C.S. Lewis Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/c-s-lewis/ un blog di approfondimento culturale Sun, 10 May 2020 08:16:21 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg C.S. Lewis Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/c-s-lewis/ 32 32 Sorpresi dalla Gioia. Leggere e incontrare C. S. Lewis https://minimaetmoralia.it/libri/sorpresi-dalla-gioia-leggere-incontrare-c-s-lewis/ https://minimaetmoralia.it/libri/sorpresi-dalla-gioia-leggere-incontrare-c-s-lewis/#comments Sun, 21 May 2017 12:02:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34425 Pubblichiamo, ringraziando BE edizioni, un pezzo  di Edoardo Rialti introduttivo al libro La vita di C.S. Lewis.

Chi è C. S. Lewis? si domanda McGrath all’inizio di questa sua biografia. In un certo senso, come per ogni essere umano, tale domanda è destinata a restare ultimamente irrisolta. Come notava Oscar Wilde (irlandese a sua volta), “il mistero finale è sé stessi”, e, di conseguenza, anche chiunque altro. La ricchezza stessa dei dettagli, qualora non sia accompagnata da una profonda empatia  capacità d’immedesimazione, rischia, paradossalmente, di farci smarrire la persona oggetto del nostro interesse.

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Pubblichiamo, ringraziando BE edizioni, un pezzo  di Edoardo Rialti introduttivo al libro La vita di C.S. Lewis.

Chi è C. S. Lewis? si domanda McGrath all’inizio di questa sua biografia. In un certo senso, come per ogni essere umano, tale domanda è destinata a restare ultimamente irrisolta. Come notava Oscar Wilde (irlandese a sua volta), “il mistero finale è sé stessi”, e, di conseguenza, anche chiunque altro. La ricchezza stessa dei dettagli, qualora non sia accompagnata da una profonda empatia  capacità d’immedesimazione, rischia, paradossalmente, di farci smarrire la persona oggetto del nostro interesse.

“Non c’è verità dove non c’è amore”scriveva Ludmilla Saraskina nella sua monumentale biografia di Solgenitsin, per poi lasciare la parola in merito al romanziere stesso, in un suo articolo su Pushkin: “Nel genio, come in ogni essere umano, tutto è unito, organico: il suo atteggiamento di fronte alla vita, i suoi lati luminosi accanto a quelli tenebrosi, le luci e le ombre della sua personalità, i suoi pensieri e le sue opinioni, i suoi successi artistici e i suoi fiaschi, e insieme a tutto questo il fatto che in ogni istante egli resta la stessa persona. La genialità non è un accessorio che si aggiunge a parte. Giudicare a spizzichi significa condannarsi a non capire l’essenza. Ma è ovvio che capire un fenomeno nella sua interezza è incomparabilmente più difficile.”

Lewis stesso mise in guardia da questo rischio quando aveva fatto borbottare – a uno dei pochi professori che tengono testa al diabolico istituto INCE in Quell’orribile forza – che “gli uomini non si possono studiare. Si può solo arrivare a conoscerli.” Un monito che è sempre bene tenere presente, nella critica letteraria e non solo.

Il vero incontro

Trattandosi di uno scrittore, un primo modo per cogliere qualcosa della sua personalità è forse quello di cercare, nella sua produzione letteraria, grandi e piccoli autoritratti. È una modalità che anche Lewis approvava e praticava come docente, proprio perché essa rispetta le intenzioni dell’artista e cerca di immedesimarsi con lo sguardo che questi rivolgeva alla realtà, e persino a sé stesso. Gli esempi più lampanti sono ovviamente l’autobiografia Sorpreso dalla Gioia (che pareva superba persino all’Hitchens di Dio non è grande), il protagonista del suo Le due vie del pellegrino, il C. S. Lewis stesso che compare in qualità di personaggio e narratore in Perelandra e ne Il Grande Divorzio, così come tre “ritratti dell’artista da vecchio”, il prof. Digory di Narnia, il prof. Dimble di Quell’orribile forza e, almeno in parte, Volpe, il tutore greco in A viso scoperto, il quale, seppure non costituisca un vero e proprio autoritratto, incarna certamente una dimensione del spirito di Lewis, oltre a essere uno dei tributi più commoventi e convincenti al mondo classico.C’è tuttavia un altro livello, più ampio, sfumato e certamente meno tracciabile, eppure ben più importante delle mere curiosità biografiche e persino metaletterarie – in cui ogni lettore di Lewis può a buon diritto sostenere di averlo già incontrato, e conosciuto. Mi riferisco alla misteriosa conversazione tra autore e lettore che avviene e si sviluppa nell’esperienza complessiva della lettura. È quanto notò Neil Gaiman, quando scoprì Narnia da ragazzo ed ebbe la netta impressione di una voce che gli si rivolgesse direttamente. Lewis stesso riteneva questo dialogo uno dei più importanti e fecondi nella vita di un uomo, una dimensione di effettiva comprensione che si dispiega nel tempo. Come spiegava il marziano Hrossa al suo prof. Ransom, “Un piacere è un piacere completo solo nel ricordo. Tu, Huomo, parli come se il piacere fosse una cosa e la memoria un’altra, invece sono tutt’uno. I séroni potrebbero spiegartelo meglio, ma non meglio di quanto potrei fare io con una poesia. Quello che tu chiami ricordo è l’ultima parte del piacere, come il crah è l’ultima parte di una poesia. Quando noi due ci siamo incontrati, l’incontro, in sé, è durato un attimo, è stato un nulla. Ora, nel nostro ricordo, sta diventando qualcosa. Ma noi ne sappiamo ancora pochissimo. Quello che sarà nel mio ricordo il giorno in cui io mi stenderò a terra per morire, e quello che opera e opererà dentro di me ogni giorno fino ad allora, questo è il vero incontro. L’altro è stato solo l’inizio. Tu dici che ci sono poeti nel tuo mondo. Non vi insegnano queste cose?”.

Ed è proprio questa sua intuizione a farmi prendere le mosse da una variazione sul tema, rispetto alla domanda di McGrath: chi è C. S. Lewis, per me?

Questo perché quanto egli affermò a proposito della casuale scoperta di George MacDonald sul banchino d’un rivenditore, io potrei sottoscriverlo parola per parola in riferimento a Lewis stesso: “Fu come se qualcuno mi trasportasse di là da un confine, o come fossi morto in un paese e non riuscissi a ricordare come fossi risorto in un altro. Perché, in un certo senso, il nuovo paese assomigliava esattamente al vecchio. Era come se la voce che i aveva chiamato dall’estremo limite del mondo risuonasse ora al mio fianco. Come se si trovasse nella stanza, dentro o dietro di me. se una volta mi aveva eluso da lontano, ora mi eludeva da vicino; qualcosa di troppo vicino per essere scorto, di troppo semplice per essere compreso, quest’ambito di conoscenza. Sembrava fosse stato sempre con me.

Non solo comprendevo benissimo la sua esperienza da bambino e adolescente, quando i versi di una poesia, o la copertina di un disco o un libretto di Wagner potevano “capovolgerti il cielo”, riesporti in un istante a un desiderio senza nome né confine, ma erano le sue stesse opere a evocarlo. Parafrasando quanto Nietzsche tributò a Schopenauer, “faccio parte di quei lettori di Lewis che, dopo averne letto la prima pagina, sanno con sicurezza che leggeranno e ascolteranno ogni parola da lui comunque detta. Subito si determinò in me fiducia in lui, fiducia che a tutt’oggi è la stessa di nove anni fa. Lo intendevo come se avesse scritto per me.”

Proprio per questo, mi è molto difficile, anzi praticamente impossibile, decidere cosa citare di Lewis. Certo, posso dire che la struttura della sua giornata lavorativa ideale, così come la dettaglia in Sorpreso dalla gioia, è diventata per una sorta di piccola regola umanistica privata:

Farei sempre colazione alle otto in punto, per poi sedermi alla scrivania alle nove, a leggere e scrivere sino all’una. Se, intorno alle undici, qualcuno mi portasse una buona tazza di caffè o di tè, tanto meglio. Quattro passi fuori casa non sarebbero lo stesso; perché nessuno ha mai voglia di bere da solo, e se al pub s’incontra un amico è probabile che la pausa superi i dieci minuti prestabiliti. Il pranzo sarebbe in tavola all’una precisa; e al massimo per le due mi troverei fuori casa. Ma, tranne in rare occasioni, no in compagnia d’un amico. Andare a spasso e conversare sono due grandi piaceri, ma è un errore associarli. Le nostri voci cancellano suoni e silenzi del mondo esterno; e poiché alla conversazione si associano quasi inevitabilmente le sigarette, allora addio natura, per lo meno per quanto riguarda uno dei nostri sensi. Il compagno ideale di passeggiata dovrebbe condividere il vostro amore per la campagna al punto che un’occhiata, una sosta, o al massimo un colpettino bastino ad assicurarvi che il vostro piacere è condiviso. Ritorno della passeggiata, e arrivo del tè, dovrebbero coincidere esattamente, e non più tardi delle quattro e un quarto. Il tè dovrebbe essere preso in solitudine. Perché mangiare e leggere sono due piaceri che si completano a meraviglia. Leggere la poesia a tavola sarebbe una bestemmia. Quello che ci vuole è un libro un po’ pettegolo e impersonale che fosse possibile aprire dappertutto. Alle cinque, si dovrebbe essere di nuovo al lavoro, e così fino alle sette.

Così come posso ricordare di essermi recato in Addison’s Walk, la passeggiata dietro il Magdalen College dove egli ebbe un dialogo decisivo con J. R. R. Tolkien e Hugo Dyson su miti e fede, con l’emozione anche stavolta di un pellegrinaggio privato. Perché sotto quegli alberi, lungo il sentiero che costeggia il ruscello, era stato seminato così tanto che poi sarebbe sbocciato anche nella mia vita. Mi sono seduto sotto un tronco, e ho chiuso gli occhi.

Certamente, ci sono passaggi, personaggi, libri di Lewis che amo particolarmente, e i suoi saggi letterari hanno plasmato molte mie categorie critiche, ma in fondo il debito e l’ammirazione che provo va a un certo tono complessivo della sua scrittura, a un certo orizzonte del suo sguardo, che si comunica da mille dettagli e al tempo stesso li comprende e li supera tutti.Leggendolo, le cose che già conosci – non nella mera accezione di ciò che hai già compreso o sottoscritto, ma nel suo significato d’intuizione profonda, seppure confusa – ciò che già ami, la stoffa vera della vita si staglia in modo più intenso, chiaro e netto. Come scrisse ne I Quattro Amori, ogni grande amicizia sboccia quando si è sul punto di dire all’altro, in merito a qualche passione segreta, a qualche convinzione o esperienza intima e decisiva, “Come anche tu? E io che credevo di essere l’unico!” Questa stessa sorpresa e questo stesso conforto sono alla base dell’amicizia che Lewis ha stabilito con tanti suoi lettori nel corso degli anni.

