Buffon Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/buffon/ un blog di approfondimento culturale Wed, 08 Oct 2014 12:44:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Buffon Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/buffon/ 32 32 Quel silenzio da numero uno. L’intervista a Dino Zoff https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-dino-zoff/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-dino-zoff/#comments Wed, 08 Oct 2014 12:44:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23746 Pubblichiamo un’intervista Malcom Pagani a Dino Zoff apparsa sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata. (Nella foto, Dino Zoff con Gaetano Scirea. Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Se il signor Zoff parlava poco, una ragione c’era: “A casa mia le regole non erano scritte, ma scolpite. Si viveva di realtà e di concretezza, per scuse puerili e vittimismi non esisteva spazio”. Specchiandosi nel fiume Aniene, l’uomo che superò il guado a tempo debito confessa che avrebbe avuto ancora voglia di remare. Il pudore di sempre. L’amarezza lenita dall’ironia: “Mi chiede se mi sarebbe piaciuto dare una mano al calcio italiano di oggi? Onestamente sì, sa cosa mi ha fregato? L’età. Sono vecchio. Ho 72 anni, conosco le persone che comandano il gioco e loro sanno perfettamente chi sono io”.

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zoff scirea

Pubblichiamo un’intervista Malcom Pagani a Dino Zoff apparsa sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata. (Nella foto, Dino Zoff con Gaetano Scirea. Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Se il signor Zoff parlava poco, una ragione c’era: “A casa mia le regole non erano scritte, ma scolpite. Si viveva di realtà e di concretezza, per scuse puerili e vittimismi non esisteva spazio”. Specchiandosi nel fiume Aniene, l’uomo che superò il guado a tempo debito confessa che avrebbe avuto ancora voglia di remare. Il pudore di sempre. L’amarezza lenita dall’ironia: “Mi chiede se mi sarebbe piaciuto dare una mano al calcio italiano di oggi? Onestamente sì, sa cosa mi ha fregato? L’età. Sono vecchio. Ho 72 anni, conosco le persone che comandano il gioco e loro sanno perfettamente chi sono io”. Circondato da incarichi sfumati: “Sostenevano che una consulenza fosse troppo poco per uno come me e così alla fine non mi è toccato nulla” e autoanalisi sorprendenti: “Ho sempre avuto paura di non avere abbastanza coraggio” il Nazionale che vinse l’Europeo del ’68, incasellò scudetti in batteria e centinaia di presenze in Serie A tra Udine, Mantova, Napoli e Torino, sollevò da capitano la Coppa del Mondo a Madrid nell’82, non ama soffermarsi sul rimpianto: “Quando è finita, è finita. Andarsene a tempo debito è un’arte”. Zoff salutò in un giorno di estate, vento e riflessi svedesi del 1983: “Fu duretta, sentii che una parte importante, forse la migliore della mia vita, si chiudeva definitivamente. Avevo messo gli scarpini per passione e vocazione. Per provare a diventare una persona migliore”.

Dino il monumento. Il mito. Il moloch che al San Paolo chiamavano Nembo Kid. Il supereroe razionale che a diecimila metri ballava con Pertini tra le insidie dello scopone scientifico non ha mai truccato il mazzo delle carte. Quando risponde, pensa sempre a quel che sta per dire. Rallenta il ritmo, prende la rincorsa, ripete cantilenando una preposizione “di, di, di, di” e nelle pieghe di quell’apparente balbettio, nelle pause di riflessione, nel ricordare un episodio, Zoff trova anche la forza di sorridere. Dopo aver immalinconito torme di rivali: “A Luciano Castellini, ex portiere di Torino e Napoli, un amico, lo dicevo sempre: ‘Parli troppo bene di me, non è giusto, devi puntare a togliermi il posto, a farmi fuori’” e aver urlato per una vita intera: “Ma per farmi sentire, non per farmi capire. Allo stadio Sarrià, con la gente che sembra che ti cada addosso, gridare era proprio indispensabile”, Zoff ha scelto di raccontarsi a bassa voce in un libro che sembra un fotogramma di Cartier-Bresson.

In Dura solo un attimo, la gloria (Mondadori Strade Blu, con l’ausilio complice di Anna Boiardi e Marco Mensurati) l’occhio del secolo breve vissuto da Zoff si srotola tra zuppe, corriere, gioie e delusioni. Partite, litigi, addii, ascendenze lontane. Amici. Nemici. Abbracci. Lacrime per maestri in paradiso di nome Bearzot, fratelli volati via come Scirea e volti familiari perché al sangue del tuo sangue, sfuggire non si può. Il padre Mario, soldato smarrito tra l’Africa, l’Albania, la Jugoslavia e i campi di lavoro all’ombra della svastica: “Un uomo libero, un contadino di vedute aperte che aveva fatto tante guerre e cercava pace tra le rondini, il grano e il tinello di casa. Si informava. Era laico. Leggeva con lena Famiglia Cristiana e nei giorni di festa, anche L’Unità. Insieme giocavamo poco, ma non era un’epoca, quella, in cui i genitori si occupavano dei figli”. La sorella Ameris. La madre Anna: “Lo stesso nome di mia moglie”. La nonna Adelaide che venerava Francesco Giuseppe e del sovrano, in una anomala commistione di nostalgie e feticismo asburgico friulano “conservava il ritratto in salotto, con l’imperatore che dall’alto, con i baffi bianchi e l’uniforme in tinta ci guardava in silenzio”.

La sua condizione preferita.

Da calciatore mi trattenevo perché del mondo che mi aveva dato tutto, ero e sono ancora innamorato. Tranciare giudizi non mi piaceva e così, visto che i miei commenti finivano per essere banali, pensai, meglio tacere.

Sapeva farsi rispettare anche senza smanie dichiarazioniste.

