Carlo Giuliani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/carlo-giuliani/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:35:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Carlo Giuliani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/carlo-giuliani/ 32 32 La storia orale nel mondo digitale: intervista a Alessandro Portelli https://minimaetmoralia.it/libri/la-storia-orale-nel-mondo-digitale-intervista-a-alessandro-portelli/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-storia-orale-nel-mondo-digitale-intervista-a-alessandro-portelli/#comments Sat, 30 Jul 2016 07:00:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31677 Questo pezzo è uscito sull'Unità, che ringraziamo.

L’importanza della memoria. Viviamo un periodo di cambiamenti epocali e le nostre categorie interpretative sembrano fare acqua. La ricerca di una chiave di lettura che sveli le strutture profonde e apparentemente sconosciute del presente chiama in causa la storia, da sempre grimaldello per scardinare i meccanismi più opachi della realtà: “Anche se l’atteggiamento di trattare la storia come qualcosa di secondario, ornamentale, è ancora molto diffuso. Perché la storia parla del passato e quindi non ci riguarda nel presente: e oggi c’è una forte spinta all’utilitarismo, all’uso immediato delle cose. In tutti i campi”.

A parlare è Alessandro Portelli, uno dei massimi teorici della storia orale. Lo incontriamo in una soleggiata mattina di fine luglio, nel terrazzo che dà sul suo giardino, col frinire di cicale quasi a sovrastare le nostre parole.

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Questo pezzo è uscito sull’Unità, che ringraziamo.

L’importanza della memoria. Viviamo un periodo di cambiamenti epocali e le nostre categorie interpretative sembrano fare acqua. La ricerca di una chiave di lettura che sveli le strutture profonde e apparentemente sconosciute del presente chiama in causa la storia, da sempre grimaldello per scardinare i meccanismi più opachi della realtà: “Anche se l’atteggiamento di trattare la storia come qualcosa di secondario, ornamentale, è ancora molto diffuso. Perché la storia parla del passato e quindi non ci riguarda nel presente: e oggi c’è una forte spinta all’utilitarismo, all’uso immediato delle cose. In tutti i campi”.

A parlare è Alessandro Portelli, uno dei massimi teorici della storia orale. Lo incontriamo in una soleggiata mattina di fine luglio, nel terrazzo che dà sul suo giardino, col frinire di cicale quasi a sovrastare le nostre parole.

Genova 2001

Per provare a capire cosa farcene oggi del “peso della storia”, e soprattutto di quale modo di fare storia potremmo aver bisogno nell’immediato futuro, partiamo dai fatti di Genova del 2001, di cui pochi giorni fa è ricorso il quindicesimo anniversario. Alessandro Portelli ha scritto un saggio nel 2007, Generations at Genova (contenuto nella raccolta Storie Orali) che, attraverso una serie di testimonianze dirette di chi ha vissuto quell’esperienza, ricostruisce le vicende di quei tumultuosi giorni. “Genova è il primo grande evento di massa dell’epoca dei cellulari – ci dice Portelli -, il primo evento di massa delle tecnologie digitali. Al tempo, è stato l’evento più accuratamente documentato dalla storia dell’umanità: c’erano tante telecamere e macchine fotografiche quanto persone. A me per esempio ha colpito il film di Francesca Comencini, Carlo Giuliani Ragazzo, in cui sostanzialmente riusciamo a seguire Carlo Giuliani dal momento in cui esce di casa fino a Piazza Alimonda.

Questa modalità di fare storia è molto “presentista”: ha una funzione importante dal punto di vista giudiziario, di ricostruzione dettagliata degli eventi. Quello che invece fa la storia orale è un’operazione più centrata sulla “messa in prospettiva”. Il progetto al quale abbiamo dato vita (che poi è il seguito di un mio vecchio progetto sulla Pantera) consisteva nel focalizzarsi sul vissuto di alcuni studenti alla prima esperienza con le manifestazioni. Fecero interviste alla gente che era lì: l’idea era quella di vedere che tipo di impatto profondo avessero questi eventi; non si trattava di ricostruire, per esempio, se Carlo Giuliani avesse o meno un estintore, ma di indagare quali trasformazioni questa esperienza comportava nel vissuto personale, profondo, della gente che vi prese parte. Per molti è stata la scoperta della violenza dello Stato. Mi è rimasta impressa la testimonianza di questa ragazza che mi disse: ‘Io avevo i girasoli in testa, tu perché mi manganelli che io ho i girasoli in testa? Non lo capisci che sono innocua?”.

Partendo da questo approccio di testimonianze dirette è stato possibile illuminare una nuova prospettiva degli eventi: una narrazione che per emergere ha avuto bisogno di tempo. “Abbiamo scoperto le ripercussioni che quei fatti hanno avuto sulle persone a distanza di anni – continua Alessandro Portelli – in molti hanno generatouna precisa e radicata memoria, il cui contenuto è quello di ‘non poter contare su nessuno’. Dal momento in cui la politica e il sindacato se ne sono tirati fuori, gran parte dei racconti che ho ascoltato su Genova si riferiscono a persone che dicono ‘siamo disarmati, abbandonati’. Per alcuni questo ha contribuito a mettere fine alla loro esperienza politica, per altri è stato un incentivo a continuare. La stessa polarizzazione l’avevo verificata su un altro studio che avevo condotto anni prima su Valle Giulia: la scoperta delle cariche della polizia ingenerò in coloro che vissero quella situazione una sorta di spaesamento, esemplificato nella domanda,  ‘ma come, non sono nemmeno operaio e tu mi carichi?’

La storia orale nel mondo digitale

La storia orale in epoca digitale, quindi. Un approccio che privilegia l’incontro diretto, il dialogo, la componente diacronica, il racconto in prima persona, in un contesto in cui i rapporti sono spesso mediati, che si sviluppa nell’orizzonte temporale del qui e ora, che tende a fagocitare passato e futuro in una costante bulimia di presente. Chiediamo ad Alessandro Portelli se oltre a integrare con una pluralità di punti di vista “soggettivi” la narrazione storica dominante, l’approccio al racconto orale possa rivendicare affidabilità scientifica.

“Dipende da che significato vuoi dare al termine scientifico – ci dice – se vogliamo applicare alle scienze umane i principi delle scienze naturali incontreremmo senz’altro dei problemi. Con la storia orale bisogna fare i conti col fatto che gli eventi avvengono a un altro livello, a un livello immateriale, di credenze, convinzioni, emozioni che determinano il senso di quello che è successo. Più che l’evento esteriore, andiamo a scandagliare cosa questo comporti a lungo andare nella vita degli ‘attori’ della storia, e soprattutto in che modo queste persone riescano a costruire un discorso intorno a quei fatti, a mettere in parole le loro esperienze. Una cosa molto interessante di questo approccio è, per esempio, accorgersi di quando i discorsi sono sbagliati, perché allora entra in gioco l’immaginario, il desiderio, la costruzione di senso: e bisogna giocare sullo scarto, sul dislivello che si viene a creare tra come è andatala realmente la situazione e come questa viene raccontata. Quindi si mette in moto un meccanismo che ti permette di costruire delle ipotesi plausibili (non delle certezze) su cosa gli eventi significhino per le persone che vi hanno partecipato. Sul perché vengono raccontati: in fondo, se uno le cose se le ricorda è perché per lui hanno un significato particolare. Se le cose te le scordi vuol dire che o sono insignificanti oppure che significano troppo…”

Oltre a far leva sulla capacità di lettura della psicanalisi, su modalità che rimandano a un modus operandi antropologico, sulla continua attenzione “metalinguistica” rispetto al significato di ciò che viene raccontato, la storia orale pare basarsi su un modello più democratico rispetto a quello della storia “classica”. Portelli sembra in parte concordare su questo aspetto: “In merito alla questione dell’interdisciplinarità, c’è da dire che per fortuna abbiamo 130 anni di psicanalisi alle spalle: senza pensare che intervistare qualcuno voglia dire psicanalizzarlo, sappiamo benissimo che i sogni sono carichi di senso, così come le fantasie e i lapsus, e quindi anche se un sogno non è affidabile come fonte storica “oggettiva” è fondamentale lo stesso. Per quel che riguarda la maggiore democraticità, sono abbastanza d’accordo. Perché dai ascolto a una quantità di persone che di norma non vengono ascoltate; non è che gli dai propriamente voce: le persone la voce ce l’hanno. Semplicemente le rendi udibili: perché di solito nessuno le sta a sentire. Poi immetti questa esperienza all’interno di una narrazione storica complessiva”.

Terrorismo islamico

Una grande questione dei nostri tempi è quella di trovare una chiave interpretativa che chiarisca il fenomeno dei cosiddetti attentati islamici. In particolare determinare il senso specifico della matrice islamica di questi attacchi: in che modo i terroristi sono affiliati all’IS? In che senso possiamo pensare che siano delle schegge impazzite? Come possiamo integrare alle nostre interpretazioni la lettura che li dipinge come frutto di una deriva psicotica, strettamente legata al mondo occidentale?  “È difficile. Avresti bisogno di ascoltare loro – riflette Alessandro Portelli – e in questo contesto i soggetti da intervistare o sono morti, o sono sotto le lenti del sistema giudiziario. Inoltre per il lavoro storico c’è bisogno di prospettiva, di vedere come quello che accade si condensa nel tempo. Disporre delle testimonianze a caldo, anche di chi è stato vittima di attentati, può essere utile per confrontare quel che la gente racconta un anno dopo o sei mesi dopo.

Detto ciò, a me ha colpito molto la storia di questa donna che a Monaco sosteneva che l’attentatore gridasse ‘Allah Akbar’. Se l’è inventato, perché è quello che uno si aspetta in una situazione del genere: un atto terroristico collegato alla presenza di un musulmano. È un errore profondamente rivelatore, che illumina non un fatto realmente accaduto, ma le dinamiche del profondo: esiste cioè un senso comune per cui se c’è un atto di violenza viene automatico iscriverlo all’ideologia islamica. Ora, in quel caso non era così, in altri casi sì; ma viene da chiedersi: perché nessuno chiama terrorista il killer che ha ucciso 19 persone in Giappone? Semplicemente perché non è islamico. Questo dipende da una costruzione che ci siamo fatti per cui ci dimentichiamo che la maggior parte delle vittime di violenza armata negli Stati Uniti, per esempio, sono cadute in stragi commesse da cittadini bianchi e cristiani: infatti nemmeno quelli li chiamiamo terroristi. Mi sembra che in questo preciso momento storico l’opinione pubblica sia imprigionata in un doppio vincolo: da una parte le sirene di un soggetto molto informe, chiamiamolo pure ISIS, che si ricollega all’estremismo islamico e che continua a rivendicare attentati; dall’altra un discorso mediatico che semplifica tutto, perché semplificare è molto più facile’.

Presidenziali Usa

Sul “fronte occidentale” le acque non sono sicuramente più calme. Gli Stati Uniti ribollono come una pentola a pressione, presi in un’escalation di violenza interna, tra polizia dal grilletto facile e rappresaglie degli afroamericani. Inoltre la contesa presidenziale proietta l’ombra minacciosa di Donald Trump, e la nomination di Hilary Clinton non riesce assolutamente a fugare presagi poco rassicuranti. Alessandro Portelli si è sempre occupato di America e alla fine della nostra intervista gli chiediamo, parafrasando il titolo di un famoso film di Robert Altman, come vede l’America Oggi: “È un paese armato e ossequioso di una ideologia delle armi. Questo comporta che il poliziotto che si trova di fronte a qualcuno si aspetta che questo qualcuno sia armato, anche quando non lo è. Tanto è vero che le uccisioni di afroamericani ad opera della polizia sono spesso ai danni di gente disarmata: la convinzione che tu abbia un’arma incide, fa sì che aumenti la paura. Le forze dell’ordine poi hanno armi da guerra, addirittura carri armati, e non hanno un addestramento adeguato: c’è incapacità a gestire le crisi. A tutto ciò bisogna aggiungere i preconcetti secolari sugli afroamericani. Da poco c’è stato l’episodio di un individuo fermato per alta velocità: sbattuto per terra, preso a calci, gli e andata bene che non lo hanno ammazzato. Il caso di Baton Rouge ha a che fare con una persona fermata per una luce di posizione non funzionante. C’è questa terribile frase ironica negli States, ‘Driving while black’, come dire ‘Driving while drunk’, cioè invece che ‘portare la macchina in stato di ebrezza’, ‘portare la macchina in stato di afroamericanità’: condizione riconosciuta, sarcasticamente, come pericolosa…

Sul piano dell’impatto elettorale, Donald Trump gioca su queste drammatiche vicende. Ma riguardo a tale aspetto vedo debole anche la Clinton, così come lo era Bernie Sanders, formatosi in un contesto degli States in cui la presenza degli afroamericani è trascurabile. Devo dire che trovo paradossale anche il grande sostegno afroamericano alla Clinton, quando è stato suo marito a creare le norme di polizia per cui attualmente negli USA ci sono 3 milioni di afroamericani in carcere”.

Il sole di mezzogiorno non è un deterrente per le cicale, il cui canto si impasta ora con gli urletti divertiti di bambini. “E l’eredita dell’amministrazione Obama?”, buttiamo lì poco prima di alzarci dal tavolo dell’intervista: “Non c’è nessuna eredità, perché Clinton rappresenta il contrario di Obama, e Trump non ne parliamo nemmeno”. Alessandro Portelli fa una pausa, guarda oltre il parapetto del terrazzo e aggiunge con un mezzo sorriso: “Diciamo così: non la vedo proprio rosea”.

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Morte di un ragazzo. Federico Aldrovandi, dieci anni dopo https://minimaetmoralia.it/estratti/zona-del-silenzio-federico-aldrovandi/ https://minimaetmoralia.it/estratti/zona-del-silenzio-federico-aldrovandi/#comments Fri, 25 Sep 2015 13:00:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13895 (fonte immagine)

Sono già passati dieci anni dalla morte di Federico Aldrovandi: ripubblichiamo "Ferrara, Italia", la prefazione di Girolamo De Michele a Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza, graphic novel sul caso Aldrovandi di Checchino Antonini e Alessio Spataro  uscito nel 2009 per minimum fax. 

di Girolamo De Michele

in ricordo di Arnaldo Scotti

Chi entra nel centro di Ferrara deve attraversare una specie di invisibile strettoia, un restringimento della coscienza morale non percepibile ad occhio nudo. Bisogna avere l’occhio buono per i fantasmi del passato e del presente, per vederla: buono come quello di Bassani, che per primo ne indicò un tratto. All’imbocco del corso Martiri della Libertà, tra il Castello e il Teatro, un marciapiede fronteggia i portici. Su quel marciapiede, che corre sotto il fossato del Castello, caddero i fucilati del 15 novembre 1943: lo ricorda una lapide. Il turista che (sempre più di rado, ormai) ha conoscenza del racconto bassaniano Una notte del ‘43, o del film di Florestano Vancini La lunga notte del ‘43, sa di cosa si tratta.

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(fonte immagine)

Sono già passati dieci anni dalla morte di Federico Aldrovandi: ripubblichiamo “Ferrara, Italia”, la prefazione di Girolamo De Michele a Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza, graphic novel sul caso Aldrovandi di Checchino Antonini e Alessio Spataro  uscito nel 2009 per minimum fax. 

di Girolamo De Michele

in ricordo di Arnaldo Scotti

Chi entra nel centro di Ferrara deve attraversare una specie di invisibile strettoia, un restringimento della coscienza morale non percepibile ad occhio nudo. Bisogna avere l’occhio buono per i fantasmi del passato e del presente, per vederla: buono come quello di Bassani, che per primo ne indicò un tratto. All’imbocco del corso Martiri della Libertà, tra il Castello e il Teatro, un marciapiede fronteggia i portici. Su quel marciapiede, che corre sotto il fossato del Castello, caddero i fucilati del 15 novembre 1943: lo ricorda una lapide. Il turista che (sempre più di rado, ormai) ha conoscenza del racconto bassaniano Una notte del ‘43, o del film di Florestano Vancini La lunga notte del ‘43, sa di cosa si tratta.

E cerca sull’altro lato della strada, con lo sguardo verso l’alto, la finestra al di sopra della farmacia: quella finestra dalla quale Pino Barilari, reso indimenticabile dall’interpretazione di Enrico Maria Salerno, assiste nascosto dalla persiana alla strage fascista senza intervenire. Lasciamo proseguire il nostro turista: appena oltrepassato il Castello si troverà sotto la statua di fra’ Girolamo Savonarola, profeta senz’armi che a Ferrara, “in tempi corrotti”, sferzava le coscienze e fustigava “i vizi e i tiranni”. È scolpito con le braccia larghe e la bocca aperta, nell’atto di inveire contro il malcostume del suo tempo. A Ferrara il Savonarola è ricordato dai cronachisti così: le vicende fiorentine, nelle quali darà prova di pessimo governo, non ne intaccano la memoria. Il turista prosegue alla ricerca della Ferrara Magica, senza badare agli opposti monumenti tra i quali è transitato. La finestra e il profeta urlante che quasi si fronteggiano mettono in scena due città che vivono l’una dentro l’altra.

Da un lato, la città del quieto vivere, della nebbia che nasconde, che spinge a chiudersi nelle proprie case, nel privato: la città dell’indifferenza. Quella Ferrara che con troppa leggerezza, all’indomani del ‘45, dimenticò i suoi trascorsi fascisti e nascose sotto un’improvvisata barba da antifascista vent’anni di obbedienza passiva (ma anche fruttuosa, per l’agraria inurbata e la borghesia rampante) al Regime. Dall’altra parte, la città dell’impegno civile, degli intellettuali raffinati, delle scuole polo nazionali. La città che parla, comprende, scrive, riflette. Due città. In perpetua lotta tra di loro: la città della nebbia e della viltà, dei salotti buoni e degli affari che aggiungono sempre un posto a tavola e in cooperativa la Ferrara che cerca di soffocare l’altra, la città dell’impegno che combatte per non lasciarsi schiacciare dal quieto vivere.