Tuttavia, se fossi proprio costretto ad indicare alcune sue parole e immagini che mi siano rimaste nel cuore, e non potessi ripiegare sull’intero A viso scoperto, forse sceglierei questi tre passaggi. Il primo è tratto da Il problema della sofferenza:

Forse avrete notato che i libri che veramente amate sono legati insieme da un filo segreto; sapete benissimo qual è la caratteristica comune che ve li fa amare anche se non riuscite a tradurla in parole; ma la maggior parte dei vostri amici non la vede affatto e si chiede perché, se vi piace questo, vi piaccia anche quello. Ancora, forse vi siete trovati davanti a un paesaggio che sembrava incorporare quello che avete sempre cercato e poi vi siete girati verso l’amico al vostro fianco, ma alle prime parole tra voi si è aperta una voragine. E non è forse vero che le vostre amicizie più durevoli sono nate nel momento in cui finalmente avete incontrato un altro essere umano che avesse qualche sentore, sebbene vago ed incerto anche nei migliori amici, di quel qualcosa che desiderate sin dalla nascita e che cercate da sempre di trovare, di vedere e di sentire sotto il flusso di altri desideri ed in tutti i temporanei silenzi, tra tutte le passioni più forti, notte e giorno, anno dopo anno dall’infanzia alla vecchiaia? Non l’avete mai posseduto. Tutte le cose che hanno mai posseduto profondamente la vostra anima ne sono state solo degli indizi, barlumi allettanti, promesse mai completamente realizzate, echi che si spegnevano subito, appena vi arrivavano alle orecchie. Ma se questa cosa dovesse veramente manifestarsi, se mai dovesse sentirsi un’eco che non si spegnesse subito ma si espandesse nel suono stesso, voi lo sapreste; al di là di ogni possibilità di dubbio voi direste: ecco quella cosa per cui sono stato creato.

Il secondo invece si trova nell’ultima delle Lettere di Berlicche, quando il Paziente è ormai sfuggito alle grinfie di Malacoda:

Gli dèi sono cose insolite agli occhi mortali, eppure non lo sono. Egli non aveva la più debole idea fino ad allora del loro aspetto, e perfino dubitava della loro esistenza. Ma al primo vederli conobbe che li aveva sempre conosciuti e comprese la parte che ciascuno di loro aveva avuto per molte ore nella sua vita, mentre e gli si era creduto solo, tanto che ora poteva rivolgersi a loro, a ciascuno di loro, e chiedere, non: “Chi sei tu?”, ma: “Eri TU, dunque, per tutto il tempo?”. Tutto ciò che essi erano e ciò che dicevano in questo incontro risvegliava delle memorie. La confusa coscienza di amici che gli stavano intorno, che aveva ossessionato le sue solitudini fin dall’infanzia, trovava finalmente la spiegazione, quella musica che si percepiva al centro di ogni esperienza pura, e che sempre, all’ultimo momento, era sfuggita dalla memoria, si ritrovava ora finalmente.

Il terzo brano invece si trova in conclusione del suo saggio di critica letteraria Sulle storie:

Sarei considerato un tipo bizzarro se, in conclusione, suggerissi che proprio la tensione interna al cuore di ogni storia tra il tema e la trama costituisce dopo tutto la sua somiglianza principale con la vita? E se le storie falliscono, la vita non commette forse lo stesso errore? Nella vita reale qualcosa deve succedere, come nelle storie. È questo il problema. Noi miriamo a uno stato e troviamo solo una successione di eventi nei quali quello stato non si incarna mai del tutto. La grandiosa idea di trovare Atlantide che ci prende nel primo capitolo di una storia d’avventura è capace, una volta che il viaggio è iniziato, di scivolare nella mera sensazionalità. Ma ugualmente nella vita reale l’idea di un’avventura svanisce man mano che si presentano i dettagli giornalieri. Questo non perché l’asprezza del momento o il pericolo la mettano da parte. Altre grandi idee – tornare a casa, rivedere l’amata – eludono a loro volta il nostro abbraccio. Supponete pure che non ci sia delusione; persino così, beh, eccoci qui. Ma ora qualcosa deve succedere, e poi qualcos’altro ancora. Tutto quello che succede può essere piacevole: ma può mai una serie del genere incarnare quell’autentico stato dell’essere che desideriamo?

Tutto ciò risuona in me con una forza e una intensità che qualsivoglia commento o analisi non potranno mai spiegare pienamente. Una sottoscrizione che supera e non coincide affatto con l’adesione ideologica o fideistica. Non ho smesso di sentire tutta la forza e la bellezza contenuta in quelle affermazioni e in quelle immagini, anche quando mi sono sempre più allontanato dalla fede cristiana a cui Lewis stesso mi aveva riavvicinato da ragazzo. Persino adesso che, da un certo punto di vista, trovo molte delle posizioni di Lewis distanti o persino irricevibili, tanto da contestarle anche nella mia povera scrittura pubblica, ciò non ha minimamente intaccato la profondità della mia gratitudine, e l’ammirazione nel continuare a frequentarlo. Per la perplessità di amici e colleghi (atei e cristiani) mi diverto spesso ad affermare che, per quanto mi riguarda, Lewis spesso ha ragione anche quando ha torto. Non solo perché ti costringe sempre a pensare, ma anche perché anche nelle sue conclusioni che ho trovato più parziali o sbagliate, l’intensità della vita vera – la trama dei nostri affetti e impulsi più autentici – non è mai assente, o assurta a mero pretesto. Non c’è di che stupirsi, visto che Lewis stesso ha sempre saputo che l’amicizia non si basa sulla condivisione delle risposte, ma dalle domande, e sebbene negli Inklings come Tolkien e Williams egli respirasse il conforto d’una visione condivisa (al netto di molte e significative divergenze, che talvolta col tempo si acuirono) è anche vero che tra i suoi affetti e confidenti più cari vanno ricordati l’antroposofista Owen Barfield e un “buddista” omosessuale come “il primo amico” di dantesca memoria, Arthur Greeves. Anche laddove mi sono trovato in radicale disaccordo con lui, leggerlo, camminare con lui, guardare con lui, conversare con lui, mi ha sempre reso un uomo migliore. In freta dum fluvii current, dum montibus umbrae/ lustrabunt convexa, polus dum sidera pascet,/semper honosn omen quetuum laudesque manebunt,/ quae me cumquevocant terrae.

Un pagano convertito, e un inguaribile romantico

Se invece variamo ancora sulla domanda di McGrath e ci domandiamo chi sia stato Lewis per il ‘900, allora è possibile rispondere con maggiore certezza e senza esitazioni. L’autore di Narnia e Berlicche è stato uno dei grandi protagonisti del dibattito culturale contemporaneo, in tutti i campi nei quali si è cimentata la sua riflessione e produzione. I suoi saggi di critico letterario “gentiluomo”- come lo definì una volta il professor Riccardo Bruscagli a chi scrive-segnano delle vere e proprie date spartiacque nella comprensione dell’allegoria e dell’immaginario medievale e rinascimentale. Le sue lezioni hanno plasmato una generazione di studiosi. Ma la stima accordata alla sua attività accademica – sempre percorsa da un estro narrativo che la rende affascinante come un racconto – è naturalmente soverchiata dall’ammirazione suscitata dai suoi romanzi fantastici e fantascientifici e dai suoi scritti di apologetica. Se spesso i suoi lavori critici restano appannaggio di (troppo) pochi esperti del settore, Narnia, Berlicche, Il cristianesimo così com’è hanno fatto di questo erudito coltissimo uno dei romanzieri più amati del ‘900 e di questo laico anglicano il pensatore cristiano più letto ed influente del nostro tempo. Due conquiste che non paiono affatto intaccate dal trascorrere del tempo. In questo senso egli appartiene alla storia della cultura contemporanea, al pari di Hannah Arendt o Borges, ben oltre gli steccati ideologici, e tocca tristemente constatare che talvolta chi lo ha difeso (magari impugnandolo come una spada) e chi l’ha attaccato si è parimenti basato su una sua riduzione, o fraintendimento (basti pensare alla vexata quaestio di chi contrappone Narnia al Signore degli Anelli di Tolkien, un accostamento criticamente male impostato visto che si tratta di due generi narrativi diversi, così come sarebbe sbagliato paragonare la Bella Addormentata all’Odissea, oppure all’accusa di sessimo, impugnata da un altro grande autore quale Philip Pullmann, che tuttavia legge Narnia stessa con molta miopia applicandole un trucchetto retrospettivo, e non considera affatto la ricca galleria di personaggi e protagonisti femminili lewisiani, da Jane Studdock – che forse è davvero il suo personaggio più ideologico – alla Signora Verde, e soprattutto la Regina Orual del suo capolavoro, A viso scoperto). Chi rimprovera il carattere didattico o “catechetico” della narrativa di Lewis spesso non coglie uno dei tratti fondamentali della sua immaginazione e sensibilità. Lo sguardo di Lewis è, mutuando una categoria che usava per distinguere diversi tipi di epica, “secondario”, non nell’accezione di inferiore o non-fondamentale, ma nel senso di sbocciare sempre fecondato da un’idea o un’immagine già esistente nella tradizione culturale, o da una provocazione dialettica.

Naturalmente, nessun’opera è davvero e assolutamente originale, ma c’è una profonda differenza tra il rapporto che corre tra il legendarium tolkieniano e Boewulf o l’Edda e invece Perelandra di Lewis e Il Paradiso Perduto, o tra Narnia e le opere di Spenser e MacDonald. La stessa sensibilità “secondaria” conta altri insigni rappresentanti, e ci ha dato le opere di Ovidio, Tasso, Nietzsche. Il fratello Warren scelse per la tomba di Lewis un detto quasi proverbiale del Re Lear, ma, forse, non c’è miglior epitaffio delle parole che Lewis usò per descrivere sé stesso: “Ho vissuto da pagano convertito in un mondo di puritani apostati.” Chiunque desideri conoscere Lewis può infatti trovarvi gli elementi costituivi della sua personalità – un cristianesimo che si innesta su un ceppo pagano, un coacervo immaginativo previo, e, battezzandolo, lo valorizza in una nuova prospettiva – e del suo modo di leggere e reagire all’ambiente sociale e culturale che lo circondava.

“Inguaribile romantico!” dice il cinico Lord Ferverstone di Mark Studdock in Quell’orribile forza. H. Carpenter fece notare che Lewis riecheggiava così il giudizio dispregiativo con cui anni prima era stato bollato dal collega Harry Weldon. Questo perché agli occhi di Lewis tale diagnosi sprezzante puntava l’indice su un tratto costitutivo che egli, invece, impugnava con esplicito orgoglio. Egli si sentiva tanto figlio, nel suo percorso spirituale, del Simposio di Platone (“è tutto in Platone!” esclama il prof. Digory quando la Terre delle Ombre cede il passo alla Vera Narnia) e del Preludio di Wordsworth. Non a caso il titolo di Sorpreso dalla Gioiaè tratto da una poesia del grande romantico inglese e il suo primo libro Le due vie del pellegrino – che è anche una dichiarazione di poetica, come spesso sono gli esordi – reca come sottotitolo an allegorical apology for christianity, reason, and romanticism. E allegoria, apologia, cristianesimo, ragione romanticismo sono davvero i poli dialettici fondamentali della sua riflessione della sua sensibilità. Non a caso, tra le grandi “immagini” che nel racconto scandiscono la storia collettiva dell’umanità quali messaggi privilegiati del Creatore, egli annoverava – ancora una volta – i miti pagani, l’amor cortese medievale e la “riscoperta” della Natura all’inizio dell’800. Molti estimatori e discepoli intellettuali di Lewis lo ammirano ed amano proprio in quanto difensor desiderii prima ancora che fidei, cantore del longing, lo struggimento, la senshucht (che è una dimensione più vasta di quella meramente religiosa).

