Carolina Cutolo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/carolina-cutolo/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 15:14:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Carolina Cutolo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/carolina-cutolo/ 32 32 Quel burattino di Christian Raimo https://minimaetmoralia.it/interventi/quel-burattino-di-christian-raimo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/quel-burattino-di-christian-raimo/#comments Mon, 09 Jun 2014 05:38:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21349 Riceviamo e pubblichiamo questa risposta all’articolo di Christian Raimo del 7 giugno scorso (che potete leggere qui), e lo facciamo senza apportarvi alcuna modifica. di Claudio Morici Gentile redazione di Minima&Moralia, vi scrivo queste righe con la speranza che le pubblicherete, nonostante il ruolo che Christian Raimo ha in questo sito e, molto probabilmente, la […]

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Riceviamo e pubblichiamo questa risposta all’articolo di Christian Raimo del 7 giugno scorso (che potete leggere qui), e lo facciamo senza apportarvi alcuna modifica.

di Claudio Morici

Gentile redazione di Minima&Moralia,
vi scrivo queste righe con la speranza che le pubblicherete, nonostante il ruolo che Christian Raimo ha in questo sito e, molto probabilmente, la sua influenza informale. Confido nella vostra autonomia intellettuale e nel vostro bisogno di trasparenza, visto l’articolo che lui recentemente mi ha dedicato. Sarà o no un mio diritto dare la mia versione? O davvero permetterete che siano pubblicate online tutte quelle bugie senza la mia replica?

Dunque. Se ci fossimo conosciuti davvero nel 1996, come afferma Raimo, lui allora avrebbe avuto 21 anni e mi sembra chiaro che a quell’età è impossibile essere laureati. Ma siamo indulgenti con la memoria di Raimo. La verità è che ci siamo conosciuti nel 1999. È vero che io ero leggermente fuori corso. Ma solo perché ero costretto a lavorare quattro volte a settimana in un pub, per pagarmi vita e studi. Lui era il classico “mirafiorino” generosamente finanziato dalla sua famiglia. Forse non tutti sanno chi è il nonno di Raimo. Ecco, basterebbe una piccola ricerca su Google e il mio intervento potrebbe anche finire qui: spiegherei di colpo metà della sua vita e gran parte della sua visibilità. Se non fosse che ciò che ha scritto sabato su di me è profondamente falso e sento il “sano” bisogno di presentare la verità anche su altri punti cruciali.

Come sul fatto che sia stato lui a contattarmi la prima volta. In quegli anni andava di moda Mozzi, e Raimo stava organizzando un concorso narrativo per esordienti intitolato “La realtà delle cose”. Qualcuno gli disse che scrivevo racconti e mi accalappiò insieme ad altri 10-15. Ricordo che c’era anche un giovanissimo Giuseppe Rizzo, che poi pubblicherà con Feltrinelli. L’iscrizione, comprensiva della sua “scheda lettura”, costava 75 euro. Li pagammo tutti, errori di gioventù. Illudendoci che il vincitore sarebbe entrato in un’antologia che si sarebbe dovuta intitolare Voi siete qui edita da Minimum Fax. Una promessa comunicata a voce da Raimo, di cui la casa editrice, a quanto mi risulta, era completamente all’oscuro. Fatto sta che Raimo, dopo averci tormentato con mille mail per accertarsi dell’iscrizione, scomparve per due mesi per poi ricomparire con un mail sintetica e molto evasiva. S’inventò dei fantomatici “brogli” e un “compagno” organizzatore fuggito non so dove. Il concorso, ci disse, è andato a monte; il progetto dell’antologia volatilizzato, ai 75 euro nemmeno fece cenno. Lo incontrai qualche giorno dopo a una presentazione. Era abbronzatissimo. Io invece ero bianco cadaverico: non uscivo più di casa per scrivere, per imparare a scrivere.

