Carlo Bonini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/carlo-bonini/ un blog di approfondimento culturale Thu, 29 Oct 2015 11:28:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Carlo Bonini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/carlo-bonini/ 32 32 Su Suburra di Stefano Sollima https://minimaetmoralia.it/cinema/su-suburra-di-stefano-sollima/ https://minimaetmoralia.it/cinema/su-suburra-di-stefano-sollima/#comments Thu, 29 Oct 2015 14:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28890 di Valerio Valentini

Sembra talmente banale, appena usciti dal cinema, parlare di Suburra come di un ritratto fedele e profetico del marciume romano svelato dalle inchieste di Mafia Capitale, che quasi verrebbe voglia di concentrarsi soltanto sul modo in cui lo squallore affaristico e mafioso raccontato nel romanzo di Bonini e De Cataldo è stato trasferito su pellicola. Ma prima di parlare delle scelte stilistiche di Stefano Sollima – e dei motivi per cui, diciamolo subito, il film non sembra del tutto all’altezza delle aspettative create da un battage pubblicitario imponente – prima di tutto, due parole a proposito della criminalità capitolina su cui Suburra porta a riflettere.

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di Valerio Valentini

Sembra talmente banale, appena usciti dal cinema, parlare di Suburra come di un ritratto fedele e profetico del marciume romano svelato dalle inchieste di Mafia Capitale, che quasi verrebbe voglia di concentrarsi soltanto sul modo in cui lo squallore affaristico e mafioso raccontato nel romanzo di Bonini e De Cataldo è stato trasferito su pellicola. Ma prima di parlare delle scelte stilistiche di Stefano Sollima – e dei motivi per cui, diciamolo subito, il film non sembra del tutto all’altezza delle aspettative create da un battage pubblicitario imponente – prima di tutto, due parole a proposito della criminalità capitolina su cui Suburra porta a riflettere.

«Eravamo i più potenti perché eravamo gli unici che sparavano». Così è stato spiegato, da chi lo ha esercitato in prima persona, il predominio della Banda della Magliana sulla Roma degli anni ’70 e ’80. Un potere che non era pura violenza, ma che alla violenza faceva ricorso con una disinvoltura inquietante. «Sì, sono disposto a sparare personalmente un colpo in testa all’avvocato Taormina, se continua a fare riferimenti alla mia famiglia»: così parlava Maurizio Abbatino davanti ai giudici, nel corso di un processo in cui era coinvolto, nel marzo del 1997. La violenza come linguaggio prediletto, come impulso incontrollabile. Erano questo, per lo più, i protagonisti di Romanzo Criminale: il Freddo, il Libanese, il Dandi. Anzi no, il Dandi no: il Dandi era già il prototipo di un boss nuovo, che nel tempo acquisiva sempre più la mente del faccendiere silenzioso, abbandonando gli abiti da gangster.

Ebbene, il personaggio interpretato in Suburra da Claudio Amendola ha portato a termine questo tipo di trasformazione. Lo ha fatto a tal punto che un suo ex compagno di batteria ai tempi della Banda della Magliana, tenuto in naftalina da vent’anni di prigione e pronto a tornare alle vecchie maniere criminali appena uscito dal carcere, quando lo incontra fatica a riconoscere in quell’uomo distinto il «guerriero» di un tempo, «fedele alla causa». Niente più romantiche utopie da camerata («Io l’ideale me lo porto nel cuore e basta»), niente più propensione agli omicidi («Coi morti bisogna annacce piano, so’ difficili da maneggià»): il vero potere di Samurai, come riconoscono i suoi alleati e i suoi rivali, consiste nel fatto che lui «sa un sacco di cose». Il ricorso alle armi può semmai ribadire, in certi casi, le gerarchie del potere; ma la necessità di ricorrere alle armi,di quel potere sancisce più spesso la decadenza. Conoscenze trasversali, informazioni privilegiate, accesso alle stanze private di parlamentare e cardinali: è di questo che è fatta la forza della leadership di Samurai,garante di accordi molto più grandi di lui e che coinvolgono famiglie di camorristi e ‘ndranghetisti.

Sarebbe il caso di richiamare alla mente questo ritratto – un ritratto stilizzato, certo, ad usum delphinii – ogni volta che qualcuno tenta di liquidare le vicende di Mafia Capitale come le disavventure di quattro «tangentari all’amatriciana» (cit. Matteo Renzi). Era forse il caso che qualcuno lo tenesse a mente, un simile ritratto, anche nei tanti anni in cui si è negata la presenza mafiosa a Roma, in cui tutto veniva declassato a pistolettata di borgata. Davvero Bonini e De Cataldo (e pochi altri visionari) sono stati gli unici osservatori dotati di capacità divinatorie, a Roma, nell’ultimo decennio? Davvero era impossibile intercettare i segnali della mutazione che la criminalità organizzata viveva nella capitale? In una conferenza tenuta a Trento nel giugno del 2012, Pignatone raccontò che, appena insediatosi al vertice della Procura di Roma, i suoi nuovi colleghi lo misero al corrente, con una certa noncuranza, di un fatto strano che registravano ormai da un po’ di tempo: alcuni locali nel centro della città, anche quelli che ospitavano negozi prestigiosi, improvvisamente venivano abbandonati e restavano sfitti per alcune settimane, per poi essere comprati – fatto inspiegabile – a prezzi insolitamente bassi da acquirenti insolitamente anonimi. Davvero era così difficile, capire?

La Roma protagonista di Suburra è una città in cui non si salva nessuno. Ed è significativa, in questo senso, la rimozione nella sceneggiatura del film (Rulli e Petraglia hanno lavorato accanto a De Cataldo e Bonini) di tutti i buoni presenti nel romanzo, primo fra tutti il colonnello Malatesta. Ma in questo bestiario di criminali e politici corrotti, non c’è solo il Male: c’è Roma, tutta intera. Suburra non incoraggia – come era stato ipocritamente rimproverato a Romanzo Criminale o alla serie Gomorra– una visione eroica di boss e faccendieri, ma neppure consente una sbrigativa autoassoluzione da parte di chi guarda,convinto di potersi ritenere del tutto estraneo a quel mondo degenerato. Innanzitutto perché anche i personaggi più spietati rivelano una loro umanità (l’amore viscerale che lega Numero 8 e Viola, le attenzioni che Samurai riserva a sua madre, l’ingenuità sincera di Sabrina); e in secondo luogo perché il film non ammette l’esistenza di alcun confine, tra Bene e Male, che non possa essere scavalcato con facilità estrema, per motivi perfino casuali.

Nel degrado in cui tutti rischiano di annegare, nessuno rifiuta di ricercare il suo misero boccone di successo. Una prostituta che non regge gli eccessi di un festino con un parlamentare è una disgraziata sprovveduta o un’arrivista che ambisce ad una promozione in ambienti che non le competono? E un anziano imprenditore che pur di espandere i suoi traffici entra in affari con un clan malavitoso, venendone annientato, è una povera vittima o un complice ottuso? Gli intrallazzi di Samurai, la sua progettualità perversa ma solidissima, sembrano garantire non solo gli interessi di pochi mafiosi, ma un intero sistema pericolante in cui tutti s’affannano nelle loro meschine ambizioni. Mentre la telecamera mostra corpi disperati annegare nel Tevere, e nel farlo non può tuttavia rinunciare a esibire lo splendore notturno di un Castel Sant’Angelo meravigliosamente illuminato, viene da pensare che lo squallore di Suburra sia il controcanto necessario della grande e pacchiana bellezza fotografata da Paolo Sorrentino.

E insomma il punto è questo: commentare Suburra come il resoconto delle recenti inchieste su Mafia Capitale sarebbe limitativo, e rischierebbe di non cogliere le reali intenzioni di Sollima. Il quale non ha voluto fare un film cronachistico, ma piuttosto allegorico.Vanno in questo senso anche le altre, e più importanti, infrazioni della sceneggiatura rispetto al romanzo. Come, ad esempio, quella che riguarda la scansione temporale: la narrazione si sviluppa nell’arco di sette giorni, ben separati l’uno dell’altro attraverso lunghe transizioni al nero, che portano a quella che, con estrema sobrietà e senza alcuna retorica, viene definita «l’Apocalisse».

Non si racconta, dunque, la vicenda criminale di un Carminati qualsiasi, ma si registra lo sfaldarsi definitivo di un potere che cede sotto il suo stesso peso, non sorretto da radici divenute ormai marce. Sono gli ultimi spasimi di un sistema decrepito, che in un delirio di supposta onnipotenza corre dritto contro la propria autodistruzione. L’Apocalisse, appunto: che però coincide con un fatto assai reale. La fine del mondo è fissata il 12 novembre 2011, quando un’auto blu esce da Palazzo Chigi (Palazzo Grazioli avrebbe tolto alla scena il suo valore paradigmatico, riducendo il Potere nella banale persona di un imprenditore brianzolo con la passione per le giovani donne) per condurre il Presidente del Consiglio a rassegnare le dimissioni dal Capo dello Stato (che è però chiamato col suo vero nome, ché forse Giorgio Napolitano è più epico, più archetipico, del suddetto imprenditore).

