calcio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/calcio/ un blog di approfondimento culturale Wed, 14 May 2025 08:55:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg calcio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/calcio/ 32 32 La vita è imperfezione: su “Il destino di un bomber” Andrea Carnevale e Giuseppe Sansonna https://minimaetmoralia.it/sport/la-vita-e-imperfezione-su-il-destino-di-un-bomber-andrea-carnevale-e-giuseppe-sansonna/ https://minimaetmoralia.it/sport/la-vita-e-imperfezione-su-il-destino-di-un-bomber-andrea-carnevale-e-giuseppe-sansonna/#respond Wed, 14 May 2025 08:55:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=55130 Basterebbe osservare il suo comportamento dopo la conquista del primo, storico Scudetto napoletano del 1987 per comprendere che Andrea Carnevale è un personaggio stratificato, lontano dalla bidimensionalità del calciatore che si esaurisce negli insulsi automatismi di un’intervista.

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di Pierfrancesco Trocchi

Basterebbe osservare il suo comportamento dopo la conquista del primo, storico Scudetto napoletano del 1987 per comprendere che Andrea Carnevale è un personaggio stratificato, lontano dalla bidimensionalità del calciatore che si esaurisce negli insulsi automatismi di un’intervista. Mentre i compagni delirano, Andrea è «assorto a specchiarsi nella sua compostezza». Vorrebbe andarsene dal Napoli: cerca garanzie di titolarità, desidera essere apprezzato per quello che è, senza sfibrarsi in continue sgomitate. Resterà, lotterà ancora, perché, ama quel gusto di vita che gli resta attaccato al palato alla fine della giornata, quello della gioia di esistere ancora e nonostante tutto. Ciò che Andrea non negozierà mai sono i propri spazi, visibili e invisibili. Proprio come il suo fratello di esaltazioni e malinconie, Diego Armando Maradona. Carnevale è un veltro insaziabile sul campo, si fa bruciare dal sole e assordare dal San Paolo senza mai perdere la forza delle gambe. Di Napoli, però, «preferisce il versante in ombra, certe quieti notturne e le note struggenti delle melodie classiche, o del rivoluzionario Pino Daniele». Ci sarà sempre un lato randagio, inafferrabile di Andrea, azzannato nella sua adolescenza da un colpo che avrebbe ridotto la maggior parte di noi a un’ombra incapace di definirsi.

Carnevale ne tratta e si confida in Il destino di un bomber (66thand2nd, 2025) insieme a Giuseppe Sansonna, regista e autore Rai che, dopo Zeman, vivifica un altro dei miti “privati” e generazionali dei calciofili italiani. Grazie a scrittura energica, precisa ed evocativa, emerge con un ordine mai eccessivamente cronachistico – pericolosa intercapedine in cui affondano spesso le biografie degli atleti – la storia prima di tutto di un «ragazzo del Sud», che sa bene come il suo fato sia quello di lottare. Ha iniziato a farlo, Andrea, fin dall’infanzia, quando nella sua Monte San Biagio, «terra scabra, violenta, avventurosa, tra la via Appia e il West» ogni sera assiste alle efferatezze del padre Gaetano contro la madre Filomena. Carnevale trova nel calcio il proprio Lete insieme ai fratelli Enzo e Germano, colpisce il pallone come per cavarne fuori risposte. È però adombrato, parla con i carabinieri che nondimeno respingono le sue denunce. Hanno bisogno di prove, sostengono. Un giorno, al fiume, Gaetano uccide a colpi di accetta Filomena. Allora Andrea, quattordicenne, raccoglie in un contenitore l’acqua insanguinata e lo porta in caserma al maresciallo: «Ecco il sangue che volevi», aggiunge. Malgrado ciò, proverà amore per il padre, tentando di alleviarne la follia. L’incubo finirà soltanto qualche anno più tardi quando Gaetano Carnevale, tornato a casa dopo la detenzione nel manicomio criminale di Aversa, si getterà dal balcone davanti ai propri figli. Per Andrea «il futuro può cominciare».

Allora capiamo che il calcio è molto più di un mestiere. È un’iniziazione, un mezzo e una meta. Grazie al pallone Carnevale conosce il mondo. Conosce la madre di due dei suoi figli, Paola Perego, e tramite il matrimonio con lei esperisce anche l’incomprensione, la solitudine. Conosce gli amici di una vita, come Renica, Maradona e Pierpaolo Marino, che nei primi anni 2000 gli dà una nuova vita a Udine come osservatore dopo un assurdo e infondato arresto per traffico internazionale di droga. Conosce la maturità e l’emancipazione, ma anche lo smarrimento una volta che il pallone si è sgonfiato, facendogli «recuperare a tratti quello stato infantile mai vissuto pienamente» e «pagare tutte le sue ingenuità». Nella sua prosa cinematografica Sansonna non dimentica, al contempo, di illuminare il contributo che, in senso inverso, Andrea ha dato al calcio. Carnevale è stato un grande attaccante capace di trasformare la propria divergenza con il tempismo esistenziale in una testardaggine tremendamente efficace in quei fazzoletti di fato a lui favorevoli, se è vero che, oltre a vestire tra le altre le maglie della sua Roma e dell’Udinese di Zico, a Napoli ha vinto due Scudetti e una Coppa Uefa. Tuttavia, è soltanto in equilibrio sull’apice. Andrea, che ha speso una vita intera a «incidere il suo destino», non riesce a dimenticarne la radice, rivolgendo dopo ogni successo il pensiero «al lutto, a Monte San Biagio, alla tavola imbandita di ogni Natale, la sua gioia più grande». Per tutta la sua carriera continuerà a lottare contro «un’ingiustificata sindrome dell’impostore», che gli deriva da una coscienza critica di sé e del mondo rara nell’universo parallelo del pallone.

Derubricare Il destino di un bomber ad album di ricordi sarebbe un errore di leggerezza. Il libro è soprattutto il racconto di un uomo in dialogo con la vita, alla quale non ha mai negato la parola nemmeno davanti alle sue più gratuite infamie; di un «imperfetto» che è «padre e nonno prezioso», nonché eccellente rabdomante di talenti in quella che è diventata la sua seconda casa, Udine. In una riga, il testo è la testimonianza di un uomo che continua a incidere il proprio destino.

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“Il giro del monto in ottanta stadi” di Vladimir Crescenzo https://minimaetmoralia.it/sport/il-giro-del-monto-in-ottanta-stadi-di-vladimir-crescenzo/ https://minimaetmoralia.it/sport/il-giro-del-monto-in-ottanta-stadi-di-vladimir-crescenzo/#respond Fri, 17 Nov 2023 08:00:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52989 Pubblichiamo, ringraziando l'autore e l'editore Meltemi, l'introduzione e alcune immagini con relative didascalie dal libro di Vladimir Crescenzo "Il giro del mondo in ottanta stadi".

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Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore Meltemi, l’introduzione e alcune immagini con relative didascalie da libro di Vladimir Crescenzo “Il giro del mondo in ottanta stadi”, un itinerario tra alcuni dei luoghi più incredibili del pianeta, campi da gioco in posizioni straordinarie, ma anche racconto del valore sociale e popolare del calcio, del gioco come origine di una memoria collettiva.

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Lo stadio di calcio è un luogo di comunione per eccellenza. Uno spazio nel quale si mescolano tutti gli strati sociali, riuniti per 90 minuti dalla passione per la stessa squadra. È là che si forma la memoria collettiva dei tifosi, costruendo la cultura tipica di ciascun club. L’identità di uno stadio si modella così attorno a uno o più club che vi giocano, ma anche attorno ai tifosi che tornano instancabilmente ad affollarne le gradinate, in cerca di brividi. I social network hanno contribuito a fare di questi stadi degli oggetti culturali a tutto tondo, celebrando, con il contributo di milioni di internauti, la bellezza di queste arene dei tempi moderni. Va preso atto della tendenza alla rapida modernizzazione di questi contenitori. È innanzitutto di questi impianti rinnovati che mi hanno parlato, quando ho accennato al progetto di realizzare un lavoro sugli stadi più belli del pianeta. Lo Stadio Mercedes-Benz di Atlanta, all’avanguardia della tecnologia, è tornato di frequente nelle discussioni avute sul tema. Ma la bellezza di uno stadio è riducibile alla modernità delle sue strutture? Sembra non possa essere tale il criterio determinante, al contrario. La ricerca dell’ultra tecnologico è in primo luogo un nuovo strumento di entrate per i club, dopo essersi lanciati nel business del marketing. Arrivando a ripensare radicalmente il modo in cui si vivono i 90 minuti trascorsi sulle gradinate, all’insegna della “esperienza spettatore”.

La posta in gioco è in effetti alta per i club, impegnati a sedurre un nuovo pubblico e a spingere quelli che vedono a volte come “consumatori” a spendere sempre di più. A rischio di sostituire i tifosi con degli spettatori disposti a sborsare prezzi non di rado elevati per un posto, ma estasiati dalla possibilità di farsi recapitare un sandwich durante la partita senza doversi nemmeno alzare. Nonché di trasformare in un tempio del consumo quello che per certi versi potrebbe essere quasi definito un luogo di culto. Del resto il terreno era stato preparato in tal senso. Basti guardare all’Inghilterra, dove la gentrificazione degli stadi ne ha espulso le classi popolari, o alla Spagna, dove le gradinate di quello che è divenuto ormai lo “Spotify-Camp Nou”, lo stadio del Barcellona, sono più affollate di turisti che di “soci”. Senza dubbio la corsa agli stadi connessi non farà che acce- lerare un movimento che appare inarrestabile. Se si guarda all’interesse dei club – per esempio l’Olympique Lyonnais ha realizzato un aumento fra il 200 e il 300% degli utili offrendo agli spettatori un’esperienza interattiva – è chiaro che è più difficile valutare quello dei supporter. Oltretutto il Borussia Dortmund ha saputo trarre profitto anche da questa nota dolente. Per non allontanare i tifosi, il club ha deciso di ridurre il costo del Wi-Fi all’interno del Signal Iduna Park, offrendo così una risposta all’interrogativo: uno stadio ultra connesso non rischia di disconnettere i tifosi dalla vera esperienza che andrebbe vissuta in uno stadio, ossia godere della partita, dell’atmosfera, dei canti, degli odori? Resta da capire se questa tendenza è subita dai tifosi, o se la maggioranza di essi l’ha già digerita.

E ancora: un impianto ultra moderno non è sempre garanzia di successo economico. Coppa del mondo, Giochi olimpici, campionati europei: tutti i grandi eventi si accompagnano ormai a grandi cantieri. Ma dopo? L’Arena Mané-Garrincha, uno degli stadi più cari del mondo (800 milioni di euro) costruito a Brasilia e rinnovato in occasione del mondiale del 2014, in seguito ha faticato a riempire regolarmente i suoi 70.000 posti. Per far fruttare l’investimento, i dintorni dello stadio sono stati riconvertiti in deposito di autobus, e hanno ospitato festival e serate d’imprese. Per non diventare “elefanti bianchi” – progetti più costosi che redditizi, convertitisi in fardelli finanziari – alcuni sono pronti a far traslocare dei club all’altro capo del Paese. È quanto è successo in Russia, dopo che lo stadio olimpico Fitch, situato a Soči, è diventato inutile una volta terminati i giochi invernali del 2014 e la Coppa del mondo del 2018. Il proprietario della Dinamo di San Pietroburgo, un oligarca russo, ha allora deciso di delocalizzare la sua squadra a più di 2.000 chilometri a sud. Ecco come è nato l’FK Sochi, un’entità variamente assemblata e d’ora in poi titolare di un impianto di più di 40.000 posti. E che dire del Mondiale 2022 organizzato in Qatar, che ha spinto al parossismo le tendenze appena evocate? Fino a sprofondare nell’aberrazione umana ed ecologica, facendo sorgere dal nulla sei nuovi stadi tutti climatizzati, al prezzo della vita di 6.500 lavoratori immigrati. Per quanto l’architettura e la tecnologia possano rendere fotogenici questi stadi, evocare questi due soli criteri di scelta sarebbe qui privo di senso.

Ho dovuto quindi basarmi su altri fattori per stilare una lista di 80 stadi e campi da gioco fra i più belli e insoliti del pianeta. Qual miglior modo di celebrare l’estetica di un impianto, se non tener conto dell’ambiente in cui è inserito? Montagne innevate, foreste lussureggianti, deserti aridi, mari turchesi e persino città densamente popo- late: a volte le immagini selezionate – frutto di una collaborazione con fotografi di tutto il mondo – privilegiano l’armonia di un campo e dello scenario che lo circonda, celebrando il calcio in latitudini di solito poco esplorate. Quest’opera è nata anche per dimostrare che l’anima e la singolarità di uno stadio, tanto nel calcio professionale che amatoriale, sono commisurate a ciò che vi si racconta, alla storia che vi si inscrive. E di ciò che ci svela della cultura locale, non solo calcistica. Ecco perché le storie a margine delle pagine sono scritte minuziosamente, per onorare le foto che le illustrano. Un sapiente equilibrio fra immagini pittoresche e cultura calcistica, con lo scopo di ricondurre a ciò che costituisce l’essenza stessa di questo sport universale.

