo biografo Nicholas Shakespeare, se in patria la sua bisessualità era ignota financo ai suoi amici e parenti più prossimi (fatta salva la moglie), quando era in viaggio, Chatwin indulgeva in frequentissime avventure omosessuali, non di rado andando a cercare ragazzi disponibili nei bassifondi delle città più degradate e ritrovandosi anche in situazioni molto pericolose. Non è dato sapere se la storia dello stupro di gruppo subito da Chatwin in Benin – né più né meno il regno di Dahomey di Cobra Verde – sia reale o fosse una delle tante coperture messe in giro dallo stesso scrittore quando si ritrovò gravemente malato (arrivò anche a parlare del morso di un pipistrello cinese, in un curioso slancio profetico), poiché non voleva far sapere ai familiari che l’AIDS che lo aveva colpito (e per le cui complicazioni sarebbe morto nel 1989) derivava con ogni probabilità dal suo prolungatissimo libertinaggio in ogni angolo del globo. Certo è che di questa violenza di gruppo, vera o inventata che sia, si possono trovar tracce evidenti in Cobra Verde, dove la cattura e la sopraffazione del singolo da parte di gruppi più o meno infoiati è una sorta di leitmotiv. Altrettanto certa è la scarsa rilevanza del “dato di realtà”: Chatwin, pur passato alla storia come scrittore di viaggio, e quindi autore di non-fiction, in realtà inventava moltissimo, ma come asserisce proprio in Nomad Werner Herzog, che conobbe lo scrittore in Australia mentre stava girando Dove sognano le formiche verdi, Chatwin non modificava i fatti per alterare la realtà, ma per arrivare alla verità: “cambiando le cose, non diceva metà verità, ma diceva una verità e mezzo,” una definizione che sarebbe facile attribuire anche al cinema documentaristico di Herzog, incluso lo stesso Nomad, in cui l’amicizia e le affinità con Chatwin diventano un attrattore capace di portare lo spettatore nei luoghi più imprevedibili, dalle caverne dei bradipi giganti della Patagonia (partendo da quello stesso, falso, “pezzetto di Brontosauro” da cui prende le mosse In Patagonia), alle songlines aborigene, tracciati dall’origine incerta (naturali o artificiali? O entrambe le cose? O forse non importa saperlo?), che per i nativi australiani sono anche canzoni, dalla Terra del fuoco cilena alla colombiana Valle del Cauca, seguendo anche l’istinto del momento – ed ecco l’altra grande affinità tra Chatwin e Herzog: sono entrambi sommi improvvisatori. Herzog non usa sceneggiature o trattamenti, allo stesso modo in cui Chatwin, una volta stabilita la destinazione generale, viaggiava deliberatamente a caso, prendeva appunti su quel che capitava, e decideva la tappa successiva secondo le suggestioni che prendevano forma sui suoi taccuini.
Improvvisa chi è inquieto. Chi non vuole, o non può, fermarsi a programmare. E la ricerca attorno all’inquietudine è in fondo il midollo delle poetiche dei due artisti, qualcosa che non potevano non riconoscere l’uno nell’altro, specie quando emerse che in alcuni casi i luoghi da loro esplorati erano stati gli stessi, sebbene quasi sempre a distanza di anni. Ma c’è ancora un’ombra che non poteva non avvicinarli: un’ombra inattesa, che emerge nelle ultime immagini di un Chatwin già prossimo alla morte, venuto ad assistere alle riprese di Cobra Verde: col volto scavato dalla malattia, con lo strabismo di Venere più marcato per la fatica, coi capelli biondi che cominciano a farsi più radi, ecco che il “pupo di bell’aspetto” Chatwin finisce per assomigliare inaspettatamente a Klaus Kinski, e farsi, di nuovo, specchio di Herzog. Il quale tuttavia non si scomporrà: quando, due anni dopo, un Chatwin ormai morente, “ridotto a uno scheletro con gli occhi luccicanti” (e uno scheletro che canta è il tatuaggio che Herzog porta sulla spalla destra, fatto solo pochi mesi prima di conoscere Bruce), gli chiede di aiutarlo a morire, lui in tutta risposta gli monta un televisore davanti e gli spara in faccia a oltranza il suo documentario I pastori del sole, quasi a ricreare, nella dialettica tra canti e balli di massa e uomo morente, le scene finali di quel Cobra Verde in cui Chatwin, Kinski e Herzog si erano fatti una cosa sola.

 

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La migrazione di un nome: Maylis de Kerangal e Lampedusa https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-migrazione-di-un-nome-maylis-de-kerangal-e-lampedusa/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-migrazione-di-un-nome-maylis-de-kerangal-e-lampedusa/#comments Tue, 02 Aug 2016 06:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31705 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo. La traduzione dal francese è di Andrea Melis (fonte immagine).

Le parole sono un fenomeno complesso. Circolano nello spazio sociale, generando tanto comprensione quanto equivoci; capita a volte che, inutilizzate, spariscano, così come può anche accadere che un uso eccessivo sottragga loro significato riducendole a vaghi significanti.

È spesso la sorte delle parole veicolate dalla cronaca giornalistica, ed è quello che rischia di accadere – o che forse è già accaduto – alla parola Lampedusa. «Il mio obiettivo», dice Maylis de Kerangal, «è stato estrarre questa parola dallo storytelling mediatico per rimetterla in circolo in una materia più linguistica e culturale: la materia della letteratura».

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo. La traduzione dal francese è di Andrea Melis (fonte immagine).

Le parole sono un fenomeno complesso. Circolano nello spazio sociale, generando tanto comprensione quanto equivoci; capita a volte che, inutilizzate, spariscano, così come può anche accadere che un uso eccessivo sottragga loro significato riducendole a vaghi significanti.

È spesso la sorte delle parole veicolate dalla cronaca giornalistica, ed è quello che rischia di accadere – o che forse è già accaduto – alla parola Lampedusa. «Il mio obiettivo», dice Maylis de Kerangal, «è stato estrarre questa parola dallo storytelling mediatico per rimetterla in circolo in una materia più linguistica e culturale: la materia della letteratura».

In Lampedusa (Feltrinelli, traduzione di Maria Baiocchi con Daniela De Lorenzo), all’inflazione che svuota di senso un termine de Kerangal oppone il bisogno di distinguere e identificare, una risignificazione tramite cui riappropriarsi di un nome. «Volevo che gli strati che ricoprono quel toponimo fino a renderlo opaco, dunque tutte quelle incrostazioni di senso che ci impediscono di percepire Lampedusa nella sua traumaticità, si sbriciolassero».

Per riconsegnare Lampedusa a un ascolto autentico, la scrittrice francese – che con Nascita di un ponte ha vinto, tra gli altri, il Prix Médicis e con Riparare i viventi il Grand prix RTL-Lire – da un lato procede in modo cauto e meticoloso, usando la lingua come il martelletto dell’archeologo che sonda, misura, esplora, e dall’altro sceglie di non compiere un percorso lineare ma di muoversi a zigzag, girovagando intorno alla parola, allontanandosene, riaccostandola, così facendo di Lampedusa l’oggetto di una rêverie.

Se il punto di partenza è la notte del 3 ottobre 2013, quando una donna, nella cucina della sua casa a Parigi, ascolta alla radio la notizia dell’affondamento nel Mediterraneo di un barcone proveniente dalla Libia e della morte di oltre trecento persone, lo sviluppo è appunto digressivo e analogico: raccontando di Burt Lancaster interprete del Gattopardo e di The Swimmer, di Bruce Chatwin e delle songlines, di Stromboli e della Siberia, de Kerangal ha chiarissimo un punto che, se in questo suo libro è fondativo, descrive al contempo una più generale idea di scrittura: «Pensare è pensare ad altro, e questo per me è il senso e il lavoro della letteratura».

E ugualmente, vagabondando attraverso una notte in cui ricordi e immaginazioni si fanno indistinguibili, questa personalissima archeologia di un nome arriva a un vero e proprio approdo, vale a dire al momento in cui la cosa Lampedusa si rivela nitidissima come «uno stato del mondo», tanto spazio fisico quanto condizione, un modo specifico dell’esistenza: «Lampedusa è una sineddoche, una parte che sintetizza il tutto, tragedia politica così come un insieme di prassi di accoglienza – quelle messe in atto dagli abitanti dell’isola – profondamente umane. Per queste ragioni ho voluto raccontare la migrazione di un nome; perché Lampedusa è la metafora del mondo contemporaneo, una parola che è necessario restituire a se stessi».

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Citofonare Malaparte https://minimaetmoralia.it/reportage/citofonare-malaparte/ https://minimaetmoralia.it/reportage/citofonare-malaparte/#comments Wed, 02 Sep 2015 06:18:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28296 Questo pezzo è uscito sul Foglio. (Fonte immagine)

"Pronto, casa Malaparte”, dice una governante gentile, al telefono, e poi viene giù alla scogliera, per prendere i bagagli, appena si scende dal gommone, per approdare a una delle case più famose d’Italia, forse del mondo.