È qui, insomma, che qualcosa, nel marchingegno narrativo di Sollima, s’inceppa: in questo intrecciarsi caotico tra riferimenti ad una storia e astrazioni nel campo dell’allegoria. L’equilibrio tra indagine documentaristica e analisi della metafisica del potere si perde ben presto in un pastiche senz’altro coinvolgente, ma che a volte disorienta. Far resistere un gangster movie di oltre due ore in bilico nel punto introvabile in cui Martin Scorsese incrocia Elio Pietri – in cui Casinò incontra Todo modo – è un azzardo che quasi a nessuno potrebbe riuscire: e a Sollima, per buona parte del film, non riesce.

Gangster movie, sì, perché in fondo la scelta di Sollima è quella di fare un film di genere di respiro internazionale. Scelta legittima, e che sembra esser stata apprezzata, se Netflix ha già deciso di produrre una serie tratta da Suburra e di distribuirla in giro per il mondo. Eppure, proprio in questo intento di aderire ai canoni del genere, Sollima rinuncia a una buona parte della sua originalità (quella che si apprezzava nei suoi precedenti lavori) e si costringe in una camicia di forza espressiva che finisce inevitabilmente per portarlo al manierismo. Certe scene sembrano trovare il loro senso soltanto nel loro essere funzionali a dar sfoggio delle capacità tecniche della regia (che ci sono, ma che raramente risultano al servizio della narrazione): la sequenza in cui Viola e il suo scagnozzo fuggono in auto dal centro estetico a cosa serve, se non a questo? Suburra è stato pensato come un film travolgente, che trascini lo spettatore in un vortice interminabile di azione e pathos. Ma questo ritmo asfissiante sembra essere ricercato con una insistenzaossessiva, e alla fine si rivela per quello che è: un accumulo disordinato. Non a caso la musica – di solito uno degli elementi più sorprendenti del linguaggio cinematografico di Sollima – qui risulta spesso un ingombro invadente, a cui è demandato il compito di accrescere una tensione che in realtà non sembra mai esplodere del tutto.

Suburra è insomma un film che appaga quell’ansia di eccitazione e intrattenimento un po’ coatta a cui Sollima da sempre strizza l’occhio, e che molto spesso esalta anche i meno fanatici. Ma forse è proprio in questo sue essere più scintillante del dovuto, in questa sua smaniosa aspirazione all’internazionalità, che rivela le sue debolezze, e in definitiva la sua provincialità.

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“Non so bene chi sono”: intervista a Elio Germano https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-a-elio-germano/ https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-a-elio-germano/#comments Tue, 27 Oct 2015 16:30:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28858 Questo pezzo è uscito sul numero di ottobre di GQ. Ringraziamo l'autore e la testata.

di Malcom Pagani

Indeciso tra Shakespeare e i fratelli Vanzina, Elio Germano decise di essere. Accadde molto tempo fa quando scegliere tra il palcoscenico offerto da Giancarlo Cobelli e il set de Il cielo in una stanza, dice: «Non mi fece dormire per qualche settimana». Quasi vent’anni dopo, tra un David di Donatello e un premio a Cannes, le stanze non hanno più pareti e l’unico architetto del proprio futuro è lui: «Avevano ragione i miei insegnanti di recitazione: “Se hai fatto l’attore protagonista al cinema essere chiamati in teatro non è improbabile, l’ipotesi contraria, il salto dal teatro al cinema, è molto più difficile”». Dopo aver lavorato in ordine sparso con De Matteo, Vicari, Franchi, Salvatores, Luchetti, Martone, Guadagnino, Scola, Virzì e Abel Ferrara, il giovane favoloso che sa trasformarsi in cattivo tenente, in operaio e in giocatore d’azzardo, ha puntato su Stefano Sollima.

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Questo pezzo è uscito sul numero di ottobre di GQ. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Malcom Pagani

Indeciso tra Shakespeare e i fratelli Vanzina, Elio Germano decise di essere. Accadde molto tempo fa quando scegliere tra il palcoscenico offerto da Giancarlo Cobelli e il set de Il cielo in una stanza, dice: «Non mi fece dormire per qualche settimana». Quasi vent’anni dopo, tra un David di Donatello e un premio a Cannes, le stanze non hanno più pareti e l’unico architetto del proprio futuro è lui: «Avevano ragione i miei insegnanti di recitazione: “Se hai fatto l’attore protagonista al cinema essere chiamati in teatro non è improbabile, l’ipotesi contraria, il salto dal teatro al cinema, è molto più difficile”». Dopo aver lavorato in ordine sparso con De Matteo, Vicari, Franchi, Salvatores, Luchetti, Martone, Guadagnino, Scola, Virzì e Abel Ferrara, il giovane favoloso che sa trasformarsi in cattivo tenente, in operaio e in giocatore d’azzardo, ha puntato su Stefano Sollima.

Con il regista di una tv che irride i contenitori, vola alto e guarda al grande cinema (Romanzo Criminale e Gomorra), Germano ha interpretato Suburra per lo schermo grande. Il film, ispirato al libro di Carlo Bonini sarà in sala da ottobre e l’attore che ha trovato il proprio centro in periferia risiedendo nei quartieri semplicisticamente descritti come autonome repubbliche del malaffare, non si è sentito in terra straniera: «Sollima ha detto che è un film sul potere e non ha torto, ma io credo sia soprattutto un film di genere all’americana.

C’è uno spunto tratto dalla cronaca, un arco temporale individuabile nelle dimissioni del Papa, qualche personaggio più o meno riconoscibile, ma per il resto siamo lontani dal cinema di inchiesta o da quello di denuncia autoriale di stampo italiano ed europeo. Non ti chiedi se quel che accade sia vero, come guardando Gli Intoccabili di Brian De Palma non ti domandavi se si stesse raccontando la storia di Al Capone o di qualunque altro boss». Di capi, sudditi, banditi, spari e re dal trono precario è affollato anche Suburra. Germano è Sebastiano. Un organizzatore di eventi. Un uomo di pubbliche relazioni. Un ragazzo che progetta feste: «Conosce tutta la Roma che decide e conta, vive di leggerezza, di mondanità in una corsa all’arricchimento, al privilegio e al lusso che coinvolge trasversalmente i protagonisti della storia».

In questa trasversalità, osserva Germano: «Politici, criminali e gente comune finiscono per somigliarsi e i confini tra bene e male, tra ambienti sani e ambiti corrotti, a diventare labili». Sebastiano sarebbe buono, spensierato, inconsistente: «Ma quando vede il suo microcosmo franare e i vantaggi evaporare all’improvviso insieme alla Porsche, si trasforma in una belva. Scivola con facilità irrisoria dall’altra parte della barricata, tradisce l’unico amico che ha, si sacrifica al denaro, al male, alla perdizione, alla violenza». All’ambiguità dei propri personaggi, Germano ha saputo concedere sempre qualcosa di sé. Uno spaesamento, un’inquietudine, uno spettro di maschere, una varietà di interpretazione che, non nega, lo lascia di volta in volta un po’ confuso.

Gli fai notare che Sebastiano sembra quanto di più distante da quel che si sa della sua biografia ed Elio ti spiazza: «Non so chi bene chi sono, ma forse faccio l’attore proprio per questa ragione». Vive ancora ai margini della città, a Roma Ovest: «In quelle periferie descritte come luoghi irrecuperabili» ed è interessato come ieri «a chi recita una parte nella vita». Per non avere un ruolo a tutti i costi, come avrebbe detto De Gregori, Germano ha scelto la semplicità. Vacanze molisane, a Duronia, Campobasso, il posto delle fragole della sua famiglia e ritorno a casa con vista sulla Valle dei Casali, tra il serpentone di Corviale e Kafka: «La Valle dei Casali sarebbe un bel luogo, un luogo naturale protetto, una riserva, ma a volte è usato come una discarica e a forza di dimenticare la manutenzione, la natura tende e riprendersi i propri spazi. Un paio d’anni fa, con altri abitanti del quartiere, ci armammo di falcetto e ramazza per potare il canneto ai bordi della strada. Ci multarono. Un paradosso che spiega bene le contraddizioni di una città in cui chi delinque di nascosto la fa spesso franca e chi dà una mano di propria iniziativa viene bastonato».

Germano, va da sé, si sente dalla parte dei secondi: «La gente che senza enfasi, lucidamente, mi sembra che stia reggendo le sorti di un’Italia in sofferenza e magari nel tempo libero fa volontariato sottraendo un’ora agli addominali in palestra. Se a scuola impariamo qualcosa, al ristorante mangiamo bene o alle poste veniamo ascoltati senza sbadigli o distrazione, è per gli sforzi individuali di persone che si fanno carico anche della fatica di chi ha abdicato da un pezzo alla propria funzione. Sono persone che si sforzano di portare qualcosa alla collettività, che si  rallegrano per la soddisfazione di aver offerto un servizio e fatto bene il proprio mestiere, non per i soldi. È interessante. Dovrebbe essere normale, purtroppo è diventata l’eccezione». La malattia, secondo Germano, si chiama individualismo: «Una malattia diffusa ovunque, anche nel cinema».