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Central Coast Stadium / Gosford, Australia – Asia

Inutile dannarsi a costruire quattro tribune quando limitarsi a tre consente di offrire una vista da cartolina sull’estuario del Brisbane Water. Con i suoi 20.000 posti, il Central Coast Stadium ospita le partite dei Central Coast Mariners, uno dei membri originari dell’A-League, la prima divisione australiana fondata nel 2005. Lo stadio si trova a Gosford, cittadina di poco più di 3.000 abitanti, per cui i Mariners costituiscono ovviamente il più piccolo mercato della lega. Il che non ha tuttavia impedito al club di prendere parte a quattro finali dell’A-League, aggiudicandosi il titolo nel 2012-2013 e disputando più volte la Lega dei campioni dell’AFC, la Confederazione asiatica. Infatti, per considerazioni meramente sportive, l’Australia ha abbandonato la Confederazione oceaniana dal 2006.

Ma il Central Coast ha conosciuto anche alcune memorabili battute a vuoto. Tra il 2017 e il 2020 i Mariners sono finiti per tre volte di fila all’ultimo posto. In quasi ogni altro Paese del pianeta, il club sarebbe stato retrocesso dalla stagione 2017-2018. Non in Australia, dove il campionato si basa su un sistema che non prevede retrocessioni e promozioni. Sebbene questa formula a numero chiuso garantisca un’evidente sicurezza a un campionato e a squadre ancora in cerca di un modello economico e di un’audience fidelizzata, certi osservatori considerano il caso dei Mariners come un chiaro argomento a favore dell’introduzione della regola della retrocessione. È vero che in quel periodo i risultati sono stati costantemente mediocri, e il Central Coast è stato anche accusato di pensare solo ai risultati invece che a divertire il proprio pubblico. Queste critiche alludono certamente a un episodio che ha messo i Mariners sotto i riflettori dei media…

Infatti, nel corso dei preliminari della stagione 2018- 2019, era stato messo alla prova l’otto volte campione olimpico Usain Bolt. Desideroso di riciclarsi nel calcio, Bolt sperava di strappare un contratto malgrado le sue eviden- ti lacune tecniche. L’ex sprinter aveva realizzato cionono- stante una doppietta nel corso di una partita amichevole e il Central Coast si augurava di proseguire l’avventura. Pur- troppo l’affare era sfumato prima dell’inizio ufficiale della stagione a causa delle pretese economiche del giamaicano, eccessive per il club. La storia non ci dice quindi se Bolt abbia sfiorato una carriera da calciatore. Né se il Central Coast abbia mancato il più grosso colpo di mercato della storia dell’A-League. Quel che è certo è che i Mariners hanno chiuso la stagione all’ultimo posto, e che non avrebbero certamente potuto fare di peggio con l’uomo più veloce del mondo alla guida del loro attacco.

Qeqertarsuaq Stadion / Qeqertarsuaq, Groenlandia – America del Nord

Organizzare un campionato di calcio all’interno del circolo polare artico sembra inimmaginabile. In Groenlandia, la latitudine, ma soprattutto il clima dell’isola, rendono impossibile praticarlo per la quasi totalità dell’anno. Per nove mesi il 20% delle aree abitabili sono infatti coperte di neve. Eppure un campionato in Groenlandia esiste, e mette alla prova una quarantina di squadre. Innanzitutto nelle fasi di qualificazione regionali in luglio, prima che il torneo finale riunisca le otto formazioni migliori in una settimana di competizioni. Oltre a essere l’unico campionato esistente in questa zona artica si tratta quindi anche del più breve del pianeta. Difficile immaginare una formula differente, visto che le distanze fra le città e l’imprevedibilità del meteo renderebbero le trasferte troppo costose, ma soprattutto troppo pericolose. Del resto, un tragico evento testimonia queste difficoltà.

Nell’agosto 2004, dopo avere giocato una partita a Qeqertarsuaq, tre giocatori sono ripartiti in battello attraverso la baia di Disko. Purtroppo il trio non è mai arrivato a destinazione. Dopo otto giorni di ricerche e in prossimità della fine dell’estate, le speranze erano minime. Bisognerà attendere il mese di giugno dell’anno seguente perché i corpi vengano ritrovati sull’isola disabitata di Hareøen, a Nord della baia di Disko, dove il battello era naufragato. Questo dramma ha sconvolto la popolazione locale e ha ricordato che, date tali condizioni, l’affermarsi del calcio sulla più grande isola del pianeta non può essere rapido come in altre regioni del globo. Per imprimere un colpo di acceleratore, la federazione 50 danese e la FIFA hanno finanziato il primo campo da calcio in erba artificiale della Groenlandia , nel 2010. Al quale ha fatto seguito, qualche mese dopo, quello di Qeqertarsuaq, dove si è svolta la fase finale del campionato nel 2017. Un progresso notevole per i giocatori locali, che fino ad allora si erano dovuti accontentare di campi di terra dove la pratica era relativamente pericolosa.

Tuttavia il fossato che separa la Groenlandia dalle altre nazioni europee è ancora largo e la squadra nazionale non aderisce ancora né alla UEFA né alla FIFA. Non può quindi partecipare alle competizioni internazionali, anche se questo è in prospettiva l’obiettivo. Resta da stabilire se l’adesione alla UEFA sia la via migliore per promuovere il calcio locale. Benché culturalmente vicina all’Europa e soprattutto alla Danimarca, l’isola è geograficamente accanto all’America del Nord, dove il livello medio sembra più abbordabile. La selezione nazionale di pallamano ha scelto di aderire alla Confederazione Nordamericana, con un certo successo visto che ha partecipato a tre Campionati del mondo. Può essere un esempio per la squadra nazionale di calcio?

Sportplatz Heligoland / Heligoland, Germania – Europa

Associato alla Gran Bretagna dopo il 1807, è solo nel 1890 che l’arcipelago di Heligoland entra in area tedesca. Base navale strategica durante le due guerre mondiali, Heligoland è bombardata nel 1947 dagli Alleati per rendere l’isola militarmente inoffensiva. L’esplosione, una della più grandi non nucleari mai registrate, modificò l’aspetto generale dell’isola. Ed è sul cratere causato dalla deflagrazione che la Federazione tedesca ha in seguito finanziato la costruzione dello Sportplatz Heligoland. In seguito vi giocherà il club VfL Fosite Heligoland, creato nel 1893. Si tratta del solo terreno sul quale i giocatori del VfL possono giocare durante tutto l’anno, perché, anche se il club è associato alla Federazione tedesca, non ha mai potuto partecipare a un qualsiasi campionato. Ciò a causa della sua posizione geo- grafica – occorrono due ore di battello per raggiungere il continente – e dei costi di trasporto eccessivi per gli altri club amatoriali.

Per mantenere in vita il calcio locale, nel 2013 il VfL Fosite si aggrega quindi alla Confederazione delle Associazioni di Calcio indipendenti. La ConIFA organizza la Coppa del mondo e il Campionato d’Europa delle squadre non affiliate alla FIFA. Nella maggioranza dei casi, queste squadre “nazionali” rappresentano gruppi culturali marginalizzati, come il Kurdistan o i Rohingyas, o regioni che rivendicano l’indipendenza come Cipro del Nord o l’Alto Karabakh. Se l’adesione di Heligoland sembra sfiorare il folklore, non per questo il VfL Fosite è meno riconosciuto in quanto “squadra nazionale” dell’isola. Sascha Duerkop, ai tempi segretario generale della Confederazione, esprime il proprio rincrescimento per l’evoluzione successiva degli eventi: “I giocatori del 134 VfL Fosite non hanno mai potuto partecipare alle nostre assemblee o ai nostri tornei. Sia per mancanza di fondi, sia perché là si passano le estati e l’80% degli abitanti vive di turismo. Perciò, non abbiamo più sentito parlare di loro per due anni, per cui abbiamo purtroppo dovuto toglierli dalla Confederazione”. Una volta di più, l’isolamento di Heligoland ha avuto ragione delle ambizioni dello VfL Fosite.

Di questi appuntamenti mancati la storia di Heligoland è piena. Per esempio la squadra nazionale di Cuba si era resa disponibile a disputare una partita, ma anche in quel caso il progetto è fallito. Dopodiché il club si accontenta di disputare una dozzina di partite amichevoli per stagione, sia contro club tedeschi di passaggio che contro semplici turisti. Il campo è del resto liberamente accessibile e utilizzabile anche per i vacanzieri. Se passate dalle parti di Heligoland, approfittatene per dare qualche calcio al pallone col VfL, sarete senza dubbio accolti a braccia aperte. In compenso, se venite a sfidarli con la vostra squadra, attenzione, perché sul continente circola la leggenda secondo cui il vento che soffia sull’isola rende il VfL praticamente invincibile. Siete avvisati.

Stadio Mahamasina / Antananarivo, Madagascar

Il risultato di questa partita disputata il 31 ottobre 2002 farà impallidire la cocente sconfitta (31-0) subita un anno prima dalle Samoa Americane dall’Australia. Quel giorno, lo stadio di Mahamasina ospitava l’ultima partita del Campionato del Madagascar tra l’AS Adema e lo Stade Olympique de l’Emyrne (SOE), due squadre di Antananarivo sin qui in gara per il titolo. Tenuto a distanza fino alla giornata precedente, il SOE non ha più speranze al calcio d’avvio e l’AS Alema tiene già in pugno la sua prima consacrazione a campione. Ma il modo in cui lo Stade Olympique è stato estromesso dalla corsa al titolo nella partita precedente – un rigore fischiato allo scadere dei minuti supplementari che gli è costato vittoria e chance di vincere il campionato – induce i giocatori a perdere intenzionalmente quest’ultimo incontro, in segno di protesta. Per ridicolizzare l’arbitraggio di cui si ritengono vittime, i giocatori dell’Emyrne decidono quindi di passare i 90 minuti della partita a fare gol nella propria porta.

Risultato finale 149-0, uno scarto incredibile e una polemica clamorosa.

Gli spettatori hanno apprezzato assai poco lo spettacolo. Ben presto si precipitano verso le biglietterie dello stadio per chiedere il rimborso dei biglietti acquistati. La cronaca non dice se abbiano ottenuto soddisfazione. In compenso, la Federazione malgascia di calcio ha deciso di sanzionare questa parodia di partita.

L’allenatore dello Stade Olympique, accusato d’aver orchestrato il tutto, viene sospeso per tre anni. Quattro giocatori – fra cui il capitano e il portiere del SOE, autori di buona parte dei gol – vengono sospesi fino alla fine della stagione 2002, con il divieto di accedere allo stadio per lo stesso periodo. Tutti gli altri giocatori, di entrambe le squadre, ricevono un semplice avvertimento. Quanto all’arbitro non riceve alcuna sanzione, benché alcuni dirigenti del calcio malgascio gli rimproverino di aver lasciato arrivare la partita alla fine, invece di fermare una simile pagliacciata. Il che è ciò che ha permesso di ufficializzare il risultato, che figura ormai nel Guinness dei primati. Un record mondiale che verosimilmente non verrà mai battuto.

 

 

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Come si scrive un diario. Prima lezione a pagamento. https://minimaetmoralia.it/altro/si-scrive-un-diario-lezione-pagamento/ https://minimaetmoralia.it/altro/si-scrive-un-diario-lezione-pagamento/#respond Sun, 02 Jun 2019 08:00:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40394 di Marco Mantello Le magliette dei miei compagni di scuola erano giallo-verdi come le linee d`erba e gli sciroppi per il mal di gola In genere dopo gli autogol perfetti prendevano in moglie una liceale nel quartiere sotto casa del genitori si incontravano sullo stesso piazzale scambiando corsi di inglese e polizze con gli orari […]

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di Marco Mantello

Le magliette dei miei compagni di scuola
erano giallo-verdi come le linee d`erba
e gli sciroppi per il mal di gola
In genere dopo gli autogol perfetti
prendevano in moglie una liceale
nel quartiere sotto casa del genitori
si incontravano sullo stesso piazzale
scambiando corsi di inglese e polizze
con gli orari di rientro dopo la pizza
Le ginocchia scrocchiavano ancora
assieme al grido della lavatrice
e tutta l`erba era rasata a zero
e solo il mutuo era muto e sordo
ai cartellini dell`uomo nero
L`acqua azzurra restava nella borraccia
e il gran livido sul parabrezza, come un ricordo,
di quando andavano a votare o al mare
sognando l`arbitra-allenatrice e poi
poi iniziavano piano a invecchiare
mantenendo la giovinezza in faccia,
scudiero e re, il caposcorta e il vice…

***

Il mio corpo non si è mai visto
e pure il sangue non è mai esistito
come essere umano funziono
e come cristo sono un fallito
quando grido che li perdono
Il Critone si è fatto aceto
il Fedone si è fuso a Maia
il Katechòn tiene gli occhi al cielo
e chiunque può nascere dall`idea
che una cravatta non vale un velo.
Il progetto non c ´è,
e se c´era non si è capito
nessuna bocca è rimasta aperta
nessun silenzio è rimasto muto
l`originale sarà una copia
degli occhi in marmo di uno sconosciuto
su piazza Martiri dell`Etiopia
e adesso dormo perché ho bevuto

***

Sull`ignavia

L`ignavo di oggi è un altruista fallito. L`ignavia non è più o soltanto un non fare né il bene né il male del prossimo, ma un egoismo incentivato dalle vittime, il mero riflesso di un bene per sé stessi che nasce e si sviluppa altrove, e che coincide con l´abitudine, il calcolo, la passività, la stanchezza del proprio mondo e la meccanica delle sue regole. La intendo in due modi diversi: come convivenza pacifica in un contesto di potere e come atteggiamento di potere davanti agli sconfitti. Essere ignavi oggi come oggi è innanzitutto una situazione di equilibrio fra pari, un vincolo di reciprocità. Nella seconda forma, sempre passiva, l´ignavia postula invece la rottura del paritetico rapporto di reciproca ignavia con l`amico, il competitor, il collega, il nemico. L`ignavia come atteggiamento di potere è il risultato del disconoscimento dell`avversario sconfitto nella competizione, preteso dalla vittima stessa. Questa rottura si percepisce non appena la vittima e lo sconfitto di turno attivano la passività dell`ignavo con una richiesta di aiuto, stimolandone i “mi dispiace”, l`empatia da terzo incolpevole e estraneo alla lotta. Un cadavere scorre sul fiume, ma l´ignavo non è tenuto a saperlo o a vedere, perché a un tratto è il cadavere stesso a passargli davanti agli occhi e imporre la sua visione, l`ignavo se lo trova semplicemente lì, sa solo che quel cadavere non è il suo, ma ora deve vederlo, deve toccarne il corpo, deve non sentirne il respiro, non può sottrarsi dal lasciarlo passare, a volte il cadavere sembra ridestarsi e dirgli: “Spingimi via per favore”. Davvero qui non ci sono mosconi che tengano, l`ignavo non è un mediocre o un non schierato (tifa per sé stesso in fondo, e non vive in un guado), il non ti curar di lor ma guarda e passa non si riferisce a lui ma al suo prossimo relegato nell`antinferno, l´indifferenza diviene un carico da novanta che l`empatico ignavo adempie a comando per vivere in santa pace. Egli è obbligato a prendere, e a non prendersi cura degli altri, ma solo se sono gli altri a conferirgli questa posizione di dominio passivo. E alla fine è l´unico che ha mangiato, il solo con lo stomaco pieno.

