Carlo Lucarelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/carlo-lucarelli/ un blog di approfondimento culturale Thu, 26 Oct 2017 09:38:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Carlo Lucarelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/carlo-lucarelli/ 32 32 Ricordando Severino Cesari https://minimaetmoralia.it/interviste/i-ventanni-di-stile-libero/ Thu, 26 Oct 2017 09:35:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31206 Severino Cesari ci ha lasciato ieri notte. Lo ricordiamo riproponendovi questa intervista uscita originariamente su Repubblica per i vent'anni di Stile Libero, la collana fondata assieme a Paolo Repetti.

di Gregorio Botta

Sono la strana coppia dell'editoria italiana, gli ex ragazzi terribili che violarono il sacro tempio dell'Einaudi con giovani scrittori, disc jockey, epistolari amorosi rubati alla rete, videocassette, comici, persino con "Striscia la Notizia".Sono passati vent'anni, mille titoli pubblicati, 17 milioni di copie vendute.

L'articolo Ricordando Severino Cesari proviene da Minima et Moralia.

]]>
einaudi

Severino Cesari ci ha lasciato ieri notte. Lo ricordiamo riproponendovi questa intervista uscita originariamente su Repubblica per i vent’anni di Stile Libero, la collana fondata assieme a Paolo Repetti.

di Gregorio Botta

Sono la strana coppia dell’editoria italiana, gli ex ragazzi terribili che violarono il sacro tempio dell’Einaudi con giovani scrittori, disc jockey, epistolari amorosi rubati alla rete, videocassette, comici, persino con “Striscia la Notizia”.Sono passati vent’anni, mille titoli pubblicati, 17 milioni di copie vendute.

Paolo Repetti e Severino Cesari, direttori editoriali di Stile Libero, possono legittimamente festeggiare. Il primo è conosciuto per essere un aggressivo manager, smaliziato stratega della comunicazione, un surfista dei social, tanto estroverso da aver scritto un libro sulla sua leggendaria ipocondria. L’altro è invece un riservato, sottile intellettuale, di solito schivo e silenzioso, che iniziò il mestiere curando la cultura del manifesto e pubblicando un libro- intervista con Giulio Einaudi: un “geologo della letteratura”.

La domanda è: come diavolo avete fatto a restare affiatati per vent’anni, in un mestiere che di solito è un’assoluta monocrazia?

Cesari: “La verità è che siamo complementari. Io non potrei mai fare alcune cose che fa Paolo: non voglio avere nulla a che fare con i soldi, per esempio, darei qualsiasi cifra a tutti. E poi non abbiamo mai litigato, mi fido di lui. Nella vita è un indeciso cronico, (basta vederlo davanti a un menù al ristorante), ma non lo è sui libri. Quando discutiamo a un certo punto lui scarta di lato e propone una scelta inaspettata. In quel momento cambia persino voce: sembra abitato da un daimon.
E in questo mestiere bisogna essere ispirati”.

Repetti: “È vero, siamo come il giorno e la notte. Severino ha il cellulare quasi sempre spento, io se non ricevo trenta chiamate al giorno mi deprimo. Lui ha un rapporto profondo con gli autori e con i testi, è il custode della casa, la vestale del tempio. Io sono quello che esce a procacciare la selvaggina. Ma nelle scelte editoriali Severino è spericolato quanto me”.

D’accordo, siete il gatto e la volpe. Partiamo proprio dalla spericolatezza che vi ha unito. Galeotta fu Theoria, la casa editrice dove vi incontraste: era destinata a fallire, ma fu un po’ la culla di Stile libero.

Repetti: “Sì. Era il periodo dei giovani scrittori: erano diventata una categoria estetica. Ma eravamo stanchi di vederceli soffiare man mano che raggiungevano un minimo di successo: sembravamo l’Atalanta della Juve”.

E così vi chiamò Einaudi.

Severino: “Avevamo preparato una lista: accanto ai giovani scrittori volevamo lanciare anche libri di saggi e varia che tracciassero una mappatura contemporanea dei nuovi saperi. In realtà era solo un fogliettino: Ammaniti, Vinci, Lucarelli e qualche altro. Il primo a chiamarci, in verità fu Ferrari, alla Mondadori, ma alla fine preferimmo l’Einaudi: per noi era il mito, l’adoravamo”.

Non foste accolti con grandi applausi.

Severino: “Ancora sento il gelo di quella riunione al famoso tavolo ovale. Ci fu un certo silenzio, qualcuno chiese: “Ah, Lucarelli chi?” Ma avevano una ricerca di mercato che diceva che il loro lettore stava invecchiando. E ci fu data fiducia. Giulio Einaudi ci appoggiava assolutamente, anche se silenziosamente. E poi Ernesto Franco, Giorgio Cavagnino e più tardi Enrico Selva Coddè ci hanno sempre sostenuto e ci hanno lasciato tutta la libertà che volevamo “.

Gli presentaste un progetto culturale un po’ irriverente… 

Repetti: “Noi sentivamo un cambiamento nell’aria. Sapevamo – anche se allora non era così chiaro come ora – che la crisi del Moderno riguardava anche l’editoria. Era finita l’autorevolezza delle élite e della tradizione letteraria. E di conseguenza della critica. Il canone novecentesco cadeva e con esso la pedagogia e la cattedra dell’autore. La nuova scrittura si presentava come una forma di surf onnivoro sul presente, libera dall’ossequio per i padri del passato. L’enciclopedia di riferimento dei giovani autori era eclettica: si erano formati sui classici, certo, ma nel loro universo c’erano anche fumetti, tv, cinema, videogiochi”.

Severino: “Il libro – e dunque l’editore – non era più centrale nella trasmissione del sapere. Una volta era l’albero da cui discendeva tutto. Ma già allora non c’era più, c’erano una serie di cespugli, una struttura rizomatica. Noi abbiamo cominciato a fare editoria percependo questa linea di faglia. Il nostro programma era trovare l’energia di questa frontiera, cercare un lettore nuovo, figlio di questa rottura.

Cercavamo libri possibili che ancora non c’erano. Barthes diceva che il signore sta nei trivi e nei quadrivi: noi cercavamo là. Ammaniti ha iniziato scrivendo Fango, e noi sentivamo in lui una potenza innovativa fortissima oltre a un dominio della forma. Era un cannibale, oggi è diventato un classico, un long seller letto a scuola, e siamo orgogliosi che sia successo anche grazie a noi”.

D’accordo, però qualche titolo di cui vergognarsi l’avete pubblicato… 

Repetti: “Vergognarsi no, ma diciamo che del libro del dj Albertino (1997) non vado fierissimo. E facemmo anche errori clamorosi: per esempio abbinare al saggio di Antonio Ricci sulla tv, che era una chicca, una videocassetta con il meglio di Striscia la Notizia.
Una follia. Però è vero che giocavamo anche con l’effimero: pubblicammo un epistolario d’amore uscito sul web tra due ragazzi. Molti storsero il naso. Paolo Fossati ci disse: bene, siamo passati da Jacopo Ortis a Norman e Monique. E anche con Gioventù cannibale ci dissero che esageravamo. Ma confesso che avevamo deciso di approfittare anche delle levate di scudi. Le polemiche ci facevano gioco: era saggio cavalcarle”.

Si, sappiamo che Stile libero padroneggia bene il marketing. E “gioventù cannibale” fu un grandissimo slogan. Ma dietro c’era qualcosa di reale? Non ne è rimasto molto…

Repetti: “Nego nel modo più assoluto: non era un’operazione di marketing, era pura editoria. È nella logica delle antologie segnalare una tendenza: che poi non tutti gli autori rimangano a galla è fisiologico. Quella raccolta è stata un successo perché raccoglieva la narrazione di un’antropologia inedita, squinternata, border line, che si affacciava per la prima volta sulle pagine di un libro, ma corrispondeva a qualcosa di reale”.