Purtroppo sarebbe stato il caso anche di imparare la lezione, cosa che non feci. E anni dopo gli mandai, è vero, una copia del manoscritto di Actarus che poi pubblicò Meridiano Zero. Uno degli editori migliori che abbiamo avuto in Italia negli ultimi 20 anni. Altro che editore a pagamento, come dice lui. Me lo ricordo ancora come andò. Raimo mi invitò a prendere una birra “al volo”. Gli raccontai gli studi su telegiornali che avevo fatto per scriverlo, la ricerca sui Manga, i tentativi di metarealtà con i comunicati di Al-Qaeda. Ma soprattutto delle ore a sbattermi di notte, a scrivere e riscrivere, con la sensazione di essere arrivati, forse, a qualcosa di originale, insieme alla difficoltà nel vederlo già ben focalizzato quel qualcosa. Insomma, gli raccontai l’esperienza di un giovane scrittore che aveva fatto il primo giro di boa, sapendo che ce ne sarebbero stati altri centocinquanta. Lui mi ascoltò messaggiando per tutto il tempo. Non si prese una birra, se ne prese tre e le bevve con una avidità impressionante. Poi disse solo: “Tu non hai capito come funziona nella realtà…”. Digitò qualcosa sul cellulare, si inventò una scusa e se ne andò senza neanche salutare. Restai basito, cosa era successo? Che cosa avevo detto? Ancora non avevo capito. Mi fu tutto più chiaro alla cassa. Non aveva pagato. Mi accollai le sue tre birre medie “al volo”: 20 euro o qualcosa del genere.

Decisi allora di non frequentarlo più. Ogni tanto seguivo quelli che lui chiama “successi” sul giornale o sui blog. La questione era semplice. Se il giornalista o il blogger stavano per chiedere un favore a Raimo, ne parlavano bene. Se non gli dovevano chiedere nulla, ne parlavano male. Lo sapevano tutti. Anche grazie a lui, a metà degli anni Duemila, assistemmo a un incrocio di recensioni tra amici e colleghi che credo non abbia pari nella storia della letteratura italiana. Mi ricordavano quei circhi di provincia, dove ti fa il biglietto una cicciona, entri dentro e te la ritrovi sul trapezio dopo lo spettacolo del fachiro. Lo stesso fachiro che ti ha venduto i pop-corn mezz’ora prima. E, sul finale dello spettacolo, entra anche il pop-corn stesso, che ti fa pure l’inchino. Ma io e i miei pochissimi scrittori amici di quegli anni lo sapevamo bene. Lo davamo praticamente per scontato. Ogni tanto ci dovevamo sorbire questo teatrino come l’interruzione pubblicitaria in un film straordinario, perché noi volevamo scrivere davvero. E quando Raimo fiutò la cosa, purtroppo, provò a contattarci per i TQ.

Mi disse al telefono: “Stiamo facendo una roba politica. Ti piace il nome TQ? È efficace vero?”. Risposi “Non molto”. Aggiunsi: “Sembra la targa di Tarquinia”. Allora lui: “Tu non hai capito come funziona nella realtà…”. Mi misi una mano sul portafoglio, per istinto. E cominciò a dirmi del progetto. Non starò certo qui a raccontarvi cosa c’era dietro i TQ. Del nonno di Raimo, dei fondi europei per l’editoria, dei soldi con cui è nato questo stesso sito di minimaetmoralia… Molte delle cose che mi disse quel giorno hanno comunque girato in rete. Non voglio alzare un altro polverone, visto poi che diversi TQ ormai sono collaboratori stabili di minimaetmoralia. Io scrivo solo romanzi, possono piacere o meno, ma non aspiro certo a quella squallida figura di critico/letterato/opinionista che quando scrive gli fanno contratti editoriali da 36 mila euro (il numero non lo dico a caso…) con le prime venti pagine spedite. La “letteratura su commissione” che Raimo incarna più di ogni altro.
“Vince solo la Coppa del nonno”, dice sempre un mio amico, un altro scrittore che conosce bene la sua famiglia.

Passò altro tempo. Ho vissuto all’estero per un po’, anche viaggiando ma non certo per i motivi che insinua Raimo. Semmai me ne andai proprio per allontanarmi da gente come lui, che a Roma, in quegli anni, sembrava imperversasse in qualsiasi ambito. Una volta tornato a Roma ogni tanto lo incrociavo, ci salutavamo al volo ma cercavo sempre di evitarlo. Altro che stalker, come dice lui. Un giorno mi piombò addosso a una festa al Pigneto, aveva saputo che pubblicavo con Bompiani. Sapeva anche che, purtroppo, non ero stato tanto bene di salute (era il motivo per cui ero tornato) e allora mi spiegò che “voleva togliersi una curiosità”. Disse proprio così. Quindi domandò secco, come fosse la cosa più normale del mondo: “Alla Sgarbi hai detto di avere un tumore?”. Io mi misi a ridere, anche perché, fortunatamente, non avevo un tumore e la cosa, comunque, mi sembrava assurda. Lui invece rimase imperturbabile, alzò le mani: “Era solo una curiosità”. Poi però mi confessò che voleva dirglielo lui del tumore alla Sgarbi, per il suo nuovo manoscritto. “Non vorrei che si accavallassero le cose. Capisci? Solo per questo”, disse. È così che è andata.