***

Sono tempi maledetti
questi tempi passati a cercare
notti bianche da falene
volteggiare su scale e muretti
ripetendosi che nascere conviene
Se poeti ci dovessero chiamare
noi vivremo comunque braccati
da minuscoli e letali mecenati
sorelline e cuginetti
degli amori abusati
finché i cuori diventano letti.
Come fossero loro
queste rime riscosse alla fine
del nostro inutile lavoro
che maestri devoti al mattino
scruteranno con gli occhi socchiusi
chi versando l’inchiostro più rosso
sopra al foglio da lacrime mosso
chi nel sonno agitando le mani
sulle orme di un altro destino.
E scriveranno tutti Bene
Oppure: Benino

***

Accelerazione e Risonanza: il solito uomo in rivolta middle-class che cerca di scendere a patti con la sottrazione sociale del tempo libero e ci dice che tutto quello di cui abbiamo bisogno è riscoprire la campagna, l`amore, la visione degli uccellini in fuga da queste immagini che invecchiano in pochi attimi e diventano già la giovinezza di qualcun altro.

***

Peter Pan e il Pun

Una delle figure retoriche più difficili da controllare quando si scrivono versi è la paronomasia o pun. Abusata nelle canzonette, sanremese, produce spesso nei lettori la riduzione sprezzante di una poesia a mero gioco di parole o di significati se restituita ai versi. Talora confina con l`allitterazione, ma è diversa, la sua invadenza fa franare la famigerata lirica nel fine a sé stesso, quando chi scrive è trainato e dominato da un mero effetto estetizzante, dovuto all`accostamento di parole simili, o dall`uso fuori contesto del loro significato, che si fa multiplo e contemporaneo. Una stessa frase può significare più cose allo stesso tempo. Il fatto che un raggio di parole infettate dalla paronomasia assuma sincronicamente significati o sensi diversi, multipli, può distruggere una poesia, derubricarla a qualcosa di basso. C`é un certo razzismo quando si parla di paronomasia, e così si perdono di vista gli usi controllati della figura retorica, quando il fine non è il gioco di parole in sé, o il mero accostamento di sillabe da poetese, o il doppio senso da barzelletta, ma l´espressione di un contenuto, di uno stato d´animo, di una caratterizzazione del verso o della voce narrante, in un contesto che assimila il pun a qualsiasi altra possibile forma espressiva, o a uno stile. Così il pun si normalizza, non è buono né cattivo, la sua invadenza è azzerata. Un buon esempio in questo incipit di Simone Consorti, qui l`effetto è comico, affonda Leopardi e Catullo nei genitali maschili e femminili, persi fra “passero” e “passerà”. In più rispetto al pun classico, c´é una parola invisibile e implicita fra le due espresse, la parola “passera” è prodotta dalla lettura degli ultimi due versi.

D’ in sulla vetta d’ una torretta
Visionario, solitario stai
Passero che sogni ben altra vetta
Passero che non ti passerà mai

***
Guardiani danteschi

Catone Uticense ridotto a chiedere i passaporti per il Purgatorio a due forestieri che vengono dall`Inferno, e poi a incolonnare anime sulla spiaggia incolpandole di lentezza, è una figura piatta e banale di umanità, la sua storia di suicidio, anticesarismo, paganesimo, è azzerata e presupposta nello svolgimento della funzione, tutto quello che viene fatto da questa figura è verificare se Dante e Virgilio sono autorizzati a essere ai piedi della montagna, è vagliare l´argomento Beatrice col timbro della sua barba bianca, perfino gli accenni a Marzia sono ignorati dal funzionario di dio. Bene, è tutto in regola, avete diritto di essere dove siete. Però al tuo amico lavagli la faccia prima di proseguire.

***

Nella casa degli albatri stanchi

si respira una polvere strana
i capelli e i lampadari sono bianchi
e li lavano sei volte a settimana.
Ora brillano sui teschi
degli ospiti tedeschi
sulle alte scrivanie, sugli scalini
e sui piccoli sgabelli lì di fronte
due gemelli trovati a Oristano
che ti abbassano comunque la statura
ed impongono agli squatter di restare
con i capelli in mano.
Messi all’angolo fra il muro
e un gran legno che batte le ore
ritornati da poco in città
rallentati da una vecchia cicatrice
o in attesa di pentirsi
della loro unicità
io spegnevo candele e lumi
con un’aria vendicatrice
dalle ceneri del mio al di là
e davo del voi a tutti

***

“You, Doctor Martin, walk
from breakfast to madness.”

Ideale per pubblicizzare una marca di scarpe, snello e agevole come la disperazione, e del tutto glabro nell`evocare una situazione come il camminare e allo stesso tempo nel configurarla come un imperativo del quotidiano che conduce dritti alla pazzia, questo incipit di Anne Sexton mi fa riflettere ancora su come penso vadano usati i procedimenti stilistici e le figure retoriche in una poesia. E come a proposito del pun, si tratta di usi sostanziali delle forme. Qui l`enjambement non svolge in modo primario una funzione ritmica di scavalcamento della finitezza del primo verso e di continuità con il successivo, l´effetto ritmico che chiamerei di continuità ha già come oggetto simultaneo il camminare, il passaggio del tempo, il tracollo da un´azione quotidiana che dà inizio alla giornata a uno stato mentale che la deve concludere, e il tutto è contenuto, trattenuto, anticipato già nelle virgole entro cui si colloca il Doctor Martin, e che separano “You” da “Walk” . Bello no? Speriamo non ci siano pubblicitari in giro.

***

Es

E poi senza badare alla carnagione
cominciarono tutti a spararsi in famiglia
e a seppellirsi fra le mura amiche
mentre il vino rientrava nella bottiglia
e la canna si riprendeva il fumo
le statistiche sulla diminuzione
dei furti in casa e delle formiche
furono estese all`usufrutto
dopo uno sparo che precedeva il rutto

***

I miei racconti preferiti sono gli unici che ricordo

Ultimo giorno d`estate
Il non veduto
Infanzia di un capo

Poi c`era quello solito di Salinger che conoscono tutti con telefonata fra madre e figlia e uno di Hemingway, quello dei due camerieri che fingono di fare la corrida con le sedie e i coltelli da cucina, e uno di Kafka di cui ricordo solo il titolo e la scena finale dopo la trasformazione. Di poesie preferite non ne ho, ho qualche verso in testa, ne sono rimasti una ventina in tutto.

The glacier knocks on the cupboard
The desert sighs in the bed
and the crack in the tea cup open
a lane to the land of the dead

Non riesco a capire se la mia mente è diventata una cosa semplice o una cosa vuota, da riempire di fotografie, quelle migliaia di pagine lette e bruciate nel gran falò della memoria, che ho trasferito su una sorta di Server Originario. Una memoria fatta di cose dimenticate, di sottolineature che ritrovo su libri che pensavo di non aver mai letto, di glosse a frasi di cui riconosco solo la grafia, di pensieri che non ricordavo di avere avuto, di sogni che mi parevano intelligenti.

***
L`uccisione di Isacco

Vorrei essere un fabbro ferraio
per forgiare catene ed un paio
di lame affilate e colpire
tutto questo pollame e la tua
svogliatissima prosa volgare
Vorrei prendere e considerare
l´assoluta mancanza di prove
come un film con effetto speciale
dove tu l´antagonista
hai vissuto bevendo cicuta
hai voluto soltanto la pace
educando i miei figli nel nome
di una legge che mi è sconosciuta
Ma dove io senza una terra,
terrorista e mi dispiace
se ogni tanto facevo a parole
perché ritornasse la guerra
e questo lo chiamo dolore
La mia bocca non è sulla scia
di una stella che brilla a ponente
Per uccidere il mio presidente
come Davide miro a Golia
all´altezza del cranio ma piano
Perché cazzo il mio paese
sembra come un gigante
sulle spalle di un nano
e forse io da israeliano

***
e forse io, da italiano…

 

 

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Il nostro bisogno di polizia https://minimaetmoralia.it/calcio/il-nostro-bisogno-di-polizia/ https://minimaetmoralia.it/calcio/il-nostro-bisogno-di-polizia/#comments Wed, 07 May 2014 19:23:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20592 di Christian Raimo Non c’è nemmeno bisogno di citare René Girard e la sua psicologia delle folle (i suoi capri espiatori, la sua violenza mimetica…) per provare a commentare la narrazione tossica che ha avuto il suo incipit sabato 3 maggio con le notizie degli scontri vicino l’Olimpico ed è proseguita con la telecronaca Rai […]

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di Christian Raimo

Non c’è nemmeno bisogno di citare René Girard e la sua psicologia delle folle (i suoi capri espiatori, la sua violenza mimetica…) per provare a commentare la narrazione tossica che ha avuto il suo incipit sabato 3 maggio con le notizie degli scontri vicino l’Olimpico ed è proseguita con la telecronaca Rai della contrattazione tifosi-giocatori-polizia dentro lo stadio e poi ha ingrossato la fiumana di indignazione nazionale contro gli ultras e l’incarnazione iconica espressa da Genny A’ Carogna. Il risultato, una settimana dopo, mentre la notizia è ancora in prima pagina col suo corredo di dichiarazioni di Alfano, è – di fatto – uno solo. Una garanzia di arbitrio ancora maggiore per l’operato della polizia.
In tutto questo la vicenda legata a Genny ‘A Carogna è davvero emblematica. L’altroieri gli è stato notificato un Daspo – un divieto di accesso agli stadi – per cinque anni. Cos’è stato GAC in questi giorni? Molte cose: è stato l’uomo tatuato, l’uomo che ha permesso di giocare il derby, l’uomo con la maglietta con la scritta “Speziale libero”, il figlio di un camorrista, colui che ha soccorso per primo i feriti, e – in nome di tutto questo – un meme su internet.
Il motivo per cui GAC è stato condannato pare o l’aver indossato quella maglietta o, addirittura, l’aver scavalcato le barriere. Non pochi (per esempio qui) hanno sottolineato che forse è illegittima una condanna al Daspo perché uno si è presentato con una maglietta con una scritta, altri hanno correttamente evidenziato come forse Antonino Speziale, allora 17enne, è stato accusato e condannato ingiustamente; del resto è di febbraio scorso la notizia della riapertura del processo per una decisione della Cassazione, mettiamo che questo processo mostrasse l’innocenza di Speziale? Per cosa è stato condannato dunque: perché indossava una maglietta con su scritto che deve stare fuori dalle carceri un presunto innocente?
La colpa di Genny ‘A Carogna in definitiva sembra quella di essere onomasticamente ‘A Carogna (il suo cognome, De Tommaso, gli è stato tolto completamente nelle cronache). Uno stigma che ricordava la canzone di Elio e le storie tese, Jimmy il pedofilo

Nella canzone, Jimmy viene pestato a sangue, ma il suo destino è segnato

“Aspettate, questo è un equivoco!”
ci provò Jimmy a discolparsi,
ma gli tapparono la bocca, e sangue,
poi bastonate, sputi, pugni e calci.
Giustizia è fatta, pensò la gente,
ma in verità non era stato giusto,
perché OK, sì, Jimmy il pedofilo,
ma Ilpedofilo era il cognome.