La città della CoopCostruttori e degli scandali edilizi, dei livelli di inquinamento ai vertici dell’Europa, e la città dei referendum autogestiti contro inceneritori e centrali a Turbogas. La città degli operai della Solvay morti di tumore, e la città che difende quei “galantuomini” dei dirigenti della Solvay. La Ferrara che ogni anno ricorda l’eccidio del castello, ma poi costruisce un asilo nido su una ex discarica di CVM.

Bisogna attraversarla, questa invisibile strettoia del Corso. Bisogna attraversarla anche per attraversare la Piazza e dirigersi verso quella periferica via dell’Ippodromo dove, in una notte di settembre del 2005, un ragazzo ha incontrato una volante della polizia ed è stato ammanettato ed ha conosciuto i manganelli ed ha urlato per mezz’ora, prima di morire ai piedi di un muro. «Di morte violenta», secondo la deposizione dello specialista cardiologo dell’Università di Padova Gaetano Tiene al processo, lo scorso 9 gennaio. Di fronte al muro: palazzine. Finestre. Persiane chiuse e tapparelle abbassate.

Il 25 settembre 2008, la fiaccolata silenziosa che ogni anno parte dalla Piazza Trento e Trieste per raggiungere l’Ippodromo è sfilata sotto quelle finestre. C’erano i genitori di Aldro, gli amici, gli studenti, qualche insegnante, gli Ultras della Spal. C’era la gente comune. Il silenzio della fiaccolata era rotto da un suono macabro, simile al sibilo di un fantasma della lunga notte del ‘43: le tapparelle che venivano frettolosamente abbassate dai condomini. Quel silenzio era insopportabile: rumoreggiava nella coscienza della città di Pino Barilari, della città che si nasconde dietro le tapparelle. Una città che ha abbassato le tapparelle quella notte in cui i manganelli dei custodi dell’ordine pubblico si rompevano mentre Aldro urlava.

Ferrara, Italia.

La notte del ‘43 è la notte della coscienza morale di un’Italia che ha svestito la camicia nera, ma ha lasciato che l’uomo medio – «un pericoloso delinquente, mostro, razzista, colonialista, schiavista, qualunquista», urlava Orson Welles (doppiato da Giorgio Bassani!) ne La Ricotta di Pasolini – continuasse a perpetrare la propria egemonia. Liberatasi dall’incubo della rivoluzione culturale, politica e sociale degli anni Sessanta e Settanta che ha rappresentato, nella sua selvaggia anomalia, l’unico tentativo di creazione autonoma di una cultura, un’identità, un sapere dal basso, scaturito e temprato nel fuoco vivo delle lotte, l’Italia dell’uomo medio ha dissolto il miracolo economico in un pulviscolo sociale rancoroso.

L’italiano medio non è più il punto d’intersezione sociale tra le diverse figure che – dal patto costituzionale tra la classe operaia e la borghesia progressiva alle grandi riforme sociali degli anni Settanta – in modo diverso operavano, anche attraverso il conflitto, per modificare lo stato di cose esistente. L’italiano medio odierno è la media tra le molte non-virtù civiili che esprimono il comune sentire di un paese sull’orlo di una crisi: un paese nel quale – come in The Village, il film di M. Night Shyamalan – l’identità diventa una frontiera, nel quale i sentimenti prevalenti sono la paura, come reazione ad un futuro del quale non si riescono ad identificare i tratti; ed il rancore verso ogni possibile elemento di disturbo della nostra condizione.

È contro questa Italia che sfilano ogni anno gli amici di Aldro. Per quest’Italia, uno come Federico Aldrovandi è un fastidio, un problema. Uno da nominare, da scacciare dalla Casa delle Coscienze Assopite.

Un due tre, viva Pinochet. Quattro cinque sei, Al forno gli ebrei. Sette otto nove, Il negretto non commuove. Così cantavano, nelle loro caserme, alcuni carabinieri, quella sera, a Genova. Il nome di Carlo Giuliani era appena stato reso noto. Per ragioni ancora da spiegare, avevano impiegato ore per identificare un ragazzo già schedato, con un riconoscibilissimo tatuaggio sulla schiena che sporgeva dalla canottiera: molto poco Black Bloc, molto poco in chiave con l’immagine del teppista travisato.

Cinque anni dopo, Haidi Giuliani riconoscerà nella strategia di diffamazione di Aldro gli stessi segni, le stesse insinuanti domande alle quali aveva dovuto rispondere. Il ragazzo era drogato? Aveva animali in casa? Era forse un punkabbestia? Le domande non sono mai neutrali: formulate nel modo giusto, restano impigliate nei gangli della memoria. Se formulate bene, con il giusto tono, prevalgono sulle risposte: predeterminano l’ottica con la quale saranno considerate tutte le successive informazioni. «Come di Federico, – scrive Haidi Giuliani a Patrizia Moretto, madre di Aldro, in una lettera pubblicata il 17 gennaio 2006 su Liberazione – anche di Carlo è stato detto che era un drogato, un poco di buono, uno senza lavoro, senza casa né famiglia, come se esistesse una condanna legittima e automatica alla pena di morte per chi lo fosse davvero. Anche a me è stato impedito per molte, troppe ore, di vedere il suo corpo. Anch’io, come te, non so chi l’ha ucciso. Anch’io, come te, ho aspettato che persone competenti, preposte istituzionalmente a questo compito, restituissero alla sua morte almeno la verità; persone impegnate per legge, così io credevo, ad assolvere il loro compito fino in fondo».

Nel caso di Carlo Giuliani, le registrazioni delle conversazioni tra i carabinieri nelle loro caserme, quel 20 luglio 2001, contengono già la risposta alla domanda “chi è quel ragazzo morto?”: una zecca. “Una zecca del cazzo”. Uno a zero per noi, dice ridendo una poliziotta quella notte. Come due squadre alla partita: noi di qua, le zecche di là. Le zecche sono gli ultras degli stadi, nel gergo dei poliziotti. Sono i “comunisti”, gli anarchici, i No Global. I drogati. Sono gli immigrati clandestini, i migranti, i rumeni, gli zingari. Le palandrane del cazzo, urla nei comizi l’onorevole Mario Borghezio. Scacciamo le zecche! Col fuoco, se occorre. I pagliericci sotto i ponti sono pieni di zecche: sono gli immigrati che ci dormono sopra. Carlo Giuliani era una zecca: come Aldro.

L’italiano medio non ama la complessità: non la comprende, non la trova utile. Le passioni tristi sono un cosa semplice: la paura è un ottimo collante sociale. Funziona: che altro? La complessità è problematica, richiede un lavoro di apprendimento, adattamento, rielaborazione senza fine; richiede la disponibilità a mutare pelle, ad abbandonare gli stereotipi, i pregiudizi. Richiede una flessibilità mentale che spaventa. Negli anni Ottanta, uno dei segnali della restaurazione in corso fu l’improvviso successo, tra una generazione di studiosi che avevano teorizzato la trasformazione dello stato di cose esistente, di teorie sociologiche che consigliavano la riduzione della complessità sociale. Da alcuni anni è considerata un valore la “semplificazione del quadro politico”. Forse qualcuno ricorda ancora che uno degli slogan politici della prima campagna elettorale della cosiddetta “seconda Repubblica” era: “o di qua, o di là”. Non dice forse la stessa cosa quel fine pedagogista che ha messo in moto la riforma della scuola? «La mente umana è semplice e risponde a stimoli semplici» (Giulio Tremonti, “Il passato e il buon senso”, Corriere della Sera, 22 agosto 2008, qui). A dispetto della collocazione (solo a p. 37, non in prima pagina, non tra gli editoriali), questo articolo è una delle più efficaci espressioni dell’egemonia culturale della destra al potere che oggi si dispiega. È un manifesto ideologico, che meriterebbe un’analisi, anche stilistica, minuziosa: non essendo questo il luogo, seguiamone alcune linee direttrici.

La società italiana si sta rinchiudendo dietro uno steccato per proteggersi da mostri immaginari che assediano il villaggio: è il rifugio, è il recinto stesso a generare la paura dell’esterno, dell’aperto. Della diversità. Il villaggio regredisce ad un passato immaginario. «Può essere invece il ritorno al passato e all’800, e molti segni sono in questa direzione, può essere che dall’attuale «marasma» prenda inizio un nuovo futuro», scrive ancora Tremonti nel suo articolo-manifesto. Non importa quanto reale e quanto no – basta che sia anteriore a un numero, il 1968: l’unico numero che il Ministro toglierebbe dalla circolazione. Sostituendo i numeri ai giudizi, il mondo (non solo nella scuola, sostiene Tremonti) ridiventa semplice: come dappertutto i numeri sostituiscono i giudizi. «I numeri sono una cosa precisa, i giudizi sono spesso confusi. Ci sarà del resto una ragione perché tutti i fenomeni significativi sono misurati con i numeri». Su questo Tremonti ha ragione, i giudizi implicano l’attivazione della facoltà del giudicare. Per effetto di quel nefasto numero da togliere – «1968, sintetizzato in 68» – presero piede idee e pensatori che vedevano nella società moderna il germe del totalitarismo nell’atrofizzazione della facoltà di giudicare.

Giudicare è azione anch’essa complicata: più semplice è sostituire categorie come giusto/ingiusto con copie più semplici: bello/brutto, dentro/fuori, amico/nemico. L’obbedienza evita la fatica di pensare. Per effetto di quel numero nefasto, persino i poliziotti cominciarono a pensare. A chiedere la democratizzazione della polizia, che faceva il paio con la virtù della disobbedienza predicata da don Lorenzo Milani, il prete che insegnava ai poveri, inventava la scuola del futuro e finiva sotto processo per aver detto che l’obbedienza non è più una virtù.

Una società democratica è una società nella quale nessuno finisce in galera per aver espresso le proprie opinioni; nella quale il diritto all’istruzione non è un’affermazione teorica, ma un fatto; nella quale non si muore mentre si manifestano le proprie idee, né per aver incontrato una volante della polizia. Ora che il tempo si riavvolge all’indietro, anche la democratizzazione della polizia si è rivelata un’utopia: al suo posto è stato concesso il diritto di sparare, si gridava un tempo nei cortei. A Genova un’intera generazione, cresciuta senza sapere nulla di Francesco Lorusso e Giorgiana Masi, di piazza Fontana e dei morti di Reggio Emilia, scopre quanto è facile morire, nell’Italia di oggi. O quanto è facile uccidere.

L’educazione delle forze dell’ordine è un fatto semplice: noi, loro. Avanzano battendo i manganelli sugli scudi, allo stadio come in via Tolemaide, a Genova. La loro formazione di base è elementare: tutte uguali, le zecche. Compaiono foto del Duce nei portafogli, Faccetta nera nelle suonerie dei telefonini, celtiche bandiere della RSI nelle camerate. Dal Libro Bianco sui fatti di Genova al recente ACAB: All cops are bastards di Carlo Bonini (Einaudi Stile Libero, 2009), ai molti libri-testimonianza di vittime dei pestaggi alla Diaz e a Bolzanetto (come Genova. Il posto sbagliato, di Enrica Bartesaghi, Nonluoghi Libere Edizioni, 2004) le testimonianze sull’educazione e la prassi delle forze dell’ordine pongono un serio problema di democrazia alla società italiana.

E l’esito dei processi per i fatti di Genova dà l’idea di una dilagante impunità. A Genova sono state necessarie migliaia di telecamere in tempo reale per documentare la morte di Carlo Giuliani: a Ferrara il depistaggio, l’occultamento di elementi probanti, le coperture, le false versioni sulla morte di Aldro hanno un che di sciatto, di malfatto. C’è da stupirsi della percezione di intoccabilità che deve aver pervaso i protagonisti attivi di quell’evento, tanto malaccorti sono stati i loro gesti. E quando il blog della madre di Aldro ha cominciato a sgretolare il muro di omertà, la reazione è stata di stizzito stupore prima, e di arroganza poi.

Il 24 febbraio 2006 Gianni Tonelli, segretario nazionale del Sindacato Autonomo di Polizia ha parlato per un’ora, in Questura, seduto tra due esponenti provinciali del SAP. Ha decretato la verità sulle perizie. Ha criticato e dettato l’agenda politica all’opposizione che senza remore ha definito «pavida», «al popolo silente e moderato che non ha voluto dire nulla». Ha stigmatizzato come «azione di sciacallaggio con sfumature politiche, ideologiche e anche culturali» le iniziative di discussione improntate alla richiesta di verità e giustizia. Ed ha attaccato, con nome e cognome, i due presidi delle scuole ferraresi che hanno concesso agli studenti le assemblee per discutere della morte di uno studente, senza preoccuparsi della gravità e della sproporzione di un’accusa lanciata da un dirigente nazionale di un organismo di polizia contro due semplici cittadini: due presidi, Arnaldo Scotti (il cui cuore generoso si è fermato pochi mesi dopo) e Giancarlo Mori, noti in tutta la comunità ferrarese per la dedizione con cui hanno speso un’intera vita per la scuola. Le scuole non devono insegnare a pensare: devono insegnare ad apprendere i fatti, senza interpretazioni. Perché non ci sono, non ci devono essere interpretazioni: solo fatti. Statuto delle studentesse e degli studenti o meno, diritto d’assemblea o no, non c’è nulla da discutere: «una donna ha chiesto l’intervento delle forze dell’ordine perché c’era una giovane persona che per l’alcol e le sostanze stupefacenti si stava facendo del male. Poi purtroppo questa persona è deceduta».

Non ha dubbi il dirigente del SAP.
La vita e la morte sono fatti semplici, si vive e si muore: cosa c’è da interrogarsi sulla morte di uno come Aldro?
Della morte di una zecca?

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Le pire di luglio https://minimaetmoralia.it/racconti/le-pire-di-luglio/ https://minimaetmoralia.it/racconti/le-pire-di-luglio/#comments Mon, 20 Jul 2015 14:05:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27874 Il 20 luglio 2001, in piazza Alimonda a Genova, perse la vita Carlo Giuliani, ucciso durante gli scontri tra forze dell'ordine e manifestanti arrivati in città in occasione del G8.
Il racconto di Marco Montanaro parla di quei giorni, e ai tanti che da quei fatti vennero travolti.
Proprio in queste ore, in piazza Alimonda, si sta svolgendo una manifestazione in ricordo di Giuliani.

di Marco Montanaro

Il padre di E restaurava mobili antichi. Dopo la morte della moglie gli erano prese certe fisse, certi tic. A tavola aveva la sensazione che qualcuno lo toccasse sulla spalla ogni volta che mangiava carne o pesce. Smise solo col pesce.

Poi c’era la storia del viaggio, un viaggio verso un grande acquario, da fare assolutamente con E, in programma da prima che la moglie si ammalasse. Ne parlava con tutti gli amici, di continuo, raccontandone ogni dettaglio come se fosse già avvenuto.

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Il 20 luglio 2001, in piazza Alimonda a Genova, perse la vita Carlo Giuliani, ucciso durante gli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti arrivati in città in occasione del G8.
Il racconto di Marco Montanaro parla di quei giorni, e ai tanti che da quei fatti vennero travolti.
Proprio in queste ore, in piazza Alimonda, si sta svolgendo una manifestazione in ricordo di Giuliani.

di Marco Montanaro

Il padre di E restaurava mobili antichi. Dopo la morte della moglie gli erano prese certe fisse, certi tic. A tavola aveva la sensazione che qualcuno lo toccasse sulla spalla ogni volta che mangiava carne o pesce. Smise solo col pesce.

Poi c’era la storia del viaggio, un viaggio verso un grande acquario, da fare assolutamente con E, in programma da prima che la moglie si ammalasse. Ne parlava con tutti gli amici, di continuo, raccontandone ogni dettaglio come se fosse già avvenuto.

Infine la fissazione per la sufficienza, la più grande trappola in cui potesse ficcarsi suo figlio. Molto sopra o molto sotto, mai nel mezzo, ripeteva il vecchio ma con calma, da buon amico più che da genitore, mentre E lo ascoltava con lo sguardo basso, senza dire niente, in attesa di quel viaggio. Ma il viaggio, come altre cose, non sarebbe arrivato. Intanto suo padre, a tavola, continuava a muoversi a scatti se si sentiva toccare, soprattutto col caldo, quando mangiava a torso nudo.

L’adolescenza di E si svolse comunque lontana da grandi passioni o disavventure, e soprattutto molto lenta, come in un ricordo d’infanzia riesumato da un anziano. Almeno fino all’estate del 2001, quando E e suo padre sarebbero finalmente dovuti partire per Genova.

Una sera di fine giugno arrivò la telefonata di un ex compagno di scuola del vecchio. Doveva essere un poliziotto o qualcosa del genere. Dopo qualche minuto di conversazione, l’uomo consigliò di anticipare o posticipare il viaggio di qualche giorno. Disse che le manifestazioni previste a Genova nella seconda metà di luglio avrebbero trasformato la città in una zona di guerra. Lo spiegò con un tono calmo, senza alcuna esasperazione, prima di riprendere a parlare d’altro come se niente fosse. Alla fine, il vecchio decise di rimandare ancora il viaggio.

In effetti, a Genova in quei giorni accadde qualcosa di terribile: un ragazzo si beccò una pallottola in pieno volto da un carabiniere; un blindato dell’Arma ne calpestò più volte il cadavere; le caserme e le scuole divennero carceri per molti dei manifestanti; furono autorizzate torture equeste torture, in un ordinario crescendo d’orrore, per lungo tempo non avrebbero conosciuto mandanti.