In un’epoca lontana c’era il mondo contadino: «Un mondo che storicamente ci appartiene e che si abita sapendo che senza condivisione, non si sopravvive. Ci si guardava negli occhi e ci si fidava del vicino, poi è arrivato l’individualismo e anche grazie a film che propugnavano l’immagine dell’uomo che vince, scavalca il prossimo, ce la fa da solo e se serve a compiere l’impresa, uccide senza remore, ci siamo definitivamente persi. Tendiamo a fottere l’altro, a fregarlo, a schiacciarlo.  La competizione ossessiva è diventata una professatissima religione. Il profitto, un dio da onorare a qualsiasi prezzo. Nel mio mestiere, nel suo, ovunque voglia posare l’occhio. In realtà, anni di corsa sfrenata al successo hanno creato infelicità profonde, solitudini, rancori e vite in cui la qualità si è abbassata fino a sparire».

È scomparsa o almeno non gode di ottima saluta neanche la politica. Germano non ne parla più perché «ho sempre pensato che la politica è quella che si fa e non quella che si enuncia o si declama. Andare in giro a esprimere la mia opinione non mi interessa così come non ardo per far sapere a tutti quel che penso. Una volta il pugno chiuso, un’altra la polemica con Salvini, sono caduto troppo spesso nella trappola giornalistica della dichiarazione contro qualcuno o del gesto mal interpretato e adesso ho imparato a tenermi alla larga da un giornalismo che, per esigenze anche comprensibili, trasforma un tema serio in gossip. La politica per me non è mai un fatto personale, ma una questione di idee. Me le tengo e magari evito di manifestarle pubblicamente quando è inutile, proprioper alimentare un circo in cui non mi riconosco».

Germano non vuol sembrare quel che non è. Lo scambiano per l’erede di Volonté e lui è sincero: «Fino a qualche anno fa non sapevo neanche chi fosse». Però gli ha dedicato una scuola di cinema gratuita perché quando ricorda che quando decise di fare l’attore niente era già scritto. E perché: «Studiare cinema è un lusso. Non sono nato in una famiglia ricca e per permettermi di inseguire i desideri, i miei genitori si sono sacrificati. Li ringrazio ancora». Figlio unico senza fratelli persuasi che Chinaglia potesse giocare a Frosinone come nella canzone di Gaetano: «Almeno non li ho tormentati con l’iscrizione alla scuola calcio», Germano chiese aiuto anche ai nonni molisani: «Per qualche tempo ebbero la responsabilità di un portierato romano in cui aveva abitato Paolo Poli. Anni dopo gli telefonarono per un consiglio sulla scuola di teatro a cui iscrivere il nipote e Poli si ricordò di loro».

Il panorama è cambiato. Al posto del cinema «in cui andai a rivedermi per la prima volta, il Garden, c’è una rimessa per le auto». In luogo dei palcoscenici a due passi da Testaccio in cui Germano vidimò il talento, stessa sorte: “Altri due splendidi parcheggi”. Ticket. Biglietti. Bigliettoni. I soldi guadagnati al principio: “Erano centomila lire. Tutte in banconote da mille”. Elio li conserva ancora.

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Morte di un ragazzo. Federico Aldrovandi, dieci anni dopo https://minimaetmoralia.it/estratti/zona-del-silenzio-federico-aldrovandi/ https://minimaetmoralia.it/estratti/zona-del-silenzio-federico-aldrovandi/#comments Fri, 25 Sep 2015 13:00:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13895 (fonte immagine)

Sono già passati dieci anni dalla morte di Federico Aldrovandi: ripubblichiamo "Ferrara, Italia", la prefazione di Girolamo De Michele a Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza, graphic novel sul caso Aldrovandi di Checchino Antonini e Alessio Spataro  uscito nel 2009 per minimum fax. 

di Girolamo De Michele

in ricordo di Arnaldo Scotti

Chi entra nel centro di Ferrara deve attraversare una specie di invisibile strettoia, un restringimento della coscienza morale non percepibile ad occhio nudo. Bisogna avere l’occhio buono per i fantasmi del passato e del presente, per vederla: buono come quello di Bassani, che per primo ne indicò un tratto. All’imbocco del corso Martiri della Libertà, tra il Castello e il Teatro, un marciapiede fronteggia i portici. Su quel marciapiede, che corre sotto il fossato del Castello, caddero i fucilati del 15 novembre 1943: lo ricorda una lapide. Il turista che (sempre più di rado, ormai) ha conoscenza del racconto bassaniano Una notte del ‘43, o del film di Florestano Vancini La lunga notte del ‘43, sa di cosa si tratta.

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Sono già passati dieci anni dalla morte di Federico Aldrovandi: ripubblichiamo “Ferrara, Italia”, la prefazione di Girolamo De Michele a Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza, graphic novel sul caso Aldrovandi di Checchino Antonini e Alessio Spataro  uscito nel 2009 per minimum fax. 

di Girolamo De Michele

in ricordo di Arnaldo Scotti

Chi entra nel centro di Ferrara deve attraversare una specie di invisibile strettoia, un restringimento della coscienza morale non percepibile ad occhio nudo. Bisogna avere l’occhio buono per i fantasmi del passato e del presente, per vederla: buono come quello di Bassani, che per primo ne indicò un tratto. All’imbocco del corso Martiri della Libertà, tra il Castello e il Teatro, un marciapiede fronteggia i portici. Su quel marciapiede, che corre sotto il fossato del Castello, caddero i fucilati del 15 novembre 1943: lo ricorda una lapide. Il turista che (sempre più di rado, ormai) ha conoscenza del racconto bassaniano Una notte del ‘43, o del film di Florestano Vancini La lunga notte del ‘43, sa di cosa si tratta.

E cerca sull’altro lato della strada, con lo sguardo verso l’alto, la finestra al di sopra della farmacia: quella finestra dalla quale Pino Barilari, reso indimenticabile dall’interpretazione di Enrico Maria Salerno, assiste nascosto dalla persiana alla strage fascista senza intervenire. Lasciamo proseguire il nostro turista: appena oltrepassato il Castello si troverà sotto la statua di fra’ Girolamo Savonarola, profeta senz’armi che a Ferrara, “in tempi corrotti”, sferzava le coscienze e fustigava “i vizi e i tiranni”. È scolpito con le braccia larghe e la bocca aperta, nell’atto di inveire contro il malcostume del suo tempo. A Ferrara il Savonarola è ricordato dai cronachisti così: le vicende fiorentine, nelle quali darà prova di pessimo governo, non ne intaccano la memoria. Il turista prosegue alla ricerca della Ferrara Magica, senza badare agli opposti monumenti tra i quali è transitato. La finestra e il profeta urlante che quasi si fronteggiano mettono in scena due città che vivono l’una dentro l’altra.

Da un lato, la città del quieto vivere, della nebbia che nasconde, che spinge a chiudersi nelle proprie case, nel privato: la città dell’indifferenza. Quella Ferrara che con troppa leggerezza, all’indomani del ‘45, dimenticò i suoi trascorsi fascisti e nascose sotto un’improvvisata barba da antifascista vent’anni di obbedienza passiva (ma anche fruttuosa, per l’agraria inurbata e la borghesia rampante) al Regime. Dall’altra parte, la città dell’impegno civile, degli intellettuali raffinati, delle scuole polo nazionali. La città che parla, comprende, scrive, riflette. Due città. In perpetua lotta tra di loro: la città della nebbia e della viltà, dei salotti buoni e degli affari che aggiungono sempre un posto a tavola e in cooperativa la Ferrara che cerca di soffocare l’altra, la città dell’impegno che combatte per non lasciarsi schiacciare dal quieto vivere.

La città della CoopCostruttori e degli scandali edilizi, dei livelli di inquinamento ai vertici dell’Europa, e la città dei referendum autogestiti contro inceneritori e centrali a Turbogas. La città degli operai della Solvay morti di tumore, e la città che difende quei “galantuomini” dei dirigenti della Solvay. La Ferrara che ogni anno ricorda l’eccidio del castello, ma poi costruisce un asilo nido su una ex discarica di CVM.

Bisogna attraversarla, questa invisibile strettoia del Corso. Bisogna attraversarla anche per attraversare la Piazza e dirigersi verso quella periferica via dell’Ippodromo dove, in una notte di settembre del 2005, un ragazzo ha incontrato una volante della polizia ed è stato ammanettato ed ha conosciuto i manganelli ed ha urlato per mezz’ora, prima di morire ai piedi di un muro. «Di morte violenta», secondo la deposizione dello specialista cardiologo dell’Università di Padova Gaetano Tiene al processo, lo scorso 9 gennaio. Di fronte al muro: palazzine. Finestre. Persiane chiuse e tapparelle abbassate.

Il 25 settembre 2008, la fiaccolata silenziosa che ogni anno parte dalla Piazza Trento e Trieste per raggiungere l’Ippodromo è sfilata sotto quelle finestre. C’erano i genitori di Aldro, gli amici, gli studenti, qualche insegnante, gli Ultras della Spal. C’era la gente comune. Il silenzio della fiaccolata era rotto da un suono macabro, simile al sibilo di un fantasma della lunga notte del ‘43: le tapparelle che venivano frettolosamente abbassate dai condomini. Quel silenzio era insopportabile: rumoreggiava nella coscienza della città di Pino Barilari, della città che si nasconde dietro le tapparelle. Una città che ha abbassato le tapparelle quella notte in cui i manganelli dei custodi dell’ordine pubblico si rompevano mentre Aldro urlava.

