Carlo Bo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/carlo-bo/ un blog di approfondimento culturale Sat, 13 Feb 2016 12:28:19 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Carlo Bo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/carlo-bo/ 32 32 Elio Vittorini ai tempi del “Politecnico” https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/elio-vittorini-ai-tempi-del-politecnico/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/elio-vittorini-ai-tempi-del-politecnico/#comments Fri, 12 Feb 2016 13:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29875 Cinquant'anni senza Elio Vittorini: l'intellettuale siciliano morì a Milano il 12 febbraio 1966. In questo pezzo ricordiamo la sua avventura, non priva di travagli, alla guida del Politecnico.

È il dicembre del 1947 quando esce il numero 39 del Politecnico, la “rivista di cultura contemporanea” diretta da Elio Vittorini per Einaudi. Il pezzo di copertina è di Vasco Pratolini, un’inchiesta-reportage sulla città di Firenze. “I fiorentini sono faziosi, beceri, geniali. Il loro spirito è bizzarro perché è composito, sincero soltanto quando è cinico”, scrive[1].

Nella rubrica delle lettere, un tale G.C. da Biella chiede conto al direttore “delle critiche della Pravda a Pablo Picasso con la sua conseguente espulsione”. Vittorini risponde: «Non mi risulta che Picasso sia stato espulso dal P.C. Un’espulsione, per ragioni simili, sarebbe una novità sensazionale nei metodi del P.C. e non saprei assolutamente spiegarmela. Non sarebbe giustificata da nessun punto di vista». Poco sotto, un riquadro invita i lettori a regalare un abbonamento al giornale per le feste in arrivo. Dono poco azzeccato, se non altro perché proprio con il numero 39 l’esperienza del Politecnico – nato settimanale nel settembre ’45 e diventato mensile un anno e mezzo dopo – giunge al capolinea.

L'articolo Elio Vittorini ai tempi del “Politecnico” proviene da Minima et Moralia.

]]>
elio vittorini

Cinquant’anni senza Elio Vittorini: l’intellettuale siciliano morì a Milano il 12 febbraio 1966. In questo pezzo ricordiamo la sua avventura, non priva di travagli, alla guida del Politecnico.

È il dicembre del 1947 quando esce il numero 39 del Politecnico, la “rivista di cultura contemporanea” diretta da Elio Vittorini per Einaudi. Il pezzo di copertina è di Vasco Pratolini, un’inchiesta-reportage sulla città di Firenze. “I fiorentini sono faziosi, beceri, geniali. Il loro spirito è bizzarro perché è composito, sincero soltanto quando è cinico”, scrive[1].

Nella rubrica delle lettere, un tale G.C. da Biella chiede conto al direttore “delle critiche della Pravda a Pablo Picasso con la sua conseguente espulsione”. Vittorini risponde: «Non mi risulta che Picasso sia stato espulso dal P.C. Un’espulsione, per ragioni simili, sarebbe una novità sensazionale nei metodi del P.C. e non saprei assolutamente spiegarmela. Non sarebbe giustificata da nessun punto di vista». Poco sotto, un riquadro invita i lettori a regalare un abbonamento al giornale per le feste in arrivo. Dono non azzeccatissimo, se non altro perché proprio con il numero 39 l’esperienza del Politecnico – nato settimanale nel settembre ’45 e diventato mensile un anno e mezzo dopo – giunge al capolinea.

Se Picasso ha i suoi grattacapi con la Pravda[2], la grana di Vittorini assumerà le severe sembianze di Palmiro Togliatti. Fin dagli esordi, il Politecnico avrebbe dovuto decisamente agganciarsi alla linea rivoluzionaria del Pci. O almeno queste erano le intenzioni di Vittorini, che non esita a definirsi comunista; d’altro canto, Togliatti e compagnia guardano con attenzione al nucleo di intellettuali che gravita intorno alla redazione di viale Tunisia, a Milano.

Ma bastano pochi numeri della rivista per chiarire a entrambi le parti che, insomma, dev’esserci stato un equivoco. La visione politico-culturale di Vittorini è tutt’altro che ortodossa, e il suo lavoro al Politecnico – generoso, appassionato, a volte persino caotico – ne è uno specchio.  Che riflette, ad esempio, la grande fascinazione per la letteratura e il mondo americano. Uno dei suoi primi colpi è la pubblicazione a puntate di Per chi suona la campana di Ernest Hemingway[3]. Racconta: «Era il 1942 quando riuscii ad avere, via Svizzera, una copia di For whous the bells tolls. Cominciai allora io stesso a tradurlo, sapevo che presto non ci sarebbe più stato Mussolini ad impedire di pubblicarlo. Ma poco tempo dopo venni arrestato, e la mia traduzione andò perduta col testo». Poco male: la prima puntata del romanzo di Hemingway campeggia sulla rivista, accompagnata da un disegno di Renato Guttuso.

politecnico_vittorini

Non solo Hemingway, però. Sul primo numero del Politecnico, nell’elegantissimo formato ideato da Albe Steiner, c’è un pezzo di Henry Miller (titolo sibillino: L’America non è sempre il paradiso). Più avanti troveranno spazio opere o interventi di Charlie Chaplin, Walt Withman e persino di un altro zio Walt d’America, Disney in persona. Accade sul numero 20: l’articolo firmato dal creatore di Mickey Mouse («Walt Disney: la mia officina») è corredato con disegni di Paperino – definito nella didascalia un papero furente – e Topolino («Il topo ragazzo Mickey Mouse è uno dei personaggi più sconsolanti di Disney: euforico, furbo ma non troppo. Un uomo che non sa di essere un topo[4]»).

E insomma se è vero che fu il Politecnico a pubblicare le prime lettere dal carcere di Antonio Gramsci, e che in copertina figuravano pezzi come «Principio di carattere e principio di casta[5]», e all’interno saggi di Georg Luckás, d’altro canto l’ortodossia filo-Pci era ben altra cosa. La tentazione è quella di immaginare lì a Botteghe Oscure una sequela di alzatine di spalle a ogni numero del Politecnico.

