Carlo Cassola Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/carlo-cassola/ un blog di approfondimento culturale Thu, 25 Mar 2021 10:27:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Carlo Cassola Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/carlo-cassola/ 32 32 La rivoluzione necessaria per salvare il Gigante Cieco https://minimaetmoralia.it/libri/la-rivoluzione-necessaria-per-salvare-il-gigante-cieco/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-rivoluzione-necessaria-per-salvare-il-gigante-cieco/#respond Thu, 25 Mar 2021 13:00:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48232 di Marco Carratta Nel libro La scopa di Don Abbondio, scritto da Luciano Canfora nel 2018, la rivoluzione è definita “un fenomeno ciclico di rottura che torna a riproporsi nella storia in forme diverse ma che segue sempre lo stesso inevitabile schema finendo per snaturarsi quando, conquistato il potere, viene schiacciata dalle torsioni nazionali e […]

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di Marco Carratta

Nel libro La scopa di Don Abbondio, scritto da Luciano Canfora nel 2018, la rivoluzione è definita “un fenomeno ciclico di rottura che torna a riproporsi nella storia in forme diverse ma che segue sempre lo stesso inevitabile schema finendo per snaturarsi quando, conquistato il potere, viene schiacciata dalle torsioni nazionali e dal peso della Storia inerenti a ciascun Paese”. La posta in gioco, secondo Canfora, è da sempre la stessa: la spinta verso l’uguaglianza. “Nonostante la durezza delle rivoluzioni, però, l’inuguaglianza risorge e di nuovo provoca repulsa. E quando finalmente diviene chiaro quanto ci si è allontanati dalle premesse e dalle promesse della rivoluzione precedente, ecco che sono “mature le condizioni perché si realizzi una nuova scossa.”

Dei risultati mai raggiunti dalle rivoluzioni e della necessità di una nuova scossa tratta Carlo Cassola nei due saggi pubblicati tra il 1975 e il 1976 e riproposti oggi da minimum fax con il titolo Il gigante cieco. In un passaggio significativo che fotografa perfettamente quella che è la tesi dell’autore, si legge: “La rivoluzione è il tentativo più spinto di forzare i tempi dell’evoluzione, il suo compito è cancellare le differenze sociali o storiche: cioè i privilegi accumulati nelle mani di pochi per effetto di un’evoluzione manipolata dai pochi a proprio esclusivo vantaggio.”

Cassola, come scrive Fabio Stassi nella prefazione La coerenza di una conchiglia, “appartiene ad un’epoca in cui la letteratura e il romanzo producevano ancora delle feroci polemiche e sembravano avere un peso nella formazione collettiva di una società”. A dimostrazione di ciò basti rileggere gli articoli, le interviste e le partecipazioni televisive che hanno accompagnato la pubblicazione dei saggi Il gigante cieco e Il vecchio e il nuovo. Saggio sulla rivoluzione.

All’epoca Cassola era uno degli scrittori più letti, un narratore premiato dal numero di copie vendute e dall’attenzione della critica. Insieme ai premi e ai successi aveva attirato anche molte critiche; accusato per anni di fare una letteratura disimpegnata, già nel 1953 aveva ricevuto la scomunica di Palmiro Togliatti: sulla rivista Rinascita il segretario del Pci sosteneva che quella del romanzo Fausto e Anna fosse una versione diffamatoria della Resistenza. A questa era seguita anche quella, forse ancora più clamorosa, raccolta nei 180 endecasillabi pronunciati da Pier Paolo Pasolini durante la serata di presentazione dei candidati al Premio Strega del 1960. Tre anni dopo, Edoardo Sanguineti lo definì con lo slogan Liala 63 (accomunandolo a Giorgio Bassani) in quanto “simbolo di una letteratura da combattere”. Eppure alla sua arte c’è chi ha riconosciuto tracce sotterranee di una costante e profonda sensibilità alla realtà politica e sociale contemporanea (ne è un esempio il libro inchiesta I minatori della maremma realizzato con Luciano Bianciardi nel 1956, ripubblicato anche questo da minimum fax nel 2019). Ed è per questo che nel 1975 Cassola, così timido e schivo, inizia a rivestire il ruolo di conferenziere itinerante e di propagandista attivo e polemicamente feroce; lo fa per difendere le ragioni e le tesi di un’idea, quella del disarmo degli stati sovrani, diventata ai suoi occhi l’unica via per garantire il futuro all’umanità, vista come un gigante cieco che cammina verso l’abisso.

Cassola, in un’intervista rilasciata a Franco Zangrilli, racconta con queste parole la sua conversione ad una letteratura dichiaratamente impegnata, o meglio ad una cultura responsabile, come l’autore preferisce definirla:

Io ho deciso di dedicarmi alla politica, quando ho capito che il mondo così com’è strutturato, va verso la distruzione, la quale renderebbe vano anche la mia attività di scrittore, perché tutti avremo una seconda morte. Attorno al 1975 io mi resi conto che la casa stava andando a fuoco e quindi decisi di darmi da fare politicamente, per salvarla […] perché quando la casa brucia non si può pensare che a spegnere l’incendio.

Cassola, ne il Gigante buono, dimostra di aver capito in anticipo che il 6 agosto del 1945 iniziava una fase epocale in cui l’umanità avrebbe vissuto il momento più tragico della sua storia: quello che poteva vederla sparire.

Il sonno della ragione partorisce i mostri, fu detto già in epoca romantica. Noi di mostri abbiamo una conoscenza molto più approfondita di quei nostri antenati. Fascismo, nazismo, stalinismo, la seconda guerra mondiale, i campi di sterminio, per fortuna sono alle nostre spalle; il nazionalismo e il militarismo purtroppo no, così che abbiamo davanti una prospettiva anche più terrificante di quelle passate: una terza guerra mondiale o una catastrofe ecologica che distrugga la vita del pianeta.

La spiegazione di questa difficile situazione risiede nel fatto che a guidare l’umanità non è stata l’intelligenza, ma il potere; e che la storia ha seguito un diagramma iniquo in cui l’intelligenza ha creato la civiltà ma è stato il potere distinto dall’intelligenza a guidare gli uomini. È questo il filo rosso che Cassola segue nel suo discorso sull’evoluzione dell’uomo proposto nella prima parte del saggio. Un discorso che parte dalla preistoria per arrivare alla contemporaneità e che non appare come un trattato storico-politico bensì come una storia scritta in modo semplice e appassionato. Essa “può suscitare obiezioni”, l’importante è essere d’accordo con la conclusione: “il divario tra intelligenza e potere è sempre stato un male per l’umanità. Anche quando era minimo. Oggi è smisurato: a un’intelligenza sviluppatissima si contrappone un potere sottosviluppato. Ed è questo potere sottosviluppato a decidere come vanno usati i prodotti della sviluppatissima intelligenza. In queste condizioni la fine del mondo è sicura.”

A tal proposito l’argomentazione usata da Cassola è semplice quanto innegabile: dopo le due esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki gli statisti internazionali hanno continuato a produrre armamenti atomici ingigantendo la minaccia di annientamento dell’umanità invece di lavorare alla costruzione di un ordine mondiale che “metta per sempre l’umanità al riparo dalla catastrofe della guerra e le permetta di evitare le catastrofi ecologiche”. È quest’ultimo il “pensiero grande” che deve guidare un potere intelligente, un pensiero che gli intellettuali falsamente impegnati non hanno proposto con la forza necessaria, e che politici stupidi hanno lasciato inascoltato, dimostrando di preferire “la fine del mondo al nascere di un mondo che faccia a meno di loro”.

Ponendo l’attenzione su divisioni che hanno senso solo una volta risolto il problema massimo, evitare la distruzione dell’umanità, si sono comportati alla stregua dei bizantini che, mentre assistevano alla conquista turca di Costantinopoli, discutevano del sesso degli angeli, con la differenza sostanziale che la caduta della capitale bizantina per mano ottomana “fu una catastrofe da nulla rispetto alla catastrofe che sta davanti a noi”.

Solo un potere intelligente guidato da un pensiero che “non corra dietro il piccolo ma vada dietro al grande” può salvarci da una fine certa. “Un pensiero che si cimenti con la strategia. Un pensiero rivoluzionario”. In epoca moderna solo con le spinte rivoluzionarie l’intelligenza ha conquistato il potere, ma tale conquista è durata troppo poco tempo: è successo in Russia tra il 1917 e il 1922, era già successo in Francia tra il 1789 e il 1794. In entrambi i casi la rivoluzione fu “l’atto chirurgico che permise la venuta al mondo di una nuova società” ma che non impedì che l’antico regime tornasse prepotentemente, talvolta con l’aiuto degli stessi rivoluzionari. Nella quarta di copertina di questa edizione l’editore ha deciso di riportare una frase di Giame Pintor che Cassola cita:

Un popolo portato alla rovina da una finta rivoluzione può essere salvato e riscattato soltanto da una vera rivoluzione.

Le “finte” rivoluzioni sono state quelle che hanno rinunciato ai loro progetti internazionalisti per paura di perdere il potere conquistato. Qui Cassola non ammette nessuna via di mezzo, si dimostra sfiduciato di fronte a qualsiasi riforma: “Il riformismo, anche il più rispettabile, è un procedimento troppo lento, e il mondo invece ha fretta di mettersi in salvo, perché ogni giorno che passa potrebbe essere l’ultimo. Non solo, ma il riformismo viene a patti con la realtà; non avrà quindi mai la forza di rifiutarla.” E la realtà che si è dimostrata più refrattaria a essere tolta di mezzo è lo Stato nazionale. Carlo Cassola, scrive Carlo Madrignani, è sicuro “di non potersi aspettare nulla da nessuna delle eventuali (e per la verità improbabili) riforme che stiano all’interno della logica della guerra, difensiva o offensiva che sia”. “Il nuovo è la rivoluzione” che agisce come “scopa della storia e spazza via” l’ordinamento degli stati sovrani armati divisi da frontiere creando l’internazionale.

“Nell’era atomica l’umanità può sopravvivere solo realizzando l’internazionale. A sua volta l’internazionale può essere realizzata solo dalla rivoluzione”. È una necessità su cui devono concordare tutti: rivoluzionari, riformisti e conservatori, solo così possiamo scongiurare una catastrofe talmente spaventosa da essere difficilmente immaginabile.

Questa necessità impellente spinge Cassola a spendere gli ultimi anni della sua esistenza nella quasi esclusiva missione di ricordare quanto fosse necessario e con quali mezzi preservare la pace. Questa sua battaglia non incontrò il favore degli intellettuali, e soprattutto degli specialisti di storia e di politica che mal tolleravano l’invasione del romanziere in un campo che non era il suo. A chi dall’alto della sua cattedra lo accusava di ricostruzioni semplicistiche rispondeva: “Ma chi l’ha detto che di storia e politica debbano parlare solo gli specialisti? Mi vanto di essere un dilettante: ma un dilettante che vede la verità e la dice.”.

Nell’epoca che stiamo vivendo – in cui una pandemia globale ha reso più profonde le disuguaglianze sociali, economiche e di genere, rivelato in tutta la sua drammaticità l’egoismo degli stati e il prevalere di logiche di mercato sulla necessità di un’azione politica comune che non lasci nessuno indietro – leggere Il Gigante cieco ci consente, se ce ne fosse bisogno, di condividere ciò che scrisse Carlo Bo in ricordo dell’amico scomparso da poco:  ad invecchiare (e male) sono stati i suoi critici, non i suoi scritti.

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Riferimenti

Luciano Canfora, La scopa di don Abbondio. Il moto violento della storia, Laterza, 2018

Carlo Cassola, Il gigante cieco, Minimum fax, 2020

Carlo Cassola, Per il disarmo unilaterale dell’Italia, Belfagor, novembre 1976

Maurizio Costanzo, Il predicatore solitario della fine del mondo, Corriere della sera, 10 gennaio 1979

Carlo A. Madrignani, Il superstite secondo Carlo Cassola,  Belfagor, novembre 1989

Cesare Medail, Cassola. L’antieroe della Resistenza, Corriere della sera, 25 gennaio 1997

Giulio Nascimbeni, Ma che sinistra è se non vuole il disarmo? Le tesi antimilitaristiche di Carlo Cassola in un dibattito a Milano, Corriere della Sera, 22 febbraio 1977

Giovanni Russo, Cassola solo contro tutti, Corriere della sera, 18 febbraio 1987

Ottavio Tossani, Carlo Cassola è tornato alla politica, Corriere della sera, 19 marzo 1977

Franco Zangrilli, Incontro con Carlo Cassola, Quaderni d’Italianistica, gennaio 1986

 

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Arte e utopia. La lungimiranza di una Liala https://minimaetmoralia.it/libri/arte-e-utopia-la-lungimiranza-di-una-liala/ https://minimaetmoralia.it/libri/arte-e-utopia-la-lungimiranza-di-una-liala/#respond Mon, 01 Mar 2021 09:24:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47964 Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la postfazione al libro di Carlo Cassola Il gigante cieco, riproposto da minimum fax. I neoavanguardisti del Gruppo 63 usarono per lui e Bassani una definizione indimenticabile. «Liale». Scrittori di romanzi d’appendice, insomma. Bassani se la prese. Lui invece tacque. A parlare – ripeté a se stesso – era la sua […]

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la postfazione al libro di Carlo Cassola Il gigante cieco, riproposto da minimum fax.

I neoavanguardisti del Gruppo 63 usarono per lui e Bassani una definizione indimenticabile. «Liale». Scrittori di romanzi d’appendice, insomma. Bassani se la prese. Lui invece tacque. A parlare – ripeté a se stesso – era la sua opera. La sua opera tutta.