Ferrara, Italia.

La notte del ‘43 è la notte della coscienza morale di un’Italia che ha svestito la camicia nera, ma ha lasciato che l’uomo medio – «un pericoloso delinquente, mostro, razzista, colonialista, schiavista, qualunquista», urlava Orson Welles (doppiato da Giorgio Bassani!) ne La Ricotta di Pasolini – continuasse a perpetrare la propria egemonia. Liberatasi dall’incubo della rivoluzione culturale, politica e sociale degli anni Sessanta e Settanta che ha rappresentato, nella sua selvaggia anomalia, l’unico tentativo di creazione autonoma di una cultura, un’identità, un sapere dal basso, scaturito e temprato nel fuoco vivo delle lotte, l’Italia dell’uomo medio ha dissolto il miracolo economico in un pulviscolo sociale rancoroso.

L’italiano medio non è più il punto d’intersezione sociale tra le diverse figure che – dal patto costituzionale tra la classe operaia e la borghesia progressiva alle grandi riforme sociali degli anni Settanta – in modo diverso operavano, anche attraverso il conflitto, per modificare lo stato di cose esistente. L’italiano medio odierno è la media tra le molte non-virtù civiili che esprimono il comune sentire di un paese sull’orlo di una crisi: un paese nel quale – come in The Village, il film di M. Night Shyamalan – l’identità diventa una frontiera, nel quale i sentimenti prevalenti sono la paura, come reazione ad un futuro del quale non si riescono ad identificare i tratti; ed il rancore verso ogni possibile elemento di disturbo della nostra condizione.

È contro questa Italia che sfilano ogni anno gli amici di Aldro. Per quest’Italia, uno come Federico Aldrovandi è un fastidio, un problema. Uno da nominare, da scacciare dalla Casa delle Coscienze Assopite.

Un due tre, viva Pinochet. Quattro cinque sei, Al forno gli ebrei. Sette otto nove, Il negretto non commuove. Così cantavano, nelle loro caserme, alcuni carabinieri, quella sera, a Genova. Il nome di Carlo Giuliani era appena stato reso noto. Per ragioni ancora da spiegare, avevano impiegato ore per identificare un ragazzo già schedato, con un riconoscibilissimo tatuaggio sulla schiena che sporgeva dalla canottiera: molto poco Black Bloc, molto poco in chiave con l’immagine del teppista travisato.

Cinque anni dopo, Haidi Giuliani riconoscerà nella strategia di diffamazione di Aldro gli stessi segni, le stesse insinuanti domande alle quali aveva dovuto rispondere. Il ragazzo era drogato? Aveva animali in casa? Era forse un punkabbestia? Le domande non sono mai neutrali: formulate nel modo giusto, restano impigliate nei gangli della memoria. Se formulate bene, con il giusto tono, prevalgono sulle risposte: predeterminano l’ottica con la quale saranno considerate tutte le successive informazioni. «Come di Federico, – scrive Haidi Giuliani a Patrizia Moretto, madre di Aldro, in una lettera pubblicata il 17 gennaio 2006 su Liberazione – anche di Carlo è stato detto che era un drogato, un poco di buono, uno senza lavoro, senza casa né famiglia, come se esistesse una condanna legittima e automatica alla pena di morte per chi lo fosse davvero. Anche a me è stato impedito per molte, troppe ore, di vedere il suo corpo. Anch’io, come te, non so chi l’ha ucciso. Anch’io, come te, ho aspettato che persone competenti, preposte istituzionalmente a questo compito, restituissero alla sua morte almeno la verità; persone impegnate per legge, così io credevo, ad assolvere il loro compito fino in fondo».

Nel caso di Carlo Giuliani, le registrazioni delle conversazioni tra i carabinieri nelle loro caserme, quel 20 luglio 2001, contengono già la risposta alla domanda “chi è quel ragazzo morto?”: una zecca. “Una zecca del cazzo”. Uno a zero per noi, dice ridendo una poliziotta quella notte. Come due squadre alla partita: noi di qua, le zecche di là. Le zecche sono gli ultras degli stadi, nel gergo dei poliziotti. Sono i “comunisti”, gli anarchici, i No Global. I drogati. Sono gli immigrati clandestini, i migranti, i rumeni, gli zingari. Le palandrane del cazzo, urla nei comizi l’onorevole Mario Borghezio. Scacciamo le zecche! Col fuoco, se occorre. I pagliericci sotto i ponti sono pieni di zecche: sono gli immigrati che ci dormono sopra. Carlo Giuliani era una zecca: come Aldro.

L’italiano medio non ama la complessità: non la comprende, non la trova utile. Le passioni tristi sono un cosa semplice: la paura è un ottimo collante sociale. Funziona: che altro? La complessità è problematica, richiede un lavoro di apprendimento, adattamento, rielaborazione senza fine; richiede la disponibilità a mutare pelle, ad abbandonare gli stereotipi, i pregiudizi. Richiede una flessibilità mentale che spaventa. Negli anni Ottanta, uno dei segnali della restaurazione in corso fu l’improvviso successo, tra una generazione di studiosi che avevano teorizzato la trasformazione dello stato di cose esistente, di teorie sociologiche che consigliavano la riduzione della complessità sociale. Da alcuni anni è considerata un valore la “semplificazione del quadro politico”. Forse qualcuno ricorda ancora che uno degli slogan politici della prima campagna elettorale della cosiddetta “seconda Repubblica” era: “o di qua, o di là”. Non dice forse la stessa cosa quel fine pedagogista che ha messo in moto la riforma della scuola? «La mente umana è semplice e risponde a stimoli semplici» (Giulio Tremonti, “Il passato e il buon senso”, Corriere della Sera, 22 agosto 2008, qui). A dispetto della collocazione (solo a p. 37, non in prima pagina, non tra gli editoriali), questo articolo è una delle più efficaci espressioni dell’egemonia culturale della destra al potere che oggi si dispiega. È un manifesto ideologico, che meriterebbe un’analisi, anche stilistica, minuziosa: non essendo questo il luogo, seguiamone alcune linee direttrici.

La società italiana si sta rinchiudendo dietro uno steccato per proteggersi da mostri immaginari che assediano il villaggio: è il rifugio, è il recinto stesso a generare la paura dell’esterno, dell’aperto. Della diversità. Il villaggio regredisce ad un passato immaginario. «Può essere invece il ritorno al passato e all’800, e molti segni sono in questa direzione, può essere che dall’attuale «marasma» prenda inizio un nuovo futuro», scrive ancora Tremonti nel suo articolo-manifesto. Non importa quanto reale e quanto no – basta che sia anteriore a un numero, il 1968: l’unico numero che il Ministro toglierebbe dalla circolazione. Sostituendo i numeri ai giudizi, il mondo (non solo nella scuola, sostiene Tremonti) ridiventa semplice: come dappertutto i numeri sostituiscono i giudizi. «I numeri sono una cosa precisa, i giudizi sono spesso confusi. Ci sarà del resto una ragione perché tutti i fenomeni significativi sono misurati con i numeri». Su questo Tremonti ha ragione, i giudizi implicano l’attivazione della facoltà del giudicare. Per effetto di quel nefasto numero da togliere – «1968, sintetizzato in 68» – presero piede idee e pensatori che vedevano nella società moderna il germe del totalitarismo nell’atrofizzazione della facoltà di giudicare.

Giudicare è azione anch’essa complicata: più semplice è sostituire categorie come giusto/ingiusto con copie più semplici: bello/brutto, dentro/fuori, amico/nemico. L’obbedienza evita la fatica di pensare. Per effetto di quel numero nefasto, persino i poliziotti cominciarono a pensare. A chiedere la democratizzazione della polizia, che faceva il paio con la virtù della disobbedienza predicata da don Lorenzo Milani, il prete che insegnava ai poveri, inventava la scuola del futuro e finiva sotto processo per aver detto che l’obbedienza non è più una virtù.

Una società democratica è una società nella quale nessuno finisce in galera per aver espresso le proprie opinioni; nella quale il diritto all’istruzione non è un’affermazione teorica, ma un fatto; nella quale non si muore mentre si manifestano le proprie idee, né per aver incontrato una volante della polizia. Ora che il tempo si riavvolge all’indietro, anche la democratizzazione della polizia si è rivelata un’utopia: al suo posto è stato concesso il diritto di sparare, si gridava un tempo nei cortei. A Genova un’intera generazione, cresciuta senza sapere nulla di Francesco Lorusso e Giorgiana Masi, di piazza Fontana e dei morti di Reggio Emilia, scopre quanto è facile morire, nell’Italia di oggi. O quanto è facile uccidere.