E e suo padre guardarono più volte i filmati dei disordini e della morte del ragazzo in televisione. Il vecchio era disgustato. Diceva che il morto assomigliava a suo figlio. Avevano grossomodo la stessa età e lo stesso taglio di capelli. Il mondo, concludeva muovendo compulsivamente la spalla sinistra, andava inesorabilmente peggiorando. (Diceva tutto questo parlando alla tv, come se E non fosse presente.)

Dal canto suo, E non si era fatto un’idea chiara sulla questione. Percepiva anche lui un vago senso di disgusto, forse addirittura di nausea, davanti al fermo immagine del suo coetaneo riverso sull’asfalto di Genova; ma c’era come un filtro di spugna, nella sua testa o chissà dove, che gli impediva di accedere concretamente al dolore che in qualche modo doveva esser racchiuso in quelle immagini.

A volte, ragionando in solitudine, di notte, E concludeva che lui e suo padre erano diversi, molto più di quanto entrambi erano disposti ad ammettere. Quella che mancava a lui era la parte storica della storia, la chiamava così, che al contrario portava suo padre a leggere le cose in un certo modo, a tratti politico, a tratti solo eroico oppure tragico.

Poco dopo, sul finire di quel luglio 2001, E vide T per la prima volta, seduta sui gradini della cattedrale. All’epoca,la ragazzina doveva avere tredici o quattordici anni. Aveva i capelli neri, molto corti, da maschietto, e l’espressione di chi, indeciso, sceglie a malincuore che è bene non sorridere agli estranei. Quando la vide, E stava passeggiando con O, un amico di qualche mese più grande che era stato rappresentante degli studenti del liceo. Secondo O, quanto accaduto a Genova avrebbe rappresentato la fica politica per quelli della loro generazione. Ad E questa definizione faceva un po’ ridere, ma non disse niente. Lasciò parlare O e continuò a pensare a T. La ragazzina sembrava così dolce. E provò allora a immaginarla in un corpo da adulta: pieno, sensuale, preciso nella sua esistenza. Concluse che prima o poi avrebbe voluto incontrare una donna del genere.

A fine agosto, E si trasferì in una città del nord per frequentare l’università. Le prime settimane le passò chiuso nella sua stanza. Mangiava ogni tre giorni, in ogni caso mai più di una volta al giorno, in un piccolo bar all’angolo della strada. Nell’appartamento con lui c’erano due fratelli albanesi. Appena iscritti a ingegneria, passavano la maggior parte del tempo a giocare con un enorme coniglio che uno dei due aveva regalato all’altro per il compleanno. Un’altra stanza, occupata da uno studente di fisica che poteva essere libico, egiziano o marocchino, restò misteriosamente vuota a metà settembre, dopo il crollo delle torri del World Trade Center a New York.

Verso metà ottobre arrivò la nuova coinquilina. Si chiamava S, studiava entomologia. Era un anno più grande di E. Dopo qualche giorno, la ragazza decise che avrebbe cucinato anche per lui. Con lei, E parlò di Genova per la prima volta. S raccontò di essersi avvicinata alla politica proprio in seguito a quello che definiva un assassinio di stato. E scoprì che S frequentava gruppi politici e collettivi universitari i cui nomi, piuttosto esotici, non aveva mai sentito nominare. Soprattutto, la ragazza frequentava solo uomini stranieri. Iraniani, maghrebini, greci, turchi, qualche francese o tedesco. Gli italiani non le piacevano. A volte, quando beveva, S diceva che non le piaceva niente, a parte il pianoforte, che aveva smesso di suonare un anno prima e che avrebbe voluto riprendere in vecchiaia. Quando tutto si sarà sistemato, diceva con un sorriso dovuto più al sonno che al vino.

Pian piano, E comprese che non sarebbe riuscito a parlare per davvero della morte di Genova neppure con S: per parte sua perché c’era ancora quel filtro spugnoso a bloccarlo;e per parte di S perché finiva sempre col prevalere la tentazione di ragionare a partire dai meccanismi più grandi che avevano portato a quell’assassinio. Così la questione prese una piega diversa. Una notte S chiese ad E di dormire nel suo letto; E ci pensò su per qualche minuto, finché lei non lo prese per mano e lo portò nella sua stanza. E seguì con diligenza tutte le direttive che S gli comunicò con gli occhi socchiusi e un labiale morbido e materno. Dopo qualche minuto, l’affanno di S, spigoloso e regolare, si sciolse in un breve orgasmo chiassoso, con cui la ragazza chiese ad E di bagnarle la pancia.

A partire dal giorno dopo, la presenza di S in casa si fece sempre più rara. Ad E sembrava di intravedere un fantasma, a tratti lucido o trasparente, che giocava a carte con gli albanesi fino a sera tardi. Fu il minore dei fratelli, ai primi di dicembre, a dire ad E che S si era trasferita in Francia con un amico iraniano.

Per qualche giorno, E tornò alla sua vita prima dell’arrivo di S. Pensava ancora a Genova, al cadavere del ragazzo, alla fica politica per quelli della sua generazione. Nella sua testa cominciava a prendere corpo la tesi dell’assassinio di stato, anche se non sapeva da parte di chi. Quanto a quello che ancora non sapeva delle donne, E tornò a pensarci un giorno di metà gennaio, in un bagno dell’università, mentre la giovane assistente di un professore di lettere glielo teneva in bocca con estrema calma e gli occhi ben chiusi. Poco prima di Natale, E aveva deciso di frequentare le lezioni, e in un modo o nell’altro doveva aver attirato l’attenzione di M, che più che l’assistente di un vecchio critico letterario aveva in mente di fare la scrittrice.

A un certo punto, mentre E stava per venire, la testa della ragazza aveva cominciato a emanare una strana forma di calore da fin sotto i capelli, crespi e folti come quelli di un’africana. Quando ebbero finito, M disse ad E che lo trovava molto delicato e che avrebbe voluto rivederlo per sentirlo dentro, più forte.

E si trasferì a casa di M per un paio di settimane. Passavano il tempo a bere e a parlare di romanzieri, vivi o morti, che E non aveva mai sentito nominare prima d’allora, un po’ come per i collettivi universitari frequentati da S. Secondo M, un bravo scrittore doveva essere in grado di scrivere già in vita con voce da morto, se sperava di produrre letteratura o quantomeno una certa tensione verso la letteratura. A lei però sembravano tutti fin troppo vivi, incluso il suo professore. In ogni caso, diceva come in un’ammonizione a se stessa prima che a E, a me interessa soprattutto innescare la rappresentazione, capire fin dove le persone sono disposte a spingersi pur di credere a qualcosa. Ogni tanto, mentre la ragazza parlava, E ripensava alle parole del suo amico O sulla fica politica, cercando invano di capire se fossero parole da vivo o da morto.

Una sera, M si lasciò andare a una confidenza. Raccontò che l’unico uomo che le fosse mai venuto dentro era stato proprio il suo professore. Lo disse scherzando, con gli occhi semichiusi a fessura e la mano davanti alla piccola bocca, come se parlasse di un’amica, un’amica intima lasciata a invecchiare da sola in una vita parallela. E disse che avrebbe voluto farlo anche lui. M chiese se stesse dicendo sul serio. E insistette. La ragazza si voltò, si inginocchiò e inarcò la schiena. Dopo averlo accolto, chiese ad E di sparire.

Ancora una volta, E tornò nella sua stanza. Di tanto in tanto si sentiva al telefono con suo padre. Nel corso di una telefonata piuttosto lunga, il vecchio gli raccontò che al paese c’era stata un’alluvione. La bottega era sottosopra, anche se poteva andar peggio. Gli chiese di tornare a dare una mano. E inventò una scusa e restò in città e la città, come nella celebre poesia di Geōrgios Tzetzadis, continuò a respingerlo a volte come un esule, altre come un turista. In ogni caso, tutto, in quei giorni, rimandava alle facce infinite di un prisma cupo e inconoscibile. Allora E ripensava a sua madre, ma in modo blando, come si rievoca un ricordo piacevole perché in fondo ormai compiuto. E così era anche per il viaggio a Genova, dal momento che nella sua testa era come se alla fine ci fosse stato. Una di quelle gite fatte controvoglia, per accontentare qualcuno, che si dimenticano in fretta, senza dolore, col passare del tempo. Il tempo, intanto, lo costringeva a una sola conclusione: l’unica donna che lo avesse tenuto dentro, dentro fino in fondo, gli aveva chiesto di sfumare proprio come i poeti e gli scrittori di cui avevano parlato insieme, per notti intere.

Al paese, E tornava comunque in estate o per Natale. In quelle occasioni rivedeva qualche vecchio amico, partito come lui per cercar fortuna altrove. In genere non avevano molto da dirsi, a parte i nomi delle rispettive destinazioni, italiane o straniere che fossero; O, ad esempio, era finito in Baviera, a Deggendorf, nella gelateria di un vecchio zio. Con quel lavoretto, O si pagava gli studi in conservatorio. Motivo per cuitornava poco o niente. Ogni tanto, E aveva comunque la certezza che prima o poi si sarebbero incontrati e avrebbero finalmente parlato di Genova e di tutto quello che era successo dopo.

Nel frattempo, coi fondi stanziati per i danni dell’alluvione, il padre di E aveva preso un locale più grande e aveva messo su un ingrosso d’arredamento. In generale, il vecchio non parlava granché, limitandosi a chiedere ad E come andassero gli esami. E sapeva di poter mentire, ma non lo faceva. Aveva l’impressione di maneggiare un oggetto sempre più fragile. Quanto più sentiva di poter mettere una certa distanza tra lui e suo padre, tanto meno cedeva alla tentazione di farlo. Per cui, quando il vecchio gli chiese di dargli una mano con l’ingrosso, E disse che ne avrebbero riparlato dopo la laurea.

Quanto a T, in quegli anni E la incontrò un paio di volte. Una sera ci fu una rissa davanti a un baretto dalle parti della cattedrale. Alla fine c’era un ragazzo per terra con una ferita da taglio sul petto. Più in là, in disparte, T piangeva abbracciata a un’amica. E pensò che quello fosse il primo atto di confidenza verso il mondo da parte sua. Concluse che comunque la cosa non lo riguardava.

Qualche giorno dopo, prima di ripartire, E andò davanti al liceo frequentato da T. Quando la vide tra gli altri studenti, all’uscita,non trovò il coraggio di farsi avanti.

In città, E cominciò a frequentare scrittori, musicisti, attivisti politici, linguisti, filosofi, psicologi e sociologi. A volte riceveva dei compensi per scrivere degli articoli che uscivano su riviste specializzate a nome di queste persone. Così, per un certo periodo, E poté permettersi un appartamento tutto suo, dove quegli strani personaggi simili a fantasmi andavano a trovarlo per fare due chiacchiere. Discutevano con lui di Jacques Lacan, Philip Roth o Wolfgang Pauli come se si trattasse delle ultime cose buone accadute su questo pianeta. In un certo senso si trattava di feste, in un certo senso E sentiva di essere il festeggiato. Era solo un po’ dispiaciuto quando realizzava che nei suoi fantasmi non sopravviveva alcun ricordo dei giorni di Genova, quanto l’indignazione per quello che era successo allora; anche nel caso di chi aveva preso parte alle manifestazioni, quella nostalgia veniva comunque rosicchiata da quanto accaduto in seguito a New York.

Se capitava che tra quei fantasmi ci fosse qualche ragazza, E era felice. Dopo aver fatto l’amore, finiva anche lui per dimenticarsi di Genova, di quello che ancora non sapeva delle donne. Allora metteva a fuoco, sovrapponendoli alle macchie d’intonaco sul soffitto come in certi ritratti di Schiele, i volti e soprattutto i discorsi che aveva sentito dai suoi ospiti: dalle teorie sulla tecnologia come una sorta di nuova natura matrigna e indifferente, fino a quelle sul fascismo come stato mentale, prima ancora che evento storico o politico. In particolare, l’uomo che aveva esposto questa teoria, un sociologo a detta di tutti intellettualmente molto pigro, aveva spiegato, con tono sospettoso e irrisorio, di aver scovato più fascisti tra i suoi amici che tra i suoi nemici.

Allora E aveva concluso che non aveva ancora trovato dei veri nemici, e che questo fosse imperdonabile.

A un certo punto, E decise di chiudersi nuovamente in casa. Ignorò il telefono, che si trattasse di suo padre o dei suoi fantasmi. Era stanco di frequentarli (o di esserne frequentato). In fondo, gli scrittori non facevano che parlare di scrittura, i filosofi di filosofia, i politici di politica e così via. Dov’erano i pensieri concreti, che presupponevano delle conseguenze tangibili, che aveva fatto fino all’estate del 2001? Dov’era la vita vera, a cui quei pensieri, come un passaggio segreto, avrebbero dovuto condurre? Dove il profumo dei pini sul lungomare, il puzzo di bruciato delle pire in campagna, in piena estate? Nessuno dei suoi amici era realmente interessato al mondo fuori, qualsiasi cosa volesse dire, ovunque si trovasse. Allora E iniziò a dipingere, con scarsi risultati, e riprese a studiare. Tra un esame e l’altro si sforzava di uscire, con qualche compagno di facoltà o altre persone che venivano del paese. Per un po’ frequentò due ragazze. La prima, di qualche anno più giovane, studiava architettura e lo chiamava il prevaricatore. Quando E si allontanava, smetteva di mangiare. La seconda era una parrucchiera, non disse mai ad E di amarlo ma vomitava ogni volta che non dormivano insieme. Per lei, E era l’evanescente.

In ogni caso, a nessuna delle due E parlò di Genova né provò a spiegare che tipo di umanità avesse incontrato fino a quel punto. Le parole sono pallottole, pensava, colpi che a volte o per la maggior parte vanno tenuti in canna.

Il suo ultimo anno in città lo passò diviso tra gli esami e queste due ragazze, che non seppero mai l’una dell’altra e soffrirono molto (o almeno così credettero) a causa sua. Entrambe ebbero dei sospetti in un paio d’occasioni, e sempre in un paio d’occasioni progettarono di uccidersi o di uccidere E.

Nel corso del suo penultimo esame, E rivide M. Fu lei a interrogarlo, assegnandogli il massimo dei voti. Un’ora dopo erano nello stesso bagno del loro primo incontro. A un certo punto, mentre teneva l’uccello di E tra le dita, M cominciò a piagnucolare. Aveva appena scoperto di essere incinta. Un mese dopo avrebbe accompagnato il suo professore a Oxford per una conferenza su Palazzeschi e sull’eredità del futurismo italiano. Il professore avrebbe deciso se lasciare sua moglie solo al ritorno dalla conferenza. Qualunque cosa faccia, disse M prima di tornare a far sentire il suo alito caldo sul collo di E, per me è finita. Allora E la prese per le spalle e l’allontanò piano. La ringraziò per l’esame, disse che non meritava quel voto. Andò via. Qualche giorno dopo decise di lasciare l’università e tornare definitivamente al paese.

Dopo la morte del vecchio, E si occupò degli affari dell’ingrosso. Per lungo tempo le cose non migliorarono né peggiorarono. Diversi amici gli consigliavano di spostarsi nel capoluogo, come progettato inizialmente da suo padre; altri parlavano confusamente di una certa crisi economica, si chiedevano come facesse E a restare in piedi e perché, in fondo, non si sposasse. Si seppe che O, il suo vecchio amico, era morto o aveva perso le gambe in un incidente sul confine tra Austria e Svizzera, mentre stava tornando in Italia. A quel punto, ad E non importava.

Dopo qualche anno, E cedette l’ingrosso a un cugino. Si stabilì nella piccola abitazione di campagna della sua famiglia. In paese si vedeva sempre meno. Passava la maggior parte del tempo a dipingere sotto il porticato, specie nei pomeriggi in cui il sole dava l’impressione di vorticare fisso e immobile sul paesaggio di terra grigia, compatta. Tutt’attorno stavano in piedi come soldatisull’attenti gli ulivi secchi, i cui rami disegnavano piccole sagome infernali nel cielo terso, altrettanto immobile. Nei suoi quadri, che lo stesso E definiva brutti e notturni, tornavano gli intarsi e i ricami dei mobili restaurati da suo padre. Questo a detta dei pochi amici che avevano ancora voglia (o il fegato, secondo alcuni) di andare a trovarlo. Tra queste persone, per una notte, ci fu anche T.

Un pomeriggio di luglio, E la incontrò per strada. Era diventata una donna alta, spigolosa, con un corpo sottile, difficilmente gestibile da chicchessia. Non fu comunque difficile riconoscerla, e lo stesso fu per lei con E, che la invitò per un bicchiere. Sotto il porticato, quella sera, T raccontò la sua storia. Lui ascoltò in silenzio. A quanto pare, per un certo periodo era stata sposata con il ragazzo che aveva avuto la peggio in quella rissa di tanti anni prima. Forse aveva avuto un figlio, forse no: E la pregò di smettere. Era chiaro come si erano messe le cose per quella povera donna, sarebbe stato chiaro per chiunque senza neppure che lei aprisse bocca. Quella stessa notte finirono a letto. E tentò in tutti i modi di venirle dentro. T oppose una timida resistenza, tutta rannicchiata attorno a un sorriso minuscolo e inebetito, da bestiolina che non può comprendere a fondo il tipico accanimento umano nelle cose.