Cercavo di dare l’esempio. Credevo nella lealtà. Detestavo le sceneggiate. Le esagerazioni. I ridicoli balletti dopo il gol. Per le furbate altrui, poi, diventavo pazzo.

Pazzo come Luciano Chiarugi, l’ex della Fiorentina che all’estro e alle stranezze doveva anche il soprannome.

L’avevano etichettato così, “Cavallo pazzo”, perché una volta, dopo avermi segnato, fece una corsa folle sotto la curva Ferrovia. Di Chiarugi mi disturbavano le scorrettezze plateali, il cadere in area di rigore, i tentativi di ingannare l’arbitro. Oggi fanno tutti come lui. E a fine gara, nel terzo tempo, ai suoi eredi avrei faticato a stringere la mano.

Davvero?

Ti stringo la mano se vinci perché hai dimostrato di essere migliore. Ma se mi rubi un rigore che mano devo darti? Al limite ti do un cazzotto.

Di gente irritabile e teatrale ne ha conosciuta tanta…

Pesaola era fantastico. Urlava in finto castigliano per insultare gli avversari, ma in realtà non c’era uno che non lo capisse. Oggi il calcio è cambiato, ci sono telecamere ovunque, tribunali mediatici, ossessione generalizzata. Non puoi neanche più permetterti di tirare giù una Madonna in santa pace che subito arriva il plotone di esecuzione.

Lei qualche Madonna la tirava?

Qualche volta sì. Purtroppo capitava anche a me. Siamo esseri umani.

Di umanità varia si nutriva anche Sivori.

Omar era un mostro di simpatia. Uno che sapeva arrabbiarsi e giocare di umorismo come nessun altro. Si considerava il migliore. Quando incontrava un collega in vena di commemorazioni indebite, lo infilzava: “Omar, ti ricordi di quella partita che giocammo insieme?”. E lui, perfido: “Io giocavo, tu tutt’al più eri in campo”. Era un artista, Sivori. E io gli artisti li ammiravo. Erano zingari felici, creavano qualcosa. Per uno come me che non poteva inventar nulla e che aveva il preciso compito di distruggere le invenzioni, l’attrazione era irresistibile.

A volte gli artisti si perdevano.

E vedere l’autodistruzione del talento era uno strazio. Mi capitò alla Lazio con Gascoigne. A Paul volevo veramente bene. Per i suoi calciatori l’allenatore è quasi più di un padre e Gascoigne, di qualcosa o di qualcuno, sembrava veramente orfano.

Episodi?

Si presentava spesso ubriaco. Soffriva di cicliche tristezze. Si pentiva: “Io vincio niente, io no buono” e poi ricominciava. Lasciava il ritiro di sabato sera all’improvviso e poi spuntava a mezzogiorno di domenica, al ristorante in cui andavamo con la squadra: “Mister, ho saputo che mi ha convocato, eccomi qui, non ho fatto in tempo a vestirmi”. Era nudo. Senza mutande. Gascoigne era anche questo. Una volta abbandonò l’allenamento e poi, dopo essersi liberato a pugni e calci da chi voleva calmarlo, si sfogò con le nostre auto sistemate nel parcheggio. Mi feci avanti per calmarlo e Paul, un’anima fragile, mi abbracciò piangendo. So che sta male, mi dispiace molto.

Con un altro eccentrico laziale, Giorgio Chinaglia, divise l’esperienza del Mondiale 1974 in Germania.

Quello del Vaffa in mondovisione di Giorgio a Ferruccio Valcareggi. Il clima in squadra non era buono. Italo Allodi, naso fino, ci convocò in una sede terza per una seduta psicanalitica di gruppo: “Ditevi in faccia tutto quello che pensate”. Antonio Iuliano non si fece pregare: “Rivera non può giocare, mezza squadra non lo vuole”. In quell’atmosfera elettrica e divisa, non era neanche strano che accadesse quel che poi accadde. Con Chinaglia avevo fatto il militare, lo conoscevo bene. Un pazzo scatenato, un condottiero, un trascinatore straordinario e nient’affatto stupido che si dilettava con pistole, immaturità, gol ed esagerazioni. Quella sera, mentre in Italia montava una polemica politica sul suo gesto con annesse interrogazioni parlamentari, lo ritrovammo ubriaco nel giardino dell’hotel. Dormiva sotto un albero.

In Germania, dopo 1.143 minuti di imbattibilità, le fece gol un carneade di Haiti.

Si chiamava Sanon. E mi fece male. Arrivò ciondolando ai limiti dell’area e mi sorprese. Venivo da un biennio magico, Newsweek mi aveva dedicato persino la copertina.

“The world’s best”. Senza necessità di traduzione.

Di fronte a Sanon non ero stato il migliore. Non ero stato attento. Un portiere non può permettersi distrazioni. Mio padre me lo diceva sempre: “Se fai il farmacista, hai il diritto di non aspettarti che l’avversario tiri. Se fai il portiere, questo diritto viene a mancare per costituzione”.

Tra i diritti non contemplati dei numeri 12 che la scortavano c’era il potersela giocare alla pari con lei. Piloni, Alessandrelli, Bodini, Ivano Bordon. Tutti secondi. Gregari per l’eternità.

A me piacevano tutti. Ottimi atleti, bravissime persone. Hanno avuto la sfortuna che colse Gimondi. Felice era bravissimo, ma si trovò davanti Merckx. Con poca umiltà e forse con presunzione, nel mio campo d’azione mi sono sempre sentito unico. Mai umile, ma sicuramente autocritico. Anche l’autocritica in fondo è un sintomo di arroganza. Presuppone tigna, ricerca di miglioramento, voglia di essere il più bravo, di spostare con l’applicazione i confini del tuo talento.

Mario Soldati la definiva “cavaliere dell’800”.