Vicino ai Faraglioni, a Capri, casa rossa a scalinata, con quella vela bianca sopra, iconica tipo sneaker Nike. Casa chiusa, perché abitata dai proprietari, gli eredi Malaparte che si chiamano giustamente Suckert, com’era il vero cognome dell’autore de “La pelle” e “Kaputt”. Figlio di un tintore di stoffe sàssone trapiantato a Prato, Kurt Suckert prese poi quel nome d’arte, mentre “Il nero Suckert si usa ancora oggi nei tessuti”, dice Niccolò Rositani-Suckert, pronipote, tutore delle memorie di casa, e non solo.

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Questo pezzo è uscito sul Foglio. (Fonte immagine)

“Pronto, casa Malaparte”, dice una governante gentile, al telefono, e poi viene giù alla scogliera, per prendere i bagagli, appena si scende dal gommone, per approdare a una delle case più famose d’Italia, forse del mondo.

Vicino ai Faraglioni, a Capri, casa rossa a scalinata, con quella vela bianca sopra, iconica tipo sneaker Nike. Casa chiusa, perché abitata dai proprietari, gli eredi Malaparte che si chiamano giustamente Suckert, com’era il vero cognome dell’autore de “La pelle” e “Kaputt”. Figlio di un tintore di stoffe sàssone trapiantato a Prato, Kurt Suckert prese poi quel nome d’arte, mentre “Il nero Suckert si usa ancora oggi nei tessuti”, dice Niccolò Rositani-Suckert, pronipote, tutore delle memorie di casa, e non solo.

Nipote della sorella di Malaparte, famiglia di scienziati, è avvocato, legale di Adelphi e di altre case editrici, ma soprattutto docente di Diritto d’autore al Politecnico di Milano, un ayatollah nella lotta contro il plagio, artistico e architettonico, contro lo sfruttamento che distrugge. Complice una somiglianza anche inquietante con l’antenato, difende lo scoglio di famiglia dalla società di massa.

Eccola qui: battelli e gozzi e panfili e traghetti passano sotto di noi, inquadrati nelle quattro finestre enormi e tutte diverse del salone immenso al primo piano, e si sente gracchiare negli altoparlanti “ecco la casa Malaparte, opera di Adalberto Libera, donata al governo cinese…”, e si vedono da quassù i braccini e braccetti con i loro smartphone puntati del turismo ferragostano. Il loro sogno sarebbe di venire fin quassù, probabilmente, e selfarvisi, e magari trovare quei cinesi che dovrebbero stare qua. Rositani-Suckert vorrebbe forse cannoneggiarli, invece, come i tanti che telefonano per venire su a vedere “la casa di ‘Alberto’ Libera”, cioè poi l’architetto eminente delle Poste romane di via Marmorata e del palazzo dei Congressi dell’Eur. Che non c’entra niente, non più dei cinesi, almeno.

È chiaro infatti che “questa non è una casa razionalista, semmai surrealista”, dice il padrone di casa, che non ne può più di questa storia. Frugando tra le carte, ecco prove e riprove che Malaparte, esemplare abbastanza unico di artista poliedrico italiano, scrittore e giornalista e sceneggiatore e pubblicitario e anche un po’ designer (forse per questa poliedricità rimosso, in un paese di conformisti), la sua casa se la fece tutta da sé: “Casa come me”, la chiamò, autoritratto abitativo ed estetico, e risultato meglio di tante archistar dell’epoca o di oggi.

Ecco dunque i complimenti di Aldo Morbelli, primario progettista littorio, “per le doti così rare in un non-architetto”; ecco il comune di Capri, che attesta non esservi mai stato alcun progetto di codesto Libera; ecco gli studi per la vela bianca sul tetto fatti da Uberto Bonetti, futurista viareggino e tecnico brillante che aveva coadiuvato Malaparte, che certifica: “Dietro vostro indirizzo estetico e costruttivo”. Ecco i disegni malapartiani della casa che cambia, con un iniziale ingresso alla base della celebre scalinata rastremata, omaggio alla chiesa di Lipari dove lo scrittore era stato esiliato da Mussolini.

E poi altri cambiamenti in corso d’opera: la casa che nasce bianca e poi diventa rossa. E, nell’articolo “Una casa tra Greco e Scirocco”, del 1940, ecco il rilievo architettonico e poetico d’autore: “Non solo la linea della casa, la sua architettura, ma i materiali con cui l’avrei costruita avrebbero dovuto essere intonati con quella natura selvaggia e delicata”. Anche scelte di campo: “Non mattoni, non cemento, ma pietra, soltanto pietra, e di quella del luogo, di cui è fatto il monte”. E infatti sotto l’intonaco, c’è pietra, e non cemento come si crede. “Fu con timore reverente” scrive sempre Malaparte, “che mi accinsi alla fatica, aiutato non da architetti o da ingegneri, ma da un semplice capomastro. La feci lunga, stretta dieci metri, lunga 54”.

Assai corte invece le pratiche amministrative, su cui permane il mistero: che fosse stato il vecchio senatore Agnelli ad agevolare i permessi per quello splendido abuso d’epoca, pur di levar di torno Malaparte alla nuora scalmanata Virginia al Forte dei Marmi; che fosse stato invece proprio Libera, architetto top di regime, ingaggiato per queste pratiche e poi dismesso (ci sono testimonianze di un celebre litigio in piazzetta; mentre Libera è provato che qui in cantiere non venne mai); che se ne fosse occupato Galeazzo Ciano ministro degli Esteri e amico (a cui pure non viene risparmiato nulla nelle pagine migliori e più romane di Kaputt). Comunque, si disintermediò molto.

Scartabellando negli archivi di casa vien fuori poi un romanzo catastale: che il terreno fu comprato nel 1938 con rogito di un notaio locale che si chiamava Carlo Caracciolo; che fu pagato con un mutuo Inpgi (la cassa dei giornalisti), e che i permessi vennero dati per una “villetta in armonia con l’architettura caprese, non visibile dal mare”, come dice l’atto comunale, mentre poi sorgerà questo Ufo sulla scogliera che diventa landmark isolano (“una delle più strane case del mondo occidentale”, secondo Bruce Chatwin).

Qui, nella casa surrealista (ma forse più espressionista) ci vive Rositani-Suckert, insieme al figlio Tommaso (in onore di Filippo Tommaso Marinetti) e alla moglie Alessia, che gestisce i diritti internazionali dell’opera di Malaparte (oggi, 30 paesi), e aggiunge dotazione genetica molto avvantaggiata a un luogo già esteticamente quasi insostenibile. “Una casa metaforica, da interpretare”, secondo Rositani-Suckert, “complessa come il ‘Finnegans Wake’ o l’‘Ulisse’”. Casa molto fotografata al cinema, dalla “Pelle” di Liliana Cavani al “Disprezzo” di Godard, e con tante simbologie; e però rimanendo alle planimetrie, ecco dunque al piano terra (si fa per dire, siamo scoscesi sul mare come su un vascello fantasma), nella parte sinistra della casa (il cervello?) vagamente tirolese, una sala da pranzo-stube da Neuschwanstein, “a ricordare la sua metà tedesca, e la sua esperienza negli Alpini”; e poi ecco quattro camere per gli ospiti, due a destra e due a sinistra, come celle francescane, o cabine di marinai, col legno grezzo a listoni per terra, e le stampe di cavalli – in cornici disegnate da sé – regalate a Kurt Suckert dalla corona di Svezia (saranno poi i cavalli molto cinematografici del re Eugenio, sempre in Kaputt).

E addirittura l’emozione di una valigia veramente malapartiana, forse usata nei suoi viaggi cinesi o etiopi, come comodino. Lino giallo per i copriletti e per le tende, e maioliche bianche e nere con una piccola rosellina e una M di Malaparte nei corridoi. Salendo uno scalone di legno, ecco poi al primo piano il salone enorme con le quattro finestre irregolari tutto-vetro, senza montanti, e basculanti, invenzione del padrone di casa; e un camino che pare disegnato da Dalí, con vetro per “vedere il mare” come dice Jack Palance a Brigitte Bardot nel “Disprezzo”, e pavimento in pietra serena.

Rispetto al film, manca la grande “Danza” di Pericle Fazzini, smontata e restaurata e da rimontare, su una parete, ma invece troneggiano gli arredi brutalisti sempre by Malaparte, ripristinati: un grande tavolo di legno con colonne tortili tipo Borromini a San Pietro; una consolle mossa, da onda marina o cavallone, sempre di legno, ma su colonne d’arenaria; e una panca con le medesime colonne, che però nascondono all’interno un water e un bidet, e qui si è nel più puro ready made. I divani sono stati riportati al bianco, in un’opera filologica totale (c’è anche un golden retriever che si chiama Febo come il cane dello scrittore, ci sono tutti i libri e le annate della malapartiana rivista Prospettive).

Andando poi verso prua, ecco la suite Favorita, che lo scrittore-designer destinava alle signore, con bagno a gran vasca scavata d’alabastro grigio e letto incassato in severo armadio a ponte (oggi ci dorme e fa la doccia l’erede, Tommaso); e poi il Pensatoio, con gran scrivania tipo sagrestia o cabina di comando (manca solo il timone), e le piastrelle con la lira disegnate apposta da Savinio. Su tutto, un manifesto malapartiano di stile, contro il barocchetto caprese imperante, ancor oggi in voga tra Lucky Ladies di via Camerelle: “Nessuna colonnina romanica, nessun arco, nessuna scaletta esterna, nessuna finestra ogivale, nessuno di quegli ibridi connubi tra stile moresco, romanico, gotico e secessionista”.