Severino: “Pensa che all’inizio la raccolta doveva chiamarsi Spaghetti splatter, ma con quel titolo quanti lettori avrebbe avuto? Solo quando trovammo il nome “gioventù cannibale”, che era una citazione di Andrea Pazienza, decidemmo di uscire. Ecco, in fondo il marketing fu tutto qui”.

Stile libero è decollata con loro, assieme ai comici e alla saggistica. Poi c’è stata la fase delle videocassette, con il clamoroso successo della Smorfia, di Benigni, il Vajont di Paolini, il teatro di Dario Fo e tanti altri. Infine è arrivata la fase del noir. Che oggi domina le classifiche: possibile che la letteratura esista solo nel segno della crime story?

Repetti: “È vero, su 10 libri di letteratura 5 sono legati al noir. Siamo nella fase della definitiva affermazione del crime italiano, che ha raggiunto una sua maturità e originalità. È facile capire perché: la nostra storia è piena di misteri irrisolti, siamo giocoforza appassionati di complotti. Il noir racconta un pezzo importante della nostra storia e del nostro Paese. Così si spiega il successo di autori come de Giovanni, De Cataldo. Per non parlare di Carofiglio. O di Nesbo, per gli stranieri.

Però abbiamo grandissimi risultati anche con la non fiction: basta pensare a Open di Agassi o a Così è la vita di Concita De Gregorio. La ricerca letteraria è molto più difficile oggi: ma non è certo un motivo per rinunciare alla qualità di autori come Giorgio Falco o Vitaliano Trevisan. Il nostro è un mestiere alchemico: bisogna miscelare ricerca e mercato “.

Quando siete nati, a maggio di 20 anni fa, nella top ten, guidata da Baricco con Seta, figuravano persino due libri di poesia (Kavafis e Leopardi). È vero che c’erano anche Giobbe Covatta e Maria De Filippi, ma erano gli unici due intrusi, tutto il resto era pura letteratura. Oggi abbiamo due autori youtuber e due libri di diete: i non-libri sono raddoppiati. Sugli scaffali regnano titoli leggeri e pop. Avete vinto, la vostra profezia ha trionfato. Fin troppo.

Repetti: “Io trovo questo un elemento di maturità dell’industria culturale italiana. Le classifiche dell’estero sono, se non peggio, come le nostre. Dobbiamo capire che è cambiato tutto. C’è un conformismo del gusto che trionfa e cresce. Un tempo c’erano i grandi bestseller mondiali. Ma oggi sono nati i gigaseller: fenomeni come Harry Potter, le Sfumature. Siamo in un altro mondo. Oggi vince il mainstream dell’intrattenimento globale “.

L'articolo Ricordando Severino Cesari proviene da Minima et Moralia.

]]>
Un festival per raccontare la scrittura e gli scrittori https://minimaetmoralia.it/scrittura/scrittura-festival/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/scrittura-festival/#comments Wed, 13 May 2015 14:00:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26803 Dal 18 al 24 maggio a Ravenna si terrà la seconda edizione di Scrittura festival. Pubblichiamo un intervento del direttore artistico Matteo Cavezzali. (Fonte immagine)

di Matteo Cavezzali

C’è chi scrive per raccontare una storia. C’è chi scrive per ammazzare il tempo. C’è chi scrive perché non sa fare altro. C’è chi scrive perché gliel’ha ordinato la maestra. C’è chi lo fa per necessità. C’è chi scrive per dire che è in ritardo, chi per mandare un bacio, c’è chi scrive perché un giorno non ci sarà più. C’è chi scrive per fermare un pensiero sulla carta. C’è chi scrive per non dimenticare, chi per dimenticare. C’è chi scrive prima di andare a letto e chi scrive perché non riesce a dormire. C’è chi scrive perché vuol ricevere apprezzamenti, c’è chi scrive perché non ha paura di farsi odiare. C’è chi scrive perché ha un libro in testa, c’è chi scrive perché vuole essere chiamato “scrittore”. C’è chi scrive perché non ha voce per gridare. C’è chi scrive come terapia. C’è chi scrive perché è innamorato e quella sera c’è la luna piena. C’è chi scrive perché si annoia. C’è chi scrive perché è stonato o non sa disegnare. C’è chi scrive perché si è trovato una penna in mano e un foglio bianco. C’è chi scrive davanti alla finestra, chi sul treno e chi sul water. C’è chi scrive perché il computer non riesce più a connettersi a internet. C’è chi scrive solo per portarsi a letto le ragazze. C’è chi scrive perché ha un rimorso.

L'articolo Un festival per raccontare la scrittura e gli scrittori proviene da Minima et Moralia.

]]>
image-articolo-david-grossman-se-comandassero-le-donne-non-ci-sarebbe-la-guerra

Dal 18 al 24 maggio a Ravenna si terrà la seconda edizione di Scrittura festival. Pubblichiamo un intervento del direttore artistico Matteo Cavezzali. (Fonte immagine)

di Matteo Cavezzali

C’è chi scrive per raccontare una storia. C’è chi scrive per ammazzare il tempo. C’è chi scrive perché non sa fare altro. C’è chi scrive perché gliel’ha ordinato la maestra. C’è chi lo fa per necessità. C’è chi scrive per dire che è in ritardo, chi per mandare un bacio, c’è chi scrive perché un giorno non ci sarà più. C’è chi scrive per fermare un pensiero sulla carta. C’è chi scrive per non dimenticare, chi per dimenticare. C’è chi scrive prima di andare a letto e chi scrive perché non riesce a dormire. C’è chi scrive perché vuol ricevere apprezzamenti, c’è chi scrive perché non ha paura di farsi odiare. C’è chi scrive perché ha un libro in testa, c’è chi scrive perché vuole essere chiamato “scrittore”. C’è chi scrive perché non ha voce per gridare. C’è chi scrive come terapia. C’è chi scrive perché è innamorato e quella sera c’è la luna piena. C’è chi scrive perché si annoia. C’è chi scrive perché è stonato o non sa disegnare. C’è chi scrive perché si è trovato una penna in mano e un foglio bianco. C’è chi scrive davanti alla finestra, chi sul treno e chi sul water. C’è chi scrive perché il computer non riesce più a connettersi a internet. C’è chi scrive solo per portarsi a letto le ragazze. C’è chi scrive perché ha un rimorso.

Pensando a tutti loro è nata l’idea di creare un festival, per chiedere agli scrittori cos’è per loro la scrittura. Perché hanno deciso di scrivere e in che modo hanno voluto farlo. Lo abbiamo chiamato semplicemente “Scrittura festival” e da due anni si svolge a Ravenna dal 18 al 24 maggio. Abbiamo scelto autori che con la propria penna avessero raccontato storie dal forte impatto sociale attraverso la narrazione, come Luis Sepulveda, ospite l’anno scorso, e David Grossman che sarà a Ravenna il 23 maggio.

Sepulveda e Grossman sono due autori che hanno vissuto, prima di scrivere. Hanno messo la propria vita in gioco. Sepulveda trascorrendo anni nelle carceri della dittatura di Pinochet, Grossman esponendosi in prima persona contro le politiche di Israele, al punto da vedersi negare il premio Israele per la letteratura per un esplicito veto posto da Nethanyau. Hanno vissuto, e poi hanno scritto.

Hemingway diceva che non si può scrivere senza prima aver vissuto. Non so se sia vero, ma per loro è stato così. Per altri forse lo è stato meno. Philip Dick sicuramente non aveva mai visto androidi o cloni, ma la sua vita era stata movimentata al punto da farla allontanare molto dalla norma. Nel bene o nel male. Su Bukowski si sente dire di tutto, anche che fosse in realtà un bravo ragazzo lontano dagli eccessi che descriveva. Anche se in molti lo hanno visto spesso all’ippodromo. Kafka o Pessoa avevano vite meno romantiche, ma non per questo non sono stati grandi autori. E allora cos’è che ci porta a scrivere? Qual è quell’impulso che porta una persona a scrivere una storia anziché a raccontarla a voce agli amici o dimenticarla?