L’educazione delle forze dell’ordine è un fatto semplice: noi, loro. Avanzano battendo i manganelli sugli scudi, allo stadio come in via Tolemaide, a Genova. La loro formazione di base è elementare: tutte uguali, le zecche. Compaiono foto del Duce nei portafogli, Faccetta nera nelle suonerie dei telefonini, celtiche bandiere della RSI nelle camerate. Dal Libro Bianco sui fatti di Genova al recente ACAB: All cops are bastards di Carlo Bonini (Einaudi Stile Libero, 2009), ai molti libri-testimonianza di vittime dei pestaggi alla Diaz e a Bolzanetto (come Genova. Il posto sbagliato, di Enrica Bartesaghi, Nonluoghi Libere Edizioni, 2004) le testimonianze sull’educazione e la prassi delle forze dell’ordine pongono un serio problema di democrazia alla società italiana.

E l’esito dei processi per i fatti di Genova dà l’idea di una dilagante impunità. A Genova sono state necessarie migliaia di telecamere in tempo reale per documentare la morte di Carlo Giuliani: a Ferrara il depistaggio, l’occultamento di elementi probanti, le coperture, le false versioni sulla morte di Aldro hanno un che di sciatto, di malfatto. C’è da stupirsi della percezione di intoccabilità che deve aver pervaso i protagonisti attivi di quell’evento, tanto malaccorti sono stati i loro gesti. E quando il blog della madre di Aldro ha cominciato a sgretolare il muro di omertà, la reazione è stata di stizzito stupore prima, e di arroganza poi.

Il 24 febbraio 2006 Gianni Tonelli, segretario nazionale del Sindacato Autonomo di Polizia ha parlato per un’ora, in Questura, seduto tra due esponenti provinciali del SAP. Ha decretato la verità sulle perizie. Ha criticato e dettato l’agenda politica all’opposizione che senza remore ha definito «pavida», «al popolo silente e moderato che non ha voluto dire nulla». Ha stigmatizzato come «azione di sciacallaggio con sfumature politiche, ideologiche e anche culturali» le iniziative di discussione improntate alla richiesta di verità e giustizia. Ed ha attaccato, con nome e cognome, i due presidi delle scuole ferraresi che hanno concesso agli studenti le assemblee per discutere della morte di uno studente, senza preoccuparsi della gravità e della sproporzione di un’accusa lanciata da un dirigente nazionale di un organismo di polizia contro due semplici cittadini: due presidi, Arnaldo Scotti (il cui cuore generoso si è fermato pochi mesi dopo) e Giancarlo Mori, noti in tutta la comunità ferrarese per la dedizione con cui hanno speso un’intera vita per la scuola. Le scuole non devono insegnare a pensare: devono insegnare ad apprendere i fatti, senza interpretazioni. Perché non ci sono, non ci devono essere interpretazioni: solo fatti. Statuto delle studentesse e degli studenti o meno, diritto d’assemblea o no, non c’è nulla da discutere: «una donna ha chiesto l’intervento delle forze dell’ordine perché c’era una giovane persona che per l’alcol e le sostanze stupefacenti si stava facendo del male. Poi purtroppo questa persona è deceduta».

Non ha dubbi il dirigente del SAP.
La vita e la morte sono fatti semplici, si vive e si muore: cosa c’è da interrogarsi sulla morte di uno come Aldro?
Della morte di una zecca?

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A viso coperto e L’arena dei perdenti https://minimaetmoralia.it/libri/a-viso-coperto-e-larena-dei-perdenti/ https://minimaetmoralia.it/libri/a-viso-coperto-e-larena-dei-perdenti/#comments Tue, 16 Apr 2013 08:52:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13974 Questo post indica prima alcuni aspetti liminari, paratestuali e illustrativi, e offre quindi un breve giudizio critico su due nuovi titoli di Einaudi Stile Libero: A viso coperto di Riccardo Gazzaniga e L'arena dei perdenti di Antonin Varenne.

Polar, noir, poliziesco, giallo e calcio

L'arena dei perdenti e Varenne vengono presentati nell'edizione italiana come, rispettivamente, un romanzo "degno dei capolavori di Jean-Claude Izzo" e il "miglior esponente del noir francese di inizio millennio", sia per l'influenza che quella scuola ha esercitato ed esercita sui nostri giallo-noiristi (un esempio tra i tanti: Massimo Carlotto ambienta il suo ultimo romanzo, sempre pubblicato in Stile Libero, a Marsiglia e abbonda in omaggi a Izzo), sia per l'apprezzamento che il marchio noir francese, nonostante ogni sorpasso scandinavo, continua a ottenere in Italia (Einaudi ha ancora in catalogo opere degli anni Settanta e Ottanta di Manchette e Jonquet, spesso pubblicate originariamente nella Série noire di Gallimard).

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Questo post indica prima alcuni aspetti liminari, paratestuali e illustrativi, e offre quindi un breve giudizio critico su due nuovi titoli di Einaudi Stile Libero: A viso coperto di Riccardo Gazzaniga e L’arena dei perdenti di Antonin Varenne.

Polar, noir, poliziesco, giallo e calcio

L’arena dei perdenti e Varenne vengono presentati nell’edizione italiana come, rispettivamente, un romanzo “degno dei capolavori di Jean-Claude Izzo” e il “miglior esponente del noir francese di inizio millennio”, sia per l’influenza che quella scuola ha esercitato ed esercita sui nostri giallo-noiristi (un esempio tra i tanti: Massimo Carlotto ambienta il suo ultimo romanzo, sempre pubblicato in Stile Libero, a Marsiglia e abbonda in omaggi a Izzo), sia per l’apprezzamento che il marchio noir francese, nonostante ogni sorpasso scandinavo, continua a ottenere in Italia (Einaudi ha ancora in catalogo opere degli anni Settanta e Ottanta di Manchette e Jonquet, spesso pubblicate originariamente nella Série noire di Gallimard).

Il personaggio principale, “il Muro”, in quarta di copertina è costretto nella parte del “poliziotto disilluso”, per il riflesso automatico del lettore, e dell’editore, che vuole tormentato il tutore dell’ordine nel noir, sebbene nel romanzo di Varenne non vi siano caduta delle illusioni, monologhi sulla moralità perduta, lamenti sul cinismo del presente e dissimulata ansia di riscatto. Il paratesto Einaudi non sottolinea invece l’attività di pugile che tanta parte ha nella trama ed è anche mostrata nella copertina dell’edizione francese. La copertina e il titolo italiani segnalano comunque chiaramente un “romanzo da duri” (l’originale, Le Mur, Le Kabyle e le Marin, con quel cabilo così poco noto in Italia e quell’equivoco sul “muro”, non viene volto letteralmente).

***

A viso coperto ha il suo diretto antecedente Stile Libero nel fortunatissimo ACAB di Carlo Bonini. Queste opere incrociano due “temi” ben presenti nel catalogo dei maggiori editori italiani: la storia di poliziotti e la passione per il calcio.

Il poliziesco è un macrogenere talmente ampio in Italia da avere multiple sottocategorie: una cosa sono “le avventure della squadra di poliziotti”, un’altra i “gialli del commissario” (ad es. Vipera di De Giovanni, Stile Libero, fine 2012); anzi una cosa sono i gialli contemporanei del commissario, un’altra quelli storici. Questi romanzi vengono oggi molto ben accolti sia in libreria che in giuria letteraria: Vipera ha vinto il Premio Bancarella, A viso coperto il Calvino.

Sulla passione calcistica nel 2013, insieme a Gazzaniga e variando giudiziosamente il tono, Stile Libero ha pubblicato Atletico Minaccia Football Club di Marco Marsullo. Ricordo poi, banalmente e senza alcuna supericiliosa polemica, che poliziesco e calcio sono due delle principali colonne della tv italiana, tra fiction e non-fiction.

Copertina

I libri di Varenne e Gazzaniga vengono comunicati in forme diverse, pur nell’appartenenza alla stessa collana (anzi sottocollana, Stile Libero Big). A viso coperto non è presentato come un romanzo di genere: la quarta di copertina si apre con “Riccardo Gazzaniga è un poliziotto” (ovviamente la connotazione di disilluso manca) e subito dopo insiste sul “vero scrittore, e lui lo è” e “il respiro e la forza” del romanzo.

La copertina mostra un agente e un manifestante contrapposti. Come spesso accade nei progetti grafici Einaudi la produzione è sapiente, con lo spazio diviso in quattro zone ideali: nelle due superiori trovano posto, sopra uno sfondo non riconoscibile, l’editore, l’autore e il libro con un tipografia pulita e cromaticamente discreta; nel quadrato in basso a sinistra il “poliziotto” (a breve la spiegazione delle virgolette) nella sua divisa d’ordine pubblico con casco e protezioni; in quello in basso a destra un giovane con maglietta a coprire la parte inferiore del viso. I due protagonisti dell’immagine sono uniti solo dallo sguardo di sfida, risentimento, odio (psicologizzate come volete) del ragazzo verso l’agente.

L’immagine è stata preparata con cura: si isola un dettaglio di una scena più ampia e tutto quel poco di sfondo che rimane viene sfumato; l’unica cosa che si vede, l’unica cosa che si deve vedere in questo quasi bianco e nero molto ideologizzato è la contrapposizione. Viene comunicato lo scontro metropolitano in essenza, cioè al di fuori di e oltre ogni contesto: il calcio e pure la “rabbia ultrà” scompaiono, facendo posto a qualcosa di più alto e tragico. Per confronto: la copertina del libro di Marsullo ha una fila di omini del calcetto, mentre ACAB di Bonini opta per un riferimento altissimo, la Medusa di Caravaggio, ma di basso impatto, ovvero irriducibile a icona pop dello scontro come l’immagine di A viso coperto.