In giro, altre opere di puro Malaparte Design: ecco, nella stube in cui prendiamo delle insalatine perfettamente impiattate in Richard Ginori d’epoca col filino d’oro, guardando il mare in tempesta su tovaglie candide con la S di Suckert ricamata, un’abat-jour che parrebbe di bambù e invece è di filo di cuoio, con rivestimento molto moderno di shantung. Tutto opera dell’avo poliedrico. Ci sono i progetti e tutto, dice Alessia Rositani-Suckert, bellezza boschiva, nel senso di Maria Elena Boschi, in caftano. Bionda anche se discendente di ministri e diplomatici onduregni, sta studiando una minuscola edizione di questi pezzi disegnati dall’antenato: otto oggetti in tutto, tra cui alcune cornici, la panca, il tavolo, tutto con una ricerca abbastanza esasperata di bellezza e dettaglio (al momento si stanno selezionando gli alberi da cui – forse – un giorno questa produzione prenderà piede).

E poi si occupa delle attività internazionali della casa: che, senza troppa pubblicità, da sempre ospita architetti (da Richard Rogers a Renzo Piano a Achille Castiglioni, che si svegliò perché aveva trovato un geco nel letto), in collaborazione con università americane, ma dal prossimo anno organizzerà workshop per venti fortunati studenti di tutto il mondo scelti a insindacabile giudizio dell’architetto londinese Billie Lee. “Casa Malaparte nasce chiaramente come casa privata, la famiglia fa grandi sforzi per mantenerla”, dice Lee al Foglio, arrivando in gommone anche lui; “non è facile far capire che aprirla al pubblico, renderla ‘accessibile’, ne distruggerebbe completamente il carattere”.

Eppure qualcuno entra: quest’estate ha fatto scalpore un compleanno di Larry Gagosian, boss dell’arte contemporanea globale, che qui ha voluto una piccola mostra da camera di Cy Twombly per primari amici internazionali. Qualche altro giorno la casa è stata data a Louis Vuitton per una mini sfilata di fondamentali gioielli. Queste attività, oltre a creare un network internazionale attorno al nome di Malaparte, coprono “le spese di restauro e mantenimento che sono proibitive”, dice Alessia, con le onde che arrivano al primo piano e spesso sfasciano tutto, e intonaci e serramenti da rifare costantemente, con qualche cura in più rispetto a villette capresi con piscina, pure assai costose. Questo uso liberista e americano di casa Malaparte fa naturalmente sturbare i locali, perché come i pattìni e gommoni che si sentono sotto, tutti vorrebbero entrare qui, tutti vorrebbero che la casa fosse pubblica, magari affidata a dei bei custodi tipo Pompei, giusto qui di fronte, tenuta così bene.

Invece l’avvocato Rositani-Suckert fa entrare solo “chi gli garba”, e difende la privatezza di questa casa protesa verso il mare, dove i napoletani vennero coi forconi a protestare per il ritratto poco urbano ne “La Pelle”, bloccati ai cancelli. Oggi ci sono diverse testimonianze di primari imprenditori buttati giù dalle scalette ripide anche in malo modo, dopo dei “lei non sa chi sono io” non proficui. Mentre qui, è bastato telefonare gentilmente per essere ammessi e poi addirittura ospitati. Gli si è garbati.

Intanto, a Capri, le dame benecomuniste rosicano, probabilmente perché mai invitate; un po’ come gli integralisti che protestano per le mostre di stilisti alla Galleria Borghese a Roma, e darebbero diversi organi interni per andare a qualche evento (privatissimo e sponsorizzato) in un primario museo pubblico tipo Metropolitan o Moma. Alcuni tirano fuori la vecchia questione cinese: la vulgata non solo caprese vorrebbe infatti che gli eredi abbiano ribaltato il testamento dello scrittore, che nel 1957 destinò l’immobile a una erigenda fondazione italo-cinese. Mentre la questione pare più semplice: poiché la Cina non era riconosciuta dal governo italiano (né da altri), l’obiettivo del lascito era impossibile, “e la casa ritornò automaticamente in famiglia”; e gli eredi del resto ci son sempre andati, con le loro zie e nonne, nella loro casa-opera d’arte, e “questi cinesi proprio non si sono mai visti a Capri”.

Così, galleggiando sui flutti e i rosicamenti locali, spendendo molti denari propri (mai preso un euro pubblico) per le manutenzioni, la vita trascorre surreale e espressionista a casa Malaparte. Si studiano gli archivi, si restaura e si conserva; si è costretti talvolta a rifiutare anche proposte imbarazzanti; di acquisto, da personaggi e cifre che non si dicono ma è facile immaginare, basta guardare i panfili in rada dalla finestra. O d’affitto: come quella del texano che “ha offerto centomila euro per dormirci una sola notte, e noi naturalmente abbiamo rifiutato, anche se quasi non ci ho dormito, per la cifra”, dice Alessia Rositani.

Noi invece si è dormito benissimo, e lasciare il Grand Hotel Malaparte, con i saponi liquidi giusti in bagni minimalisti e filologici, e gli asciugamani di lino, e un design evidentemente genetico, dopo tre giorni è particolarmente arduo. Fuori la società di massa preme alle porte, e intona il suo canto nell’altoparlante: “ecco la villa Malaparte…”, e gli smartphone ricominciano a scattare, tra le onde.

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Due giorni all’Expo: un reportage di Gianni Mura https://minimaetmoralia.it/reportage/due-giorni-allexpo-un-reportage-di-gianni-mura/ https://minimaetmoralia.it/reportage/due-giorni-allexpo-un-reportage-di-gianni-mura/#comments Wed, 03 Jun 2015 04:00:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27141 Pubblichiamo un reportage di Gianni Mura apparso sul Venerdì di Repubblica, ringraziando l'autore e la testata. Vi segnaliamo due incontri con Gianni Mura dedicati a Non c'è gusto, edito da minimum fax: oggi, mercoledì 3 giugno, alle 18 alla libreria Feltrinelli Appia di Roma con Serena Dandini; domani, giovedì 4, alle 18 alla libreria Coop Ambasciatori di Bologna con Jenner Meletti.

Milano. Cuando Cubango suona bene, ci scriverei una canzone. È una provincia dell’Angola, capoluogo Menongue. Cuando e Cubango sono due fiumi. Quasi tutti i fiumi angolani cominciano per k: Kuatato, Kuelei, Kujambo, Kueve, Kuzumbia, Kapembe, Kueio, Kuito Kanavale. In minoranza Cuchi, Lomba, Longa, Matunga e Muhondo. Non fossi venuto due giorni di fila all’Expo, non l’avrei mai saputo. Oltre a saperlo faccio fuori una caldeirada, una zuppa di pesce e verdure su base di riso in bianco. dalla terrazza al quarto piano, tra le piante esotiche, ottima vista sulle carceri di Bollate. C’è di tutto, all’Expo. Ci sono andato un po’ prevenuto, come molti che vivono a Milano. Quelli duri e puri, stile Caparbio, ci hanno già fatto una croce sopra. «Coca-cola e Mc Donald’s tra gli sponsor contro la fame nel mondo? Non mi avrete».

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Pubblichiamo un reportage di Gianni Mura apparso sul Venerdì di Repubblica, ringraziando l’autore e la testata. Vi segnaliamo due incontri con Gianni Mura dedicati a Non c’è gusto, edito da minimum fax: oggi, mercoledì 3 giugno, alle 18 alla libreria Feltrinelli Appia di Roma con Serena Dandini; domani, giovedì 4, alle 18 alla libreria Coop Ambasciatori di Bologna con Jenner Meletti.

Milano. Cuando Cubango suona bene, ci scriverei una canzone. È una provincia dell’Angola, capoluogo Menongue. Cuando e Cubango sono due fiumi. Quasi tutti i fiumi angolani cominciano per k: Kuatato, Kuelei, Kujambo, Kueve, Kuzumbia, Kapembe, Kueio, Kuito Kanavale. In minoranza Cuchi, Lomba, Longa, Matunga e Muhondo. Non fossi venuto due giorni di fila all’Expo, non l’avrei mai saputo. Oltre a saperlo faccio fuori una caldeirada, una zuppa di pesce e verdure su base di riso in bianco. dalla terrazza al quarto piano, tra le piante esotiche, ottima vista sulle carceri di Bollate. C’è di tutto, all’Expo. Ci sono andato un po’ prevenuto, come molti che vivono a Milano. Quelli duri e puri, stile Caparbio, ci hanno già fatto una croce sopra. «Coca-cola e Mc Donald’s tra gli sponsor contro la fame nel mondo? Non mi avrete».