Ma l’occhio di bue non è solo per ‘A Carogna. La questione ultras è l’ultima in ordine di tempo che attribuisce all’ordine pubblico l’intero carico di una riflessione sociale e politica sui conflitti. Nel calderone delle leggi speciali negli ultimi anni sono finiti le manifestazioni di piazza, l’immigrazione, le questioni di genere, le tossicodipendenze, le occupazioni: quando la politica attonita – i colori dei governi non contano – si trova di fronte a una questione sociale che invoca discussione, riflessione, interventi educativi, ecco che si sbriga a risolvere tutto subito con il tappo di una legge speciale, con una reazione di fermezza, facendosi scudo delle fiammate d’indignazione. Quello che resta, appena passata la buriana, è qualche provvedimento esemplare, il fumo di quello che sembrava tanto tanto sdegno, qualche leggina in più e soprattutto una polizia con più potere d’arbitrio.
Quello che non avviene, mai, è una maggiore conoscenza del fenomeno. In questo caso, chi sono gli ultras? come funziona il tifo organizzato in Italia? Qualcuno dei commentatori sportivi che ogni giorno ci ammaniscono con luoghi comuni strafatti di cattiva retorica si è mai letto gli studi di Alessandro Dal Lago o di Valerio Marchi? Un paio di post in questi giorni in rete ponevano lo stesso problema di prospettiva: il primo, sulla Privata Repubblica, ricordava il valore imprescindibile del lavoro di Marchi e soprattutto metteva in luce come in queste narrazioni tossiche finisca per essere opacizzato un dato centrale: la matrice neofascista della violenza. Un bellissimo pezzo di Stefano Ciavatta di un annetto fa su Rivista Studio raccontava, da tifoso storico, come il legame fascismo-tifo va al di là di alcune semplificazioni da frange estreme.
Un altro pezzo su Commonware esplicitava indicava qual è forse la ragione dell’esplosione randomica di violenza che ha a che fare con il calcio: le misure di cieca repressione che oggi ancora si continuano stupidamente a invocare.

“Stadi trasformati in bunker, tornelli, metal detector, telecamere a circuito chiuso, trasferte vietate, obblighi di firma per decine di migliaia di persone, arresti in differita, striscioni e fumogeni vietati, superpoteri ai questori, biglietti nominativi, tessere del tifoso, pestaggi e cariche, gas intossicanti. A nessuno viene il sospetto che tutto ciò non solo non sia servito, ma abbia contribuito a inasprire la violenza intorno agli stadi, disgregando i gruppi storici, separando le nuove generazioni dalle vecchie, trasformando molte curve in centri commerciali e milizie?”

Ripensavo a tutte questa mancanza di riflessione politica, e mi veniva in mente come i fattacci dell’Olimpico abbiano seguito di appena una settimana la vicenda di Dani Alves e la campagna virale #siamotuttiscimmie. Dani Alves raccoglie la banana, la mangia, il video fa il giro del mondo, e tutti si fanno dei selfie con la banana, poi si scopre che in realtà l’idea della strategia virale era della società di comunicazione che cura l’immagine di Neymar, compagno al Barcellona di Dani Alves, il quale a sua volta forse non ha fatto un beau geste spontaneo ma si è semplicemente prestato a interpretare una parte scritta, a fare da testimonial pubblicitario. Ci ripensavo perché mi rendevo conto che quello che sembrava l’emersione di una questione politica (il razzismo negli stadi) era invece una trovata pubblicitaria, e mi veniva da pensare come questo fosse possibile perché il calcio è sempre più uno spettacolo visto in tv, una merce e uno strumento di marketing, spesso politico (Berlusconi docet, il Renzi e il suo Derby del Cuore discit). Allo stesso tempo gli stadi negli ultimi anni si stanno svuotando, al ritmo di un 4% all’anno, portando così allo strano paradosso che il calcio diventi da una parte uno spettacolo molto pubblicitario da vedere su qualche schermo (e dello spettacolo in fondo fanno parte ugualmente le mossette furbe di Dani Alves come i petardi lanciati dalle curve, le trattative di Hamsik e le smorfie di Genny ‘A Carogna), dall’altra una pratica violenta e insensata, una sorta di ghetto di illegalità consentita solo perché ipercontrollata.

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Chi tifa Zeman non perde mai https://minimaetmoralia.it/sport/chi-tifa-zeman-non-perde-mai/ https://minimaetmoralia.it/sport/chi-tifa-zeman-non-perde-mai/#comments Fri, 08 Feb 2013 08:00:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12949 Questo pezzo è uscito in forma ridotta sul Messaggero.

“Il risultato è casuale. La prestazione no”. Nel 1998 un gruppo di amici aveva scelto questa frase per stampare la prima di una magnifica serie di magliette intitolate ZZ. Erano anni di felicità calcistica assoluta. Andavamo allo stadio a vedere un calcio stellare e a volte folle. Lontano dall’Olimpico, frequentavamo le sale dotate di maxischermo di una casa in collina sulla Nomentana dove era stato creato uno spazio intitolato “Zona Zeman”. Passavamo la settimana a considerare le possibilità di travolgenti successi e trionfi epocali. Ci emozionavamo per minuti di intensità agonistica mai vista prima. Una combinazione di numeri cominciò a creare rime con qualunque nostro desiderio. Quattrotretré, quattrotretré. Era come un mantra. Il calcio per me era rinato. Dopo anni di disinteresse e noia, undici giocatori mossi da una mano inconfondibile. Di nuovo un sogno da bambini. Una dimensione di felicità e speranza, fatta di ideali, bellezza, serietà, rigore. Vennero partite esaltanti e sconfitte da non dormirci la notte. Arrivò un divorzio che nessuno si aspettava. Eppoi dimenticammo.

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Questo pezzo è uscito in forma ridotta sul Messaggero.

“Il risultato è casuale. La prestazione no”. Nel 1998 un gruppo di amici aveva scelto questa frase per stampare la prima di una magnifica serie di magliette intitolate ZZ. Erano anni di felicità calcistica assoluta. Andavamo allo stadio a vedere un calcio stellare e a volte folle. Lontano dall’Olimpico, frequentavamo le sale dotate di maxischermo di una casa in collina sulla Nomentana dove era stato creato uno spazio intitolato “Zona Zeman”. Passavamo la settimana a considerare le possibilità di travolgenti successi e trionfi epocali. Ci emozionavamo per minuti di intensità agonistica mai vista prima. Una combinazione di numeri cominciò a creare rime con qualunque nostro desiderio. Quattrotretré, quattrotretré. Era come un mantra. Il calcio per me era rinato. Dopo anni di disinteresse e noia, undici giocatori mossi da una mano inconfondibile. Di nuovo un sogno da bambini. Una dimensione di felicità e speranza, fatta di ideali, bellezza, serietà, rigore. Vennero partite esaltanti e sconfitte da non dormirci la notte. Arrivò un divorzio che nessuno si aspettava. Eppoi dimenticammo.

Negli anni, molti di noi e molti come noi hanno continuato a seguire le gesta di quest’uomo diventato sigla: ZZ; trasformato in mantra: quattrotretré; incarnato in ideale: onestà. Dovunque fosse, in giro per il mondo a insegnare calcio, una musica suonava. La musica di chi sfida se stesso ogni giorno perché è la sfida ai propri limiti ciò che dà il senso più profondo a quella dimensione chiamata sport. Finché un giorno, più inaspettato di qualunque sorpresa natalizia, lo abbiamo visto tornare a Roma. Raccontare cosa sia stato in questi mesi, è difficile. Tornare allo stadio, per esempio. Qualcosa per me e i miei amici dimenticato da anni, e anzi precisamente dal 17 giugno del 2001 quando un biglietto falso comprato a peso d’oro ci spinse sulla tribuna Tevere del terzo scudetto della Roma. Ma cos’era quello scudetto in confronto al sogno di un trionfo con ZZ? E così eccolo, il vero sogno.

Avevamo stabilito ogni cosa con cura. Innanzitutto quella che è la passione di ogni più funambolico romanista: la Coppa Italia. La decima. La coccarda d’oro sul petto. Quella sì che si doveva raggiungere con ZZ. Intanto la squadra prendeva forma, sfornava campioncini adolescenti, riplasmava campioni, consacrava la definitiva resurrezione del più grande Capitano di sempre. Via via si tentava di creare bellezza e salire in classifica verso i trampolini europei. Chi non ci credeva di noi? Sere a affannarci. Numeri, piani, progetti. Mattine di ansia dopo gli insuccessi. Dolore dopo rimonte intollerabili. E felicità assoluta per quei minuti da squadra perfetta. Dio, sì, quei 25 minuti contro l’Udinese! Zemanlandia era tornata. O stava tornando. Certo, mica ci si mette poco a realizzare i sogni. Ma non era questa la città del grande Progetto? E così ecco anche le partite intere. Roma-Fiorentina 4-2. Eravamo in curva nord, 95 minuti in piedi a cantare. Eppoi Roma-Milan, due giorni prima di Natale, il vero regalo. Ancora 4-2. Tre gol secchi in mezz’ora. Distinti sud. L’Olimpico in coro che pareva una festa destinata a non finire mai più.

Quel che è venuto dopo, è inutile raccontarlo. Una strana partenza per l’America tra Topolino, Minnie e Pippo a celebrare il sole caldo di Orlando. Una partita all’assalto della porta del Napoli, mentre Cavani castigava la porta della Roma, una all’assalto della porta del Catania, di nuovo invano. Fino a un epilogo dirigenziale di rara pochezza. Ma non possiamo parlare di ciò che non è in nostro potere. Ce lo ha insegnato ZZ. Che con il suo spirito di sfida perenne ha tentato di resistere oltre ogni ragionevole possibilità. Adesso c’è chi ripete la solita tiritera sugli sportivi vincenti e quelli perdenti. Come se Menelao e Antiloco non avessero entrambi perso la prima e più famosa fra le gare cantate nel poema che ha dato origine alla letteratura occidentale: l’Iliade. Secondo e terzo, arrivarono i due eroi nella gara di cavalli indetta da Achille. Si contesero i premi, litigarono, persero entrambi e entrambi vinsero, perché di essi Omero volle parlare assegnando alle loro gesta agonistiche una gloria immortale. E sarebbe facile ora scommettere sulla gloria e la fama, nell’arco anche di un solo secolo, di ZZ, mentre innumerevoli presunti vincenti di oggi saranno invece persi nell’oblio. Ma ancora una volta è inutile parlare di ciò che non è in nostro potere.

Di una cosa soltanto possiamo parlare ringraziando di nuovo questo grande maestro di sport. Della disponibilità al rischio, a mettere tutto in gioco, a non temere il fallimento. Un atteggiamento rarissimo, oggi. Che in ZZ è legge. Scommettere su se stessi, sempre e fino alla fine. A volte vincere. A volte perdere. Ma senza timori. Una scelta di vita raccontata bene da un aneddoto in uno fra i più belli dei molti libri usciti su ZZ in questi mesi: Un marziano a Roma. Erano i primi tempi in città. ZZ arrivò in piscina. Totti, giovane e scanzonato, lo provocò: “A mister, gira voce che era un gran nuotatore. Scommettiamo diecimila a testa che nun le po’ fa’ tre vasche sott’acqua?” ZZ si liberò dall’accappatoio, posò la sigaretta, si rivolse a Tommasi: “Damiano raccogli soldi”. Un tuffo, la lentezza flemmatica dell’alligatore. Tre vasche intere sott’acqua. Poi subito fuori in tempo per riprendere la sigaretta ancora accesa e mormorare alla squadra: “Ci vediamo su gradoni”.

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In cattiva fede https://minimaetmoralia.it/interventi/in-cattiva-fede/ https://minimaetmoralia.it/interventi/in-cattiva-fede/#comments Thu, 05 Jan 2012 09:47:55 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6125 di Daniele Manusia

Il razzismo, almeno a livello concettuale, è difficile da definire. Quello che è successo a Firenze lo scorso 13 dicembre ha evidenziato la confusione che regna nella società italiana sul tema. Ad esempio, i primi giornalisti a scriverne, gente che si guadagna da vivere con le parole, hanno definito le vittime col termine spregiativo, e antiquato, di “vu’ cumprà” (se ne parla qui ). Quanto è grave un errore del genere, dovuto senz’altro anche alla fretta e compiuto, si capisce, in buona fede?

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di Daniele Manusia

Il razzismo, almeno a livello concettuale, è difficile da definire. Quello che è successo a Firenze lo scorso 13 dicembre ha evidenziato la confusione che regna nella società italiana sul tema. Ad esempio, i primi giornalisti a scriverne, gente che si guadagna da vivere con le parole, hanno definito le vittime col termine spregiativo, e antiquato, di “vu’ cumprà” (se ne parla qui ). Quanto è grave un errore del genere, dovuto senz’altro anche alla fretta e compiuto, si capisce, in buona fede?
Matteo Renzi, sindaco di Firenze, ha dichiarato il lutto cittadino in onore delle vittime e sottolineato come anziché a un paio di senegalesi qualsiasi ci si debba riferire a Mor Diopr e Modou Samb, persone che avevano “un nome e una storia” (qui). A poche ore dalla tragedia, però, aveva commentato su Twitter: “Firenze è scossa dal gesto solitario di un killer folle e senza pietà”, e in seguito ad alcuni tweet di protesta aveva aggiunto: “Mi dicono che devo specificare che il killer è razzista e non folle. Per me chi è razzista è anche folle”. Naturalmente, non ha tutti i torti. Si potrebbe fare l’esempio di Breivik, l’autore della strage di Utoya lo scorso 22 luglio, giudicato incapace di intendere e volere dagli psichiatri del tribunale di Oslo. Al suo secondo tweet Renzi fa addirittura seguire l’ashtag ironico #sapevatelo. Come a dire che l’antirazzismo è un valore così condiviso ormai da dare per scontato. Almeno nel suo caso. Anche il ministro degli Affari Esteri, Giulio Terzi, preferisce non insistere sulla componente razzista della vicenda. Rispondendo – sempre su Twitter – a chi gli chiedeva come si sarebbe comportato se invece che di nazionalità senegalese le vittime fossero state francesi di origine africana o, per assurdo, afroamericani, dice che “la violenza è sempre inaccettabile. Senza distinzioni”. Impossibile non essere d’accordo.