Pare che il primo testo scritto sia comparso negli ultimi secoli del quarto millennio prima di Cristo in Mesopotamia. Non era un racconto, né tantomeno una poesia, ma si trattava dell’archivio di un magazzino. Quanto grano era entrato, quanto ne era uscito e soprattutto chi aveva dei debiti da saldare con il proprietario. Insomma forse l’inventore della scrittura era un commerciante che voleva ricordarsi chi gli doveva dei soldi. Un inizio che dava poche speranze, direi. Come si è arrivati a Shakespeare e Dante partendo da un elenco di debitori della Mesopotamia? Beh, ovviamente il linguaggio scritto è un contenitore che si adatta e si modifica a seconda del contenuto. I linguisti hanno compiuto studi molto affascinanti per scoprire se in una persona nasce prima il pensiero, che viene poi ordinato nella parola, o se è la stessa parola che ha in qualche modo generato il pensiero dandogli una forma.

Lo stesso procedimento, in maniera leggermente diversa, si potrebbe riportare alla parola scritta. Perché scriviamo diversamente da come parliamo? Cambiamo modo di pensare quando parliamo con un lettore sconosciuto, di cui non sappiamo nulla, rispetto a una persona che abbiamo davanti in carne e ossa? Il retaggio culturale che ha portato il linguaggio scritto ad allontanarsi della forma orale sarà forse superato con il massiccio uso della scrittura “istintiva” introdotto dai social network? Sicuramente questi nuovi mezzi che riportano in auge la scrittura influiranno molto nei giovani autori, ma in che modo? Seguendone i canoni (e anche i vizi) o discostandosene?

A Scrittura festival parleremo anche di questo. Parleremo di libri, di editoria e di parole. Ne parleremo con editori, giornalisti e autori come Andrea De Carlo, Marco Missiroli, Carlo Lucarelli, Christian Raimo, Lidia Ravera e Francesco Piccolo, che peraltro ha scritto un interessantissimo pamphlet intitolato “Scrivere è un tic” edito da minimum fax proprio sui metodi e le piccole ossessioni degli scrittori. Nel libro Piccolo parla di chi non riusciva a scrivere senza caffè come Balzac e anche di chi per vivere faceva un lavoro molto diverso dallo scrittore, come Fenoglio che lavorava per un’azienda vinicola e scriveva i suoi romanzi nel retro dei documenti. Documenti in cui l’azienda vinicola appuntava i nomi di chi gli doveva dei soldi, proprio come quell’antico mercante della Mesopotamia.

L'articolo Un festival per raccontare la scrittura e gli scrittori proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/scrittura/scrittura-festival/feed/ 2
Editoria, mercato e dibattito culturale: intervista a Paolo Repetti https://minimaetmoralia.it/editoria/intervista-a-paolo-repetti/ https://minimaetmoralia.it/editoria/intervista-a-paolo-repetti/#comments Mon, 23 Jun 2014 07:07:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21636 Quale sarà il futuro del libro e del dibattito culturale? Pubblichiamo un'intervista di Francesco Pacifico a Paolo Repetti, ideatore con Severino Cesari della collana Stile libero di Einaudi. L'intervista è uscita su Orwell, inserto culturale di Pubblico, il quotidiano di Luca Telese chiuso a dicembre 2012. 

Cosa pensi di «Orwell»? 

Mi piace molto la scelta di «Orwell» di fare un supplemento culturale non di recensioni o di pararecensioni, ma di commenti che potevano stare da «Aut aut» a una fanzine, con un gruppo di scrittori e intellettuali giovani e una discussione culturale che, per quanto a volte sia ironica e paradossale, non è frutto di un atteggiamento fintamente antagonistico come quello de «Il fatto quotidiano». Ovvero andare a vedere il complotto, svelare gli arcani segreti, cosa c'è dietro, cosa fanno gli editori. Ma appunto c'era un attacco di discussione culturale.

L'articolo Editoria, mercato e dibattito culturale: intervista a Paolo Repetti proviene da Minima et Moralia.

]]>
paolo-repetti-165743

Quale sarà il futuro del libro e del dibattito culturale? Pubblichiamo un’intervista di Francesco Pacifico a Paolo Repetti, ideatore con Severino Cesari della collana Stile libero di Einaudi. L’intervista è uscita su Orwell, inserto culturale di Pubblico, il quotidiano di Luca Telese chiuso a dicembre 2012. (Fonte immagine)

Cosa pensi di «Orwell»? 

Mi piace molto la scelta di «Orwell» di fare un supplemento culturale non di recensioni o di pararecensioni, ma di commenti che potevano stare da «Aut aut» a una fanzine, con un gruppo di scrittori e intellettuali giovani e una discussione culturale che, per quanto a volte sia ironica e paradossale, non è frutto di un atteggiamento fintamente antagonistico come quello de «Il fatto quotidiano». Ovvero andare a vedere il complotto, svelare gli arcani segreti, cosa c’è dietro, cosa fanno gli editori. Ma appunto c’era un attacco di discussione culturale.

Mi piace molto questo «attacco» perché si sarebbe potuto dire che da un’esperienza che nasceva da TQ poteva venire invece proprio quel tipo di atteggiamento.

Invece per fortuna non l’ho trovato. I pezzi potevano anche essere di critica culturale, però non con quell’atteggiamento fintamente minoritario da «vi diciamo noi la verità perché siamo fuori». Quindi c’era la sensazione, dal punto di vista di uno che sta dentro una casa editrice grossa e si confronta col mercato in modo piuttosto violento, di poter colloquiare.

Quindi non uno spazio che produce recensioni.

Partiamo da una sensazione abbastanza ovvia. Tre o quattro anni fa «il manifesto» fece una serie di interventi contro l’industria culturale, il mercato, le pagine dei giornali. Avevo trovato che quelle cose fossero espresse con un tono insopportabilmente minoritario e nostalgico, come se tutta la critica e la cultura derivate dalla Scuola di Francoforte si fossero ridotte oggi a un rimpianto per la perdita dell’aura. Mettendo da parte Benjamin – perché quello è un discorso tecnico molto giusto – la sensazione è che si guardino il presente e il futuro sempre solo in termini di perdita di qualcosa che prima c’era e adesso non c’è più: le librerie non sono più quelle di una volta dove c’era il libraio che ti consigliava il libro, i giornali non danno più spazio, gli editori fanno soltanto libri per il mercato. Cioè la perdita dell’aura come unica chiave di lettura dell’antagonismo e questa cosa mi fa venir voglia di dire: «Ragazzi, antagonismo culturale significa togliere spazio al mercato, non lamentarsi perché il mercato esiste». Perché il mercato esiste.

Ho quest’idea del mercato come entità acefala, senza altra ideologia che non sia semplicemente quella della conquista di spazi. Il mercato, dovunque trova un ostacolo, cerca di abbatterlo per creare degli spazi. Questa è la sua logica ed è inutile lamentarsi che sia fatto in questo modo perché alternativa al mercato non c’è. A meno che non ci si inventi una pianificazione di tipo sovietico, l’antagonismo culturale significa conquistare spazi dentro il mercato e opporsi cercando di togliere spazi a quella logica che tende semplicemente a crescere, a ingrandirsi e a espandersi.

In un certo senso quello che abbiamo cercato di fare con Orwell è stato togliere lo spazio del «che giornale leggi il sabato mattina? quello che ti fa la recensione preconfezionata o quello che ti spara l’entusiastico volo pindarico su un certo argomento?» 