Ma io mi sentivo artigiano o se preferisce operaio specializzato. Anzi, specializzatissimo.

Di veri operai, nel periodo Juve, le capitava di vederne molti.

Scindere la Fiat dalla squadra, anche volendo, era impossibile. Torino ospitava decine di migliaia di tute blu, fabbriche, capannoni legati all’indotto. Ma noi calciatori vivevamo chiusi nel nostro mondo. Avevamo le nostre idee politiche, ma non ne parlavamo mai. L’atleta di allora, salvo rare eccezioni alla Sollier, nuotava in una bolla di vetro. Non perché fosse necessariamente coglione o menefreghista, ma perché aprire un altro fronte oltre a quello emotivamente dispendioso del pallone, non pareva vantaggioso per i nervi di nessuno. In seguito ho ricevuto tante offerte di candidatura, ma schierarmi per un partito non mi ha mai convinto. Amo vedere le cose da più prospettive e credo in una sola politica. Quella dei piccoli gesti individuali che sommati contribuiscono quotidianamente alla dignità di un popolo. La politica del fare le cose come Dio comanda.

Una delle grandi passioni dell’Avvocato Agnelli, un signore che la politica la conobbe da vicino, era proprio il calcio.

Sapeva tutto, ne parlava con cognizione. E ogni tanto mi interrogava illudendosi che avessi chissà quali competenze internazionali per il solo fatto di aver giocato in Nazionale. Era di una distaccata eleganza, non urlava mai e tendeva a usare costantemente lo stesso tono di voce. Era imperturbabile. Aveva il dono dell’impassibilità. Per questo quando al tiggì dissero che in preda all’ebbrezza da vittoria, durante i festeggiamenti per l’inatteso scudetto del ’73, avesse tamponato un’altra auto non ci credetti un solo istante. A differenza dei molti manager atterrati nel pianeta calcio e totalmente trasfigurati dalla passione, Agnelli custodiva un suo ironico contegno.

Ironico?

Sapeva dosare senso del comando e sagacia. Una volta, passeggiando in ritiro con lui e con Oscar Damiani, appena sbarcato a Torino, l’Avvocato si rivolse al nuovo arrivo: “Quanti anni hai?”. Oscar rispose serenamente: “Ventisei, presidente”. E Agnelli, con il suo timbro soave: “L’età giusta per fare ottime cose. O per avventurarsi in spaventose puttanate”.

L’Avvocato telefonava anche a lei?

Ai tempi in cui allenavo, mi chiamava ogni mattina. Una volta mi beccò a dormire. Erano le otto. Le persiane erano chiuse e lui voleva sapere che tempo facesse a Torino. Cominciai a divagare penosamente: “Sereno, bello, discreto. Aspetti, aspetti, forse c’è qualche nuvola. Variabile, avvocato. Variabile”. Non credo di averlo persuaso.

Nel Gennaio 1990, dopo quasi vent’anni torinesi, finì anche la sua storia juventina.

Fu proprio l’Avvocato a comunicarmelo. Ci rimasi malissimo. Venni convocato a casa sua. Era la prima volta che ci andavo e rimase anche l’unica. Parlammo in generale della squadra e poi arrivò al punto: “Vorremmo rinnovare alcune cose, caro Zoff”. Mi stava licenziando. Scendendo dalla collina mi resi conto di essere arrabbiato. Forse peggio. Si chiudeva un’epoca e non si chiudeva nel modo migliore. In qualche modo, ma lo capii soltanto qualche tempo dopo, era arrivata un’era nuova. Quella della confezione, dell’apparenza, della sostanza sacrificata all’estetica. Allo spot. Al vuoto pneumatico.

Arrivò il presunto calcio Champagne di Maifredi, ma lei nei pochi mesi ancora a disposizione, si tolse la soddisfazione di vincere Coppa Italia e coppa Uefa.

Feci quel che dovevo fare, senza cedere alla tentazione di produrmi in qualche inchino in più o qualche intervista intrisa di piaggeria. Se nasci tondo non muori quadro. Non puoi decidere di snaturarti. Di essere altro da quel che sei.

Prima del dolore per lo strappo con la Juventus, mesi prima, arrivò la ferita profonda della morte di Scirea. Il suo amico più caro. Il suo vice.

Era così puro, educato e sincero che all’inizio pensavo ci fosse sotto il trucco. Invece Gaetano era proprio così. Sereno, coraggioso, buono. Mai vendicativo. Mai lamentoso. Mai espulso nonostante pedate vigliacche e provocazioni. La notte del trionfo di Madrid, nel luglio 1982, la passammo nella nostra stanza. Una cena parca, una bottiglia di vino, il silenzio. Una scelta che ci somigliava.

Zeman le somiglia?

Non direi. Nel periodo comune alla Lazio non eravamo amiconi, questo è pacifico, ma pur facendo le cose abbastanza bene, Zeman ha un difetto. Crede di non sbagliare mai. Io covo qualche dubbio in più. E credo soprattutto nella divisione dei ruoli.

Tanti dubbi ci sono rimasti negli occhi dopo il pessimo Mondiale brasiliano.

Quando le cose vanno malissimo come in quest’occasione, servirebbe una presa di coscienza e un’assunzione di responsabilità collettiva che non distingua tra colpevoli e innocenti. Serve il plurale. Non più l’io, ma il noi.

De Rossi e Buffon si sono tirati fuori. Nella loro reazione qualcuno ha scorto una dura critica a Balotelli.

Così facendo, gli si è dato il pretesto per recitare da vittima. Per dire sciocchezze. Quando lo senti esclamare: “I miei fratelli africani non mi avrebbero mai trattato così” intuisci che Balotelli non ha capito nulla. Ma la reazione dei suoi compagni non lo ha aiutato a evolvere, a fare un passo in più, a capire che al pari degli altri, aveva giocato un pessimo torneo anche lui.