Ad esempio: sin dal secondo numero Vittorini affida a Oreste Del Buono (e ad altri collaboratori) il compito di “sdoganare” il fumetto[6], con l’obiettivo di illustrare la dignità del nuovo formato: ecco i balloons con Braccio di Ferro, Barnaby o il signor O’Malley. Passano pochi giorni e Nilde Iotti censura su Rinascita la “sottoletteratura dei fumetti”, incapace di veicolare contenuti ideologici, formativi o culturali. Anni dopo, intervistato da Umberto Eco su Linus, Vittorini dirà candidamente: «Avevamo cercato di servirci dei fumetti come mezzo di divulgazione letteraria, ma si trattava più che altro di un divertimento per noi stessi. Del resto uno spirito di fumetto c’era anche nel tipo di impaginazione che usavamo per il Politecnico».

Ma la dialettica, al Politecnico, era piuttosto vivace anche dall’interno. Franco Fortini, al fianco di Vittorini dalla prima uscita della rivista[7], tiene una rubrica intitolata Diario di un giovane borghese intellettuale. Ecco quello che compare sotto la voce 13 settembre: «Vittorini mi scrive, indignato per il mio “Kafka” “astruso e inutile”. Dice che è contro lo spirito del Politecnico. Ho telefonato, molto di malumore, a Milano, ma Vittorini non c’era […] Può darsi che sia davvero astruso e inutile, letterario e sbagliato. La buona volontà non basta, è noto. Ed effettivamente, scrivendolo, sentivo di non aver risolto quasi nulla. Ma è possibile oggi parlare altrimenti di Kafka? Non si corre il rischio, parlandone, di riprendere il tono degli innumerevoli articoli che compaiono dovunque sulla sua opera, articoli psicologico critici, mistico letterari, e francamente insopportabili?». La polemica si riferisce al numero 37: il servizio di copertina presenta “cinque inediti di Kafka”, accompagnati da due pezzi critici, uno di Carlo Bo e uno di Fortini.

La verità è che di carne al fuoco, nella cucina di viale Tunisia, ce n’era davvero tanta. È come se Vittorini – e i suoi collaboratori – non vedesse l’ora di rovesciare sulla nazione tutte le istanze represse da vent’anni di dittatura, con una miscela di curiosità intellettuale e zelo pedagogico. La rivista considera ogni linguaggio una tecnica, ma non vuole eccedere negli specialismi. Parla ai lettori in modo rigoroso ma non accademico; invita a uscire «dai compartimenti stagni dei tecnicismi e a rendere traducibili i diversi linguaggi, riconducendoli ai concreti motivi umani da cui hanno avuto origine».

Anche in questo caso, l’accavallarsi di idee e spunti rischia di generare disarmonia – e alzatine di spalle a Botteghe Oscure – eppure le intenzioni sono decisamente moderne. Ecco quanto scrive Vittorini a un suo redattore, Marcello Venturi[8], sulla struttura e sulla direzione che avrebbe dovuto seguire per scrivere i suoi reportage: «Vorrei ora impegnarti in un lavoro nuovo. […] Prendendo come esempio l’articolo sulle Puglie, desidererei che qualcosa di simile tu mi facessi su qualche paese tipico della tua zona. politecnico Come lavorano, come mangiano, come amano gli uomini e le donne di famiglie di diversi ceti sociali, le condizioni della donna e dei giovani, le abitazioni di uomini ricchi e poveri. Questo lo schema, ma tutto deve essere raccontato, vivo». E reportage del genere compariranno via via sui numeri del giornale. Italo Calvino ne firma due (Liguria magra e ossuta e Riviera di Ponente), Giorgio Caproni uno (Viaggio tra gli esiliati di Roma).

(Da rivedere la sezione dedicata alla critica musicale: con un pezzo siglato “Firmus”, il Politecnico intona il funerale del jazz, perché «appare chiaro che artisticamente parlando è stato un fenomeno assai circoscritto e di modesta portata[9]»).

Dopo tanto abbozzare e far grossomodo finta di nulla, la prima vera cannonata per il Politecnico arriva per mezzo di un articolo su Rinascita, firmato da Mario Alicata. Dirigente del Pci, intellettuale raffinato – lavorò con Giaime Pintor e Luchino Visconti – Alicata scrisse: «Bisognava lavorare a una cultura nuova, e lavorare per una cultura nuova significa riuscire a creare e diffondere un linguaggio nuovo. Orbene, il linguaggio col quale essi vogliono parlare è risultato quanto mai astratto ed esteriore: intellettualistico, insomma. Mi si chiederà che cosa intendo per intellettualismo. Ecco, per esempio secondo me è intellettualismo giudicare “rivoluzionario” e “utile” uno scrittore come Hemingway, le cui doti non vanno al di là d’una sensibilità da “frammento”, da “elzeviro”, e “rivoluzionario” e “utile” un romanzo come Per chi suona la campana,che rappresenta la riprova estrema dell’incapacità dell’Hemingway a comprendere e a giudicare (cioè, poi, a narrare) qualcosa che vada al di là d’uno suo quadro di sensazioni elementari e immediate: egoistiche».

Ora, si capisce che per Vittorini le parole “Hemingway” e “incapace” non possono comparire nella stessa frase, eppure il direttore del Politecnico prova a non cadere nella provocazione e a rispondere nel merito. E quindi, risponde: «Qui si incorre in una serie di errori. Si vede in Alicata il Partito comunista stesso».

E: «L’errore principale è di ritenere il Politecnico comunista per il fatto di essere diretto da un comunista».

E: «La politica agisce sul piano della cronaca, la cultura sul piano diretto della storia».