Oggi ne siamo ben consapevoli e quella definizione ci diverte non tanto perché conferma in maniera quasi grottesca la morale del pulpito e della predica. Quanto perché guardando indietro restiamo addirittura allibiti di fronte a una lungimiranza che sfiora la chiaroveggenza. Di Carlo Cassola, infatti, come del resto di Bassani, non sono rimasti soltanto i pezzi di letteratura assolutamente incomparabili con la modesta produzione dei suoi accusatori. Quanto l’opera nella sua interezza. E dunque non solo La ragazza di Bube (Premio Strega 1960) che trova ogni anno nuovi lettori appassionati né soltanto quella perla che è Il taglio del bosco (1950) né i tentativi più o meno riusciti che superano l’arco di quattro decenni. Bensì la riflessione sul ruolo dell’intellettuale, sull’arte, sulla realtà e sulla storia, come è chiaro per esempio in questo doppio saggio finalmente ripubblicato.

Il gigante cieco, ossia l’umanità che cammina sull’orlo dell’abisso e ha bisogno di qualcuno che la prenda per il braccio e la scuota, si apre con un’immagine di attualità sconcertante. Esseri umani e animali sono sulla scena. Come dire uomini e natura. Ma è un saggio letterario, questo. L’incipit dunque non rimanda direttamente al tema che si prenderà la ribalta, quello dell’apocalisse. Esso vuole piuttosto chiamare il lettore alla complicità, alla confidenza e all’attenzione su un piano narrativo e drammatico che tornerà dirompente e che tuttavia, per il momento, richiama fatti apparentemente laterali e che potrebbero essere dimenticati. Fatti che hanno messo a nudo la doppia faccia dei peggiori criminali del secolo, ossia gli uomini che progettarono e realizzarono la più mostruosa strage: la Shoah.

Quanti criminali di guerra amavano gli animali ed erano affettuosi con la moglie! La cura dei canarini da parte delle ss di guardia ai campi di sterminio è rimasta proverbiale tra i prigionieri sopravvissuti.

Siamo nell’inverno 1975-76 e il grido di dolore con cui Cassola apre il saggio chiama a un’immediata presa di coscienza. Il pericolo bisogna guardarlo negli occhi. Non ci si può scansare. Né ci si può far ingannare dalle apparenze. Quel che lo scrittore vuole gettare negli occhi del lettore è chiaro e verrà ripetuto in molti modi. Bisogna agire. Non si può più aspettare. Quasi mezzo secolo dopo, anche noi veniamo investiti dalla stessa urgenza. Ma il fatto addirittura straordinario è che l’immagine laterale usata da Cassola funziona ancora alla perfezione e si rivela anzi tragicamente attuale.

Il signore che si comporta premurosamente coi familiari, i connazionali, gli animali, eccetera, diventa una belva quando ha a che fare coi presunti nemici.

L’animalismo antiumanista, per Cassola, è un esempio perfetto di questo atteggiamento così ricorrente durante la storia. Eichmann, uno dei più spietati organizzatori della soluzione finale, fu riconosciuto in Argentina perché portava fiori sulla tomba della moglie nell’anniversario del loro matrimonio.

A pensarci bene, non c’è niente di cui stupirci. L’amore per gli animali o i fiori alla moglie sono indubbiamente indice di gentilezza d’animo e d’ingentilimento dei costumi; ma vanno benissimo d’accordo con le più efferate pratiche di guerra. Una società che esalta insieme l’amore per gli animali e l’odio per il nemico può benissimo produrre uomini come le ss e deve accettare, al limite, anche un Eichmann.

Curare il male di questa società è impresa da compiere al più presto. L’urgenza è assoluta. L’apocalisse incombe. A meno che… Sul finire del libro che avete in mano, chiudendo i ragionamenti circa la rivoluzione che costituisce il cuore della sua proposta, Cassola arriva a immaginare il 2000 come uno spartiacque in cui l’umanità potrebbe essere ormai scomparsa. Sbagliava, lo scrittore. Eppure, non tanto paradossalmente, ci vedeva ancora più lungo di quanto immaginasse. Tanto che mai come oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, le sue riflessioni appaiono attuali.

Ma cominciamo proprio dall’immagine con cui si apre questo doppio saggio dalla testa unica. Prima che la pandemia da Covid 19 si prendesse (nel nostro Paese completamente) la scena del discorso pubblico e privato, era molto frequente leggere sulle prime pagine dei principali giornali online notizie che si spartivano la stessa fascia d’altezza raccontando le seguenti scene. A sinistra, fra le news, respingimenti di barconi, lotta contro le ong, naufragi di migranti, stragi di donne, uomini, bambini. A destra, fra i video più cliccati, il salvataggio di un ratto incastrato in un tombino, l’operazione che specialisti all’avanguardia avevano condotto su una tartaruga marina; l’adozione strappalacrime di un riccio.

L’incipit del Gigante cieco è dunque assolutamente attuale. Ma lo è anche il resto del saggio, a prescindere da quelle previsioni e conclusioni di massima urgenza di cui ho già detto? A giudicare dalla questione decisiva, direi che non ci sono dubbi. L’idea di Cassola è molto semplice, benché l’andamento poco sistematico del racconto possa lasciare nel dubbio il lettore che non è preso dalla smania di arrivare alla fine. Quel che è in ballo è la catastrofe ecologica e dunque la nostra sopravvivenza.

L’apocalisse, ribadita in più luoghi, può essere evitata soltanto se gli egoismi che impazzano sotto alla malattia del nazionalismo vengano superati guardando a un nuovo ordine mondiale e dunque utilizzando quella che, figlio dei suoi tempi, egli chiama «internazionale». L’ambizione dunque è rivoluzionaria. Rifare la vita!, grida lo scrittore. Ossia trasformare una realtà che non funziona e un corso della storia che non è inesorabile. Dunque, sì, credere nella rivoluzione. Realizzare l’utopia.

«La Liala», tuttavia, non vuole chiamare all’azione con sentimentalismo, instillando timori e spargendo illusioni. La sua visione globale ha radici filosofiche e storiche molto salde e la lettura di questo libro ve le mostrerà in tutta la loro ricchezza.

A rileggere, oggi, Il gigante cieco, si ha l’impressione che non sia più di moda il rischio di tirare conclusioni sulle vicende dello «Spirito» o che forse, nel Novecento, fosse assai più semplice. Una storia della filosofia à la Russell oggi chi la scriverebbe? E chi farebbe come Cassola, il quale del resto chiudendo il primo saggio si scusa: «Il mio riepilogo del passato potrà suscitare obiezioni»? Ma che importa delle obiezioni se sono le conclusioni ciò a cui ci stiamo immolando?

Lasciamoci criticare allora. E tentiamo la nostra strada. La storia delle idee, nell’Occidente dominante, è semplice nella sua complessità. Stando a questo libro, essa si svolge e riavvolge attorno alla mancata coesistenza di intelligenza e potere. L’evoluzione è dovuta all’intelligenza. Ma la guida dell’umanità è in mano al potere. L’intelligenza deve andare al potere. Due sono i momenti della storia in cui questa idea è sentita con la massima potenza: il v e iv secolo a.C. in Grecia, e l’illuminismo. Platone e Voltaire. L’utopia, ossia quell’ideale che non ha luogo per definizione (il termine è coniato nel 1516 da Thomas Moore sul greco ou-topos, ossia non-luogo), un luogo deve trovarlo eccome. Perché il non-luogo deve essere modello da raggiungere in quanto ancora non realizzato. Il non-luogo non può spegnersi nella fantasticheria velleitaria. L’umanità non ha spazio (e non ha tempo) per il velleitarismo.

Cassola si lancia quindi in un’analisi su più piani di quelle tendenze che hanno contrastato il trionfo dell’illuminismo, un illuminismo inteso in senso metastorico (dunque anche l’illuminismo greco) che tuttavia con i fatti della storia ha a che fare. L’aspetto più peculiare di questo sforzo sta nella condanna dello storicismo. Se è evidente che romanticismo e decadentismo si oppongono al trionfo della ragione, è a prima vista meno lampante il ruolo dello storicismo. Ma la chiarezza tutta umana della penna di Cassola apre facilmente la porta: letterati estetizzanti decadenti e intellettuali impegnati storicisti si scambiano volentieri le parti perché «cova in tutt’e due il disprezzo per le banalità della ragione, per le ottuse teorie del pensiero». Cercare la ragione dove la ragione non c’è è il modo più atroce di distruggere la ragione stessa. Hegel è il peggior nemico della ragione. La storia non è un processo razionale la cui forma è la dialettica. «Nella storia di logica ce n’è pochina». Chi cerca questa «sapienza riposta nelle cose» manifesta «una credenza superstiziosa, simile a quella dei pagani che attribuivano a ogni foresta e a ogni sorgente una divinità particolare».

Certo che la ricerca del famoso senso della vita è inevitabile. Ma non è il pensiero a poterci dare quel senso. E non dev’essere la religione. C’è un’unica strada. Quella dell’arte. Qui Cassola non ha dubbi e si batte in difesa della dimensione in cui ha sempre operato con la grinta di un leone. Un leone raffinato, però.

Abbiamo bisogno di credere che la vita abbia un senso: altrimenti ci sarebbe impossibile sopportarla. Questa consolante certezza può darcela l’arte; non può e non deve darcela il pensiero. Se una poesia o una musica non ci fa sentire che la vita ha un senso, vuol dire che manca del requisito essenziale: l’arte esiste appunto per consolarci e per darci la forza di sopravvivere.

Nel momento in cui alla vita diamo un senso e al pensiero diamo il suo ruolo, è possibile davvero immaginare che intelligenza e potere riescano a convivere. È quello che abbiamo tutti immaginato di fronte all’urgenza delle questioni climatiche negli anni passati, laddove per Cassola l’urgenza era data da un possibile conflitto nucleare. Che quella possibilità sia stata dimenticata e che negli ultimi tempi sia tornata invece a dominare il dibattito è cosa che ci lascia di nuovo intendere quanto le conclusioni a cui giunge questo doppio saggio siano attuali.

«Rifare la vita» è la parola d’ordine. Dunque spazzare via il vecchio ordine e sostituirlo con uno nuovo. Dunque la rivoluzione. Che rivoluzione? Il secondo saggio di Cassola lo spiega raccontando la forza delle due grandi rivoluzioni, quella francese e quella russa, e mostrando il loro fallimento, un fallimento che lo scrittore individua nella loro incompiutezza. Ma ciò che importa è il taglio netto che le rivoluzioni prospettano, e di quello abbiamo sempre bisogno. «La rivoluzione è la scopa della storia». Una necessità assoluta, se si vuole scardinare lo status quo su cui ha preso piede una realtà in cui si accetta l’inaccettabile.

Il senso di Cassola per la quotidianità è unico. L’approccio di umiltà sorprendente. Così, da uomo davvero in cammino, usa due barzellette ascoltate in treno per mostrare l’assurda accettazione dell’inaccettabile. Quella del cane che gioca a scacchi e che sorprende tutti fuorché il padrone, corrucciato perché non vince mai una partita. E quella del matto che del decapitato il quale una domenica riattacca la propria testa con la colla comprata nella mesticheria più vicina vede l’inverosimile nella mesticheria aperta di domenica.

Mentre sorridiamo a leggere di quegli spacci chiamati un tempo mesticherie ascoltiamo lo stridio dello sdegno:

la noncuranza per il fatto principale […] è la caratteristica dell’uomo di cultura d’oggi, del giornalista d’oggi, dell’uomo politico d’oggi. Con la conseguenza che camminiamo tutti sull’orlo di un abisso e non ci facciamo più caso.

Chi deve parlare, insomma, sta tacendo. Chi può muovere qualcosa è immobile. Chi può denunciare guarda altrove.

Accanto, anzi perennemente distillato sul lato del discorso principale del Gigante cieco, discorso di cui ho appena detto le linee principali, c’è tutto un grido d’accusa del Cassola intellettuale verso quelli che sarebbero i suoi colleghi. Un grido che mai è rancore, nonostante ciò che l’artista Cassola dovette subire da chi presumeva di saperla più lunga. Umanamente, il tipo che egli disprezza è infatti il conformista di sinistra. Per l’atteggiamento pavido, la tendenza a condannare solo se protetto dalle mode, e la violenza generata da un’ambizione intellettuale inappagata. Ma quel rancore egli non lo combatte con altrettanto rancore. Si sottrae allo scontro con la stessa eleganza con cui si rifiutò di rispondere a chi lo aveva chiamato «Liala». Si limita allo sdegno per le conseguenze di quel conformismo. «È assurdo assimilare gli artisti alle altre categorie produttive. Un’opera d’arte non è un oggetto di consumo. Non serve per nessuno scopo pratico.

Il che non significa che sia inutile». Da vero artista, consapevole del proprio impegno e della sua opera, Cassola sa che «l’arte è di per sé ottimistica: celebra la vita anche quando ne rappresenta i lati brutti». E sa che essa è necessaria, non come un oppio, semmai come un fortificante.

Adesso è solo il tempo di agire. Perché la sperequazione fra ricchi e poveri è diventata insopportabile e su di essa fa leva il meccanismo che sembra inarrestabile e che porta dritto a un epilogo globale. Non si può ragionare come quel professore benpensante che riteneva inevitabile un mondo diviso in stupidi e intelligenti, sani e malati, ricchi e poveri, perché «le prime sono differenze naturali, come tali incancellabili; mentre la seconda è un portato dell’evoluzione e come tale è cancellabilissima se il genere umano si convince che è iniqua».

Di nuovo l’attualità del Gigante cieco è evidente nella sua semplicità. Quale altra drammatica sperequazione è stata esaltata dalla pandemia in cui tutti affoghiamo se non quella fra i pochissimi ricchi nelle cui mani è concentrata la ricchezza globale e gli innumerevoli poveri sempre più poveri? Parole. Banalità. Drammi così evidenti che è altrettanto evidente come non ci si possa fare nulla e chi ne parla è un ingenuo e chi desidera combatterli uno stupido che è giusto mettere da parte. Lo studioso, l’analista, il vero esperto sa che ben altro è il problema. Non si parlava di «benaltrismo» ai tempi di Cassola. Ma nulla cambia mai davvero negli atteggiamenti umani e questo libro lo testimonia con la sorpresa di chi rifiuta l’accusa di ingenuità e con lo sdegno di chi ricerca la parola semplice e preferisce affidarsi alla forza delle promesse, a quel carattere di ineluttabilità delle promesse che non può essere soltanto adolescenziale.