Certe competizioni segnano. Ricorda l’Europeo del 2000?

Perdemmo il trofeo per venti maledetti secondi. Andò tutto a puttane in un istante. Un rinvio di Barthez, una sponda, il gol di Wiltord. La squadra mentalmente si sfaldò e da trionfatori in pectore, come avviene nel pallone, finimmo sul banco degli imputati.

Berlusconi si lasciò andare a considerazioni non gentili.

Disse che ero stato indegno e mi ero comportato come l’ultimo dei dilettanti. Volli ascoltare e verificare quel che aveva detto, poi, trascorsa una notte in bianco a riflettere sulla mia dignità, invece di reagire con una piazzata, decisi di dimettermi. Scelse l’istinto anche se cosa sia l’istinto, se derivi dal sapere o meno, ancora non l’ho capito.

“Non posso prendere lezioni di dignità dal signor Berlusconi” disse. Le sue dimissioni colpirono l’opinione pubblica.

Perché sono rare e perché le dimissioni, in Italia, rappresentano un gesto rivoluzionario. Non mi sono pentito. Non mi pento mai. Se in un certo momento hai preso una decisione, significa che fare altrimenti ti risultava insopportabile.

Qualche giorno fa, nel programma “La Zanzara”, un finto Zoff ha chiamato Berlusconi per ritornare ad allora.

E lui ha giurato che le sue considerazioni fossero esclusivamente calcistiche. Ma non ci credo. Sono sicuro che si fosse accorto dello scherzo. Sono certo che sapesse che al telefono non c’era il vero Dino Zoff. (Guarda il pacchetto sul tavolo, ne accende una, chiosa: “Sono un debole, di solito la mattina non fumo”).

Se lei avesse previsto dati, cause e pretesto, come il suo amato Guccini, dove sarebbe adesso?

E chi lo sa? Di persone straordinarie, dai pensieri profondi e malinconici come Guccini e il suo omonimo De Gregori, ne ho conosciute tante. Ma il destino non è una canzone. Non puoi guidarlo. Solo indirizzarlo e vedere se tra le pagine chiare e quelle scure c’è ancora un po’ di luce. Papà me lo diceva sempre: “Se sei bravo, continui, altrimenti ti scegli un lavoro vero”.

Lei continuò, smise i panni da meccanico e si trasformò in un capitolo di storia. In “Dura solo un attimo, la gloria” però scrive che la sua partita l’ha giocata e infine persa. Ne è sicuro?

In effetti non lo so. Se sono qui a raccontarla, forse proprio del tutto non l’ho persa.

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Vi ricordate di Byron Moreno? https://minimaetmoralia.it/calcio/byron-moreno/ https://minimaetmoralia.it/calcio/byron-moreno/#comments Sat, 28 Jun 2014 05:00:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21811 Questo pezzo è uscito su Vice.

Una cosa di cui mi sono accorto stilando una lista provvisoria di partite (a proposito, se avete suggerimenti lasciateli nei commenti) è che allargando e stringendo lo zoom ogni Mondiale è un contenitore di storie e partite meritevoli. Non tutte, ma molte sì. Ad esempio, nella mia lista sul Mondiale del 2002 sono finite almeno un paio di partite del girone “della morte”: Argentina-Inghilterra-Svezia-Nigeria, con l'Inghilterra di Owen e Heskey allenata da Eriksson e la Svezia che elimina l'Argentina di Bielsa con un 1-1 soffertissimo (e un giovanissimo Ibrahimovic entrato a tener palla negli ultimi minuti). A sua volta poi la Svezia si è fatta eliminare nei tempi supplementari dal grande Senegal di Bruno Metsu (o, a scelta, di Fadiga, Diouf, Coly), altra partita meritevole di attenzione. Come quella in cui il Senegal aveva rischiato di non passare il girone facendosi rimontare da 3-0 a 3-3 dall'Uruguay (e non ho citato il Paraguay di Cesare Maldini e Roque Santa Cruz).

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Questo pezzo è uscito su Vice.

Una cosa di cui mi sono accorto stilando una lista provvisoria di partite (a proposito, se avete suggerimenti lasciateli nei commenti) è che allargando e stringendo lo zoom ogni Mondiale è un contenitore di storie e partite meritevoli. Non tutte, ma molte sì. Ad esempio, nella mia lista sul Mondiale del 2002 sono finite almeno un paio di partite del girone “della morte”: Argentina-Inghilterra-Svezia-Nigeria, con l’Inghilterra di Owen e Heskey allenata da Eriksson e la Svezia che elimina l’Argentina di Bielsa con un 1-1 soffertissimo (e un giovanissimo Ibrahimovic entrato a tener palla negli ultimi minuti). A sua volta poi la Svezia si è fatta eliminare nei tempi supplementari dal grande Senegal di Bruno Metsu (o, a scelta, di Fadiga, Diouf, Coly), altra partita meritevole di attenzione. Come quella in cui il Senegal aveva rischiato di non passare il girone facendosi rimontare da 3-0 a 3-3 dall’Uruguay (e non ho citato il Paraguay di Cesare Maldini e Roque Santa Cruz).

Ho fatto alcuni esempi perché la distanza temporale aiuta a relativizzare e mi chiedo che posto occupi in un affresco di questo tipo l’eliminazione italiana per mano della Corea del Sud agli ottavi di finale. È importante quanto i capelli a triangolo di Ronaldo e le maglie senza maniche del Camerun (con sotto una maglia nera imposta dalla Fifa per ragioni di decenza, credo) o abbiamo davvero perso un’occasione?