Dopo il libro con Bompiani ripartii. Vivevo a Berlino e mi misi sotto seriamente per scrivere il nuovo romanzo. Ore e ore di isolamento e concentrazione, iniziavo a parlare con gli altri solo dopo le 19. Ero felicissimo di essere lontano dal mondo culturale italiano, le sue chiacchiere e il suo asfissiante provincialismo. Ma quando navigavo, ogni tanto, incappavo in articoli di Raimo. Certo: non ne leggevo neanche uno, mi fermavo sempre al titolo e, a volte, non finivo di leggere neanche quello. Ma non potevo fare a meno di notare che erano tantissimi. E su facebook mi accorgevo anche che postava a un ritmo da posseduto. Sapeva tutto di tutti, commentava, recensiva, interveniva, tirava su polemiche. Mi inquietava molto. Me lo immaginavo curvo sullo schermo dalla mattina alla sera, con la testa piena di quella spazzatura che gli avrebbe impedito senz’altro di scrivere ciò che voleva davvero. Fatto sta che quando uscì il mio romanzo con E/O, poco dopo uscì anche il suo. Mi arrivò solo un messaggio che diceva: “Ce l’ho più lungo. Il romanzo, che hai capito!”. In effetti si trattava di una mattonata da 600 pagine. Con un senso dell’umorismo pari a quello del suo messaggio. Il peso della grazia, lo sapete bene, parlava di un ragazzo-scrittore che ha un tumore e cerca di pubblicare il suo primo libro. Vi ricorda niente?

E arriviamo così all’ultimo anno. All’episodio forse che ha scatenato l’articolo e le bugie di Raimo pubblicate sabato. Nell’ultimo anno vivo a Roma, faccio un figlio, è vero. Ma non commento neanche le accuse infamanti del suo articolo a questo proposito, e la sua feroce mancanza di rispetto nei confronti di mia moglie (che qui voglio anzi ringraziare pubblicamente) e del mio piccolo, che non si chiama certo David Foster (Raimo non ha nemmeno il minimo senso dell’ironia e ha scambiato una battuta per la realtà).
In ogni caso, ho capito che Raimo ha sviluppato un complesso di inferiorità molto intenso. E forse è semplicemente ferito dal fatto che quello che ormai lui scrive è opinionismo da facebook, mentre io sono riuscito a diventare uno scrittore. La letteratura potrebbe essere la mia terra, mentre facebook è di sicuro la sua piscinetta. Solo nell’ultimo anno ho fatto più di cento reading. Raimo me lo trovo spesso tra il pubblico. Mi fa un sacco di complimenti a mezza bocca, bofonchia che sono bravo, se la prende un po’ con il mio socio Ivan Talarico, sostenendo di potermi accompagnare meglio lui alla chitarra. Poi non lo vedo per un po’ ed ecco che mi contatta una stagista di minima&moralia (che tra l’altro si lamenta di come venga trattata proprio dal “compagno” Raimo). Raimo le ha chiesto di chiedermi se voglio pubblicare sul sito dei video racconti. Io che effettivamente li stavo girando, accetto. Ne postano quattro. La stessa stagista mi chiede l’indirizzo di casa, per mandarmi del materiale. Tempo tre giorni e mi arriva la fattura. 50 euro a video, per avermeli pubblicati su minima&moralia… Ora vediamo se avete il coraggio, per una volta, di raccontarla questa verità! E dei finanziamenti che prendete per il sito, quando ne parliamo?… Chiedo consiglio a Carolina Cutolo, un’amica scrittrice che si occupa anche di truffe editoriali. Mi dice di non arrabbiarmi neanche per telefono, ma di fare finta che non mi è arrivato nulla. E sopratutto di stare molto attento, perché Raimo è “un po’ vendicativo”, dice. “Lo sai che ha combinato a chi gli chiedeva i soldi di Orwell?”