Verso l’alba, ancora in dormiveglia, E chiese a T se ricordasse qualcosa del luglio del 2001, se sentisse di avere dei nemici. Lei disse di no, disse che non capiva, che si sentiva ancora ubriaca. Ma E aveva deciso che non era più il caso di tenere i colpi in canna. Allora cominciò a parlare col suo buon demone in corpo, un demone in fondo sconosciuto anche a lui. Raccontò cosa aveva visto, l’umanità che aveva incontrato, le teorie di ognuno su di sé (soprattutto su di sé) e sul mondo. E poi il ritorno, il magazzino, la casa in campagna, i quadri. Intanto T era in piedi e tentava di rivestirsi, barcollando. Ancora sul letto, E continuava: ti sto regalando i miei fantasmi, diceva, all’università c’era una che studiava psicoterapia o qualcosa del genere che ti assomigliava, e secondo lei c’è una spiegazione scientifica, persino clinica, circa l’esistenza dei fantasmi, delle idee che ci restano in testa per anni e non vogliono saperne di andarsene al diavolo. A quel punto T era davvero pronta a lasciare E, ma E saltò giù dal letto e le fu addosso, a spogliarla e poi a spingerla con colpi regolarli contro la scrivania, tanto che lei avrebbe preso a urlare con tutto il corpo se non fosse che dentro era certa di essere già morta. Poi E finalmente si calmò, almeno in apparenza, e le chiese di sparire. Prima con cortesia, poi strillandolo, strillando che non dovevano più vedersi, che non avrebbe voluto rivederla mai più in vita sua. Poco fuori, l’alba abdicava definitivamente in favore di un rosso sbiadito, appena acido sulla gramigna; un contadino con la schiena nuda e ruvida contemplava il vapore color pece sollevato dall’ennesima pira di ispide sterpaglie, inutilmente fasciate in vimini.

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Tutte queste domande https://minimaetmoralia.it/estratti/tutte-queste-domande/ https://minimaetmoralia.it/estratti/tutte-queste-domande/#comments Mon, 21 Jul 2014 15:20:08 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8766 Sono passati undici anni dal G8 di Genova. Pubblichiamo un racconto di Christian Raimo contenuto nella raccolta «Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro?».

Arriva nel primo pomeriggio, come un’ondata di riflusso di calore, mio nipote. Me ne accorgo dalla voce che mi dice: no’, mi chiede se sto dormendo, ma io non gli rispondo, no-nno, non subito almeno, perché non mi rendo conto da dove arriva: eeh? perché mi chiama se non si fa vedere? Si posa poi seduto sul letto, sull’angolo del letto, come un grave in un esercizio di fisica, fa bum con la voce, come se sistemasse anche quella, o si scrollasse non so che di dosso, e alle volte mi chiede: mi vedi? (la luce della stanza pare scolorita, disposta a macchie), ma grazie, certo che lo vedo, che mi sta davanti, e di scatto, altre volte invece, che mi chiede la stessa cosa, mi vedi?, non riesco a capire dove s’è messo, ma perché cambia, si sposta di continuo, perché fa questi esperimenti?

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Sono passati tredici anni dal G8 di Genova. Ripubblichiamo un racconto di Christian Raimo contenuto nella raccolta «Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro?».

Arriva nel primo pomeriggio, come un’ondata di riflusso di calore, mio nipote. Me ne accorgo dalla voce che mi dice: no’, mi chiede se sto dormendo, ma io non gli rispondo, no-nno, non subito almeno, perché non mi rendo conto da dove arriva: eeh? perché mi chiama se non si fa vedere? Si posa poi seduto sul letto, sull’angolo del letto, come un grave in un esercizio di fisica, fa bum con la voce, come se sistemasse anche quella, o si scrollasse non so che di dosso, e alle volte mi chiede: mi vedi? (la luce della stanza pare scolorita, disposta a macchie), ma grazie, certo che lo vedo, che mi sta davanti, e di scatto, altre volte invece, che mi chiede la stessa cosa, mi vedi?, non riesco a capire dove s’è messo, ma perché cambia, si sposta di continuo, perché fa questi esperimenti?

mi dice che mi trova meglio, mi alza il lenzuolo, mi scopre, mi rassicura che la gamba sinistra si sta sgonfiando, lo vedo che è meno gonfia? (ma sono storti i pantaloncini che porta?), mi tocca il ginocchio, e mi dice: muovi un secondo, dai tira su, e io piego la gamba, poi dice: muovi un po’ anche qui, dai, appena, prova un po’, ma io non capisco dove, mi dice muovi ma non indica il punto, non tocca più,
fa un caldo inverosimile fuori, dice, c’è un sole violento e nessuno, un’anima, in giro. Come se l’atmosfera non filtrasse più niente, e i raggi ultravioletti colassero a picco, perpendicolari alla pelle, dice, un’aria da ustione, come se avessero buttato una bomba enne, tipo quel film con, chi era? Vittorio Gassman?

respiro, alle volte mi forzo a respirare come mi spurgassi: Walter Chiari, rispondo. Campanini e, ah, Walter Chiari,

Che succede?, dice.

Niente, gli faccio.

Mi pesano, gli occhi mi pesano, come avessi dei piombini attaccati alle ciglia, del liquido qua sotto, fermo e stagnante nelle orbite, è così, è che gli occhi li tengo socchiusi per l’ombra, per farmi un po’ ombra, evitare che filtri troppa luce sotto le palpebre, che la luce me li infuochi. Abbassi un po’ la persiana?, gli chiedo. Abbassi? Sembra la stanza più bollente della casa questa, come se ci fosse un inferno sotto il pavimento; se mi potessi spostare dal letto un momento, mettermi in piedi e andare di là in giardino, non sarebbe meglio?

Oh, mi fai alzare, gli chiedo,
lascia passare del tempo prima di rispondere, spera che il caldo le faccia evaporare da sé le domande?, ed è vero che spesso dopo un po’ non ce n’ho di forza per rifargliele. Vuoi un po’ d’acqua?, mi risponde.

C’è un poster di un dipinto fatto con la bocca, con una madre che tiene un bambino stretto a lei sotto le coperte, e una cartolina con uno scrittore austriaco o tedesco che non mi ricordo come si chiama: sta tutto attaccato sulla parete qua davanti, ci ha pensato Tina – forse c’erano già, Tina mia figlia, per farmi compagnia, anche di notte, ma io perlopiù manco mi ricordo che ci sta questa roba, la noto, la percepisco, ma non metto a fuoco, e poi non so se serve, e fanno più compagnia a lei, che alle volte, dopo avere chiesto come sto io, chiede come sta coso, lo scrittore, e a me sembra bene, bene, sempre uguale, come deve stare?

Mi fai alzare?, gli domando di nuovo,

-le stesse cose, giornata dopo giornata, in questa stanza uno se le può figurare divise in orizzontali e verticali, la libreria e le mensole, il davanzale e i pannelli, alla finestra-

Adesso non ti puoi alzare, no’, perché, dice, stai debole. Non ti senti debole?

Qualche notte fa ho sognato di avere le gambe fatte d’acqua- Mi reggi, dico.

Mi immagino all’impiedi, è così facile che non vedo che impedimenti ci siano, no?, se ne fa una questione che pare di scaramanzia, di pastoie burocratiche. Ma, basta che la butto fuori l’aria, faccio uno di questi respiri che gorgogliano come animali, come aragoste infilate nell’acqua bollente, paiono sennò rumori di macchina (che cazzo di voce gracchiata che m’è venuta) – l’acqua, devo bere l’acqua, molta direi, sembro un condizionatore con qualcosa incastrato dentro, basta una distrazione in mezzo a queste pause di silenzio e sguardi, tutte queste piccole cose che stanno in mezzo alle giornate, che anzi alla finfine sono loro che le fanno le giornate, mattine e pomeriggi, che le voglie, le voglie di alzarsi e rigirarsi almeno dalla parte calda a quella fresca del letto, queste si volatilizzano, di nuovo, e mi succede, la cosa strana, ah, è che mi addormento da un momento all’altro, manco un’anestesia è fatta così, dove vanno i sensi?, mi perdo per degli istanti, e riesco pure a sognare, sogni compiuti, un minuto di sonno, anche meno, da cui mi risveglio pianissimo, con una sensazione di sete dolorosa, quasi che mi avessero aspirato la gola, un tubo dell’aspirapolvere, e tutto il mondo sembra di feltro,
un letto di sabbia,
un labirinto di carta vetrata,
di carta impazzita,
di respiri che provi a contare,
dei rumori della casa, il frigo, gli spifferi, le macchine di fuori, che cerchi di distinguere uno dall’altro,
ma abbassiamoli questi termosifoni, no?

Mio nipote viene sempre, adesso, tutti i giorni; mentre per mesi, quando stavo a casa, non si faceva vedere, quasi mai, neanche al telefono, non mi cercava, alle volte veniva, si affacciava e se ne andava, come un postino. Questi giorni che sto a letto si presenta dopo pranzo, forse sa che se capita verso quest’ora, mi trova sveglio, un poco almeno, mi porta il giornale e, se mi va, se non sono stonato dal caldo, me lo legge, come fossi cieco,

(qual è il contrario di cieco, nove lettere)

un tassista ha rinvenuto un beauty-case, una borsetta, sul sedile posteriore della sua Lancia, ha pensato fosse una bomba, e ha fatto chiamare gli artificieri, che l’hanno disinnescata e ci hanno trovato dentro un mucchio di foto strappate. A Genova, legge, Berlusconi ha fatto mettere limoni finti attaccati alle piante. Crede che non ci sento. Tiene il tono di voce alto, come se fossi diventato oltre che cieco, sordo, sordo o occluso nei pensieri, un uomo per modo di dire, che non s’alza dal letto, non sente e non vede, e lui si sente che si deve conquistare la mia attenzione a forza di acuti, ma manco mi va di farglielo notare; se proprio mi rimbomba la testa, faccio finta che non lo sento, è vero, va bene così, che mi estranio, e lui mi dice: Ti lascio dormire, ok?

la rabbia è che- questo fastidio alle gambe come se si addormentassero quando le hai tenute male-       ma come deve fare uno a metterle bene?

dopo un po’ dico: Sì, e lui va di là, lo sento parlare con Tina se si può prendere un libro che gli è capitato nella libreria, un libro che gli serve per la tesi, cartomanzia? cartografia?-

Tutti i giorni, mi pare. Anche se il conto dei giorni non viene facile da tenerlo, d’estate si assomigliano, si sono sempre assomigliate le giornate. Lui viene tutti i giorni adesso, mentre prima quando non veniva quasi mai, lo so che non era per pigrizia, o non solo per quello, e il fatto era che, anche se a me non me lo diceva e non lo ammetteva neanche con se stesso, lui sì ce l’aveva sì: ce l’aveva con me, perché sembrava che non avessi voluto darmi da fare, compiere quegli sforzi semplici minimi, il necessario, almeno quello, per stare, restare vicino a Flora quando lei era in ospedale, ce l’aveva con me e anche probabilmente con se stesso, perché lui pure non mi aveva detto niente, non aveva insistito perché uscissi di casa, c’andassi là a-

Il rispetto, dico.

Che c’è, no’?

No, niente niente. Dei pensieri, dico, delle cose,
e io l’avevo salutata sulla porta di casa, e poi non ero andato a trovarla neanche una volta, l’avevo salutata così, con un cenno, che a me capita che tremo e basta, in questi casi, ed ero rimasto lì a tremare.            I giorni dopo avevo fissato la porta di casa, come un gorgo,         che l’avevo salutata così sulla porta di casa, senza dire          tanto, senza manco parlare in maniera più evoluta, non evoluta, come si dice, più insomma, facendo dei discorsi chiari, ma per me, non mi andava di fare tragedie, davvero che ne sapevo che era l’ultima volta,         anche se lo                 ci avevo- che fosse, lo temevo, che ne sapevo che era l’ultima volta, l’ultima, che la vedevo-

(eh?)

Hai detto qualcosa, chiede.

L’acqua, dico, chissà se capisce un po’ delle cose che dico, no?, di quello che penso, mi passi per favore questa. Acqua.

Ogni tanto, soprattutto la sera, le fitte di dolore che mi prendono sono come un ferro da stiro caldo sulla pancia, un’esplosione di piccole bolle di fuoco sotto la pelle, un vulcano da quattro soldi che m’hanno piazzato qua alla base dell’ombelico di notte mentre dormivo, e non mi va, figuriamoci, non ce la faccio a parlare. Mio nipote mi fa fare la Settimana Enigmistica, legge le definizioni ad alta voce, le scandisce come un interrogatorio (stessimo a scuola, farebbe pure ridere, ma qua?), però se sto così in questo modo, sto esausto, ah, affannato, non riesco a dargli una mano.

Lo sono le intenzioni del bugiardo, dice. Con la c inizia. Lo realizzò Fellini prima dello Sceicco Bianco, c’è una ie e una a finale, eh?

gli suona il coso spesso, il telefonino, e le parole che dice quando resto in dormiveglia vanno in circolo e si mescolano a quelle automatiche dei sogni, dei detriti delle cose, ah, delle cose che ho in testa, delle voci fumose della televisione che filtra e riecheggia attraverso i quattro muri che separano questa stanza dal salotto, ma comunque le sue di parole le riconosco. Perché parla veloce lui, parla smozzicato, mangiandosi le parole, l’ha sempre fatto, sento che parla con qualcuno: Non ancora, che vuoi? …Che cazzo c’entra? …Partite domani sicuro?

io, mi addormento e sogno sempre Flora. Come se ormai, dopo sessant’anni-

io mi addormento e sogno sempre Flora, come se dopo sessant’anni che c’ho passato insieme pure l’inconscio non c’avesse più fantasia.  È così. Così che si ripete da sette mesi, sono cambiato io, posso dirlo ormai, no?, è così dalla notte stessa che non ha dormito più a casa. Sognare come l’ho sognata, come io l’ho sognata, la stessa persona quasi tutte le notti, pensare di essersi preso un altro malanno, o di aver fatto un torto, un peccato se lei almeno per un baleno non mi appariva in sogno.      La realtà uno, a una certa età, se la sceglie come vuole che è, una realtà che può essere sia fatta di sogni, sogni normali, lei che si prepara per uscire presto il venerdì mattina, il vestito rosso per la messa, ma anche delle immagini di lei da più giovane, che nel sogno pure mi chiama sempre Peppino e raramente Peppì, e mi pone dei problemi minimi, problemi pratici: Si è rotto di nuovo lo scaldabagno, oppure: Non so se mi hanno dato i soldi giusti della pensione, conta un po’.

Nonno, mi dice mio nipote,

nonno

posso chiederti una co       sa,                       e io non riesco a capire se sono uscito dal sonno, e il calore pungente delle fitte sembra essersi diffuso, o se è lì nel sonno, in mezzo al sonno che lui mi chiama- il calore sembra come un asciugamano incandescente che avvolge tutto intorno l’addome: Secondo te, che faccio, ci vado a Genova?

Alzo le spalle, almeno immagino di farlo, Che c’è a Genova?, chiedo.

Ma non stai dormendo allora, dice.

Ho sete, dico, un automatismo.

La manifestazione, no’, i paesi riu-, ah, -cial forum, ah, -ntri con la polizia, la roba che ti leggevo prima dei giornali

(mi carezzo con la mano destra la faccia, oppure è la faccia che mi struscio sulla mano?)

fuori c’è il sole, ininterrottamente, la mattina mi sveglio e ringrazio che c’è il sole. L’aria diventa calda in mezz’ora tra le nove e mezza e le dieci. E poi mi chiedo, perché ringrazio che c’è il sole? Il sole c’è e basta, che c’è da ringraziare? e comunque, la mattina dopo mi scordo tutto e ringrazio di nuovo, così la sera, quando fa buio, se mi addormento e mi risveglio di notte, faccio la stessa cosa, dico grazie, come delirassi, perché lo pronuncio ad alta voce, a lettere maiuscole, così almeno mi dice qualche volta qualcuno che dorme di notte qua vicino a me.

(non ti sembra un incubo?, parole crociate solo di caselle nere)

In un viaggio quando con tua nonna ancora potevi ragionarci, dico.

Cosa?

Ci sono stato una volta a Genova, di passaggio. Quando, ecco di nuovo che sono un condizionatore, con tua nonna ancora potevi ragionarci.

È una formula ormai questa che usi.

Quale formula?

“Quando con tua nonna ancora potevi ragionarci”.

C’ho l’immagine di Flora sul balcone quando il sole stava per tramontare che si metteva a fissarlo. O quando lanciava bistecche di maiale di tre etti l’una ai gatti di sotto.

Genova ci siamo andati in viaggio, dico, e ci siamo fermati là a dormire che volevo andare a trovare Campomonaco,           Me l’hai data l’acqua?

È là,

questo era uno di quelli che c’avevo combattuto insieme. C’ero stato insieme in prigionia a fare la strada nel deserto, e poi ad Algeri nel magazzino di scarpe. E arriviamo là, e lui non c’era, e c’era la moglie che mi dice che era morto un anno prima.

Mio nipote mi guarda (faccia rivolta qua fissa, non ha mica tanta barba, gli cresce a ciuffi, e poi se la tira, c’ha una specie di tic), gli chiedo: Mi fai alzare?          Eh?

il suo sguardo alle volte mi pare che si blocchi, che non vada né su né giù con le palpebre, che sia morto: mi viene da aver paura, così di colpo, che crepi qui davanti all’improvviso, davanti a me, che un pensiero lo colpisca a tal punto da lasciarlo paralizzato.

Finisci prima la storia, poi, poi ti faccio alzare, dice.

Aiutami.

Che c’è?

Sto zitto per qualche minuto, mi sembra di avere esaurito la saliva, per cui, la sete, e poi dico: Lo stesso viaggio, tento di non ripetere le cose che ho appena detto, che siamo andati a Milano, quando tua nonna non la volevano fare entrare nel Duomo.

Perché il caldo li allarga gli spazi, ecco che cos’è che fa sciogliere i ricordi, si squagliano come le tele d’arte quella nuova, moderna, quelle fatte con la colla. Colla colla. Colla               colla. O la plastica. Ci stanno i buchi e gli ammassi-

Flora, dico, non la volevano fare entrare perché c’era scritto davanti alla chiesa che non potevano entrare le donne vestite scollate. Io prima mi ci sono messo a discutere, che eravamo arrivati là, c’era Flora che voleva vedere questo Duomo,               Duomo sapiens,                        allora ho preso, mi sono levato la camicia e gliel’ho data, e siamo entrati lei con la camicia mia, e io in canottiera: mica-

Eh?