Da quell’estate non ho più riguardato la partita e sono rimasto con il ricordo di un match truccato in modo ridicolo dall’arbitro ecuadoriano Byron Moreno; e mi chiedo se, magari, non ci è stata tolta la possibilità di vincere due Mondiali consecutivi (insieme a quello del 2006). Sopratutto voglio sapere se riguardandola senza nessuna emozione in gioco avrò la stessa impressione.

Per alimentare i rimpianti basta guardare la rosa e le età dei giocatori convocati da Trapattoni:

Vieri (28), Totti (25), Nesta (26), Del Piero (27), Cannavaro (28), Inzaghi (28), Zambrotta (25), Buffon (24), Panucci (29). A cui vanno aggiunti l’eterno Maldini (33), un centrocampo tutto muscoli: Cristiano Zanetti (25), Tommasi (28), Di Biagio (30), Gattuso (24), Di Livio (35), o ancora: Materazzi (28), Montella (27), Delvecchio (29). C’era anche Cristiano Doni (29), ma Trapattoni aveva lasciato fuori il Roberto Baggio di Brescia. Va ricordato anche che l’Italia aveva perso l’Europeo del 2000 nel modo rocambolesco che tutti ricordiamo, in finale contro una Francia fortissima.

Possibile che una squadra del genere sia finita a fare da comparsa, al massimo da vittima, all’interno della biografia assurda di un arbitro sudamericano? O c’era dietro qualcosa di più, una cospirazione della Fifa, cioè di Blatter?

Come siamo arrivati a Byron Moreno con il Tapiro d’oro? A Byron Moreno ospite della trasmissione Rai Stupido Hotelimpalato davanti ad José Altafini con il suo sguardo a mezz’asta e un pizzetto disegnato a matita? A Byron Moreno preso a uova in faccia al Carnevale di Cento? A Byron Moreno arbitro di un torneo di calcio a 7 di Scortichino preso di nuovo a uova (e vino) in faccia?

L’impenetrabile Moreno.

Nelle partite precedenti di quello stesso Mondiale l’Italia aveva già avuto arbitraggi sospetti. Due gol annullati contro la Croazia e altri due contro il Messico ci avevano quasi eliminato nella fase a gironi (l’Ecuador aveva battuto a sorpresa la Croazia nell’ultima partita), e i dietrologi trovavano sospette persino le designazioni dei guardalinee, figuriamoci un arbitro sudamericano sconosciuto e, nel nostro immaginario colonialista, facile da corrompere. La Corea invece aveva vinto 1-0 la partita decisiva del girone con il Portogallo (Figo, Rui Costa, Pauleta) finendo in 11 contro 9 e il vicepresidente della Fifa era coreano. Per di più, come sottolinea Repubblica dopo la partita, era anche padrone della Hyundai. I tifosi di casa prima del fischio d’inizio ci hanno ricordato la sconfitta con la Corea del Nord in un Mondiale di mezzo secolo prima con degli striscioni “Again 1966!”. Insomma gli auspici non erano dei migliori.

Trapattoni ha messo in campo un 4-3-3 ambiguo, con Totti dietro Vieri e Del Piero (ma in sostanza libero di muoversi in lungo e in largo) e un centrocampo Zambrotta-Zanetti-Tommasi. In difesa Nesta era infortunato e Cannavaro squalificato, giocavano Iuliano e Maldini con ai lati Panucci e Coco. Durante tutto il primo tempo ho avuto l’impressione che Zanetti e Tommasi fossero quasi classica coppia di centrali di centrocampo con Zambrotta largo a destra e, dato che Coco si alzava spesso sulla linea dei centrocampisti, sembrava quasi un 3-4-3. Forse l’Italia prendeva quella forma semplicemente per adattarsi al 3-4-3 della Corea, allenata da Guus Hiddink (specialista in miracoli: dopo la semifinale di quell’anno ha portato agli ottavi l’Australia del 2006: lì ci siamo rifatti a livello di arbitraggio). O forse Zambrotta era semplicemente fuori ruolo.

Dopo solo quattro minuti Moreno ha fischiato un rigore per la Corea. Trattenuta abbastanza netta di Panucci su Seol Ki-Hyeon (il numero 9 coreano che giocava nell’Anderlecht, uno dei migliori in campo quel giorno). Buffon ha parato il tiro di Ahn Jung-Hwan (che giocava nel Perugia) e dopo poco siamo andati in vantaggio con un colpo di testa di Vieri su calcio d’angolo di Totti.

Quell’Italia però era una squadra statica e lenta e nel primo tempo le uniche azioni degne di nota sono venute dagli inserimenti di Tommasi. Anzi, guardandola con gli occhi di oggi, Tommasi sembrerebbe l’unico giocatore veramente moderno (fluido, capace cioè di passare dalla fase difensiva a quella offensiva senza soluzione di continuità). Al minuto 20:40 circa, dopo un bello scambio Maldini-Del Piero sceso a fare la sponda, Tommasi serve Vieri in profondità ma l’attaccante un po’ defilato calcia di sinistro incrociando troppo alto. Al minuto 47:30 Tommasi vince un duello aereo nella metà campo sudcoreana, si butta in area, Totti lo serve con un filtrante dei suoi ma Tommasi calcia sul portiere avversario in uscita.

Tutto sommato la Corea sembrava una squadra più brillante anche se meno dotata tecnicamente. Partendo dal possesso palla prolungato dei tre difensori sulla linea della metà campo (allineati in modo un po’ rischioso, senza creare più linee di passaggio come si vede fare nei 3-5-2 di questi anni) la Corea prendeva tutta l’ampiezza del campo, cambiando più volte lato durante la stessa azione, con passaggi corti e sponde continue per accorciare i reparti. I tre giocatori offensivi, e specialmente Ahn al centro, hanno mandato più volte in affanno la difesa italiana con il loro dinamismo (al minuto 45:15 Ahn manda completamente a vuoto Iuliano in area e poi calcia al lato davanti a Buffon).