Ma infatti in una situazione in cui il mercato, come sappiamo, è obiettivamente in crisi, è meglio non simulare un finto «esser fuori» oppure giocarsi la logica nostalgica della lamentela, perché non ci sono più gli spazi di una volta, e accettare di poter discutere semplicemente.

Siamo anche autori che pubblicano con editori come Einaudi, Mondadori, Rizzoli.

Il problema di quella che può essere chiamata appunto controcultura o tentativo di andare contro una logica puramente espansiva di mercato non appartiene soltanto a chi sta «fuori». È un problema che ci poniamo anche noi che stiamo all’interno di grandi gruppi editoriali. Attraversa tutto il mondo editoriale.

E come, nel tuo caso, con l’esperienza prima di Theoria e poi di Stile Libero?

Intanto ho la sensazione che siamo in un momento in cui quello che sta vincendo è la logica di un grande mainstream dell’intrattenimento globale. All’interno di questa logica ci sono i romanzi più complessi e le schifezze create dai libroidi. Però tutto quanto è nel segno dell’intrattenimento. Lo si nota molto negli Stati Uniti che sono ancora oggi il modello vincente nell’intrattenimento, dove non è più vero che esistono le grandi major multinazionali e poi gli indipendenti. Ormai le grandi major usano milioni di etichette indipendenti per portare la creatività dentro questo mainstream globale.

È anche un modello economico che funziona di più perché il rischio lo si dà agli indipendenti. Nel cinema è andata così negli ultimi vent’anni. 

Soprattutto nel cinema, ci sono decine e decine di piccole aziende di grande creatività – nel senso buono del termine – che vengono messe in relazione e in rete dentro questa logica dell’intrattenimento. Per cui anche la cultura alternativa diventa mainstream e intrattenimento.

È difficile allora trovare spazi alternativi dove le cose non siano considerate solo intrattenimento. 

Sì. Noi adesso usiamo categorie un po’ vecchiotte, legate all’avanguardia, qualcosa che rompe il linguaggio, che rompe gli schemi letterari, gli schemi di percezione di un oggetto culturale. Non voglio fare l’elogio dell’antagonismo tout court né un discorso nostalgico, però se penso alla formazione che potevamo avere noi da ragazzi, sui testi della grande saggistica di Roland Barthes, Foucault…

Che è quella su cui ci si forma anche adesso… 

Sì, però vedo che oggi gli ideologi del nostro tempo sono vissuti, passivamente ma in pieno, e i loro nomi sono Bezos, Zuckerberg e Steve Jobs. L’ideologia materiale non è fatta dalla controcultura ma da dei guru che hanno deciso, attraverso la tecnologia e non solo, i modi in cui noi stabiliamo le relazioni, la cornice dentro cui ci muoviamo.

Quindi l’intrattenimento collegato al problema della velocità? Vince questa idea perché è veloce. 

Non è soltanto veloce. Se il linguaggio che tu usi nei social network, utilizzando un’applicazione, o andando a comprare un libro, è creato da questi tre grandi gruppi, è ovvio che questi sono determinanti a livello ideologico. Ad esempio Steve Jobs ha creato un’estetica della nostra possibilità di accedere alla musica, ai video, ma non è soltanto un’estetica perché diventa un modello molto imperialistico di fruizione. Nel caso dei social network, Zuckerberg ha creato una dimensione di condivisione sociale che non esisteva e ha imposto un modo. Per noi editori, Bezos sta determinando la fine del modello di industria culturale come eravamo abituati a pensarlo. Quella fine è ormai nei fatti, ma da qui a subire passivamente l’idea che qualcuno metta i libri a un prezzo assolutamente inferiore a quello che gli editori possono fare e ha una capacità di distribuzione di una rapidità immediata…

Cioè rischia di diventare l’unico editore?

Per gli editori c’è uno spazio enorme all’interno di questa crisi, però è ovvio che, se lo si lascia fare, più che l’unico editore, Bezos diventa lui stesso editore e distributore di libri. A partire dalla nascita di Amazon, le conseguenze sono state tante, tra cui la chiusura di un’enorme catena di librerie. Sono tutti processi che hanno a che vedere con la tecnologia. Ma non con la tecnologia di per sé, quanto con il modo in cui è utilizzata e manipolata. Non dico che non bisogna comprare i libri da Amazon perché sono rapidissimi ad arrivare, costano poco e c’è un’offerta enorme. Però questo meccanismo in atto non può non innescare una riflessione per chi fa questo lavoro. Fino a poco tempo fa l’editore poteva controllare tutto il processo della catena del libro, dal manoscritto alla possibilità di colloquiare con l’autore, dalla stampa alla pubblicazione e all’accesso in libreria. Amazon, con il virtuale (l’ebook) e, in misura minore, con la carta, ci sta dimostrando che possiamo andare verso un mondo dove l’editoria, come Bezos stesso ha detto, è ininfluente. È il concetto di smaterializzazione del libro, per cui non esiste più l’oggetto con le rese, i magazzini, le librerie come posto dove si va fruire.

Hai detto che c’è un grande spazio per l’editoria. Quale sarebbe? 

Penso che la ricchezza dell’editore sarà sempre di più negli autori che ha e nella capacità di far sentire agli autori che la mediazione del marchio editoriale è un elemento non traducibile. Si può fare a meno della distribuzione in libreria probabilmente, ma non del filtro editoriale, dell’appartenenza a una certa comunità. Si ripropone il tema della cultura: se hai un progetto culturale – e ovviamente per progetto culturale intendo anche la capacità di un editore di far sentire che un autore è importante dentro quel progetto – il suo libro dentro quel marchio ha una sua visibilità e una diversa possibilità di essere recepito.

La messa in un contesto è fondamentale. È la prima cosa che fanno anche le riviste, a un livello più microscopico. Stile Libero ha avuto sempre questa caratteristica di cercare uno spazio in cui si potessero fare delle cose commerciali, delle cose strambe e degli autori solidi, che non fossero completamente scollegati da stramberie. 

Stile Libero, in questo suo dialogo continuo col mercato – perché è evidente che ce l’abbiamo e con «dialogo» intendo l’importanza che noi diamo al fatto di stare dentro al mercato – nasce da un’idea di Giulio Einaudi. Quando noi proponemmo Stile Libero come una specie di «scoperta di nuove scritture giovanili», «scoperta dei generi» o, come si diceva all’epoca, di «commistione» fra diverse cose pensavamo a una collana autonoma. Invece lui disse: ve la faccio fare ma i libri di Stile Libero usciranno dentro ai Tascabili Einaudi. Infatti trovavi nella stessa numerazione Primo Levi, McEwan e il libro delle camerette dei giovani, che è il primo che abbiamo pubblicato. E questo ci obbligava a tirature molto più alte, al confronto con un mercato molto più intenso perché eravamo in una collana a 13.000 lire. Lui ci ha buttati direttamente nell’acqua fredda. Einaudi era un editore che ha sempre fatto la distinzione tra l’editoria sì e l’editoria no. L’editoria di catalogo e quella dei cosiddetti bestseller, del libro usa e getta, creato dal marketing. In realtà questo è vero ma la sua attenzione al pubblico era enorme, se pensi all’operazione che fece con La storia della Morante, mettendo a 2000 lire un libro di 500 pagine. È qualcosa che oggi chiameremmo una grande operazione di marketing. Stile Libero nasce con questa caratteristica fin dall’inizio. Ci siamo sempre mossi tra ricerca di nuovi stili, di nuovi talenti, di nuove possibilità espressive. E anche di cercare di ribaltare quella rigidità tra la letteratura di serie A e la letteratura di serie B che c’era quando siamo entrati, imponendo autori considerati all’epoca «di genere». Per esempio Carlo Lucarelli poteva essere considerato all’inizio un autore non da Einaudi. Stiamo parlando di vent’anni fa.