Redistribuzione del reddito, nuovo ordine mondiale, lotta internazionale per salvare il pianeta. Sono le questioni fondamentali dei nostri tempi dominati dai sovranismi e sconvolti dalla pandemia. Le stesse questioni per cui si batte Cassola in questo libro. Forse è il caso che gli intellettuali ascoltino la parola della Liala. Facciano chiarezza sul ruolo dell’arte. E che tutti coloro necessariamente votati alla politica, ossia all’arte che si occupa della pòlis (oggi: la città globale), rispondano senza cercare scappatoie alla chiamata finale: Quella di «una rivoluzione riuscita che salvi in extremis l’umanità».

 

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Raffaello Brignetti e il mare come esperimento https://minimaetmoralia.it/letteratura/raffaello-brignetti-mare-esperimento/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/raffaello-brignetti-mare-esperimento/#comments Mon, 31 Jul 2017 06:00:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34917 Prima dote di un critico militante ha da essere la tempestività, perciò è d’obbligo segnalare uno dei casi letterari dell’estate, dell’estate di mezzo secolo fa esatto, un libro che è stato appena sconfitto, nel luglio del 1967, per un solo voto: Il gabbiano azzurro (Einaudi) di Raffaello Brignetti, superato nella seconda votazione da Poveri e semplici (Vallecchi) di Anna Maria Ortese, “nella splendida cornice di” Villa Giulia. Prima che si palesasse Lorenza Pieri – romagnola di nascita e gigliese d’infanzia, però, e poi espatriata – Brignetti era l’unico scrittore nativo dell’Isola del Giglio di cui fossimo venuti a conoscenza a essere arrivato ad alti livelli, ai maggiori editori nazionali, ma la scalata, anzi la traversata di Brignetti non si arresterà di fronte a quel voto mancato: il Premio Strega riuscirà a conquistarlo appena quattro anni più tardi, con La spiaggia d’oro (Rizzoli), con ampio distacco su Paura e tristezza (Einaudi) di Carlo Cassola – diversamente da com’è andata, il nostro avrebbe meritato di vincere la prima volta e non la seconda, probabilmente, ma continuiamo ad avvicinarci, ricordando gli esiti di un’altra competizione letteraria.

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Prima dote di un critico militante ha da essere la tempestività, perciò è d’obbligo segnalare uno dei casi letterari (e non commerciali) dell’estate, dell’estate di mezzo secolo fa esatto, un libro che è stato appena sconfitto, nel luglio del 1967, per un solo voto: Il gabbiano azzurro (Einaudi) di Raffaello Brignetti, superato nella seconda votazione da Poveri e semplici (Vallecchi) di Anna Maria Ortese, “nella splendida cornice di” Villa Giulia. Prima che si palesasse Lorenza Pieri – romagnola di nascita e gigliese d’infanzia, però, e poi espatriata – Brignetti era l’unico scrittore nativo dell’Isola del Giglio di cui fossimo venuti a conoscenza a essere arrivato ad alti livelli, ai maggiori editori nazionali, ma la scalata, anzi la traversata di Brignetti non si arresterà di fronte a quel voto mancato: il Premio Strega riuscirà a conquistarlo appena quattro anni più tardi, con La spiaggia d’oro (Rizzoli), con ampio distacco su Paura e tristezza (Einaudi) di Carlo Cassola – diversamente da com’è andata, il nostro avrebbe meritato di vincere la prima volta e non la seconda, probabilmente, ma continuiamo ad avvicinarci, ricordando gli esiti di un’altra competizione letteraria.

“Bravissimo scrittore marinaro”, secondo Giorgio Caproni, memore della volta in cui i due, agli inizi delle proprie carriere, si fronteggiarono nel Premio Taranto del 1951: delle sole quattro edizioni di questo concorso, Brignetti aveva già vinto la prima e si aggiudicherà anche quest’ultima, spuntandola su Caproni, che dovette accontentarsi di una segnalazione, ma il poeta livornese non dev’essersi sentito molto a proprio agio, nella prova del racconto narrativo. Integrerei così il suo giudizio: più che altro, bravissimo dovrà dimostrarsi il lettore, di fronte all’eccitato sperimentalismo di Brignetti, che richiede un’attenzione non comune.

Strana bestia della letteratura italiana che, aspirando al simbolismo anglosassone, sconfina verso latitudini latine, come rispondendo a richiami non silenziabili, Brignetti dà forma – per modo di dire – a romanzi molto densi e un po’ traditori, durante i quali ti sembra di avere acciuffato il filo della collana che leghi ciascun simbolo a ciascun altro, per poi accorgerti che non hai in mano niente, che la collana manco esiste e che sei stato vittima di un colpo di sole, con tutto questo mare intorno: da Melville e Conrad, la sua prosa da poema marino scivola verso la propria origine mediterranea, attraversa il nouveau roman e s’imbarca per destinazioni centroamericane, caraibiche, approda sulle coste di Santa Lucia, possedimento coloniale, terra contesa proprio da britannici e francesi, laddove incontra il proprio parente letterario più prossimo, Derek Walcott. Brignetti non compone versi: tuttavia, leggendo Il gabbiano azzurro, si avverte l’istinto della sillabazione, la voglia di mettersi a contare gli elementi minimi di una prosa fortemente ritmata, metrica, ondulata.

“Il più grande scrittore di mare italiano”, secondo Aldo Perrone, al quale dobbiamo uno dei rarissimi studi che sono stati dedicati alla sua opera – un altro, remoto, è di Piero Bianucci –, uno degli ultimi di cui chi scrive sia a conoscenza, cioè il profilo monografico Raffaello Brignetti. La vita, le opere, la critica letteraria, oltre alla curatela di Racconti atalattici. Riedizione con aggiornamenti e altro, selezione di scritti brignettiani che contiene anche un testo di Sergio Pautasso, entrambi pubblicati per i tipi leccesi di Manni, una decina d’anni fa. Lo stesso editore scriveva di Brignetti come di “uno dei grandi scrittori della letteratura italiana del Novecento” ed è facile imbattersi nei giudizi elogiativi di lettori del calibro di Carlo Bo e di Pietro Citati, ma che cosa può essere successo, allora? Le sue opere principali non sono mai state ristampate e non sono acquistabili, se non affidandosi alla sorte, alle bancarelle dell’usato: è recente (2014) e reperibile, invece, l’ampia selezione dei Racconti di Pensa Multimedia, per comporre la quale la curatrice Mirella Masieri ha scelto quei brevi componimenti di carattere narrativo che Brignetti scrisse per antologie, giornali e riviste e che non siano stati riproposti in volume; per concludere la rassegna un po’ misera di ciò che il mercato editoriale, oggi, offre di e su Brignetti, indichiamo Una vita per il mare. Analisi delle opere di Raffaello Brignetti, lavoro che la stessa Masieri ha pubblicato con l’editore leccese Congedo, a testimoniare che l’interesse per la figura dello scrittore sembra quasi esclusivamente salentino.

Per rispondere alla domanda di poco fa, è semplicemente successo che Brignetti sia uno degli scrittori più difficilmente leggibili del Novecento italiano, e ci si riferisce alla comprensibilità delle sue pagine, stavolta, non alla loro reperibilità: inoltre, abbiamo tutti avuto altro da fare, altro da leggere, in questi decenni, e Brignetti era uno che non riusciva a vendersi molto bene.

Scrivere di mare, sul mare, era sembrata l’unica letteratura possibile, per il figlio del guardiano del faro: nato sull’Isola del Giglio a causa di una trasferta lavorativa del padre Angiolo, Raffaello crescerà in un’altra isola tirrenica e toscana, più estesa e settentrionale, l’Elba, laddove tornerà risiedere negli ultimi anni di una vita non lunga, conclusasi nel 1978 a 56 anni, soltanto un mese più tardi di uno scrittore di (almeno) una generazione precedente, Vittorio G. Rossi, al quale egli doveva molto e sulla cui opera si era laureato, sotto la direzione di Giuseppe Ungaretti, a Roma: un po’ in ritardo, nel 1947, avendo avuto modo di portare a maturazione una passione letteraria alimentata dal ricordo dei paesaggi della proprio giovinezza durante la detenzione nel campo di concentramento di Wietzendorf, dove era stato deportato in seguito alla cattura da parte dei tedeschi avvenuta l’8 settembre del 1943.

Non era affatto convinto di voler fare lo scrittore, Brignetti, tanto che la sua prima scelta universitaria, compiuta prima della guerra, era stata matematica, anche perché la lingua italiana, fino ad allora, non era stata per lui esattamente un’ancora di salvezza, quanto piuttosto una zavorra: nel suo cammino scolastico, prima a Porto Azzurro e poi a Portoferraio, dove otterrà la maturità liceale, non si trovano tracce di eccellenza linguistica, anzi… Brignetti fu rimandato in italiano e lo sforzo che doveva costargli scrivere è apprezzabile anche nei libri della maturità, a ben vedere: la fatica che si richiede al lettore sembra corrispondere a quella dell’autore.

La sua è una narrativa che materializza i ricordi, quelli di un navigatore e di un nuotatore che dovrà tragicamente rassegnarsi all’immobilità, a partire dall’inizio del decennio dei Sessanta, a causa di un grave incidente automobilistico avvenuto sulla via Aurelia con la moglie Ambretta che lo costringerà alla sedia a rotelle: dalla Torre Medicea di Marciana Marina (che era stata anche un faro) in cui si trasferisce a vivere, Brignetti prosegue quella tradizione di letteratura di mare che, così singolarmente per un Paese tanto favorito dalla geografia, da noi non è stata molto frequentata, nel Novecento – oggi, potremmo segnalare le collane dedicate dell’editore romano Nutrimenti e dei milanesi Ugo Mursia e Magenes – ma quest’ultimo sembra avere interrotto le proprie pubblicazioni –, oltre alla sezione narrativa del catalogo del nautico e veronese il Frangente. Forse, entrando nella modernità e volendo subito oltrepassarla, verso quella che sembra corretto definire “iper-modernità”, piuttosto che “post-modernità”, la letteratura italiana ha preferito liberarsi del proprio residuo acquatico, come se esso potesse risultare al contempo snobistico, rispetto alle mire trasformative dell’elaborazione artistica ideologicamente orientata, e naïf, cioè un esercizio ingenuo disimpegnato di cui vergognarsi, di fronte alla dilagante ansia di nobilitazione sociale che ha occupato ogni spazio della fruizione dei prodotti culturali.

Ritornando per un attimo al luglio di cinquant’anni fa, la delusione del prestigioso premio mancato di un soffio è freschissima, accresciuta dal retroscena di cui scriveva Dino Buzzati sul “Corriere d’informazione” di Sabato-Domenica 15-16 luglio 1967: “Dicono che la sera della premiazione, tornata a casa, Maria Bellonci, signora dello Strega, trovò una scheda arrivata in ritardo: era per Brignetti. Se fosse giunta in tempo, e se la moglie dello scrittore non avesse dimenticato a casa la propria scheda, Brignetti si sarebbe portato via lo Strega ma probabilmente non ora il Viareggio”.

Già, perché l’articolo del giornalista e scrittore, uno dei ventidue giurati del premio versiliese, rendicontava la vittoria di Brignetti, che non sarebbe avvenuta nel caso in cui le cose fossero andate diversamente a Villa Giulia, per una sorta di norma non scritta che non consentiva di ribadire a Viareggio la sentenza romana: non sappiamo quale sia stato il voto di Buzzati, il quale, però, si sente in dovere di aggiungere che Il gabbiano azzurro apparteneva, al pari di altri titoli premiati nella medesima edizione, a quelle opere “di indubbio talento nell’ambito però squisitamente letterario, che non possono di sicuro infiammare l’animo delle moltitudini”.

Be’, nel 2017 possiamo affermare con una certa sicurezza che Il gabbiano azzurro non soltanto non sia riuscito a infiammare le masse, ma neppure le minoranze, il che è più singolare: infatti, il libro è uno degli esiti più sperimentali ed estremi della narrativa del secondo Novecento italiano e non sfigurerebbe affatto in mezzo ad altre opere che le avanguardie sono solite esaltare e glorificare, ma qualcosa non ha funzionato. Innanzitutto, la questione della definizione: le bandelle einaudiane giocano sull’ambiguità, anzi la promuovono: racconti indipendenti o “romanzo-prisma” di sette sfaccettature? A ben vedere, buona parte del libro contiene racconti già inseriti in Morte per acqua, la raccolta pubblicata ben quindici anni prima per l’editore fiorentino Sansoni, e scritti a partire dal 1948, ma radicalmente alternativi rispetto ai dettami del neorealismo allora imperante: tuttavia, essi divengono passibili di un arricchimento interpretativo, in questa edizione, cioè possono essere letti come altrettanti punti di vista di eventi che accadono in simultanea, nel mare che circonda un’isola e lungo le sue coste.

La volontà sperimentale di Brignetti, infatti, a differenza di quella delle avanguardie novecentesche, non è tanto formale, quanto temporale e spaziale, e le difficoltà del testo non consistono nell’audacia delle soluzioni linguistiche, bensì nel riuscire a seguire una narrazione che vibra continuamente, beccheggia, rolleggia e si sposta, adottando una miriade di sguardi, ciascuno dei quali obbedisce a differenti e contrastanti regole epistemiche, ha la propria durata e riconosce i vincoli e le potenze propri della natura che gli spetta – che cosa pensa un delfino? Come percepirà i propri movimenti, quelli umani e quelli del mare? Lasciando perdere Dio, è immaginabile il mondo dal punto di vista del mare?