In un crescendo wagneriano la polemica giunge al culmine. A scrivere al Politecnico è stavolta il segretario del Pci in persona, Palmiro Togliatti. La lettera, come riferisce nel sommario Vittorini, arriva quando il giornale era “già pronto per andare in macchina”, e viene pubblicata nella sua versione integrale. L’immagine che mi viene in mente di Togliatti si sovrappone a quella di un gatto. «Ma davvero si può arrivare a un punto tale per cui una rivista comunista non potrà esprimersi criticamente a proposito di una pubblicazione culturale fatta da comunisti, senza che s’apra la ridicolissima campagna sulla nostra intolleranza, sul soffocante controllo che noi pretenderemmo esercitare sopra le attività intellettuali?».

E: «La politica, tu dici, è cronaca; la cultura è storia. Falsa generalizzazione!».

E: «Quando il Politecnico è sorto, l’abbiamo tutti salutato con gioia […] Ma a un certo punto ci è parso che le promesse non venissero mantenute. L’indirizzo annunciato non veniva seguito con coerenza, veniva anzi sostituito, a poco a poco, da una strana tendenza a una specie di cultura enciclopedica, a una astratta ricerca del nuovo, del diverso, del sorprendente».

E: «A noi rincrescerebbe che il Politecnico non riuscisse a fare opera di rinnovamento. Il nostro voleva essere più che altro un richiamo alla serietà del compito che vi sta davanti».

E il punto che preferisco, dove sul finire della frase Togliatti incontra Edgar Allan Poe: «Negli ultimi tempi del fascismo, ci furono tentativi di reazione al cretinismo ufficiale; ma anch’essi scarsamente efficaci, perché mancanti di unità e anche di serietà, tanto che si esaurirono nell’attività intermittente, come un fenomeno di fuggevole fosforescenza sopra un corpo in decomposizione, di piccoli gruppi slegati l’uno dall’altro».

Vittorini scrive sul numero 35 un’accorata risposta al segretario del Pci, Suonare il piffero per la rivoluzione?, il cui culmine arriva in questi due passaggi, a): «Se Hemingway, mettiamo, si compromette politicamente, noi potremo considerare nemica la sua persona, ma i suoi libri non sono nemici, sono ancora nostri amici[10], e io ho molto in contrario a vederli rifiutati come letteratura della borghesia reazionaria»; e b): «Rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie diverse da quelle che la politica pone; esigenze interne, segrete, recondite dell’uomo ch’egli soltanto sa scorgere nell’uomo, che è proprio di lui scrittore scorgere e che è proprio di lui scrittore rivoluzionario porre».

Ma a quel punto il destino del Politecnico, che già non era in una fase diciamo espansiva, è segnato. In una lettera inviata a Italo Calvino nel 1956, Vittorini scrisse: «Se qualcosa di pubblico mi piacerebbe di fare, di questi tempi, non sarebbe di dirigere un Politecnico, ma di tornarmene in Sicilia e mettere in piedi un quotidiano[11]». Eppure, Vittorini, che impeto, e quanta libertà, possiamo ancora ritrovare sulle pagine di quella tua rivista.

 

_____________________________________________

 

[1] Opinione sua.

[2] E non sarà l’unica volta: qualche anno dopo il PCUS non gradirà un suo ritratto commemorativo del compagno Stalin.

[3] «Più importante di Joyce e Proust, è lo Stendhal dei nostri giorni».

[4] Di fianco all’intervento di Disney ecco il pezzo «Come si studia la storia nell’U.r.s.s.»

[5] Esattamente, “casta”.

[6] Con un pezzo intitolato «Il mondo a quadretti».

[7] E per esempio nel numero doppio 33/34 ha scritto un saggio bellissimo sul Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.

[8] Partigiano, giornalista all’Unità, futuro direttore della collana Universale economica Feltrinelli. Così lo introduce Vittorini: «Marcello Venturi è un altro giovane che non ha mai pubblicato un rigo. Un altro scrittore del Politecnico. È toscano delle parti di Lucca. Suo padre è ferroviere».

[9] Il pezzo è del 1946. Nel 1965 John Coltrane pubblica A love supreme.

[10] I libri sono degli amici. E Vittorini ancora in difesa di Hemingway: «Giuseppe Mazzini, per citare un esempio illustre, scrisse che Leopardi era un poetucolo decadente al paragone del grande poeta civile G.B. Piccolini».

[11] Quando Vittorini lascia il Pci, Togliatti non rinuncia a un’ultima stoccata e con lo pseudonimo di Roderigo di Castiglia fa uscire su Rinascita un pezzo intitolato Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato: «A dire il vero, nelle nostre file pochi se ne sono accorti. Pochi si erano accorti, egualmente, che nelle nostre file egli ci fosse ancora. Vittorini? Sì, era stato accanto a noi nel combattimento contro la tirannide interna e l’invasore straniero. Come tanti altri. Né meglio, né peggio, dicono […]. Fondò una rivista che finì per scontentare tutti perché conteneva di tutto e non conteneva nulla […]. (Scrisse libri) di cui è difficile parlare, perché è a tutti difficile trovar la pazienza di leggerli sino alla fine. Nei precedenti, almeno, qualcosa c’era […] Vittorini pensa che rimanga, per lui e per gli altri, la libertà. Ma già ragiona, egli stesso, come uno schiavo».

L'articolo Elio Vittorini ai tempi del “Politecnico” proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/elio-vittorini-ai-tempi-del-politecnico/feed/ 3
Urbino, i libri e la mortadella https://minimaetmoralia.it/interventi/alessio-torino-urbino-libri-mortadella/ https://minimaetmoralia.it/interventi/alessio-torino-urbino-libri-mortadella/#comments Sat, 28 Feb 2015 16:29:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25489 Questo pezzo di Alessio Torino è uscito sull'ultimo numero de L'indice dei libri del mese che trovate in edicola e che vi invitiamo a leggere. Ringraziamo la testata e l'autore.

«Vendere i libri a Urbino è come vendere la mortadella». Questa curiosa sentenza risale a qualche anno fa ed era stata emessa da Catia della libreria Montefeltro, la libreria di fiducia di molti urbinati. Catia si riferiva a come, in una cittadina universitaria quale Urbino, il suo lavoro finisse fatalmente per assomigliare a quello di un addetto al banco salumi in un supermercato. Un cliente entrava, chiedeva i saggi di Letteratura Francesce II, pagava e lasciava il posto a quello dietro di lui nella fila con il vademecum aperto sull’esame di Statistica I. «Per cosa la faccio a fare la vetrina?» mi chiedeva Catia. La risposta non c’era. «Ma tanto la faccio lo stesso» aggiungeva.