Anche costoro, come lui, si sentono devoti del Fiore Blu scorto da Novalis. Come nota giustamente McGrath, Lewis ambiva a trovare una dimensione conoscitiva ed emotiva che salvasse sia Pallade che Demetra, le ragioni filosofiche di Volpe e le intuizioni mitiche del vecchio Sacerdote in A Viso scoperto, ed egli credette di trovarla nel cristianesimo. Ma anche chi in fondo parta da premesse contrarie o arrivi a conclusioni diverse sulla natura del desiderio umano, può comprendere bene la verità insita in questo “inguaribile” romanticismo, non solo come tratto decisivo per leggere Lewis iuxta propria principia, ma anche per collocarlo in quella che già Nietzsche definiva la “reazione romantica” accampata da alcuni intelletti poderosi al terremoto delle nuove implicazioni psicologiche, scientifiche e metafisiche. In tale prospettiva atea, se si sostituisse il nome Lewis (e, più ancora, quello di Chesterton) a Schopenauer nel seguente paragrafo di Umano, troppo umano, l’esito suscita comunque implicazioni suggestive: A volte compaiono spiriti…che evocano ancora una fase trascorsa dell’umanità: sono la prova che le nuove tendenze alle quali si oppongono non sono ancora forti abbastanza, che ad esse manca qualcosa, altrimenti offrirebbero a tali evocatori una migliore resistenza. Così, ad esempio, la riforma di Lutero dimostra che in quel secolo ogni moto di libertà dello spirito era ancora incerto, gracile, adolescente, e la scienza non poteva ancora sollevare il capo. L’intera Renaissance anzi appare come una primavera precoce, quasi subito ricancellata dalla neve. Ma, anche nel nostro secolo, la metafisica di Lewis ha dimostrato che neppur oggi lo spirito scientifico è vigoroso abbastanza: così nella dottrina di questo filosofo l’intera visione medievale e cristiana del mondo e dell’uomo, nonostante l’ormai da tempo avvenuta distruzione di tutti i dogmi cristiani, ha potuto ancora una volta celebrare la propria resurrezione. In tale dottrina risuona molta scienza, ma non è questa a predominare, bensì il vecchio e ben noto «bisogno metafisico». Senza dubbio uno dei maggiori e inestimabili vantaggi che ricaviamo da Lewis è che egli costringe il nostro modo di sentire a tornare momentaneamente a più antiche e potenti concezioni del mondo e dell’uomo, alle quali altrimenti nessun sentiero ci condurrebbe tanto facilmente. II guadagno per la storia e la giustizia è grandissimo: credo che oggi, senza l’aiuto di Lewis, a nessuno riuscirebbe così facile render giustizia al cristianesimo – Il che sarebbe impossibile soprattutto se lo si volesse fare partendo dal terreno del cristianesimo ancora esistente.

Non è certamente un caso se, nel suo discorso inaugurale come professore di letteratura medievale e rinascimentale a Cambridge, Lewis sostenne che la vera cesura e il “Grande Divorzio” concettuale a suo giudizio, non andassero cercati tra Medioevo e Rinascimento –appunto – e neppure tra età classica e medievale, ma tra tutte queste fasi della storia e della cultura e il mondo moderno e contemporaneo. Ed egli non aveva dubbio da quale parte schierarsi. Il modello cosmico antico e medievale poteva essere sbagliato tecnicamente, ma non nelle sue più vasti implicazioni filosofiche ed esistenziali. In esso egli vedeva una parziale ma veritiera mappa del cosmo estetico e morale nel quale, come diceva il Paolo di Tarso degli Atti, “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo”.

E con persino maggiore convinzione egli difendeva appunto il nietzscheano“bisogno metafisico del cuore umano” che a quell’”autentico stato dell’essere” anelava. Come è costretto ad ammettere il diavolo Berlicche, per l’uomo che veda Dio, “tutti i piaceri del senso, o del cuore, o dell’intelletto, perfino i piaceri della stessa virtù, sembrano ora al confronto, non diversi di come apparirebbero le quasi nauseanti attrazioni di una sgualdrina truccata a colui che si senta dire che la sua fidanzata, la donna che aveva veramente amato per tutta la vita e che aveva creduta morta, è lì, ora, alla porta.” Dal punto di vista di Lewis, la vera battaglia si giocava a questo livello. Egli credeva fermamente nell’esistenza di quel primo amore, dell’unico Ospite misterioso che potesse salire e sedere sull’arturiano Seggio Periglioso. Ma il già citato “Eri tu, dunque, per tutto il tempo?” per Lewis esprimeva anche una radicale e appassionata difesa di “tutto il tempo”, di tutte “le più profonde simpatie e i più profondi impulsi” della vita di ciascuno. E questa grandezza d’animo (nel senso aristotelico del termine), questa valorizzazione per ciò che tutti e ciascuno portano nel cuore, percorre la sua scrittura, comunicando un gusto per la vita, per la ricchezza delle sue sfumature e dei suoi dettagli, dal leggere con la febbre in una giornata di pioggia, guardando il mare ad addentrarsi in un bosco d’autunno, dal ridere con gli amici al pub al piangere una persona scomparsa, illuminato da una profonda saggezza e acuito da uno sfaccettato senso dell’umorismo.

Il Lewis di McGrath

La seguente biografia del teologo e apologeta McGrath, irlandese come Lewis,e come lui docente ad Oxford, non può naturalmente sostituire né alcuni lavori precedenti come Gli Inklings di Carpenter, il Jack di Sayer o il Narnia e oltre di Howard, veri e propri capolavori d’immedesimazione. Persino laddove ripercorra gli eventi narrati in Sorpreso dalla Gioia, McGrath talvolta zoppica o si rivela alquanto miope, seguendo a fatica un elemento fondamentale come “il battesimo dell’immaginazione” di Lewis, dal primo incontro col norreno Balder alla riscoperta di Cristo come “vero mito”. Il calore dell’amicizia che Lewis sapeva dispiegare e che ne fecero il vero focolare intorno a cui si radunavano personalità così diverse come O. Barfield, C. Williams, G. Matthew e J. R. R. R. Tolkien. – “Era una mattina di sole” raccontava Tolkien, “ e il gelso del boschetto che si vedeva dalla finestra splendeva come oro fulvo contro il ciel blu cobalto pare essergli stranamente remoto” e Lewis a sua volta descrisse quell’occasione, nella quale si respira l’essenza impalpabile di tanti affetti: “immagina un salotto al primo piano con le finestre che guardano a nord sul boschetto del Magdalen College, un lunedì mattina di sole, in periodo di vacanza, alle dieci circa io e il professore, entrambi seduti sul divano, accendemmo le pipe e stendemmo le gambe. Williams, nella poltrona davanti a noi, getto la sigaretta nel camino, prese una fila di quei foglietti molto piccoli sui quali scrive abitualmente – e cominciò…”

Anche la natura certamente complessa dell’amore per la “Gioia” che l’avrebbe effettivamente “sorpreso” fino ad un inatteso matrimonio, quello con “Joy”– gli Dei hanno il senso dell’umorismo – Davidman, esce forse troppo ridimensionata dalle pagine di McGrath. Certo, si trattò di un amore ben poco “a prima vista” e che nella sua fase inziale, sottolinea giustamente MacGrah, va letto anche nel più ampio contesto della generosità con cui Lewis incoraggiava e sosteneva diverse scrittrici. Tuttavia il suo lavoro offre anche i notevolipregi di un inquadramento storico molto ampio e dettagliato, ad esempio sull’importanza del background irlandese nella vita di Lewis (molto lo considerano erroneamente uno scrittore inglese, al pari di Chesterton o Greene) e al tempo stesso la sua alterità o eccentricità rispetto a modelli intellettuali più tipici come Yeats oJoyce. Lo stesso dicasi per gli anni di formazione ad Oxford e per una maggiore messa a fuoco di questioni e snodi davvero importanti, come l’impatto solo apparentemente superficiale della Prima Guerra Mondiale (che segnò tutta una generazione ed ebbe una ricaduta immaginativa molto diversa in Ungaretti o Tolkien), ei rapporti ambivalenti verso una figura complessa come suo padre, Albert Lewis, o verso la signora Moore, madre surrogata e, nei primi anni della loro vita insieme, amante.Parimenti interessante è la proposta di una diversa cronologia e datazione per la conversione di Lewis prima al teismo e infine al Cristianesimo. Un altro pregio è quello di comprendere assai meglio il contesto in cui nacque e si sviluppò la fama di Lewis come apologeta cristiano, cosa che gli otterrà l’ascolto e la stima di migliaia di lettori ma anche molti dolori, invidie e incomprensioni. Non solo ripercorriamo il sostegno e l’incoraggiamento costante che Lewis manifestò per Il Signore degli Anelli di Tolkien- tanto da spendersi per candidarlo al premio Nobel del 1961- ma scopriamo anche quanto Tolkien stesso si sia impegnato per fargli ottenere- e accettare- la rinomata cattedra di letteratura medievale e rinascimentale a Cambridge.Risulta molto interessante il raffronto tra gli scritti di Otto sul “Numinoso” e la loro ricaduta nell’opera di Lewis, soprattutto nel tratteggiare il personaggio del Leone Aslan (sebbene poi l’espressione infelice “strategia” tradisca o possa far pensare a una strumentalità che era ben lungi dall’orizzonte morale e immaginativo lewisiano) così come la sottolineatura che “l’amore di Lewis per la letteratura non è da porre sullo sfondo della sua conversione, ma è anzi parte integrante della scoperta dell’attrattiva razionale e immaginativa del cristianesimo”, un’intuizione che McGrath tenta di leggere in rapporto con la generale crisi della modernità post-bellica e la ricerca, da parte di molti intellettuali, d’una nuova unità immaginativa e conoscitiva, una philosophia perennis, un “immagine scartata” appunto.

Un grande albero

Questa prefazione si apriva con Oscar Wilde, ed è sempre a Wilde che ricorre in conclusione. La celebre tesi sostenuta nel Critico come artista e ormai passata pressoché a proverbio, ossia che ogni critica costituisca un’autobiografia, contiene talvolta una doppia verità. I nostri giudizi non solo svelano molto dell’uomo che siamo, ma possono rivelarsi anche le parole più adatte perché gli altri ci descrivano a loro volta. soprattutto quando stiamo cercando di comunicare le nostre impressioni più profonde su qualcosa che amiamo. Io stesso ho spesso usato le parole di Lewis per raccontare cosa egli abbia voluto dire per me. Non solo stato il solo. Per lo stesso motivo, nell’introduzione alla ricca raccolta di tributi Remembering C. S. Lewis, James Como lo descrive con le stesse parole che Lewis tributava al suo amato Edmund Spenser: “La sua opera ricorda qualcosa che si sviluppa e cresce, come un albero che abbia i rami in cielo e le radici all’inferno. E in mezzo a questi due estremi c’è tutta la molteplicità dell’esistenza umana. Leggerlo significa crescere in salute mentale.”

Una ricchezza e un piacere cui tutti i suoi lettori,atei, pagani e convertiti, possono attingere. Purché partecipino della sua stessa magnanimità. In un dialogo che può farsi sempre più vero incontro, come ci insegnava l’Hrossa di Malacandra.

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I confini del mondo. Morte e reincarnazione negli inediti di Tolkien https://minimaetmoralia.it/letteratura/confini-del-mondo-morte-reincarnazione-negli-inediti-tolkien/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/confini-del-mondo-morte-reincarnazione-negli-inediti-tolkien/#comments Mon, 31 Oct 2016 07:00:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32645 “In tristezza dobbiamo lasciarci, ma non nella disperazione. Guarda! Non siamo vincolati per sempre a ciò che si trova entro i confini del mondo, e aldilà di essi vi è più dei ricordi. Addio!” Con queste parole il re umano Aragorn si accomiata morendo dalla consorte elfica che ha rinunciato all’immortalità per stare con lui e che, per amara ironia, non ha neppure la consolazione di spirare con l’uomo che ama. È molto difficile condensare lo sguardo di un artista in una sua frase o immagine; tuttavia, se dovessi sceglierne una per J. R. R. Tolkien, forse è proprio questa che sceglierei. È vero delle civiltà come delle opere dei singoli, la morte fa parte della definizione della vita, come e forse più della cornice che delimita il quadro. Come scriveva lo storico Huizinga, “nella storia non meno che nella natura la morte e la nascita camminano sempre di pari passo”.