Pluralità degli avamposti d’osservazione e delle voci, anzi totalità, ubiquità e contemporaneità degli accadimenti: ogni sperimentazione realmente significativa del romanzo novecentesco ha giocato con un set di elementi mobili, ha reso indipendente una variabile per poterne muovere un’altra, ma dall’azzardo di Brignetti di stabilirle entrambe come dipendenti, di annodarle l’una all’altra, scaturisce un certo mal di mare, diversamente da ciò che era riuscito a uno scrittore meno fondamentalista e letterariamente più educato, cioè Raffaele La Capria, il cui Ferito a morte va considerato un antecedente non lontano del romanzo-prisma di Brignetti, oltre che un capolavoro, diversamente da Il gabbiano azzurro di Brignetti.

Dal 1961 del Premio Strega assegnato a Ferito a morte (Bompiani) per un voto, che sopravanzava il Giovanni Arpino di Un delitto d’onore (Mondadori), al 1967 della sfortunata sconfitta di Brignetti, si mettono in scena e si esauriscono i destini del romanzo sperimentale italiano, e citare La Capria significa riconoscere l’affinità marina che lo lega allo scrittore elbano (adottato), il comune rifiuto del naturalismo e l’altrettanto comune ambizione di sovvertire o problematizzare le linearità temporali, ma non dobbiamo dimenticare che gli anni di cui abbiamo posto i confini videro l’affermazione neoavanguardistica del Gruppo 63 e l’attività di due scrittori che da alcuni critici sono stati riconosciuti avere molto a che fare con la sperimentazione narrativa, cioè Giorgio Bassani e Carlo Cassola.

A dispetto della vulgata, certo, e dei toni incendiari degli stessi membri del Gruppo 63, che proprio nei due vide i difensori di una tradizione da Italietta, i conservatori di una narrativa bozzettistica che ci stava impedendo l’accesso alle vette aeree della modernità: fin da subito, furono Luigi Baldacci e Geno Pampaloni a contestare e rigettare un’impostazione più propagandistica che semplicistica, a proporre una lettura del decennio che potremmo mettere in parallelo con la nostra. Ambedue i critici sembrano individuare nel 1961 di Un cuore arido di Carlo Cassola l’avvio di un decennio felice della nostra letteratura che coincide con quella che, secondo Pampaloni, è la stagione d’oro dello scrittore romano, conclusasi nel 1970 con Paura e tristezza, ma forse ancor più simbolicamente due anni prima con Ferrovia locale, recensendo il quale sul “Corriere della Sera” scriveva, l’11 aprile del 1968: “Contro ogni apparenza, Carlo Cassola è oggi, tra gli scrittori italiani, il più sperimentale di tutti”, dal momento che “l’operazione letteraria” da lui condotta “non è idillica, ma estremista”, e di nuovo estremista rispetto al problema romanzesco per eccellenza, quello del tempo, del suo scorrere, del suo sperpero, della sua direzionalità.

Ai giorni nostri, a cogliere e collaudare gli stimoli dei due critici fiorentini è Matteo Marchesini, il quale, intervistato quattro anni fa da Alessandro Zaccuri su Avvenire.it, ritornava su certi semi avvelenati che, a distanza di più di mezzo secolo, continuano a germogliare, “come se (…) la sola sperimentazione riconosciuta fosse quella che si fonda su una serie di infrazioni gridate, eccessive e in definitiva banali. Nonostante le prese in giro del Gruppo 63, il Cassola di Un cuore arido e il Bassani di L’Airone restano molto più sperimentali. E molto più coraggiosi nella loro sottigliezza”. Anche il romanzo di Bassani è del 1968 e la data mi sembra abbastanza significativa, suona bene: da allora in poi, forse, certe ambizioni sperimentali e strettamente letterarie sarebbero state abbandonate e, comunque, sarebbero cominciati tempi duri per chiunque abbia avuto e continui ad avere voglia di continuare a nuotare da solo, come Brignetti.

 

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Herzog in Catalogna: “Una relazione borghese” di Gonzalo Torné https://minimaetmoralia.it/letteratura/herzog-catalogna-relazione-borghese-gonzalo-torne/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/herzog-catalogna-relazione-borghese-gonzalo-torne/#comments Sat, 03 Dec 2016 12:00:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32982 Questo pezzo è uscito su Succede oggi.

Si sa come funziona, no? Prima che un libro esca, già si affaccendano gli amici dell’autore, gli aspiranti amici, i corteggiatori delle funzionarie editoriali e quelle che vorrebbero soffiare il loro posto di lavoro, i fan più zelanti che sono pronti alla pugna, pur di difendere il loro favorito e le sorti della sua opera, e gli scrittori più amatoriali, noti a livello rionale o al massimo municipale, che si mettono in scia del nome più grosso e partecipano attivamente alla sua promozione, sperando di ottenerne un po’ di gloria riflessa, da buoni “adorautori”: uffici stampa alternativi e più efficaci degli stipendiati, tutta una nuova classe culturale che, tramite la propaganda forsennata dei propri (inimitabili) gusti, aspira al riconoscimento sociale della propria identità.

Stephen King dovrebbe mettersi al passo coi tempi, aggiornare Misery, inscenare una girandola di vendette incrociate che insanguini i destini di questi groupies letterari, che finirebbero per ammazzarsi a vicenda, pur di risultare gli unici e gli ultimi in grado di apprezzare il loro beniamino.

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torne

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Si sa come funziona, no? Prima che un libro esca, già si affaccendano gli amici dell’autore, gli aspiranti amici, i corteggiatori delle funzionarie editoriali e quelle che vorrebbero soffiare il loro posto di lavoro, i fan più zelanti che sono pronti alla pugna, pur di difendere il loro favorito e le sorti della sua opera, e gli scrittori più amatoriali, noti a livello rionale o al massimo municipale, che si mettono in scia del nome più grosso e partecipano attivamente alla sua promozione, sperando di ottenerne un po’ di gloria riflessa, da buoni “adorautori”: uffici stampa alternativi e più efficaci degli stipendiati, tutta una nuova classe culturale che, tramite la propaganda forsennata dei propri (inimitabili) gusti, aspira al riconoscimento sociale della propria identità.

Stephen King dovrebbe mettersi al passo coi tempi, aggiornare Misery, inscenare una girandola di vendette incrociate che insanguini i destini di questi groupies letterari, che finirebbero per ammazzarsi a vicenda, pur di risultare gli unici e gli ultimi in grado di apprezzare il loro beniamino.

Non divaghiamo e, comunque, non c’è niente di male, per carità, nella promozione social dei libri, che ha l’odore buono di ciò che “viene dal basso”: qual è la sorte, però, di coloro che non sono altrettanto social e che decidono, ciononostante, di pubblicare dei libri? Spesso, guadagnano un’imperitura invisibilità ed è rarissimo che si prenda in mano l’opera di un completo sconosciuto, al giorno d’oggi. Mondadori, per esempio, ha dato alle stampe il romanzo dello scrittore e traduttore spagnolo Gonzalo Torné e non uno che gli abbia riservato una sola riga: il tipo mi sembra essere piuttosto schivo e non deve avere molte amicizie italiane, evidentemente. Infatti, detto del silenzio che ne ha accompagnato l’uscita, questo è il suo terzo romanzo, risale al 2013, è il primo che viene tradotto e pubblicato nella nostra lingua e non è un’opera trascurabile, o non lo è più di tante altre, di fronte alle quali ogni giornalista culturale nostrano viene chiamato a o si sente in dovere di esercitarsi, non si sa bene perché: i difetti del romanzo sono più estrinseci che intrinseci, derivano dal suo adeguamento a modelli che andrebbero aggiornati, più che dalla qualità linguistica, che è notevolissima, nella splendida versione di Gloria Cecchini (alla quale chiederei: con “schiscetta” ha reso quale corrispettivo spagnolo?). Ciò che segue, perciò, non dovrà in ogni caso intralciare la consapevolezza che di romanzi del genere ne escano pochi, in un anno, e sarà più una resa dei conti personale con una certa linea del romanzo contemporaneo di tendenza istrionica.

Togliamoci il primo sassolino: perché, nel tradurlo, resiste la tentazione (tutta italiana, forse) di modificare il titolo? Così, Divorcio en el aire diventa l’anodino Una relazione borghese. Perché, stimata Mondadori? Anche per chi possieda una vaghissima conoscenza della lingua spagnola, il titolo originale sembra esprimere tutt’altra rilevanza semantica, e maggiore aderenza alla vicenda romanzesca, come andremo a vedere. Certo, il romanzo conserva una sua classe sociale di riferimento, che è quella della gioventù del protagonista, Joan-Marc: il quale, però, tende a negare proprio quegli ideali borghesi di serenità e rispettabilità, ferma restando la relativa tranquillità economica. Due matrimoni alle spalle, con due donne dal temperamento opposto, due fallimenti: Joan-Marc ricorda gli episodi della sua relazione con la prima, Helen, e la narrazione, piano piano, si trasforma in una lettera indirizzata alla seconda, per metterla a conoscenza di quella vita precedente. Un romanzo-flusso che muta nel proprio farsi, ma che procede senza interruzioni, con rarissimi spazi bianchi e facendo a meno della divisione in capitoli: richiede una lettura intensiva e molto attenta.

Più si va avanti e più sembra di avere a che fare con un Herzog catalano in una Barcellona ostile, in mano a generazioni successive e non partecipi del suo dramma, un quarantenne sull’orlo pericoloso dell’esaurimento di nervi e alle prese con faticosi tentativi di riassestamento emotivo: insomma, alla ricerca di un altro amore, nonostante i disastri passati, perché, a differenza dell’amico Pedro-María, come lui reduce da un divorzio, Joan-Marcnon si rassegna a “gettare la spugna” – e perché dovrebbero, dei “ragazzotti di quaranta e passa anni, maturi, sani e fertili” come loro? Da innamorato dell’altro sesso, Joan-Marc non sa e non vuole rinunciare: “le bambine, le ragazze, le donne, le diverse incarnazioni evolutive dell’eterno femminino” non smettono di attrarre i suoi sguardi, di ispirare le sue pulsioni, e di mettere in rilievo le sue debolezze, visti i ben noti risultati. Un misogino che ama le donne e che continuerà a farlo, malgrado l’acquisita coscienza che saranno loro a portarlo nella tomba, a continuare a spingerlo nell’abisso.

Costretto ad assistere allo spettacolo completo del male di vivere, alle tappe che aveva percorso il suo matrimonio con Helen, a partire dalle gioie iniziali, Joan-Marc ne riassume la sanguinosa capitolazione: l’alcolismo che le impediva ogni iniziativa, il malessere, l’ansia che si era impossessata di lei, la depressione, la noia che, giunti a tal punto, dominava anche le giornate del marito, il paradossale rimpianto della dipendenza etilica della moglie, perché almeno il bere, una volta, riusciva ad appassionarla. Fino alla violenza, alle vendette, oltre la soglia delle reciproche vittimizzazioni, fino alle pugnalate, al tentativo di distensione del soggiorno alle terme, dal quale prende le mosse il romanzo. “Quando ci metteremo a sbraitare seriamente per i nostri diritti? Non verrà nessuno a salvare il maschio occidentale?”: quando recupera un po’ di convinzione, suona la carica, Joan-Marc, e invita i propri compagni di lotta, gli uomini stanchi e delusi, a far valere le proprie ragioni, a difendersi dalle angherie di un sesso debole che, tramite isterismi, sbalzi d’umore e calcoli meschini, li sta mandando alla rovina. Nient’altro che l’ennesima battaglia dell’eterna guerra dei generi, la sua, fomentata dalla mutua incomprensibilità dei loro membri.

Proustismo rinnovato con la tradizione dell’affabulazione ebraica, bellowiana, e tentazione del memoir: a chi altro pensare se non al nostro Alessandro Piperno? Le somiglianze con l’esordio dello scrittore romano sono notevoli, per ritmo e lingua: come in Con le peggiori intenzioni, il sicuro possesso del mezzo verbale dà luogo a risultati di prosa molto concettuale, tanto che “la parola arrivò da sola da chissà quale deposito della memoria per andare a infilarsi nello spazio che le aveva riservato la sintassi” e che i dialoghi siano del tutto implausibili, posticci, affettati; ciò che più infastidisce, però, è l’ampio ricorso alla terminologia neurologica, un tentativo non nuovo di “scientificizzare” il proprio frasario. Al pari di altri colleghi, anche Torné ci fornisce la prova che il romanzo contemporaneo non si accontenta e di come sia un’accumulazione, sia troppo: si fa un gran parlare di sottrazioni, di essenzialità, di minimalismi non meglio definiti, tralasciando di specificare che un conto è Carver, un altro Cassola e, però, di fronte alla performance, sembra che pochi riescano ad astenersi dalla volontà di aggiungere tutto, tutto il lecito, perché non è quello romanzesco il genere in cui è lecito tutto? Non incardinare la narrazione ad alcuna struttura simbolica la libera da ogni esigenza, il che è eccessivo: un episodio sarà significativo e necessario e superfluo quanto un altro, perché il romanzo-flusso idoleggia “la vita” e le fa il verso, riproduce le sue mancate attribuzioni di valore, non consente criteri d’ordine.

Dà da pensare il fatto che l’editore evochi Woody Allen, Youth di Paolo Sorrentino e Carnage di Roman Polanski, nel presentare questo romanzo, nella ricerca dei suoi simili, ma i nomi fatti sembrano inappropriati, perché Torné non esorcizza il pathos alla maniera alleniana, o non lo fa altrettanto, e la legittimità degli altri accostamenti deriva casomai dalle comuni ambientazioni, non da ragioni stilistiche; dà da pensare, cioè, che questi riferimenti siano esclusivamente cinematografici, che la settima arte venga invitata alla discussione di un’opera letteraria: le Muse non condividerebbero il sovvertimento della teoria, il sopravanzarsi delle arti nuove su quelle stabilite, ma tutto è narrazione, la narrazione è tutto, quella visiva è imperativa, e non possiamo attribuire colpe a Gonzalo Torné, se lo specifico verbale non sembra ormai necessario, sufficientemente necessario a fondare la propria irriducibilità agli altri linguaggi.

