Calderón Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/calderon/ un blog di approfondimento culturale Wed, 24 Sep 2014 13:36:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Calderón Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/calderon/ 32 32 “Non mi interessa solo scrivere bene, ma avere un effetto”. Intervista a Diego Osorno https://minimaetmoralia.it/inchieste/non-mi-interessa-solo-scrivere-bene-ma-avere-un-effetto-intervista-a-diego-osorno/ https://minimaetmoralia.it/inchieste/non-mi-interessa-solo-scrivere-bene-ma-avere-un-effetto-intervista-a-diego-osorno/#respond Wed, 24 Sep 2014 13:36:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23500 Ti guarda negli occhi, ti ascolta e risponde pacato. Sa di dire cose che la maggior parte delle persone ignora, anche nel suo paese, per questo non ha fretta e spiega con chiarezza quello che ha visto. Messicano, classe 1980, Diego Enrique Osorno col suo giornalismo narrativo indaga e racconta una realtà violenta, una guerra nascosta, figlia di cambiamenti politici ed economici, che stanno mutando regole ed equilibri nel mondo del narcotraffico. Z. La guerra dei narcos (La nuova frontiera) ha Roberto Bolaño come stella polare, ma non è fiction: è una “guida” di viaggio, un racconto fatto di storie criminali, luoghi e persone che sopravvivono e resistono nell’inferno della frontiera che divide gli stati del Nuevo León e del Tamaulipas dagli Stati Uniti, dove gli omicidi si fanno stragi anche di donne e bambini, e comprendono mutilazioni dei cadaveri e riprese video diffuse via internet per terrorizzare.

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diego osorno

Questa intervista è uscita su Repubblica Sera. (Fonte immagine)

Ti guarda negli occhi, ti ascolta e risponde pacato. Sa di dire cose che la maggior parte delle persone ignora, anche nel suo paese, per questo non ha fretta e spiega con chiarezza quello che ha visto. Messicano, classe 1980, Diego Enrique Osorno col suo giornalismo narrativo indaga e racconta una realtà violenta, una guerra nascosta, figlia di cambiamenti politici ed economici, che stanno mutando regole ed equilibri nel mondo del narcotraffico. Z. La guerra dei narcos (La nuova frontiera) ha Roberto Bolaño come stella polare, ma non è fiction: è una “guida” di viaggio, un racconto fatto di storie criminali, luoghi e persone che sopravvivono e resistono nell’inferno della frontiera che divide gli stati del Nuevo León e del Tamaulipas dagli Stati Uniti, dove gli omicidi si fanno stragi anche di donne e bambini, e comprendono mutilazioni dei cadaveri e riprese video diffuse via internet per terrorizzare. È il territorio degli Zetas, gruppo apparso negli anni Zero, su cui i documenti ufficiali non hanno una versione oggettiva e condivisa. Provengono da un corpo di militari addestrati negli Usa? È una copertura per una pulizia sociale? Sono narcotrafficanti? Di certo la loro storia porta alla “necropolitica”, quella che trae vantaggi dalla morte. E il giornalismo narrativo di Osorno, da molti paragonato a Roberto Saviano, vuole essere un modo per smuovere le coscienze, cambiare le cose, portare solidarietà a chi vive in quei luoghi, nel terrore.

Osorno, da quando si è interessato a questa guerra?

«Lavoro come giornalista da quando avevo 15 anni, ho scritto migliaia di articoli e ho visto cambiare la situazione del mio paese e del narcotraffico, da un sostanziale equilibrio, per cui la droga attraversava il Messico come fosse un canale verso il nordamerica, al caos di oggi. È successo che dal 2000, da quando il Partito Rivoluzionario Istituzionale perde le elezioni dopo 70 anni di governo, col cambiamento politico e i processi di globalizzazione che portano un nuovo capitalismo in America latina, il libero mercato porta nuovi soggetti nel narcotraffico. Tra questi gli Zetas, appunto, ex militari che si sono messi prima al servizio dei vecchi cartelli, poi in proprio. Ed è cominciata una nuova guerra. Non si occupano solo di narcotraffico, e il loro sembra diventato una sorta di nome collettivo, con cui tra le altre cose taglieggiano i negozianti e rapiscono, derubano, ricattano e uccidono i migranti verso gli Usa. Parliamo di decine di migliaia di vittime di una guerra molto violenta, con morti, sfollati e scomparsi, in un territorio che vive nel terrore e nel silenzio. Non esiste una letteratura sulla situazione di questa zona, e anche i giornalisti hanno paura a scrivere perché ad oggi ne sono stati uccisi 89. Per altro, dal mio punto di vista, la cronaca non bastava più per raccontare cosa sta accadendo».