Resta però da chiedersi perché si preferisca puntare il dito sulla violenza in generale. Se il razzismo è una forma particolare di violenza, esiste una forma di razzismo che non sia violenta? Non è lo stesso omicida, Casseri, in questo caso ad aver compiuto una distinzione alla base? E nel caso di Renzi, non sarebbe stato più preciso, anche dando per scontato il suo antirazzismo usare il binomio “killer razzista” invece di “killer folle”? Dire che tutti i razzisti sono dei pazzi, è una posizione così rigorosa come sembra a Renzi? E poi, che c’entra quel “senza pietà”? Gianluca Casseri era matto nel senso che avrebbe ucciso comunque qualcuno quel giorno o, come sembra, è uscito di casa con l’intenzione di uccidere quelle persone perché erano nere?

L’idea di fondo sembrerebbe essere che l’Italia non è un paese razzista. Avranno ragione? O forse il vero problema è che in Italia il razzismo non viene preso sul serio?
A tal proposito citerò brevemente un passo dell’articolo del Corriere della Sera in cui, dopo aver parlato delle letture e dei film che possono avere ispirato Casseri (in tutto tre: Ispettore Callaghan, il caso Skorpio è tuo; Un Giorno di Ordinaria Follia e Dobermann; voglio dire: non esattamente i film più violenti che mi vengano in mente), Enrico Rulli, amico di Casseri con cui ha anche scritto un libro a quattro mani, racconta un aneddoto. “Una volta eravamo in auto. Un lavavetri si avvicinò al semaforo, lui fece segno che non voleva e quello gli pulì lo stesso il parabrezza. Scese dall’auto e gli rovesciò addosso il secchio. Trecento metri dopo ne trovammo un altro. Al suo “no” l’extracomunitario fece un passo indietro. Gianluca gli diede la mano, e gli regalò dieci euro”. Il racconto è introdotto dalla veloce considerazione che era difficile “capire, immaginare” e il giornalista non sente il bisogno di aggiungere niente. In che senso era difficile capire, immaginare? Anche in questo caso quello che più importa è l’atto violento in sé (estremo e sempre inimmaginabile) e non il razzismo di fondo che lo ha motivato e che, invece, era visibile già da prima. Chissà se Casseri ha mai rovesciato il secchiello del ghiaccio in testa al barista (non extracomunitario) che gli ha messo il cacao sul cappuccino senza chiederglielo.

Uno degli ambiti in cui si capisce meglio quanto il razzismo sia difficile da definire è il calcio.
“Gli ululati, i buuu contro i calciatori neri, sono sempre da considerare espressione di razzismo oppure vi sono delle deroghe? E se sì, quali? Lo stesso vale per l’utilizzo di termini denigratori, come zingaro. Quando va punito? Sempre?”. Queste sono le domande da cui muove  Mauro Valeri nel suo libro: Che Razza di Tifo. Dieci anni di razzismo nel calcio italiano. (Donzelli, 2010).

Il libro tratta i primi dieci anni del duemila (da quando, cioè, sono entrate in vigore nuove norme Uefa che prevedono, nei casi più gravi o reiterati, la possibilità di far giocare le squadre le cui tifoserie si siano macchiate di atteggiamenti razzisti a porte chiuse, senza pubblico) è strutturato in questo modo: ogni stagione della decade presa in esame è introdotta da un capitolo chiamato “I dati e le norme” seguito dai singoli “casi” più eclatanti. Suddividere il libro in questo modo, oltre che interessante da un punto di vista editoriale (si può aprire il libro e iniziare a leggere, oppure passare da un “caso” all’altro), è un’operazione intelligente perché permette di analizzare la specificità di un avvenimento particolare all’interno di un continuum persecutorio più ampio. Il libro è denso di avvenimenti e la visione d’insieme sembrerebbe dare un giudizio sull’Italia sconfortante. A meno che non si consideri il razzismo da stadio come un fenomeno separato dal resto dei fenomeni che aiutano a definire una società.

Nel sistema calcio, però, la definizione di quali atteggiamenti siano da considerare razzisti e quali no è un problema della massima importanza. Oltre che simbolico è un problema economico. Secondo Valeri: “nel calcio, come nella vita, la definizione di cosa sia il razzismo, al di là delle decisioni del giudice sportivo, dipende molto anche da quello che viene percepito come tale, sia dalla vittima sia da chi lotta contro la sua diffusione. È una sorta di concetto mobile, come dimostrano i molti ricorsi, infarciti di se e di ma, avanzati dalle Società alla Disciplinare”. In generale si tenta di svuotare i cori offensivi del contenuto razzista. Che i cori siano offensivi nessuno lo mette in dubbio, è oggettivo, che si tratti di razzismo però è opinabile. Ad esempio nel 2001 la Disciplinare dà ragione al ricorso del Verona argomentando che fare il “verso della scimmia” (come riportato dal quarto uomo nel referto) non è un gesto di discriminazione razziale bensì una “manifestazione di scherno nei confronti degli avversari”.

Alcune di quelle “scappatoie interpretative” con cui le società cercano di evitare le multe possono essere esilaranti e in alcuni casi si arriva a vere e proprie capriole a livello logico. Come nel caso “Mutu vs Zamparini”. Il presidente del Palermo, dopo un gol del giocatore rumeno della Fiorentina, segnato con un avversario a terra, lo definisce : “uno zingarello” che come tutti i rumeni ama fare il furbo. E prova a difendersi in questo modo: “Quando Mutu era un bambino viveva in uno Stato che faceva fatica ad andare avanti per colpa del regime comunista e in quella realtà ha imparato ad arrangiarsi. La parola zingarello, per me, è sinonimo di furbizia”. Scrive addirittura una lettera alla Figc dove, dopo aver dichiarato che ci sono poche persone antirazziste, tolleranti, umane, come la famiglia Zamparini, aggiunge: “Penso che nel lessico italiano la parola furbizia non sia un oltraggio, specialmente se sposata con uno scugnizzo, un ragazzo cresciuto nei bassi della città e nella miseria, dove la lotta per sopravvivere fa diventare la furbizia un valore, che rimane nell’istinto di quei ragazzi per tutta la vita”. Addirittura. Per inciso, Mutu, rumeno ma non di etnia roma, è laureato in giurisprudenza.

Il “caso Balotelli” è forse quello più interessante, e anche Valeri gli dedica ben tre capitoli. Prima di tutto perché, essendo figlio di ghanesi, anche se nato in Italia Balotelli non è considerato italiano fino alla maggiore età. È un esempio di quello che Valeri definisce “razzismo istituzionale”. Tanto per dire: nel 2008 non può partecipare ai giochi Olimpici di Pechino anche se ha già vinto un campionato primavera, uno di serie A e la classifica capocannonieri in Coppa Italia. In quanto “black italian” però viene bersagliato dai tifosi più di un giocatore di colore qualsiasi. Per lui viene riutilizzato lo stesso coro usato per Carlton Myers (cestista italiano di padre caraibico) “non ci sono negri italiani”. Secondo poi, e forse questo è l’aspetto più interessante della faccenda: Balotelli oltre che nero è anche antipatico. O almeno, il fatto che a molti risulti antipatico pare un’attenuante alla gravità dei cori razzisti che subisce.

Durante Inter-Roma del primo marzo 2008 Balotelli segna due gol (uno su rigore dubbio che si era procurato da sé), zittisce i tifosi romanisti che lo insultavano e fa la famosa linguaccia a Panucci. Sui giudizi post-partita, dice Valeri, “sembra pesare molto (troppo) l’appartenenza calcistica di chi li pronuncia”. Così Paolillo (dirigente dell’Inter) giustifica la linguaccia come risposta ai rumori che arrivavano dalla curva e che “sembravano razzisti”, mentre Carlo Mazzone (romano e romanista, che di suo non è proprio un esempio di self-control) dice che Balotelli “si deve dare una regolata, non è padrone del mondo. Deve rispettare le regole, qualcuno glielo dica…”.

Un mese dopo, a Torino contro la Juventus, gli insulti si fanno così pesanti che il giudice sportivo decide di sanzionare la Juventus con l’obbligo di giocare una partita a porte chiuse. Abete, presidente della Figc condanna i cori ma riferendosi a Balotelli dice che “chi chiede rispetto in campo deve dare rispetto”. Gli ultras juventini, che cantano i cori contro Balotelli anche quando Balotelli non è in campo (anche in Champions League durante Juve-Bordeaux), si giustificano pubblicamente dicendo che quei cori “erano una risposta ai suoi atteggiamenti provocatori e non contro la sua origine, tanto è vero che Viera e Muntari, di colore come il compagno, non sono stati nemmeno fischiati”. Marcello Lippi e Arrigo Sacchi ripetono più o meno la stessa cosa. Valeri sottolinea l’assurdità di una logica secondo la quale si può “chiamare razzismo solo il caso in cui l’insulto colpisce tutte le possibili vittime”. Inoltre nessuno nota che se il coro “non ci sono negri italiani” non viene rivolto a Muntari e Viera, forse la ragione è che Muntari e Viera non sono italiani. Seguiranno l’episodio di Verona (Balotelli dichiara che il pubblico di Verona, ogni volta che ci gioca contro, gli fa sempre più schifo) e più o meno la stessa polemica. Flavio Briatore dice addirittura che Balotelli “è vittima di sé stesso più che del razzismo”. Insomma, se te la cerchi e sei nero, non è razzismo.

A furia di distinzioni e specificazioni si arriva a casi assurdi come quello che vede Lippi costretto a scusarsi per aver collaborato con Moni Ovadia a un progetto contro il razzismo, costringendo il regista a eliminare il suo contributo dalla versione finale di un dvd che sarebbe stato distribuito nelle scuole. L’allenatore campione del mondo avrebbe dovuto leggere delle pagine di Primo Levi e le memorie dei testimoni della Shoah. “C’è un equivoco che voglio chiarire. Sono stato contattato dal regista che mi ha chiesto di dire qualcosa contro il razzismo. Certo, ho risposto subito (…) Ma non ho detto che parlerò contro nazismo o fascismo: in quarant’anni di calcio non ho mai preso posizione politicamente e non intendo farlo adesso”. Moni Ovadia resta allibito: “Come non si può essere contro il nazismo?”. Garlando sulla Gazzetta commenta: “opporsi al fascismo e al nazismo non è politica, è la Costituzione. L’apologia è reato”. La posizione di Lippi è la stessa di molti italiani che, per non fare torto a nessuno, non prendono posizione (non si parla di politica a tavola).

Il libro di Valeri testimonia questo continuo minimizzare e mischiare le acque che, se noi italiani non fossimo tutti brava gente in buona fede, sembrerebbe quasi essere una tattica precisa per liquidare o depotenziare il tentativo di prendere sul serio il problema razzismo. In questo senso inserire il razzismo da stadio all’interno di dinamiche più generali, come la volontà di distrarre e innervosire un giocatore avversario, non è poi così diverso dal parlare di Casseri come di un pazzo e violento in generale. In entrambi i casi si spezza il filo sottile che unisce un’idea come il razzismo alle sue manifestazioni.

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A proposito dell’Almanacco https://minimaetmoralia.it/libri/a-proposito-dellalmanacco/ https://minimaetmoralia.it/libri/a-proposito-dellalmanacco/#comments Fri, 10 Dec 2010 10:25:12 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3425 di Liborio Conca

L’uscita per Isbn dell’Almanacco Illustrato del calcio ’80, gustoso sin dalla carta frusciante e profumata di colla, nella grafica stra-vintage che richiama i vecchi album Panini, nelle foto sgranate o limpide che si susseguono come un arcobaleno storico – un oggetto che su un lettore e-book perderebbe quasi tutto – ha provocato più di un tuffo al cuore di chi legge.

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L’uscita per Isbn dell’Almanacco Illustrato del calcio ’80, gustoso sin dalla carta frusciante e profumata di colla, nella grafica stra-vintage che richiama i vecchi album Panini, nelle foto sgranate o limpide che si susseguono come un arcobaleno storico – un oggetto che su un lettore e-book perderebbe quasi tutto – ha provocato più di un tuffo al cuore di chi legge. Si suppone appassionati, ma anche chi continua a pensare che il fuorigioco sia una regola incomprensibile può scovare lampi di costume andato, riconoscere volti scomparsi nel tempo, o vedere com’erano facce tutt’ora ossessivamente davanti ai nostri occhi. Subito dopo la commozione, si fanno inevitabilmente strada osservazioni multiple sui cari vecchi tempi andati. In realtà l’Almanacco è fatto proprio per questo: suggerisce in ogni pagina, nello sguardo sognante di un Baggio diciottenne o di un Causio versione gangster da piscina un impietoso confronto tra il come eravamo e il come siamo.

