Bruno Conti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bruno-conti/ un blog di approfondimento culturale Mon, 30 Sep 2013 14:51:09 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Bruno Conti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/bruno-conti/ 32 32 Su Francesco Totti https://minimaetmoralia.it/sport/francesco-totti/ https://minimaetmoralia.it/sport/francesco-totti/#comments Mon, 30 Sep 2013 14:51:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15560 Questo pezzo è uscito sul blog l'Ultimo Uomo.

Quando ho pensato per la prima volta di scrivere di Francesco Totti la stagione 2012-2013 non era ancora finita e la Roma aveva ancora la possibilità di qualificarsi per l’Europa League arrivando quinta e soprattutto la finale di Coppa Italia da giocare contro la Lazio.  Totti era in uno splendido momento. Il diciassette marzo aveva segnato il suo duecentoventiseiesimo gol in Serie A contro il Parma, superando Nordahl e prendendosi in solitaria il secondo posto della classifica marcatori all time del campionato. Si parlava dell’inseguimento al record assoluto di Piola e ci si chiedeva quanto ci avrebbe messo a segnare i 47 gol restanti. Totti diceva di non ricordare nessun italiano più forte di lui perché «i numeri parlano chiaro» e si parlava addirittura di un possibile ritorno in Nazionale, del Mondiale brasiliano della prossima estate.

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FTotti

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Quando ho pensato per la prima volta di scrivere di Francesco Totti la stagione 2012-2013 non era ancora finita e la Roma aveva ancora la possibilità di qualificarsi per l’Europa League arrivando quinta e soprattutto la finale di Coppa Italia da giocare contro la Lazio.  Totti era in uno splendido momento. Il diciassette marzo aveva segnato il suo duecentoventiseiesimo gol in Serie A contro il Parma, superando Nordahl e prendendosi in solitaria il secondo posto della classifica marcatori all time del campionato. Si parlava dell’inseguimento al record assoluto di Piola e ci si chiedeva quanto ci avrebbe messo a segnare i 47 gol restanti. Totti diceva di non ricordare nessun italiano più forte di lui perché «i numeri parlano chiaro» e si parlava addirittura di un possibile ritorno in Nazionale, del Mondiale brasiliano della prossima estate.

Le sue azioni erano così in alto che si poteva permettere di essere scettico dicendo che se le cose fossero andate male avrebbero saputo con chi prendersela: «Hanno portato un vecchio, hanno portato quello che ha rovinato il gruppo».  Nel derby dell’otto aprile aveva realizzato il suo nono gol in totale alla Lazio, raggiungendo Marco Delvecchio e Dino Da Costa in cima alla classifica dei marcatori, sempre all time, della stracittadina: «Il mio record più bello». Lo aveva festeggiato a lungo e per un attimo sembrava si fosse fermato il tempo, anche se in realtà le lancette correvano e quello di Totti era il gol dell’1-1 di una partita che la Roma, proprio per quelle ambizioni non ancora sopite, avrebbe dovuto provare a vincere. Poco dopo il New York Times gli aveva dedicato un bel pezzo, in cui le dichiarazioni di Totti, secondo il quale solo Messi faceva cose che lui non immaginava di poter fare, venivano interpretate come mancanza di «false modesty» anziché, secondo la lettura italiana, semplice arroganza. Totti a quel punto voleva raggiungere il record di Piola (lontano quarantasette gol) ma non dipendeva solo da lui. Con un solo anno di contratto (scadenza giugno 2014) sarebbe stato difficile, anzi impossibile, ma lui si diceva fiducioso, sicuro di poter trovare un accordo con la società.

Il mio rapporto da tifoso con Totti è sempre stato all’insegna dell’ambiguità. Sono nato nel 1981 e mio padre è laziale, non avevo nessuno che mi portasse allo stadio da piccolo e se la Roma era nata grande (o se lo era stata nella prima metà degli anni ottanta come mio zio materno raccontava) io non lo potevo ricordare. La prima Roma di cui ho piena coscienza è quella che ho seguito durante gli ultimi anni del liceo. Quella dello scudetto laziale del 2000 e, solo tre giorni dopo, dell’addio di Giuseppe Giannini con l’aereo passato sopra l’Olimpico con la scritta “Lazio Campione” e il saluto amaro al Principe finito in invasione di campo e le porte e il manto erboso distrutti come per dire che basta, il calcio era finito, in questo stadio, in questa città, non ha più senso giocare. Ma anche la Roma capace di risorgere dalle sue ceneri e vincere lo scudetto nel 2001, il terzo della storia romanista, scucendolo direttamente dall’odiata maglia celeste. In quel periodo seguivo con così grandi speranze la Roma (speranze rafforzate dalla vittoria per 3-0 sulla Fiorentina in Supercoppa) e credevo così tanto che potesse diventare una delle migliori squadre europee, che sono andato allo stadio a vedere Roma-Real Madrid l’11 settembre (la mia prima partita di Champions League, la prima della Roma dopo la finale tremenda del 1984) e nonostante un tipo seduto affianco a me con in testa una bandana americana e il clima poco festoso, devo ammettere che mi sono emozionato. Per la cronaca: abbiamo perso 1-2, una punizione al bacio di Figo da trenta metri, un cross al bacio di Figo per la testa di Guti, poi Totti su rigore.