Seguo il suo consiglio. Per questo motivo quando, recentemente, lo incontro in un bar del centro alle due di notte, non gli meno subito. Ma mi avvicino, voglio guardarlo negli occhi. E mi accorgo che ce li ha rossi. È distrutto. Continua a battere sulla tastiera come un matto. Cavolo! Per la prima volta mi fa pena veramente. Gli metto una mano sulla spalla, chiedo: “Cosa hai Christian?” e lui non risponde. Fissa lo schermo del suo portatile aperto su Facebook. Sta scrivendo uno status sulla crisi del libro. “La realtà! Hai letto Schriffin? La realtà è…”, prova a spiegarmi ma delira, non lo seguo e a un certo punto si ferma. Ha una sorta di intuizione nell’intuizione. Mi fissa, aggressivo: “Perché non mi commenti mai su facebook?”. Io resto imbarazzato. Gli dico che mi dispiace per questa sua acredine, ma lui insiste: “Che ne sai tu! Che ne sai tu della realtà!”. E in un attimo si alza, chiude il computer e corre via. All’inizio mi preoccupo, dove va in quello stato? Ma anche stavolta, vi giuro, sembra una barzelletta ma è andata così: la realtà mi piomba addosso inaspettata. Stava lì dal primo pomeriggio, 7 birre, 29 euro. Il barista si accanisce su di me che lo conosco.

Il giorno dopo vedo pubblicato quest’articolo infame. Non mi sarebbe mai venuto in mente di rispondere, ma il mio avvocato (già) mi ha consigliato di farlo, come Raimo ben sa, questa vicenda ha dei risvolti legali molto pesanti. E non sarà per nulla facile per lui cavarsela con le sue solite scuse democristiane.
Spero che questa lettera sia postata senza censure, nel caso contrario anche qui ci saranno ripercussioni legali.

[Aggiornamento: qui – scorrendo – ci sono un po’ degli articoli e dei citati video di Morici, qui c’è una riflessione nel merito di questa discussione di Giulio D’Antona]

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Il Concorso del Racconto Più Brutto https://minimaetmoralia.it/fiction/20830/ https://minimaetmoralia.it/fiction/20830/#comments Wed, 21 May 2014 16:36:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20830 Ogni anno a Roma, in un locale che si chiama Hola Hoop, si svolge una delle manifestazioni letterarie più incredibili che avvengono in Italia. È il Concorso per il Racconto più Brutto. Se l'è inventato Carolina Cutolo, e chiunque vi abbia partecipato come concorrente o come spettatore (e dunque giuria popolare) non ve ne potrà dire altro che mirabilia. Le motivazioni che hanno portato Carolina Cutolo a concepire il CPIPRB le potete trovare qui. Ma è interessante come il CPIPRB, di anno in anno (siamo al quarto), abbia trovato una sua formula magica.

I racconti che partecipano vengono premiati a seconda del loro grado di "bruttezza vanagloriosa". Non viene quindi apprezzata una bruttezza understated, o una bruttezza artefatta, ma vengono esaltati i sinceri tentativi artistici che si rivelano clamorosi fallimenti estetici. Più è alta la caduta, maggiore sarà la gloria.

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Ogni anno a Roma, in un locale che si chiama Hola Hoop, si svolge una delle manifestazioni letterarie più incredibili che avvengono in Italia. È il Concorso per il Racconto più Brutto. Se l’è inventato Carolina Cutolo, e chiunque vi abbia partecipato come concorrente o come spettatore (e dunque giuria popolare) non ve ne potrà dire altro che mirabilia. Le motivazioni che hanno portato Carolina Cutolo a concepire il CPIPRB le potete trovare qui. Ma è interessante come il CPIPRB, di anno in anno (siamo al quarto), abbia trovato una sua formula magica.

I racconti che partecipano vengono premiati a seconda del loro grado di “bruttezza vanagloriosa”. Non viene quindi apprezzata una bruttezza understated, o una bruttezza artefatta, ma vengono esaltati i sinceri tentativi artistici che si rivelano clamorosi fallimenti estetici. Più è alta la caduta, maggiore sarà la gloria.