È per questo che nasce il suo “giornalismo narrativo”?

«Sì. La letteratura l’ho sempre frequentata come lettore, non come scrittore. Sono un giornalista, ma di fronte a ciò che succedeva nel mio paese, come la ribellione nel 2006 nello stato di Oaxaca, ho capito che serviva altro. Gli spazi sui giornali si riducevano, e io avevo bisogno di scrivere di più. Serviva un giornalismo narrativo per una realtà complessa e drammatica, da spiegare commuovendo il lettore, che nelle zone degli Zetas vive con la vicinanza quotidiana della morte. Il giornalismo narrativo non è un atto letterario, non mi interessa solo scrivere bene, ma avere un effetto. E raccontare anche la speranza, oltre alla devastazione. Raccontare la realtà che esiste sotto il racconto mediatico, le persone che non esistono su twitter o alla televisione, che non hanno un ufficio stampa. Un modo di narrare che chiamo “infrarealismo”».

E come reagiscono i lettori messicani a questo “infrarealismo”?

«Il libro sta andando molto bene, ha molti lettori ed è in stampa una nuova edizione. So che negli Stati di cui parlo hanno problemi a leggerlo, ma lo fanno comunque. Le persone mettono delle sovracopertine sul libro perché non si legga il titolo, e certe librerie lo tengono nascosto e non lo mettono in vetrina per paura. Ma so che ha un’influenza sulla società civile, ed è quello che importa. Non scrivo per alimentare l’orrore, ma per cambiare qualcosa, produrre indignazione di fronte a tante vittime, per dare speranza alle persone che vivono in quelle zone».

Crede, quindi, nel potere della letteratura di cambiare le cose?

«La letteratura ha un potere, riflette lo spirito di una società, ed è una cosa diversa dal giornalismo. La letteratura ha esigenza di cercare una parola che dia la scossa, un giornalista non può dedicarsi troppo al linguaggio. Quando però ho letto 2666 di Roberto Bolaño ho riflettuto molto: è un’opera di finzione, ma mi ha fatto capire il problema del narcotraffico molto più di tanti saggi sull’argomento. È il genio e l’intuizione di uno scrittore, ma non so quanto sia un testo che una massa di persone, come quella a cui vorrei rivolgermi, riesca a leggere. Per questo il giornalismo narrativo ha un’altra forza».

Ha idea di come il suo Messico possa uscire da questa situazione?

«Il problema è politico ed economico, più che di polizia. Dal 2012 il governo, dopo sei anni di guerra al narcotraffico dichiarata dal presidente Calderón nel 2006, cerca una politica di pacificazione. La violenza però continua, e si cerca di dissimularla anche con cose grottesche: a San Fernando il sindaco per cambiare immagine della zona ha pensato di creare un cocktail con 17mila gamberi, il più grande del mondo, per entrare nel Guinness dei primati, ma i certificatori non ci sono andati per paura. Una prima soluzione è dunque parlarne, non nascondere, ma soprattutto ci si deve muovere verso la legalizzazione delle droghe. In Sudamerica è una prospettiva ormai data per certa, e in Messico si discute di come attuarla, se lo Stato debba avere il controllo della produzione e della vendita o meno. Il problema vero, però, è il controllo che ne vorranno avere gli Stati Uniti. Considerate che hanno 20mln di consumatori di droga. Che cosa succederebbe se per una settimana non ne arrivasse? La verità, al di là dei proclami, è che non possono fermare il narcotraffico, ma vogliono amministrarlo attraverso la Dea [Drug Enforcement Administration]».

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