L'articolo Urbino, i libri e la mortadella proviene da Minima et Moralia.

]]>
Piero_della_Francesca_Ideal_CityQuesto pezzo di Alessio Torino è uscito sull’ultimo numero de L’indice dei libri del mese che trovate in edicola e che vi invitiamo a leggere. Ringraziamo la testata e l’autore.

«Vendere i libri a Urbino è come vendere la mortadella». Questa curiosa sentenza risale a qualche anno fa ed era stata emessa da Catia della libreria Montefeltro, la libreria di fiducia di molti urbinati. Catia si riferiva a come, in una cittadina universitaria quale Urbino, il suo lavoro finisse fatalmente per assomigliare a quello di un addetto al banco salumi in un supermercato. Un cliente entrava, chiedeva i saggi di Letteratura Francesce II, pagava e lasciava il posto a quello dietro di lui nella fila con il vademecum aperto sull’esame di Statistica I. «Per cosa la faccio a fare la vetrina?» mi chiedeva Catia. La risposta non c’era. «Ma tanto la faccio lo stesso» aggiungeva.

Le cose sono andate avanti così fino a pochi anni fa, quando in questa cittadina di circa quindicimila abitanti e di circa altrettanti studenti erano aperte ben sette librerie. Sette è un numero che, in rapporto al numero di residenti, potrebbe far pensare all’età dell’oro del mercato librario. Invece, adesso che delle sette librerie ne sono rimaste soltanto tre, si scopre che l’oro nascondeva subito sotto il ferro. E per quella famosa mortadella si sente, per forza, un gran rimpianto.

È proprio la saggistica universitaria, a quanto dicono i diretti interessati, ad aver innescato la crisi. Agostina che, insieme a Michela, ha purtroppo dovuto sbaraccare la libreria Il Portico, me lo assicura con la certezza dei dati. I programmi sono meno folti di una volta, la bibliografia è ridotta all’osso e con i social c’è uno smercio pauroso di fotocopie e di appunti. Sull’argomento non c’è bisogno di interrogare i professori, loro sono i primi a lamentarsene. Per rispettare la fragile proporzione tra testi d’esame e le ore di studio previste dai CFU, nel decidere un programma devono muoversi con la stessa cautela di un artificiere. Inserisci nel form del vademecum un libro di troppo ed esploderà la protesta. La colpa sarebbe dunque del ministero, del tre-più-due che ha distrutto un sistema universitario dove almeno si riconosceva un qualche valore allo studio matto e disperatissimo. Tutti ci ricordiamo di quando il ministro, interrogato a suo tempo, ci raccontò che stavamo aggiornando il nostro sistema all’uso europeo. In ultima istanza, dunque, dovremmo dare la colpa all’Europa. Trasformarsi in capipopolo è facilissimo.

Poco prima di chiudere la Domus Libraria Luca ha avuto un pessimo segno quando si è visto riportare indietro le edizioni tascabili dei romanzi di Italo Calvino da una futura professoressa. «Aveva appena finito l’esame di italiano – mi ha detto Luca. – Sperava che glieli ricomprassi.» Anni fa, lui e la moglie Daniela avevano tentato anche la strada di una libreria alternativa. La Domus Libraria era ricavata da un’antica cantina, un grottino di mattoni dove c’era un ulteriore antro dedicato ai fumetti e alle case editrici indipendenti. «Bello sì, ma i fumetti non si vendono» mi aveva detto Luca, ancora non così sconsolato come di fronte all’oscar del Barone Rampante riportato indietro.

Ho sentito raccontare di un professore che prima del proprio esame pretendeva che venisse ostentato il suo libro (in programma). Il libro doveva essere vergine e il professore lo firmava nel frontespizio. Se il libro era usato, fotocopiato o prestato, cioè già autografato, allo studente veniva impedito di sostenere l’esame. Non so quanto fosse legale, ma nell’univerisità di un tempo nessuno fiatava. Oggi quel docente rischierebbe una vertenza. Però i librai lo farebbero santo. San Barone.

Un filo di allegria ci resta forse dal mercatino di libri usati che ogni mercoledì si tiene sotto i Portici. È un cordone di libri che dalla Piazza corre fino alla Rampa, spesso insieme al vento che ci si incanala. C’è qualcosa che rende simili tutti gli ambulanti. Sarà il loro modo di resistere, di ridere, di sentire freddo e di ridere comunque. Lì ho trovato la prima edizione italiana di Verdi colline d’Africa, per cinque euro, e grazie a quelle bancarelle sto ricostruendo il catalogo color cartone delle edizioni Theoria. Mi era giunta voce che qualche libraio ufficiale avesse mugugnato contro il mercatino. Un po’ come i commercianti della riviera romagnola contro gli ambulanti in spiaggia. Non credo che ci sia mugugno più sbagliato: la lettura porta solo altra lettura.

La Moderna di Valerio ha una posizione quasi utopica, trovandosi davanti a Palazzo Ducale. Non a caso gli espositori sulla strada sembrano quelli del bookshop di un museo, con il ritratto del Duca e della Duchessa un po’ dappertutto. Da un paio d’anni, mi dice Valerio, la libreria ha avviato una «piccola rivoluzione», smettendo di confidare sull’universitaria e puntando invece su altri settori, come il turismo d’arte, almeno nei mesi in cui il cielo urbinate lo concede.