Me, mi hanno. Perché da bambino andavo alla Fiera di Milano. Era in città, la sentivamo nostra, altroché una costosa escrescenza dalle parti di Rho, di Baranzate, tra svincoli autostradali e superstrade, dove spesso si perdono anche i tassisti. Alla Fiera davano un sacco di assaggi e nel dubbio arraffavo tutta la documentazione possibile, pieghevoli o semplici volantini, un paio di borsoni che poi avrei vuotato un po’ alla volta, leggendo tutto, dalla réclame del ferro da stiro a quella del Filamar Groppi. All’Expo di assaggi gratis non c’è l’ombra. A parte l’acqua, si paga tutto. E nemmeno si può fare scorta di volantini, l’argomento è troppo serio. Ho deciso di raccontare un viaggio, senza essere Alice nel paese delle Meraviglie né Chatwin né Gulliver. Ho deciso di non chiedermi mai «che ci faccio qui». Effetto-spugna, come al Tour. Full immersion, e vi andare. Andare, all’Expo, significa camminare parecchio e salire una quantità infinita di scale. Il mio viaggio di due giorni dura 21 ore, calcolando solo quelle all’interno dell’Expo, e se uno mi chiedesse la sensazione più forte gli direi che mi fanno male i piedi, ma anche la produzione di acido lattico degli arti inferiori non è disprezzabile. Bello il padiglione dell’Italia, ma quattro piani a piedi non ispirano simpatia. Gli ascensori ci sarebbero, ma riservati non ho capito a chi.

Accento brianzolo, una coppia. Lei: «Gino, stavolta non mi puoi dire no, voglio vedere la cerimonia del tè». Lui: «Ma dài, è una menata che durerà due ore. Fa’ come vuoi, io mi cerco una degustazione di vini italiani». Probabile ci sia andata anche lei. Nel padiglione giapponese, in giornata, non è in programma la cerimonia del tè. E un carrello avverte che la visita dura 50 minuti. Ripassare. Spagna, colori allegri, un patio ricreato all’interno, con gli aranci e il bar a tapas. Ora, non è che io pretenda un sottofondo di Segovia, ma questa musica da discoteca, a palla, cosa c’entra? Ah, guarda, in quell’angolo affettano, ovviamente a mano, il jamòn de bellota. Buono, sarebbe meglio il pane invece di questi stupidi similgrissini. Buono, ma anche il costo si fa ricorda. Un etto, 40 euro. E 8 due bicchieri di Tempranillo, alla giusta temperatura. Vuoi cavartela più a buon mercato? Una bella salsiccia dell’angolo slovacco, 8 euro, con la canonica salsa al rafano che fa lacrimare gli occhi. E un boccale di birra chiara da mezzo litro, 8 euro.

Le impressioni (impressioni, non certezze) si sovrappongono. Dopo due giorni ne restano tre. La prima è che ci sia un largo spazio in cui si sfrenano le idee degli architetti. Un raduno di archistar. Ci sono padiglioni davvero belli. Altri così così. più il Paese è famoso, più c’è coda. In quello degli Usa ho molto apprezzato le scale mobili, in quello dell’Estonia, tutto legno, le altalene che producono energie: gli estoni hanno ricreato un minibosco di betulle e garantiscono che da loro il wifi funziona anche nei boschi. Fuori dal padiglione del Brasile c’è la coda, ma per accedere a una rete di corda su cui tutti si sentono Indiana Jones. Un cocktail di frutta, niente alcol, 7 euro. L’acqua gratis è una bella idea: il decumano è lungo 1500 metri, il cardo 350. bella idea anche gli 80 mila metri quadri di teli che coprono il decumano. Proteggono dalla pioggia e forse eviteranno di stramazzare sotto il sole d’agosto, di cadere come corpo morto cade. Il richiamo dantesco m’è arrivato davanti al padiglione della Polonia. Molto legno anche qui, e una scritta accanto all’ingresso: «Abbiate una speranza, voi che entrate».

Un’altra impressione, che chiamerò 1/bis. È che nell’Expo convivono almeno due anime: una classica e una ultra-moderna. La prima è nei rimandi culturali. Prendiamo il famoso Albero della vita, che svetta su vegetali magrolini e vagamente malinconici e fa pensare alla vita degli alberi. La sua sommità è una stella a 12 punte che riproduce il disegno di Michelangelo quando ideò la piazza del Campidoglio. Visto di giorno, la prima volta, sembra il palo della cuccagna alla sagra di Cuernavaca. Ma col buio si mette l’abito di gala, si anima di luci, di scoppi, di brividi: seduta in cerchio la gente assiste come fosse a teatro, applaude le mutazioni più spiazzanti e veloci, insomma si gode lo spettacolo. Realizzato nel Bresciano, destinato al mondo (Dubai, si dice, ma non è sicuro). L’emozione più forte è stata l’ingresso nel padiglione Zero, Divinus Halitus Terrae c’è scritto sulla facciata. Ripercorre la nostra storia, nostra di esseri umani, partendo dalle caverne.

L’archivio della memoria, l’insieme delle conoscenze si può definire una stupenda cattedrale lignea, con centinaia di cassetti aperti e chiusi. Vien da pensare a una biblioteca borgesiana. E sulla parte di fronte senza sosta vengono proiettati filmati di lavoratori della terra e del mare, pastori, pescatori e contadini, può essere Salento come Uzbekistan, cambiano i volti, ma non la sacralità e la fatica dei gesti. Dovessi indicare una cosa da non perdere, direi questa. Ma anche il documentario breve (12 minuti) girato da Ermanno Olmi, che ogni giorno è mostrato nella zona di Slow Food. Nessuna parola, solo un accompagnamento musicale su immagini che solo un regista-poeta (quanto tempo è passato dall’Albero degli zoccoli?) dal grande senso civile poteva assemblare. Vedere l’effetto che fa una goccia di petrolio in un contenitore pieno d’acqua crea più coscienza ecologica in due secondi di cinque conferenze di due ore. Non a caso il titolo di Olmi è Il Pianeta che ci ospita. Per dire che non è nostra e possiamo fare quello che ci pare, ma l’abbiamo ricevuta e la dobbiamo trasmettere.

La seconda impressione mi riporta a scuola, quando la maestra scriveva fuori tema. Giudizio meno pesante di un’insufficienza, ma negativo per la sua parte. Tema di Expo: Nutrire il Pianeta. Energia per la vita. Qualcuno l’ha centrato. Per esempio Oman, uno dei posti dove piove di meno, illustra come non sciupare, anzi tesaurizzare, le riserve d’acqua. E Israele, con una serie di filmati molto coinvolgenti. E l’Angola, con una realizzazione ultramoderna che paragona la forza delle donne al baobab. Qu mi danno un depliant ma è scritto in tedesco, poi ne rimedio uno che mi fa scoprire Cuanda Cubango. Per il resto, parlano di biodiversità. Paesi seminati a ogm, ma insomma, come si dice a Milano, se la va la g’ha i gamb. Quasi tutti puntano sui vegetali: alberelli, fiori di tutti i tipi, veri orti. Come la Francia, al termine della prima sera li ho maledetti in lingua originale perché dal decumano all’ingresso ci saranno stati 30 metri, ma diventavano circa 200 con il passaggio obbligato, come nei labirinti, tra pomodori e melanzane, rosmarino e peperoncino. Un orto didattico anche a Slow Food. Già che c’ero, degustazione di quattro formaggi 8 euro, con bicchiere di vino 10. formaggi: Bitto, Castelmegno, Vastedda del Belice e, mai essere sciovinisti, Bleau d’Auvergne. Ora, in questi mesi di Expo so che ci saranno cose (eventi) più mirati. Ma, più che nutrire il Pianeta, Expo mostra come ci nutriamo in Italia, in Russia, in Uruguay, in Giappone.

Finita sui giornali la ricevuta di una signora che, bevendo acqua, per una cena giapponese ha speso 115 euro. Allo stand iraniano, assai piacevole, si spende molto di più comprando caviale, e al chiosco Franciacorta il caviale targato bs (Calvisano, per la precisione). La parte del Pianeta che Expo nutre è quella che va ad Expo e decide, secondo curiosità e abitudini, cosa vuol mangiare. Il ristorante più affollato è Mc Donald’s. Preciso di non aver provato la linea Eataly, un po’ perché le cucine regionali le conosco tutte, un po’ perché mi ero deciso per la Basilicata, regione lontana da dove vivo, ma non dal mio cuore. Vedo che è accoppiata alla Calabria, la giudico operazione arbitraria e rinuncio. Mi avevano detto: prova l’Iran. Lo provo. M’informo sulla presenza di teste d’aglio sottaceto. La spedizione è partita, ma deve arrivare. Colazione Milano-Teheran: riso Basmati allo zafferano con ossobuco (ma d’agnello), gelato allo zafferano. Servizio in guanti bianchi, piatti di porcellana. Una quarantina d’euro in due.