Ohi?

-mica c’era scritto vietato l’ingresso agli uomini scollati.

-Scollati.

Lui decide di non andarci a Genova, non lo capisco se lo fa per me, non capisco perché viene tutti i giorni, così almeno sembra: perché queste giornate di luglio sono sempre più tutte identiche, sono la stessa giornata, un mese con tutti venti, fatto tutto di venti, venti luglio, venti luglio, sono una come l’altra le giornate, calde, calde uguali dalla mattina alla sera, non lo capisco davvero che cosa ci sta a Genova, oggi e ie- ri che è venuto qua mi ha detto, la radio, senti, mi ha portato, mi ha letto tutti i giornali, io lo ascolto (la fatica di mettere a-), lui prova a farmi il riassunto delle cose più importanti che dovrebbero comesidice darmi un’idea dell’evento, mi fa vedere il titolo del giornale che si compra lui, che dice: Un altro mondo è possibile (un altro mondo) e ci sta, a pagina intera, una fotografia con tutte macchie e punti che non si capisce se sono uomini o è un tappe-

Mi prendi gli occhiali, gli chiedo, e lui, Li ha presi zia, mi dice, per portarli dall’ottico ad aggiustare, che li hai rotti due giorni fa. Li ho rotti?, non mi ricordo. Mi cola il naso?, gli chiedo. Mi ripete pure delle cifre, trecentomila,

Che sono?

Le persone.

Dove?,

mi rispiega questo problema di cui si occupa anche all’università da lui, questo dell’acqua, dell’acqua che è una risorsa, una risorsa finita, finita dove?, è importante, è più importante che il petrolio, il petrolio, sì, che i deserti si ingrandiscono, mi dice, (i deserti si ingrandiscono), e poi, quando gli sembro abbastanza perso per i miei pensieri che sono pensieri che non riesco a capire se sono ricordi, sogni o immagini che uno potrebbe riderci persino, tipo io che bevo in un canale dove ci pisciano i muli, lui mi dice: Nonno.

Nh?

Non devi stare così, non devi stare così sonnacchioso sempre, devi reagire!, -agire, dice le cose secche, fa tipo eco, e io mi sento che questa parola reagire si fa il giro della testa come se fosse un turista in un porto tipo Positano o Amalfi, e poco dopo, lui si prende il vassoio              il vassoio -oio con i piatti e se ne va un po’ di là: lo sento che sta a guardare le notizie, e a me che con questo caldo c’ho le reazioni sì, i riflessi pure occlusi, rallentati, mi è rivenuta sete a forza di tentare di elaborare nella testa questi dati sull’acqua, e poi torna per chiedermi come sto, Un poco meglio, mi dai un po’ d’acqua gli dico, (iii, una cantilena),

fa i resoconti, gli aggiornamenti di quello che dicono in tv, con questo telefonino che gli squilla, è un uccello col singhiozzo, oppure è lui che telefona concitato, c’ha la tosse, pare, batte e fa i numeri, dice non riesce a sentire, contattare le persone, e quando gli rispondono, è come se i nervi gli si sciogliessero tutt’intorno e dice prima: Scusa nonno, poi parla ancora di: quanta gente c’era, vi hanno fermato?, parla di caldo micidiale pure al telefono. È vero, fa caldo. È- come è?- è atro-

poi il pomeriggio mi addormento, scivolo nel sonno ma è come se fossi distratto e inciampassi, faccio sempre gli stessi sogni, o quelli con Flora o quegli altri che mi piacciono a me, forse me li scelgo, me li scelgo senza dirmelo?, mi sogno che dipingo certi quadri con i boschi che stanno sopra il Vesuvio, e trovo un tipo di verde che è proprio quello che ci vuole. (Verde anatra… le anatre son verdi, vero?) O mi fermo con la Seicento in mezzo a un campo, all’aperto, dico passiamo la notte qua, ci dormiamo, lo dico a Flora e la mattina mi sveglio, sto sempre nel sogno, con un contadino che tiene un fucile in mano, e si mette a ridere, dice che è stato sveglio tutta la notte, ci ha scambiati per dei camorristi, venuti a minacciarlo di incendiargli il raccolto.

E ci mettevamo a dormire la notte qua nel campo?, gli dico.

E che ne so io, dice quello,

quando mi risveglio, mio nipote sta ancora di là, si sente la televisione con il volume alto, chiamo ma non riesco a emettere altro che un filo di voce, e come al solito il sonno mi ha lasciato un desiderio di acqua, violento. Come se non bevessi da giorni. Manco il deserto quello vero, manco quello, no? manco quello era così (me lo ricordo?). Aspetto che qualcuno venga di qua, ma non riesco, nella posizione in cui sto con il collo troppo incassato nella schiena neanche a produrre la sali-

(l’aria mando giù: invece della saliva)

ah, e con gli occhi appesi, a fissare quelle strisce che sembrano tagliate della realtà che è il mondo fuori, quello che si intravede oltre i bordi delle tendine, che cos’è? eccolo, mi sembra un balcone e un albero, che potrebbe essere una palma, mi viene in mente: Algeria, come se stessi facendo il Bersaglio, sulla settimana enigmistica, e poi Regalia, anagramma, e mi riaddormento anche qualche altro minuto, lieve lieve, poi mi scuote la voce di mio nipote, che non vedo, che con una vociaccia agitata, mi viene qua vicino, mi si addossa alla gamba, e mi dice: Hanno ammazzato uno.

Ho sete, gli dico.

Nonno, hanno ammazzato uno, a Genova.

Ho sete.

Mi versa l’acqua e me la fa cadere un po’ sulla gamba, me lo dice lui, lo fa presente, io neanche avevo sentito il bagnato, si mette ad asciugare.

Hai presente, che ti dicevo, che il ministro                        il ministro                    aveva detto che-

Faccio un cenno di assenso con le palpebre: E che ci vuoi fare, dico, ne ammazzano tanti…

E gli risquilla il cellulare, e urla: Ti sento, non ti sento, con una voce lamentosa, poi grida: Stai bene? Non ho capito, dove sei? Sì sì sì, chiamo tua madre!

Mia figlia gli dice: Dai, se devi, vai di là a telefonare, mentre intanto si sta ricominciando a fare vivo il dolore-bollore della pancia, io non gli faccio notare niente, ma anzi: lui che urla mi fa compagnia,           può restare, può restare,          sennò sto sempre in questo dormi-veglia-  sembra una droga, che mi dicono che non ci devo indugiare, che devo cercare di fare dei piccoli movimenti         respirare          per mantenermi lucido, no? Va di là a urlare, rialza il volume del televisore, e si scorda di ridarmi l’acqua, e io mi faccio forza, mi concentro, per chiamarlo. Ma, non mi va di infastidirlo. E poi-

Che giorno è?, gli chiedo. È venuto a trovarmi oggi alla solita ora malata di afa, ma deve andare: Dove è che deve? deve andare a sfilare, una manifestazione, dice, a piazza Venezia.

Non se lo fila più nessuno quel balcone. Pensa la gente che l’ha guardato, e non se lo fila veramente più nessuno. Il balcone, dico, non il resto del palazzo che è giusto-

Gli dispiace, fa, ma io gli dico: Non fa niente: ed è vero, oggi mi sento totalmente sfinito- Invece dell’acqua, bere l’aria?- Se deve stare, meglio che torna stasera, dopo le nove, quando il sole è sceso, fa un po’ meno caldo, la sera, ci sono le cose- E poi si sta- Ci sono le cose-                     meglio.

È ventotto, dice.

Tua nonna quando è morta. Sette mesi fa?

Sì, anche più.

Certe volte mi sembra un tempo volato o evaporato, certe altre mi pare un tempo infernale eterno. Questi mesi mi sono sentito come una spugna troppo piena. Che la memoria

riesce a ritenere troppe cose. Anche soltanto questa casa, che è grande, quanto? ottanta metri quadri, ottanta commerciali,                           sembra che da ogni parete faccia uscire, colare fuori, sudare, i ricordi, si sprigionano dagli oggetti come una spugna fradicia che appena la tocchi si strizza.

E forse è vero, sì è anche inutile,

inutile che mi sono messo a fare i lavori, a chiudere le stanze, a chiave, non aprire i cassetti, evitare di sfogliare le foto, lasciare gli oggetti immobili, le cose a se stesse, che si badassero da sole le cose, lasciarle in dei posti che ormai sembrano i loro posti, e dirmelo, dire a me stesso di nascosto che questa immobilità, questo lasciare le cose a se stesse è una forma di rispetto, è vero no? Rispetto, ma poi, è una cosa e tutt’uno, ti rendi conto che basterebbe anche un

che ne so

pure un coso, un posacenere, una cosa tipo, un giornale dei programmi, un paio di mutande, una cosa

qualunque, per dire, una cosa, per stare qua a incantarsi sui tuoi stessi sguardi che c’hai, (i

ncredulo stai, e i

ncredulo rimani, sì incredulo) proprio che non ci puoi credere che tutto debba muoversi, che anche l’attenzione che c’hai alle cose si trasforma. Cambia, manco un giorno rimane, manco un secondo. Non si possono fermare almeno gli sguardi? non si possono, dico, non si possono bloccare

almeno certi momenti in cui, sta lì, c’è, esiste, come lo chiami     l’incanto? non si può restare almeno qualche ora, così a bocca aperta, come un momento che non diventa nient’altro, invece di alzarci e abbassarci, dalle poltrone alle sedie, uscire e rientrare, chiudere la porta a quattro mandate e riaprirla, quattro mandate di nuovo dopo mezz’ora scarsa, accendere e spegnere la radio, staccare la cornetta del telefono. Ma, a ripensarci come li ho passati questi sette mesi, che mi alzavo e andavo a comporre qualche numero casuale, a sfogliare le rubriche con i suoi numeri, che io a chi dovevo telefonare?, e quei numeri stare là a leggerli, chiedersi chi è questo chi è quest’altro, accennarli poi, sentire squillare, e riattaccare, no, meglio adesso che sto qua nel letto, vorrei solo potermi alzare ogni tanto, che sennò mi sento un morto, lo so che non c’ho le forze, ma un secondo, se potessi alzarmi, mi farebbe stare anche più calmo e non agitato, sette mesi che sono scomparsi con certe giornate che sentivo alla radio tutta la programmazione, dalle sette e mezza che suonava la sveglia lasciata all’ora sua anche se io a quell’ora ero già sveglio, tutte le trasmissioni fino a mezzanotte, e andare in bagno di continuo, neanche per

lo stimolo ormai, ma perché uno sta lì e si scorda di sé, perché uno non riesce a concentrarsi: da solo uno non ci riesce. Se uno non è

abituato a stare da solo, se non è abituato a stare lì, essere così succube, così, come vuoi dire, schiacciato da una nostalgia che sarà banale certo, comune, capitata a chissà quanti altri certo, ma però è uno strazio, potete dire no?           È vivere con una persona per sessant’anni, e poi più niente, ci si resta annichiliti.

Tranciati, in tutti i sensi, verticale e orizzontale e trasversale, annientati proprio dalla potenza dei propri sguardi che non trovano manco un’ombra,

mi fa male pure respirare-

un appiglio, non trovano niente, niente che si muove,                  che lo accenni un movimento, qualcosa che puoi          stare a seguire con lo sguardo.

Mi fai alzare, gli chiedo.

No, hai la gamba che è debole, no?

Chi è morto?

Quando?, dice lui.

Chi è morto?

Chi è morto quando, nonno?

Non è morto uno l’altro giorno?

Quello che è morto a Genova, dici?

È morto?

Sì.

Quanti anni aveva?

Ventitré.

Quanti ’e te?

Uno in meno.

Lo conoscevi?

No.

E come si chiamava?

Ma stai dormendo nonno?

No, ti sento, un po’ ti sento: quanti anni aveva?

Te l’ho detto, ventitré.

Quanti ’e te.

No. Di meno.

L’hanno ucciso.

Sì. Ma perché non tieni gli occhi aperti?

Perché così, mi riposo.

Tu non lo conoscevi per niente.             Non sento quello che mi dice. Poi mi chiede: vuoi dormire?

Eh?

Ma mi ascolti nonno, vuoi dormire?

Perché?, dico.

Non riesco a capire se mi risponde o meno, parla troppo a bassa voce. Come si chiamava chiedo.

…Giuliano.

Non ho capito il nome, pare che abbia detto Carlo o Marco.

Marco?, gli chiedo,

me lo ripete, ma c’ho la testa tutta assonnata una massa di pasta è questa testa: massa, passa, pasta, pesta, testa…, e mi dico, Marco, come il fratello di Flora; mi viene in mente, e ci penso perché se fosse nato un altro figlio- lo dovevamo          chiamare Marco, glielo dovevo a lei, perché gli altri nomi li avevo scelti io, a lei le stavano bene, le

piacevano, ma voleva sceglierne uno pure lei.         Era giusto.

Marco come il fratello di tua nonna, dico.

Lui sta in silenzio, un po’, e allora io apro gli occhi e,

Quello della foto?, chiede.

A bassa voce o a mente, non lo so,

gli rispondo di sì, che adesso ci penso che ho visto quella foto, quella foto la conosco da quanti anni?, da quanti conosco Flora, che lei la portava nella borsa sua, compresa di cornice, la portava: sempre, lo conosco pure lui nella foto sì, da sessant’anni, suo fratello, ma non l’ho mai conosciuto direttamente, è vero, lei: mi raccontava sempre di questo suo fratello, che era bellissimo, diceva, che se non fosse morto affogato- Una foto sola c’aveva. Ora, sta in camera. L’unico suo parente che non ho conosciuto, cinque sorelle invece, una più insopportabile dell’altra, e l’unico che potevo conoscere, morto presto, da ragazzo, che-, quanti anni aveva? tredici, quindici? Chi    si ricorda?

Quanti anni aveva?, dico. Ma forse lui è andato di là,

ecco, capita così, eh? che ci stanno dei dubbi o delle cose che vorrei sapere, e chiamo, pronuncio le parole quest’è sicuro       sovrappensiero: Flora         Flora

e mentre dico il nome, mi ricordo che non ci sta in casa, ed è proprio un fastidio, una cosa che se c’è qualcosa che uno dovrebbe poter fare è chiedere le cose, come quando le chiedevo certe definizioni dei cruciverba sulle cose da mangiare o sui tessuti, che era il campo suo dove era imbattibile,                 oppure quelle pagine dei cruciverba che quando si è sentita male li ha lasciati tutti a metà, e io non c’ho nemmeno avuto la voglia di riempirli, che stanno ancora là, così, a metà, non finiti. E non è giusto che uno muore e non gli si può chiedere più niente. Che deve fare uno? Segnarsi le domande aspettare magari per farle poi quando nei sogni in tutti questi sogni che uno fa in cui i morti appaiono sempre

oppure tenersele e non farle neanche nei sogni perché che ne sai che quelli che ti appaiono sono proprio loro? e tenersele per dopo per dopo ah,

mado-

nna mia ah, questo caldo che mi fa sconcentrare sempre

Tutto?, chiede.

-che chissà se io ci riesco a tenerle a mente

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Vendetta o giustizia? Patrizia Aldrovandi risponde al Coisp https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-patrizia-aldrovandi/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-patrizia-aldrovandi/#respond Fri, 04 Jul 2014 15:30:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21943 Questa intervista è uscita su Contropiano.

di Adriano Chiarelli

Abbiamo dialogato con Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi. Con lei abbiamo discusso della probabile decisione della Corte dei conti di riscuotere il risarcimento direttamente dai quattro condannati per l’omicidio di suo figlio: Paolo Forlani, Luca Pollastri, Monica Segatto, Enzo Pontani. La decisione andrà confermata in un’altra seduta prevista per il 9 luglio prossimo. Al di là dell’esito, che si presume orientato a una conferma di quanto già annunciato, va delineandosi un nuovo principio, inedito per quanto riguarda gli omicidi di polizia: la responsabilità è personale, cioè dei condannati, ed è giusto che siano loro a pagare.

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Questa intervista è uscita su Contropiano.

di Adriano Chiarelli

Abbiamo dialogato con Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi. Con lei abbiamo discusso della probabile decisione della Corte dei conti di riscuotere il risarcimento direttamente dai quattro condannati per l’omicidio di suo figlio: Paolo Forlani, Luca Pollastri, Monica Segatto, Enzo Pontani. La decisione andrà confermata in un’altra seduta prevista per il 9 luglio prossimo. Al di là dell’esito, che si presume orientato a una conferma di quanto già annunciato, va delineandosi un nuovo principio, inedito per quanto riguarda gli omicidi di polizia: la responsabilità è personale, cioè dei condannati, ed è giusto che siano loro a pagare.

Lo stato ha anticipato il risarcimento per le parti civili e ora presenta il conto, come è giusto che sia. Forse quello pecuniario è un argomento che i vertici di polizia comprenderanno a fondo, e con loro i sindacati tristemente noti come il Sap e il Coisp, che non perdono mai occasione per strepitare, offendere i vivi e i morti, o per rivendicare garanzie e diritti dei quali nessuna categoria professionale in Italia potrà mai godere.

Patrizia non fa sconti a nessuno. La sua rabbia è ancora palpitante, così come viva è la sua voglia di lottare non solo per suo figlio, ma per tutti i morti di stato.

Patrizia come commenti il provvedimento di risarcimento per 2 milioni a carico dei quattro poliziotti che hanno ucciso Federico?

Mi risulta che non sia ancora un provvedimento definitivo. Potrebbe diventarlo il 9 luglio, giorno in cui la corte dei conti si riunirà per decidere sulla conferma o meno di tale provvedimento. Ciò che è certo è che si tratti di un segnale molto importante. Noi abbiamo sempre avuto fiducia nelle “persone oneste delle istituzioni”. Lo dico tra virgolette perché questa distinzione è l’unico schema possibile per non generalizzare, per stabilire una linea di demarcazione tra elementi istituzionali onesti e disonesti.