Per la prima volta di questa serata abbiamo una testimonianza completa. Ossia i video della lettura dei racconti con relativi commenti della giuria tecnica. Dobbiamo ringraziare un paio di ragazzi che hanno realizzato tutto questo: la minitroupe di The Conference. Il concorso è un vero concorso, non ha veramente nulla da invidiare a Masterpiece e a dirla tutta nemmeno a Sanremo. Perché sì, ci sono tre premi, quello della giuria, quello del voto da casa (la serata è trasmessa in streaming) e quello – il più importante, il più prestigioso – del pubblico presente. Si vincono dei libri, che – insieme ai rimborsi per i viaggi di alcuni dei concorrenti e dei giurati – sono offerti da vari sponsor. Comunque è tutto spiegato in questi video seguenti. Quest’anno sono stato chiamato a far parte della giuria insieme al notevolissimo Claudio Morici e all’inarrivabile Sardone: sono sincero, poche cose quest’anno mi hanno reso così felice.

Insieme ai video, vi ho messo anche i testi dei racconti. Dall’ultimo classificato fino al vincitore. L’anno prossimo non potete mancare.

7° classificato. “La versione di Nutria” di Roberta Moretti

Quella sera, rientrando a casa, mi imbattei come al solito in Nanà, detta Nutria, lavata di fresco, il pelo candido e vaporoso portato regalmente. Le feci qualche carezza e entrai in casa, dove non feci in tempo a posare la borsa che già mi si urlavano cose tipo “aprimi il cancello, che devo portare la carriola fuori”. Prima che mi si chiedesse altro, aprii il cancello e subito dopo sentii mio padre lanciare bestemmie contro ignoti. Corsi in giardino e lì la tragedia. Nanà era presa, usurpata, defraudata. Una massa marrone la umiliava con il suo peso e i suoi gesti osceni. Gli occhi di lei imploravano aiuto e io feci per scacciare l’invasore ma lui, un cane muscoloso con l’arroganza di un giovane Claudio Amendola, si diede alla fuga trascinando con sé la vittima. Li rincorsi e bloccai Nanà per le zampe anteriori. Rimanemmo immobili, loro attaccati per i genitali e io accovacciata, finché l’ego di lui non si sgonfiò e poté andare via, lasciando dietro di sé le macerie di una virtù distrutta. Raccolsi Nanà e la riportai a casa, mentre lei mi riversava addosso pipì mista ai resti della sua innocenza. Durante la cena ero turbata. Non potevo dimenticare la scena, lo sguardo implorante. Ed ero infastidita dai miei, che cenavano sereni. Mia sorella dovette leggermi nel pensiero perché mi esortò a sterilizzare subito la cagnetta. “Come, dopo quello che ha subito!” I miei si scambiarono un’occhiata criptica e allusero al fatto che Nanà fosse stata consenziente. “Era in calore” fece mia sorella “Non la vedevi sempre davanti al cancello mentre i cani del quartiere guaivano arrapati? Mi ricorda Monica, quella che quando intercetta un uomo tira le tette in fuori e smania con le ciglia per attirarne l’attenzione. Salvo poi lamentarsi che i maschi con lei si prendono certe libertà”. Quel discorso mi ferì: uno stupro era un atto violento, ingiustificato, e io avrei tutelato Nanà a ogni costo. Spiegai la situazione al veterinario, che si limitò a darmi spiegazioni tecniche che suggerivano un rapporto consenziente. Andai allora al WWF, dove un grassone dalle mani unte di salsa barbecue sbottò in una risata “Ma come fai a dì che si trattasse de no stupro? Come che è na cosa così e no che se sieno accoppiati?” Scappai via, quel balordo aveva ferito la mia sensibilità almeno quanto l’italiano. Scrissi persino all’onorevole Brambilla, il cui amore per gli animali le fa perdonare persino quella colata rosso battona sulla testa. Ma nulla. Cercai allora gli sconsiderati padroni di quell’Amendola canino. La loro era una costruzione verde ornata da minacciosi nani da giardino. Mi aprì una tipa corpulenta. Con calma snocciolai il mio credo sul valore che l’assumersi le proprie responsabilità possiede oggigiorno. Lei mi ascoltò senza palesare emozioni. Fu da un gesto che percepii del disappunto: mi sbattè la porta in faccia. La notte, nel letto, ero angosciata. Mi alzai e andai in cucina, dove Nanà dormiva accoccolata su una poltrona. Le sedetti accanto, la accarezzai e mi sciolsi in singhiozzi “Non sono stata capace di proteggerti. Potrai mai perdonarmi?” A quel punto accadde qualcosa di stupefacente: lei si tirò su e, poggiata una zampa sul mio braccio, parlò “prima di essere accolta in questa casa, ho vissuto momenti brutti: sono stata abbandonata, ho patito la fame e il freddo, mi hanno persino picchiata. Ma questo è niente, paragonato a quello che devi aver passato tu”. Fu allora che realizzai: a 34 anni vivevo ancora con i miei, senza lavoro o fidanzato. Ed ero lì, alle tre di mattina, a parlare di stupro con un cane. Capii che mi serviva un professionista, uno bravo. Gli avrei raccontato tutto, le mie frustrazioni, il perenne senso di inadeguatezza. Avrei taciuto solo un particolare: che a suggerirmi di andare da lui era stato un cane.