A qualche metro di distanza incontro Giorgio Balestrieri, l’indiscusso decano dei librai di Urbino. Non è più un ragazzino, ma ha una tempra tenace. Compra il giornale al bar del Mulino, lo legge mentre fa la strada delle mura e alle otto e qualche minuto sta già sistemando i banchetti con i libri in offerta fuori della sua liberia. Supercoralli sfortunati al cinquanta per cento, meteore dell’editoria italiana con ancora lo strilletto che li destinava a stravolgere i canoni del romanzo e invece eccoli qua gettati nell’oblio. Balestrieri aveva due librerie. Una, grande e luminosa, nell’atrio di Lingue, La Goliardica, che era sempre piena di gente e gli urbinati di buona famiglia ci portavano i figli con la calda illusione animale che fossero tutti dei piccoli geni. A quel tempo la sua seconda libreria faceva in sostanza da magazzino, mentre ora è lo spazio in cui ha trasferito tutto. Gli chiedo come veda il futuro del libro. Parlando tra i denti mi risponde qualcosa che non capisco, poi fa un gesto con entrambe le mani per maledire tutto e tutti. Mi metto a passare in rassegna i Supercoralli decaduti, pensando che è pur sempre qualcosa, è pur sempre meglio questo banchetto che i coridandoli del macero. «Ci dovete pensare voi giovani» mi dice, rimettendo la testa inaspettatamente fuori.

Se a Urbino va in crisi il mercato librario, c’è da tremare, come infatti succede, su più vasta scala. Dentro questo giro di mura ci sono un Liceo artistico che si chiama ‘Scuola del libro’ – ci insegnano illustrazione, legatoria, fumetto… – c’è l’Istituto Superiore di Industrie Artistiche (ISIA), con la sua eletta schiera, l’Accademia di Belle Arti dove macchine tipografiche che si credevano estinte tornano a stampare libri d’arte e plaquette, l’Accademia Raffaello con sua missione di preservare la storia urbinate più illustre. E poi l’Università, di cui basti ricordare la biblioteca della Fondazione Carlo e Marise Bo, che è nata dal lascito di una collezione privata fra le più grandi di Europa. Più che una Città del libro, insomma, potrebbe essere una Fortezza del libro. E se vacilla una fortezza, figuriamoci tutto il resto.

Per fortuna la fortezza non è perfetta. Per fortuna, perché altrimenti, se lo fosse, significherebbe che nulla servirebbe per migliorare la situazione. Per quanto possa sembrare incredibile, alla fortezza manca un muro, e di quelli portanti. A Urbino non c’è una biblioteca di lettura, una normale biblioteca pubblica. Si passa dalle rare edizioni della Fondazione Bo al nulla, da tutto quello che è stato scritto sulla poesia greca al nulla. Si potrebbero continuare, ma il concetto rimarrebbe questo: dalla cima dell’Olimpo al baratro. Tanto c’è l’Università, si è sempre pensato, come se nel terreno della cultura le forze civiche non dovessero lasciare comunque un proprio segno. Non so se una biblioteca civica avrebbe salvato una delle quattro librerie dalla chiusura. Forse no, ma come insegna Catia che ha consigliato titoli e continuato a farsi la vetrina anche in periodi in cui sembrava che non ce ne fosse bisogno, la fiducia è l’unica strada e un segno collettivo di fiducia come una biblioteca pubblica credo sia arduo da trovare.

L'articolo Urbino, i libri e la mortadella proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interventi/alessio-torino-urbino-libri-mortadella/feed/ 1
Bartolo Cattafi a trentacinque anni dalla sua morte https://minimaetmoralia.it/poesia/bartolo-cattafi/ https://minimaetmoralia.it/poesia/bartolo-cattafi/#comments Tue, 15 Apr 2014 14:44:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19811 Questo pezzo è uscito sul numero di marzo della rivista Poesia.

di Diego Bertelli

Trentacinque anni rappresentano un arco di tempo sufficientemente adeguato per fare (o rifare) un bilancio, specie nel caso di un poeta come Bartolo Cattafi. Al di là di un consenso quasi dovuto e con l’eccezione di alcuni casi rari, il riconoscimento nei suoi confronti è stato sempre sommesso, se non sospettoso, anche in tempi recenti. Andrea Inglese, in un suo intervento apparso nel 2008 su «Nazione Indiana», ha descritto in modo eloquente questo atteggiamento riferendosi nello specifico agli anni Novanta, quando la diffidenza nei confronti del poeta raggiunge uno dei suoi momenti più espliciti: «Cattafi era conosciuto da tutti, ma nessuno ne parlava. Se proprio se ne doveva parlare, se ne parlava bene, ma per subito passare ad altro». Pensando alla stolida maniera in cui il poeta è stato «ideologicamente» ridotto ai minimi termini viene in mente la parte conclusiva di una battuta salace di Leo Longanesi: «uno stupido è uno stupido, due stupidi sono due stupidi, ma diecimila stupidi sono una forza storica».

L'articolo Bartolo Cattafi a trentacinque anni dalla sua morte proviene da Minima et Moralia.

]]>
cattafi

Questo pezzo è uscito sul numero di marzo della rivista Poesia.

di Diego Bertelli

Trentacinque anni rappresentano un arco di tempo sufficientemente adeguato per fare (o rifare) un bilancio, specie nel caso di un poeta come Bartolo Cattafi. Al di là di un consenso quasi dovuto e con l’eccezione di alcuni casi rari, il riconoscimento nei suoi confronti è stato sempre sommesso, se non sospettoso, anche in tempi recenti. Andrea Inglese, in un suo intervento apparso nel 2008 su «Nazione Indiana», ha descritto in modo eloquente questo atteggiamento riferendosi nello specifico agli anni Novanta, quando la diffidenza nei confronti del poeta raggiunge uno dei suoi momenti più espliciti: «Cattafi era conosciuto da tutti, ma nessuno ne parlava. Se proprio se ne doveva parlare, se ne parlava bene, ma per subito passare ad altro». Pensando alla stolida maniera in cui il poeta è stato «ideologicamente» ridotto ai minimi termini viene in mente la parte conclusiva di una battuta salace di Leo Longanesi: «uno stupido è uno stupido, due stupidi sono due stupidi, ma diecimila stupidi sono una forza storica».