Nonostante quella sconfitta una parte di me pensava che ero stato fortunato a capitare nel momento storico in cui la Roma stava davvero per tornare grande, e in effetti la prima metà di stagione è stata strepitosa. Le mie speranze sono naufragate nel pareggio esterno con il Venezia già retrocesso (2-2), a cinque giornate dalla fine, in cui di fatto è diventato chiaro che non avremmo vinto il secondo scudetto consecutivo e che forse l’era Capello sarebbe stata meno interessante di quel che credevamo. Già qualche settimana prima, dopo il 5-1 sulla Lazio, la Roma aveva perso il primato in classifica perdendo a Milano con l’Inter lo scontro diretto, e alla fine è andata bene che siamo arrivati secondi grazie al 4-2 proprio della Lazio sull’Inter all’ultima giornata (quel famoso cinque maggio 2002). E le stagioni successive avrebbero confermato i timori più che le speranze.

Il campionato  2002-2003 della Roma è stato a dir poco mediocre (ottavo posto) e in Champions League, dopo aver preso tre gol in casa dal Real Madrid ed essersi rifatti al Santiago Bernabeu (gol di Totti)  la squadra di Capello è stata eliminata come ultima del secondo girone di qualificazione che avrebbe dato accesso ai quarti, vincendo una sola partita. Quella che era la migliore Roma da quasi due decenni, per due anni di seguito non è riuscita ad arrivare neanche ai quarti di Champions League. Come se non bastasse, nella doppia finale di Coppa Italia è stata battuta dal Milan 4-1 all’Olimpico, a cui è seguito un inutile 2-2 a San Siro (3 gol di Totti in due partite, tutti su punizione).

L’anno dopo (2003-2004), sembrava essere tornata la Roma migliore, capace di battere la Juventus 4-0 e 4-1 l’Inter, ma perdendo entrambi gli scontri diretti col Milan alla fine è arrivata di nuovo seconda. In Coppa Uefa si è fatta eliminare agli ottavi dal Villareal ma anche questo non sarebbe stato poi così grave se a fine stagione Capello (che ha portato la visione di gioco di Totti a un livello superiore con uno schema fisso che prevedeva che lanciasse in diagonale alle sue spalle, senza guardare, senza guardare ma con la solita precisione golfistica, per uno tra Del Vecchio e Batistuta, e che tuttavia gli diceva: «Francesco, hai il culo basso») non avesse fatto le valigie e lasciato Roma per Torino, la Roma per l’odiata Juventus, si dice di notte, per evitare incontri spiacevoli.

Ed è al termine di una delle più brutte stagioni che ricordi, quella 2004-2005, quella dei quattro allenatori (Prandelli → Voëller → Del Neri → Bruno Conti), di un altro mediocre ottavo posto in campionato, del girone di qualificazione di Champions League concluso senza neanche una vittoria e della sconfitta in finale di Coppa Italia contro l’Inter (0-2 in casa all’andata, 0-1 al ritorno a Milano), che Totti ha dovuto scegliere tra la sua Roma e il Real Madrid. Come sappiamo, Totti alla fine ha scelto di rinnovare: «Preferisco vincere uno scudetto qui che dieci altrove». Questa frase ai romanisti piace molto, ma poteva essere interpretata anche come mancanza di ambizione.

A ventotto anni (quasi ventinove) Totti aveva già battuto il record di Pruzzo (107 gol) diventando il più grande cannoniere della storia della Roma e, d’accordo, non era un mercenario, non era un calciatore moderno, ok, ma perché non potevamo vincerli noi dieci scudetti? Come andava preso quel rinnovo: era un contentino alla tifoseria arrabbiata, il parafulmine da ogni critica, o Totti avrebbe davvero riportato la Roma sulla strada del successo? Totti si stava accontentando? Aveva scelto di restare perché pensava davvero che avrebbe vinto qualcosa di importante o perché a Roma si poteva fare le magliette tipo quella Vi Ho Purgato Ancora?

Comunque già nel caso di quel quinquennale (10,5 milioni di euro lordi a stagione) del maggio 2005 si parlava di contratto “a vita” e un ruolo in società di “reciproca soddisfazione” una volta terminata la sua carriera. Se non vi rendete conto di quanto è lontano il 2005 pensate che è l’anno di nascita di YouTube, dell’uragano Katrina, degli attentati alla metro di Londra e che appena smaltita la folla di fedeli al Vaticano per i funerali di Giovanni Paolo II, un mese dopo il rinnovo di cui sopra, Totti ha riempito di un tipo di fedeli diverso le scalinate di Santa Maria in Aracoeli sposando Ilary Blasi in diretta Sky, dando poi il ricavato in beneficenza al canile di Porta Portese.