Joan-Marc adora spiluccare frutta secca, affronta i primi guai dell’età, assiste al proprio invecchiare, ben sapendo che “la carne arrugginisce e si consuma, ma l’amore è incollato alla coscienza, è la vocazione della nostra specie, ci scuoterà fino alla fine” e scuote fino alla fine il romanzo, che subisce l’ennesima mutazione e si rivolge a Helen, finalmente, da sempre e per sempre amata, nonostante il male che lei e chi narra sono stati capaci di scambiarsi: nessun segno di pace, nella lotta che, per entrambi, coinciderà con la giovinezza e le possibilità sfumate. “Se non è andata come doveva è anche perché gli esemplari che ho incontrato non erano come mi era stato raccontato: niente creature sorridenti, serene, complici, silenziose e celestiali, niente canticchiare e preparare torte, le donne che sono entrate in collisione con il mio presente sensibile erano esseri complessi e ambiziosi, in balia di montagne russe dell’animo”: e noi, noi maschi, quanto abbiamo tradito le speranze femminili?

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Il fuoco a mare. Castellammare, la città-cantiere, il punto di vista del lavoro https://minimaetmoralia.it/libri/fuoco-a-mare-castellammare/ https://minimaetmoralia.it/libri/fuoco-a-mare-castellammare/#comments Fri, 02 Sep 2016 06:30:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31879 Questo pezzo è uscito sul numero 85 di Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali (editrice Viella), che ringraziamo.

di Michele Colucci

Lavorare, non lavorare, studiare e lavorare, lavorare sottopagati, formarsi, riqualificarsi, lavorare troppo, lavorare troppo poco, guadagnare troppo, guadagnare troppo poco, essere disoccupati, essere in cassa integrazione, subire un licenziamento: attorno alle molteplici realtà del lavoro e della sua collocazione si addensano e si stratificano opzioni, significati, valori che attanagliano ogni giorno la maggior parte delle persone in età adulta.

A partire da questa molteplicità sono state costruite nel corso del tempo narrazioni, mitologie, racconti che hanno riempito il lavoro e i lavoratori di aspettative e di proiezioni. Pian piano però, proprio quando il mondo del lavoro materialmente si frantumava, queste narrazioni hanno lasciato il campo alla rimozione. Il lavoro ha subìto un processo di rapida e inesorabile dismissione, in tutto e per tutto simile alla dismissione di tanti luoghi dove esso era cresciuto e dove si era radicato. E si è arrivati al paradosso: è diventato difficilissimo difenderne anche la semplice dignità, proprio quando era necessario metterlo al centro del dibattito pubblico.

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cantiere castellamare

Questo pezzo è uscito sul numero 85 di Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali (editrice Viella), che ringraziamo.

di Michele Colucci

Lavorare, non lavorare, studiare e lavorare, lavorare sottopagati, formarsi, riqualificarsi, lavorare troppo, lavorare troppo poco, guadagnare troppo, guadagnare troppo poco, essere disoccupati, essere in cassa integrazione, subire un licenziamento: attorno alle molteplici realtà del lavoro e della sua collocazione si addensano e si stratificano opzioni, significati, valori che attanagliano ogni giorno la maggior parte delle persone in età adulta.

A partire da questa molteplicità sono state costruite nel corso del tempo narrazioni, mitologie, racconti che hanno riempito il lavoro e i lavoratori di aspettative e di proiezioni. Pian piano però, proprio quando il mondo del lavoro materialmente si frantumava, queste narrazioni hanno lasciato il campo alla rimozione. Il lavoro ha subìto un processo di rapida e inesorabile dismissione, in tutto e per tutto simile alla dismissione di tanti luoghi dove esso era cresciuto e dove si era radicato. E si è arrivati al paradosso: è diventato difficilissimo difenderne anche la semplice dignità, proprio quando era necessario metterlo al centro del dibattito pubblico.

C’è stata anche una fase, molto recente – prima della grande crisi che ha perlomeno costretto qualcuno a rivedere certe profezie – in cui si parlava insistentemente di fine del lavoro e in cui chi aveva la sfrontatezza di parlare di lavoratori e lavoratrici veniva scambiato per pericoloso provocatore, in tutti gli ambienti politici e culturali progressisti, anche quelli di sinistra ed estrema sinistra.

Partiamo da qui, dal modo con cui l’autore ha scelto di collocare la dimensione del lavoro, per parlare del libro di Andrea Bottalico Il fuoco a mare. Ascesa e declino di una città-cantiere del Sud Italia (edizioni Napolimonitor, Napoli 2015). Il punto di vista che Bottalico ha scelto di privilegiare è infatti proprio il punto di vista del lavoro. Cosa significa declinare in questo modo un racconto su una città-fabbrica? Significa scegliere di far parlare innanzitutto il lavoro, nelle mille accezioni differenti che questo può significare: il suo rumore, il suo odore, il suo impatto sui corpi e sulle menti delle persone, la ricaduta sui luoghi, la sua dimensione produttiva e organizzativa, le forme della sua riproduzione nel corso del tempo, il rapporto con la natura, a partire dal mare, il modo con cui è stato assemblato e modulato, i conflitti che ha determinato, le coscienze che ha contribuito a trasformare, i lutti che ha provocato, le ricchezze che ha creato, i vuoti e i pieni che ha lasciato.

Il punto di vista del lavoro nel volume di Bottalico non è soltanto il punto di vista dei lavoratori ma è qualcosa di più ampio: è un modo di guardare allo sviluppo di un territorio e delle persone che lo hanno abitato partendo da quell’azione di intervento sulla materia e da tutto ciò che ne consegue che negli ultimi secoli abbiamo definito lavoro.

La città di Castellammare di Stabia è una terra di confine. È situata a Sud di Napoli e oggi fa parte a livello amministrativo della città metropolitana di Napoli. È allo stesso tempo situata in prossimità della penisola sorrentina, rispetto alla quale si colloca a Nord. Ha una lunghissima storia, che ha avuto una prima cesura drammatica nell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. A partire dalla seconda metà del Settecento divenne uno dei centri più importanti del Regno di Napoli, conservando un ruolo economico strategico durante il Regno delle due Sicilie e ancora per molto tempo anche nello Stato italiano, fino almeno agli settanta del Novecento.

Nel 1783 i Borboni ne fecero la sede dei cantieri navali e da quel momento la città ha legato la sua identità e il suo destino alla cantieristica navale e più in generale all’industria, presente nella zona anche con altri stabilimenti, come ad esempio la Cirio.

Lo spazio della storia e la dimensione del tempo hanno un ruolo decisivo nella narrazione proposta da Bottalico. Ogni riferimento a una congiuntura economica, a una scelta industriale, allo sviluppo del cantiere e al suo impatto sulla città è accompagnato da un’analisi attenta delle rispettive radici storiche. D’altronde il libro è costruito attorno a una serie di incontri tra l’autore e gli operai che hanno lavorato nei cantieri navali e sono proprio gli operai a riportare puntualmente al centro del discorso il tema della storia dell’insediamento industriale e della memoria del lavoro loro e di chi li ha preceduti.

Gli operai, pur se appartenenti a generazioni diverse e con formazioni spesso anche lontane tra loro, sembrano condividere un approccio comune alla vita della fabbrica, un approccio che individua la fabbrica come un «continuum» storico che di generazione in generazione e di nave in nave conduce il lettore sempre a ritroso, a volte addirittura fino alla fine del Settecento.

Il libro nasce dalla crisi e dalla mobilitazione del 2011, quando di fronte all’ennesima, fatale, ristrutturazione, gli operai della città diedero vita a un ciclo molto duro di proteste. L’autore si recò più volte sul posto per documentare la protesta e le ragioni della mobilitazione ma l’impatto con la città-cantiere ha generato un tale fiume di incontri, di racconti,di domande che ha catturato la sua curiosità ed è nato un libro. Si tratta di un volume corposo, documentato e ben scritto, in cui capitolo dopo capitolo non viene tralasciato alcun dettaglio rispetto alle caratteristiche sociali, economiche e politiche della vita delle persone e dei luoghi legati al grande cantiere navale.

In tutti i capitoli del libro l’autore è accompagnato da un ex operaio, Totore, che lo porta a conoscere le persone, i quartieri, i paesi, le strade, la campagne, le spiagge, le montagne in qualche modo riconducibili alla storia del cantiere e di Castellammare. In ogni capitolo però, grazie ai dialoghi con singoli testimoni, viene approfondito partendo dalle loro storie un particolare aspetto del lavoro nel cantiere: saldatori, sabbiatori, carpentieri, motoristi congegnatori, elettricisti, calafati, tracciatori, falegnami, meccanici, molatori, gruisti e altri ancora.

Il libro, oltre a un prologo e a un epilogo, è suddiviso in due grandi parti: «dentro al Cantiere» e «fuori al Cantiere». Nella prima parte vengono ricostruite in modo volutamente disorganico sia alcune tappe storiche della vita della fabbrica sia alcuni mestieri e alcune fasi del processo produttivo indispensabili per capire di cosa si parla quando si parla di cantieri navali.

Nella seconda parte la narrazione è estesa al territorio, alla sua vita politica e sociale, alle lotte operaie, ai rapporti tra Castellammare e altre città, a partire da Trieste, la città che ha per lungo tempo dettato i tempi e le modalità del lavoro a Castellammare, perché dal 1966 il cantiere campano venne integrato nell’Italcantieri dell’Iri, con sede principale proprio a Trieste. Il rapporto con la committenza pubblica rappresenta un tema ricorrente, sia quando serve a spiegare le modalità e i processi decisionali con cui si procede alla costruzione di una nave sia quando diventa la chiave di lettura per descrivere le congiunture – positive o negative – che caratterizzano la produzione, con gli inevitabili riflessi economici e sociali sulla popolazione.

Il volume di Bottalico rappresenta per ora un unicum nella letteratura recente sull’industria italiana. Il libro riesce infatti a essere estremamente puntuale dal punto di vista della sociologia del lavoro, descrivendo minuziosamente i ritmi, l’organizzazione e la scansione del ciclo produttivo, non rinunciando a fornire una serie di informazioni utili anche in una prospettiva di storia economica e storia d’impresa. «La nave è un sistema complesso» scrive e tale complessità viene descritta punto per punto partendo proprio dalla costruzione e dall’assemblaggio.

Allo stesso tempo però la narrazione è costruita attorno alle storie e alle testimonianze degli operai. Le loro parole sono restituite in forma di racconto, non in forma di intervista. Bottalico ha indubbiamente corso un rischio: quello di scrivere una docufiction controllata da un io narrante pervasivo e accentratore. È riuscito a gestire questo rischio e a scrivere un’altra cosa perché a furia di proseguire nella sua immersione sul territorio a un certo punto evidentemente si è perso.

La sua centralità di narratore potenzialmente invadente si è frantumata. È stato catturato dalle persone e dagli eventi. Ha saputo però ritrovare subito la strada, perché le radici che lo hanno portato a intraprendere questo progetto sono radici solide e ben piantate: il rispetto per la fatica altrui, la voglia di credere in una prospettiva di riscatto e di emancipazione, la passione per la ricerca rigorosa e mai appiattita su risposte facili e ragionamenti oziosi, il richiamo esercitato da una terra e da un mare estremamente affascinanti.

Una delle caratteristiche che più ha colpito l’autore del volume è l’irriducibilità dei lavoratori del cantiere navale alla completa automazione e atomizzazione dell’attività operaia. Sono proprio le figure professionali richieste dalla cantieristica navale e il modo con cui si trovano a svolgere le rispettive funzioni nella macchina della produzione a determinare una situazione per certi versi sorprendente. Il singolo operaio mantiene infatti un certo margine di autonomia nell’applicazione delle direttive della produzione e questo margine permette di mantenere un po’ di controllo sui tempi di lavoro e sulla realizzazione delle opere.

Il lavoro finito e il varo della nave – descritto magistralmente in una delle pagine più emozionanti – restituiscono un senso di soddisfazione a chi ha messo mano alla costruzione: è un tema che ha affascinato notevolmente l’autore, che consapevolmente lo mette a fianco al dolore, alla fatica, alla sofferenza che ha avuto modo di conoscere. Anche per questo, di generazione in generazione si è trasmesso con così tanta tenacia un senso di orgoglio e di appartenenza che trasuda praticamente in ogni pagina. E la stessa passione politica che ha generato migliaia di quadri sindacali combattivi e determinati, così centrale nel volume, presenta legami e influenze con l’orgoglio dell’identità operaia.

Sono tanti e ben descritti i profili di militanti che Bottalico ha conosciuto direttamente e indirettamente: l’appartenenza politica ha rappresentato un elemento di tenuta e di riconoscimento reciproco fortissimo nella storia del cantiere.

Altri due libri vengono alla mente leggendo Il fuoco a mare. Il primo è Amianto. Una storia operaia (Agenzia X, 2012), scritto da Alberto Prunetti. Amianto narra attraverso il racconto di Alberto le vicende reali accadute al padre Renato. Operaio tubista specializzato, ha viaggiato in lungo e in largo per l’Italia mantenendo sempre un rapporto strettissimo con la Toscana costiera e il territorio circostante. Il contatto costante con l’amianto ha portato Renato Prunetti ad ammalarsi e a morire.

Il libro è però anche un libro in cui non mancano toni scanzonati, episodi comici, spaccati di una comunità operaia vivace e attiva, toni che d’altronde non mancano neanche ne Il fuoco a mare, costellato di piccoli e grandi eventi che strappano al lettore anche parecchie risate. Come nel libro di Bottalico, in Amianto si percepisce poi la medesima capacità di restituire quell’identità tra persone, lavoro e territorio che oggi sembra annidata in un tempo lontanissimo ma che è in realtà molto più vicina a noi di quanto potrebbe sembrare.