Tolkien ne era intimamente persuaso e nettamente consapevole, tanto che l’esperienza della Morte percorre tutta la produzione come un vero e proprio Leitmotiv. Non è certamente un caso che Il Signore degli Anelli si apra con una poesia che parla dei “mortal men doomed to die” (che pare echeggiare quel “brotoi” omerico che andrebbe tradotto non come “mortali” ma tragicamente, inesorabilmente “morenti”) e si concluda nel cratere di un “Mount Doom”. In una lettera al figlio lontano, notava il paradosso (“divino”, per lui) per cui proprio “il presagio della morte, che fa terminare la vita e pretende da tutti la resa, può conservare e donare realtà ed eterna durata alle relazioni su questa terra che tu cerchi (amore, fedeltà, gioia), e che ogni uomo nel suo cuore desidera.” E in una lettera sulla sua opera, spiegava che “se mi venisse chiesto, direi che il racconto non tratta in realtà del potere e del dominio: due cose che si limitano ad avviare gli avvenimenti; tratta della morte e del desiderio di immortalità”- per poi aggiungere significativamente “che è come dire che il racconto è stato scritto da un uomo!”

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tolkien

Per quanto tempo muore l’uomo?
Che vuol dire per sempre?
Pablo Neruda


Spiravano tranquilli, quasi traslocassero in un’altra isba.
Solzenycyn

“In tristezza dobbiamo lasciarci, ma non nella disperazione. Guarda! Non siamo vincolati per sempre a ciò che si trova entro i confini del mondo, e aldilà di essi vi è più dei ricordi. Addio!” Con queste parole il re umano Aragorn si accomiata morendo dalla consorte elfica che ha rinunciato all’immortalità per stare con lui e che, per amara ironia, non ha neppure la consolazione di spirare con l’uomo che ama. È molto difficile condensare lo sguardo di un artista in una sua frase o immagine; tuttavia, se dovessi sceglierne una per J. R. R. Tolkien, forse è proprio questa che sceglierei. È vero delle civiltà come delle opere dei singoli, la morte fa parte della definizione della vita, come e forse più della cornice che delimita il quadro. Come scriveva lo storico Huizinga, “nella storia non meno che nella natura la morte e la nascita camminano sempre di pari passo”.

Tolkien ne era intimamente persuaso e nettamente consapevole, tanto che l’esperienza della Morte percorre tutta la produzione come un vero e proprio Leitmotiv. Non è certamente un caso che Il Signore degli Anelli si apra con una poesia che parla dei “mortal men doomed to die” (che pare echeggiare quel “brotoi” omerico che andrebbe tradotto non come “mortali” ma tragicamente, inesorabilmente “morenti”) e si concluda nel cratere di un “Mount Doom”. In una lettera al figlio lontano, notava il paradosso (“divino”, per lui) per cui proprio “il presagio della morte, che fa terminare la vita e pretende da tutti la resa, può conservare e donare realtà ed eterna durata alle relazioni su questa terra che tu cerchi (amore, fedeltà, gioia), e che ogni uomo nel suo cuore desidera.” E in una lettera sulla sua opera, spiegava che “se mi venisse chiesto, direi che il racconto non tratta in realtà del potere e del dominio: due cose che si limitano ad avviare gli avvenimenti; tratta della morte e del desiderio di immortalità”- per poi aggiungere significativamente “che è come dire che il racconto è stato scritto da un uomo!”

Una delle più importanti studiose tolkieniane, Veryl Fleiger, ha a sua volta sintetizzato Il Signore degli Anelli come un libro imperniato sul dilemma se lasciare andare le cose o no. La morte definisce il nostro rapporto con noi stessi, il nostro corpo, con il mondo e con gli altri, ed è una delle più potenti conquiste tolkieniane quella di aver affiancato, al dibattersi perenne degli uomini sotto il giogo (o il dono?) della mortalità, un rapporto diverso con “i confini del mondo”, quello di quelli che nel medioevo venivano chiamati i Longaevi, gli Elfi immortali, il cui accidentale e violento decesso comporta invece la reincarnazione. Ogni creazione dello spirito umano è uno specchio nel quale decidiamo di scorgere il meglio o il peggio di quanto è già dentro di noi, dagli angeli agli orchi, dai nani ai vampiri. Bellezza, ferocia, maestria ctonia, sono tutte facce del nostro stesso prisma.

Un altro elemento di cui Tolkien era ben consapevole: “elfi e uomini sono solamente due diversi aspetti dell’umanità, e rappresentano il problema della morte così come viene vista da persone finite ma consapevoli e di buona volontà. In questo mondo mitologico elfi e uomini sono affini nelle loro forme incarnate, ma nel rapporto dei loro spiriti con il mondo rappresentano esperimenti diversi, ognuno dei quali ha il suo naturale sviluppo e le sue debolezze. Gli elfi rappresentano l’aspetto artistico, estetico e puramente scientifico della natura umana ad un livello più elevato di quanto non si possa in realtà trovare negli uomini. Cioè: hanno un amore infinito nei confronti del mondo fisico, e il desiderio di osservarlo e di capirlo per la propria e l’altrui salvezza — in quanto realtà derivata da Dio così come loro stessi derivano da Lui — e non come materiale che può essere utilizzato per acquistare potere. Essi possiedono anche elevate capacità artistiche o «subcreative». Sono inoltre immortali. Non «per l’eternità», ma all’interno del mondo creato, finché questo dura. Se uccisi, perché la loro forma incarnata viene ferita o distrutta, non sfuggono al tempo, ma rimangono nel mondo, benché disincarnati, oppure rinascono.” Ciò tuttavia costituisce quello che l’autore stesso, in un appunto, focalizza come un “dilemma: sembra un elemento essenziale per i racconti, ma come la si realizza? 1) Rinascita? 2) O ricostruzione di un corpo imitato equivalente (quando quello originale è stato distrutto)? O entrambe?”

Ed è su questo interrogativo che si incentrano gli inediti preziosamente tradotti e curati da Roberto Arduini e Claudio Testi ne La reincarnazione degli Elfi e altri scritti, nuovo volume della loro collana “Tolkien e dintorni” per Marietti (chapeau!), corredato da un ricco e dettagliato saggio di Michael Devaux. Vi si scovano vere e proprie gemme elfiche, come la possibilità che la terra benedetta dei Valar, dopo una catastrofe atlantidea, sia diventata un luogo che conosciamo molto bene -“Ora credo [che sia] meglio che essa rimanga una massa continentale fisica (l’America!). Essa diverrebbe semplicemente una terra comune, un’aggiunta alla Terra di Mezzo [che è] la massa continentale euro-afro-asiatica. Flora e fauna (anche se diverse in alcuni [elementi] da quelle della Terra di Mezzo[)] diverrebbero comuni animali e piante con le consuete caratteristiche di mortalità.” Ma non solo. Segno tipico dei grandissimi, quasi una cartina di tornasole, è che persino un frammento della loro opera permette di intuire la potenza immaginativa che la percorre tutta. Anche se (i Valar non vogliano!) ci restasse solo qualche pagina dell’infanzia di Proust, il Farinata di Dante, o la descrizione della madre di Coetzee, il lettore percepirebbe di avere a che fare con lo sguardo di un vero artista, il brandello di un arazzo molto più vasto.

Così è anche della prosa di Tolkien, e questi brevi testi non sono da meno. Ci raccontano la condizione imprevista degli Elfi privati dei loro corpi (“l’essere nudi era contrario alla loro natura. I Morti erano dunque infelici, non solo perché privati dei loro amici ma perché in assenza del corpo non potevano dar corso ad alcun atto né realizzare alcun nuovo progetto. A causa di ciò, molti si richiudevano in sé stessi covando le proprie ferite, ed erano duri da guarire”) e la solenne risposta di Dio: “Che ai privi di casa sia data una casa nuova!” Si tratterebbe dunque di una variazione del Suo piano, un imprevisto che conosce diverse cause: “Nella Musica nota ai Valar la reincarnazione non era prevista poiché si presumeva che gli Elfi non morissero. I Valar tuttavia trovarono presto molti spiriti senza casa radunati a Mandos. Alcune “morti”, ad esempio, probabili anche durante la Grande Marcia (è bene che siano poche). Essi non fecero nulla finché il caso di Míriel [che si consuma nel dare alla luce Feanor, l’artista supremo la cui superbia causerà la caduta degli Elfi] non rese il problema immediatamente urgente, poiché non “comprendevano” i Figli e non era loro competenza o non era loro permesso intromettersi.” Come in altri snodi drammatici della narrazione tolkieniana, anche qui, nella questione della morte e reincarnazione degli Elfi, si intrecciano dunque il male, l’errore, il dolore ma anche, ed è significativo, l’amore. Un amore che può farti compromettere con le cose, i luoghi e le persone, in un modo inaspettato, e che pure viene assunto nel grande arazzo della creazione.

Tra i lettori di Tolkien (specie se cristiani) c’è chi accolse con stupore e persino sconcerto questa alternativa all’unicità e irrepetibilità dell’esistenza terrena. Tolkien obbiettava che “la reincarnazione può ben essere cattiva teologia (sicuramente questo, piuttosto che metafisica) se è applicata all’umanità […]. Ma non capisco come persino nel Mondo Primario un teologo o un filosofo, a meno che non siano più informati sui legami tra spirito e corpo di quanto io non creda possibile, possa negare la possibilità della reincarnazione come modo di esistere, prescritta per alcuni tipi di creature razionali incarnate […]. Questa è una legge biologica del mio mondo immaginario.” Il saggio di Michael Devaux ripercorre accuratamente il tema della reincarnazione del mondo greco-romano, celtico e norreno. Del resto, si trattava di una possibilità dibattuta anche nelle prime comunità cristiane. Il C. S. Lewis autore di Narnia e della trilogia di fantascienza teologica, che fu il grande sodale di Tolkien, accenna alla sua volta alla possibilità che esistano molte più combinazioni tra spirito e corpo di quella propria della razza umana.

E fu proprio Lewis a sottolineare, in quella che resta la più bella recensione de Il Signore degli Anelli mai scritta, un tratto dell’incantesimo tolkieniano che si diffonde anche da questi appunti e frammenti: “l’ineluttabile sentore di realtà che percepiamo nella Morte d’Arthur giunge ampliato dal grande peso delle opere di altri uomini, costruite secolo dopo secolo, che sono confluite al suo interno. Il risultato to- talmente nuovo raggiunto dal professor Tolkien è che egli propone a sua volta un simile senso di realtà senza alcun aiuto…Non soddisfatto di creare la sua storia, egli crea, con una prodigalità che ha dell’insolente, l’intero mondo nel quale essa deve svolgersi, con la propria teologia, miti, geografia, storia, paleografia, lingue, e forme di vita, un mondo «pieno zeppo di strane creature». I nomi, da soli, solo un banchetto regale, ora fragranti di quiete campagnola (Pietraforata, Decumano Sud), ora nobili e regali (Boromir, Faramir, Elendil), disgustosi come Sméagol, che è anche Gollum, ora contratti nella forza malefica di Barad-dûr o Gorgoroth; ancora, i migliori di tutti (Lothlórien, Gilthoniel, Galadriel) sono quelli che incarnano quella penetrante, alta elfica bellezza che nessun altro scrittore di prosa ha colto così tanto.” Di Tolkien si può ben dire quanto egli stessi elogiava del potere del linguaggio in generale: “La lingua ha rafforzato l’immaginazione, e al tempo stesso l’immaginazione ha reso libera la lingua.”