Appena usciti gli sposi dalla chiesa è partito il coro «un capitano/ c’è solo un capitano», io passavo dalle parti di piazza Venezia e mi sono fermato a guardare, e questa è la cosa più simile a un matrimonio regale che possa avere Roma, visto che il Papa non si può sposare. (E non posso fare a meno di ricordare che pochi giorni dopo Del Piero, una delle nemesi con cui Totti è stato confrontato nel corso degli anni, si è fatto sposare da Don Ciotti in un paese sulle colline torinesi, in gran segreto, una cerimonia che il Corriere della Sera ha definito «sobria, molto intima», col capitano della Juve accompagnato da una «piccola comitiva», dodici invitati in tutto.)

Mentre scrivevo questo pezzo mi consultavo con un amico romanista, la persona che ho sentito parlare meglio di Totti in tutta la mia vita e che quindi adesso chiamerò il Mio Amico Tottiano. Gli ho chiesto secondo lui qual è stato il picco nella carriera di Totti. Il Mio Amico Tottiano ha risposto: «Nessuno. Ho visto tutte le partite della Roma all’Olimpico, tranne cinque o sei, dal 1997 a oggi, e nel 90% di esse Totti è stato il migliore in campo. Non il migliore della Roma, in generale, considerando anche gli avversari. Quindi direi un unico picco lungo sedici anni». Per il Mio Amico Tottiano la Roma viene comunque prima di Totti, ma sostiene che dal vivo non ha mai visto un giocatore migliore di Totti. Che gli è sembrato meglio Totti di Cristiano Ronaldo. Ho chiesto anche ad altri Amici Tottiani e ho riscontrato una certa difficoltà ad ammettere l’inferiorità del Capitano di fronte anche a grandissimi campioni come Cantona, Zidane, per non parlare dei rivali italiani R. Baggio e Del Piero. Per quanto sia sbagliato fare confronti è interessante la loro difficoltà ad ammettere: «Sì: ___________ è più forte di Totti e avrei preferito che la Roma avesse speso i suoi soldi per ___________ anziché per il Capitano».

Dopodiché, ci sono due ipotesi.

La prima è che il suo momento migliore corrisponda alla sequenza Europeo  2000/Scudetto 2001. A favore di questa tesi ci sono: il cucchiaio a van der Sar in semifinale, il premio come Man of The Match in finale e in generale l’idea che se fosse dipeso soltanto da lui quella partita forse l’avremmo vinta: non solo grazie al tacco con cui, dopo aver difeso palla e aspettato esattamente il momento giusto, manda Pessotto al cross per  il gol di Del Vecchio che ha portato l’Italia in vantaggio (al minuto 4.00 del video qui sotto col commento in giapponese e tutti i tocchi di Totti in quella partita) ma anche per un’occasione in cui ha messo Del Piero davanti alla porta per il possibile raddoppio (minuto 4.56: Del Piero incrocia malissimo di sinistro cadendo goffamente a terra) e un’altra di poco successiva in cui resiste a una carica a centrocampo con una specie di piroetta prima di lanciare in diagonale Del Vecchio che però calcia sull’esterno della rete (minuto 5.50).

Totti stesso ritiene che se l’Italia avesse vinto quella finale, magari gli avrebbero dato il Pallone d’Oro (lo ha detto sempre nell’intervista di Gazzetta del 29 marzo scorso, ma in realtà in quell’edizione 2000 Totti è arrivato quattordicesimo nella classifica di France Football e il suo miglior piazzamento è dell’anno successivo, quinto, probabilmente merito dello scudetto). Riguardo la finale con la Francia però va detto che i suoi critici più pignoli gli rimproverano di aver sprecato quello che sarebbe potuto essere l’ultimo pallone della partita, a pochi secondi dalla fine dei quattro minuti di recupero, con un lancio a Pessotto in fuorigioco che ha lasciato il tempo alla Francia per giocare l’azione del pareggio di Wiltord (nel video giapponese questo passaggio non c’è; ed è forse a partire da quel giorno che Totti diventa il miglior giocatore al mondo nel perdere tempo tenendo palla sulla bandierina del calcio d’angolo vicina alla porta avversaria, a volte anche a cinque minuti dalla fine della partita). Per quanto riguarda il periodo scudetto, c’è chi sostiene che Totti sia stato poco più di un comprimario, il protagonista di un film con molti protagonisti, gente come Batistuta, Samuel, Cafu, Emerson, Montella. Che se fosse dipeso veramente da lui, avremmo vinto molto di più in tutti questi anni. Un punto di vista comprensibile.