Tutto questo perché il calcio italiano degli Ottanta è visto come un periodo magico e colmo di personaggi leggendari, aneddotica a profusione etc etc. «L’innocenza perduta delle foto scattate in campo e dei primi sorprendenti fuoricampo: calciatori al mare, in famiglia, in discoteca. Campioni e bidoni, buoni e cattivi, belli e brutti. Come eravamo, come non saremo più», queste le parole che campeggiano sulla prima pagina dell’Almanacco prima di accompagnarci nelle paradisiache immagini perdute dei Barbadillo, delle Lory del Santo in mutande e maglietta bianconera, del «tacco di Dio» Socrates, e del Milan sponsorizzato sulle maglie dagli Oscar Mondadori. Poi ci guardiamo intorno, accendiamo la tv, palla al centro, ecco le partite di questi anni, e ci sembra davvero di essere caduti in un qualche decadente basso impero.

Nelle letture critiche verso il calcio contemporaneo in cui ci si imbatte, però, si legge tanta nostalgia e poca analisi. In realtà con qualche sforzo si può capire cosa è successo, scoprire che niente ma proprio niente accade per caso, anche a proposito di pallone; e poi che non era tutto oro quello che luccicava nei campi metaforicamente fioriti che ospitavano le scorribande di Platini e Rummenigge, basta pensare che un dirigente come Moggi ha compiuto il proprio cursus honorum in quegli anni, basta pensare all’Heysel, alle stragi accadute in Inghilterra e così via. In realtà ci vorrebbe un saggio intero per affrontare tutto quanto. Ma qualcosa si può dire, ecco una breve rassegna sintetica divisa tra Fattori tecnici e Soldi.

Fattori tecnici

Le regole. Nel calcio cambiano con lentezza, l’organismo che scrive le regole (l’International Board) è ultra-conservatore, forse non a torto; eppure qualcosa è cambiato. Guardando adesso una partita del 1982 o 1991 scopriamo tante cose. Una stupidaggine che mi sconvolge ogni volta è la possibilità all’epoca contemplata di passare la palla al portiere e consentire che questi la prendesse con le mani, una regola cambiata nel 1992. Una sciocchezza, forse, che però consentiva ai calciatori di fiatare, di dilatare i tempi, e in alcuni casi di far sbocciare portieri da circo tipo il folle colombiano Renè Higuita. Ancora: i palloni sembrano notevolmente più pesanti e anche un po’ più grandi. L’arbitro ha una divisa a tinta unica, nera. Ma questa è superficie. Il grosso sta da qualche altra parte. Occhio ai corpi: i calciatori sono più piccoli, sembrano più scattanti e meno muscolosi. Juary, Beccalossi, Barbadillo, Mancini, il Vialli della Cremonese e della Sampdoria. Anche i Principi del pallone ’80, Maradona, Falcao e Platini, sono piccoli o esili e sfuggenti. Maradona poi è un miracolo difficilmente comprensibile. Le eccezioni erano prevalentemente rappresentate da calciatori arrivati da una precisa tradizione calcistica basata sullo strapotere fisico, come quella tedesca (Rumenigge, Briegel). Guardiamo le star contemporanee: a parte «la pulce» Messi, che pure fa della velocità continua un suo pezzo forte, Ibrahimovic, Cristiano Ronaldo, Drogba, Maicon, Rooney, Eto’o, Felipe Melo… sono atleti di tutt’altra pasta (e i più forti non giocano in Italia, la vera differenza con i campionati degli anni Ottanta-Novanta). Nella famosa intervista rilasciata da Zeman all’«Espresso» nel 1998, il boemo denunciò la muscolarizzazione esibita e parossistica dei calciatori: al solito si preferì guardare il dito piuttosto che la luna. L’accento esasperato messo sull’aspetto fisico è una conseguenza diretta di una serie di meccanismi tattici: il pressing, ma non solo. I calciatori fanno sempre più della velocità e dello strapotere fisico la propria arma vincente. Le partite disputate trenta o venti anni fa avevano un ritmo notevolmente più lento. Riguardatele, ogni tanto: tocchi brevi, ritmo cadenzato, i calciatori disposti su tutto il campo piuttosto che in pochi metri. Una lentezza e una misura che sembrava misteriosamente contagiare anche i commentatori, suadenti e pacati al contrario dei pazzi isterici che strillano dalle postazioni televisive d’oggi, sostenuti nella gara allo strillo dalla critica televisiva. Quanto ai giorni nostri, senza una preparazione adeguata o un fisico bestiale (ehm) si scoppia. Goran Pandev, di suo non un peso massimo ed evidentemente allenatosi poco o male in estate, si spegne dopo venti minuti (e anche in quei venti fatica ad inserirsi nelle azioni, pur non essendo un brocco). E non è un caso che Pandev sia “spremuto” nel meccanismo di gioco di Benitez, tecnico dell’Inter e ammiratore dichiarato di Sacchi, teorico definitivo del gioco basato sul concetto di intensità, sulla corsa continua, sul moto perpetuo (quel gioco canonizzato dall’Olanda degli anni Settanta). Questo tipo di calcio generalmente porta con sé vantaggi, partite più veloci, scambi vorticanti, ma deprime il gesto individuale, lo spunto geniale, l’invenzione estemporanea. Un calciatore come Giovinco è nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

Soldi

Non c’è foto, tra quelle dell’Almanacco scattate sul campo di gioco, che non abbia come sfondo muraglie umane. Gli stadi erano pieni; nell’Almanacco c’è un Milan – Sambenedettese, disputato in B, la gente stipata sugli spalti. È cambiato tutto. Gli sponsor che tingevano le maglie delle squadre ’80 sono timidi genitori delle scritte attuali. Accade che una maglia abbia due-tre sponsor; che una squadra cambi sponsor nel corso della stagione. E gli stadi, be’, gli stadi sono vuoti, pure con le debite eccezioni. È accaduto da qualche parte negli anni Novanta, con l’irruzione definitiva delle televisioni nel calcio, moltiplicatesi negli anni, alcune morte (Stream Tv), altre nate di recente (Dhalia Tv). I soldi pompati dai grandi network hanno arricchito le società più seguite, ma anche i club più piccoli hanno preferito inseguire i compensi televisivi piuttosto che concentrarsi sull’adeguamento degli stadi (obsoleti e inadatti), sul potenziamento del marchio, sulla valorizzazione della storia del club, sul rapporto con i tifosi, a differenza di quello che è accaduto in Inghilterra, Germania, in una certa misura anche in un movimento meno ricco come quello francese. Sul finire degli anni Novanta l’illusione sciocca di presidenti scriteriati era di poter spendere milioni e tenere in piedi una baracca multimilionaria; è l’epoca utopica delle cosiddette «Sette Sorelle»; risultato: il Parma di Tanzi e la Lazio di Cragnotti in bancarotta, la Fiorentina di Cecchi Gori in serie C2, la Roma di Sensi ridimensionata e salvata da non si sa bene quale santo. Anche qui, non occorreva chissà quale scienziato dell’economia per capire che il sistema non poteva reggere sette squadre iper-spendaccione con ricavi risibili basati su un’unica sostanziale entrata, i diritti televisivi. E anche qui, anziché investire il budget in un rinnovamento economico, nella ricerca di altre vie per la sostenibilità economica, si preferì buttare un mare di soldi in ingaggi spropositati e follie insostenibili.

Il resto l’ha fatto la globalizzazione, un fenomeno visibilissimo nel calcio e che ha una data di nascita evidente: la sentenza Bosman, 1995, che consentì alle squadre di calcio di dotarsi di giocatori di ogni nazionalità senza limite, a eccezione degli extracomunitari. In questo senso la logica pure simpatica del «bidone» si è persa. Con tutti i fenomeni da baraccone giunti negli ultimi vent’anni il fascino all’epoca esotico dei brasiliani a Catania o del finlandese a Bologna non ha più senso. Tra gli attaccanti del Livorno, in serie B, figurano un modesto centravanti lituano e una seconda punta argentina da mani nei capelli. Ma come è possibile affezionarsi anche alla scarsezza di questi giocatori, divorati da un magma ribollente di decine di altri scarponi venuti da ogni dove? Chi si ricorderà mai di loro?

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Il ritorno di Zeman https://minimaetmoralia.it/sport/il-ritorno-di-zeman/ https://minimaetmoralia.it/sport/il-ritorno-di-zeman/#comments Tue, 03 Aug 2010 08:19:16 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2793 A volte il calcio riesce a rovesciare le sue gerarchie e il suo immaginario fondato su milioni di euro. Così capita che per molti giorni, nella torrida estate del 2010, la notizia più importante non sia questo o quell’acquisto dell’Inter, o il possibile approdo di Balotelli al Manchester City, ma il ritorno di Zeman al Foggia

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Questo articolo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno

A volte il calcio riesce a rovesciare le sue gerarchie e il suo immaginario fondato su milioni di euro. Così capita che per molti giorni, nella torrida estate del 2010, la notizia più importante non sia questo o quell’acquisto dell’Inter, o il possibile approdo di Balotelli al Manchester City, ma il ritorno di Zeman al Foggia, in Lega Pro. Una sorta di ritorno al futuro, che esorta a interrogarci su una domanda extra-calcistica: perché l’outsider Zeman, l’eretico Zeman è tanto amato anche da chi non ha mai tifato per le casacche che gli è capitato di allenare? Azzardiamo qualche risposta.

Quello di Zeman è stato ed è un calcio tutto giocato all’attacco, che se ne frega di difendere il risultato. Un calcio in cui si rischia di perdere una partita per 5-4 pur di inseguire un’ultima azione spettacolare. In breve, il calcio di Zeman (non solo per la denuncia pressoché solitaria del sistema Moggi) è il calcio più anti-italiano che ci sia. È un calcio anti-breriano e anti-herreriano. Negli anni novanta è stato il calcio anti-lippiano per eccellenza. Oggi come oggi è profondamente anti-mourinhesco. Nelle idee e nello stile. In campo: Zeman contro Mourinho è il divertimento contro il risultato. Fuori dal campo, quasi per una legge del paradosso, è il silenzio appena interrotto da poche parole essenziali contro il monologo invadente. Sono quasi due forme teatrali diametralmente opposte.
La biografia di Zeman ha suscitato articoli, riflessioni, canzoni (si pensi a “La coscienza di Zeman” di Antonello Venditti), ritratti ragionati (come quello di Goffredo Fofi contenuto nell’antologia Il pallone è tondo, edita dall’Ancora del Mediterraneo: per Fofi, Zeman è “un vero educatore”) e un film (Zemanlandia di Giuseppe Sansonna). Ma forse non tutti sanno che a Zdenek Zeman è stato dedicato perfino un romanzo: Il mister di Manlio Cancogni, uscito da Fazi nel 2000.

Cancogni è uno di quegli scrittori che hanno elevato al massimo grado il racconto dello sport, facendone una metafora della vita tutta. Giornalista e narratore raffinatissimo, ha scritto stupendi reportage dai Giri d’Italia degli anni cinquanta, e nei sessanta ci ha dato con La carriera di Pimlico l’affresco più incisivo del mondo dell’ippica e delle corse: un romanzo il cui protagonista è proprio un cavallo (Pimlico) e non un essere umano, fantino, proprietario o scommettitore che sia…
Con Il Mister Cancogni ha affrontato il mondo del calcio. La storia prende forma nella Roma degli anni trenta, nel quartiere Savoia (l’attuale Trieste, stretto tra via Salaria e via Nomentana) e il suo protagonista è l’allenatore-giocatore slavo di una squadra di periferia che scala le classifiche dei tornei rionali, impensierendo i ras e i gerarchi del circondario che tifano per la squadra rivale. La figura dell’allenatore-giocatore, che si chiama Vecto Zoran, è interamente ricalcata su quella di Zeman. Stesso impermeabile chiaro, stesso sguardo sornione e dolente, stesse frasi sibilline, stesso naso a punta… e soprattutto stesso modo di intendere il calcio e di far giocare la propria squadra.
Ma nella postfazione del romanzo Cancogni svela un mistero, gettando una nuova luce sulla sua opera. “Questo breve romanzo”, scrive, “ha una lunga storia. Quando lo scrissi la prima volta, nel ’93, era un’altra cosa e aveva anche un titolo diverso. Si chiamava Zona Cesarini. Si ispirava a un personaggio reale, l’allenatore ceco Zdenek Zeman, ben noto agli italiani, persino ai pochi, credo, che non s’interessano di sport. M’ero invaghito di lui quando, una decina d’anni fa, allenava la squadra di calcio di una città di provincia del Sud. Il suo nome era nuovo.”
La prima stesura del romanzo, insomma, era ambientata proprio a Foggia, negli anni novanta, e parlava direttamente di Zeman, della sua squadra, dei suoi giocatori e del suo pirotecnico presidente. Ma poi, nelle versioni successive, il romanzo è stato riscritto da cima a fondo e “spostato” nella Roma in cui l’autore ha vissuto per preservarne il finale, che qui non anticipiamo.
Così la vera notizia che Cancogni ci rivela non è solo che ha dedicato a Zeman un personaggio trasfigurato, ma che – in tutti questi anni – ha tenuto chiuso nel cassetto della sua scrivania un romanzo-ritratto inedito di quell’allenatore e di quella città approdati insieme in Serie A. Uno spaccato del passato prossimo dell’Italia, e non solo di Foggia, che probabilmente, come ogni utopia, non avvicineremo mai.
E qui nasce un’altra riflessione. La Zemanlandia foggiana, entrata nella storia del calcio nostrano, è stata elaborata negli anni novanta. Così come il tentativo anarcoide di portare quel modo di intendere il fùtbol nel cuore del calcio capitolino, con una Lazio e una Roma piuttosto “pazzerelle”, è di poco successivo.
Sono passati vent’anni. Siamo entrati negli anni dieci, e il calcio di oggi è molto mutato, che si giochi in Serie A, in Premier League o in Lega Pro. E allora vien da pensare che la maggiore sfida di Zeman non sia quella di far giocare la sua squadra come allora, o di vincere un campionato, ma semplicemente resistere. Far capire ai più che la sua favola non è un rudere novecentesco, ma può lottare ad armi pari (nel calderone dello Zaccheria) con il calcio manageriale, molto milionario e molto narciso, per quanto privo di idee offensive, di Mourinho e dei suoi emuli. È ovvio che, salvo miracoli ultraterreni, non vedremo mai un Foggia-Real Madrid. Ma qui non si parla di calcio giocato. Stiamo parlando di una battaglia delle idee molto più profonda.