Moreno nel primo tempo ha ammonito Coco per un’entrata in ritardo su Park Ji Sung (che all’epoca aveva 21 anni e stava per passare al PSV prima di andare al Manchester United) e Totti intorno al ventesimo minuto di gioco, perché è saltato con il gomito troppo alto su un colpo di testa. Adesso, se Moreno avesse voluto davvero rovinarci la partita dall’inizio, e in effetti ha fischiato un rigore dopo quattro minuti, avrebbe benissimo potuto espellere Totti in quel momento, no? Anche Vieri dà una gomitata involontaria a un sudcoreano che subisce il colpo e cade a terra: Moreno è stato bravo a non tirare fuori il rosso.

Gli italiani invece si sono presi subito molta confidenza. Sul rigore (ripeto: netto) Panucci protesta con la vena del collo che sta per scoppiare gridandogli a una distanza talmente ravvicinata che se lo facessi io gli laverei il viso. Poi quando Moreno ammonisce Kim Tae-Young al minuto 27:35 si vede anche Panucci che gli dà una pacca sul sedere per manifestare, credo, la sua approvazione.

Dopo un quarto d’ora Trapattoni toglie Del Piero e mette Gattuso passando al 4-4-2, Tommasi slitta sulla fascia sinistra, Zambrotta (poi sostituito da Di Livio) su quella destra, per contrastare il possesso della squadra di Hiddink. La Corea ha aumentato il ritmo e l’Italia ha la sua occasione migliore (1:27:00) su una verticalizzazione di Zanetti per Vieri che con il portiere a terra e il lato destro della porta vuota calcia fuori. Gli italiani iniziano a prendersela con Moreno quando a dodici minuti dall’inizio del secondo tempo fischia un fallo al limite su scivolata di Coco (che con un po’ di malizia avrebbe potuto ammonire una seconda volta). Zanetti protesta con le mani giunte all’italiana e forse gli tocca la spalla mentre è girato, Moreno non tollera e lo ammonisce.

Non sono un esperto di calcio asiatico e questa è la prima partita che rivedo della Corea del Sud di Hiddink, ma ho l’impressione che nel corso del secondo tempo sia passato a un ultra-offensivo 4-2-4 basato su continui inserimenti senza palla e una rotazione nei ruoli ammirevole. Mi piacciono molto il capitano Hong Myung-Bo, il playmaker Yoo Sang-Chul oltre ad Ahn e al già citato Seol Ki-Hyeon, che sulla sinistra ridicolizza Panucci in più di un’occasione e a tre minuti dalla fine (1:41:30) segna il meritato pareggio, proprio dopo una respinta goffa di Panucci su un cross dalla destra. Mentre la tv coreana sta ancora mostrando il replay del gol, Vieri ha l’occasione di chiudere definitivamente la partita su un rasoterra di Tommasi dalla sinistra, ma a un metro dalla porta calcia alto sopra la traversa.

Il pundit dice: “That is THE miss of the World Cup”

Il primo tempo dei supplementari è nettamente sbilanciato a favore della Corea del Sud (da quando è entrato in campo mi piace molto anche Cha Du Ri, terzino destro/attaccante aggiunto, che per poco non segna il golden goal in rovesciata) e anche il secondo inizia male per l’Italia. Buffon fa un mezzo miracolo su punizione (2:01:00) e il turning point della partita è l’espulsione di Totti (2:02:30): lancio di Coco, spizzata di Vieri per Totti che in area cade contrastato da Song Chong-Gug (futuro giocatore del Feyenoord). Moreno legge la simulazione e gli dà il secondo giallo (a questo punto il video impazzisce e vi dovrete accontentare degli higlight). Subito dopo Moreno ferma Tommasi (il nostro migliore in campo) a tu per tu con il portiere su segnalazione del guardalinee: non era fuorigioco.

Nonostante ciò l’Italia potrebbe ancora vincere quando Gattuso ruba palla in pressing alla difesa sudcoreana e arriva al tiro da pochi metri, poi però calcia sul portiere come fosse un bersaglio alle giostre. A tre minuti dalla fine Ahn segna il golden goal deviando di testa un cross dalla trequarti.

Sono arrivato alla fine estremamente rilassato. Devo ammettere che l’Italia non meritava di passare il turno sul piano del gioco. È vero, hanno sbagliato molte occasioni, ma non c’è stata la generosità né lo spirito di gruppo della Corea del Sud. E mi dispiace ricordare di aver provato piacere quando Luciano Gaucci disse di non volere riscattare Ahn per punirlo di quel gol.

Devo dire che non ho trovato molto da rimproverare alla prestazione dell’arbitro Moreno. Di fuorigioco come quello di Tommasi ne ho visti fischiare parecchi (e soprattutto non dipende da Moreno ma dalla bandierina alzata dell’assistente) e l’espulsione di Totti mi sembra un errore grossolano, ma non premeditato. Era anche il secondo tempo supplementare di una partita che era diventata piuttosto intensa e con cambi di fronte rapidi. Non so giudicare la fatica di un arbitro ma di certo Moreno non era al suo meglio. Nei falli a centrocampo e nelle zone pericolose e nei cartellini precedenti a quel secondo giallo mi è sembrato giusto.

[EDIT: Dopo l’uscita del pezzo mi avete segnalato alcune reazioni da rosso per i coreani. In effetti Moreno o ha commesso alcuni altri errori macroscopici — ma anche quello di Totti è un errore grave — oppure ha sorvolato. Diciamo subito, anche sulla base della partita con la Spagna, che in generale si favoriva la squadra di casa. Detto ciò a me sembra, ma è una mia opinione, che da parte di Moreno non ci sia premeditazione né “controllo” della gara in tutte quelle situazioni con cui gli arbitri possono effettivamente controllarla. E a me qui interessano le responsabilità individuali di Byron Moreno e la nostra ossessione sviluppata nei suoi confronti.]