La fame nel mondo all’Expo è fuori dai cancelli. La si può trovare, ma bisogna cercarla. Nel padiglione del Vaticano, all’esterno coperto da scritte sul pane quotidiano, filmati sulla difficoltà di vivere. Visto uno, molto bello, su una famiglia di Guayaquil. Commento all’esterno, di un tipo sulla quarantina: «È costato tre milioni di euro, era meglio se li davano ai poveri». So già per chi vota. Ogni tanto mi ricordo di essere un giornalista e chiedo a una signora cinese: «È venuta dalla Cina?». «No, abito a Milano in via Nicolini». I giorno dopo chiedo a un signore cinese: «È di Milano?». «No, di Pechino». Mi riprometto di non fare più domande ai cinesi.
Ci sono molti stranieri, e molti non abitano a Milano. Due anziane inglesi si scattano selfie davanti a un enorme barattolo di Nutella. Davanti all’Albero della vita ci sono poltroncine rosse a forma di trottola. Un gruppo di ragazzi ondeggia come i dervisci danzanti e rotea sempre più in basso e sempre scattando selfie. Spero che cadano senza farsi male, ma non cadono.

L’Olanda va sulla sagra: l’ingresso pare quello di un sex shop, all’esterno furgoncini folcloristici vendono patatine fritte (4,50 al cartoccio), salsicce, birra. In questo ramo, direbbero a Genova, abbiamo già dato. L’Austria è una boccata d’aria fresca: un bosco vero. Anche qui c’è la coda. Il padiglione cinese ha un bel tetto e una bella mostra di sculture in terracotta. Purtroppo non sono in vendita: mi piaceva un bambino grasso con un’oca in braccio. Invece le solite cineserie, come le matrioske nel padiglione russo. Si consuma, qui dentro. La lotta contro la fame si trova dove la fanno sul serio, e tutti i giorni: alla Don Bosco, alla Caritas, a Save the Children, nel suo villaggetto di legno, tante idee in poco spazio. Un bambino, mettiamo, di 8 anni gioca al computer che gli chiede età, famiglia, scuola, insomma vita, e poi gli chiede: vuoi vedere come vive un bambino della tua età che non è nato in Italia? C’è da scegliere: Etiopia, Siria, Liberia, India, altre ancora. Il gioco di scambio, che non è un gioco, continua: ora che ti sei scambiato con lui, cosa faresti se scoppiasse una guerra? E se morissero la capra e le due galline che assicuravano un minimo di cibo? Ogni giorno muoiono di fame e malnutrizione 17 mila bambini sotto i cinque anni. Nella classifica dei Paesi in cui è più facile essere mamme è in testa la Norvegia, segue in blocco la Scandinavia, l’Italia ben piazzata (gradino 12), davanti a Francia (23) e Usa (33). In coda Haiti e Sierra Leone.

Come nelle antologie, viene spontaneo per l’Expo guardare chi c’è e chi non c’è. Non c’è la Norvegia, e con lei tutti i Paesi scandinavi. Ci sono Paesi minuscoli e non il Canada, l’Australia, l’India, le Filippine, la Nuova Zelanda. Sagarianamente attratto dai Paesi minuscoli o poco frequentati, vado alla ricerca di Sao Tomé e Principe, Vanuatu, Benin, Gambia, Zambia, Isole Salomone. Non ci sono ancora, sono inseriti nei cluster (chiedo scusa, ma l’inglese è la lingua ufficiale all’Expo: il decumano si chiama World Avenue). Sono raggruppamenti tematici (il cacao, i tuberi, il riso), che raccolgono rappresentanze non in grado di andare da sole. Povere, diciamolo. Lo spazio di un monolocale con due o tre poster turistici, un filmato ben che vada, qualche oggettino d’artigianato in vendita: questo ho visto nei pochi già aperti. I ritardo non è colpa loro, sarebbe il caso di dargli una mano perché possano raccontarsi.

Ho visto una copia della Madonnina esposta ad altezza d’uomo. Meglio ad altezza Duomo. Ho visto l’uccello portafortuna fuori dal padiglione ceco. Creatura inquietante, perché la parte posteriore è un cofano d’auto e un’ala si prolunga come quella di un aereo e spande acqua. È la sintesi di natura e tecnologia, ha spiegato il suo ideatore, Lukàs Rittstein. Ci guardiamo per un po’, con la creatura (Kafka passeggia sullo sfondo) e dico al cortese accompagnatore: non credo che tutti gli uccelli portino buono. Cos’è questo, di preciso? Serie di telefonate, temo di essere scambiato per un pazzo, un ornitologo o un ornitologo pazzo. Vado a festeggiare in Inghiterra, bel giardino fiorito e l’alveare come idea ispiratrice: un enorme gomitolo metallico dove si sente i ronzìo, anzi il rombo, delle api. Nel padiglione turco ho chiesto un caffè turco. Ma avevano solo tè. Mi è andata meglio da Illy, e vorrei vedere: un euro, come al bar sotto casa, a dimostrare che non tutti ci marciano.

Terza impressione: ero preparato al peggio e non l’ho trovato. Un paragone con Gardaland, o Disneyland, in parte ci sta. Ma da questa megaesposizione organizzata dall’Italia esco meno pessimista di quando ci sono entrato. Ho trovato: buone maniere, tanti sorrisi, servizi igienici più che dignitosi. E moltissime possibilità di sedersi a riposare senza dover consumare. Questo si è stupefacente, per Milano e per il resto dell’Italia. Ho immaginato: i lavoro massacrante per costruire, dopo i ritardi e le ruberie che sappiamo a memoria. E quello di ogni notte, per le pulizie, i rifornimenti, la sorveglianza. Ho visto: gente che aveva voglia di mangiare, ma anche di sapere. Tantissime le scolaresche, dalle elementari ai licei, tutti dotati di telefonino e contenti di confrontarsi con tecnologie avanzatissime che Guido Fuà, il fotografo, ha cercato di spiegarmi, specialmente nei padiglioni di Giappone e Corea del Sud. Qui, se tu scarichi l’app dell’Expo e infili il cellulare lì, puoi catturare le immagini di cibo che vedi su quel cono di luce e inserirle nel cellulare. Gli ho detto che non era il caso. Prima di uscire, un cocktail allo zenzero (5 euro) nello spazio amanita. E una certezza: Expo non è il raccolto, è la semina. Qualcuno si ricorderà qualcosa: un flash, un filmato, una percentuale, un colore, un sapore, una faccia, una goccia di petrolio. E si documenterà, studierà, penserà a cosa può fare. Qualcuno o molti.

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Grandi scrittori immortalati da grandi fotografi https://minimaetmoralia.it/fotografia/grandi-scrittori-e-grandi-fotografi/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/grandi-scrittori-e-grandi-fotografi/#comments Sun, 15 Jun 2014 12:45:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20438 Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Emmanuel Carrère, Parigi, 2004. ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto)

Soprattutto, gli scrittori pensano e osservano. Riconoscerli è semplice perché di solito sono circondati da oggetti e ambienti che certificano il loro talento artistico. Gli scrittori sono i loro stessi gesti, i vezzi e i velluti che sigillano la loro diversità (penne, baffi, scrivanie, papillon, bretelle, scarpette e bicchieri di vino). È appena uscito Scrittori (libro edito da Contrasto) che presenta 250 fotografie di grandi scrittori immortalati da fotografi altrettanto celebri (Cartier-Bresson, Robert Capa, Elliott Erwitt, Ugo Mulas, Salgado, e altri). Ma questo splendido catalogo è anche involontariamente un manuale di retorica che illustra la mitologia che avvolge intellettuali, romanzieri e poeti. Per prima cosa, lo scrittore autentico è circondato da libri. Libri sfogliati, libri che caricano chi li sfiora del loro potere evocativo. Molti volumi infatti tra le mani di Adonis e Yeats, di Apollinaire e Cabrera Infante, mentre Márquez ha una copia di Cent’anni di solitudine aperta sulla testa, e spessissimo i libri rifulgono dallo sfondo: dagli scaffali di Margaret Atwood, George Bataille, Malaparte e Gadda. Pile torreggiano da terra e circondano Peter Handke, Musil è sommerso da quelli impilati sulla scrivania; abbondano le librerie ordinate di Vargas Llosa, di Vila Matas, della Némirovsky, e quelle disordinate à la Mishima.

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Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Emmanuel Carrère, Parigi, 2004. ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto)

Soprattutto, gli scrittori pensano e osservano. Riconoscerli è semplice perché di solito sono circondati da oggetti e ambienti che certificano il loro talento artistico. Gli scrittori sono i loro stessi gesti, i vezzi e i velluti che sigillano la loro diversità (penne, baffi, scrivanie, papillon, bretelle, scarpette e bicchieri di vino). È appena uscito Scrittori (libro edito da Contrasto) che presenta 250 fotografie di grandi scrittori immortalati da fotografi altrettanto celebri (Cartier-Bresson, Robert Capa, Elliott Erwitt, Ugo Mulas, Salgado, e altri). Ma questo splendido catalogo è anche involontariamente un manuale di retorica che illustra la mitologia che avvolge intellettuali, romanzieri e poeti. Per prima cosa, lo scrittore autentico è circondato da libri. Libri sfogliati, libri che caricano chi li sfiora del loro potere evocativo. Molti volumi infatti tra le mani di Adonis e Yeats, di Apollinaire e Cabrera Infante, mentre Márquez ha una copia di Cent’anni di solitudine aperta sulla testa, e spessissimo i libri rifulgono dallo sfondo: dagli scaffali di Margaret Atwood, George Bataille, Malaparte e Gadda. Pile torreggiano da terra e circondano Peter Handke, Musil è sommerso da quelli impilati sulla scrivania; abbondano le librerie ordinate di Vargas Llosa, di Vila Matas, della Némirovsky, e quelle disordinate à la Mishima.