In questi nove anni trascorsi dalla morte di mio figlio, con la mia famiglia e con coloro che mi hanno sostenuto abbiamo improntato le nostre azioni verso un senso di fiducia nella giustizia. Ci ho sempre creduto e continuo a crederci. Nonostante ciò abbiamo avuto molte delusioni da soggetti che ricoprivano ruoli importanti nelle istituzioni, che niente c’entravano con la nostra vicenda e che tentavano di avere notorietà personale, cavalcando la tragedia e cercando lo scontro con noi. In questi momenti la fiducia ha tentennato. Abbiamo subito di tutto: dall’incommentabile Giovanardi, passando per Primadifesa (gruppo indipendente di difesa legale delle forze dell’ordine, n.d.r.), agli insulti di Forlani subito dopo la sentenza di cassazione. Tutto questo percorso così arduo, in realtà mi ha sempre visto fiduciosa.

Il processo penale si è concluso da due anni: la delusione è che i quattro non abbiano perduto la divisa. Però tutto ciò che è stato fatto – ci tengo a dirlo – sia da noi che da altre voci indipendenti, voci della società, scrittori, giornalisti, documentaristi ci ha aiutato moltissimo. Il loro pensiero e il loro agire, così attento e sensibile, ci ha accompagnato chiedendo giustizia, aiutandoci infine a ottenerla. Ogni strumento è stato utile a moltiplicare la voce di Federico e di quelle vittime che non potevano difendersi da sole. Tutti loro hanno messo insieme una forza talmente grande che il dibattito pubblico è ancora oggi incessante e prosegue anche al di là dei processi.

Adesso c’è più consapevolezza. E adesso si deve sapere che la proposta del ministero di anticipare il risarcimento alla mia famiglia è un grosso favore che lo Stato ha fatto ai condannati. Adesso lo stato chiede indietro il prestito: è giusto che sia così e io non la vedo in altro modo.

Qualcuno definisce questi e altri provvedimenti dell’autorità giudiziaria come vittorie. Faremmo volentieri a meno di queste vittorie. Ognuna di queste “vittorie” non fa altro che riaprire ferite sempre più difficili da rimarginare. Non aiutano a guardare avanti, a pacificarsi con se stessi, non fanno altro che rinnovare il dolore. È così?

È esattamente così. Se loro non avessero ucciso Federico sarebbe stato meglio per tutti, e non avremmo mai dovuto parlare di un ragazzino di 18 anni morto di morte violenta. Pertanto oggi dico semplicemente: “chi è causa del suo mal pianga se stesso”. I sindacati hanno poco da recriminare o rivendicare: quei quattro mi hanno portato via Federico e ora si indulge al vittimismo, si parla di famiglie rovinate per sempre. Qui l’unica vittima è Federico, non c’è più. Sarà lui a non potersi fare una famiglia, sarà lui che non avrà mai dei figli. Perché non c’è più.

E voglio sottolineare che “loro” prima del processo, anzi nell’immediatezza dell’omicidio hanno deciso di seguire la linea dei depistaggi. Hanno deciso loro di adottare questa strategia della menzogna fin da subito, e ciò è acclarato in tutti i processi su depistaggi e insabbiamenti. Qualcuno sopra di loro ha deciso che si dovessero comportare così. Qualcuno ha deciso che i verbali di quella mattina dovessero essere tutti identici, così come sono state pianificate e concordate tutte le loro prese di posizione in questi anni. Tutto sommato, i quattro condannati sono i pesci piccoli di un sistema più grande: alla luce di ciò suggerirei a chi si lamenta dell’entità del risarcimento di andare a chiedere i soldi a chi ha ordinato loro di agire in quel modo. Che chiedano aiuto ai superiori che hanno deciso di insabbiare tutto e di infangare la memoria di Federico dandogli del tossico; li chiedano a chi offendeva Federico, la sua famiglia e i suoi amici. Andassero a chiedere ai capi quei soldi, visto che hanno deciso di tenere negli anni questa linea di comportamento. Perché deve essere chiaro a tutti che il loro comportamento è stato illegale, improntato a una crudeltà estrema, che aggiunge alla violenza fisica quella verbale. Quei soldi li raccolgano tra loro, con l’aiuto dei sindacati che tanto li spalleggiano, e che risarciscano di tasca propria i contribuenti.

Ecco veniamo ai sindacati e a personaggi come Franco Maccari del COISP…

Penso che Maccari sia uno stalker. Non scendo a indagare le motivazioni dei suoi assurdi comportamenti. Penso sia un vero torturatore morale, che non ha mai avuto scrupoli nei confronti della mia famiglia. Lo diceva anche Heidi Giuliani, perseguitata da giudizi feroci sulla simbolica “piazza Carlo Giuliani”. È uno stalker nato. Com’è possibile che una persona così rappresenti qualcuno di onesto? Forse rappresenta le persone come lui.

Secondo te qual è il progetto comunicativo di sindacati di polizia che non mancano occasione per cavalcare polemiche?

Secondo me non hanno una posizione sindacale ma decisamente politica e, direi, pericolosa: è una presa di posizione squisitamente politica, estremamente arrogante e votata alla sopraffazione. Penso sia sotto gli occhi di tutti.

Cos’è che non funziona nelle articolazioni sindacali della polizia? Pensi siano specchio delle disfunzioni della polizia in se?

Non sono competente per giudicare questi aspetti. Posso dire che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nella strenua difesa di persone condannate. Chi ha una funzione istituzionale e prende queste posizioni contrarie al senso stesso di Stato, si mette contro gli organi dello stato che egli stesso rappresentano. Tutto ciò lo definirei sovversivo.

Il fenomeno della malapolizia stenta ad attenuarsi? Molto difficile tenere il conto dei casi ufficiali. I provvedimenti come questo della Corte dei conti, o comunque le altre condanne, non dovrebbero avere funzione di deterrente?

Non funzionano da deterrente, perché se ci pensiamo le sentenze vere e proprie sono ancora poche. Quella per Federico  o quella, inequivocabile per la morte di Gabriele Sandri sono state le prime del nuovo millennio. Poi c’è stato Gugliotta che ci fa sperare che le cose prendano una piega diversa. In questo momento storico spero che abbiano un effetto di deterrenza. Ciò che vedo però è che le forze dell’ordine proprio in virtù di queste sentenze, tendano a organizzarsi di conseguenza, imparando a coprirsi meglio e ad accrescere il senso di impunità. Per questo penso che ciò che realmente funzioni sia colpirli sul lato materiale, economico: l’unico argomento che certi soggetti possono capire sono i provvedimenti relativi ai beni materiali, come si presume accadrà nel caso della Corte dei conti il 9.  I quattro che hanno ucciso Federico dopo sei mesi sono tornati in servizio, con stipendio regolare e divisa ancora addosso. Tutto si è risolto cioè in un nulla di fatto, questa è la verità. Invece il risarcimento di tasca propria, è un argomento che anche i più accaniti difensori degli abusi di polizia capiranno. Penso che colpirli lì sia un argomento vincente perché questi episodi non accadano mai più. Detto ciò non credo che gli italiani siano felici di pagare per questi quattro. La responsabilità è personale, non dell’Italia intera che dovrà così accollarsi le spese risarcitorie. I condannati sono loro, loro hanno ucciso mio figlio, che paghino di tasca propria.

Sembra quasi che all’interno delle forze dell’ordine non ci sia una percezione esatta di quanto siano sotto i riflettori, ovvero soggetti al giudizio quotidiano. E sembra anche che al loro interno non riescano a darsi regole precise. Che ne pensi?

È vero. Penso che un cambiamento del genere sia necessario, che siano necessarie nuove regole. Adesso tocca alla politica indicare la via del cambiamento, se c’è in questa una parte onesta, trasparente. Le promesse che mi sono state ripetutamente fatte di rivedere l’organizzazione, gli schemi, l’etica della polizia sono state vane. Adesso è il momento di cambiare direzione. E ripeto, forse l’azione della corte dei conti va in questa direzione, ma non rappresenta il cambiamento interno alle forze dell’ordine. È questo che ancora manca. E manca perché il vero cambiamento incontra l’opposizione durissima di quei sindacati: vedi gli applausi del Sap, vedi il Coisp che porta avanti azioni politiche deteriori, non riconciliatorie. È in sede istituzionale che deve avvenire una vera discussione, a livello politico nel senso migliore. È necessario che se ne parli in parlamento: ci vuole una legge contro la tortura, ma più in generale una creazione di dispositivi operativi e giuridici che impediscano morti atroci come quella di mio figlio.

È dal 2005 che malgrado tutto, la storia di Federico è il faro per tutte le vicende di malapolizia. Cos’è cambiato da allora?  Che eredità lascia alla società, alla pubblica opinione. E soprattutto: questa storia avrà mai una fine?

Vedi, penso che non abbia mai fine proprio perché è importante. Perché la forza di Federico non è solo in lui o in chi ci ha sostenuto a titolo personale oppure legale. La storia di Federico è universale, la gente l’ha compresa e ne è rimasta sconvolta. Non è mistificabile, nonostante gli sforzi degli stalker. Credo che Federico possa insegnare moltissimo a tutti. È imprescindibile che la gente capisca che questo è un problema vero, che riguarda molte persone e che fa molte vittime. Quindi va seriamente affrontato. Come problema nasce da lontano e Federico è solo una delle tante vittime. Forse la sua storia è diventata più evidente perché per fortuna c’è stata una sentenza, che per tanti è stata impossibile. Da lì anche le persone comuni si sono rese conto che la malapolizia esiste e va sconfitta. La politica non ascolti più me: ascolti la gente, non rappresenti solo il potere fino a se stesso, ma diventi qualcosa di effettivo, attivo. Per il cambiamento.

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My Patti Smith – Some Memories https://minimaetmoralia.it/estratti/patti-smith/ https://minimaetmoralia.it/estratti/patti-smith/#comments Mon, 17 Mar 2014 10:30:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18197 Pubblichiamo la prefazione di Tiziana Lo Porto a Patti Smith. Danzando a piedi nudi di Dave Thompson (Odoya).

“Se Gesù fosse tra noi e se io fossi una groupie, lo seguirei ovunque. Ecco perché penso che Maria Maddalena fosse così figa. È stata la prima groupie. Nel senso che era veramente pazza di Gesù e lo seguiva dappertutto, è un peccato che si sia pentita: avrebbe potuto scrivere un fantastico diario”

Patti Smith intervistata da Lisa Robinson, Hit Parader, giugno 1977

Le cose da sapere su questo libro le scrive Dave Thompson nella sua introduzione. Le cose da sapere su Patti Smith le scrive sempre Dave Thompson in questo libro. Le cose che scriverò adesso sono una sequenza di ricordi personali ma non privati, in soggettiva, microscopici al confronto con la grandiosa vita di Patti Smith ma non per questo meno veri, miei, ora anche vostri.

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Pubblichiamo la prefazione di Tiziana Lo Porto a Patti Smith. Danzando a piedi nudi di Dave Thompson (Odoya).

“Se Gesù fosse tra noi e se io fossi una groupie, lo seguirei ovunque. Ecco perché penso che Maria Maddalena fosse così figa. È stata la prima groupie. Nel senso che era veramente pazza di Gesù e lo seguiva dappertutto, è un peccato che si sia pentita: avrebbe potuto scrivere un fantastico diario”

Patti Smith intervistata da Lisa Robinson, Hit Parader, giugno 1977

Le cose da sapere su questo libro le scrive Dave Thompson nella sua introduzione. Le cose da sapere su Patti Smith le scrive sempre Dave Thompson in questo libro. Le cose che scriverò adesso sono una sequenza di ricordi personali ma non privati, in soggettiva, microscopici al confronto con la grandiosa vita di Patti Smith ma non per questo meno veri, miei, ora anche vostri.

#1

Se abiti a New York e ti piace un certo tipo di musica e di libri non è cosa rara imbatterti in Patti Smith. L’ultima volta m’è capitato una mattina dello scorso marzo. Leggeva un racconto per bambini al Lincoln Center accompagnata dalla Little Orchestra Society. Una performance pensata per i bambini e bella anche per gli adulti. L’ho raggiunta a fine spettacolo nei camerini. Volevo regalarle un libro che non avevo con me. Le ho detto: voglio regalarti un libro che non ho con me. Poi per darmi un senso ho aggiunto: però te lo posso spedire. Lei m’ha sorriso e m’ha dato l’indirizzo. Questa è Patti Smith.

#2

Patti Smith ha suonato a Roma la notte del G8 di Genova. Il concerto era a Valle Giulia, solo posti seduti, io e pochi altri abbiamo superato le transenne, siamo arrivati sottopalco e siamo rimasti lì in piedi fino alla fine. Quanto segue è quel concerto nei miei quasi affidabili ricordi.

Poco prima del tramonto e di cominciare a suonare, Patti Smith arreda il palco. C’è già un tappeto persiano e un mobile, una specie di cassettone basso, o forse soltanto una cassa. Patti Smith ci mette sopra una lampada a forma di tartaruga bianca (ne avrei comprata una uguale anni dopo) e l’accende. Di colpo ci sentiamo tutti nel soggiorno di casa sua. Il concerto comincia. Patti Smith dice che è felice di essere in Italia perché da bambina cantava le opere di Verdi sognando a occhi aperti di essere su un palco di un teatro italiano. Essere lì a Valle Giulia per lei è proprio un sogno che si avvera, dice. E noi le crediamo. Delle canzoni che ha cantato non ne ricordo praticamente nessuna, però so che a un certo ha chiamato sul palco uno della crew, lei e la band hanno iniziato a cantare tanti auguri a te e qualcuno ha portato una torta con le candeline. Grande commozione anche per noi pubblico nel soggiorno di casa sua. Circa un’ora dopo, a concerto avanzato, è Patti Smith a dirci che a Genova c’è stato un morto. Che il morto ha ventitre anni e si chiama Carlo Giuliani lo scopriamo più tardi a casa. Il concerto va avanti, e l’ultima cosa che ricordo è Patti Smith che distribuisce fiori. Forse erano già sul palco dall’inizio, insieme a tappeto, tartaruga e cassa, oppure li ha portati qualcuno alla fine. Da dove sono arrivati non me lo ricordo. È un mazzo di rose rosse. Alcune le lancia a chi è seduto più in là, altre le passa a noi devoti di sottopalco. Me ne dà una, la ringrazio. La rosa è ancora a casa mia, appesa in cucina a testa in giù, in buona compagnia della lampada tartaruga. Ogni volta che la vedo penso a Carlo Giuliani.

#3

Quando è uscito Banga ero a New York. Sono andata a sentire Patti Smith che presentava il disco da Barnes & Noble di Union Square. Sono arrivata in anticipo. Il negozio era semivuoto, il pubblico ancora non c’era, Patti Smith era già lì. L’ho incontrata sulla scala mobile tra il terzo e il quarto piano. Le ho detto ciao, poi non sapevo bene che fare e le ho chiesto un autografo. L’autografo è su una cartolina di Malcolm X che ho rubato sul momento, la cartolina è dentro il libro che stavo leggendo quel giorno ma non ricordo più che libro è. 

#4 

Qualche giorno dopo avere presentato Banga, Patti Smith è andata al Book Expo America a presentare l’autobiografia di Neil Young. Il libro non era ancora uscito, con lei c’era anche Neil Young. Erano seduti su due poltrone da talk show in una sala convegni troppo illuminata. Patti Smith ha detto: è la prima volta che intervisto qualcuno. Poi ha cacciato fuori un foglio su cui s’era segnata le domande. Più o meno alla terza domanda Neil Young le ha tolto il foglio di mano, lo ha appallottolato e ha detto: questo non ci serve. I due hanno cominciato a chiacchierare e quel luogo è diventato qualcos’altro. 

#5

Parigi diversi anni fa. Non c’è Patti Smith ma c’è una mostra su di lei alla Fondation Cartier. È una mostra bellissima, in pratica il suo mondo ridotto in scala e adattato agli spazi della fondazione. Video proiettati alle pareti, polaroid dentro teche di vetro, dischi, oggetti, libri. I libri sono i suoi e quelli dei suoi scrittori prediletti. Li vendono anche al bookshop al piano di sopra. Ne compro uno in tre volumi. Il primo è uno scrapbook ed è su Charleville, la città di Rimbaud, ci sono pagine di diario, foto, flyer, cose così. Nel secondo ci sono polaroid di statue. Il terzo è vuoto. Dentro ci posso scrivere e incollare quello che mi pare. Dentro ci posso scrivere un fantastico diario.

New York City, 26 marzo 2013

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Riflessioni su Il contro in testa https://minimaetmoralia.it/libri/riflessioni-su-il-contro-in-testa/ https://minimaetmoralia.it/libri/riflessioni-su-il-contro-in-testa/#comments Sat, 25 Aug 2012 08:30:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8939 Pubblichiamo due recensioni su «Il contro in testa. Gente di marmo e di anarchia» di Marco Rovelli (Laterza): la prima, uscita su «Alias», è di Carlo Mazza Galanti, la seconda di Giulio Milani.

di Carlo Mazza Galanti  

Una ricognizione dei luoghi dove l'autore è nato e cresciuto: Massa, Carrara, le Alpi Apuane. Un testo poetico sulla storia politica a suo modo eccezionale di questa regione. Un libro di viaggio nella prossimità di un territorio fitto di storie: più un muoversi nella verticalità del tempo e della memoria, nelle stratificazioni culturali e tra le parvenze fantasmatiche di voci più o meno lontane (di canti, anche), che nell'espansione orizzontale dello spazio. Una bozza di autobiografia generazionale, infine. C'è molto in questo piccolo libro di Marco Rovelli: molta dedizione, molto amore, molta nostalgia, molto studio, molta rabbia (e forse anche molta frustrazione). Non ci sarebbe bisogno di altro.