Dopo quella partita Moreno è andato in viaggio a Miami e di ritorno in Ecuador si è comprato una Mercedes. Anche se lui sostiene di aver dormito dalla sorella a Miami ed era pronto a mostrare le ricevute dei pagamenti ufficiali e quella per la Mercedes per dimostrare che non era stato corrotto. Certo, cinque gol annullati in tre partite sono tanti e la nostra coscienza vittimista è stata rafforzata dai dubbi sull’arbitraggio di Corea del Sud-Spagna nei quarti di finale e sopratutto da quanto accaduto in seguito a Byron Moreno.

Nel 2003 Moreno è stato sospeso una prima volta per la partita tra la Liga Deportiva Universitaria de Quito e il Barcelona Sporting Club di Guayaquil. A quanto pare la squadra di casa perdeva 2-3 e Moreno ha dato sei minuti di recupero aggiungendone in corsa altri sette, per un totale di 13 minuti di recupero (a seconda delle fonti i minuti sono 11 o 12) durante i quali la squadra di Quito ha prima pareggiato 3-3 e poi segnato il 4-3. Moreno a fine partita ha falsificato il referto come se fosse durata solo 90 minuti. In quel periodo era candidato alle elezioni municipali proprio di Quito.

Tornato ad arbitrare dopo 20 partite è stato sospeso di nuovo per aver espulso tre giocatori della Sociedad Deportivo di Quito nella trasferta con il Deportivo Cuenca. Dopodiché si è ritirato perché la Federazione gli stava dando voti troppo bassi: “Me ne vado a testa alta dalla porta principale. Preferisco morire in piedi che vivere inginocchiato,” ha detto.

La fine di questa storia è decisamente triste. Diventato commentatore sportivo in radio e tv, avvocato ma senza aver mai esercitato, So Foot racconta che Moreno ha perso un figlio piccolo, ha affrontato due divorzi e avuto problemi legali ed economici per un incidente stradale. Pare abbia minacciato sua madre con una bottiglia rotta durante una festa di famiglia. Poi, nel 2010, è stato arrestato all’aeroporto Kennedy di New York con addosso 4,5 chili di cocaina impacchettati sullo stomaco e sul retro delle gambe (era il suo quarto viaggio negli USA). Per i giornali italiani i chili erano sei e forse per rendere la scena più divertente la droga era nelle mutande. Buffon ha dichiarato “Secondo me Moreno nel 2002 li aveva già. Ma non nelle mutande, in corpo…” Nel settembre 2011 Moreno è stato condannato a 30 mesi di prigione da scontare in Ecuador.

Facendo i calcoli oggi dovrebbe essere un uomo libero.

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Italia-Uruguay: Il Calciatore dalla Triste Figura https://minimaetmoralia.it/calcio/italia-uruguay/ https://minimaetmoralia.it/calcio/italia-uruguay/#comments Wed, 25 Jun 2014 15:26:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21729 di Alessandro Garigliano

Ieri mi sentivo in una condizione eccellente per vedere Italia-Uruguay. Non mi sono mai perso, in realtà, un solo Mondiale di calcio. Smetto di leggere e di fare ricerche, sprofondo sul divano cercando di vedere quante più partite possibili. Non amo il calcio ma non lo odio, mi piacciono le passioni dispiegate ai massimi livelli. Non ho nessuna specializzazione e forse non godo nemmeno di qualità: vedere coreografie di ossessioni mi struttura. Mi appendo a qualità olimpiche parassitando vite monomaniache: l'idea fissa, penso sempre, avrebbe potuto salvarmi. E invece procedo claudicante lungo una normalità che inciampa su scelte precarie. Poi arrivano i Mondiali o le Olimpiadi e sento trascendere i miei limiti quotidiani. Però non riesco a distruggere l'intera mia personalità, non elaboro, mio malgrado, pensieri lineari in grado di farmi godere il momento di gloria di uomini davanti alla prova.

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di Alessandro Garigliano

Ieri mi sentivo in una condizione eccellente per vedere Italia-Uruguay. Non mi sono mai perso, in realtà, un solo Mondiale di calcio. Smetto di leggere e di fare ricerche, sprofondo sul divano cercando di vedere quante più partite possibili. Non amo il calcio ma non lo odio, mi piacciono le passioni dispiegate ai massimi livelli. Non ho nessuna specializzazione e forse non godo nemmeno di qualità: vedere coreografie di ossessioni mi struttura. Mi appendo a qualità olimpiche parassitando vite monomaniache: l’idea fissa, penso sempre, avrebbe potuto salvarmi. E invece procedo claudicante lungo una normalità che inciampa su scelte precarie. Poi arrivano i Mondiali o le Olimpiadi e sento trascendere i miei limiti quotidiani. Però non riesco a distruggere l’intera mia personalità, non elaboro, mio malgrado, pensieri lineari in grado di farmi godere il momento di gloria di uomini davanti alla prova.

Da un lato mi piace condividere la stessa passione con milioni di persone in tutto il pianeta, contemplando lo spettacolo di ventidue giocatori funamboli che compongono e scompongono schemi diversi per segnare la rete; dall’altro, però, sono condannato a essere Io, con tutte le schiavitù e i limiti che questo comporta. E quindi tento di studiare l’orizzontalità nella quale si muovono uomini capaci di esercizi agonistici unici, individui in grado di elaborare tali ghirigori estetici da apparire, pur tra coordinate spaziali e temporali appiattite, vere e proprie visioni culturali. Ma, al contempo, partita dopo partita, riesco a rimuovere le riflessioni complesse e ad apprezzare sempre di più lo scontro sportivo.