È fuor di dubbio che a vincere storicamente nei confronti del poeta è stata una certa ottusità, specie da parte di chi riconosceva nel cosiddetto «impegno» la sola ragione della poesia. Si tratta di una questione che, nonostante l’atteggiamento nonchalant spesso ostentato da Cattafi, lo ha preoccupato molto. Basta aprire i diari del poeta per averne la conferma. Dalle telefonate e dagli scambi riportati per iscritto in quelle pagine, si evincono con chiarezza le ragioni che sovente hanno portato a slittamenti significativi nella pubblicazione delle sue raccolte: da una parte, una certa ripetività tematica; dall’altra, l’assenza di «nuove problematiche». La mancata organicità di Cattafi come intellettuale è apparsa, in più di una circostanza, una colpa inespiabile, come se fosse stato necessario per lui dimostrare ciò che ad altri poeti non era stato chiesto di dimostrare. Il (pre)giudizio ha pesato anche sulla valutazione della sua lingua poetica, che è divenuta il luogo privilegiato di una riprova evidente: quella dell’assenza della storia.

Se pensiamo alla fitta trama di nomi della critica letteraria successiva al dopoguerra, spicca quello di Luigi Baldacci, che insieme a Vittorio Sereni e Giovanni Raboni, ha cercato sempre di evitare che la poesia di Cattafi finisse per essere vista soltanto come una germinazione dell’esperienza tardo-ermetica. Raboni, in particolare, ha discusso opportunamente la questione dei rapporti tra linguaggio poetico e storia nell’introduzione alle Poesie (1943-1979): «Altri autori della sua generazione potranno esserci sembrati, via via, più “attuali”, più ricettivi o tempestivi di Cattafi nel cogliere e registrare gli umori e i colori dell’epoca; ma nessuno, a mio parere, offre le stesse garanzie di durata o appare già adesso così inalterabilmente leggibile. Se esiste, come è probabile, un prezzo da pagare per figurare nell’immediato […] quali “interpreti” o “testimoni” del proprio tempo, credo proprio che Cattafi si sia sempre, con tranquilla alterigia, rifiutato di pagarlo; ciò che ha unicamente inteso e saputo interpretare (e testimoniare, e infaticabilmente ripetere) è il gesto essenziale, primordiale, la funzione primaria e […] “indisponibile” della poesia; e non è dunque il caso di sorprendersi se i suoi testi, col passare degli anni, sembrano acquistare in freschezza o addirittura in novità mentre quelli di autori suoi coetanei […] si asciugano e si screpolano sino a farsi inopinatamente indecifrabili e muti».

Il «prezzo da pagare», di cui parla Raboni, si riferisce senz’altro alla questione della militanza politica. Nonostante la riflessione critica negli ultimi dieci anni abbia fornito sempre maggiori indizi per un’analisi dell’opera di Cattafi che prescindesse dalla valutazione del suo impegno politico, per molto tempo ogni tentativo ufficiale di avvicinamento al poeta siciliano ha visto sopravvivere luoghi comuni, capaci di comprendere in una volta sola vizi ideologici, critici ed editoriali, per farli reagire nella formula esplosiva della scorrettezza.

Sul piano dei valori, è dunque importante chiedersi se certe ubbie ideologiche ancora oggi resistano e se il fraintendimento sostanziale riguardante i rapporti fra la poesia di Cattafi e la storia perduri. Per il fatto stesso di non riconoscersi negli indirizzi di un’ideologia dominante, Cattafi non ha neppure sentito il bisogno di vestire i panni dell’intellettuale engagé. Egli si è confrontatato casomai con la storia secondo una prospettiva tragica e individuale. In particolare, laddove il tema politico può dirsi esplicito, come nella sezione de L’aria secca del fuoco intitolata A dicembre Badoglio, «la piegatura politica di certe sue poesie» va intesa, come spiega Paolo Maccari, nei termini di una «riappropriazione totale non solo dei luoghi ma anche del “tempo” della sua giovinezza».

La strana congiunzione pregiudiziale venutasi a determinare storicamente tra un’indipendenza spesso confusa per qualunquismo destrorso e la svalutazione dell’opera di Cattafi sembra aver raggiunto adesso un punto critico. Considerando nel loro complesso questi ultimi trentacinque anni, la poesia di Cattafi ha subito l’azione di una forza uguale e contraria a quella propulsiva che ha agito sul poeta dopo la morte.

Partiamo proprio dal 1979: nel marzo di quell’anno Cattafi muore all’età di 57 anni. Al suo attivo si contano tredici raccolte poetiche e la prima edizione antologica delle sue poesie, a cura di Giovanni Raboni, nella collana Mondadori dello Specchio. Sempre nel marzo del 1979 Cattafi fa appena in tempo a vedere le bozze del suo ultimo libro pubblicato in vita, L’Allodola ottobrina. Siamo di fronte al compimento di un percorso segnato da una progressione creativa giudicata da molti ipertrofica, specie a partire dal 1972, quando Cattafi riprende a scrivere a distanza di otto anni dalla sua ultima raccolta, L’osso l’anima, del 1964. Dopo L’aria secca del fuoco, infatti, quello di Cattafi è stato un ritorno incessante alla poesia, concentrato e coerente, il quale ha portato, nell’alternarsi anche discontinuo dell’ispirazione, alla pubblicazione di altre quattro raccolte postume, più edizioni di pregio, alcune delle quali fuori commercio, come era già accaduto in vita.

Sembra appunto che questa serie di pubblicazioni non abbia prodotto una complessiva e più adeguata valutazione della sua opera; anzi, quelle pubblicazioni hanno condotto, al contrario, a una sorta di dispersione. Così, dopo l’antologia di Raboni del 1978, la quale ha fatalmente coinciso con l’esclusione di Cattafi dai Poeti del Novecento di Pier Vincenzo Mengaldo, è seguito soltanto un eco editoriale consumatosi nel giro di due decadi, con la prima pubblicazione e la conseguente ristampa di un Oscar Mondadori, Poesie (1943-1979), rispettivamente nel 1990 e nel 2001. Nel frattempo, come ha notato Raoul Bruni in un suo articolo apparso lo scorso settembre su «Alias», Cattafi è divenuto un autore underground e i suoi libri oggi circolano in rete a prezzi spesso esorbitanti.