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Il calcio è diseducativo https://minimaetmoralia.it/libri/il-calcio-e-diseducativo/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-calcio-e-diseducativo/#respond Wed, 09 Jan 2013 09:53:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12081 Questo pezzo è uscito su Orwell.

Si dice che i calciatori debbano stare attenti ai loro comportamenti perché rappresentano un modello per i giovani che li guardano, ma in realtà si intende che quello calcistico è un pubblico bambino perché le passioni sono questioni di pancia e non di testa. Il calcio è un argomento viscerale per cui non vale la pena articolare una narrazione complessa, al tempo stesso è bene ricorrere a modelli positivi e negativi a cui i piccoli italiani (in senso magari solo metaforico) possano far riferimento.

“Il calcio è semplicità” è lo slogan del Manuale del calcio (Fandango), inedito fino ad oggi, di Agostino Di Bartolomei. Il figlio Luca dice di averlo tirato fuori dal cassetto per rendere partecipi bambini e ragazzi “delle sue esperienze di calciatore e allo stesso tempo di uomo che ha fatto delle regole, dell'etica sportiva, un personale comandamento: un proprio piccolo stile di vita”. Non per niente all'inizio del libro c'è un decalogo. A quale ragazzo, però, può essere utile il suggerimento di “mangiare con criterio scegliendo cibi ad alto valore nutritivo”? Oppure, al punto 9: “Tratta i tuoi piedi esattamente come un pianista di professione cura le sue mani”. Ci sono ragazzi che sanno (esattamente) come si cura le sue mani un pianista? Immaginando il suo pubblico come una lavagna pulita, Di Bartolomei arriva ad estremi di ovvietà inaspettata: “Il portiere è l'unico degli 11 che può giocare anche, e direi soprattutto, con le mani”; “Al centro di ciascuna linea di porta devono essere collocate le porte”.

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Questo pezzo è uscito su Orwell.

Si dice che i calciatori debbano stare attenti ai loro comportamenti perché rappresentano un modello per i giovani che li guardano, ma in realtà si intende che quello calcistico è un pubblico bambino perché le passioni sono questioni di pancia e non di testa. Il calcio è un argomento viscerale per cui non vale la pena articolare una narrazione complessa, al tempo stesso è bene ricorrere a modelli positivi e negativi a cui i piccoli italiani (in senso magari solo metaforico) possano far riferimento.

“Il calcio è semplicità” è lo slogan del Manuale del calcio (Fandango), inedito fino ad oggi, di Agostino Di Bartolomei. Il figlio Luca dice di averlo tirato fuori dal cassetto per rendere partecipi bambini e ragazzi “delle sue esperienze di calciatore e allo stesso tempo di uomo che ha fatto delle regole, dell’etica sportiva, un personale comandamento: un proprio piccolo stile di vita”. Non per niente all’inizio del libro c’è un decalogo. A quale ragazzo, però, può essere utile il suggerimento di “mangiare con criterio scegliendo cibi ad alto valore nutritivo”? Oppure, al punto 9: “Tratta i tuoi piedi esattamente come un pianista di professione cura le sue mani”. Ci sono ragazzi che sanno (esattamente) come si cura le sue mani un pianista? Immaginando il suo pubblico come una lavagna pulita, Di Bartolomei arriva ad estremi di ovvietà inaspettata: “Il portiere è l’unico degli 11 che può giocare anche, e direi soprattutto, con le mani”; “Al centro di ciascuna linea di porta devono essere collocate le porte”.

Icona della serietà e di quei valori sportivi difficilmente rintracciabili nel taglio di capelli dei calciatori moderni, Di Bartolomei a Roma viene chiamato con immutato affetto e rammarico Diba, o Ago, il capitano silenzioso, come ha ricordato pochi giorni fa una puntata di Sfide. Emblema di un altruismo nostalgico, rispetto e lealtà “antiche”, da contrapporre qualora servisse a un pugno di De Rossi, una linguaccia di Balotelli o una sceneggiata di Cassano. D’accordo, ma non è riduttivo prendere solo quella parte di Di Bartolomei che avrebbe voluto insegnare in una scuola calcio in Cilento senza tenere conto di quella che in Cilento si è sparata al cuore?

Di Bartolomei è una delle figure umanamente più complesse del calcio italiano (a cui rendono omaggio il documentario 11 Metri e la biografia L’ultima partita, Fandango), intorno al quale ruotano interrogativi più o meno attuali: è possibile che si sia suicidato per il dolore di una finale persa dieci anni prima? Non è che lo hanno messo in disparte proprio per quella stessa serietà di cui adesso si parla tanto? Perché aveva un brutto carattere, non era un compagnone come Bruno Conti? Di Bartolomei è la vittima di un sistema fatto di relazioni basate su un comune conformismo o magari non aveva le capacità di Ancelotti? Come suona in bocca a lui la frase: “il calcio è allegria” (punto 3 del decalogo)?