Parlando di dieci anni fa, Elmore Leonard era un autore che prima non era stato considerato. 

Sicuramente.

Potrà fare l’editore un catalogo in cui c’è sia editoria no che editoria sì insieme. O il bestseller diventerà una prerogativa non dell’editore? 

In astratto nessuno sa cosa diventa editoria di catalogo e cosa no. I «libroidi» di cui parlava Gian Arturo Ferrari nascono già all’inizio con il marchio dell’editoria dei celebrity books. Poi nei celebrity books puoi trovare una chicca come Open di Agassi. Però adesso è sempre più difficile fare una distinzione netta. Noi possiamo pubblicare buoni libri, continuare a fare ricerca di autori, in un catalogo in cui convivono Mariapia Veladiano e Antonella Lattanzi con Jo Nesbø e Joe Lansdale. Ciò non toglie che quando questi libri entrano nella grande discussione letteraria e nel mercato, sono comunque vissuti come prodotti. In questo momento non si avverte più quella sensazione che io avevo fino a dieci, quindici anni fa in cui l’editoria di cultura aveva un suo linguaggio e dei paratesti che lo accompagnavano.

Dei suoi tempi anche. 

Quando io sono entrato a lavorare in questo mondo una cosa era evidente. Se avevi un critico letterario dell’autorevolezza di Calvino o di Pasolini, che pubblicava una recensione in quello che oggi è considerato lo spazio più sfigato di tutti i giornali, l’elzeviro, e che all’epoca era considerato uno spazio privilegiato dove scrivevano appunto Moravia, Calvino e Pasolini, avevi fatto il marketing del libro.

E poi il libro come si trovava, dove si trovava? 

Il libro si trovava in libreria con facilità. Ovviamente era inferiore il livello di rotazione, però era diverso soprattutto il sistema di diffusione, di amplificazione del libro che era molto più lento.

Paradossalmente oggi l’ebook risolve questo problema perché mantiene il libro in una situazione di molto maggiore reperibilità. Quello era un momento storico in cui esisteva una sorta di gerarchia verticale dell’uno, il grande critico, che parlava ai molti, che ascoltavano e decidevano. Adesso questa cosa si è completamente polverizzata. Non c’è l’uno che parla ai molti, ma una chiacchiera globale cha va dalle riviste ai blog, alle persone che scrivono sui social network.

Quali sono i modi in cui vi rendete conto che un libro non sta morendo? 

I modi purtroppo sono legati al fatto che lo si vede vivo all’interno delle vendite, però il discorso è un po’ più ampio. Nel momento in cui viene distrutta quella gerarchia verticale del critico che parla a un gruppo sociale che gli riconosce una autorevolezza e c’è questa sorta di dispersione nella chiacchiera globale, è ovvio che i valori letterari che si fondavano su una pedagogia – perché questo era, il riconoscimento di una pedagogia nel senso migliore del termine – non esistono più. Trionfa la logica del più forte, la capacità di imporre un libro attraverso eventi, che non sono più la singola recensione. Nel momento in cui il critico non ha più autorevolezza la recensione diventa come le asole delle giacche quando non servivano più i bottoni, ci sono ma non hanno più una autentica e reale funzione di guida.

Quali sono questi eventi adesso? 

La prima cosa che ci si chiede è: come ottenere lo spazio massimo? Il che significa anticipazioni, interviste, pezzi sui settimanali. La pura e semplice funzione critica che una volta decideva del destino di un libro – ricordo che si leggeva Geno Pampaloni sul «Giornale» e si decideva cosa leggere, cosa funzionava e cosa no – oggi manca. Non per questo si può dire che è finita la letteratura, perché la letteratura non è finita affatto. Semplicemente i modi in cui i libri guadagnano il loro terreno appartengono a una finta critica. Sono modi di amplificazione che puntano su quella che chiamo critica da showman, critici che danno 10 o 0 in pagella.

Come se il critico stesso dovesse imporsi in maniera spettacolare e il libro-intrattenimento imponesse un critico-intrattenitore? 

Sì. D’altra parte, non più di sei anni fa, Lavagetto scrisse un libro che si chiamava Eutanasia della critica contro la critica. Quello che uno si aspetterebbe dagli intellettuali e dai nuovi critici letterari non è una lamentela sul fatto che i giornali non danno più gli stessi spazi e non dedicano più la stessa attenzione al discorso critico, ma inventarsi nuove forme di autorevolezza come fece il Gruppo 63 nei confronti della letteratura precedente. Loro non si limitarono a criticare le Liale del loro tempo, ma conquistarono spazi critici, di ascolto e visibilità dentro le case editrici, dentro la televisione, dentro i giornali. È un discorso che anche i TQ hanno cercato di fare, con una logica un po’ troppo nostalgico-lamentosa.

Sempre più nostalgica via via che si perfezionava. 

Lavoro nell’editoria dall’86 e ho come riferimento autobiografico tre momenti in cui mi è sembrato di aver incrociato qualcosa che si è imposto non solo per la vendita di copie ma sul piano culturale. La prima volta è stata la generazione di quelli che noi abbiamo pubblicato da Theoria (Marco Lodoli, Sandro Veronesi, Sandro Onofri ecc).

Quando ancora c’erano pochi esordienti.

Quando le cose hanno una loro visibilità e si impongono come una necessità anche perché esiste un pubblico che ha interesse a scoprire nuovi autori. Si era creato il concetto del «giovane scrittore», un’entità che oscillava tra i 18 anni e i 45 di Tabucchi, che all’epoca era ancora considerato un giovane scrittore. Il «giovane scrittore» veniva messo in tutti pezzi ed era diventato una categoria estetica.

Questo dipendeva da Tondelli o era cambiato qualcosa socialmente?

Dipendeva dal fatto che è stata la prima generazione di scrittori che sono tornati senza nessun tipo di senso di colpa alla narrazione e alla narrativa dopo la neoavanguardia.

Erano giovani più nello stile che nell’età? 

In quel periodo giovani lo erano davvero. Marco e Sandro avevano sui 28-29 anni. Erano scrittori che avevano un’enciclopedia di riferimento del tutto interna alla letteratura italiana novecentesca. Pur esprimendo una novità, erano dentro una tradizione letteraria.

Un secondo momento in cui ho sentito la percezione di un fenomeno che emergeva è stato con l’antologia Gioventù cannibale e tutto il discorso sui Cannibali, che fu ferocemente accolto da una certa critica e poi invece entusiasticamente appoggiato da una certa altra critica. Ho la sensazione che lì invece ci fosse una rottura antropologica del modello di scrittore, un taglio netto rispetto alla generazione precedente. Per quanto diversi tra loro – Niccolò Ammaniti e Aldo Nove sono completamente diversi – in quel momento c’era una sorta di «corrispondenza di amorosi sensi» tra loro che consisteva in una critica feroce all’universo delle merci, in Aldo Nove in modo particolare. E quindi il ricorso a un linguaggio che attingeva alla commedia demenziale oppure, nel caso di Aldo Nove, a personaggi un po’ decerebralizzati. Il discorso della violenza, tipico dei Cannibali, mi sembrava fosse un contenuto del tutto ininfluente rispetto al discorso dell’estetica della merce.

I romanzi della merce americani che non abbiamo recepito.

Un terzo momento è stato quello della scoperta di un gruppo di scrittori definiti – io non amo questa definizione – scrittori noir (Lucarelli, De Cataldo, Carlotto) che io definirei autori di romanzi sociali neri. Si è fatto un gran parlare del noir italiano, ma gli autori che sono veramente emersi sono questi. Invece di scimmiottare un certo tipo di romanzo thriller americano, hanno cominciato a mettere le mani, anche con ricerche di carattere storico, dentro al mistero italiano, che rispetto al mistero americano ha la caratteristica di non essere mai risolto. Hanno saputo rinnovare un patto di fiducia con i lettori. Il lettore ha capito che dentro queste commedie sociali nere c’era un pezzo di racconto del paese che sarebbe andato perduto senza la loro letteratura. Come tutti i fenomeni – come è successo agli stessi Cannibali – è diventato anche questo un genere stereotipato, di autori che, più che utilizzare gli stereotipi, venivano utilizzati dallo stereotipo senza rendersene conto. E lì nasce una sorta di manierismo del noir che è un elemento che conosciamo tutti.