Probabilmente non è un caso se queste due narrazioni (Il fuoco a mare e Amianto) così profonde e calate sul territorio vengano da due realtà operaie apparentemente marginali rispetto ai grandi centri della siderurgia e della produzione cantieristica, quali ad esempio Taranto e Genova. Questi grandi centri sono stati recentemente al centro anche di grandi crisi e di un racconto che però ha seguito per lo più le strade della narrazione mediatica, nonostante siano presenti sul territorio realtà operaie anche molto combattive. Le malattie legate all’amianto sono tra l’altro molto presenti, come altre numerose malattie professionali, anche nel volume di Bottalico, dove sono descritti anche numerosi incidenti mortali, avvenuti dentro il cantiere.

L’altro libro che voglio ricordare è invece Minatori della Maremma, scritto da Carlo Cassola e da Luciano Bianciardi nel 1956 (Laterza). Il volume è il frutto di un lungo lavoro di documentazione effettuato tra il 1952 e il 1954 dagli autori nelle campagne e nella frazioni del grossetano, con l’obiettivo di raccontare le condizioni di vita e di lavoro dei minatori. Il 4 maggio 1954 la miniera di Ribolla, al centro della ricerca di Cassola e Bianciardi, esplose e morirono 43 operai. Il volume di Bottalico ha molti punti in comune con Minatori sul piano dello stile e della metodologia.

Cassola e Bianciardi costruirono infatti la prima parte del libro attorno a statistiche, a indagini sociologiche, a ricostruzioni storiche relative alla nascita, all’insediamento e allo sviluppo delle attività minerarie, per poi soffermarsi sulle condizioni di lavoro, sulle malattie, sulle condizioni di vita dei minatori, includendo nella parte finale 17 interviste. La tensione tra l’attività scientifica e la narrazione letteraria produce un equilibrio che restituisce in modo impareggiabile il contesto descritto. Qualcosa di simile avviene, sessant’anni dopo, ne Il fuoco a mare. Come sembra simile anche la consapevolezza di raccontare un mondo in procinto di finire, ma ancora capace di stupire: il mondo minerario nella Maremma del dopoguerra, il mondo della città-cantiere nella Campania di oggi.

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Umberto Eco, un grande italiano https://minimaetmoralia.it/interviste/gruppo-63-intervista-a-umberto-eco/ https://minimaetmoralia.it/interviste/gruppo-63-intervista-a-umberto-eco/#comments Sat, 20 Feb 2016 06:30:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14534 È mancato ieri sera Umberto Eco, intellettuale e scrittore italiano tra i più noti e apprezzati al mondo. Ripubblichiamo quest'intervista apparsa originariamente sul Venerdì, basata sulla sua esperienza del Gruppo 63.

Un intero scaffale. Nella biblioteca di Umberto Eco – immensa, una Babele affascinante, l’Eden sognato e immaginato da qualsiasi amante dei libri – la letteratura sul Gruppo 63 occupa un bel po’ di spazio. Eppure nessun libro restituisce la risata, piena e fragorosa, dello scrittore quando ricorda quell’esperienza. Questo movimento letterario, definito di neoavanguardia per distinguerlo dalle avanguardie storiche, nasceva ben cinquant’anni fa. Il suo carattere di sperimentazione faceva il paio con le polemiche, incandescenti, che riuscì a innescare. Una su tutte: Carlo Cassola, Vasco Pratolini e Giorgio Bassani, scrittori già noti e consacrati dalla fama e ironicamente bollati come “Liale”, sprezzante richiamo ai romanzetti rosa firmati Liala. Robe da salotti letterari, si dirà. Se non fosse però che alcuni membri del Gruppo 63 saranno destinati a diventare fra i maggiori protagonisti della cultura del Novecento.

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È mancato ieri sera Umberto Eco, intellettuale e scrittore italiano tra i più noti e apprezzati al mondo. Ripubblichiamo quest’intervista apparsa originariamente sul Venerdì, basata sulla sua esperienza del Gruppo 63.

Un intero scaffale. Nella biblioteca di Umberto Eco – immensa, una Babele affascinante, l’Eden sognato e immaginato da qualsiasi amante dei libri – la letteratura sul Gruppo 63 occupa un bel po’ di spazio. Eppure nessun libro restituisce la risata, piena e fragorosa, dello scrittore quando ricorda quell’esperienza. Questo movimento letterario, definito di neoavanguardia per distinguerlo dalle avanguardie storiche, nasceva ben cinquant’anni fa. Il suo carattere di sperimentazione faceva il paio con le polemiche, incandescenti, che riuscì a innescare. Una su tutte: Carlo Cassola, Vasco Pratolini e Giorgio Bassani, scrittori già noti e consacrati dalla fama e ironicamente bollati come “Liale”, sprezzante richiamo ai romanzetti rosa firmati Liala. Robe da salotti letterari, si dirà. Se non fosse però che alcuni membri del Gruppo 63 saranno destinati a diventare fra i maggiori protagonisti della cultura del Novecento. Da Guglielmi a Sanguineti, passando per Manganelli e Malerba, Elio Pagliarani ed Enrico Filippini, Alfredo Giuliani e Antonio Porta, Sebastiano Vassalli, Alberto Arbasino e Nanni Balestrini, forse il più attivo di tutti. E poi naturalmente Umberto Eco, che quando parla degli amici e delle vicende dell’epoca s’illumina in volto. Val la pena cominciare dall’inizio, poiché il Gruppo 63 non nacque certo dal nulla.

Professore, qual era il clima che l’ha generato?

Mettiamo subito in chiaro una cosa: si continua a parlare del Gruppo 63 come di una neoavanguardia, come se fosse un gruppo che ha lanciato un modo nuovo di scrivere, un po’ come il futurismo. Non è così. Nel Gruppo 63 confluiva ciò che esisteva da almeno cinque o sei anni. Era già dalla metà degli anni Cinquanta che la rivista “Il Verri” ospitava i primi scritti dei poeti e dei critici che poi faranno parte del Gruppo. Poi c’era stata l’antologia I Novissimi, uscita all’inizio degli anni Sessanta. Esisteva perciò già un contesto ben preciso.

Che però accomunava personalità estremamente differenti.

Basti pensare all’abissale differenza fra Manganelli e Sanguineti, o fra Malerba e Balestrini…

Gira un aneddoto sul suo incontro con Balestrini, propiziato dal filosofo Luciano Anceschi.

Sì, un giorno Anceschi mi prende sotto braccio e mi dice: “Eco veda un po’ che si può fare per questo ragazzo, è un po’ pigro…”. Poi passato qualche tempo, dopo la nascita del Gruppo 63, Anceschi mi prende sotto braccio e mi dice: “Eco, veda un po’ che cosa si può fare con Balestrini, forse bisognerebbe frenarlo un po’”. Erano ancora i tempi del Blu Bar di piazza Meda, a Milano: è lì che in fondo si è disegnata non dirò una frattura ma una differenza generazionale. In questo bar, al sabato, si riunivano Montale, Sereni, Bo, l’alta e vecchia guardia, dove non dico il più giovane ma di certo il più avanzato era proprio Anceschi. Lui aveva cominciato a portare alcuni di noi giovani: per noi era davvero un’esperienza, incontrare questi grandi “guru” e poter conversare con loro. Però man mano che noi entravamo – arrivava Cambon con il suo ultimo saggio su Joyce o Giuseppe Guglielmi con la poesia sull’Anifructus brunito per la cena dove si parlava di merda – noi eravamo sempre di più e alcuni anziani non riuscivano a entrare nella nuova atmosfera, così non venivano più. Non era avvenuto nessuno scontro, intendiamoci, il clima era tutto sommato idillico. Poi capitava anche che qualche volta, visto che alcuni di noi lavoravano in televisione, si arrivava lì con bellissime fanciulle. Non è che agli anziani dispiacesse, direi il contrario, ma certamente si sentivano fuori posto.

Invece come avvenne l’atto di nascita formale del Gruppo 63?

Da un delirio di Balestrini. Secondo me attorno a un tavolo di ristorante a Milano. Invece Balestrini stesso, proprio pochi giorni fa, mi diceva che era iniziato tutto a Palermo, un giorno, durante una chiacchierata, tanto che poi sempre lì ci ritrovammo per il primo incontro ufficiale del Gruppo.

Qual era l’idea fondante?

Ricordo benissimo la frase di Balestrini: “faremo incazzare un sacco di gente”. L’idea fondante era un atto puramente terroristico. Si trattava di un progetto sociologico ancor prima che letterario. Nel senso che il letterario c’era già prima col “Verri” e altri circoli, perciò poteva andar benissimo avanti anche senza Gruppo 63.

E a livello “sociologico” suscitaste uno straordinario clamore.

Il clima era piuttosto favorevole. Ricordo quando nel ’62 uscì “Il Menabò” di Vittorini con un mio lungo testo e quelli di Sanguineti, Filippini, Colombo e altri: fummo duramente attaccati da Vittorio Salvini su «l’Espresso», che rappresentava allora un’“estrema destra” crociana. E ricordo anche un dibattito nella libreria Einaudi di Via Veneto, allora diretta da Cesare Cases: arrivò Achille Perilli, uno dei pittori (non c’erano tra noi solo uomini di penna ma anche uomini di pennello), con un manico di scopa nascosto sotto l’impermeabile, una sorta di manganello, dicendo: “se stasera si deve menare, allora si mena!”. Un poco come accadeva alle serate futuriste.

C’era una certa euforia della critica…

Sì, le polemiche verbali erano all’ordine del giorno. Sempre su «l’Espresso», recensendo un mio intervento, Vittorio Saltini menzionava con sarcasmo una mia citazione da Blaise Cendrars, che diceva “Tutte le donne che ho incontrato si profilano agli orizzonti –coi gesti pietosi e gli sguardi tristi dei semafori sotto la pioggia”. Versi bellissimi, ma Saltini commentava che a me “solo i semafori evocavano pensieri erotici”. Bene, gli risposi di mandarmi sua sorella!

L’impressione è che vi divertivate davvero molto.

Ci divertivamo un mondo. Ed è questo in qualche modo l’idea balestriniana di tipo terroristico. In cosa consisteva? C’era stata l’esperienza del Gruppo 47 tedesco, scrittori sperimentali che si ritrovavano a leggere i propri testi e poi criticarsi ferocemente l’un l’altro. Ma in Italia questo era impensabile, perché l’etichetta era di estrema educazione e, anzi, d’incensamento reciproco, visto che in fondo quella letteraria era una piccola comunità che doveva autodifendersi.

Invece voi?

Noi eravamo differenti. È mia la battuta che la nostra era “un’avanguardia in vagone letto”. Noi eravamo già “sistemati”, tutti lavoravamo già nelle case editrici, nei giornali, in televisione e nell’università. Non dovevamo scalare il potere, non avevamo bisogno di arroccarci in una difesa corporativa. Ma quello che è apparso più intollerabile è che nessuno degli scrittori di tipo tradizionale avrebbe mai accettato di presentare i suoi testi a una pubblica critica, meno che mai fatta dai colleghi. Ebbene, ecco in cosa consisteva l’atto terroristico di Balestrini: lanciare nell’ambiente letterario un modo nuovo di interagire.

Quindi non era soltanto un costrutto “teorico” a tenervi insieme.

Se si va a vedere chi ha partecipato alla riunione di Palermo e poi alle altre, si troveranno alcuni scrittori difficilmente ascrivibili a una qualche forma di neoavanguardia. Basti pensare a Malerba, un narratore modernissimo ma leggibile. Non era soltanto un’associazione di “illeggibili”, come qualcuno indubbiamente era. Ciò che ci teneva insieme era il senso del reciproco duello. E poi tutto sarebbe finito se “gli altri” non si fossero offesi.

In che senso?

L’esperienza sarebbe probabilmente terminata lì, a Palermo, come si conclude un qualsiasi convegno. E invece quelli che erano stati attaccati si offesero. E risposero creando una gran cagnara. Quando Sanguineti ha definito Bassani e Cassola le “Liale del nostro tempo”, Bassani ha reagito pubblicamente con vigore dando così rilievo a quella che era stata una battuta detta di passaggio. Altri invece si incuriosirono: Moravia per esempio era a Palermo in quei giorni, forse non era venuto per quello, ma pareva voler annusare da vicino cosa stava succedendo. Vittorini partecipò alla seconda riunione di Reggio Emilia, e lo stesso Calvino ci guardava con simpatia.

Più che avanguardisti o neo, eravate piuttosto sperimentali.

L’avanguardia presuppone una sorta di attacco violento, lo sperimentalismo è un lento lavoro sulla pagina. Bisogna rileggersi il saggio di Renato Poggioli, bellissimo, sulle avanguardie: ne faceva una fenomenologia fissandone le caratteristiche. E fra queste diceva che per l’avanguardia deve esser terroristica e suicida. In ogni caso espressione polemica di un gruppo bohémien ancora escluso dal potere. Il Gruppo era terroristico ma non suicida, perciò non eravamo come l’avanguardia storica. Joyce non era avanguardia ma scrittore sperimentale. Possiamo metterci anche Proust e ci sta benissimo. Quindi nella “neoavanguardia” del Gruppo 63 gli autori più interessanti e più visibili erano gli sperimentali.

C’era una componente goliardica che vi permise di realizzare la premessa di Balestrini, quella cioè di far arrabbiare molta gente?

Direi proprio di sì. Ricordo l’istituzione del Premio Fata, in opposizione al Premio Strega, per il romanzo più brutto dell’anno. L’idea venne a me insieme alla Cederna e i fiorentini. Lo assegnammo a Pasolini, che lo prese talmente sul serio che ci scrisse per argomentare che non potevamo dare quel premio a lui.