Nello sfogliare questi inediti, pare infatti di ripercorrere un autentico Talmud elfico, dove le più sottili distinzioni indicano questioni conoscitive e immaginative amplissime, e dove i dettagli sbocciano improvvisamente in intuizioni profonde sul rapporto tra l’anima e il corpo, il mondo e la sua comprensione in un disegno intellegibile, lo sguardo dell’artista e la propria opera: “Quanto alle opere d’arte o artigianato, queste rassomigliano a cose dotate di vita corporea nel fatto di avere un aspetto che non appartiene al materiale utilizzato nella loro corporeità. Quest’aspetto, tuttavia, vive (per così dire) solo nella mente del loro autore. Non è parte di Arda (o di Ëa) indipendentemente da quella mente, e invero può essere riconosciuto come “aspetto” solo da quella mente o da altre di specie simile. Chi non ha mai avuto bisogno o pensato a un bastone potrebbe, nel vederne uno, non distinguerlo da un qualsivoglia casuale pezzo di legno. Nelle opere d’arte o artigianato, persino quando il loro scopo è sconosciuto, gli Incarnati, nella maggioranza dei casi, riconoscono, o credono di riconoscere (potendo essere ingannati dai casi di Arda), il tocco mirato delle mani che hanno dato loro forma. Questo tuttavia accade perché essi stessi sono menti simili e hanno esperienza in sé stessi di quel modo di dar forma…Allo stesso modo uno può partire per un viaggio e, mentre è via, il fulmine può cadere e distruggergli la casa; se tuttavia egli  ha amici di sottile abilità, che, mentre lui è via, ricostruiscono la casa e tutte le sue pertinenze che erano state distrutte dando loro esattamente lo stesso aspetto, egli tornerebbe a questa casa e la chiamerebbe la sua, e continuerebbe a vivervi come prima.”

È un’altra delle grandi intuizioni sottesa a tutta l’opera di Tolkien: viviamo in un universo artistico, un universo di artisti, dal Dio creatore, ai cori dei Valar, fino agli orafi elfici, agli artigiani nani e all’Hobbit scrittore Bilbo Baggins. Un mondo la cui trama di patti speziali (per dirla con Dante) è comprensibile solo in una dimensione creativa. Nel bene e nel male. C’è anche infatti l’involuta possessività del suo “Satana”, Melkor, che al pari del Demonio dantesco si fa sempre più materia opaca e pesante: “Furono la gelosia nei confronti di Manwë e il desiderio di dominare gli Eruhín a renderlo pazzo. Fu la materia stessa di Arda che egli corruppe. Le Stelle (o la maggior parte di esse) non furono colpite. Egli divenne sempre più incapace di districarsi e fuggire nell’immensità di Ëa, divenendo sempre più fisicamente coinvolto in essa.” È l’intuizione agostiniana per cui si diventa sempre ciò che si ama e come lo si ama: “Talis est quisque qualis eius dilectio est. Terram diligis? Terra eris.”

Anche da questi pochi accenni si può ben intuire il peso e il sentore inesorabile delle cose vere che percorre anche questi testi tolkieniani. Ancora una volta, come tutta la sua produzione. Anche questo lo aveva già notato Lewis, mettendo subito a fuoco quello che molti più confusamente intuiscono quando affermano che, a differenza di altri fantasy, Il Signore degli Anelli sembra davvero un libro di storia: “si ha, infatti, la spiacevole sensazione che i mondi del Furioso o The Water of the Wondrous Isles non esistessero affatto prima che il sipario si alzasse. Ma nel mondo tolkieniano puoi difficilmente muovere i tuoi passi in qualsiasi direzione da Esgaroth a Forlin- don o tra l’Ered Mithrin e Khand senza scuotere la polvere del- la Storia. Il nostro stesso mondo, eccettuati certi rari momenti, difficilmente si mostra così gravato dal peso del suo passato. Questo è un elemento dello struggimento che i personaggi patiscono. Ma commista allo struggimento giunge anche una strana esaltazione. Essi sono al contempo abbattuti e sostenuti dalla memoria di svanite civiltà e dello splendore perduto.  Sono sopravvissuti alla Seconda e alla Terza Era: il vino della vita da allora ha continuato a scorrere per lungo tempo.

Mentre leggiamo ci scopriamo a condividere il loro fardello; quando abbiamo finito, torniamo alla nostra vita non riposati ma fortificati.” Lo siamo anche nel leggere che quando si ha che fare con realtà come specie, famiglie o discendenze, “gli Uomini assimilano spesso queste cose ad Alberi con rami; gli Eldar, invece, li assimilano piuttosto a Fiumi, che procedono da una sorgente verso il loro sbocco al Mare.” È poco più d’una frase, eppure eccoci avvertire le generazioni passate crescere o scorrere, ed entrambe le immagini restano dentro di noi.

A questo livello dell’esperienza artistica, non importa affatto che si creda a una qualche sopravvivenza dopo la morte oppure no. Tutto ciò agisce a un livello che non è quello della sottoscrizione ideologica, intellettuale o fideistica. È una dei doni più struggenti dell’immaginazione. Come in uno specchio, torniamo a guardare quanto già siamo o abbiamo, con occhi diversi. Nessuno che abbia letto Tolkien camminerà mai più in un bosco nello stesso modo; chi legga questi suoi appunti sulla fiamma dell’anima e la casa della carne, potrà a sua volta sorprendersi a fissare la propria mano o spiare il momento di addormentarsi (quando il corpo ci sfugge, come scriveva Auden) con stupore rinnovato. “La morte e la nascita camminano sempre di pari passo”, abbiamo già citato. In ogni frase del vecchio bardo di Oxford è proprio quel misterioso confine “che esige da tutti la resa” a starci sempre davanti, rendendo il nostro rapporto col mondo, con le sue gioie e strazi, i suoi amori e i suoi dolori, con ciò che dobbiamo imparare a lasciare e ciò a cui vorremmo ritornare, così intenso.

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Figurine mondiali, seconda parte https://minimaetmoralia.it/scrittura/figurine-mondiali-seconda-parte/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/figurine-mondiali-seconda-parte/#respond Mon, 11 Aug 2014 08:08:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22635 Di recente Luca Ricci ha curato per Radio 3 un ciclo di puntate intitolato Figurine mondiali, affidando a dieci scrittori italiani il compito di ridefinire alcune parole basilari del calcio. Pubblichiamo la seconda parte di questo Sillabario e, come contenuto extra, un racconto di Antonella Lattanzi; qui la prima parte. 

Gaia Manzini
Tifo

Nella mia vita, la parola tifo ha sempre avuto un significato ambiguo.

La prima persona a cui ho sentito parlare di tifo è stata mia nonna Valdina.

Camminavamo per il Parco Sempione un pomeriggio d’estate; io avevo cinque anni. Non appena vidi una fontanella, mi ci avventai liberando la mia mano dalla sua.

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la-mano-de-dios

Di recente Luca Ricci ha curato per Radio 3 un ciclo di puntate intitolato Figurine mondiali, affidando a dieci scrittori italiani il compito di ridefinire alcune parole basilari del calcio. Pubblichiamo la seconda parte di questo Sillabario e, come contenuto extra, un racconto di Antonella Lattanziqui la prima parte. 

Gaia Manzini
Tifo

Nella mia vita, la parola tifo ha sempre avuto un significato ambiguo.

La prima persona a cui ho sentito parlare di tifo è stata mia nonna Valdina.

Camminavamo per il Parco Sempione un pomeriggio d’estate; io avevo cinque anni. Non appena vidi una fontanella, mi ci avventai liberando la mia mano dalla sua.

“E non bere che se no ti viene il tifo!” Esclamò nonna Valdina.

Alle elementari ci si chiedeva sempre: “Ma tu a che squadra tieni?”.

Io allora tenevo alle Juventus perché bianco-nero mi sembrava una bella accoppiata di colori. E poi anche perché INTERISTI CACCONI era la scritta che campeggiava sul muro del mio condominio in via Correggio. Così, per un cortocircuito tra la scatologia della scritta e una certa assonanza, schifosi e tifosi per un po’ ebbero lo steso significato. Fare tifo era fare schifo. Quindi io tenevo alla Juve. La Juve era la mia squadra del cuore. Non mi sarei mai azzardata a dire che ero una tifosa, cosa che tra l’altro avrebbe pure spaventato a morte nonna Valdina.

Il tifo l’ho rincontrato in terza media.

Raffaella Lombardini raccontava sempre di un libro che le aveva dato la sorella più grande. Parlava di una città presa dal torpore, una città intera che aveva la febbre. A noi compagne sembrava un’immagine potentissima.

“Ma che libro è?” Chiese la più spavalda. Raffaella Lombardini rispose altezzosa: “Il tifo di Camus”.

Dal liceo in poi, tutto invece sembra prendere contorni più netti.

Mi do più seriamente alla lettura. La lettura è generosa di rivelazioni che non riguardano solo Camus. Per esempio, mi accorgo che il dottor Faust sarebbe il primo da invitare a una festa e se Emma Bovary diventasse un’assennata casalinga dedita al tiramisù, per me sarebbe una catastrofe.

Insomma, nonostante tutto, faccio il tifo per loro con esultanza da ultrà.

È un tipo di tifo che mi fa sentire più libera, buttata in una vita più complessa e ampia della mia.

All’università, tre amici mi accompagnano all’esame di latino. “Signorina, si è portata dietro il tifo?” Chiede il professore. Io rispondo di sì, orgogliosa, vibrante d’energia. Il tifo non ha più solo a che fare con lettura e libertà, ma pure con l’amicizia.

E così l’ambiguità della parola sembra essere risolta.

Poi, invece, il giorno del mio matrimonio, prima di entrare in comune, mia zia mi prende da parte e come se dovessi scendere in campo, mi fa: “Mi raccomando, io faccio il tifo per te.”

Antonio Pascale
Cross

Tecnicamente parlando, il cross è un passaggio eseguito da un giocatore che occupa le fasce esterne o la trequarti del campo (quindi un terzino o un’ ala). L’obiettivo di chi crossa è a) sollevare la palla da terra b) indirizzarla o verso i pali o verso il centro della porta- nel tentativo di incrociare una punta, da qui cross: incrocio.

Affinché la palla attraversi il campo disegnando un arco e, appunto, incroci una punta sono indispensabili visione di gioco e precisione, e naturalmente fortuna.  Il cross è comunque spesso causa di repentini e velocissimi, inaspettati, dal punto di vista narrativo, affascinanti, imprevedibili mutamenti di fronte.

Basta ricordare, per esempio, la partita della lega pro Inglese (la nostra seria b) Watford vs Leicester city. Domenica, 12 maggio, 2013. Spareggio per i play off . Se il Watford vince passa il turno, se pareggia passa il Leicester. Il Watford sta vincendo 2 a 1 ma al 96 minuto viene assegnato un rigore al Leicester.  Se il giocatore Anthony Knockaert dovesse segnare passerebbe il Leicester.