Il vuoto lasciato da Cattafi nelle librerie e la promessa ormai frustrata di una nuova edizione dell’Oscar (che in ogni caso, nella sua veste tradizionale, vincolerebbe Cattafi alla stessa prospettiva critica degli anni Novanta, oltre che alla stessa selezione testuale) hanno fatto scatenare un caso. Tutto è cominciato a partire da una contromossa necessaria: quella di far circolare su Internet il nome di Cattafi attraverso la creazione di un sito web dedicato al poeta (www.bartolocattafi.it). Una nuova biografia, contenuti multimediali ormai finiti nel dimenticatoio, una bibliografia aggiornata delle opere e della critica, l’aggiunta della sua produzione grafica e la possibilità di scaricare i testi del poeta hanno voluto colmare un vuoto. Così, a partire dalla fine del 2011, il nome di Cattafi ha conosciuto un nuovo e progressivo riconoscimento attraverso la rete.

Ecco perché un volume completo e filologicamente attendibile delle poesie di Cattafi sarebbe adesso un atto dovuto oltre che sperato. Un’edizione critica definitiva completerebbe il lavoro compiuto on-line, evidenziando la complessità di un poeta che ha fatto i conti, sempre e solo a modo suo, con la storia. Tuttavia, in casa Mondadori, non sembra sentirsi per ora l’esigenza di un’operazione del genere. Qualcuno potrebbe avanzare l’ipotesi che ciò dipenda dal fatto che Cattafi è stato e rimane un «minore». Ma se è vero quello che si dice dei minori, ossia che sono utili alla comprensione della poesia perché riflettono lo spirito del loro tempo, allora Cattafi non appartiene assolutamente a quella schiera. Non obbedendo alle regole della militanza politica in virtù di una diversa comprensione della poesia rispetto al tempo storico, Cattafi ha quanto mai bisogno di essere riletto «approfittando» della distanza che si è venuta a creare rispetto ai tempi del cosidetto «impegno». Se il poeta siciliano è figura isolata nel panorama italiano del Novecento che attraversa e supera le due guerre, lo è in quanto rappresenta un unicum per visione ed approccio alla realtà. Inattuale, certo, ma come pochi sanno esserlo, proprio in virtù di una lingua poetica che ha reso sicura, per Baldacci, la sua sopravvivenza postuma.

Come auspicio per una maggiore attenzione e una più giusta collocazione del poeta entro il canone della poesia contemporanea, si ricordi quanto scritto da Carlo Bo proprio trentacinque anni fa, nel 1979: «Quando si tireranno le somme del libro della poesia del Novecento, a Cattafi spetterà un posto privilegiato e, ciò che più conta, ottenuto esclusivamente con le sue forze. Si vedrà che a volte vale assai di più una parola tesa all’assoluto che una fondata sul calcolo e su un’avvilente speculazione delle opportunità. Un caso unico, lo ripetiamo, e sarebbe giusto che tutti ormai lo riconoscessero».

Poesie:

Dal cuore della nave

Così è il sole divelto dallo zenit
corpo stanco in viaggio alla deriva
come la rosea memoria già lontana.
Puoi cogliere dal cuore della nave
alga e antracite, i fiori dell’abisso
gli occhi verdi del prato e del mare,
e qui in petto ho una macchia a sinistra
come di nafta che non lascia il golfo,
in più i simmetrici polmoni, ancora ansiosi e sudati,
quasi due gigli estivi.
Il nostro sangue nel gracile topo
come vibra impazzito, come un intimo uccello
un pensiero irreale
quando il cielo s’approssima e al battello
le campane s’inclinano nel freddo.

(Nel centro della mano, 1951) 

Partenza da Greenwich

Si parte sempre da Greenwich
dallo zero segnato in ogni carta e in questo
grigio sereno colore d’Inghilterra.
Armi e bagagli, belle
speranze a prua,
sprezzando le tavole dei numeri
i calcoli che scattano scorrevoli
come toppe addolcite
da un olio armonioso, in un’esatta
prigione.
Troppe prede s’aggirano tra i fuochi
delle Isole, e navi al largo,
piene, panciute, buone
per essere abbordate dalla ciurma
sciamata ai Tropici
votata alla cattura
di sogni difficili, feroci.

(Partenza da Greenwich, 1955) 

Nel cerchio

Qui nel cerchio già chiuso
nel monotono giro delle cose
nella stanza sprangata eppure invasa
da una luce lontana di crepuscolo
può darsi nasca un’acqua ed una nebbia
il mare sconosciuto e il lido
dove per prima devi
imprimere il tuo piede
calando dalla nave
consueta, transfuga
che il rombo frastorna
in corsa nella mente,
lungo le belle curve di conchiglia.
Sarà prossimo il centro:
là s’appunta il nero
occhio, la nostra
perla di pece sempre in fiamme,
serrata tra le ciglia,
che per un attimo, in un battito ribelle
intacca il puro ovale dello zero.

(Le mosche del meriggio, 1958)

Qualcosa di preciso

Con un forte profilo,
secco, bello, scattante,
qualcosa di preciso
fatto d’acciaio o d’altro
che abbia fredde luci.
E là, sul filo della macchina, l’oltraggio
che più corrode e corrompe più s’oscura.
Un punto da chiarire, sangue
d’uomo, briciola
vile oppure grumo
perenne, blocco di coraggio.

(Qualcosa di preciso, 1961) 

Oggi

Oggi ignorando tutto
di questo giorno,
se d’Avvento o Passione,
ignorando i colori, le pianete,
m’inginocchio nella tua casa
sotto la tenda che portiamo ovunque
per aprirla per chiuderla a tua offesa,
aprirla ancora, nei boschi
in fuga, su secchi, su frangenti,
dal capolinea a un punto della corsa.
Non frugarmi, non chiedere.
Tu sai il perché d’un labbro
che tremando si sporge più dell’altro.
Accoglimi.
Assieme ai pesci sguazzanti all’ingrasso
nell’acqua del Giordano
nella tua conca di marmo,
ai due cani
ringhiosi clandestini
che baruffano nell’angolo più buio
della tua navata.