Ma prima di dare vita ai capolavori, gli scrittori sono punti interrogativi e i fotografi non hanno desiderato altro se non cogliere sguardi che raccontassero tutto di loro, i tormenti, la vita e l’opera stessa. È infinita la galleria di occhiate inimitabili: “lo sguardo torvo” di Martin Amis, quello impenetrabile di Paul Auster, gli occhi inquieti di Ingebor Bachmann, quelli nostalgici di Bolaño, lo “sguardo assorto” di Henry James, quello perso nel nulla del nichilista Houellebecq, lo sguardo pazzo di Bret Easton Ellis, quello fulminato di James Ellroy e quello ipnotico di Zadie Smith.

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Talmente celebri, alcune foto sono diventate icone. È il caso dello scatto a Beckett (di Cartier-Bresson), a Kafka, a Bruce Chatwin con gli scarponi al collo e lo zaino, immagine immortale del viaggio avventuroso. Spesso gli scrittori sono rappresentati da ammennicoli che diventano i loro correlativi oggettivi: le infradito del brasiliano Jorge Amado, gli occhialetti di Brecht, la lente d’ingrandimento di Joyce, la penna di Savinio, il cappello della Nothomb e i ricci della Oates (per non dire dei fucili di Burroughs, Jack London ed Hemingway). Altre volte gli scrittori sono i luoghi che hanno narrato: non c’è Neruda senza mare alle spalle, non c’è poesia di Walcott senza piante sullo sfondo. Non si danno Marguerite Duras, Simone De Beauvoir né Sartre senza dietro i tavolinetti e i lampioni parigini. Impensabili Ben Jelloun o Amos Oz o Yehoshua seduti alle scrivanie e infatti alle loro spalle sempre dolci deserti di sabbia sacra. Chi è Sebald se non i rami secchi delle sue passeggiate letterarie?

Dal libro Scrittori, curato da Goffredo Fofi, risalta un elemento decisivo: le mani tengono teste pensierose. Il volto di Heinrich Böll e la fronte di Gide sono sorrette da una mano. Ne servono due per tenere il viso di Yasunsari Kawabata e una è appoggiata alla tempia di Thomas Mann. Per Moravia serve un pugno che rinforzi il mento, Philip Roth tiene un indice contro la tempia. Di certo, più lo scrittore è impegnato più urge un sostegno per la testa: la mano di Tabucchi ne cancella quasi il volto, Saviano ha bisogno di un pugno sotto il mento e del gomito sul ginocchio che puntelli il braccio, e tutte e due le mani sono sulle tempie di Alice Walker (dovute forse alla “passione per l’impegno e la vita sociale”). D’altra parte già la Malinconia incisa da Dürer si teneva il viso con la mano.

Che osservino, scrivano o riflettano, tutti emanano una vaga dannazione e quindi un po’ di fumo che li avvolge: sigarette tra le dita o tra le labbra di Bulgakov, Camus e Cocteau, Fuentes e Cortázar, Hammet e Cummings, Maugham e Mayakovsky, Prévert e Joseph Roth, Steinbeck, Karen Blixen e Salinger. Sigarette con bocchino per Paul Éluard, Ferenc Molnár e Virginia Woolf. Tanti i sigari: Houellebecq e Burgess, Dos Passos e José Lezama Lima perché più del sigaro poté solo la pipa: Dürrenmatt e Arthur Miller, Neruda e Sartre, Simenon e Amis, Hermann Broch e Apollinaire (qui fotografato da Pablo Picasso).

Si potrebbe analizzare il significato di scrivanie, barbe, occhiali, corpi spogliati, rossetti e cappelli, ma in questa carrellata di pose, miti e cliché, in cui gli scrittori sono speciali anche quando fanno cose comuni (Pasolini gioca sì a calcetto in borgata, ma in giacca e cravatta), spiccano le immagini semplici e quelle inattese, Emmanuel Carrère con mani in tasca, Stephen King in moto, Carlo Levi che dipinge, Henry Miller seduto su un gabinetto chiuso, Montale che fissa l’upupa impagliata (regalo di Parise), Nabokov a caccia di farfalle, Singer che dà da mangiare ai piccioni e Proust sul letto di morte. Con buona pace dei fotografi, è perfetta anche la foto di Thomas Pynchon che ne ritrae con fedeltà assoluta il suo carattere schivo: un’anonima fototessera di gioventù.

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Leggere tracce: il viaggio salvato dalla letteratura https://minimaetmoralia.it/fotografia/leggere-tracce-il-viaggio-salvato-dalla-letteratura/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/leggere-tracce-il-viaggio-salvato-dalla-letteratura/#comments Mon, 24 Feb 2014 11:13:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18811 1. Che cos’è Google Treks e come viaggeremo su Marte

Philip Dick avrebbe alzato le sopracciglia.

Nel suo racconto Possiamo ricordarlo per te all’ingrosso (1966) il protagonista Douglas Quail si rivolge all’agenzia di viaggi virtuali REKAL per farsi impiantare le memorie di un viaggio su Marte che non potrà mai permettersi di fare. «Lei non può farlo veramente», riassume l’impiegata, «ma può averlo fatto». E lo rassicura sulla qualità del prodotto: la memoria impiantata è «più della cosa reale»; la memoria vera e propria, «con tutte le sue vaghezze, omissioni, ellissi, per non dire distorsioni – quella è la seconda scelta».[1]

Come slogan della Rekal, troviamo oggi questi imperativi sulla rete, che ci invitano a viaggiare restando seduti: «scatena il tuo esploratore interiore», «passeggia su una meraviglia del mondo», «scopri il laboratorio vivente di Darwin». Non provengono da un’agenzia di viaggi, ma dalla nuova pagina Google Treks, che presenta itinerari di foto navigabili in siti pittoreschi come il parco del Gran Canyon in Arizona e le Isole Galàpagos. Un progetto simile è quello italiano Trailmeup, che si propone di riprodurre sentieri e camminate in luoghi di interesse paesaggistico e culturale, accompagnando le immagini con commenti audio affidati a specialisti come geologi e antropologi.

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(La foto è di Paolo Pecere)

1. Che cos’è Google Treks e come viaggeremo su Marte

Philip Dick avrebbe alzato le sopracciglia.

Nel suo racconto Possiamo ricordarlo per te all’ingrosso (1966) il protagonista Douglas Quail si rivolge all’agenzia di viaggi virtuali REKAL per farsi impiantare le memorie di un viaggio su Marte che non potrà mai permettersi di fare. «Lei non può farlo veramente», riassume l’impiegata, «ma può averlo fatto». E lo rassicura sulla qualità del prodotto: la memoria impiantata è «più della cosa reale»; la memoria vera e propria, «con tutte le sue vaghezze, omissioni, ellissi, per non dire distorsioni – quella è la seconda scelta».[1]

Come slogan della Rekal, troviamo oggi questi imperativi sulla rete, che ci invitano a viaggiare restando seduti: «scatena il tuo esploratore interiore», «passeggia su una meraviglia del mondo», «scopri il laboratorio vivente di Darwin». Non provengono da un’agenzia di viaggi, ma dalla nuova pagina Google Treks, che presenta itinerari di foto navigabili in siti pittoreschi come il parco del Gran Canyon in Arizona e le Isole Galàpagos. Un progetto simile è quello italiano Trailmeup, che si propone di riprodurre sentieri e camminate in luoghi di interesse paesaggistico e culturale, accompagnando le immagini con commenti audio affidati a specialisti come geologi e antropologi. Per realizzare questi itinerari virtuali viene utilizzato un trespolo, su cui sono montate macchine fotografiche. Si tratta di un procedimento analogo a quello che ha portato a realizzare Google Streetview, ma in questo caso gli apparecchi fotografici sono portati da un uomo che cammina.

Il risultato? Siamo ben lontani dalle memorie “più vere del vero” inventate da Dick. Prima che di tradimento, bisogna parlare di pixel e noia. Nelle immagini il paesaggio si accartoccia come una quinta di cartapesta, visibilmente suturato negli spigoli come in un mondo-Frankenstein. L’interattività si limita all’azione del dito, perché di fatto si può seguire solo un percorso. Le immagini di turisti in bermuda che sfarfallano nel quadro ricordano gli sfondi ironici di un vecchio videogioco, e la pena aumenta quando il corpo fluttuante è quello di un Mursi che viene incontro al fotografo dal suo villaggio in Mali: mentre scivola deformato e appiattito sui margini curvi sembra quasi invocare l’irruzione di una quarta dimensione che ci riporti in campo, a fronteggiarlo, noi che invisibili spiamo il simulacro della sua casa. Il ritmo dei click aumenta, mentre il senso di attesa crolla. I testi registrati sono soporiferi, e per ascoltarli bisogna fermare l’immagine. Si rimpiangono il montaggio e la qualità dei documentari BBC e National Geographic.