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Un’intervista a Enzo Bearzot https://minimaetmoralia.it/interviste/un%e2%80%99intervista-a-enzo-bearzot/ https://minimaetmoralia.it/interviste/un%e2%80%99intervista-a-enzo-bearzot/#comments Wed, 24 Feb 2010 08:49:11 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1832 Quest’estate si giocheranno i mondiali di calcio. E dal momento che dalla nazionale attuale non mi sembra possano emergere personalità davvero interessanti – poca o nulla letteratura, moltissima cronaca usa e getta – riproponiamo quest’intervista di Gianni Mura a Enzo Bearzot, uscita tre anni fa su «La Repubblica» in occasione degli ottant’anni del Vecio. di […]

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Quest’estate si giocheranno i mondiali di calcio. E dal momento che dalla nazionale attuale non mi sembra possano emergere personalità davvero interessanti – poca o nulla letteratura, moltissima cronaca usa e getta – riproponiamo quest’intervista di Gianni Mura a Enzo Bearzot, uscita tre anni fa su «La Repubblica» in occasione degli ottant’anni del Vecio.

di Gianni Mura

MILANO – Enzo Bearzot festeggia oggi 80 anni. «Con mia moglie Luisa, una famiglia di amici e don Luigi, della chiesa del Paradiso qui a Milano, uno che era molto amico di padre Turoldo, furlano di quelli dritti». I festeggiamenti erano cominciati in anticipo, lunedì. «La Gazzetta mi ha fatto una bella sorpresa, un bel regalo anticipato. Mi sono un po’ commosso con gli azzurri del 1982, o meglio mi ha commosso il loro calore. Non è obbligatorio affezionarsi al nonno. Ho notato un cambiamento in Zoff: 25 anni fa mi dava del tu solo a quattr’occhi, quando parlavamo in friulano, adesso riesce a farlo anche in pubblico. Era ora».

E gli altri come li ha trovati?
«Un po’ invecchiati, naturale, e alcuni pieni di voglia di fare e con un’amarezza appena percettibile. Forse si sentono trascurati dal calcio. A me è spiaciuto molto per Claudio Gentile, un duro sul campo, un pezzo di pane fuori. Lo hanno silurato quand’era scaduto il tempo per trovarsi una sistemazione. Non m’aspettavo che a trattarlo così fosse un ex calciatore».

S’aspettava che Lippi vincesse i mondiali?
«Lo speravo, ho cercato di stargli vicino, s’è trovato in una situazione simile alla mia nell’82. E anche stavolta l’Italia, che pure non era la più forte del mazzo, ha trovato la forza del gruppo, l’unità vincente».

Chi era più forte?
«L’Argentina nettamente, e anche il Brasile. Ma i loro assi non hanno creato la squadra. E noi quando siamo punti sul vivo diamo il meglio».

C’è qualcuno di Berlino 2006 che avrebbe potuto giocare nell’82?
«Buffon no perché avrebbe tolto il posto a Zoff. Scherzo, a me piace molto Buffon che è diverso da Dino ma una cosa in comune ce l’ha: se prende gol per colpa di un compagno, non lo rimprovera, anzi cerca di tirarlo su. Solo i grandi giocatori hanno questa sensibilità. Le rispondo così: come regista avevo perso Capello, quindi Pirlo mi avrebbe fatto molto comodo. È bravissimo, sia sul tocco breve che sul lancio lungo, sa tirare in porta, è davvero un giocatore completo».

Totti no?
«Bravissimo, per come fa i gol e li fa fare, ultimo passaggio fulminante. Totti e Kakà rappresentano il meglio che si può vedere oggi in uno stadio italiano, ma come faccio a scartare uno dei miei vecchietti?»

Totti, Nesta, mettiamoci anche Maldini: lei avrebbe trovato le parole per farli restare in Nazionale?
«Dico solo il mio parere: un giocatore può essere un fenomeno nella Roma o nel Milan, ma il massimo, per me, è la Nazionale. Precludersela mi sembra autoriduttivo».

Riesce ancora a entusiasmarsi per questo calcio?
«Entusiasmo è una parola grossa. C’è troppa organizzazione e poca democrazia. Lo guardo meno, lo sento più estraneo. Calciopoli ha prodotti danni profondi, quasi quasi non si crede più al verdetto del campo, è come se qualcosa mi si fosse spento dentro. Riesco ancora a indignarmi, questo sì. Per i fischi di San Siro alla Marsigliese, così come nel ’90 a Roma mi ero indignato per i fischi all’inno argentino, con Maradona in campo che piangeva. E fischiavano i politici, in tribuna d’onore, gente che aveva studiato. Che vergogna. L’inno è sacro, cosa costa stare zitti per quei due-tre minuti? Poi ce ne sono novanta per fischiare i giocatori».

Bearzot non ama le celebrazioni, l’aveva già detto a caldo, a Madrid, quella sera di luglio. «La melassa soffoca». Dopo la sorpresa in chiave azzurra della Gazzetta, ieri ha parlato ai microfoni di Radio 24, col suo vecchio amico e agiografo Gigi Garanzini, e non ha saputo dire di no a una chiacchierata con altri due giornalisti che lo chiamavano, con rispetto, vecio già nell’82.

A un certo punto suona il cellulare, è Platini dalla Turchia. Una chiamata che a Bearzot fa piacere. «Come devo chiamarti, Michel o presidente? Grazie del pensiero. Ti ricordi di quando ti ho convocato nel Resto del Mondo per giocare contro l’Argentina nel ’79? Sì, eri già in vacanza, ho corso un rischio. E la cosa che ricordo, oltre alla nostra vittoria, è la faccia depressa del generale Videla al momento della premiazione. Credevano che fossimo lì a fare i turisti. Si erano sbagliati. Oh, Michel, hai visto che Henry è arrivato a un gol da te?» Segue gran risata. Gliene chiediamo conto. «Platini è sempre il solito. Ha detto: è vero, ma solo perché Domenech non mi convoca. Gli ho detto di avere un occhio di riguardo per gli italiani, anche se non tutti lo meritano. Eh, Michel, il più bel destro visto in 50 anni».

I più grandi in assoluto?
«Di Stefano sapeva coprire tutti i ruoli, Maradona era il calcio. Non dimentico l’intelligenza tattica di Schiaffino. A Pelè è mancata l’Europa, giudizio sospeso».

Qual è il profilo del ct ideale?
«Per me, dev’essere stato allevato dentro la federazione. Com’è stato per me, ma anche per Vicini, Zoff, Maldini. Dalle giovanili alla A si ha più visione d’assieme. Scusate, ma di me si parla sempre e solo come ct. Vorrei dire che tra A e B ha giocato 422 partite per intero, perché non c’erano le sostituzioni, non come oggi che vale la presenza anche se giochi tre minuti. Ero il classico mediano, con qualche licenza di scorreria sulle fasce, come Ciccio Sentimenti. Ho cominciato marcando Piola, ho finito contro Mazzola e Jair. Con Piola avrei volentieri scambiato la maglia, ma non usava. Ne avevamo una e ce la cambiavano quando stava in piedi da sola. Tra le mie medagliette c’è che Sivori non mi ha mai fatto un tunnel».

Mai avuto come ct offerte dall’estero?
“Lo dico adesso per la prima volta. La più allettante era dell’Arsenal, dopo che avevamo lasciato a casa gli inglesi nel ’78».

Platini ha fatto carriera come dirigente. Perché alcuni dei nostri, tipo Rivera e Zoff, non sono entrati nelle alte sfere del calcio?
«E chi li propone? L’uomo di Bari? Matarrese, per chiarezza?»

Senta, è vero che quando Matarrese entrò nei vostri spogliatoi per complimentarsi dopo la vittoria sul Brasile, Tardelli gli tirò uno zoccolo?
«Se ricordo bene gli zoccoli in volo erano più numerosi. Finché il gioco al massacro lo fanno i giornali, passi, ma se partecipa uno che dovrebbe stare dalla tua parte la squadra non dimentica. Dopo un esordio discreto, la seconda e la terza partita erano roba da spararsi, ma non potevo spararmi, dovevo andare avanti. Finché è venuta fuori la squadra del 78, la mia vera squadra del cuore».

Vede qualcosa di nuovo sotto il profilo tattico?
«No, nemmeno in Spagna dove si riempiono tanto la bocca ma con la Nazionale non combinano granché. In Italia tutti dicono di aver rinnegato il difensivismo e poi giocano con una punta sola, ma non si può pretendere che faccia tutto il povero Inzaghi. Poi si tratta sempre di barriere. Rocco le faceva a 20 metri dalla porta, la sua famosa Maginot, oggi si fanno a centrocampo».

Almeno in tv il calcio lo guarda? C’è qualche tecnico che le piace?
«Mi piace Ranieri, è una persona esperta e pacata, seria e civile. L’uomo giusto per la Juve. Non conosco personalmente Spalletti, ma mi piace il gioco della Roma, anche se è molto dispendioso con tutte quelle volate senza palla. Se ha riserve all’altezza, può essere l’anno buono, altrimenti resta una questione milanese. Col Milan più esperto, che ha problemi ma cerca di risolverli, mentre l’Inter i problemi è specializzata nel crearseli da sé. Quanto alla tv, è troppo piena di risse, di volgarità volute, mi crea meno arrabbiature quando è spenta. Posso dire una cosa che non sopporto? Life is now. Ma quale now? La vita è oggi se c’è il meglio di ieri e un progetto di domani».

Il suo ieri comincia da una foto di Campatelli sotto il cuscino.
«E ho esordito in A al suo fianco. Salendo la scaletta mi ha toccato la spalla: guarda che hai il 5 sul petto. Per l’emozione avevo messo la maglia a rovescio. Il mio ieri è la radiocronaca di Carosio nel ’38, io sulla piazza di Gradisca, i gol di Colaussi, uno del paese, come la riserva Castellani. Alla fine non c’era più una goccia di vino nelle cantine, ho bevuto anch’io che avevo 11 anni, ma poco, e ho pensato che volevo fare il calciatore perché il calcio dà felicità alla gente».

Ed è vero, valutando oggi?
«La felicità è come un’arietta che ogni tanto accarezza il volto. Ma le ferite, anche morali, non passano mai, ti segnano una vita. Non le dimentico. E nemmeno le emozioni: l’Inter resterà il primo amore della mia vita e il Torino il più forte. Ci sono arrivato dopo Superga, facevano fatica a pagarci lo stipendio, le docce al Filadelfia erano gelate, ma quando vedevi la scritta “Ex igne fax ardet nova” ti sentivi dentro un orgoglio, un senso di appartenenza, una cosa da brividi. I brividi che ho quando ripenso agli anni che ho addosso, a chi ho perso per strada: mio padre quand’ero in Sicilia, mia madre quand’ero in Olanda, Scirea che è morto a 35 anni, Ferrini a 37, Baretti a 50, e poi Brera e Arpino, che avevano litigato in un certo senso per colpa mia, una convocazione di Bettega che Brera non condivideva, e ho il rimorso di non essere riuscito a mettere pace, prima che morisse Arpino».

Che regalo s’aspetta per oggi?
«Niente, mi basta la presenza dei presenti. Di Luisa, che ho conosciuto nel ’48 sul tram numero 3, in corso Italia. Il mio amore di una vita, la mia allenatrice, da un po’ la mia badante, cioè da quando in casa non abbiamo figli e nipoti. E pazienza se non mi lascia più fumare».

Come le piacerebbe essere ricordato, fra un po’ d’anni?
«Come una persona perbene».

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Re Zinedine https://minimaetmoralia.it/ritratti/re-zinedine/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/re-zinedine/#comments Mon, 28 Sep 2009 07:57:26 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=771 Questo articolo è apparso sullo Straniero. La notte del 12 luglio del 1998 il giovane Yazid, figlio di proletari algerini della periferia di Marsiglia, regala la prima Coppa del mondo di calcio alla Francia, segnando due goal di testa al magno Brasile di Ronaldo e Roberto Carlos. Per i due miliardi di esseri umani che […]

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Questo articolo è apparso sullo Straniero.