Mi interessava il rinnovamento nel modo di guardare gli italiani. Il secondo e il terzo fenomeno possono sembrare di importazione. 

Io invece lo escludo. Nel racconto Vivere e morire al Prenestino Ammaniti utilizzava degli stilemi presi dalla commedia americana, ma dentro una realtà linguistica e un’antropologia assolutamente caratteristiche dell’Italia. Li riconosco come scrittori autentici. Erano postmoderni nel vero senso della parola, si servivano della tradizione come uno che entra in un supermercato e sceglie delle merci per poterle utilizzare poi a cena. C’era un’abolizione della tradizione diacronica della letteratura.

D’altra parte la scelta era tra quello e l’essere seppelliti dalla tradizione. 

Infatti io riconosco in loro una capacità progressiva ed evolutiva.

Problema della lingua. Differenza tra inglese e italiano.

Mi viene in mente un’immagine. Lo scrittore che scrive nella lingua in cui hanno scritto Jane Austen, Dickens, Kipling nell’Ottocento e i romanzieri novecenteschi che conosciamo ha a disposizione uno strumento che è come una chitarra appoggiata su un divano. Più o meno la si riesce a suonare, anche se non benissimo. Mentre invece l’italiano è più simile a un clavicembalo, manda suoni che richiamano la tradizione del melodramma, dell’ermetismo e della lirica. E quindi è un’operazione molto più difficile.  Voi scrittori state tentando uno svecchiamento della lingua, con l’uso del parlato, la paratassi ecc. La difficoltà di aderire al parlato che ha un italiano è maggiore.

Per esempio il romanzo americano è possibile perché c’è stato Whitman. Ha fatto qualcosa di così sensuale, immateriale, che era già rock’n’roll. 

In fondo in inglese si utilizza una lingua che non è molto diversa se si tratta di Shakespeare o di hip hop. Da noi invece c’è una stratificazione legata al fatto che siamo stati fino a poco tempo fa una letteratura elitaria, sostanzialmente poetica e la cui massima espressione del Novecento è stata non il romanzo ma il melodramma. Questo inconsciamente determina che tu vieni usato da quella lingua se non la controlli bene. Da qui deriva la difficoltà di trovare un parlato italiano che non suoni manieristico, stereotipato o di imitazione delle traduzioni americane. Però mi pare che negli ultimi trent’anni siano stati fatti dei passi da gigante.

Noi, rispetto a inglesi e americani, non abbiamo quella specie di conformismo virtuoso. Bisognerebbe fare una specie di laboratorio su cos’è l’italiano. Abbiamo accettato che lo si usi più tranquillamente, ma questo non vuol dire che l’italiano sia cambiato nei problemi che pone. Non avendo una borghesia rigorosa come nel Nord Europa o negli Stati Uniti, noi abbiamo sempre una lingua complessata che quando diventa borghese si vergogna e fa un passo indietro. 

È il problema della lingua innamorata di se stessa, dell’autocompiacimento di una certa letteratura italiana che si spaccia per letterarietà quando invece non è detto che le due cose siano nello stesso percorso.

Dipende sempre dalla paura di non avere delle «buone maniere» nella scrittura. I grandi modelli italiani offrono molto meno un canone dei grandi modelli americani.

Se ci pensi la questione della lingua è stata totalmente messa fuori dal dibattito culturale.

Da una parte c’è chi l’ha elevata a divinità assoluta (Cortellessa) al punto che è quasi inutilizzabile e dall’altra parte il nulla, cioè le recensioni spettacolari. 

Lo spazio che l’intellettuale ha oggi per aggredire questa materia è legato alla possibilità di parlarne senza questa distinzione manichea.

Una delle caratteristiche del mercato di quest’ultimo anno e mezzo è il crollo dei tascabili, che sono una specie di bancomat dell’editoria. Il motivo per cui l’editoria soffre in termini di identità e di fatturato è stato che tutte le collane tascabili sono diminuite. È un paradosso. In un momento di crisi economica ci si aspetta che il lettore si orienti di più verso il libro che costa meno invece che verso il libro che costa di più. Invece no. Sono state date tante spiegazioni: l’avvento dell’ebook, il modello Newton Compton con la tascabilizzazione delle novità.

L’altro giorno ho letto un pezzo di Gilles Lipovetsky. Lui dice: «Nulla arresterà la smodata inclinazione dei consumatori per le novità e questo perché si tratta di una tendenza che affonda le radici in fenomeni strutturali di detradizionalizzazione della cultura e l’avvento di una economia fondata sull’innovazione perpetua». La novità è un elemento attrattivo e ha fascino di per sé. Viviamo in culture che non hanno più memoria storica, ma vivono in un eterno presente. Questo ha influito anche sulla percezione della novità come l’unico elemento che ha un mana attrattivo per il lettore.

L’unico elemento che vince è la novità che un attimo dopo non esiste più. 

È esattamente quello che dice, la novità è novità in quanto in perpetuo cambiamento rispetto al resto. Se esce un nuovo romanzo di McEwan ho un gruppo di lettori che vogliono avere quella novità. Non hanno più voglia di spendere 13-14 euro per un libro che è uscito da venti, trenta, quarant’anni. Secondo me è una spiegazione più forte dell’ipotesi della tascabilizzazione delle novità e dell’abbassamento del prezzo di copertina. Il discorso che gli ebook abbiano potuto erodere spazio a questo tipo di editoria in Italia ancora non può essere vero perché il mercato degli ebook è esattamente l’1 per cento.

Sarebbe bello immaginare una possibilità per i giornali, e non solo, di raccontare i libri con una autorevolezza di gusto, visto che manca quella critica. Una delle cose vincenti dei 50 libri di Baricco è stata questa: non aver utilizzato una categoria estetica che non fosse quella dei libri che aveva in libreria.

Sui giornali si parla invece molto dei nuovi comportamenti legati all’universo tecnologico dell’essere connessi.

Un libro non è più un libro, ma un contenuto dentro un’applicazione. Tutto questo è vero e sta modificando dalle fondamenta il nostro mestiere. Non mi pare vero invece che tutto questo stia già influenzando o finirà per influenzare l’atto creativo degli scrittori. Non ho ancora sentito nessuno scrittore dire: mi è venuta in mente un’idea perché…

A parte i racconti su twitter.

Mi sembrano fenomeni assolutamente residuali. Le categorie creative ed estetiche con cui gli autori continuano a scrivere sono quelle del libro, dal Cinquecento a oggi: saggistica, narrativa, romanzo, poesia. Le forme espressive non sono state modificate. Per ora mi pare che l’atto creativo non sia stato minimamente intaccato da questo punto di vista.

Forse ci vorrà più tempo? 

Sì, ma allo stato attuale si legge secondo categorie che sono quelle del libro.

Una cosa che comincia ad avere influenza è l’idea che la lettura sia in un percorso di contiguità e continuità dentro un’attività che può essere mandare una mail, guardare lo smartphone, leggere le notizie, commentare un libro mentre lo leggi.

Non è davvero in continuità, quanto piuttosto un’alternativa. 

Il rischio è che non diventi alternativa e che sia dentro un percorso di contiguità e continuità, implica per le nuove generazioni una minore capacità di assorbimento e di attenzione a delle gerarchie di complessità. L’essere connessi è una droga e credo che attivi dei neuroni per cui ogni volta che digiti qualcosa hai una scarica di adrenalina positiva, molto diversa dalla scarica di adrenalina positiva che è più lenta nel tempo e consiste nella capacità di appropriarsi di una grammatica esistenziale, quella propria del libro.