Anche Cesare Prandelli, (Il calcio fa bene, Giunti), ci tiene a lasciare un decalogo semplificatore (in realtà sono undici punti) incorniciato da una linea tratteggiata che delle forbici invitano a ritagliare. È significativo che anche il C.T. Della nazionale al sesto punto ci ricordi che il calcio è semplicità (e al decimo che è “un gioco meraviglioso”). Oltre al famoso Codice Etico, Prandelli ha provato (sta provando) a rivoluzionare il calcio italiano attraverso il gioco. La sua ostinazione a costruire, a non adattarsi sull’avversario come abbiamo sempre fatto in passato, ha raggiunto un valore simbolico raffinatissimo quando ci è costata la finale dell’Europeo. Perché, allora, sente il bisogno di esprimere quello che gli riesce bene con gli schemi, in una retorica astrattamente consolatoria del tipo: “Ai nostri figli dobbiamo dare spazio, farli divertire, tenerli al riparo dalle pressioni. Evitare che lo sport per loro diventi qualcos’altro”? Che senso ha rifugiarsi nell’Arcadia “delle porte fatte con i sassi e le pile di maglioni” in un tempo in cui i bambini vengono iscritti a scuola calcio a cinque anni e i calciatori si bruciano casa coi petardi? Non è solo provando a riprodurne la complessità che il discorso calcistico può competere col calcio giocato?

Gli esempi a cui guardare non mancano: ne L’alieno Mourinho, Isbn, Sandro Modeo mescola Damasio, Houdini e Kubrick per spiegare la qualità che rende speciale l’allenatore portoghese. Ma anche nella cronaca di una partita degli anni ’70 di Brera (Il più bel gioco del mondo, Bur) ci sono più informazioni e idee di quante se ne trovino nelle cronache favolistiche contemporanee. Il pubblico del calcio è più stupido oggi di allora?

Se il calcio è semplicità parlare di calcio significa semplificare. Nella sua autobiografia (Giochiamo ancora, Mondadori) Del Piero si rivolge ai suoi tifosi come se fossero tanti bambini (“Il calcio è passione, è sogno”). In questo modo, però, è impossibile confessarsi davvero: “Perché un calciatore può essere anche molto solo. Alcuni possono persino cadere in depressione, è già successo con conseguenze drammatiche, ricordo quel povero portiere tedesco che si è ucciso qualche anno fa. La gente fatica a capire”. Non fa il nome del portiere tedesco, ma in un’altra parte del libro dice che: “Il dolore, compreso quello che nasce dalle sconfitte, ha sempre qualcosa di positivo. Perché ferisce, tocca la carne e l’anima, non si può restare indifferenti”. Anche in questo caso non è la qualità della scrittura il cuore del problema, ma il fatto che la biografia di Del Piero non sarebbe stata come quella di Agassi neanche se avesse avuto come lui un premio Pulitzer che gliela scrivesse. Intanto la biografia di Ibrahimović (Io, Ibra, Mondadori) in Svezia è stata candidata al premio letterario August. Non ha vinto, ma forse vale la pena riprendere quel passaggio in cui, irriducibile a qualsiasi stereotipo positivo, si chiede: “Che cosa ne è stato dei bravi ragazzi del Malmö sempre così diligenti? Si scrivono forse libri, su di loro?”. Sì Ibra, li scrivono in Italia.

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Stili di gioco: solo un capitano https://minimaetmoralia.it/sport/stili-di-gioco-solo-un-capitano/ https://minimaetmoralia.it/sport/stili-di-gioco-solo-un-capitano/#comments Mon, 16 Apr 2012 10:49:32 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7474 La rubrica del lunedì di Daniele Manusia ci racconta la figura di Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma diventato un vero e proprio simbolo dopo la morte, contrapponendola a Francesco TottiQui trovate tutti gli articoli di «Stili di gioco».

A Roma, città-famiglia, ci si riferisce ad Agostino Di Bartolomei, capitano del secondo scudetto e della finale  di Coppa dei Campioni persa all'Olimpico contro il Liverpool, chiamandolo con affetto e tenerezza “Ago” o “Diba” e quando si parla di lui, suicida esattamente dieci anni dopo quella finale, l'emozione è quella che si avrebbe per un fratello maggiore, o un figlio, scomparso troppo presto. La mitizzazione avvenuta dopo la sua morte lo ha trasformato nell'emblema del capitano silenzioso, simbolo di riservatezza contrapposto alla più comune spavalderia romana. Di Bartolomei rappresenta per alcuni, in sostanza,  l'anti-Totti.

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La rubrica del lunedì di Daniele Manusia ci racconta la figura di Agostino Di Bartolomei, capitano della Roma diventato un vero e proprio simbolo dopo la morte, contrapponendola a Francesco TottiQui trovate tutti gli articoli di «Stili di gioco».