La copertina elabora una foto di Pablo Rojas Madariaga, scattata il 25 agosto 2011, in Cile. L’immagine originale qui sotto lascia riconoscere le lettere “arabinero” di “Carabineros de Chile” e mostra appunto una scena più ampia, non italiana e non calcistica.
Credo inoltre che il “18-9” sul casco, photoshoppato via nella copertina Einaudi (e vedi pure l’altra immagine di Wikimedia), costituisca quel segno identificativo del tutore dell’ordine pubblico in piazza non ancora adottato in Italia [vedi la petizione sull’introduzione di numeri identificativi per le forze dell’ordine in assetto antisommossa e il commento di G. Russo Spena e G. Montalbano]. Questa misura non mi pare neppure nominata nel libro di Gazzaniga e ove fosse stata adottata avrebbe reso impraticabile uno dei principali nodi della sua trama: l’inidentificabilità di un agente che compie un abuso durante un’operazione ai cancelli dello stadio Marassi di Genova.

Foto di Pablo Rojas Madariaga
Da Wikimedia
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L’ottimo Riccardo Falcinelli cura anche il progetto grafico de L’arena dei perdenti, di nuovo decontestualizzando l’immagine di partenza (sia chiaro che non voglio condannare la pratica, anzi questa degli accoppiamenti giudiziosi e aggiustati è un’arte a sè).

La copertina di Varenne isola un personaggio dal dipinto I costruttori di Bratsk (1960) di Viktor Efimovich Popkov. Una scena corale di realismo socialista in stile severo, con l’operaio massiccio ed eroe del proletariato, viene virata nel ritratto di un bullo marsigliese fumettistico pronto per fare a pugni con Jean-Paul Belmondo. Il lettore del romanzo è quindi portato a raffigurare con queste fattezze il Muro, il poliziotto e pugile protagonista; la copertina comunica l’immagine del duro da noir e come gli altri apparati paratestuali riconduce subito Varenne al genere, seppur nobile (e qui si potrebbe citare ancora una volta Manchette sul genere che non ha dovuto aspettare i critici per diventare arte: “Le roman noir, grandes têtes molles, ne vous a pas attendus pour se faire une stature que la plupart des écoles romanesques de ce [XX] siècle ont échoué à atteindre”).

I romanzi

Copertine e schede a parte, Premio Calvino a Gazzaniga e vari premi polar a Varenne a parte, il romanzo di genere, anzi – per evitare ambiguità – il romanzo di consumo, a mio giudizio è A viso coperto. E pure in questa forma non convince. La lingua sempre di servizio in troppi punti si mostra rigida e inefficace nel sostenere la narrazione: paradossalmente il dettato che si vuole trasparente per far spazio alla storia rimane davanti agli occhi come una spessa e fitta griglia a impedire la visione. Si provino, ad esempio, a leggere in parallelo gli assalti ultras in apertura di A viso copertoACAB, dove l’ottimo mestiere del cronista Bonini si nasconde\mostra in agile scrittura d’azione. Particolarmente deboli mi paiono i numerosissimi dialoghi. E qui il confronto più pertinente, e ingeneroso per il romanzo, è il racconto “Un pomeriggio allo Zini” di Andrea Cisi (in Ogni maledetta domenica, Minimum Fax, 2010), di grande virtuosismo nella resa dialogica e linguistica di una sottocultura.

Se dalla lingua passiamo alla strutturazione dei materiali notiamo già nelle fasi iniziali alcune giunture mal celate: l’alternanza tra azione e infodump sugli ultras è meccanica e lo stesso infodump è gestito con qualche difficoltà. Non ultima quella di essere presentato come bozza di libro scritto dal poliziotto, perché in A viso coperto c’è pure una mise en abyme o, se preferite, un’autofiction davvero inutile e dannosa.

Il romanzo si trascina per oltre cinquecento pagine con una vicenda minimale che viene allargata artificiosamente dalla “narrazione corale” – con virgolette, perché moltiplicare le linee narrative non significa moltiplicare i punti di vista. I personaggi, sopratutto i non poliziotti, sono figurine che a ogni pagina segnalano la loro funzione nella trama: l’ultras di sinistra con tanta rabbia dentro, quello cocainomane molto cattivo, quello giovane scalmanato, quello giovane meno scalmanato, la dolce ragazza, la moglie stanca ecc.. Ognuno rimane fisso nel suo ruolo e si avvia con convinzione verso la prevedibile fine (non voglio guastare la lettura, e quindi rimando senza spiegare alla conclusione, con le sorti collegate dell’ultras buono e di quello cocainomane nella loro finzione di destino).

A viso coperto offre, quasi senza modifiche, una sceneggiatura perfetta per una fiction Rai-Mediaset. La produzione non costerebbe molto perché le scene allo stadio sono infine due (e una di questa si svolge ai cancelli); soprattutto il grosso del romanzo con i suoi lunghi e immobili dialoghi a due o tre è pronto per il campo e controcampo e, nei momenti più “intensi e corali”, per la steadicam che gira intorno ai personaggi. Già per una fiction Sky sarebbe necessario un lavoro letterario di ricomposizione romanzesca.

Non vorrei che le critiche qui avanzate venissero lette come una feroce stroncatura. Il problema non sta nel talento narrativo di Gazzaniga, che sarebbe ingiusto negare o limitare, ma nelle ambizioni sbagliate del testo.  A viso coperto non rende la complessità del reale in forma di grande romanzo tradizionale e non è nemmeno un’efficace inchiesta o analisi sociologica, di agenti e ultras (anche per questo aspetto rimane dietro al pur imperfetto ACAB). È un romanzo completamente interno al genere “d’azione” e negarsi in principio a esso mi pare condannarlo sia come opera alta che come romanzo d’intrattenimento.

***

L’arena dei perdenti ha una costruzione ambiziosa, con due piani temporali e due storie portate avanti per due terzi del romanzo quasi senza incrociarsi, e rientra nella grande tradizione del noir francese storico-investigativo, controinformativo e antisistema” (per il collegamento con le vicende della guerra d’Algeria viene subito da pensare all’acclamato Meurtres pour mémoire, 1984, di Didier Daenickx).

Anche Varenne apre su uno scontro e di nuovo istruttivo è il confronto con l’incipit di A viso coperto. Nell’incontro pugilistico del Muro tutto funziona: dalle frasi secche e brevi, che in un altro scrittore sarebbero degenerate nella forzatura paratattica e frammentistica, all’inquadratura in soggettiva. Nell’esercitarsi su questo topos molto frequentato la dignità di scrittura di Varenne si mostra chiarissima, e così la sapienza della costruzione della trama e dei personaggi (Lire, riportato in bandella, parla di un romanzo “sorretto da una scrittura stilisticamente impeccabile e da un senso infallibile della suspense”).

L’opera non è senza difetti, e per giusto paradosso letterario il maggiore mi sembra prodotto dalla forza delle due vicende principali: ognuna compete con l’altra per l’attenzione totale del lettore e la composizione di esse, per quanto ben preparata, sa un poco di compromesso. Ma il Muro – personaggio da “romanzo da duro” tutto reinventato nella rigorosa non comprensione degli eventi-, la misura nel tenere insieme “controinformazione” e trama avvincente (“il senso della suspense”), la riflessione sulla violenza e la responsabilità – all’interno del romanzo, nella sostanza della storia e della Storia -, e lo stile impeccabile convincono e avvincono il lettore. E dimostrano al meglio il mestiere e l’arte di Varenne, che, inverando la lezione di Manchette e Daeninckx, utilizza la leva del genere per andare oltre il genere.

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Il web e l’arte della manutenzione della notizia https://minimaetmoralia.it/giornalismo/il-web-e-larte-della-manutenzione-della-notizia/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/il-web-e-larte-della-manutenzione-della-notizia/#comments Mon, 04 Mar 2013 10:00:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13310 Esce oggi l'ebook Il web e l'arte della manutenzione della notizia di Alessandro Gazoia (jumpinshark), uno studio sul giornalismo digitale di cui anticipiamo qui un estratto. (Fonte immagine.)

Il giornalista e «quello che un tempo si chiamava lettore»

Con giornalismo/giornalista s’intende qui qualcosa di più largo rispetto alla comprensione tradizionale del termine. In primo luogo, come spiega Luca Sofri, direttore del giornale nativo digitale Il Post: «I giornalisti fanno in realtà una ricchissima varietà di cose diverse tra loro e lontane dal cliché immaginato del “reporter”, e per un – che so – Carlo Bonini o Concita De Gregorio o Massimo Gramellini ci sono decine di redattori che compilano oroscopi, scrivono recensioni di dischi sconosciuti, impaginano ricette, mettono insieme giochi enigmistici, assemblano vestiti per le riviste di moda, dirigono giornalini a fumetti, per dire solo delle cose a cui si pensa meno» («La fine del giornalismo routinario»). In secondo luogo questa grande varietà di cose può essere fatta oggi anche da non professionisti, e per il caso italiano dobbiamo necessariamente intendere l’espressione nel senso di non iscritti all’Ordine dei Giornalisti (da adesso OdG). Moltissimi siti di oroscopi, recensioni musicali, ricette, enigmistica, moda, fumetti o semplicemente di «notizie» sono alimentati in non piccola parte da redattori di testi che non sono né giornalisti professionisti, né pubblicisti, né praticanti (secondo le distinzioni dell’OdG).