Eppure, per quanto esteticamente fiacchi, questi esperimenti hanno un futuro. Lo sviluppo di Google Treks non va separato da quello di Gmaps, dalle app per smartphone, e da altre tecnologie come i Google glasses. Il futuro, come in un racconto di Dick, potrebbe essere così: condivideremo ogni istante delle nostre passeggiate, con commenti interattivi in tempo reale. Ogni angolo del mondo sarà potenzialmente filmato e commentato, fino a un punto di saturazione, quando tutta la realtà sarebbe ridotta alle prospettive da cui la guardano i soggetti umani, come a realizzare i sogni di un filosofo idealista. Viaggiare sarebbe sempre rifare un viaggio, ripercorrere una schematica sceneggiatura, aggiungendo nuovi commenti a margine, sempre improvvisati, a ispessire il filtro social su un’esperienza destinata a rimanere sempre più sullo sfondo.

Il risultato sarebbe (sarà) una versione di quella che Eli Pariser ha chiamato la “Bolla del filtro” (2011). Dei paesaggi e luoghi vedremo – e sapremo – solo ciò che un motore di ricerca, sempre più personalizzato sui nostri interessi e le nostre abitudini, ci suggerirà nella sua mappa. Il navigatore virtuale, che finora guida soprattutto l’automobilista, darebbe istruzioni per ogni nostra interazione con l’ambiente. L’ovvio interesse economico di queste tecnologie dipende dalla facilitazione pratica del nostro abitare il mondo, che tutto questo potrebbe offrire, oltre che dai possibili sfruttamenti turistici e commerciali. La moderna parabola culturale del turismo, consistente nel muoversi per ritrovare l’immagine che già conosciamo o per ripetere il gesto che già è stato fatto, troverà la sua apoteosi riflettendosi sull’intera esperienza. Liberi di non muoverci, o di dosare al minimo gli spostamenti, saremo maturi esploratori interiori, e il mondo personalizzato rifletterà le nostre aspirazioni.

Se tutto questo suona in parte sinistro, che si può fare? Certo, sarà sempre possibile un lamento antidiluviano contro tutto questo, una tendenza di nicchia per le galosce, il fango e gli appuntamenti perduti alla fermata del bus (già oggi negli Stati Uniti si organizzano weekend no tech nei boschi per evadere dalla schiavitù dei cellulari). Ma questo sarebbe già un gesto di resa. C’è invece un dettaglio decisivo, logico, che impone di frenare ogni entusiasmo (e alcune paure) sul futuro virtuale: l’esploratore interiore, che Google ci invita a liberare, non esiste. L’esplorazione audio-visiva guidata implica una neutralizzazione di tutte quelle capacità che permettono di orientarsi nell’ambiente e di rivestirlo di senso, e che sono all’origine di ogni rielaborazione successiva, anche artificiale. Senza questa presenza al mondo, senza la mediazione dei complessi sensoriali e dei segni che continuamente attraversiamo, lo stesso soggetto resta una struttura vuota. Lo hanno affermato molti filosofi del passato.

Kant, per esempio, insisteva sul carattere vuoto dell’Io, e sul fatto che esso acquista contenuto soltanto attraverso la localizzazione nello spazio fisico, mediante cui ricaviamo tutti i contenuti dell’esperienza, finanche per il flusso interiore dei nostri pensieri. Insomma, l’interiorità non si darebbe se non ci fosse l’interazione tra corpo e ambiente. In un appunto manoscritto Kant scriveva che mentre Dio, secondo tradizione, intuisce in sé i modelli delle cose del mondo, e quindi «conosce il mondo, in quanto conosce se stesso», l’uomo al contrario «conosce se stesso, in quanto conosce altre cose». E questa conoscenza comporta il coinvolgimento di tutti i sensi, trovando proprio nell’esperienza estetica della natura la verifica del rimando reciproco indissolubile tra mente e mondo.

Ma per verificare tutto questo non c’è bisogno di ricorrere alla filosofia. Basta riconsiderare nella loro dimensione autentica i gesti elementari di cui si compongono quelle esperienze, rese cifrate nella trasposizione virtuale, che costituiscono un itinerario circolare capace di abbracciare tutta la nostra vita: la contemplazione del paesaggio, la camminata, l’iscrizione della traccia del ricordo, il racconto.

2. Paesaggio-sentiero-viaggio: riduzione estetica e risposta narrativa

Cominciamo con il paesaggio. Come ha ricordato Paolo D’Angelo «il paesaggio ha sempre a che fare con la percezione di un soggetto, non può costituirsi che nella relazione tra un soggetto che percepisce, sente ed immagina e un oggetto».[2] Pertanto esplorare un paesaggio non può coincidere con il contemplare in sequenza frammenti di un panorama. Il panorama è la riduzione pittorica del paesaggio, concepita per la prima volta in età moderna, che oggi viene riproposta con i mezzi audiovisivi digitali, finendo con l’occultare l’interazione con la natura, cioè proprio la principale condizione necessaria dell’esperienza del paesaggio:«l’immagine soppianta la natura, la sostituisce, si pone al suo posto, ed impedisce un rapporto reale con la cosa rappresentata» (p. 68). Si ha così una situazione paradossale: la cultura dell’immagine contraddice un dato di fatto originario, ma quest’ultimo non sopravvive grazie alla sua semplice verità. C’è bisogno che un altro gesto culturale, bruciando le cataratte nate dall’equivoco tra paesaggio e panorama, riabiliti la dinamicità del nostro guardo.

Le cose stanno in modo analogo con il tema del trekking. Il punto non sta tanto nel fatto che la camminata virtuale elimina l’aspetto motorio. In fondo, anche chi non potesse fisicamente camminare lungo i sentieri del Gran Canyon – per tanti motivi – può far riferimento a qualche esperienza di deambulazione all’aperto, ricordando come questa non sia mai esteticamente appiattita su un collage di quadri. Più volte è stato sottolineato, anche di recente (si pensi a Rebecca Solnit), che il camminare non è soltanto una esplorazione dello spazio, ma un modo di innescare pensieri. Ma ancora una volta questo dato di fatto rischia di venire sfumato o addirittura occultato, se non trova espressione in forme ordinate di pratica o di testimonianza culturale.

Tali sono state, nel secolo scorso, le performance di camminata urbana di tanti gruppi delle avanguardie artistiche, o quelle dei protagonisti della Land art (un profilo di queste vicende è tracciato nel bel libro di Francesco Careri, Walkscapes. Il camminare come pratica estetica, Einaudi 2006). Ma per promuovere la cultura dell’immagine e del viaggio è a portata di mano una forma di espressione meno esclusiva. Tutta la narrativa di viaggio (in letteratura e nel cinema documentario), soprattutto nel secolo scorso, ha tematizzato in modo esplicito sia la dinamicità psicologica e storica del paesaggio, sia la dimensione immaginativa del camminare. Il tema è diventato addirittura insistito, per contrasto, proprio in parallelo con lo sviluppo dell’“iconosfera” virtuale. Non è un caso se uno dei libri che rilanciarono la letteratura di viaggio, In Patagonia (1977) di Bruce Chatwin, praticamente non contiene descrizioni paesaggistiche o architettoniche.

Esaurita la lunga stagione ottocentesca della narrazione pittoresca sui paesaggi esotici, mentre ormai la fotografia prometteva un libero accesso a ogni luogo sublime o desolato del pianeta, il travelogue di Chatwin si concentrava sulle strane storie dei personaggi incontrati nel suo viaggio. Si trattava in fondo di un’ennesima permutazione del fascino per il bizzarro e l’altrove, che da secoli dominava l’immaginario occidentale: mentre Marco Polo liquidava le sue caratterizzazioni delle civiltà asiatiche con un singolo aggettivo, continuamente ripetuto («Sono idoli.» – cioè idolatri), e concentrava il suo racconto in pochi rapidi cenni sulle ricchezze e, solo occasionalmente, su alcune curiose usanze o leggende, i grandi libri di viaggio dell’Ottocento abbondano di dettagliate descrizioni su paesaggi, manufatti e cerimonie. Venuta meno l’esigenza documentaria e l’aura delle immagini, un secolo dopo, la curiosità non si ferma più sulla superficie, ma recupera la dimensione storica, biografica e autobiografica. Interessa allora il gesto di uscita dai margini dell’ordinario e di sradicamento, che è tipico degli emigrati che abitano la Patagonia, e li accomuna al viaggiatore. Per ottenere l’effetto straniante non manca la manomissione della verità letterale a fini poetici, la cui pratica occasionale Chatwin condivide con un altro appassionato cacciatore di storie estreme in terre desolate, il suo amico regista Werner Herzog. La narrazione di viaggio è ormai non tanto documento geografico e etnografico, quanto occasione di riflessione – per contrasto – sulle condizioni inavvertite dell’esistenza ordinaria.