La notte del 12 luglio del 1998 il giovane Yazid, figlio di proletari algerini della periferia di Marsiglia, regala la prima Coppa del mondo di calcio alla Francia, segnando due goal di testa al magno Brasile di Ronaldo e Roberto Carlos. Per i due miliardi di esseri umani che guardano la partita in tv, Yazid è meglio noto come Zinedine Zidane, il più grande giocatore che abbia calcato i prati verdi dopo Diego Armando Maradona. Zidane è un calciatore fuori dal comune, un rettile imprevedibile. Come i grandi di questo sport, da Garrincha a Baggio a Messi, sembra provenire da un altro pianeta: quando nello spazio di pochi secondi fa una giocata in grado di spiazzare – rovesciando la logica comune – non solo gli avversari, ma anche i milioni di spettatori che vi assistono direttamente o sullo schermo, pare visitato dagli dei. Ed è questo in fondo che rende tuttora il calcio, nonostante la sua mutazione, un territorio epico che si rinnova costantemente, anche perché – tranne in rarissimi casi come Kakà – quasi mai queste visite premiamo i figli delle élites sociali.
zidaneMa Zidane, come tutti i calciatori professionisti di un certo livello, è anche una macchina per fare soldi, il fulcro di un comitato d’affari che trascende l’uomo e il giocatore fino a snaturarlo, trasformarlo in altro da sé. Ed è proprio il confine dialettico tra il guizzo geniale e, diciamo, la sua razionalizzazione capitalistica che una biografia-inchiesta per nulla agiografica, Zidane. Una vita segreta (Marsilio), prova ad analizzare. L’autrice è una giornalista di L’Express, Besma Lahouri, che ha indagato per un paio d’anni un mondo che si è mostrato a tratti inaccessibile, impermeabile a qualsiasi infiltrazione esterna. Anche se alle volte Lahouri potrebbe approfondire meglio l’oggetto della sua narrazione, Zidane. Una vita segreta (tradotto in italiano da Raffaella Ferrara) è un libro interessante, tra i pochi che si discostano dal profluvio acritico ed eccitato di testi d’argomento sportivo tanto in voga nell’editoria contemporanea. Detto per inciso: oggi raramente lo sport (e soprattutto lo sport più amato, il calcio) è inteso e narrato come specchio della società, un frammento da analizzare criticamente per scorgere disfunzioni più grandi. In genere ci si limita alla chiacchierata da bar o alla rievocazione dei miti della propria infanzia, inglobandole in una lingua media (quella appunto del giornalismo sportivo globale) che anestetizza sul nascere qualsiasi analisi critica, qualsiasi collegamento tra il particolare e il generale, qualsiasi destrutturazione di quegli stessi miti…
Besma Lahouri parte da un’altra finale mondiale, quella del 2006, nella quale uno Zinedine Zidane che ha appena annunciato che lascerà il calcio dopo la fine della partita si fa malamente espellere, quando mancano pochi minuti ai calci di rigore, per aver rifilato una capocciata in pieno petto a Materazzi. In quel momento, all’apice della sua carriera, il genio e l’irrequietezza del calciatore sbattono violentemente l’un con l’altra. Nessun romanziere avrebbe potuto prevedere una simile uscita di scena; eppure è proprio quello che succede, e per anni il gesto ingiustificabile verrà difeso in tutti i modi da una nazione in blocco, la Francia, in genere piuttosto obiettiva quando si parla di sport (si pensi, ad esempio, alle inchieste dell’Equipe sul doping al Tour). Ma Zidane è Zidane, e tutti – da Chirac all’ultimo dei ragazzini che accarezza un pallone su un campetto di provincia – non sono mai obiettivi quando si parla di lui. Sono molto belle le pagine in cui Lahouri descrive un paese in ginocchio di fronte alle bizze del suo Achille. Così come sono inquietanti quelle in cui ritrae il clan di faccendieri che circonda il giocatore.
In quindici anni di carriera, Zidane ha guadagnato 80 milioni di euro. Come vengono gestiti, smistati, reinvestiti questi soldi? Contattare Zidane direttamente è impossibile per chiunque. La sua immagine e le sue relazioni sono gestite da una ristretta cerchia di persone capitanata dai due fratelli, la moglie, alcuni amici che rispondono ai cellulari (che per la cronaca vengono cambiati ogni sei mesi) e, su indicazione del semidio, decidono se il caso o no di passarglielo. La lista dei sommersi e dei salvati è costantemente aggiornata, ed è così che Zidane per anni ha tenuto in pugno il mondo del calcio, del giornalismo sportivo e delle multinazionali pubblicitarie. Rendendosi imprevedibile nei contatti umani come sul campo di gioco. Come tutti i grandi fuoriclasse del XXI secolo (da Ronaldo a Federer), Zidane non è solo uno sportivo: è anche un uomo-immagine capace di far impennare i fatturati di decine di corporation, dalla Danone in giù. Quando oggi viaggia in giro per il mondo, dal Sud-est asiatico alla sua Algeria, gli vengono riservati gli onori di un capo di Stato. E allora c’è da chiedersi: quanto rimane del calcio, dell’epica del calcio, in tutto questo? La storia del povero che si riscatta attraverso lo sport, del ragazzino silenzioso e sofferente di banlieue che diventa un funambolo in grado di mandare fuori tempo qualsiasi difensore, è ancora intatta o è inevitabilmente corrotta da un sistema feroce che uccide i suoi figli? Che stritola il campione come la massa di cui, dopo pochi anni, nessuno si ricorderà più?
Zinedine Zidane si è affermato nella Juventus (venendo coinvolto di striscio nell’inchiesta sul doping e le mille omertà della prima squadra italiana) e si è consacrato a fama imperitura nel Real Madrid, dopo quello che è stato a lungo il trasferimento più costoso della storia del calcio. Ha vinto coppe, trofei e palloni d’oro. Ha condotto la nazionale transalpina laddove neanche Platini era stato capace di condurla. Ha segnato gol spettacolari e dribblato grappoli di avversari. periferia_parigiMa c’è un momento puramente cinematografico della biografia di Lahouri che merita di essere ricordato.
Il 6 ottobre 2001, poche settimane dopo l’11 settembre, allo Stade de France si gioca l’amichevole Francia-Algeria. Sugli spalti, migliaia di immigrati di seconda generazione fischiano la Marsigliese e alla fine invadono il campo sventolando bandiere algerine. Per la Francia è uno shock senza precedenti: la cittadella interrazziale del football è esplosa, gli odi del passato coloniale ritornano. Il giorno dopo, il difensore nero Thuram è il primo a sollevare la questione del malessere delle periferie. I giornali e le tv non parlano d’altro, all’interno e al di fuori dei confini nazionali. Tutti attendono che parli Zidane, che il re si esprima e plachi gli animi. Ma Zidane tace, si trincera dietro una coltre di silenzio. Eppure, senza che nessuno sappia niente, si fa portare in macchina da un amico a Barbès. Per più di un’ora l’auto attraversa a bassa velocità le strade e stradine del quartiere. Zidane osserva questa mini-Algeria di Francia dal finestrino, senza dire niente, senza farsi riconoscere. Guarda e basta. E, come sempre, si tiene tutto dentro. Per giorni i giornalisti sportivi e politici, gli altri calciatori, i tifosi dei Bleus, gli arabi di Parigi e di Marsiglia, Bush e Chirac continueranno ad attendere parole che non arriveranno, del tutto ignari di quella visita segreta, così simile alle visite dei monarchi dell’ancien régime.

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Zemanlandia https://minimaetmoralia.it/ritratti/zemanlandia/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/zemanlandia/#comments Fri, 25 Sep 2009 08:09:29 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=763 Questo articolo è apparso sul Riformista. Campionato di serie B, 10 dicembre 1989. Il Foggia ha appena perso contro il Parma davanti ai suoi tifosi, e rischia di sprofondare definitivamente in zona retrocessione. Gli ultras di casa, inferociti, stringono d’assedio il Zaccheria: urlano, intonano cori minacciosi, vorrebbero regolare i conti di persona con calciatori e […]

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Questo articolo è apparso sul Riformista.

zeman_bogCampionato di serie B, 10 dicembre 1989. Il Foggia ha appena perso contro il Parma davanti ai suoi tifosi, e rischia di sprofondare definitivamente in zona retrocessione. Gli ultras di casa, inferociti, stringono d’assedio il Zaccheria: urlano, intonano cori minacciosi, vorrebbero regolare i conti di persona con calciatori e mister. I rossoneri, rifugiatisi negli spogliatori, cominciano a infilare le uscite secondarie nella speranza di non essere notati da nessuno. È una triste pantomima andata in scena un’infinità di volte sui campi di calcio del nostro paese: a ciascuno la sua parte. E tuttavia, qualche minuto dopo, in modo assolutamente imprevedibile, all’uscita principale dello stadio si presenta un uomo. È Zdeněk Zeman, l’ancora semisconosciuto allenatore del Foggia: spalle strette in un trench bogartiano, sigaretta tra le labbra, raccoglie sputi e insulti senza battere ciglio. Alza infine lo sguardo di ghiaccio verso chi vorrebbe linciarlo, e zittisce tutti quanti sussurrando mollemente: «non. sprecate. fiato».
Pochi anni dopo, con una squadra di ragazzini il cui costo complessivo non supera le spese di pedicure di Van Basten, farà sognare un’intera città lottando per la Uefa nella massima serie.
È questo uno dei momenti più intensi rievocati da Zemanlandia, il bellissimo documentario di Giuseppe Sansonna che verrà presentato alla Casa del Cinema di Roma il prossimo 28 settembre alle 10.30. Si tratta di un appuntamento imperdibile per chi ama Zeman, per chi è convinto che prodigi e mostruosità del calcio siano uno specchio nemmeno tanto deformante del nostro paese, e per chi voglia la dimostrazione di come – ad avere idee forti e molta dedizione – un budget che non basterebbe a Tornatore per mezza inquadratura sia capace (artisticamente) di affondare molti pianisti sull’oceano. Miracolo produttivo a parte, Sansonna ha portato a segno almeno altre tre imprese: innanzitutto, è riuscito a riunire dopo quindici anni (intorno a un tavolo da tressette!) il Foggia del calcio totale: da Zeman, al magnate del grano Pasquale Casillo che lasciò la presidenza della squadra dopo essere stato arrestato per associazione camorristica (l’assoluzione è arrivata nel 2007), al geniale direttore sportivo Peppino Pavone, al magazziniere, al viceallenatore di allora. Quindi, messi gli ex compagni di avventura a proprio agio (è meraviglioso vedere il massaggiatore Dino Rabbaglietti che gioca a carte e si rivolge a Zeman chiamandolo: il muto senza nessun timore reverenziale), Sansonna ha chiesto loro di raccontare quell’esperienza irripetibile scatenando un fiume in piena di aneddotica: dalla decisione di prendere il boemo per allenare il Foggia («lui allenava il Licata», dice il vulcanico Casillo, «e fu quando perse 4 a 1 contro di noi che pensai di assumerlo: loro stavano tre gol sotto, è vero, però alla fine della partita correvano il doppio»), agli allenamenti fatti per risparmiare tra i crateri di un oratorio («lui promesso campo vero, io sto ancora aspettando», dice Zeman punzecchiando Casillo), alle follie dei tifosi e delle tv locali, alla fine del ciclo dei Signori e dei Baiano (divertentissima la successione tra la scena d’epoca in cui Casillo tuona tutto incazzato contro i giornalisti: «non venderò nessuno!» e il Casillo attuale che ricorda divertito: «vendemmo tutti…»)
Ma è quando Sansonna mette faccia a faccia Zeman e il suo ex presidente che il documentario prende davvero il volo, sostenuto dall’impeccabile colonna sonora di Pippo Foglianese. Abbandonato il tavolo da gioco, seduti sul divano uno accanto all’altro in un’atmosfera da resa dei conti vagamente ispirata a C’era una volta in America, Casillo e Zeman giganteggiano dai lati opposti dei propri caratteri. Il primo sembra uscito da Casinò di Scorsese – eccessivo, passionale, chiacchierone, abituato a maneggiare capitali giganteschi, si confessa ancora oggi totalmente sedotto da questo ieratico boemo di cui intuisce il genio senza mai tuttavia comprenderne il mistero fino in fondo, e infatti dice stupefatto: «campava con ventimila al giorno: aveva bisogno giusto dei soldi per le sigarette», e poi confessa: «ero come un marito geloso: quando seppi che lo voleva il Parma, piazzai per un mese un mio dipendente di fronte alla sede della squadra emiliana. Dovevo capire se Zeman mi tradiva…», poi si rivolge a Zeman nel tentativo di scuoterlo dal consueto aplomb, proprio come un ex amante che tenti di riguadagnare il terreno perduto: «ti ho sempre rispettato, non è vero? Ti rispettavo perché avevo piena fiducia in te. Per esempio: mi sono mai azzardato a scendere negli spogliatoi?», e Zeman, alzando il labbro superiore verso un impercettibile sorriso: «sei sceso. molte volte», così Casillo espolde: «certo: per portarvi i soldi! Per questo scendevo negli spogliatoi!» e quindi gli occhi gli si fanno inaspettatamente lucidi: «però, di’ la verità, ci siamo divertiti un sacco». E Zeman Eastwood, senza muovere un solo muscolo facciale: «ci siamo divertiti. molto».
Alla presentazione del 28, oltre al regista, ci saranno anche Zeman e Casillo. Particolare non irrilevante: il documentario è costato 20 mila euro, raccimolati a fatica dopo il calcio in bocca ministeriale che ha negato il finanziamento pubblico, dirottando quei soldi verso prevedibili patacche.

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