L'articolo Editoria, mercato e dibattito culturale: intervista a Paolo Repetti proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/editoria/intervista-a-paolo-repetti/feed/ 3
Mi sono innamorato di una fuorisede https://minimaetmoralia.it/estratti/mi-sono-innamorato-di-una-fuorisede/ https://minimaetmoralia.it/estratti/mi-sono-innamorato-di-una-fuorisede/#comments Fri, 17 Jan 2014 15:44:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17615 Pubblichiamo un estratto da Best off. Il meglio delle riviste letterarie italiane edizione 2005.

di Francesco Mandica

È guardando la pila di stoviglie nel lavello, mentre il Nelsen piatti cola dentro al sugo, che capisco. Mi sono innamorato di una fuorisede. La pila dei piatti accatastata ora mi sembra anche la metafora del nostro amore. Io agisco con efficacia, come il detersivo, lei ha un cuore come il sugo, la crosta, l’unto difficile da intaccare. Persino con la paglietta del mio savoir faire. Mentre canticchio “i piatti-ti i piatti ti con Nelsen piatti li può lavare lui!” lei lava i piatti, è distante, non capisce, parla da sola, con il naso in mezzo al gomito si alza la manica e contemporaneamente con i denti, mordicchiando l’estremità del guanto giallo, fa aderire il lattice fin su su all’avambraccio. Bello teso.

L'articolo Mi sono innamorato di una fuorisede proviene da Minima et Moralia.

]]>
master

Pubblichiamo un estratto da Best off. Il meglio delle riviste letterarie italiane edizione 2005. (Fonte immagine)

di Francesco Mandica

È guardando la pila di stoviglie nel lavello, mentre il Nelsen piatti cola dentro al sugo, che capisco. Mi sono innamorato di una fuorisede. La pila dei piatti accatastata ora mi sembra anche la metafora del nostro amore. Io agisco con efficacia, come il detersivo, lei ha un cuore come il sugo, la crosta, l’unto difficile da intaccare. Persino con la paglietta del mio savoir faire. Mentre canticchio “i piatti-ti i piatti ti con Nelsen piatti li può lavare lui!” lei lava i piatti, è distante, non capisce, parla da sola, con il naso in mezzo al gomito si alza la manica e contemporaneamente con i denti, mordicchiando l’estremità del guanto giallo, fa aderire il lattice fin su su all’avambraccio. Bello teso.

Ha dieci anni meno di me, è di Canosa, si chiama Simona e quando c’era il Carosello Simona gocciolava nel preservativo o si scontrava con la spirale. Simona non ha ricordo alcuno del Carosello. Nei primi anni ottanta era solo uno spermatozoo. Io già passavo da mamma a papà e da papà a mamma e da nonna a zia. Così tutta l’estate. Mi ricordo l’esotismo dei nomi spagnoli in televisione, durante i mondiali di calcio. Bilbao, Malaga, Vigo, sembravano luoghi lontanissimi, che riverberavano mistero tremolando dal televisore nel giardino della casa di Sperlonga. Ma del calcio già all’epoca non me ne fregava niente. Ora invece mi tocca conoscere almeno una qualche geografia distante, una qualche costellazione di nomi calcistici che come dice lei “ho imparato con la schizzechea”, sarebbe a dire un po’ a cazzo, affermazione che mi ricorda quei tipi strani che a scuola imparavano le poesie tentando di adottare sistemi mnemotecnici raffinati, degni di Giordano Bruno. Alle medie c’era quello che la imparava leggendola dieci volte e scomponendone le strofe, quell’altro che associava ad ogni endecasillabo una serie di sequenze numeriche che tentava di ricordare con complicati schemi su un quadernone a quadretti con sopra Snoopy che fa il surf. Ma il più invidiato della scuola media statale Terenzio Afro (che solo anni dopo scoprii essere il commediografo latino e non un bersagliere o un garibaldino) era quello che sosteneva bastasse leggere una sola benedetta volta la poesia in questione che fosse Il rospo di Hugo o La spigolatrice di Sapri. Bisognava farlo a voce alta e come ultima cosa prima di andare a dormire. C’ho provato fino all’ultimo anno d’università. Niente.

Ora invece sono qua, stravaccato sul divano letto in una cucina/soggiorno/tinello/alcova di una decina di metri quadri sulla Circonvallazione Casilina, lungo la ferrovia. Sto tentando in questo momento di dibattere sulla storia del calcio scommesse, su Galliani e Matarrese e Pescante e Carraro, insomma sul caro vecchio P.s.i. Una noia mortale, lo faccio solo per Simona. Lei pensa sia assolutamente normale che io sia qua, nella sua cazzo di catapecchia, che abbia già fatto amicizia con i suoi coinquilini Chicco e Mimmo, che abbia imparato a distinguere la n’duja dalla burrata, che abbia anche offerto una canna di fumo. Direttamente dalla mia già magra scorta personale. Senza girarla la canna, perché mi tremano le mani e le canne non ho mai potuto girarle. E tieni la cartina! Falla a bandiera! Ora rolla! Fai un filtro! Non così! Devi girare! È strano quanto abbiano del militare certi ordini imposti dalla voglia di drogarsi.

Un giorno io e Simona faremo l’amore e sono certo che lo faremo su questo divano letto, con questo telo vichy tutto zozzo, su cui più di un essere umano deve aver serenamente scoreggiato. Ma come ci sono arrivato qua? Se mi vedesse mia madre. Tutto immerso in questo colesterolo dei meridionali.

Come ho fatto poi quella sera di sei mesi fa al Branca a convincere una studentessa di scienze della comunicazione ventenne, con la testa rasata e le caviglie grosse a darmi il suo numero di cellulare? L’ho sfinita di messaggi al cellulare, con questi ultimi ho tentato di creare un codice comune ed identificativo della nostra vicinanza. Per lei ho messo la suoneria del nuovo singolo di Biagio Antonacci. “Non ci facciamo compagnia”. Per lei ho attivato lo You and me e l’abilitazione delle chiamate a carico. Perché non mi piace che mi faccia soltanto gli squilli quando non ha soldi per la ricarica. Mi piace che mi possa chiamare quando vuole. Anche nel cuore della notte, quando dorme dal suo ragazzo. Giù, all’Acqua bulicante.

Il ragazzo di Simona si chiama Morgan, ha la madre inglese. Morgan studia pure lui, credo antropologia culturale, alla Terza. Ora che ci penso io sono l’unico del giro di Simona che lavora, per modo di dire. Ha i capelli rasta questo Morgan, però sotto questi capelli rasta si nasconde il sosia di Carlo Lucarelli. Provate l’inverso, immaginate Lucarelli con un parruccone di ricci nella luce fioca dello studio televisivo che vi fissa raccontandovi il più efferato dei delitti di un Pacciani qualunque. Non ho mai visto la schiena di nessuno dei due ma sospetto abbiano in comune anche una folta peluria al livello scapolare. L’ho conosciuto la scorsa settimana Morgan, quando ho suonato al campanello di Simona e all’improvviso è comparso lui. Ai piedi indossava le ciabatte di Simona, quelle con un peperoncino di pezza circondato da una scritta trapuntata che dice “vero peperoncino di Salerno, ‘o Viagr’ naturale!”. Cazzo, ho capito subito che sarebbe stata più dura del previsto, ho deciso che virando il timone con coraggio avrei dovuto cambiare strategia, strambando veloce e sicuro.