Altri scrittori di viaggio, come Kapuscinski e Dalrymple, hanno seguito un percorso diverso, recuperando l’importanza della veridicità, al punto da intrecciare in un’unica trama racconto di viaggio, testimonianza e ricerca storica. Ma tratti comuni di ogni narrazione di viaggio, ormai, sono l’insufficienza dell’immagine e il recupero della dimensione temporale dell’esperienza. Sempre più spesso vengono ripercorse traiettorie del passato (Chatwin sulle tracce di Rober Byron, Kapuscinski di Erodoto, Dalrymple di Marco Polo), per rilevare i mutamenti occorsi nei paesi e nelle persone. Scrittori di viaggio come Paul Theroux rifanno il proprio stesso viaggio, molti anni dopo. Il viaggio a volte si ferma, diventa soggiorno, e l’interpretazione degli incontri fatti si prolunga in ricerca storica (come in alcuni reportage di Terzani, o in Nove vite di Dalrymple).

Svanita l’immagine dell’altrove fuori dal tempo, ogni luogo e ogni civiltà appaiono connessi con la storia del mondo, mentre il viaggiatore e l’uomo incontrato in cammino diventano due poli di una medesima trama biografica. Anche gli antropologi culturali, del resto, non studiano più i sistemi sociali dei “popoli primitivi”, ma i mutamenti reciproci che fenomeni come la decolonizzazione e il turismo producono nell’evoluzione dei gruppi umani(si veda ora la bella sintesi di Marco Aime e Davide Papotti, L’altro e l’altrove. Antropologia, geografia e turismo, Einaudi 2012). In un certo senso, questo processo ha posto le premesse di quella continuità storico-geografica del mondo, che le mappe di Google rendono visibile come fosse un fatto già compiuto.

Ma non è, tutto questo, un via libera per la camminata virtuale? Che le cose non stiano così lo mostra un libro recente, capace di incarnare tutte queste esperienze e mostrare che cosa soltanto può voler dire, oggi, camminare su un sentiero.

3. Seguire tracce e viaggiare nel tempo: MacFarlane

Le antiche vie (2012; Einaudi 2013) di Robert MacFarlane è il racconto di diverse camminate, soprattutto in luoghi isolati del paese di origine dell’autore, la Gran Bretagna, ma anche della Palestina e del Tibet. L’autore è studioso di letteratura, alpinista, appassionato camminatore, ma prima di tutto un grande scrittore, capace di mostrare come non si possa parlare di paesaggio senza parlare di altro, e senza squadernare le molte dimensioni che scompaiono nell’immagine. Descrivendo i suoi vagabondaggi su sentieri di gesso nei Downs inglesi e isole rocciose a nord della Scozia, vie sabbiose sommerse dalla marea e aridi passaggi nella terra di nessuno che separa la Palestina dai territori occupati di Israele, MacFarlane sceglie le parole con cura, attento alla precisione referenziale ma anche all’etimologia, che circoscrivono la specificità di un luogo. Il libro è pieno di nomi di rocce, volatili, imbarcazioni, luoghi di riparo, in diverse lingue. Per penetrare il linguaggio dei luoghi, MacFarlane si fa accompagnare di volta in volta da amici locali, che come Virgilio soddisfano la sua curiosità e calmano la sua paura in momenti di rischio e smarrimento. La dimensione corporea è costantemente presente, a partire dall’insistenza sulle tante orme, rilevate, seguite o lasciate dietro nel terreno secco o umido. Eppure il radicamento corporeo non è che la condizione di un distacco dal quotidiano che il ritmo ostinato del cammino non tarda ad effettuare.

I tanti viaggi a piedi di MacFarlane compongono un unico itinerario di senso, che è scandito dalla ricerca su uno scrittore e camminatore del passato, Edward Thomas (1878-1917). Ben prima di diventare un poeta Thomas, intraprendendo lunghi viaggi a piedi, aveva trovato un modo per comprendere la propria esistenza (e una via per combattere una ricorrente depressione). In molti casi MacFarlane ne ripercorre il cammino, leggendone i diari e le poesie, con evidente identificazione affettiva; infine ne segue le tracce manoscritte fino all’ultimo viaggio, sul fronte francese della Grande Guerra, dove il cuore di Thomas di fermerà, colpito dall’onda d’urto di una bomba. Lo sdoppiamento del punto di vista aiuta a mettere in luce che ogni viaggio a piedi, ben presto, diventa un vagabondaggio mentale. Un aspetto del viaggio a piedi che MacFarlane ritrova in numerosi scrittori è il fatto che si tratti di uno «scivolare indietro nel tempo, lontano da questo mondo moderno». Allora il paesaggio, come scrisse il poeta John Masefield, appare «affollato di anime invisibili/che sapevano cosa mi interessava /e desideravano tanto che i vivi capissero i morti». Percorrendo gli antichi sentieri delle isole britanniche MacFarlane intreccia ricordi di scrittori-viaggiatori con quelli di amici vivi, ma anche scomparsi, e ricorda che il viaggio è stato definito una conversazione tra «un fantasma che è e un fantasma che sarà». Il senso profondo del cammino si trova dunque in questo dialogo a più voci tra viaggiatori-scrittori, che hanno calcato quel terreno in diverse epoche: «I sentieri erano immaginati come brecce dove il tempo poteva esistere come mero fenomeno di superficie, suscettibile di morfologie misteriose». Così MacFarlane ritrova una conclusione già raggiunta dal suo alter ego Edward Thomas, che camminando scriveva di riuscire a «annullare il tempo vagando attraverso i secoli».

In questo percorso, come scrive più volte Macfarlane, è il paesaggio che racconta il viandante, e non viceversa. Ripercorrendo le vie battute da suo nonno, nei monti Cairngorm, MacFarlane si fa accompagnare dalle pagine di un’altra narratrice di quei luoghi, Ana Shepherd, che osserva: «Un luogo e una mente possono compenetrarsi fino a modificare entrambi la propria natura. Non so spiegare in che cosa consista questo paesaggio se non raccontandolo». Così, finanche la mappa di un territorio – come nelle sperimentazioni artistiche di Guy Debord – diventa carica di un senso decifrabile solo dal camminatore. Il palestinese Raja, che lo guida nei sentieri nei pressi di Ramallah, porta con sé una cartina tracciata a mano, «costruita attorno a ricordi e punti di riferimento personali […] Era punteggiata di ghirigori, toponimi arabi di scarpate, affioramenti o sbocchi di wadi, e di piccole didascalie inglesi relative a episodi passati: ‘Qui Penny e Raja finirono in mezzo a una sparatoria’; ‘Qui Aziz [suo nipote] raccolse un missile inesploso’; ‘Qui ho trovato l’impronta di un dinosauro’».

Così camminare diventa inseparabile dal praticare una filologia dei segni, che dalle orme passa alle lettere, con la mediazione di testimoni e studiosi. Per Thomas, ricorda MacFarlane, la conoscenza del paesaggio e quella di sé fanno tutt’uno. E proprio la conoscenza di scrittori come Thomas, confessa MacFarlane, ha dato inizio ai suoi pellegrinaggi, come un percorso di formazione: «Più di ogni altro, era stato soprattutto Edward Thomas a spingermi a incamminarmi sui sentieri, e nel corso delle mie esplorazioni mi ero anche inoltrato nella lettura di gran parte dei suoi scritti – la storia naturale, i libri di viaggio, le lettere, il diario di guerra, le poesie – e degli scritti su di lui. Con il passare degli anni e dei chilometri ero arrivato a concepire la scrittura di Thomas come una sorta di mappa onirica: un’opera di cartografia immaginativa, cumulativa ma senza un centro, una carta composita di nostalgia e perdita proiettata sui terreni reali della sua vita, e in particolare sui Downs. Thomas sapeva, in qualche misura, che era proprio questo il compito a cui si era dedicato: una continua esplorazione dei propri paesaggi interiori, raccontati per mezzo del passaggio in determinati luoghi e su determinati sentieri».

Il risultato dei viaggi di MacFarlane, per noi “esploratori virtuali”, è una educazione dello sguardo, che ci riporta in grado di capire che cosa siano stati per l’uomo una mappa, un sentiero, una camminata. Nel suo libro Miti emblemi spie lo storico Carlo Ginzburg ha colto nel gesto di leggere le tracce il primo atto culturale dell’uomo. MacFarlane ritrova questa intuizione (forse a sua insaputa) e ne cerca la sanzione nella storia del linguaggio. Il verbo inglese to learn, risalendo a ritroso la sua storia lessicale, rimanderebbe al protogermanico liznojan, che significa ‘seguire o individuare una traccia’.  Esultando per questa «pista» che collega imparare e camminare, MacFarlane ne trova il rovescio nella storia del verbo to write, che nella forma anglosassone writan significava ‘incidere rune nella pietra’, dunque ‘imprimere una traccia’. Qui la prudenza dello studioso è spazzata via dall’entusiasmo di un grande camminatore-cantore contemporaneo, che non ha dubbi: «Il patto tra scrittura e cammino è tanto antico quanto la letteratura stessa: una passeggiata può facilmente diventare una storia e non c’è sentiero che non abbia qualcosa da raccontare».

 


[1]Il racconto, tradotto in italiano con il titolo Memoria totale (Tutti i racconti. 1964-1981, Fanucci 2009) è la fonte del libero adattamento cinematografico Total Recall(Atto di forza, 1990) con Arnold Schwarzenegger, e del recente remake con Colin Farrell (2012).

[2] P. D’Angelo, Filosofia del paesaggio, Quodlibet 2011, p. 23.

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