Veniamo ai vostri “nemici”, ai vecchi rappresentanti del mondo letterario che si piccarono delle vostre uscite. In definitiva vi rimproverarono per tre cose: la prima quella di fare gruppo.

Esatto: se c’è un gruppo “c’è un golpe”, “ci attaccano perché vogliono il potere”.

Seconda: fate gruppo su base generazionale.

Era vero, anche se qualcuno, come per esempio Manganelli, non era un adolescente di primo pelo.

Terza: fate gruppo contro qualcosa o contro qualcuno.

Polemizzavamo contro quello che all’epoca, con linguaggio della critica americana, veniva chiamato “il romanzo ben fatto”. Quindi in un certo senso la polemica era contro il romanzo consolatorio, indirettamente contro la letteratura commerciale. Certo, oggi riconosco che l’aver messo sullo stesso piano Cassola e Bassani non fu giusto. Salverei Bassani e non Cassola.

Inizialmente si diceva che il Gruppo produceva solo programmi o poetiche, ma nessuna opera di valore.Poi si è dovuto ammettere che alcuni erano scrittori da non sottovalutare, come Arbasino, Manganelli, poeti come Pagliarani e Porta… Allora cosa è successo?

Si è creata la sindrome del carciofo. Se si riconosceva via via che qualcuno era davvero uno scrittore, subito si diceva: sì, ma lui non c’entra veramente col Gruppo 63, ci è passato per caso. Manganelli? Era lì di passaggio. Si scopre Porta come grande poeta? Ma partecipava solo marginalmente al Gruppo. Man mano che non si poteva negare il talento di qualcuno di noi lo si scartava dal Gruppo come si sfoglia un carciofo. Col risultato che alla fine rimanevano soltanto i personaggi di secondo piano.

Per esempio?

Si pensi agli sperimentali radicali, gli illeggibili per sfida. Ricordo il libro di Gian Pio Torricelli Coazione a ripetere: un intero libro dove per centinaia di pagine apparivano stampati in lettere alfabetiche, uno dopo l’altro e senza virgole, i numeri da uno a cinquemilacentotrentatrè. Una provocazione, oggi si direbbe, alla Cattelan.

Lei ritiene che un’esperienza simile, in cui si fa gruppo, sia oggi ripetibile?

Mi pare difficile. È cambiato il clima. Balestrini ha cercato di far nascere un Gruppo ’93, ma ciascuno poi ha corso per conto proprio. È un po’ per lo stesso motivo per cui oggi i giovani non si riuniscono più in associazioni o partiti. Siamo in un’epoca di cani sciolti.

Non crede sia anche un po’ colpa degli scrittori, sempre più interessati a vendere il proprio libro che non a imporsi come autori?

Anzitutto, se alcuni giovani scrittori sono presi da esigenze di mercato questo non esclude che, se ci guardiamo in giro, esista il gruppo che fa la rivistina dove per vocazione si produce senza pretese di far cassa. Poi, negli anni Cinquanta in televisione la rubrica sui libri di Luigi Silori s’intitolava “Decimo Migliaio”, il che voleva dire che se un libro riusciva ad arrivare a diecimila copie era un successo al pari di Via col vento. Quindi chi faceva letteratura (ma anche pittura: il contemporaneo allora non veniva venduto certo per milioni di dollari) sapeva benissimo che non era da quella attività che avrebbe tratto da vivere. Ora, si metta nella situazione di uno scrittore che vede intorno a sé un mercato che può trasformare il suo prodotto in qualcosa che gli permette di vivere.

L’aspetto di marketing della letteratura è evidente…

Il libro di successo non fa più diecimila copie, ma parte da centomila per arrivare in alcuni casi al milione. Ma non è detto che uno come Philip Roth, che vende milioni di copie, non sia un grande autore.

E cosa avevate all’epoca voi del Gruppo 63 che oggi non c’è più nel mondo letterario?

La possibilità e il gusto del confronto. Immagini la scena: uno di noi aveva appena scritto una pagina e veniva in pubblico a discuterla. Se oggi uno facesse una cosa simile sarebbe preso per le orecchie dal suo editor. È cambiata l’atmosfera generale. Il gusto del confronto forse è rimasto solo nell’università: lì i giovani si confrontano, fanno seminari, si attaccano, litigano. Ma solo perché non c’è da guadagnarci. Uno può fare un feroce dibattito sulla sua interpretazione di Heidegger, ma questo non fa salire le sue vendite.

Voi del Gruppo 63 non avevate un’identità politica ben definita.

Diciamo che eravamo “vaga sinistra”.

Appunto, “vaga”…

C’erano comunisti come Sanguineti e socialisti come Barilli. E altri che semplicemente non facevano politica.

Vi rimproverarono di non essere abbastanza “engagés”?

Uscivamo dal periodo di dominio del PCI sulla cultura che aveva creato una neoscolastica marxista – per cui si attaccava persino Visconti solo perché si stava occupando di drammi ottocenteschi e non più di ponti della Ghisolfa. Era più che ovvio che il Gruppo non potesse e non volesse collocarsi in qualche “chiesa”. Però questo non escludeva che ciascuno, per conto proprio, avesse le proprie compromissioni politiche.

Dopo il Gruppo 63 si può parlare di altre correnti o generi?

Non in maniera visibile. E comunque non con lo stesso impatto che avemmo noi allora.

Gli scrittori pulp italiani degli anni Novanta?

Ci stavano dentro persino gli Skiantos, ai quali Maria Corti dedicò un bellissimo saggio. Ma erano fenomeni più locali e più disseminati. L’ultima possibilità data a una generazione di fare gruppo fu il ’68, ma non era gruppo letterario bensì politico. Diciamo che molte di quelle energie che in un’altra epoca sarebbero confluite in un’attività letteraria allora confluirono nella politica. L’unico tentativo di diversificazione fu quello di Bifo nel 1977, dei deleuziani bolognesi, ma anche lì sul piano letterario non ha prodotto molto.

Se dovesse fare un bilancio del Gruppo 63 oggi, cinquant’anni dopo?

Una delle accuse che ci muovevano era, come ho detto, che si producevano poetiche e non opere. Ecco, direbbe che La ragazza Carla di Pagliarani o le poesie di Porta non sono opere che sono sopravvissute ai loro autori?In ogni caso la sopravivenza di un’opera va però giudicatasull’arco di un secolo, non di qualche decennio. Pensi che nella prima metà del Novecento c’erano scrittori che contavano e oggi sono dimenticati – come Virgilio Brocchi o Papini. Persino Bacchelli, che pure per me continua a essere uno dei grandi scrittori della prima metà del Novecento. Vedremo se fra 50 anni si leggerà ancora Sanguineti o no. Se sì, ci saranno certamente ancora alcuni che diranno che però lui, tutto sommato, non apparteneva al Gruppo…

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Perché Bianciardi https://minimaetmoralia.it/letteratura/perche-bianciardi/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/perche-bianciardi/#comments Tue, 22 Sep 2015 13:29:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28541 Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

Potremmo iniziare dalla fine, per esempio. Un filmato Rai del 1971 mostra Luciano Bianciardi pochi mesi prima della sua morte a bordo di un tram che gira per le strade milanesi stipato di gente e addobbato di prosciutti e salami appesi al soffitto. È il “tram della cultura”, un’iniziativa dell’amministrazione per celebrare la fine della stagione culturale di quell’anno. Si vedono ragazze vestite alla moda e ragazzi incravattati; sulla vettura ci sono scrittori (Mario Castellaneta, Luciano Bianciardi, Lucio Mastronardi), musicisti e pittori. Fico, no? In un clima festoso e addirittura spensierato, l’intervistatore si rivolge agli illustri ospiti chiedendogli che ne pensano, del tram e di tutto il resto. “È un’idea molto simpatica”, fa Castellaneta. E Mastronardi, il dolente Mastronardi del Maestro di Vigevano: “È bellissimo”, dice, nel sottofondo di una canzone, si direbbe, in dialetto milanese. Invece Bianciardi, il viso gonfio, uno sguardo indecifrabile, scandisce con un dolore che appare totalmente sincero: “Io volevo dire questo... Questa gita in tram conclude una stagione culturale milanese veramente disastrosa”. Avrà continuato a parlare, perché aveva l’aria di voler spiegare tante cose, ma il montaggio si interrompe bruscamente.

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bianciardi

Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

Potremmo iniziare dalla fine, per esempio. Un filmato Rai del 1971 mostra Luciano Bianciardi pochi mesi prima della sua morte a bordo di un tram che gira per le strade milanesi stipato di gente e addobbato di prosciutti e salami appesi al soffitto. È il “tram della cultura”, un’iniziativa dell’amministrazione per celebrare la fine della stagione culturale di quell’anno. Si vedono ragazze vestite alla moda e ragazzi incravattati; sulla vettura ci sono scrittori (Mario Castellaneta, Luciano Bianciardi, Lucio Mastronardi), musicisti e pittori. Fico, no? In un clima festoso e addirittura spensierato, l’intervistatore si rivolge agli illustri ospiti chiedendogli che ne pensano, del tram e di tutto il resto. “È un’idea molto simpatica”, fa Castellaneta. E Mastronardi, il dolente Mastronardi del Maestro di Vigevano: “È bellissimo”, dice, nel sottofondo di una canzone, si direbbe, in dialetto milanese. Invece Bianciardi, il viso gonfio, uno sguardo indecifrabile, scandisce con un dolore che appare totalmente sincero: “Io volevo dire questo… Questa gita in tram conclude una stagione culturale milanese veramente disastrosa”. Avrà continuato a parlare, perché aveva l’aria di voler spiegare tante cose, ma il montaggio si interrompe bruscamente.

Non è importante sapere come sia realmente andata quella “stagione culturale” del ’71 a Milano. È persino probabile che fosse una di quelle iniziative capaci – vista con gli occhi di noialtri italiani invischiati negli anni dieci del duemila e dintorni – di suscitare oggi rimpianti e un coro di “ooooh com’erano belli quegli anni.” Ma il fatto è che Bianciardi aveva capito tutto. E chi tutto capisce, come ci viene tramandato da sempre, è destinato a essere spesso incompreso, e infelice; esattamente quello che gli accadde. Del resto l’arma del cinismo non gli apparteneva.

Morì solo, Bianciardi, neanche cinquantenne, senza nessuno accanto nell’ospedale che lo accolse, come ricorda Gian Paolo Serino in Luciano Bianciardi, il precario esistenziale, uscito per Clichy pochi mesi fa, e Pino Corrias prima di lui in Vita agra di un anarchico. S’era attaccato alla bottiglia più che mai, dopo aver passato un’esistenza a sfuggire ogni etichetta e alla ricerca di una libertà senza compromessi e tessere di partito, sia come romanziere sia come giornalista – anche se raramente fu un reporter in senso stretto. In alcuni casi (“L’Unità”, ad esempio) l’indipendenza dei suoi pezzi, corrosivi e ritagliati su un’ironia lieve e beffarda gli era costata l’allontanamento, in altri qualche “problema” (si legga: bisticci vis-à-vis) con i borghesucci di cui si prendeva gioco sugli elzeviri che costruiva per i giornali di provincia. Tantissime volte, però, ci aveva preso. Scrisse per “l’Avanti!”, “Belfagor”, “Il mondo”, “L’Automobile”, “Le ore”, “Annabella”, “Il Giorno”, “Playmen”, il “Guerin sportivo” di Gianni Brera e altre riviste ancora. Per il quotidiano socialista lavorò con Carlo Cassola a una serie di inchieste sulle condizioni dei lavoratori della Maremma, lui che era nato a Grosseto, la sua Kansas City.

Ma era il costume la materia in cui eccelleva, riuscendo a carpire i tic verbali e fisici dei suoi contemporanei e a riprodurli su pagina con grande precisione (in uno dei suoi primissimi pezzi, Europeisti, racconta di questi “quattro o cinque professori” che si radunano nel caffè e parlano di varie cose, di come fosse necessaria l’integrazione europea, e di come d’altro canto la nazionale di calcio fosse derelitta, con tutti gli stranieri che s’affacciavano nel campionato, giocatori come Nordhal). Gli stessi costumi di cui poi scrisse occupandosi di critica televisiva e sportiva. Nella sua rubrica Telebianciardi indovinò quello che c’era dietro il fenomeno Mike Buongiorno con netto anticipo su osservatori ben più quotati, difese Enzo Jannacci e altri autori dalla bigotta censura dell’epoca, analizzò finemente la nuova lingua che il mezzo imponeva alla nazione. Sul “Guerin sportivo” tenne invece una delle più belle rubriche di lettere mai apparse su giornale, rispondendo a missive che spesso inventava di sana pianta – Alighiero Noschese che gli chiedeva se “I giocatori giocano con la testa o con le gambe?”, o Paola Pitagora “Se preferisce Bach o Vivaldi”.

Tra articoli di giornale, rubriche e romanzi, ognuno può ritrovare il Bianciardi che preferisce. A me è capitato rileggendo di recente la sua traduzione del Tropico del cancro di Henry Miller. È stupefacente come dietro certe trovate linguistiche – quelle stesse trovate che gli venivano rimproverate dagli inflessibili editor che popolano i suoi romanzi – si possa intravedere la sua personalità, l’aderenza intellettuale e quasi fisica con quello che scriveva Miller – e oltre a Miller, Bianciardi tradusse autori come Bellow, Faulkner, Huxley, Kerouac e Kingsley Amis, Steinbeck e Tennessee Williams. Raramente autore e traduttore hanno finito per coincidere così tanto.