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Pubblichiamo due recensioni su «Il contro in testa. Gente di marmo e di anarchia» di Marco Rovelli (Laterza): la prima, uscita su «Alias», è di Carlo Mazza Galanti, la seconda di Giulio Milani.

di Carlo Mazza Galanti  

Una ricognizione dei luoghi dove l’autore è nato e cresciuto: Massa, Carrara, le Alpi Apuane. Un testo poetico sulla storia politica a suo modo eccezionale di questa regione. Un libro di viaggio nella prossimità di un territorio fitto di storie: più un muoversi nella verticalità del tempo e della memoria, nelle stratificazioni culturali e tra le parvenze fantasmatiche di voci più o meno lontane (di canti, anche), che nell’espansione orizzontale dello spazio. Una bozza di autobiografia generazionale, infine. C’è molto in questo piccolo libro di Marco Rovelli: molta dedizione, molto amore, molta nostalgia, molto studio, molta rabbia (e forse anche molta frustrazione). Non ci sarebbe bisogno di altro.

Senonché le risposte alle domande più importanti restano alquanto incomplete, come forse è inevitabile che sia, e a quei giovani che “fanno le vasche” sul corso di Carrara dimenticando nel viavai tra le vetrine la storia antica della loro terra ancora mancano le giuste motivazioni, e gli strumenti, per strapparsi all’insignificanza. Come a noi, in fondo, che ancora ci crediamo (nella rivolta, se non nella rivoluzione), e aspettiamo. Quello che mi sembra più ammirevole di questo fluido puzzle di testimonianze, racconti, incontri, memorie, è la continua vigilanza dell’autore intorno allo stato delle proprie emozioni, e di quelle che la scrittura potrebbe fingere e trasmettere agli altri. A chi è cresciuto nel mito della storia anarchica che fiorì (e venne calpestata) in quella regione, cosa resta oggi dei sentimenti, delle passioni, di quella fede? E soprattutto che farne?

“Quello spirito secolare è davvero un senso profondo che ha impregnato questa terra, o è solo una nostra immaginazione, un altro fantasma a uso e consumo personale per mascherare la nostra impotenza?”. La domanda non è riferita soltanto all’anarchismo storico ma anche alla politica del secondo novecento, a Lotta Continua, a Potere Operaio, che lì ebbero una sede importante, alla generazione dei padri, alla mitografia recente e ancora raggiante del ’68-’77. A questo insieme confuso di lotte e fallimenti, di slanci e cadute Rovelli si rivolge come uomo nato e cresciuto nel “vuoto pneumatico” degli anni ottanta, nella tabula rasa su cui tanto hanno già ragionato scrittori e intellettuali della sua generazione. “Era con quel senso di orfanitudine addosso che cercavamo l’anima nei recessi più riposti”: su questo piano si articola il tentativo di risposta di Rovelli. Risposta che non dà sconti, come sconti non vengono concessi alla descrizione della sua terra rovinata da una lunga storia (politica, industriale) di offese, come non vengono censurate le parole di sconfitta e depressione sfuggite a padri o fratelli maggiori davanti a un vino sempre meno gioioso e dionisiaco. Anche i matti che vedono la Madonna possono allora diventare amici e forse consiglieri, in un tempo di “orfanitudine”. O gli immigrati che manifestano davanti al Duomo di Carrara. O ancora possiamo spenderci nella riappropriazione pratica e teorica degli ormai famosi “beni comuni” (della montagna, del marmo, in questo caso), come di una terza via ancora percorribile tra la burocratizzazione del pubblico e la rapina del privato.

Sono le strade battute in maniera più o meno istintiva da quella sinistra che forse più di ogni altra potrebbe (e vorrebbe) rivendicare un’eredità anarchica: “non dell’anarchia come dottrina, ma nei modi di fare, di protestare… di volere” come dice uno dei tanti vecchi cavatori o operai incontrati da Rovelli per osterie. Strade segnate da una scrittura che non rinuncia a sedurre, elaborare uno stile, guardare in alto, ma soprattutto che cerca di liberarsi dell’eredità pesante del passato perduto. Disconoscere i padri, liberare i fantasmi, questo il cuore del libro: passare al vaglio le glorie e i disonori per conservare ciò che serve. Trasmettere testimonianze senza rimpianti né venerazioni. Rimettere in circolo la vita: “Consegnati loro alla mitologia, a chi resta non è consentito sentirsi orfano. Si tratta di sentirsi liberi. Tocca esplorare il presente.”: questo il pensiero del narratore davanti a Angelo Dolci, detto Taro, che a sedici anni fu partigiano.

Le due città

di Giulio Milani

Scrive Junger che le montagne generano negli abitanti della pianura due tipi di atteggiamenti molto distanti fra loro: la modesta tranquillità di chi si sente protetto e vive nascosto, e insieme l’ambiziosa inquietudine di chi si vede prigioniero e scorge nella vetta l’ostacolo da superare, a ogni costo.

Sentimenti polarizzati, propri di chi è nato in mezzo agli estremi, e che trovano una loro composizione (epica, e narrativa) nella figura dell’«Anarca», del Grande Solitario.

«Che poi l’ho sempre detto, per salvarti da un posto così o te ne vai presto o emigri internamente, trovando rifugio nei boschi, lathe biosas, vivi nascosto.»

Come si legge ritroviamo la stessa duplicità, ma qui per così dire “raddoppiata” dall’estendersi del mare davanti a «scogliere di marmo» alte duemila metri, nel libro di Marco Rovelli “Il contro in testa. Gente di marmo e d’anarchia” edito nella collana Contromano di Laterza. Bipolarità, e insieme refrattarietà di identità e di appartenenze, quasi a comporre una sorta di «geologia della psiche umana» (per citare ancora Junger) fatta di doppi e di fantasmi stratificati.

Le città “gemelle” di Massa e di Carrara, in particolare quest’ultima, sono note in Italia e non solo per l’estrazione del marmo bianco cosiddetto «statuario» – impiegato, tra gli altri, da Michelangelo – e per il sindacalismo e l’attivismo anarchico “eroico” di matrice ottocentesca.

Esiste un nesso, ci spiega l’autore, tra il marmo e l’anarchia, e tra questi rapporti e giorni nostri.

«A Carrara le cave erano – e sarebbero – di tutti, così come storicamente fu anche per le terre sulle montagne massesi, con l’uso del compascuo, la proprietà comune dei pascoli e degli alpeggi. […] Dal 1751 in poi furono le leggi degli Estensi a regolamentare le concessioni. L’accaparramento privatistico degli usi civici (le usurpazioni, come le leggi stesse le chiamavano) continuò imperterrito, per due secoli e mezzo. Tanto più dalla metà dell’Ottocento in avanti, quando cominciò una produzione di tipo industriale. Questa fu una delle ragioni, è da credersi, del fiorire dell’anarchismo in questa terra. La volontà di riappropriazione di un bene comune.»

Quando sul finire dell’Ottocento le cave, che per gli usi civici (le cosiddette «vicinanze») erano “beni comuni” indivisi, vennero espropriate alle comunità e privatizzate (per finire presto in mano alle multinazionali dell’escavazione), le genti di Massa e di Carrara che abitavano i monti e lavoravano in quelle cave, aderirono in forma spontanea, esistenziale, alla pratica anarchica (perché l’anarchia è in primo luogo un metodo, un sentiero e una pratica, e solo in subordine un’ideologia).

«Per spaccare il marmo devi capire quel è la linea giusta, il suo verso. Se la segui, tagliarlo è facile. Se invece vai contro il verso, non ci riesci. Non c’è verso, proprio. E quello si chiama contro. Il marmo è come la vita, morbido al verso e duro al contro. Solo che avere il contro in testa non è facile. È un bel fardello da portare.»

Il «contro in testa» è dunque per l’autore un atteggiamento naturalmente (geologicamente) refrattario, ribelle e riottoso all’ordine impartito, perché è come il verso “contromano” della pietra calcarea, concrezione geologica marina (il mare che si fa montagna), che se presa per il verso sbagliato è dura come basalto, e non si taglia.

«Basta salire sulle montagne, in Apuania, e il paesaggio stesso si presta a essere scenario di visioni. Che poi già il marmo è un brulichio di vite marine, sedimenti carbonatici prodotti in quelle che furono scogliere coralline. Quegli strati, segnati da linee oblique e parallele, vene sottopelle che il lavoro millenario delle cave ha scoperto e portato in superficie, sbattendotelo in faccia – quegli strati di marmo sono vivi, profondamente vivi, e quel biancore che ti abbaglia è come un concentrato ipnotico di vita. Il mare, qui, è già compreso nella montagna.»

Uomini e cose sembrano quindi appartenere a uno stesso orizzonte ontologico. Qui cadano determinati aspetti metafisici come la solitudine del cavatore in tecchia, un confronto quotidiano con la morte che fa dell’anarca un “individuo” solidale, ovvero il rovescio della concezione liberista: la società dei solitari è una società «spartana», nel senso che spartisce un destino comune, quello che nella lizzatura fa dipendere la tua vita da quella degli altri.

Nella medesima rete di relazioni, di «conduttori elettrici», e attraverso la loro «visionaria» sedimentazione psichica, si apre per l’autore un orizzonte di «eventi», alla Badiou, che nella loro estemporaneità e singolarità producono significati permanenti e universali (come la morte di Carlo Giuliani o il breve avvento della Comune di Parigi). Proprio qui si mostra l’aspetto più letterario del libro, ovvero la capacità di raccontare una città, anzi due, come fosse il doppio spaventoso dell’Italia intera, o se vogliamo del mondo.

«L’ho detto e ridetto; reale la rivolta, qui, lo è stata, ma da un trentennio a questa parte un’onda di dimenticanza pare aver sommerso la storia passata, e pare sia in grado di cancellare quell’identità che si credeva incisa nel marmo. Per ciò, allora, questi ultimi trent’anni di questa terra non dicono solo di se stessi, ma anche di una storia più ampia: raccontano, come fosse un eccentrico punto di verità, della storia e della mutazione della società italiana.»

Ritroviamo questo modo partigiano e “messianico” di intendere la verità nel racconto dell’esemplare protesta degli immigrati al Duomo di Massa, che il narratore si assume il rischio di considerare “figura” dell’epoca presente, nel bene e nel male. D’altra parte – sempre parafrasando Badiou – non esiste evento se non quello che siamo d’accordo per riconoscere come tale.

«È cosa buona e giusta che questa terra sia trasfigurata. La trasfigurazione le appartiene. Qui hanno proliferato visioni, e una visione è davvero tale quando ne suscita altre, in una catena interminata.»

L’antefatto è la promulgazione della sanatoria-truffa «salva badanti», ultima di una serie di leggi «asimmetriche», che pongono gli immigrati in una «condizione di minorità e di totale dipendenza dal datore di lavoro», impedendo l’emersione dal marchio criminalizzante della clandestinità. Il primo maggio del 2011 un gruppo di immigrati occupa pacificamente l’ingresso del Duomo di Massa, chiedendo ascolto e solidarietà. Dal nulla si crea un presidio e un moto di solidarietà spontaneo capace di contagiare perfino i commercianti del centro, che sostengono la protesta fornendo viveri e generi di conforto agli occupanti.

«Ecco, qui, nel centro della città, dove ci sono lavoratori senza diritti che li rivendicano, è qui che io ritrovo finalmente lo spirito di una terra che non sentivo più mia. È qui che trovo la resistenza viva, vibrante, gioiosa, piena di speranza, che guarda all’avvenire. È qui che i fantasmi smettono di essere tali, e tornano a essere lo spirito di corpi che agiscono e costruiscono un mondo.»

Così per l’autore anche questa vicenda diventa un tutt’uno organico coi movimenti di Occupy Wall Street, gli Indignados, i No Tav, e prima ancora il Social Forum, i No Global, un pastore visionario, l’esplosione della Farmoplant e la nascita della coscienza ambientalista, Lotta Continua, la pecora nera massese, la resistenza partigiana sui monti liguri-apuani, gli eccidi nazifascisti di Forno, Vinca e San Terenzo, la rivolta delle donne a piazza delle Erbe, l’opposizione antifascista durante il ventennio, l’attentato a Mussolini, l’uccisione di Umberto I, i moti di Lunigiana all’epoca di Crispi, fino all’anarchia eliogabalica del principe Alderano e prima ancora alla resistenza dei liguri-apuani alla dominazione romana. Movimenti, eventi, figure, azioni, pratiche: non partiti e non istituzioni, sentite (dallo spirito anarchico che seduce la prospettiva di chi narra) come il “nemico” immorale trionfante. Mentre come diceva l’editore e stampatore di “Umanità Nova” Alfonso Nicolazzi: «tante persone fanno scelte anarchiche ogni giorno, e non se ne rendono conto.»

Alfonso Nicolazzi, Osvaldo Pegollo, Alberto Meschi, Gogliardo Fiaschi, Ceccardo Ceccardi: sfila in queste pagine un corteo di personaggi eroici – politici e letterati – che agli occhi dell’autore rappresentano un modello e un ostacolo, perché «non ce nè più di uomini così, non ce n’è più.»

«Fu così che iniziai il mio viaggio nella terra dei fantasmi. Mi sentivo l’ultimo anello di una catena proliferante di padri, eredità polverizzate e disperse, e tanto più celebrate quanto più disperse. Quanto maggiore la distanza, tanto più l’attaccamento e l’identificazione. Un riconoscimento unilaterale, però, ché l’anarchico dell’Ottocento non è più qui per riconoscerti. È convocato in effigie, e costretto a farsi padre. Del resto il padre putativo, quello che ha fatto il Sessantotto, lui è sparito. E la mia generazione si è trovata orfana.»

Chi parla qui? Un narratore dalla tensione etica ed espressiva inappagata, che non cerca nei «fantasmi del passato» il confronto coi dilemmi attuali, ma che proprio pensa sé stesso come la materializzazione dei fantasmi delle passate generazioni, come lo stadio o la «figura» in cui queste generazioni passate risolvono retroattivamente i loro punti morti, redimendosi.

«Cosa resta del padre, domanda l’analista, e risponde: la testimonianza. Oggi possiamo usarli, quei padri, proprio in ragione della loro distanza. Perché non è con i loro simboli e le loro pratiche che cambieremo il mondo, perché il mondo ha cambiato formato.»

Per la voce narrante non si tratta dunque di prendere a modello i miti del passato, quanto di metterci alla loro altezza etica. Per questo l’autore si mette in ascolto. Ne scaturisce una produzione letteraria (da Lager italiani a Servi, a Lavorare uccide) che trova nella coralità la propria voce: una voce inclusiva, che non prevarica, perché nasce da un confronto coi sacrificati della terra: migranti, clandestini, morti sul lavoro.

Il lavoro, innanzitutto. A un certo momento il narratore domanda al Taro, cavatore e anarca: «Taro, dimmi una cosa: per te il lavoro è un valore?» E subito il pensiero va al displuvio di morte e sofferenza che da sempre inquina il lavoro umano, specie quello dei dannati della terra. Ci si domanda se il lavoro sia un «sacrificio» accettabile per pagare il prezzo della nostra libertà.

L’autore non risponde, la risposta è affidata al suo interlocutore, come sempre. Ma non pare una coincidenza il fatto che sacrificio e lavoro in cava siano messi in rapporto fin dall’inizio della narrazione: «Sid Barrete cantava e Camilla, seduta sul sedile di fianco, diceva che tutto quel bianco troppo esposto pareva tratto per corrosione, come fosse il resto di un millenario percolare, ottenuto per sottrazione, e non per un’addizione di colore. Era esattamente quel che vedevo anch’io: il rovescio, appunto, il fondo nascosto e terribile che appare alla fine di tutto. Alla fine dello scuoiamento, di un infinito sacrificio.»

Se si riflette sulla circostanza che le cave di pietra e le miniere in genere rappresentano forse i cantieri più antichi della terra, diventa quanto mai centrata (e tutta da pensare) la visione della cava di marmo come «introibo a un’ostensione sacrificale»: quella dei reietti della terra, appunto, su cui si concentra l’attenzione del narratore.

Negli anni Ottanta, infatti, il «caso Farmoplant» – la Chernobyl italiana.

Nell’87 ci fu un referendum consultivo per domandare alla popolazione se il polo chimico apuano dovesse chiudere o meno. La vittoria fu clamorosa: quasi il 72% si espresse per la chiusura: «Il sindaco revocò le licenze, ma il Tar ordinò la riapertura. Fabbrica sicura al 99,99 %, era scritto. Il 17 luglio 1988 l’incidente definitivo. Esplodono i fusti di Rogor, il pesticida più nocivo, che la Farmoplant spacciava come il più puro dell’universo (memorabile l’amministratore delegato: “Io col Rogor mi ci lavo la faccia”). Chi poté scappò da Massa, quel giorno, fu vero panico. Chi restò andò sotto il palazzo ducale a protestare e venne caricato e manganellato dalla polizia. Ma per la Farmoplant fu la fine.»

Ne nacque l’embrione di un movimento ambientalista che ancora oggi, nella zona di Massa e di La Spezia, mostra tutta la sua forza pioneristica, per ampiezza e organizzazione, sul fronte della costituzione di Gruppi di Acquisto Solidali e Distretti di Economia Solidale, tanto che l’agricoltura è l’unico settore scampato alla crisi, con un sonoro + 8 % nel 2011.

«Del resto è stata lunga la storia dell’infestamento di questa terra. […] Anche l’industria, qui, era nata dal marmo. E fu per la crisi del marmo, quando l’autarchia fascista aveva fatto crollare le esportazioni, che il regime – il ras Renato Ricci in testa – decise di creare la Zona Industriale Apuana. […] I grandi industriali del Nord scesero a colonizzare la piana tra Massa e Carrara, avendo a disposizione pure una grande forza lavoro a basso costo. Siderurgia, meccanica, chimica. Poi venne la guerra.»