Pausa: Knockaert (che è mancino) tira ma il portiere Almunia respinge. Confusione in aria, Knockaert ci riprova, ma niente da fare. Il Watford avvia il contropiede e in pochi secondi concitatissimi, velocissimi, la squadra supera la trequarti. A questo punto Fernando Forestieri dalla fascia destra, dal limite dell’aria fa partire un cross. Il pallone disegna un arco e termina sul lato sinistro della porta. Qui c’è Hoog, che mette il pallone in mezzo e Denney che sopraggiunge segna al volo: 3 a 1.

Il cross quindi è un modo per unire velocemente due punti del campo distanti. La palla, cioè, l’informazione, sollevandosi da terra, supera gli ostacoli fisici e mette in comunicazione soggetti differenti. Il cross può ricombinare gli elementi in campo.

Naturalmente esistono varie derivazioni da questa parola, moto cross, ciclo cross, ma io preferisco crossing over.

Il crossing over indica un affascinante fenomeno che avviene durate la profase 1 della meiosi. I cromosomi omologhi, poco prima di separarsi in cellule figlie, si appaiono, ecco in questo momento i bracci dei cromosomi omologhi si incrociano, cioè si scambiano materiale genetico L’informazione genetica viene quindi ricombinata e tutto ciò è fonte di nuova e necessaria variabilità.

Se non ci fossero scambi genetici, se le informazioni non si combinassero in nuove forme, molto probabilmente avremmo meno possibilità di superare le sfide ambientali.

Per superare le sfide in campo e nella vita è necessario contaminarsi, incrociare, linguaggi diversi, strumenti diversi, integrare le soluzioni, insomma gettare ponti culturali tra singole isole, che altrimenti sarebbero troppo distanti, sole, autistiche,incapaci di comunicare.

Rossella Milone
Calcio d’angolo

Appena chiuse lo sportello dell’auto, la donna sentì un fischio alle sue spalle: “Shsh. Stai zitta, per favore.”

Era la ragazzina del suo pianerottolo, la figlia dell’infermiera che ogni tanto andava a fare le siringhe agli inquilini del palazzo. Quando qualcuno la chiamava, la ragazzina seguiva la madre con il broncio e la borsa di cuoio con le siringhe, il laccio, l’ovatta. Quando l’infermiera s’infilava nelle case degli altri, la ragazzina restava ogni volta in disparte, taciturna, come incurvata da un peso. Una sera l’infermiera finì pure in casa della donna per via di certe contrazioni all’addome. Le aveva appoggiato una mano sulla fronte mentre la figlia aveva afferrato la siringa dalla borsa. Sempre nell’angolo, infilata come uno scarafaggio tra il balcone e l’armadio – immobilizzata. La donna si mise a fissare la ragazzina senza darle scampo, mentre l’infermiera le bucava la pelle. Le cercò gli occhi tra i capelli che le coprivano il viso; fissò quelle cavità violette già piene di ombre, già turbolente, affaticate da un gioco che la impegnava molto. La vita. Le siringhe. La pelle dei malati. Quel gesto che ogni volta faceva sua madre – di spingere un ago nel corpo degli sconosciuti – le dava il senso di una violazione che la tormentava. Era questo a metterla ogni volta nell’angolo. A tenerla ferma come un insetto sulla schiena.

Allora quando la ragazzina le disse: “Stai zitta, per favore”, la donna decise di non prendere le buste della spesa dal cofano, per non fare altro rumore. La ragazzina era appollaiata tra il muro del garage e i bidoni dell’immondizia, nell’angolo che dava sui giardinetti. In quel momento stava passando un tipo con un cane al guinzaglio, e la donna vide la coda scivolare sul viso della ragazzina per un attimo. Lei non si scompose. Concentrata, guardava la piazza del parcheggio inclinandosi di tanto in tanto, con lo sguardo lungo rivolto al ragazzino che spaziava tra le macchine, in cerca di altri ragazzini. Un mucchietto era già stato scovato, e restava in attesa di una possibile salvezza, appoggiato ai cofani delle auto. A un tratto il ragazzino si accovacciò a fianco a un camper, saltellò sui due piedi, corse al muro per gridare il nome di un altro stanato.

La donna sentì la ragazzina mormorare: “Sono l’ultima”… Allora si allontanò facendole ciao con le dita. La ragazzina si limitò ad appiattire il corpo contro il muro, per prendere la forma dell’aria. Quando fu in casa, la donna lasciò cadere la borsa sul divano, e subito si recò fuori al balcone che raccoglieva le ultime luci del cielo, le prime della città, delle cucine, dei portoni, dei lampioni sopra al parcheggio. La ragazzina era ancora lì. La donna riusciva a vedere la schiena di lei arcuata,  le mani per terra. Pronta. Il ragazzino la cercava dal lato opposto, con un passo nervosissimo, procedendo verso l’edificio dell’asilo circondato dai portici. Lui lentamente si appoggia a una colonna. Sbircia, tentenna. La rotondità della colonna non lo aiuta. Procede così per tutto il portico girando a vuoto. La ragazzina, invece, è protetta dalle linee rette, dall’angolo che la salva – una tana geometrica che già le ha insegnato a nascondersi dalle persone . Si mette dritta, con le spalle al sicuro aspetta. La donna, a un tratto, da lassù la vede sbucare con i capelli al vento. Correre senza ansia, calciando l’aria, le gambe la testa le braccia che schizzano in avanti. Il ragazzino si volta di soprassalto, arranca con troppa goffaggine. La ragazzina è già lì, la donna la vede; al muro della conta, con gli altri ragazzini che saltellano, e applaudono, e urlano. E se la immagina la voce di lei, gridare sollevata: “Salvi tutti!”

Giordano Meacci
FuoriGioco

Per chiunque sia ossessionato dal calcio, lo viva da atleta o anche, semplicemente, sia pervaso dallo «Spirito di Eupalla» nelle sue frequenti o saltuarie occasioni di “allenatore da divano” (che è poi la pratica sportiva più diffusa), la regola del fuorigioco è una specie di chiave esoterica per stabilire “chi nel calcio c’è e chi non c’è”: come diceva un esaltato Don Camillo al Crocifisso dell’AltarMaggiore. In questo trasformando la regola stessa in una sorta di correlativo oggettivo della cosa regolata.

Essere ‘fuorigioco’ significa in sostanza trovarsi in una porzione di spazio irreale, nel luogo giusto al momento però-sbagliato; dove l’attaccante, di fatto, non può essere attivo e partecipe: significa – da parte del guardalinee – identificare la “Zona” che non esiste ancora, i “Territori” di Stephen King, l’Universo Segreto dentro l’armadio di C. S. Lewis; il Gatto di Schrödingerdel sì e del no in una richiesta di appuntamento a Scarlett Johansson.

La parte esatta di campo in cui un calciatore è prima immediatamente di qua dalla linea dei difensori e poi – in un frammento di tempo, in un secondo fiabesco, nel punto preciso che va da zero a uno in quel passaggio netto che è poi il barlume in cui il girino diventa rana (ed è imprendibile da una ripresa quanto il gol della Mano de Diós) – si trova di là dall’ultimo avversario.

Il tempo che diventa spazio nella fisica dissociata di Star Trek: il fruscìo del teletrasporto che confida nelle diottrie dell’assistente dell’arbitro prima ancora che nello scotch del Signor Scott. Ed ecco che – un passo di danza, un gesto da prestigiatore tanghéro– lo spazio diventa corsa sfrenata o fischio azzerante, gol indimenticabile o beffa eterna del mondo condizionale.

Il fuorigioco è la terra di frontiera incerta e guizzante di quel che può essere: dove le linee del calcio s’incrociano e alle volte lasciano sfilare via l’ombra segaligna e apparentemente innocua di un Paolo Rossi. O di un Inzaghi. I prìncipi del filo del fuorigioco: gli zombi eleganti dell’ombra tra due mondi – il di qua e il di là dalla linea. D’altronde, preso alla lettera, fuori-gioco è anche una negazione del mondo interiore – ch’è poi l’universo che crea-sé stesso-allargandosi dei Maradona, dei Del Piero e dei Totti in reazione.

«Fuori, gioco» presuppone un’interiorità negata; un Sole eterno appeso al filo dei panni delle estati di bambino. Quando il fuorigioco, nei campetti, semplicemente non c’era. Non c’è. E la regola e l’azione coincidono, la sabbia si smuove sporcando le magliette sudate. … … E lì― dopotutto― fuori dal gioco; che altro c’è?

Elena Stancanelli
Rigore 

Rigore è soprattutto rigida e stretta coerenza con le premesse, col metodo stabilito. A rigor di logica, indagine condotta con rigore scientifico, un ragionamento rigoroso, sono tutte espressioni che intendono la nettezza con la quale si arriva esattamente dove si era progettato di arrivare. Dove gli sforzi che abbiamo fatto sapevamo ci avrebbero condotto, se niente fosse andato storto. Il rigore non prevede distrazioni, ripensamenti, cambi di direzione. È rigidità, persino delle membra, fino all’ultima, finale, fissità, il rigormortis. Quando si chiede, si impone, di usare rigore si vuol dire di essere inflessibili, non accettare per nessuna ragione, in cambio di niente, la richiesta di una deviazione. Al contrario, per chiedere clemenza si supplica di attenuare il rigore, di mitigarlo. “Eterno riposo che invoco caldamente ogni giorno non per eroismo ma per il rigore delle pene che io provo”, scrive Leopardi. Persino l’abito, se è di rigore, non può essere evitato. Ineludibile il rigore, perché sta lì davanti nella sua perfetta solidità, senza flessioni, sempre uguale.

Nel calcio, Lo sappiamo, il rigore è la punizione somma, concessa dall’arbitro alla squadra che abbia subito un grave fallo nella propria area. Lo si tira da un punto fisso, il dischetto, che dista 11 metri dalla linea di porta, con l’area completamente sgombra.

Eppure quel rigore, il rigore per antonomasia, è quasi un ossimoro di quanto si è detto. È un tiro, affidato al più affidabile dei calciatori in campo, una sfida tra due uomini, quello che calcia e quello che para. Ma è un tiro, appunto. E senza star qui a dilungarci sul significato della parola tiro, è evidente che un tiro non contiene in sé niente dell’affidabilità di cui abbiamo detto. Nessuna ineluttabilità, nessuna certezza. È piuttosto il contrario: un azzardo, persino uno scherzo. Magari calciando un rigore non si potesse che incorrere in quella immodificabile fissità! Sempre dentro, rigorosamente. Invece il rigore comincia proprio dove tutto il rigore è già compiuto, quando, commesso il fallo, la punizione sia stata assegnata. Sono pochissimi, imprevedibili, istanti. Io, di rigore, chiudo gli occhi.

 

Antonella Lattanzi
Tiro secondo

– Tu lo sai lo spagnolo, no?

– E me lo chiedi.

– Allora me lo traduci?

Stanno stese sull’erba calda, il sole è un piatto di ferro battuto a fuoco, colpo dopo colpo, proprio adesso nel cielo, e loro due sono così giovani.

Paola le passa un foglio.

– Ma è lungo.

– Due righe. Dài, per favore.

Alba sbuffa, stende il foglio sul prato.

– Allora. “Da quale pianeta se…”

– Aspetta, aspetta: la penna.

– Fai presto.

Paola si alza di scatto, corre via sollevando troppo i talloni, inciampa, riprende la corsa. Alba guarda gli altri che giocano a calcio, guarda Valerio più di tutti, ha 16 anni, i capelli lunghi sulla nuca, ha ucciso un uomo.

– Ecco, – Paola si risiede con una scivolata sull’erba, il fiatone.