Al suo funerale erano in quattro gatti. Proprio quello che capita nella Vita agra a Enzo, un conoscente della voce narrante, ovvero dello stesso Bianciardi: “Poi rivolse a me gli occhi incattiviti, vivi soltanto di rancore, e mi disse: Tu scrivi, io crepo. Tu parli con gli altri, almeno, voleva dirmi, hai degli amici, anche se non li vuoi né li cerchi. E io, che in trent’anni ho cercato soprattutto di stare col prossimo, invece muoio solo. E al funerale infatti c’erano i parenti di Lodi, quattro malmaritate, io e il fratello alto e grosso […] Il traffico rallentava appena, in quel pezzo di strada da casa sua fino alla chiesona di mattoni, poi ricominciava a correre nel senso rotatorio, una macchina dietro l’altra ma ciascuna per i fatti suoi”.

Ciascuna per i fatti suoi, secondo l’individualismo allevato e consacrato dal boom economico. Quel boom che Bianciardi aveva visto prima nascere e poi rientrare, lasciando alle sue spalle scorie tossiche e un paese antropologicamente mutato, per sempre. Tu sapessi la sorte dei bambini in città, confidò in un’altra intervista, riferendosi all’alienazione metropolitana, soprattutto alla crescente riduzione degli spazi di umanità, ai cortili stretti nel cemento.

In un articolo apparso sull’Avanti nel 1970 Bianciardi offre un piccolo testamento. “Ai giovani quindi, che si apprestano a entrare nella vita moderna, non si può dare altro consiglio: prima di una religione, prima d’una vocazione, prima d’un partito, prima d’un mestiere sceglietevi una funzione; sceglietevela complessa, esclusiva, rara, scavatevici dentro una nicchia, non ne parlate mai con nessuno. E funzionate”. Ed ecco che dalla Milano dei tram e dei palazzoni che sbucavano come funghi e dalle strade polverose della sua Grosseto del dopoguerra la voce di Bianciardi ancora giunge a noi, libera.

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Bianciardi e la miniera https://minimaetmoralia.it/inchieste/lesplosione-della-miniera-della-ribolla-sessantanni-fa/ https://minimaetmoralia.it/inchieste/lesplosione-della-miniera-della-ribolla-sessantanni-fa/#comments Sun, 04 May 2014 07:40:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20483 Il 4 maggio del 1954, alle 8 e 17 della mattina, nella miniera di Ribolla di proprietà della Montecatini, esplode il pozzo Camorra.
Nella tragedia, frutto della colpevole e criminale superficialità dell’azienda di Milano, perdono la vita 43 minatori. Oggi da quella tragedia sono passati 60 anni esatti: la ricordiamo raccontando quello che viene prima della sciagura che spingerà Luciano
Bianciardi e Carlo Cassola a scrivere il libro I minatori della Maremma (Laterza 1956) e poi, ma sarà solo per Bianciardi, La vita agra (Rizzoli, 1962). (Per chi vuole, sullo stesso argomento sono usciti due bei pezzi sul Lavoro Culturale e su Pianissimo-Libri sulla Strada)
Nel 1951 Luciano Bianciardi fa il Bibliotecario alla Chelliana, la Biblioteca pubblica di Grosseto, messa al piano terra del risorgimentale liceo Classico Ricasoli, luogo di studio di tutti noi studenti di Grosseto fino a quando negli anni Novanta, per problemi di stabilità, viene trasferita in un edificio periferico, brutto, ma evidentemente solido.
Luciano Bianciardi ha l’incarico di riordinare i fondi della Biblioteca devastata dalla guerra e dall’alluvione del 1944 in vista della sua riapertura.
La figlia Luciana ha scritto: «Era direttore, dal '51, della Biblioteca Chelliana di Grosseto. Una vita e una situazione lavorativa e familiare tranquilla, un figlio, mio fratello più grande, di cinque anni.

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Il 4 maggio del 1954, alle 8 e 17 della mattina, nella miniera di Ribolla di proprietà della Montecatini, esplode il pozzo Camorra. Nella tragedia, frutto della colpevole e criminale superficialità dell’azienda di Milano, perdono la vita 43 minatori. Oggi da quella tragedia sono passati 60 anni esatti: la ricordiamo raccontando quello che viene prima della sciagura che spingerà Luciano Bianciardi e Carlo Cassola a scrivere il libro I minatori della Maremma (Laterza 1956) e poi, ma sarà solo per Bianciardi, La vita agra (Rizzoli, 1962). (Per chi vuole, sullo stesso argomento sono usciti due bei pezzi sul Lavoro Culturale e su Pianissimo-Libri sulla Strada)

Nel 1951 Luciano Bianciardi fa il Bibliotecario alla Chelliana, la Biblioteca pubblica di Grosseto, messa al piano terra del risorgimentale liceo Classico Ricasoli, luogo di studio di tutti noi studenti di Grosseto fino a quando negli anni Novanta, per problemi di stabilità, viene trasferita in un edificio periferico, brutto, ma evidentemente solido. Luciano Bianciardi ha l’incarico di riordinare i fondi della Biblioteca devastata dalla guerra e dall’alluvione del 1944 in vista della sua riapertura.

La figlia Luciana ha scritto: «Era direttore, dal ’51, della Biblioteca Chelliana di Grosseto. Una vita e una situazione lavorativa e familiare tranquilla, un figlio, mio fratello più grande, di cinque anni. Si inventò il Bibliobus, cioè un furgoncino scassato fornitogli gratuitamente dal Comune, che lui stipava di libri – ne metteva dentro tanti, di vari tipi – e portava in giro per le campagne grossetane. Era una persona totalmente sprovvista di senso pratico, incapace di gestire cose come schede di richiesta e tessere. Andava insieme al suo collaboratore, Aladino, e gli diceva: mi raccomando, Aladino, andiamo a occhio. Andare a occhio significava ricordarsi il libro, ricordarsi la persona a cui lo si era prestato ed eliminare tutto il passaggio di schede. Naturalmente andarono persi moltissimi libri, di questo si lamentò l’amministrazione comunale e lui si difese dicendo: meglio un libro rubato che un libro mai letto».

In Biblioteca conosce e inizia a frequentare Carlo Cassola che ha già pubblicato il Taglio del bosco e collabora a diverse testate giornalistiche. I due iniziano a scrivere insieme, la provincia è un osservatorio prezioso: «fosse America, o Russia, o la nostra città», scrive Bianciardi; «gli interessi, le passioni, i miti, il costume sono più facilmente individuabili nel microcosmo provinciale», ribadisce Cassola. Sono gli anni in cui si afferma in Italia l’inchiesta sociale: uno sguardo nuovo sull’esistente dopo venti anni di regime fascista.
Uno sguardo che fa emergere, come era stato nei primi anni dello stato liberale, la miseria, l’analfabetismo, ma soprattutto condizioni di lavoro primitive, da prima rivoluzione industriale. Malgrado la carta costituzionale reciti infatti nel suo primo articolo L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro fra il 1945 e il 1951 nessuna riforma strutturale ha ancora inciso profondamente nell’organizzazione del lavoro industriale.

Ha scritto Goffredo Fofi: «Il giornalismo servì da tramite e rimedio, e la scoperta dell’Italia cominciò per molti dalle inchieste dei quotidiani, che erano spesso lunghe e duravano molte puntate, sia nel caso dei quotidiani che dei settimanali, producendo anche negli anni cinquanta, e a maggior ragione nelle mutazioni dei sessanta, moltissimi reportages di qualità» (qui). Bianciardi e Cassola raccontano il lavoro che vedono, e in Maremma, nel 1951, ci sono tre possibili universi da esplorare: il lavoro culturale, la campagna, ancora malarica e ostile, e la miniera.

Il 5 luglio del 1952 Carlo Cassola scrive su Il Mondo un articolo che si intitola “I nababbi del sottosuolo” (tutti gli scritti che riporto qui di seguito sono tratti da La nascita dei Minatori della Maremma a cura di Velio Abati, Giunti 1998): «Le miniere e i minatori della Maremma sono un piccolo mondo pressoché sconosciuto a chi non è di qui, un lembo di quell’ “Italia ignorata” di cui in questo dopoguerra siamo partiti un po’ tutti alla scoperta. Nell’immagine convenzionale della Maremma, foggiata dalle novelle del Fucini e del Paolieri, da alcune poesie del Carducci, dalla pittura macchiaiola, e dalla propaganda fascista, trovano posto solo butteri, bufali, briganti, macchiette di cacciatori e di preti, paludi e “redenzione” dalle medesime; le miniere e i minatori non vi compaiono. Così ancor oggi pochi sanno che Grosseto è uno dei distretti minerari più importanti d’Italia; e quasi nessuno si è accorto che la Maremma riceve la sua maggiore impronta paesistica proprio dall’essere un distretto minerario. (…) La miniera di Ribolla, e il paese che vi è sorto ex novo intorno sono situati in una bassura circondata da collinette anch’esse poco elevate e generalmente brulle. I castelli dei pozzi si ergono qua e là, a poca distanza dalle case. (…) Che l’atmosfera a Ribolla sia pesante ce lo dice subito la vista di due carabinieri di pattuglia, col sottogola abbassato, il mitra a bracciarm. Incontreremo almeno due pattuglie andando in giro: eppure questo è un momento tranquillo, nessuna agitazione è in corso e nemmeno in vista. (…) I minatori del Grossetano sono ancora per la maggior parte comunisti, ma non per fanatismo ideologico o perché approvino la politica estera di Togliatti o perché vogliano una dittatura di tipo sovietico. Il loro orizzonte mentale è molto più limitato.

Sono comunisti, mi sembra, per due buone ragioni:
1) perché sono antifascisti, e l’antifascismo in questa zona è stato rappresentato quasi esclusivamente dal comunismo. Comuniste, sono state, per cominciare, quasi tutte le formazioni partigiane;
2) perché la CGIL con le sue lotte ha ottenuto un nettissimo miglioramento delle loro condizioni di vita».
Anche per questo motivo la Montecatini, a Ribolla, licenzia.

Luciano Bianciardi riprende il discorso, mai interrotto fra lui e Cassola, su L’Avanti del 28 luglio 1953. Scrive «Da Ribolla si estrae carbone fossile, lignite, una vecchia miniera che era già in attività prima dell’altra guerra. La guerra, anzi, ha sempre dato maggior lavoro a Ribolla: fu così al tempo della prima, è stato così con la seconda, quando gli operai salirono sopra i cinquemila. Da allora è stata una progressiva riduzione del personale: dai 3600 del ‘48 siamo ai 1300 circa occupati oggi. La Montecatini, che qui è proprietaria, oltre che della miniera, anche degli impianti, delle strade, delle case, e dell’aria, scrive sui manifesti che non è vero quanto affermano le organizzazioni sindacali, che cioè si intende smobilitare, ma le cifre restano quelle e quella è la tecnica. Si cominciò col mandare a casa gli ultrasessantenni, poi istituirono premi di smobilitazione per chi intendeva andarsene, prima 60, poi 100, infine 300mila lire per ogni autolicenziato. Dei cinque pozzi un tempo attivi, due sono stati abbandonati senza allargare le ricerche che molto probabilmente sarebbero state fruttuose: degli altri 3,2 sono in esaurimento e la società vi pratica la coltivazione a rapina. Non si preoccupa cioè di colmare di terra le gallerie esaurite, e questo rende sempre più probabili vuoti d’aria, frane e incendi. (…) Negli ultimi docici mesi si sono registrate 12 frane. Il nuovo direttore della miniera, che si chiama (non è uno scherzo) Padroni, e non è ingegnere minierario, ma elettrotecnico, ha appunto questo incarico: risparmiare fino alla smobilitazione».

È ancora Bianciardi, il 29 novembre del 1953, sempre su L’Avanti, a descrivere il minatore della Montecatini «Il minatore è un uomo magro e curvo, il colorito pallido e l’andatura pesante, un uomo anche psichicamente diverso, perché avverte continuo il pericolo della morte. La Montecatini con i soliti manifesti dedicati a chi non sa, proclama che gli incidenti minerari, in Italia, sono di gran lunga inferiori a quelli di altri paesi. La verità è che, soltanto a Ribolla, siamo saliti dai 150 incidenti lievi e 35 gravi del ‘51 ai 200 e 50 del ‘52, e che nei primi sei mesi di quest’anno si sono avute ben 12 frane. (…) Il minatore è tutt’altro che un privilegiato; è un uomo che fatica e soffre, è un uomo che lotta, perché si è fatto una coscienza, nella fatica e nella sofferenza. Il minatore in Maremma è il proletario più moderno e più avanzato». E i minatori lo sanno, riconoscono la propria professionalità, che usano per sopravvivere in miniera dove basta poco, un colpo di pala dato male, per rompersi la schiena; ma per la Montecatini la loro è soltanto forza fisica, resistenza alla fatica, come quella dei somari. Per questo, ha scritto Adolfo Turbanti, le loro insorgenze aumentano di anno in anno. La tensione è altissima fra il 1953 e il 1954.

I turni in miniera si chiamano gite: la prima gita scesa nel pozzo Camorra di Ribolla, la notte del 4 maggio 1954 è composta da una sessantina di uomini. Lo scoppio, alle 8 e 27, è un boato sordo, ma il fumo che esce dalla bocca del pozzo non lascia dubbi: una tragedia. I soccorsi sono lenti, la direzione della Montecatini sostiene che l’elenco degli operai del primo turno non è disponibile, andato perduto insieme al sorvegliante Gino Ferioli, morto nello scoppio. I soccorsi sono lenti, le notizie poche, i primi cadaveri escono dalla mniera intorno alle cinque del pomeriggio.

Uno, due, dieci, trenta, quarantadue. L’ultimo, il quarantatreesimo, muore per l’intossicazione.

Il 4 maggio del 1954 è un martedì. Al governo Mario Scelba, al ministero del lavoro Ezio Vigorelli, sottosegretario Umberto Delle Fave che dà ufficialmente l’annuncio di quanto accaduto in provincia di Grosseto. Rileggersi il dibattito parlamentare di quel giorno è un po’ lungo, forse, ma sta qui e se non avete altro da fare vale davvero la pena.

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