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Esce oggi l’ebook Il web e l’arte della manutenzione della notizia di Alessandro Gazoia (jumpinshark), uno studio sul giornalismo digitale di cui anticipiamo qui un estratto. (Fonte immagine.)

Il giornalista e «quello che un tempo si chiamava lettore»

Con giornalismo/giornalista s’intende qui qualcosa di più largo rispetto alla comprensione tradizionale del termine. In primo luogo, come spiega Luca Sofri, direttore del giornale nativo digitale Il Post: «I giornalisti fanno in realtà una ricchissima varietà di cose diverse tra loro e lontane dal cliché immaginato del “reporter”, e per un – che so – Carlo Bonini o Concita De Gregorio o Massimo Gramellini ci sono decine di redattori che compilano oroscopi, scrivono recensioni di dischi sconosciuti, impaginano ricette, mettono insieme giochi enigmistici, assemblano vestiti per le riviste di moda, dirigono giornalini a fumetti, per dire solo delle cose a cui si pensa meno» («La fine del giornalismo routinario»). In secondo luogo questa grande varietà di cose può essere fatta oggi anche da non professionisti, e per il caso italiano dobbiamo necessariamente intendere l’espressione nel senso di non iscritti all’Ordine dei Giornalisti (da adesso OdG). Moltissimi siti di oroscopi, recensioni musicali, ricette, enigmistica, moda, fumetti o semplicemente di «notizie» sono alimentati in non piccola parte da redattori di testi che non sono né giornalisti professionisti, né pubblicisti, né praticanti (secondo le distinzioni dell’OdG).

Si consideri inoltre il peso sempre più grande che hanno nei giornali online i blog d’opinione, spesso tenuti da «dilettanti» capaci di attirare un largo pubblico o almeno nicchie consistenti di pubblico specializzato. Penso a figure come l’artista Franco Battiato sul Fatto Quotidiano, l’attivista Ilaria Cucchi sull’Huffington Post Italia o il politico Pippo  Civati sul Post; nessuno di essi è iscritto all’OdG, e soprattutto il fedele lettore li segue senza preoccuparsi della loro appartenenza a un ordine professionale, perché, in ambiti distinti e in relazione alle diverse storie personali e capacità, hanno qualcosa di interessante da dire.

Oggi persino le nobili figure dell’editorialista alla De Gregorio, del corsivista alla Gramellini e del cronista alla Bonini possono essere all’occasione impersonate da «quello che un tempo si chiamava lettore», per usare il conio del professore di giornalismo Jay Rosen, che nel 2006 così felicemente sintetizzava un «passaggio epocale». The people formerly known as the audience è ora a un solo clic di distanza dalla pubblicazione, rappresentata appunto dal tasto Pubblica di Blogger, Facebook e innumerevoli altri siti. Il post visto da cento persone e il commento numero cinquecentoventuno in calce a un articolo del Fatto Quotidiano sono altra cosa rispetto a un editoriale di Pierluigi Battista in prima pagina sul Corriere; ciò non toglie che un post visto da cento persone scritto da un cittadino di un piccolo centro possa contribuire utilmente al discorso pubblico di quella comunità e che un post inizialmente visto da cento persone possa, nel giro di una mattinata di condivisioni sui social network, ottenere visite non incomparabili con un articolo su Repubblica.it. «Quello che un tempo si chiamava lettore» ha a disposizione molteplici piattaforme di pubblicazione e condivisione dei propri contenuti/opinioni: i tempi della lettera al giornale, eventualmente pubblicabile dalla testata, come unico modo di far sentire la propria voce sono finiti per sempre.

La disintermediazione è al lavoro tanto per la «gente comune» quanto per i protagonisti della politica, come ben sa il nostro giornalismo parlamentare che con qualche anno di ritardo rispetto ad altri paesi sta vivendo, in questa campagna elettorale di inizio 2013, il trauma dei politici direttamente attivi sui social network. In un passato non lontano il quotidiano riceveva un’agenzia sulle dichiarazioni del segretario di partito, assegnava eventualmente a un giornalista la riscrittura con adeguati contorni, sceglieva una foto d’archivio, stampava nella notte e dava la notizia al lettore il giorno dopo. In quel contesto il cittadino che avesse voluto commentare pubblicamente l’attualità politica non aveva altra opportunità se non la lettera al giornale o il discorso al bar. Senza un abbonamento all’Ansa, un archivio fotografico e una stamperia non si poteva fare tecnicamente nulla di meglio che ritagliare gli articoli e incollarli su di un cartellone. E se per caso il cittadino, ricevuta in eredità una stamperia, avesse deciso di fare comunque il suo giornale artigianale, sarebbe incorso nel reato di stampa clandestina, per violazione dell’obbligo di registrazione di una testata giornalistica presso il tribunale di propria competenza (nella registrazione va pure indicato il direttore responsabile, che deve essere iscritto all’OdG).

Nel 2013 chiunque può offrire al pubblico la propria pregiata opinione su Monti, Bersani e Grillo aprendo con due clic un blog su WordPress o un canale video su YouTube (secondo l’orientamento al momento prevalente, un blog d’informazione non è stampa clandestina [1]). E ora le notizie le forniscono direttamente i protagonisti, in tempo reale, pubbliche e gratis sui social media. Il 25 dicembre 2012 Mario Monti ha scelto Twitter e non l’Ansa o il Corriere per dire agli italiani che è finito il tempo dei lamenti e rendere più chiaro il suo impegno diretto per le prossime elezioni politiche. Il tweet è pubblico e chiunque può leggerlo, citarlo e commentarlo, inoltre è stato lanciato il 25 dicembre alle 23.31, orario troppo tardivo per comparire sui quotidiani del giorno dopo, che però non hanno bucato la notizia, non essendo in edicola il 26 dicembre.

Foto allegata a un tweet del 15 marzo 2012 di Pier Ferdinando Casini
Foto allegata a un tweet del 15 marzo 2012 di Pier Ferdinando Casini

Similmente nel marzo scorso Pier Ferdinando Casini, per dimostrare l’unità della maggioranza politica di cui faceva parte, postò su Twitter una foto che lo ritraeva in una riunione con Monti, Alfano, Bersani e il testo «Siamo tutti qui! Nessuna defezione!» Dal punto di vista del cittadino appassionato di politica parrebbe quindi cominciare l’era dell’abbondanza e della trasparenza: i materiali grezzi sono disponibili liberamente e le barriere tecniche sono abbattute. E anche quelle di comunicazione sono in parte cadute o almeno mutate, perché su Twitter e Facebook possiamo in principio dialogare con i politici, fare domande, chiedere chiarimenti, insomma intervistarli proprio come fanno i giornalisti.

Per alcuni professionisti tutto ciò è un pericolo e un oltraggio, come racconta, nel contesto di una più ampia e opportuna riflessione, questo passo di Michele Smargiassi (da Fotocrazia, «blog d’autore» di Repubblica): “Dirsi come fa Alessandro Di Meo dell’Ansa, forse uno tra i fotografi professionali che assediavano Palazzo Chigi l’altra sera, che è «uno scatto che funziona, ma perché non chiamare noi, che seguiamo notte e giorno i politici?», è già avere la risposta: perché quello scatto funziona, e funziona proprio perché è un autoritratto del potere che si presenta in modo inconsueto, diverso dalle ingessature dei ritratti ufficiali. Questa fotografia «ufficiosa» che simula una familiarità da tag< di Facebook (tipo «Ragazzi guardate, siamo qui, a Palazzo Chigiiii! Con Monti! Wow!») è sicuramente un fatto nuovo nella comunicazione politica italiana. Ma questa fotografia è tutt’altro che innocente e spontanea, e lo capisce chiunque. Il potere rappresenta se stesso”.

Monti e Casini decidono di comunicare anche con Twitter e non solo con le agenzie, i giornali, le radio e le tv non per incoercibile entusiasmo verso le nuove tecnologie e i social media, ma perché è ormai un’esigenza politica l’«orientamento della conversazione» che si sviluppa su queste reti frequentatissime. Sempre più spesso professionisti e dilettanti dell’informazione politica si ritrovano quindi nella stessa situazione di partenza, insieme ai protagonisti: sui social media.