– Però, scusa… Come fa a piacerti uno così? Proprio tu. Quando lo sa tua madre…

– Quando lo sa mia madre le dico: ormai ho 14 anni e prendo tutti 9. Lui si chiama Valerio e farà il calciatore.

– Sì.

– E lei mi dice: hai ragione, te lo sei meritato l’amore, l’amore non ha pregiudizi e confini, brava. Va’ con lui e sii felice.

– Seee.

Alba ride. Ride anche Paola. Guardano Valerio che corre, le ragazze del liceo in visita ai giovani detenuti tentano di star dietro al pallone anche loro, educatori e guardie tutto intorno al campo stanno dritti come soldatini di piombo. Valerio si gira. Paola e Alba alzano la mano all’unisono, rosse in viso salutano.

– Vai, traduci.

– Ma quindi ’sta cosa è un regalo per lui, no?

– Sei furba tu.

Paola le fa saltare il foglio, Alba lo riprende al volo annaspando con le mani nell’aria, ridono ancora.

– Stupida. Allora. “Da quale pianeta sei venu…”

– Oh! Oh! Più piano.

– E va bene, più piano… “Da quale pianeta sei venuto per lasciare sulla strada tanti inglesi, perché il Paese sia un pugno chiuso che grida per l’Argentina? Argentina 2 – Inghilterra 0. Diegol, Diegol, Diego Armando Maradona… Grazie Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime, per questo Argentina 2 – Inghilterra 0”.

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Delirio linguistico dell’uomo che odiava sua madre https://minimaetmoralia.it/libri/delirio-linguistico-delluomo-che-odiava-sua-madre/ https://minimaetmoralia.it/libri/delirio-linguistico-delluomo-che-odiava-sua-madre/#comments Thu, 27 Feb 2014 17:28:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18974 Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Modigliani)

Tra lutto e scrittura esiste un legame naturale. Un tentativo di compensazione, in forma di parole, di ciò che abbiamo perduto. Ma non solo. Questo legame può assumere un aspetto ancora più sorprendente. La scrittura desidera il lutto tanto quanto il lutto trova nella scrittura la sua manifestazione più vitale (desiderante, potremmo dire). Nel senso che la scrittura dà la parola a un sentimento che diversamente rimarrebbe laconico; al contempo il lutto, proprio per la sua costitutiva indicibilità è l’agone con cui ogni scrittura desidera cimentarsi.

Da Breve come un sospiro di Anne Philipe a Giorni contati di Lucio Klobas, da Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest fino a Dove lei non è di Roland Barthes e al Diario di un dolore di C.S. Lewis, la letteratura ha raccontato l’esperienza della perdita spesso riducendo al minimo l’impalcatura della finzione a vantaggio di una cronaca minuta della fine. Il denominatore comune di queste scritture – ciò che le accomuna al di là delle differenze stilistiche – è nella maggior parte dei casi lo struggimento sentimentale.

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Modigliani

Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Modigliani)

Tra lutto e scrittura esiste un legame naturale. Un tentativo di compensazione, in forma di parole, di ciò che abbiamo perduto. Ma non solo. Questo legame può assumere un aspetto ancora più sorprendente. La scrittura desidera il lutto tanto quanto il lutto trova nella scrittura la sua manifestazione più vitale (desiderante, potremmo dire). Nel senso che la scrittura dà la parola a un sentimento che diversamente rimarrebbe laconico; al contempo il lutto, proprio per la sua costitutiva indicibilità è l’agone con cui ogni scrittura desidera cimentarsi.

Da Breve come un sospiro di Anne Philipe a Giorni contati di Lucio Klobas, da Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest fino a Dove lei non è di Roland Barthes e al Diario di un dolore di C.S. Lewis, la letteratura ha raccontato l’esperienza della perdita spesso riducendo al minimo l’impalcatura della finzione a vantaggio di una cronaca minuta della fine. Il denominatore comune di queste scritture – ciò che le accomuna al di là delle differenze stilistiche – è nella maggior parte dei casi lo struggimento sentimentale.

Pretendere di evitare strategicamente (persino spietatamente) ogni forma di tenerezza è una tra le ragioni di eccezionalità di Mia madre, musicista, è morta di malattia maligna a mezzanotte, tra martedì e mercoledì, nella metà di maggio mille977, nel mortifero Memorial di Manhattan (Einaudi Stile Libero, traduzione di Fabio Montrasi). L’autore, Louis Wolfson, nasce nel 1931 a New York, frequenta regolarmente le scuole e poi si iscrive a medicina. A quel punto accade qualcosa. Wolfson comincia a rifiutare in modo radicale di esistere all’interno della sua lingua madre, l’inglese. Studiare il russo, il francese il tedesco e l’ebraico chiuso nella sua camera non basta, occorrono provvedimenti più drastici.

Lo strumento che Wolfson si fabbrica per impedire all’inglese di raggiungere le sue orecchie è una radiolina a transistor, sintonizzata su programmi in lingua non inglese, su cui è stato fissato col nastro adesivo la testina di uno stetoscopio. Un protowalkman. Se qualcuno gli rivolge la parola in inglese, Louis – gli auricolari dello stetoscopio conficcati nelle orecchie – aumenta il volume della radiolina. Al degenerare delle sue condizioni, trascorre molto tempo in diversi ospedali psichiatrici, subisce l’elettroshock, evade, è nuovamente ricoverato. Affidato alla tutela della madre, Rose Brooke, nel 1970 pubblica in francese per Gallimard Le Schizo et les langues (con prefazione di Gilles Deleuze), dove descrive il suo «procedimento» di purificazione (un tentativo di smaltimento totale) di quella sostanza patogena che è la lingua inglese. Nel 1977, svincolato alla scomparsa della madre dalla sua tutela, Wolfson va a vivere a Montréal e nel 1984 pubblica, ancora in francese, Ma mère, musicienne, est morte…

Già nel titolo – fluviale, meticoloso, insostenibile rispetto alla norma – si rivela il bisogno maniacale di Wolfson di costringere il mondo a un senso. Aver scorto nella frase che descrive la morte della madre una sequenza allitterativa è per lui – come in Cosmo di Gombrowicz – un modo («teologico-geometrico») per sottomettere il caos, per inventargli una forma collegando tra loro elementi che non possono e non devono restare accidentali. In Mia madre, musicista, è morta… l’altra ossessione riguarda le scommesse. Annotando giorno per giorno, per mesi, la progressione del mesotelioma che divora Rose, Wolfson dedica un’attenzione particolare, meravigliosamente oscena, alle sortite da lui compiute all’ippodromo di Yonkers per giocare ai cavalli. Ogni puntata è il risultato di una sciarada, a modo suo del tutto logica, un campo ulteriore in cui esercitare quel bisogno di pedanteria che sembra essere, in Wolfson, origine, nucleo e meta di ogni cosa.

Nel suo libro, infatti, c’è la chiacchiera, l’impennata ironica, l’invettiva e la facezia, c’è l’analisi e c’è la divagazione, un miscuglio di voci e vocine, fiati che esalano dalle parentesi (tonde quadre graffe) continuando percussivamente a dire e a dirsi. Ma la pedanteria c’è sempre, la pedanteria è metodo, persistendo anche al cospetto delle ultime ore di vita di Rose, quando l’acribia (e a quel punto assistiamo davvero a un piccolo miracolo letterario), tutt’altro che essere una prassi antitetica alla tenerezza si trasforma, per sottrazione, in cura, in premura, in uno sguardo che suo malgrado prende minuziosamente atto della catastrofe. E mentre la madre muore, il sentimento contingente del lutto si salda a qualcosa che Wolfson percepisce come un’aspirazione – o meglio una necessità – universale: la disintegrazione di quell’ignobile corpuscolo che è il pianeta Terra (Wolfson arriverà a scrivere a Jimmy Carter per suggerirgli «la chiave dell’enigma del fenomeno inumano dell’umanità terrestre»: il diritto a non nascere e dunque, essendo inequivocabilmente nati, il diritto alla propria distruzione tramite bomba termonucleare).

Oggi Louis Wolfson – colui il quale ha usato un libro per espatriare dalla propria lingua, un altro per espatriare dalla propria madre, colui per il quale il lutto è tenerezza in forma analitica – ha ottantadue anni. Vive a Porto Rico in un monolocale. Esce poco di casa, parla il meno possibile. Scrive. Nel 2003 ha vinto a una lotteria elettronica due milioni di dollari.

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Doppio Barnes https://minimaetmoralia.it/libri/livelli-di-vita-julian-barnes/ https://minimaetmoralia.it/libri/livelli-di-vita-julian-barnes/#comments Mon, 10 Feb 2014 15:17:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18196 Pubblichiamo due recensioni di Livelli di vita di Julian Barnes (Einaudi) che hanno dei punti in comune: una di Chiara Valerio uscita sull'Unità e una di Francesco Longo uscita su Europa.

di Chiara Valerio

«Nella prima parte della vita, il mondo si divide grossolanamente tra chi ha già fatto sesso e chi no. Più avanti, tra chi ha conosciuto l'amore e chi no. Più tardi ancora - se si è fortunati almeno (o forse sfortunati, in realtà) - si divide tra chi ha vissuto il dolore e chi no. Si tratta di differenze assolute; di tropici che attraversiamo». Livelli di vita di Julian Barnes racconta la storia di un incontro d'amore, in tre passi. Il primo è un innamoramento, e gli innamoramenti - che sono tutti uguali -, consentono di raccontare le proprie passioni e i propri colpi di testa o di reni attraverso quelli degli altri, e così, Barnes comincia con Fred Burnaby, colonnello e viaggiatore e Sarah Bernhard, attrice e attrice. «Di lí a poco venne a piovere; l'attrice, famosa per la figura snella, rassicurò i presenti dicendo di essere troppo sottile per temere la pioggia; sarebbe semplicemente passata fra una goccia e l'altra». Inoltre, il colonnello Burnaby ha il volo e Sarah Bernhard il desiderio di volare, e dunque il principio di seduzione, la scintilla, è il dare che seduce chi riceve, anche se non voleranno mai.

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Pubblichiamo due recensioni di Livelli di vita di Julian Barnes (Einaudi) che hanno dei punti in comune: una di Chiara Valerio uscita sull’Unità e una di Francesco Longo uscita su Europa. (Fonte immagine)

di Chiara Valerio

«Nella prima parte della vita, il mondo si divide grossolanamente tra chi ha già fatto sesso e chi no. Più avanti, tra chi ha conosciuto l’amore e chi no. Più tardi ancora – se si è fortunati almeno (o forse sfortunati, in realtà) – si divide tra chi ha vissuto il dolore e chi no. Si tratta di differenze assolute; di tropici che attraversiamo». Livelli di vita di Julian Barnes racconta la storia di un incontro d’amore, in tre passi. Il primo è un innamoramento, e gli innamoramenti – che sono tutti uguali -, consentono di raccontare le proprie passioni e i propri colpi di testa o di reni attraverso quelli degli altri, e così, Barnes comincia con Fred Burnaby, colonnello e viaggiatore e Sarah Bernhard, attrice e attrice. «Di lí a poco venne a piovere; l’attrice, famosa per la figura snella, rassicurò i presenti dicendo di essere troppo sottile per temere la pioggia; sarebbe semplicemente passata fra una goccia e l’altra». Inoltre, il colonnello Burnaby ha il volo e Sarah Bernhard il desiderio di volare, e dunque il principio di seduzione, la scintilla, è il dare che seduce chi riceve, anche se non voleranno mai.