I fuorisede vivono in un tempo diverso dal nostro, non solo fuori-sede. Sono fuori-tempo. Regolano la loro vita secondo schemi matriarcali, vanno a fare la spesa la mattina come i vecchi, quelli col cappotto ad agosto. Si ricordano compleanni, scadenze di bolli, patroni, santi e festività varie. Devono sempre andare alla posta. Guardano se fuori nuvola per andare a stendere nel terrazzo condominiale. Ogni mattina si chiedono, come faceva mia nonna, cosa faranno a pranzo, con gli occhi sospiranti al frigo. Fumano alla finestra mentre stringono fra le mani il cellulare, come un rosario. Nelle case dei fuorisede ci deve essere un problema di elettrosmog: fateci caso, il cellulare non prende mai nelle case dei fuorisede. Ci deve essere l’F.B.I. di mezzo. Sono molto religiosi, amano due pittori in particolare, anzi due soli quadri: i cherubini di Raffaello Sanzio, e il bacio di Klimt, quello che Luciana, un’amica di Simona, chiama l’abbracc’. Nella casa di Simona non c’è il bidè. Se dovessimo fare l’amore qui, come probabile, è meglio che mi porti delle salviette umidificate o qualcosa del genere. Non si sa mai.

Ma ritorno alla scorsa settimana: ho visto Morgan/Lucarelli che come Mosè al cospetto di Dio nel roveto ardente si è tolto le scarpe, ha messo le ciabatte di Simona, insomma ha trovato la terra promessa. E io, ebreo converso e miscredente dell’ultima ora, sono andato là a confutare tutto questo, a mettermi in mezzo, con la mia aria antipatica da sociologo dei fuorisede. Se non puoi farteli nemici, ho pensato. Così, fissando le ciabatte, tentando di non guardargli i capelli rasta ho iniziato a blandirlo Morgan, tentando di richiamare alla mia memoria possibili squarci di complicità. Fra me e uno con la barba fino agli zigomi, nera come i baffi di zorro, che cazzo ci poteva essere in comune? La musica? Lui ascolta gli Outkast, io Charles Aznavour. In questo momento, scrivo appoggiato alla doccia del bagno di Simona, spingendo il quaderno contro il miscelatore, con le scarpe sul tappetino di plastica, con il rubinetto del lavandino aperto, per ostentare zelo igienico. Oggi è il 14 maggio 2004. Oggi Charles Aznavour viene insignito dal presidente Jacques Chirac – quel signore distinto, con la fede scintillante tra le dita sciupate e affusolate, con la brillantina Linetti e il naso importante che invecchiando somiglia sempre più a un maggiordomo – della legione d’onore, il bottone rosso per le sue vette artistiche, liriche, umanitarie. Per la sua aria fanè, da bulldog caucasico bastonato.

Ascoltando Aznavour ho fatto il mio primo e spero ultimo incidente stradale. Che imbecille, avevo persino il basco in testa. Me l’hanno poi tolto a forza di sberle quattro della Garbatella pippati come salame da sugo con cui mi sono scontrato. Colpa mia. Aznavour è un poeta della sfiga, apre il suo vaso di Pandora fatto di moralismi, maschilismi, affettazione. Squaderna la mia immaginazione su un mondo fatto di nostalgici clichès , di trench e reggicalze, mascara e Bloody Mary. Proprio come i fuorisede “Azna” fa parte di una dimensione teatrale che appartiene alla commedia umana. Alla vita nor-ma-le. Aznavour ha la barba ispida e ho anche pensato che gli ruberò un piccolo trucco per conquistare Simona. Che mi lascino in pace questi emigranti della vita, questi fuorisede, che mi lascino il campo almeno una serata. Metterò sullo stereo impolverato Quel che non si fa più, versione italiana de Les plaisirs dèmodès, anno di grazia 1972, che si è apprezzato addirittura al dodicesimo posto della hit parade, in tempi in cui al primo posto troneggiava il Lennon buonista di Imagine. Quel che non si fa più viene cantata da Aznavour in un italiano da ispettore della Sûretè. Non con il patetismo di Come è triste Venezia, ma con una specie di ironico, disincantato distacco, prossimo al sarcasmo. Nel bridge, esattamente a 1 e 42 secondi primi, la canzone diventa un recitativo, cito letteralmente:

Su, vieni più vicino,
lasciati andare,
è bello stare guancia a guancia, no?
Pensare che ballare così
mi sembrava una cosa da vecchi.
Ti dirò, forse non avevano mica torto,
Le mode cambiano, l’amore no.

Reciterò il bridge in playback, tentando se possibile anche una mimica facciale credibile ma spiritosa, mi sforzerò di ricordare tutte le parole, proprio come facevo con le poesie alle medie e con i quadri di Paul Bril all’università. Tutti uguali. Tanto vale tentare. Se mi riuscisse sarebbe fatta: nonostante sia basso potrei anche sovrastarla durante un lento, sfiorandole con le costole la coppa del reggiseno, quello dalla generosa imbottitura. Ventre largo e tette piccole, per le fuorisede vige ancora la legge dell’Equatore. Quanto c’hai ragione Charles: le mode cambiano, l’amore no. Sarò io a spuntarla proprio con i tuoi suggerimenti, la tua ironia.

Insomma la scorsa settimana alla fine ho blandito Morgan con un panegirico della Tammurriata e intanto ho colpito al cuore Simona con inaudita, morbida diplomazia. Mandandole un messaggio mentre conversavo con lui, proprio mentre mi stava accanto, questo cazzo di metallaro in pantofole. Per non farmi vedere da lui e dagli astanti il messaggio l’ho digitato da dentro la tasca del soprabito, che ho poggiato un po’ goffamente sulle gambe, come un prete sedutosi per il caffè dopo la benedizione pasquale. C’ha messo un po’ ad arrivarle perché come ho detto non è facile la ricezione in questi bassi del Pigneto. La suoneria ha trillato trionfalmente dopo ben otto minuti, Simona è avvampata, è rimasta molto colpita e, temendo reazioni da parte di Morgan del tipo: “Chi è, Simo?” ad alta voce, su due piedi, ha detto:
– Devo richiamare quell gran troione di Margaret sennò alla revisione come cazzo faccio, quella c’ha tutti gli appunti.

Sul messaggio avevo semplicemente dichiarato: ti voglio così tanto che le conseguenze ormai non importano più.

Ora, uscito dal bagno e sedutomi al mio posto di amante ruffiano, ricomincio a parlare con Chicco e Mimmo di quanto costerà di più il fumo se approveranno la legge Fini, altro stringente tema di attualità. Il mercato della droga è esattamente come quello del pesce o della frutta. Simona per l’imbarazzo che la mia presenza ormai le provoca, sembra più veloce nel suo affaccendarsi al lavello. Nell’asciugare, constatare la pulizia di un bicchiere della Nutella – altro totem fuorisede – ha gesti e tecnica impeccabile, guanto ancora tirato, acqua ancora calda. Devo liberarmi di queste due succursali dell’aspromonte che mi parlano in stereo dai due lati del divano, devo liberarmi di Lucarelli che mi fissa fuori e dentro la televisione, costantemente impresso nell’inconscio, con o senza parrucca rasta.

Prendermi una pausa. Potrei fare una delle mie sparate, regalarle un weekend a Istanbul, purché non mi dica guardando il Bosforo che è uguale Taranto. Potrei portarla in crociera, potrei vederla così ammicare da dietro un ombrellino da cocktail di carta, mentre il suo vestito color pesca dardeggia al tramonto, con le sue grosse caviglie olivastre scoperte. Potrei anche darmi una calmata visto che sono le otto meno dieci e mia moglie sta per tornare a casa. E non ho cucinato niente. Per fortuna la bambina è da mia madre a Sperlonga. Devo ricordarmi almeno di comprare gli asciugoni Regina. Sennò chi la sente quella.

L'articolo Mi sono innamorato di una fuorisede proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/estratti/mi-sono-innamorato-di-una-fuorisede/feed/ 7