Ingenui, ma non per questo innocui, eccessi politici sono collegati a questa nuova condizione: molti attivisti del MoVimento 5 Stelle identificano tutti i mezzi d’informazione tradizionali (in testa tv, giornali e quotidiani online dei grandi gruppi editoriali) come «zombie asserviti al potere», strutturalmente incapaci di operare con correttezza, e ne proclamano la sostituzione da parte del libero, saggio e democratico «popolo del web», che Grillo rappresenterebbe pienamente. Il MoVimento 5 Stelle si è costruito intorno a un blog e ha puntato senza soste sulla contrapposizione netta, radicale e persino violenta tra internet sano e resto dell’informazione malata, tra democrazia della rete e regime (il dato sempre ripetuto è quello – realmente drammatico, sia chiaro – del 61° posto nella classifica sulla libertà di stampa 2012 di Reporters sans frontières, ora da aggiornare con la piccola risalita alla posizione 57 nel rapporto 2013, riferito agli avvenimenti dell’anno precedente). Già dal solo punto di vista tecnico ed economico, la convergenza dei media rende impossibile una tale rigidissima divisione; soprattutto, venendo al concreto della cosiddetta «controinformazione di internet», chi valuti con serenità vedrà come in troppi casi domini la tendenza al complottismo sfrenato e alla denuncia non adeguatamente sostenuta dai dati. E i social network, in testa Facebook, fanno da cassa di risonanza proprio alle sparate più grosse, poiché queste confermano i peggiori giudizi e pregiudizi, rispondendo a un sentimento diffuso nel paese di grande sfiducia, in primo luogo nei confronti della classe politica, e quindi di un’informazione considerata troppo contigua a interessi di parte. Questa «controinformazione del web» risulta così non di rado compromessa da letture parziali o scorrette dei materiali e vive del continuo rilancio sull’indignazione, trovandosi costretta a fornire notizie ogni volta più clamorosamente sdegnate e clamorosamente inaccurate; e si ritrova a imitare in peggio proprio la stampa tradizionale, tanto odiata per le sue campagne non disinteressate [2]. Perché, ancora una volta, la retorica urlata del nuovo, libero e rivoluzionario, della rete che si sviluppa dal basso non garantisce di per sé nulla.

È inoltre opportuno avere sempre una chiara idea dei numeri in gioco: la puntata di Servizio Pubblico del 10 gennaio 2013 con Silvio Berlusconi ospite di Michele Santoro e Marco Travaglio non è stata solo un enorme successo televisivo ma anche l’evento politico italiano più discusso di Twitter, che pure nel nostro paese inizia a essere usato come «secondo schermo». L’espressione identifica l’attività di chi guarda un programma televisivo e al tempo stesso lo commenta sul social network; come informa l’esperto Vincenzo Cosenza, di Blogmeter, 204.636 sono stati «i cinguettii lanciati, con un picco di 1.885 tweet al minuto» e 48.469 utenti unici. Mentre cinquantamila utenti twittavano su di una trasmissione vista da oltre otto milioni e mezzo di spettatori, la «secondarietà» di Twitter (e, in misura minore, di Facebook) e la continua «eccezionalità» della televisione nel nostro paese si dimostravano clamorosamente.

La partecipazione civica e politica sui social media può anche essere più direttamente attiva nel produrre informazione: lo studente che si ritrovi a seguire le fasi concitate di una manifestazione e le documenti su Twitter scrivendo brevi messaggi e caricando foto scattate col proprio smartphone copre la notizia e compie «atti casuali di giornalismo». L’espressione random acts of journalism è stata resa popolare da Andy Carvin in relazione all’esecuzione di Bin Laden: Sohaib Athar, @reallyvirtual, consulente IT residente ad Abbottabad, divenne infatti per caso il primo «reporter» a documentare e commentare l’intervento dei Navy Seals, poiché, trovandosi in loco, diede notizia su Twitter dell’azione militare, all’inizio non riconosciuta come tale, e si mise quindi a incrociare fonti e a cercare verifiche in pubblico sul social network. Il testimone dei fatti che aspetta diligentemente il giornalista professionista per riferire su quanto ha visto esiste ancora, ma sempre più cittadini, grazie a nuove piattaforme, testimoniano in prima persona; e talvolta svolgono pure quelle operazioni di ricerca e controllo che identifichiamo come tipiche del mestiere giornalistico. Anzi oggi la nuova condizione normale per eventi di grande impatto pubblico come catastrofi naturali e attentati è rappresentata dal giornalista professionista che diffonde le foto postate dai «presenti alla scena» su Twitter e dal telegiornale che include i video di YouReporter.it (piattaforma di condivisione video) nei propri servizi sull’alluvione [3].

Fa giornalismo pure il cittadino che documenti in un blog la situazione del verde pubblico nella sua città o le condizioni delle mense sociali, segua la stagione della locale squadra di calcio o gli eventi culturali, crei una base dati liberamente consultabile sulle scuole non in sicurezza o sugli incidenti causati da guidatori imprudenti a ciclisti della sua area. Naturalmente questa informazione può essere di bassa qualità quando, proprio come accade ai professionisti, le operazioni di ricerca, analisi e controllo non sono svolte con impegno da persone preparate, e può essere anche eticamente scorretta, quando, proprio come accade ai professionisti, ignora scientemente dati, evita di porre domande scomode, rifiuta di riconoscere gli errori commessi, ecc.

 

Continua sul web: ecco uno storify con numerosi materiali commentati nell’ebook, una board su Pinterest con immagini (serie e scanzonate) del giornalismo digitale, un set su SoundCloud con audio di presentazioni/discussioni. E ovviamente anche sulla pagina Facebook

 

[1] A maggio 2012 una sentenza della Corte di Cassazione assolve lo storico e giornalista siciliano Carlo Ruta dal reato di stampa clandestina per l’attività condotta su di un blog. Come spiega l’avvocato Fulvio Sarzana: «Il Supremo Collegio emette una sentenza molto attesa e pone così fine a cinque anni di dispute dottrinarie e “infuocati” dibattiti sulla natura dei blog giornalistici e sulla loro clandestinità in caso di non registrazione presso l’apposito registro delle testate editoriali del Tribunale [] i blog (anche giornalistici) non rientrano nei prodotti editoriali della legge sull’editoria, non devono essere registrati e non sono stampa clandestina». Mario Tedeschini Lalli, un giornalista che sarà spesso citato in questo testo, aggiunge: «Per la Suprema corte nessun sito web è di per sé obbligato a registrarsi presso il Tribunale o presso il ROC [Registro degli Operatori di Comunicazione], a meno che non intenda usufruire degli aiuti pubblici all’editoria. Questo vuol dire che anche il Corriere della Sera o Repubblica potrebbero – volendo – non registrare le loro testate online. E se smettessero di pubblicare un’edizione stampata potrebbero sottrarsi completamente alla Legge del 1948».
Si deve però ricordare che, nonostante l’alto prestigio e il forte valore di indirizzo, la sentenza della Cassazione non impedisce in principio future valutazioni giurisprudenziali di segno opposto. Anche per questo continua a vedersi su moltissimi blog l’apotropaico messaggio: «Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001». La Legge Urbani del 2001 identifica il «prodotto editoriale» con «il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico». I blog sono quindi «prodotto editoriale»? In caso di risposta affermativa, ignorando la sentenza della Cassazione, potrebbero ricadere sotto la Legge sulla Stampa del 1948. Il blog aggiornato più volte al giorno mostra il disclaimer e non si riconosce come «prodotto editoriale», considerando essenziale nella definizione di «prodotto editoriale» una definita e regolare periodicità.
Se tutto ciò vi pare lambiccato e goffo, benvenuti per la prima volta nell’online italiano.

[2] Quanto detto nel testo non vuole ovviamente negare l’enorme contributo che tanti siti gestiti da volontari appassionati portano al discorso pubblico in Italia e nemmeno l’indecorosa crociata contro il MoVimento 5 Stelle condotta da non piccola parte dell’informazione italiana. Il limite estremo, anche in involontaria parodia, di questa scorretta campagna giornalistica lo si è probabilmente toccato il 21 novembre 2012, sull’onda dei casi Favia e Salsi che tanto hanno scosso i cinquestelle, quando in home page sul Giornale si accusava Beppe Grillo di non democraticità perché su Twitter aveva bloccato Flavia Vento, persona che da mesi guadagna su colonne di destra e blog titoli come «Flavia Vento stalker di Tom Cruise (e l’inglese maccheronico)» per i suoi messaggi, che con eufemismo potremmo definire molto sgrammaticati e invadenti, diretti a personaggi famosi. Raffaello Binelli sul Giornale crede o finge di credere che bloccare un utente su Twitter equivalga a una «fatwa» (le virgolette sono dell’autore e mostrano al peggior meglio un sempiterno malcostume giornalistico italiano: lanciare il sasso delle accuse enormi e ritirare subito la mano, o meglio fare con essa il segno delle virgolette) e si spinge persino a dire «con questo blocco Grillo dimostra di avere poco a cuore quella libertà della (e nella) Rete che da anni lo vede paladino indisturbato». Perché, evidentemente, libertà della (e nella) Rete equivale a dare corda a ogni personaggio minore della commediaccia italiana in cerca di visibilità.

[3] Clay Shirky nel suo libro del 2010, Cognitive Surplus, notava come fossero già quasi identiche le probabilità che un evento di portata mondiale avesse testimoni di un qualsiasi tipo e testimoni dotati di una video o fotocamera. Ricordo inoltre che almeno dal 2006 vi sono in Italia più cellulari che abitanti (e la quasi totalità dei telefonini in circolazione nel 2013 può scattare foto, se non anche girare brevi video).

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