Il secondo passo di un incontro d’amore, che pure può essere raccontato per generali astratti e per vicariato – la propria storia attraverso la storia di un altro -, è quello in cui, sapendosi capaci d’innamoramento, si torna indietro, a sé stessi, almeno un poco, e ci si dedica a rinvigorire quelle passioni solitarie che, una volta solidificate e reificate, acuiscono lo sguardo sull’oggetto d’amore, e dunque, nel secondo pannello Barnes racconta la storia di Felix Tournachon, più noto come Nadar, della sua grazia e tecnica fotografica e del suo matrimonio. La Moneta del sogno, con la quale Barnes incerniera i pannelli, mostra su una faccia Sarah Bernhard musa e modella di Nadar e sull’altra il volo. «Metti insieme due persone che insieme non sono mai state; a volte il mondo cambia e a volte no. Può darsi che si schiantino e prendano fuoco, o che prendano fuoco e si schiantino. Ma a volte, invece, ne nasce qualcosa di nuovo, e allora il mondo cambia. Insieme, in quel primo momento esaltante, con quella sensazione esplosiva di ascesa, esse sono più grandi dei loro sé individuali. Insieme, vedono più lontano, più chiaro».

Il terzo passo della storia di un incontro d’amore (possibile), che nasce e si alimenta di una quotidianità, in fondo mai negata o disprezzata, è un salto, è un particolare concreto, non può essere compiuto mimando o evocando passi di altri, non può essere vicario, non può essere condiviso, non è mai esemplare e, soprattutto, è un passo di cui è impossibile serbare memoria. Se il tempo si riavvolgesse, arrivati allo stesso punto, si sarebbe comunque e di nuovo impreparati. Il terzo passo è il dolore, la morte dell’essere amato. «Guardatevi intorno e vedrete quante persone ricavino danni emotivi irreparabili dalla semplice vita di tutti i giorni».

Nel terzo pannello Julian Barnes, con una scrittura secca, esatta, cronometrica, resa scandita pure in italiano dalla traduzione di Susanna Basso, racconta l’impossibilità di accettare e consumare la morte della moglie, l’essere amato – determinativo, singolare – con i dolori e i libri degli altri, i dolori propri e i libri propri. Nella terza parte Barnes esplicita ciò che Simone Weil definiva «il limite dell’amore umano» e cioè impedire che l’essere amato muoia. È un racconto che mai cede al sentimentalismo, perché essendo morto l’amato, non c’è spazio narrante né per la tragedia né per l’elegia, e mai cede all’epica, perché essendo morto l’amato, il tempo è collassato al presente indicativo dello stare al mondo. La Moneta del sogno che incerniera questi due pannelli, mostra su una faccia l’amore e sull’altra l’amore morto, il dolore.

Ma l’incredibile, inquieta, soluzione sopravvivente di Julian Barnes è la memoria degli altri. Quegli estranei che non possono mai conoscere la verità di una coppia e che, improvvisamente, ritrovano una specifica funzione evocativa. Un collega, il postino, un vicino di casa, un amico accanto in una cena rumorosa che, ricordando un particolare, consente, a chi si ostina a discutere con l’ombra ed enumera e nomina perché l’ombra sia antropomorfa, credibile e affettiva, la definizione di un lineamento o di un tono di voce dell’amato. Gli amici immaginari di chi ha attraversato il tropico del dolore sono i morti. Ed è giusto, e anche buono, se l’amore, come tutti sappiamo, è l’unico principio di realtà ammissibile. «Io però sono convinto che il lutto sia il luogo dove le statistiche sono destinate a fallire». «I dati che abbiamo concordato – scrisse Auden alla morte di Yeats – sono che quella della sua morte fu una giornata livida e fredda».

***

di Francesco Longo

«Ogni amore è in gran parte afflizione», scriveva Marilynne Robinson in The Death of Adam. «Ogni storia d’amore è potenzialmente una storia di sofferenza», precisa ora Julian Barnes nel suo ultimo romanzo, Livelli di vita (Einaudi, pp. 128 euro 16,50). Afflizione e sofferenza saranno anche inevitabili nelle storie d’amore – forse persino nelle più felici – ma di certo si manifestano nella loro fase più acuta quando la persona amata muore.

È questo particolare tipo di lutto che viene affrontato nel libro di Barnes, più o meno metaforicamente. Per oltre metà del testo, infatti, non si parla di morte ma di aerostati, dei primi coraggiosissimi pionieri delle nuvole, e in generale della sfida che nell’800 l’aeronautica rivolse al cielo. L’aspirazione umana a elevarsi verso l’alto è stata considerata, dalla Torre di Babele in poi, un affronto a chi il Cielo lo abita (il creatore), finché arrivò l’aeronautica che «estinse il peccato dell’altezza».

I protagonisti del libro sono Fred Burnaby (colonnello ed esploratore) e Sarah Bernhardt (considerata l’attrice più famosa del momento). «Madame Sarah, io verrei a trovarvi con ogni mezzo di trasporto noto a ancora ignoto, che voi foste a Parigi come a Timbuctù», le dice ad un certo punto Fred. Fred «dovette ammettere di essere per metà confuso e per tre quarti, probabilmente, innamorato». Inizia la loro storia d’amore. Sarah, però, confessa presto di non essere «fatta per la felicità».  E per dissuadere Fred dal costruire progetti sulla loro vita insieme, pur ricambiandone la passione, mette le cose in chiaro: «Dovete ricordare una cosa, proseguì Sarah. – Io non mi sposerò mai».

La seconda parte del libro è invece scritta in prima persona e racconta la storia del narratore (proprio Barnes) in seguito alla morte della moglie. È evidente che qui diventa letterale ciò che nella prima parte era figurato: l’amore e la morte si alimentano della stessa tensione che c’è tra l’elevarsi e il rischio di precipitare. In una delle tante frasi emblematiche, si legge proprio che quando l’amato muore «ti senti come se fossi precipitato da un’altezza».

C’è tutta una letteratura sul tema del distacco degli amanti, Barnes stesso si appoggia a riferimenti che vanno da Orfeo ed Euridice, fino a Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi. Ma il testo più intenso e misterioso che esplora questo strazio resta Diario di un dolore di C.S. Lewis (Adelphi), perfettamente complementare a Livelli di vita.

Per Barnes infatti la morte è l’ultima parola. Non crede che rivedrà mai la moglie e non crede in Dio. Al contrario, la fede di Lewis, attentata con il lutto, diventa una fede ancora più solida, provata dal fuoco della sofferenza. Barnes scandaglia temi che si intrecciano con quelli di Lewis: l’interrogarsi sulla durata del dolore, la vita solitaria, l’identità da ricostruire. Barnes scrive: «ti chiedi: fino a che punto in questa tempesta di nostalgia è lei a mancarti e non invece la tua vita insieme a lei, o ciò che di lei ti rendeva più te stesso». Lewis scriveva la stessa cosa: «Hai mai saputo, cara, quanto ti sei portata via andandotene? Mi hai spogliato anche del mio passato, anche delle cose che non abbiamo mai conosciuto insieme».

Nel mondo disegnato da Barnes «il dolore è verticale – e vertiginoso» ed esiste anche una precisa frontiera geografica che chi ha subito la morte del compagno della vita oltrepassa: una sorta di linea d’ombra dei sentimenti che l’autore definisce saggiamente come «tropico del dolore».

Anche Lewis si interrogò sul lutto in termini spaziali: «Perché nulla resta “giù”, nel dolore. Si è appena emersi da una fase, che ci si ritrova al punto di partenza. E poi ancora, e ancora. Tutto si ripete. È un girare in tondo, il mio, oppure oso augurarmi che sia una spirale? Ma se è una spirale, sto salendo o scendendo?».

Picchi e precipizi, aerostati, lacrime, ardore, la vita che stenta a ricominciare. Abissi infernali che si riaprono e sempre Euridice che si riaffaccia per tornare a vivere. Ma soprattutto salite e discese: Livelli di vita, li chiama Barnes. Livelli di lettura sono quelli che si trova davanti il lettore di questo libro dal doppio registro. Perché come sempre, la letteratura si rivela qui semplicemente come uno dei livelli della vita, quello che con la sua penetrazione metaforica si spinge a spiegare il senso più intimo, esistenziale. A spiegare Il senso di una fine, per usare il titolo del suo romanzo precedente.

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La perdita della persona amata https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-perdita-della-persona-amata/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-perdita-della-persona-amata/#respond Wed, 12 Dec 2012 09:00:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11953 (Immagine: una scena di Mulholland Drive di David Lynch.)

"Credevo di poter descrivere uno stato, fare una mappa dell'afflizione. Invece l'afflizione si è rivelata non uno stato, ma un processo. Non le serve una mappa ma una storia, e se non smetto di scrivere questa storia in un punto del tutto arbitrario, non vedo per quale motivo dovrei mai smettere. Ogni giorno c'è qualche novità da registrare. Il dolore di un lutto è come una lunga valle, una valle tortuosa dove qualsiasi curva può rivelare un paesaggio affatto nuovo. Come ho già notato, ciò non accade con tutte le curve. A volte la sorpresa è di segno opposto: ti trovi di fronte lo stesso paesaggio che pensavi di esserti lasciato alle spalle chilometri prima. È allora che ti chiedi se per caso la valle non sia una trincea circolare. Ma no. Ci sono, è vero, ritorni parziali, ma la sequenza non si ripete".

da C.S. Lewis, Diario di un dolore

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(Immagine: una scena di Mulholland Drive di David Lynch.)

“Credevo di poter descrivere uno stato, fare una mappa dell’afflizione. Invece l’afflizione si è rivelata non uno stato, ma un processo. Non le serve una mappa ma una storia, e se non smetto di scrivere questa storia in un punto del tutto arbitrario, non vedo per quale motivo dovrei mai smettere. Ogni giorno c’è qualche novità da registrare. Il dolore di un lutto è come una lunga valle, una valle tortuosa dove qualsiasi curva può rivelare un paesaggio affatto nuovo. Come ho già notato, ciò non accade con tutte le curve. A volte la sorpresa è di segno opposto: ti trovi di fronte lo stesso paesaggio che pensavi di esserti lasciato alle spalle chilometri prima. È allora che ti chiedi se per caso la valle non sia una trincea circolare. Ma no. Ci sono, è vero, ritorni parziali, ma la sequenza non si ripete”.

da C.S. Lewis, Diario di un dolore

C’è una malinconica verità, generica quanto reale e piena di eccezioni che ovviamente la confermano, per cui gli scrittori italiani conoscono poco il teatro contemporaneo e allo stesso modo i teatranti italiani leggono poco la letteratura contemporanea. Ma poi magari accade che in un’occasione qualunque ci si parli, e si scopra che gli autori più interessanti, più innovativi sulla scena o sulla pagina stanno da anni lavorando in direzioni parallele, o convergenti. Quando questo succede, si capisce da subito che non sarebbe per nulla difficile generare un circolo virtuoso, e mantenerlo vivo.

In un modo semplice ma piuttosto inedito, sei scrittori e sei compagnie teatrali sono invitate a ragionare insieme sul tema della perdita: a partire dai loro ultimi progetti (recenti o futuri), dai modelli che li accompagnano, dalle questioni stilistiche, dal senso che ha il proprio ruolo sociale e politico.

Allora accade che giovedì prossimo, Sandro Veronesi e Nicola Lagioia proveranno a dialogare in questa specie di conferenza-spettacolo con Veronica Cruciani e le compagnie Santasangre e Mutaimago sul tema della perdita della persona amata.

Il tutto comincerà alle 19 e 30, al Teatro India, a Roma.

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