Ero quasi compenetrato nella tensione. Cioè, non solo mi godevo la perizia tecnica di ogni campione, quasi sobbalzando dal divano al colpo di tacco inutile e strabiliante di Verratti o davanti alle consuete allucinazioni di Pirlo, capaci non di prevedere il gioco ma di realizzarlo attraverso fantasie premonitrici; ero inoltre del tutto rapito dalla tensione. Finalmente partecipavo allo spettacolo anche da un punto di vista emotivo. Non so se era proprio empatia, ma stavo quasi assumendo le pose del tifoso normale, intento a bandire la sportività per un intervallo di novanta minuti di tempo e capace di odiare la squadra avversaria. I movimenti all’interno della mia testa erano sincronizzati sui meccanismi inceppati della partita: costituivano un unico blocco dovuto a un’angoscia da prestazione snervante. Credevo quasi che gli spostamenti fossero proiezioni automatiche del mio cervello, ma che in realtà sullo schermo nel campo tutto si fosse, in modo insostenibile, pietrificato.

Ma poi, a un certo punto, uno scarto faceva impazzire l’intero spettacolo. Quella dinamica immobile, in grado soltanto di simulare di trasferirsi da una zona all’altro del teatro di gioco, era arrivata nell’area della nazionale italiana con un’ansia ancora paralizzante. Era partito un cross casuale alla ricerca di una spinta d’inerzia – di uno spasmo, di una contrattura fortuita – e, invece, ai confini dell’area piccola, davanti a Buffon, si era squadernata trionfale un’apoteosi circense. Poche volte nella mia vita mi era capitato di assistere a un gesto di tale e tanta potenza. In verità, i cronisti su Sky mi avevano già raccontato durante ogni partita dell’Uruguay il passato artistico di “El Pistolero”. Avevo sentito più volte di quell’uomo capace di sfogare la rabbia al centro di prestazioni superbe. E in maniera latente la mia passione per il mondo inconscio si era eccitata. Ma i cronisti sportivi non sapevano rendere a dovere il personaggio. Per loro, come per la maggior parte delle persone attratte dal duello calcistico, il caso andava stigmatizzato moralisticamente e rinchiuso ai confini dell’anomalia. Ma la cosa più grave era che anch’io, dedito alle Lettere, mi fossi lasciato tramortire da una sindrome da tifoseria e avessi alla fine creduto che un calciatore come Suárez fosse semplicemente un uomo malato. E adesso invece mi trovavo in preda all’eccitazione davanti agli infiniti replay.

Fissavo incredulo quello scatto primordiale della bocca dell’attaccante uruguayano. All’inizio si spintonavano lui e Chiellini, si tiravano la maglia e sembrava una contesa banale, ma poi mi trovavo a guatare la fisionomia del difensore italiano, l’ottusità dello sguardo, il modo semplice – ruvido quadrato artigianale deprimente – di contrastare l’avversario e, a quel punto, mi era sembrato di scorgere negli occhi di Suárez un lampo di rivalsa. Erano due forme di ottusità parallele trovatesi al redde rationem. L’attaccante mi appariva come un esemplare supremo di eroe tracotante, mi pareva che il suo fisico e i suoi movimenti incarnassero un’ambizione smisurata: concentrava aggressività, eleganza, testardaggine ma anche una paradossale forma di introflessione. Mentre sentivo informazioni balorde ­– ovvero Suárez in terapia da uno psicologo per imparare nuovi sistemi di respirazione – e sapendo simultaneamente come, dopo la partita, sarebbero esplose innumerevoli trovate, creative sì, ma banalizzanti, da parte mia tentavo in ogni modo di comprendere l’uomo.

Si reiterava l’immagine di Suárez contro Chiellini, il primo saltellava con un’energia isterica e ghignava senza volerlo a causa dei denti da castoro, mentre l’altro si sbracciava controllando i gesti tramite grande personalità ed esperienza. E mi sembrava evidente che la palla pazza uruguayana riuscisse con sempre maggiore difficoltà a tollerare quella superficie di gomma contro cui si spegneva ogni velleità di rimbalzo. E allora l’impressione era che il duello concentrasse ed esaltasse a livelli insopportabili il crampo metafora della partita. E nessuno sembrava essere più in grado di sciogliere il dramma, era come se a un dolore acutissimo nessuno sapesse trovare la definizione, la parola terapeutica. Oppure – e mi scuso per l’insistenza sul tema – come se per grandi tragedie storiche nessuno fosse in grado di elaborare, in campo letterario, trame idonee, anziché abusare di quelle convenzionali inventate in diversi contesti temporali.

E invece alla fine, in un solo momento, la bidimensionalità spaziale e temporale distruggeva i suoi limiti e ingigantiva assumendo dimensioni culturali straordinarie. Per frantumare il blocco nel campo non c’era che un modo: essere donchisciotteschi. Suárez si librava con una temerarietà inopinata e da una posizione rivoluzionaria spaccava le forme con una rabbia eslege. Assumeva involontariamente i connotati del prescelto attraverso un gesto animalesco e, in modo sacro, sanguinario. Per il tramite del morso improvviso ci si inabissava in un mondo sommerso: quella scarica di collera svelava i relitti di un inconscio che nel corso dell’esistenza aveva masticato e metabolizzato verità rigurgitate adesso grazie a una pulsione incivilizzabile. La corsa di Chiellini verso l’arbitro sembrava rappresentare le voci omologate di una società prona alla realtà dei fatti. Chiellini si svestiva, ed esponeva il dolore e la colpa, incarnando la posizione vittimaria di chi si sottrae alla responsabilità.

L’Uruguay, in quel momento esatto, per me, aveva trionfato su infinite esistenze, altro che sui Mondiali.

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