(L’osso l’anima, 1964) 

Andiamo

Aspettami. Un istante.

Appena il tempo di correre all’emporio

prima che chiuda

all’angolo di fronte.

Fuma leggi bevi

nel frattempo.

Una corda fiammiferi coltello

molti cibi in conserva

pistola con cartucce relative

coperte per i climi inospitali

cloro compresse

da sciogliere nell’acque perigliose

pillole per il cuore

una pila una bussola una mappa

bianca da colmare.

E talismani. Auguri per il cuore

per la noce del collo

l’anima la vita.

Sull’alto sgabello appollaiata

chiuse il giornale

strinse un po’ i ginocchi

che aveva divaricati

sorrise con la bocca

non con gli occhi.

Ti ho aspettato disse

Andiamo.

(L’osso l’anima, 1964) 

Niente 

È questo che porti arrotolato

con cura, piegato

in quattro, alla rinfusa

sgualcito spiegazzato

ficcato ovunque

negli angoli più oscuri.

niente da dichiarare

niente

devi dire niente.

Il doganiere non ti capirebbe.

La memoria è sempre un contrabbando.

(Inedito del periodo de L’osso, l’anima pubblicato da Paolo Maccari in appendice a Spalle al muro. La poesia di Bartolo Cattafi, Firenze, SEF, 2003).

(L’aria secca del fuoco, 1972)

Ribollono le acque

Ribollono le acque
tra Serbia e Croazia
esplosive come la molotov
minerale Radenska
nei sacri fiumi storici
tipo Tevere Senna Tamigi
di Serbia Slovenia Croazia
sussultano i pesci semiallesso
semicombusti dagli scoppi
niente invece ribolle
dove tutto è debole e depresso
se si può si dorme
all’ombra d’un albero macedone
in Montenegro ai piedi d’un macigno
le di solito fresche
acque salate di Dalmazia
ribollono d’orgoglio
se sparsi tra gli scogli spiccano
gli scacchi bianchi e rossi dei Croati…

Sono queste le imprese della Storia
le buone cose che sa combinare
lei che deforma comprime costringe
ad un amaro perverso coacervo
dissimili ed avversi
gatti cani accalappiacani
col collo chiuso nello stesso collare.

(L’aria secca del fuoco, 1972) 

Dovunque

A volte nel rifugio del mio angolo
credo di metterti in quel muro
o in quell’altro
che nell’angolo s’incontrano
mai invece potrò metterti in mostra
o coi modi invisibili del cuore
in un posto portarti
sei in me e dovunque
come un salnitro
da gran tempo abiti anche i muri.

(Il buio, 1973)

Proposta

Ora che siamo seduti tutti in giro
la mia proposta è di toglierci la faccia
e tagliarla a strisce
magari intesserla
farne una fresca stuoia
per il nostro riposo
lontano dal gioco delle parti
da una trama febbrile
tracciare i segni del vuoto e del silenzio.

(La discesa al trono, 1975)

La discesa al trono

Non è una pausa di riflessione
è un raccogliere forze
ed elemosine
seduti a sommo delle scale
prima d’intraprendere
la discesa al trono
e tutto profondere
al fondo roccioso
aspro inebriante della disperazione.

(La discesa al trono, 1975) 

A mio padre

Moristi nel marzo ventidue
non ti conobbi nacqui
quattro mesi dopo
per te lontano inerte sconosciuto
la mia pietà s’inceppa
un amore astratto
mi mette in moto fredde fantasie
parto dalle zone scure della foto
occhi baffi capelli color seppia.

(18 dediche, 1978)

A Elisabetta

Quando piange mia figlia
piccola mente informe
penso a fate sbranate
a nuvole squarciate
a un’accorata veggente.

(18 dediche, 1978)

Al momento giusto

Queste quattro cose quadrate
bigie sfilacciate di buon senso
vecchie di anni e anni
a mo’ di busta chiuse
con l’automatico
mettile a notte dove vuoi
da loro colerà miele selvatico
si muoveranno
semiasfissiate le locuste
urlerà terribile Giovanni.

Milano, La Madonnina, 22-23 gennaio 1979

(Oltre l’omega, 1980)

L’estinzione

In questo momento
la vespa è il nemico
uccidila
e non badare alla fine d’una specie
di strisce gialle e nere
d’ali membranose
d’ago velenoso
tutt’al più vuol dire che domani deserta
la buccia crespa delle mele mézze moriremo
dopo
meravigliosamente dopo la fine delle vespe.

(Chiromanzia d’inverno, 1986)

Nero su bianco

La penna non è stata posata sulla carta
la carta è ancora tutta bianca
bianca è la data
bianchi luogo ora
provenienza destinazione
perché percome
perché percome e quando
chino sulla mia vita scrivo
l’atto di presenza
mi effondo mi circondo di parole
copro colmo comando
parole
l’assenza certifico
attesto la finzione.

(Segni, 1986) 

Tela

Accettati i tempi dell’attesa
le vele ancorate all’orizzonte
vennero a connettersi in concreto
il ripieno e l’ordito
a ciglio alzato
senza muovere dito
condannato a guardare
– sbattuto sotto il naso –
il petto congelato di Penelope.

25 gennaio – 6 febbraio 1972

(Occhio e oggetto precisi, 1999)

Simùn

Come un arabo dall’occhio obliquo
calore di fuoco
libidini caprine
dopo un lungo raid di rapina
hai staccato l’alone dalla luna
barracano in un angolo afflosciato
tenti con rabbia
di riprendere lena
spingere il cammello nella cruna
succhiando menta radici pimenti
fantasie
mulinelli torbidi di sabbia.

(Simùn, 2004)

L'articolo Bartolo Cattafi a trentacinque anni dalla sua morte proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/poesia/bartolo-cattafi/feed/ 5