A Roma, città-famiglia, ci si riferisce ad Agostino Di Bartolomei, capitano del secondo scudetto e della finale  di Coppa dei Campioni persa all’Olimpico contro il Liverpool, chiamandolo con affetto e tenerezza “Ago” o “Diba” e quando si parla di lui, suicida esattamente dieci anni dopo quella finale, l’emozione è quella che si avrebbe per un fratello maggiore, o un figlio, scomparso troppo presto. La mitizzazione avvenuta dopo la sua morte lo ha trasformato nell’emblema del capitano silenzioso, simbolo di riservatezza contrapposto alla più comune spavalderia romana. Di Bartolomei rappresenta per alcuni, in sostanza,  l’anti-Totti.

Così, quando qualcuno a Roma dice “per me c’è solo un capitano” può alludere tanto a quest’ultimo, quanto al ricordo del caro Ago. Il mio giornalaio, quando ho acquistato una copia del documentario a lui dedicato, 11 Metri, mi ha avvertito: “In bocca al lupo. Io non ce l’ho fatta a finirlo, mi manca l’ultima mezz’ora”.

Eppure, come riportano Bianconi e Salerno nel loro libro L’Ultima Partita, tra il tifo di Roma e Di Bartolomei non fu amore a prima vista. “Credo mi abbia giocato un brutto servizio il fatto che mi piace molto studiare e aggiornarmi, interessarmi di tutto… Mi piace molto anche la letteratura: italiana, russa, romanesca. Sono un cultore appassionato di Trilussa e di Belli, autori di poesie bellissime e tristi al tempo stesso, che hanno il pregio di descrivere con impietosa precisione l’animo del romano. E non è vero che il romano sia un allegrone; è soprattutto triste perché è consapevole della sua decadenza dai tempi in cui dominava il mondo a oggi”.

Non solo il suo carattere introverso fu scambiato per arroganza e il suo gioco troppo compassato interpretato come scarsa attitudine al combattimento, ma i contrasti con l’allora capitano Franco Cordova, anche lui centrocampista centrale, lo portarono a passare un anno in serie B, al Vicenza, per farsi le ossa senza troppe pressioni. A Roma minacciavano lui e il presidente Anzalone per la sua insistenza a farlo giocare, di notte una macchina gli tagliò la strada provando a buttarlo fuori carreggiata e dei tifosi lo picchiarono al ritorno da una partita persa contro la Juve a Torino, in cui lui aveva giocato e Cordova no (e la cosa divertente è che quel Cordova cui una parte di Roma dimostrava di tenere tanto, dopo un paio d’anni si trasformerà nell’emblema del traditore costringendo la società, che aveva deciso di venderlo, a cederlo alla Lazio per ripicca).

Persino durante l’anno di studio di Agostino a Vicenza, un lunedì che era tornato a casa e aveva portato a cena una ragazza, dei rapinatori entrarono nel ristorante e lo ripulirono. In 11 Metri questo episodio viene raccontato come probabile causa scatenante della passione di Di Bartolomei per le armi. Bianconi e Salerno riportano la seguente dichiarazione di Bruno Conti: “Lui era amante delle pistole, aveva il porto d’armi e una la teneva sempre con sé, nel borsello. Il motivo non l’ho mai saputo. Fatto sta che a volte, nello spogliatoio o altrove, la tirava fuori e ce la puntava contro; naturalmente era scarica, ma c’era chi s’arrabbiava”. I due autori ricordano che  molti giocatori giravano armati, per via forse del “clima di quegli anni – coi sequestri di persona, il terrorismo, una generale insicurezza che si respirava soprattutto negli ambienti ricchi e altolocati”.

Quanto è lontana la Roma degli anni Settanta da quella a cavallo del secolo, e quanto è lontano Di Bartolomei, e il senso di decadenza storica di cui parla, da quei romani che si tatuano colossei e gladiatori (Totti ne ha uno anche sulla fascetta da capitano), dalla retorica imperiale riattualizzata in quel “The King of Rome Is Not Dead” che è diventato lo slogan di Totti? La biografia sul sito francescototti.com è divisa in capitoli come: “L’uomo che diverrà leggenda”; “Indomito condottiero”, “Per la Gloria di Roma” e la sua nascita è descritta con l’enfasi degna di un profeta nelle sacre scritture: “Anno 1976. La città eterna, culla dell’Impero che dominò il mondo, contempla la nascita di una splendente stella, incarnazione di talento, tenacia e umanità: è Francesco Totti, colui che di Roma diverrà figlio prediletto, simbolo ed eroe”.