Quando la Zona Industriale Apuana prese avvio, nel ’38,  si cominciarono a produrre gas asfissianti, oltre che pesticidi: «Iprite, a quanto pare. C’era una guerra in Etiopia, se ne avvicinava un’altra, e c’era bisogno di armi. Sacrificare un po’ di contadini della piana apuana era questione secondaria, di ben irrisorio valore. Sempre di colonie si trattava.»

La Zona Industriale continuò a pieno regime fino agli anni Ottanta. La chimica di Montecatini e Rumianca. La cokeria della Cokapuania. La meccanica fine della Riv. I mobili da ufficio della Olivetti. La carpenteria avanzata del Nuovo Pignone. Poi, pezzo per pezzo, venne smantellata. Le grandi aziende, che detenevano i due terzi di tutta l’occupazione industriale, vennero ristrutturate. Ovvero, abbandonarono il campo.

«Si usciva dal fordismo, era ormai tramontata “l’età dell’oro” di un capitalismo costretto a mediare con le rivendicazioni dei lavoratori. Si entrava rapidamente in una nuova, ruggente, feroce fase storica, che avrebbe triturato tutto e tutti. Ancora una volta, il buco nero degli anni Ottanta, che hanno fatto tabula rasa di ogni storia. La forma delle aree deserte della Zona Industriale e il vuoto riverberato nella via del centro dalle merci nelle vetrine sono la stessa, letale traccia di quel decennio.»

Ma al tempo della Farmoplant come in piazza delle Erbe nel ’44, «ha giocato molto il ruolo delle donne, erano loro che prendevano le iniziative, tempestavano la prefettura con centinaia di telefonate, centinaia e centinaia… Dalle finestre delle loro case guardavano dentro la fabbrica, avevano imparato a leggere i movimenti di persone dentro e capire se c’era stato un incidente.»

Ecco che torna «il contro in testa», vero genius loci dalle possibilità inespresse: «La Zona Industriale ha unito Massa e Carrara ben prima di Lotta Continua. E l’ha unite nel disastro, come quelle acque bianche e nere che andavano a confluire nello stesso mare.»

Pur nel disastro, infatti, o meglio per sua diretta conseguenza, il male diventa l’altro nome della nostra capacità di rinnovarci, di cambiare radicalmente, perché come l’adulto discende dal bambino così il futuro si fonda a partire da una reinterpretazione del passato.

L’anarchia, d’altra parte, cerca i suoi modelli nella giovinezza dell’umanità (Junger, Lo stato mondiale):[1] potremmo dunque leggere questa vicenda come la storia di una giovinezza, di un giovane che voleva cambiare il mondo e si trova davanti, in pieni anni Ottanta, il deserto del reale, a cui ci si oppone con una pratica resistenziale che è soprattutto una pratica pedagogica.

«Massa è un luogo in cui ancora può darsi un pastore che vede la Madonna. Massa conserva ancora i tratti di una premodernità mai superata, o trapassata troppo in fretta, che torna perciò a singhiozzo e sussulti, come un non-morto nelle notti dei sogni incubosi, che torna tra i buchi e gli strappi delle cicatrici di cemento, asfalto e paraboliche che hanno saturato questo lembo di terra compressa tra la catena di monti, vissuti come troppo incombenti, e un mare che i massesi hanno sempre avuto in sospetto. È anche per questo che qui hanno dimorato i visionari.»

Per diretta conseguenza, persino la prosa dell’autore è un confronto/scontro con l’identità e la prosa poematica del novecento, una rammemorazione che è anche una festa di liberazione dai fantasmi del passato: nel libro compaiono qua e là gli inserti di un testo precedente, un testo giovanile che cercava di abbracciare il deserto del reale con uno sguardo tanto dritto da apparire orbo, fuori fuoco.

«Nello sbucare dal buio sottopassaggio, gli occhi erano stati abbagliati dalla luce improvvisa di quel sole che brillava algidamente. Stava, Evasio, come mettendo a fuoco da una differente prospettiva quanto lo circondava, ciò di cui aveva, finalmente, per la prima volta, una chiara visione. Quella città gli si rivelava come un ammasso disordinato di cose, e quel disordine propagantesi dal centro alla periferia, e indietro da questa a quello, tanto che non esistevano più né l’uno né l’altra, ma solo una grande, magmatica nebulosa

Differente da questo precedente progetto narrativo autobiografico la difficile ma riuscita operazione che l’autore affronta qui: quella di infilare la testa nell’acqua dei ricordi e nello stesso tempo cogliersi da fuori, sulla distanza.

Mi sembra in conclusione di poter dire, per chi abbia seguito o voglia seguire la produzione letteraria di Rovelli, che questo libro rappresenti il momento di passaggio dall’inchiesta saggistica, dal reportage narrativo, alla forma romanzesca vera e propria, che già si annuncia con la pubblicazione, in settembre per Bebés, del romanzo d’esordio “Il rovescio del sangue”. All’insegna di una «debole forza messianica» del narratore (Benjamin), che dentro una sorta di «interpretazione figurale» (Auerbach) della propria vita, adempie quanto rimasto aperto – domandativo, doloroso – del suo passato, e lo redime.

 

[1]        . Ironia della sorte, il figlio di Junger, arrestato per attività di opposizione al regime nazista nel febbraio del 1944, venne inviato sul fronte occidentale della Linea Gotica, e trovò la morte a Carrara nel novembre dello stesso anno: una sinistra coincidenza per l’autore del “Trattato del ribelle”, da molti considerato un inno all’anarchia, e di “Sulle scogliere di marmo” (1939) – libro preveggente, anti-nazista, probabilmente ispirato da un viaggio in Dalmazia ma leggibile come una dantesca discesa agli inferi che prende avvio dalla coreografia allucinata di una cava apuana.

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Genova, il tempo delle scuse https://minimaetmoralia.it/interventi/genova-il-tempo-delle-scuse/ https://minimaetmoralia.it/interventi/genova-il-tempo-delle-scuse/#comments Tue, 10 Jul 2012 09:52:26 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8626 È di qualche giorno fa la notizia della sentenza della Cassazione sull'irruzione alla Diaz. Pubblichiamo una riflessione di Emiliano Sbaraglia.

di Emiliano Sbaraglia

Dopo quelle di Antonio Manganelli, attuale capo della polizia, sono arrivate anche le scuse di Gianni De Gennaro, che all’epoca, cioè nei giorni del G8 di Genova, ricopriva lo stesso ruolo. Meglio tardi che mai, si dice. Il problema è che oggi De Gennaro parla da sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega ai servizi segreti. Immagino le pressioni e lo sforzo che gli è costato arrendersi a certe dichiarazioni. De Gennaro ha fatto carriera in questi anni, come i vari Luperi, Gratteri Canterini, tutti responsabili della mattanza alla Diaz e delle torture di Bolzaneto. E ora tutti condannati in Cassazione (a parte il capo), con sentenza definitiva. Meglio tardi che mai? Si dice, ma è tutto da verificare. Resta il fatto che dalle zone cosiddette rosse non di Genova, ma dei partiti “sinistri” e oggi sinistrati della politica italiana, di investiture e coperture per il signor De Gennaro & C. ne sono arrivate parecchie in questo decennio e oltre, a cominciare dal suo “tutor” ufficiale, Luciano Violante. D’altra parte, pochi mesi prima (marzo 2001), nel corso del vertice Osce a Napoli si erano registrate scene molto simili a quelle che poi hanno fatto la storia del G8, con manifestanti inseguiti e picchiati in zona Castel dell’Ovo, prima di essere tradotti nella caserma Raniero, per finire i conti. Presidente del Consiglio, allora, Massimo D’Alema. Poi arrivò maggio, la vittoria di Berlusconi, con Fini vicepremier. L’occasione per omaggiare gli elettori “duri e puri” era troppo ghiotta, e così andò.

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È di qualche giorno fa la notizia della sentenza della Cassazione sull’irruzione alla Diaz. Pubblichiamo una riflessione di Emiliano Sbaraglia.

di Emiliano Sbaraglia

Dopo quelle di Antonio Manganelli, attuale capo della polizia, sono arrivate anche le scuse di Gianni De Gennaro, che all’epoca, cioè nei giorni del G8 di Genova, ricopriva lo stesso ruolo. Meglio tardi che mai, si dice. Il problema è che oggi De Gennaro parla da sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega ai servizi segreti. Immagino le pressioni e lo sforzo che gli è costato arrendersi a certe dichiarazioni. De Gennaro ha fatto carriera in questi anni, come i vari Luperi, Gratteri Canterini, tutti responsabili della mattanza alla Diaz e delle torture di Bolzaneto. E ora tutti condannati in Cassazione (a parte il capo), con sentenza definitiva. Meglio tardi che mai? Si dice, ma è tutto da verificare. Resta il fatto che dalle zone cosiddette rosse non di Genova, ma dei partiti “sinistri” e oggi sinistrati della politica italiana, di investiture e coperture per il signor De Gennaro & C. ne sono arrivate parecchie in questo decennio e oltre, a cominciare dal suo “tutor” ufficiale, Luciano Violante. D’altra parte, pochi mesi prima (marzo 2001), nel corso del vertice Osce a Napoli si erano registrate scene molto simili a quelle che poi hanno fatto la storia del G8, con manifestanti inseguiti e picchiati in zona Castel dell’Ovo, prima di essere tradotti nella caserma Raniero, per finire i conti. Presidente del Consiglio, allora, Massimo D’Alema. Poi arrivò maggio, la vittoria di Berlusconi, con Fini vicepremier. L’occasione per omaggiare gli elettori “duri e puri” era troppo ghiotta, e così andò.

L’omicidio di Carlo Giuliani, i colpi di tonfa elargiti a profusione, l’assalto alla Diaz, la vergogna di Bolzaneto, dove si doveva sfilare tra gli agenti in divisa cantando “Uno due tre, viva Pinochet”. Dopodiché tutti a difendere, tutti a omaggiare l’enorme sforzo compiuto dalle forze dell’ordine per salvaguardare la democrazia e la civiltà dai barbari (e comunisti, naturalmente), black block e affini. Alcuni dei quali, vale la pena rammentare, uscivano così (s)mascherati dalle stesse caserme genovesi. E alcuni di quelli che difendevano e omaggiavano, adesso hanno avuto il coraggio di firmare articoli con titoli che inneggiano alla “giustizia è fatta” (controllare “Il tempo” e “Libero” dei giorni scorsi); tanto chi li ricorda gli articoli di un decennio fa?

Difficile invece dimenticare quei giorni. E il mio ricordo è legato anche a minimum fax. Venerdì 20 luglio 2001 ero infatti a Cosenza, insieme a Valerio Piccolo, per un reading-concerto di Suzanne Vega, per promuovere il suo libro di poesia/canzone, “Solitude Standing”. In serata, mentre giungevano notizie e immagini della morte di Carlo, un centinaio di ragazzi tra il pubblico che stava riempiendo il parco comunale di Cosenza decise di occupare il palco. Seguirono trattative infinite per convincerli a far suonare l’artista. Alla fine il compromesso furono soltanto due canzoni, chitarra e voce senza band, da dedicare alla memoria di Carlo Giuliani.

Rientrammo in albergo verso le due di notte, e Suzanne Vega volle rimanere a guardare la tv nella hall per capire quanto fosse accaduto. Poi, senza dire niente, piangendo salì in stanza a preparare le valigie.

Albeggiava mentre presi il primo treno verso Roma. Valerio scese a Napoli. Arrivato a Termini, decisi di proseguire in macchina sino a Genova, insieme ad altri amici. Il resto è la storia del G8, che finalmente in questi giorni comincia a profumare di verità, dopo l’odore acre dei lacrimogeni, del sangue proprio e altrui, le urla di terrore. Dopo un decennio di bugie e depistaggi, di omertà e omissioni, che dentro fanno male più delle ferite in superficie. E durano più a lungo.

Arnaldo Cestaro, oggi ultraottantenne, sabato 21 luglio 2001 trovò alla Diaz un rifugio dove dormire, con tutte le conseguenze del caso. Ha atteso la sentenza aggrappato alla sbarra e al suo bastone. Poi con le lacrime agli occhi commenta: “Dopo undici anni da suddito torno a essere un cittadino”.

Insieme ad Arnaldo, sono molti a provare una sensazione simile.

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Anni zero https://minimaetmoralia.it/libri/anni-zero/ https://minimaetmoralia.it/libri/anni-zero/#comments Thu, 26 Nov 2009 09:13:37 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=1228 Questo articolo è apparso su Repubblica di Giorgio Falco Un tentativo di decifrare quest’epoca sfuggente benché apparentemente notiziabile in ogni sua forma scritta, visiva, sonora. Anni zero 2001 – 2009 Almanacco del decennio condensato è un’antologia di articoli e saggi scritti negli ultimi otto anni. Mi sono chiesto se fosse più adeguata la definizione decennio […]

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Questo articolo è apparso su Repubblica

di Giorgio Falco

Un tentativo di decifrare quest’epoca sfuggente benché apparentemente notiziabile in ogni sua forma scritta, visiva, sonora. Anni zero 2001 – 2009 Almanacco del decennio condensato è un’antologia di articoli e saggi scritti negli ultimi otto anni. Mi sono chiesto se fosse più adeguata la definizione decennio condensato o piuttosto decennio concentrato, ma concentrato oltre a qualcosa di ristretto e soprattutto assorto, prevede l’eliminazione – come nel caso delle conserve alimentari – dell’acqua. Condensato, benché simile nel processo, pare più morbido e asettico, quasi materno e alieno latte condensato, e questi anni violenti e tragici ci hanno abituato – almeno nella parte di pianeta che consideriamo essere il mondo – all’occultazione, all’evanescenza. Condensato dà l’idea di trasformazione e non di eliminazione, trasformazione continua per una vita allestita sotto una grande cappa, che alterna il vapore alla liquidità, al sole beige accecante. Gli anni zero nell’antologia iniziano con l’assassinio di Carlo Giuliani e – passando attraverso l’11 settembre, guerre, disastri ambientali, crisi economiche ed emergenze sanitarie – terminano con la morte di Michael Jackson.
Pur con alcuni esiti disuguali, il merito del libro – e della sequenza che diviene linguaggio interno all’opera – è quello di far coesistere autori e argomenti molto diversi tra loro senza creare l’effetto per cui tutto è equivalente, in un mondo triste e gioioso, intervallo ininterrotto di segni e messaggi, di verità labili, intercambiabili. Contro l’ingenuità opportunistica e ironica del cinismo, senza cedere a moralismi condivisibili e ricattatori, è bene ricordare che tra la cassa da morto di Michael Jackson e lo spazio concesso a un rifugiato politico o a un apolide, c’è differenza; tra il maiale nell’allevamento intensivo – magari il virus è partito proprio da quell’anonimo maiale (le stelle sono tante/milioni di milioni/ diceva un jingle profetico anni fa) – e un terzino coreano allenato (o allevato?) dall’olandese Gus Hiddink, c’è differenza; tra il sistema di controllo finanziario e la visita di un otorino dopo gli attentati dell’11 settembre, c’è differenza; così come tra un villaggio per pensionati scandinavi in Tailandia e un centro di permanenza temporanea. Il nostro compito è intercettare quei punti di contatto nei quali si cela la struttura dell’intero fluire, l’illimitata circonferenza senza centro, bordo sul quale viviamo. Ogni ferita – per quanto suturata da infiniti eventi – porta la voglia di fare una cernita dei fatti più significativi, la lista da cui partire per un’analisi, evitando il compiacimento e la suggestione del ricordo ninna nanna. L’Italia di questi anni è stato un luogo potente, una nazione faticosa, sfinente e stimolante in cui vivere. Gli anni zero lasciano la vertiginosa oscillazione collettiva tra indifferenza e indignazione, due stati d’animo che a prima vista sembrano opposti, ma in verità quasi coincidono, perché entrambi delegano l’azione a qualcun altro, soprattutto quando l’indignazione si esprime in sterili campagne web, surrogati delle nostre voci, quelle vere. Almeno nella segretezza dei nostri pensieri indifferenti, si combatte, a volte, qualcosa, mentre l’indignazione è oscena, si risolve tutta in se stessa, platealmente, e quasi mai porta ad agire, attende da dio, dal poliziotto, dal giudice, dal caporeparto, dal numero di contatti la risoluzione di quel sentimento. Sono stati gli anni in cui abbiamo accettato una pellicola tra i fatti e la narrazione dei fatti, e quella pellicola è diventata tutto, il camuffamento visibile del reale, grazie al quale abbiamo creduto di raggiungere – con la continua messa in onda di immagini, parole e suoni – una vicinanza maggiore; anni zero in cui l’archivio – visivo, scritto, sonoro – ha cercato di fagocitare ogni cosa, per diventare, pur nella frammentazione, una sola, immensa immagine e parola, sincronizzata e replicabile, un unico infinito suono; e al tempo stesso, ogni singola immagine e parola, ogni piccolo suono, ha cercato di diventare autorevole, per il solo fatto di esistere all’interno dell’archivio: anche questo spiega il successo di YouTube e la diffusione definitiva del web. Sono stati gli anni zero – italiani – in cui si è consolidata l’abitudine di chiamare per nome persone coinvolte in fatti pubblici, cruenti, tragici, futili, docili, forse un prolungamento del reality, delle sue logiche di eliminazione e falsa condivisione confidenziale: Erika, Chiara, Alberto, Belen, Eluana, Meredith, Raffaele, il piccolo Tommy, il piccolo Samuele, Amanda, Olindo, Silvio, Rosa, Mike. Il corpo sociale distrutto è diventato un insieme illimitato di nomi, di pelle valicabile inserita nella sparizione, come se tutti questi nomi fossero l’unico grande corpo rimasto, senza testa, senza organi, come Giorgio, che adesso sta finendo questo pezzo.

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