E così è stato. Se Roma ha assegnato a Di Bartolomei il ruolo di fratello maggiore tormentato, Totti è stato all’inizio (e in parte resterà per sempre) Il Pupone, il figlio prediletto cui si perdona tutto e da cui, alla soglia dei trent’anni, ci si aspetta quasi che cominci a far miracoli. Per Totti più che di “ottavo Re di Roma” (o nono, decimo, visto a quanti prima di lui è stata assegnata la corona) si dovrebbe parlare di una specie di Papa laico a cui vengono messi in braccio i bambini per strada. Quando Totti, la cui disponibilità nei confronti del popolo romano è una delle qualità più apprezzate, si è presentato alla cena di Natale della squadra lo scorso dicembre, al museo Maxxi, i bambini a caccia di autografi erano tutti intorno a Lamela (forse perché più vicino a loro di età). A sbarrargli la strada fu un disabile e, subito dopo, una di quelle arzille vecchiette romane che di recente finiscono su Youtube. Totti piegato a parlare con uno sconosciuto sulla sedia a rotelle, Totti che cammina sotto braccio con un’anziana uscita di casa in pantofole.

Nonostante gli eccessi in campo (lo sputo a Poulsen, il calcio a Balotelli, le magliette goliardiche “Vi Ho Purgato Ancora”, che potrebbero diffondere l’immagine di una romanità rosicona e strafottente), Totti a modo suo è un ragazzo semplice e persino riservato. Il discorso è complesso e ai romani sembrerò semplicistico quando per riassumere dirò che l’immagine che si ha oggi di Totti è frutto di due influenze: quella mediatica, che qualcuno sostiene essere stata costruita a tavolino nel salotto di Maurizio Costanzo, dei libri di barzellette su Totti e delle pubblicità Vodafone; e quella sportiva, con quel ruolo da parafulmine che la società, la Roma di Sensi, prima ancora della città sempre bisognosa di “condottieri”, gli hanno chiesto di svolgere negli ultimi anni. Anche in questo caso il trattamento riservato ai due capitani è stato diametralmente opposto. A Totti un contratto da venti milioni per cinque stagioni (firmato a 33 anni, con il salvagente di un posto nella dirigenza al termine della carriera), a Di Bartolomei quello che è passato alla storia come l’esilio “nelle nebbie” di Milano.

A causa della sua lentezza (riflesso forse di quella pigrizia che per alcuni – non romani – è atavicamente legata a Roma, e di cui certi romani vanno persino fieri) Liedholm decise di arretrare Di Bartolomei sulla linea dei difensori (non solo per la lentezza, ma anche per avere un uomo in più a centrocampo in fase di possesso palla) e fu lo stesso Di Bartolomei a chiedere all’allenatore svedese di portarlo con sé al Milan l’anno seguente (mesi prima della finale di Coppa Campioni, tra l’altro).  Alla Roma infatti stava per arrivare un altro svedese, Eriksson, portatore di una novità chiamata pressing, per cui la capacità di corsa diventava fondamentale per i giocatori in campo. A Di Bartolomei l’odore della panchina non piaceva; persino alla Salernitana, in serie C1, quando l’allenatore decise di metterlo tra le riserve lui si rifiutò preferendo la tribuna (per la cronaca: dopo poche partite l’allenatore fu esonerato e Di Bartolomei l’anno seguente riportò la Salernitana in B da titolare e capitano). Di Bartolomei sarebbe rimasto a Roma per sempre, certo, ma alle sue condizioni. Anche il suo rapporto coi compagni di squadra non era dei più tranquilli. Non amava Falcao (chissà se davvero perché Falcao non tirò il rigore contro il Liverpool), ma anche per gli altri, una volta andato via, non aveva belle parole: “No, non c’è un compagno cui sia particolarmente legato. Il calcio è spietato, non è tutto oro. Tra noi nasce sempre una forte rivalità, si sviluppa una competitività accesa. Lo so, non è bello, ma è così. Il rovescio della medaglia. In campo tutti uniti, tutti assieme, poi subito contro. I miei amici sono fuori dal calcio. È un bilancio un po’ amaro, ma credo inevitabile, realistico”.

Siamo all’opposto, di nuovo, rispetto a quel Totti che si spende per far venire a Roma i giocatori migliori del panorama calcistico italiano (Buffon su tutti, anche se alla fine non è venuto). Su richiesta della società, che a fronte del sacrificio economico sostenuto per tenerlo da top-player nella sua città, gli ha chiesto di assumere questo ruolo di ambasciatore; un’abitudine, questa di far mandare i messaggini dai giocatori più influenti ai possibili obiettivi di mercato, che si è estesa anche a De Rossi, il cui ruolo nell’arrivo di Borriello non è mai stato nascosto. Calcisticamente parlando Totti ha saputo supplire a una lentezza che nel tempo è andata peggiorando con una non comune abilità nel proteggere la palla e, sopratutto, sviluppando al massimo la sua capacità di pensare più rapidamente degli altri e quella visione di gioco a cui ci si riferisce dicendo che: “ha gli occhi dietro la testa”. La stagione 2011-2012 era cominciata male, col tecnico spagnolo Luis Enrique che sembrava volerlo mettere in panchina e degli iniziali dissapori con la nuova dirigenza. Si può discutere se Luis Enrique, adesso che il posto di Totti in campo non è più in discussione (con le dovute eccezioni dato che si sta parlando di un giocatore di 35 anni, quasi 36), sia sceso a patti con la piazza o meno, le statistiche però sembrano a favore del giocatore.

Con 5 gol, 6 assist, una media di 53.8 passaggi a partita, più alta di quella di qualsiasi altro attaccante in Serie A, 2.9 passaggi chiave a partita (passaggi con cui, cioè, ha mandato al tiro uno dei suoi compagni) e 3.2 tiri a partita, al di là del giudizio di ognuno, è oggettivo che Totti dà un contributo alla partita non indifferente.

Di Bartolomei si troverebbe forse a suo agio in quel ruolo di playmaker lento e tecnico che, paradossalmente, ha fatto tornare di moda proprio la sua nemesi: Carlo Ancelotti, inventandosi un giovanissimo Andrea Pirlo come mediano davanti alla difesa.

Assente nella finale contro il Liverpool, Ancelotti passò, come Di Bartolomei, dalla Roma al Milan ma a differenza di quel Di Bartolomei dipinto in attesa di una telefonata importante dalla Roma o da Berlusconi (diviso tra il proprio centro sportivo nel Cilento e la pulizia della sua collezione di armi), Ancelotti dal Milan ottenne la possibilità di proseguire la carriera come allenatore. Solo di recente la nuova dirigenza giallorossa ha nominato il principale campo di allenamento alla memoria di Di Bartolomei, provando così a colmare un silenzio lungo quasi vent’anni.

Cosa influisce davvero sul destino di un calciatore dopo l’addio al calcio giocato? Se il paragone tra Di Bartolomei e Totti è ingiusto (come in generale è ingiusto paragonare il ricordo affettuoso per una persona scomparsa prematuramente a un uomo in carne e ossa), che tipo di accoglienza avrebbe riservato Roma a quest’ultimo, se avesse deciso di cambiare maglia, se Bianchi avesse convinto Sensi a cederlo, se Totti avesse deciso di seguire le sirene che lo portavano a Madrid e Milano? Sarebbe ancora il-più-forte-giocatore-di-tutta-la-storia-della-Roma?

Al fischio finale di Roma-Milan, campionato 1984-85, girone di ritorno, quando Di Bartolomei tora da nemico nella sua città dopo aver segnato ed esultato all’andata e dopo qualche ruvidezza di troppo con l’amico Bruno Conti (commovente, nel documentario, l’abbraccio fraterno con cui lo cinge da dietro a un certo punto) si scatena una piccola rissa in cui Di Bartolomei viene colpito da un pugno. Bum-Bum-Graziani, come lo ha ribattezzato Galeazzi nel dopo partita, con l’accento di Subiaco e l’aria di uno che si è scrollato facilmente di dosso il peso del rigore decisivo sbagliato contro il Liverpool, rappresenta quella parte di città e di tifo romanista che riteneva giusto aver punito l’ex irrispettoso, quello stesso capitano a cui pochi mesi prima avevano dedicato lo striscione forse più bello di sempre: “Ti hanno tolto la tua Roma ma non la tua curva”. Come se il debito di riconoscenza dell’uomo nei confronti della città debba essere maggiore di quello della città nei confronti dell’uomo. Di Bartolomei, allo stesso microfono a cui Graziani rideva con sguardo bovino, dirà: “Sono un uomo tranquillo, e un bravo ragazzo”, ma l’atteggiamento di inquietudine generale nei suoi confronti sembrava essere più simile al giudizio che Sorrentino, ne L’Uomo in Più, fa esprimere al presidente della squadra di calcio che di rifiuta di far lavorare il protagonista (delineato proprio sulla figura di Di Bartolomei): “Il calcio è un gioco, e tu fondamentalmente sei un uomo triste”. Al personaggio di Sorrentino, però, manca la profondità di Di Bartolomei, quell’elemento perturbante che, se da un lato porta i suoi stessi figli a chiamarlo “Ago” invece di papà, renderà indelebile la memoria del suo sguardo. Manca, in breve, il dolore di un uomo lontano dal sentirsi realizzato. Nella parte del libro in cui Bianconi e Salerno raccontano l’anno dello scudetto Di Bartolomei si esprime così: “C’è sempre un dubbio per un uomo di buon senso. Io ho avuto sempre il dubbio e, credetemi, soltanto oggi, quando l’arbitro ha fischiato, mi sono sentito fuori da un incubo”. Quando gli chiedono se per incubo intendesse il testa a testa con la Juventus lui specifica: “No, non soltanto quello, ma la paura di non farcela”.

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