6° Classificato “Io, l’eremo e suor Marta” di Carlo Antonicelli

[Il video di questo racconto purtroppo non è ancora disponibile per un problema di audio]

Avevo sedici anni allora. Sin dal concepimento ero stato causa di dolore e fatica, per me e per gli altri. Non l’avevo poi deciso io di venire a questo mondo. E avevo visto bene.
Durante l’adolescenza passai per vari collegi, pieni di preti dalle buone intenzioni. Inutile dire che scappai ogni volta che ve ne fosse la possibilità. Quando sputai in faccia al Padre Superiore mi spedirono in un eremo dove si curavano preti stravecchi in fase terminale. E fu lì che La incontrai. Quando la vidi, l’ultima cosa che mi venne in mente fu pensare che fosse una suora. E invece cazzo se lo era! Non portava il velo e non so perché. Aveva capelli castano chiaro finissimi, tagliati corti (ancora ricordo lo sfregare delle mie dita attraverso quei diafani fili di seta). Occhi grigi, due bulbi nerissimi. Alta e longilinea. Pelle bianca. Suor Marta mi aveva preso il sonno. Desideravo mettere il mio cuore malato nelle sue mani taumaturgiche! La mia fantasia cavalcava indomita su per i fili dei suoi collant, sin dove questi finivano e la morbidezza delle sue cosce mi aspettava per cogliere il frutto della passione.
Nell’eremo ci dormivano solo i frati. E io con loro. Le suore arrivavano all’alba. Zelanti svolgevano le loro mansioni: pulire e disinfettare, spazzare e frizionare quei corpi consumati dal tempo. Alle sei di sera lasciavano l’eremo e tornavano nel loro convento. Potevo vederla solo da lontano: quando entrava e usciva dalle stanze dei malati. Sembrava non ci fosse nessuna possibilità che ci potessimo incontrare. Passò molto tempo prima che il destino (o Il Signore stesso, chi lo sa?) ci facesse incontrare. Accadeva che dopo pranzo ci fosse sempre un’ora di ricreazione per tutti. L’aria frizzante rendeva tutti più allegri: uomini e donne fraternizzavano amichevolmente. Anch’io mi univo alla ciurma: pensavo a quale scusa potevo inventarmi per parlarle, ma lei non mi degnava di uno sguardo.
Un giorno in cui l’autunno si affacciava alle porte, accadde l’impossibile. Si appropinquava un grosso temporale. Tutti correvano e si dimenavano, un po’ spaventati e un po’ eccitati dalla manifestazione di potenza della natura. Quando gli ultimi rimasti, in fila indiana, si stavano avvicinando alla porta per rientrare, qualcuno si nascose dietro il muro del convento per non farsi vedere da chi stava sul ciglio d’ingresso. Non mi sfuggì di chi fossero quei capelli che vedevo dall’alto. Uscì sparato fuori dalla cella, e mi buttai giù per le scale che portavano all’esterno. L’aprii e la vidi da lontano. Scappava, sotto la pioggia. Non esitai un momento e le corsi dietro. Fuggiva con tutto il fiato che aveva in corpo nel bosco. Inciampò e cadde e dopo un po’ la raggiunsi. Le sorrisi e invece di tirarla a me e fermarla, continuai a correrle accanto, tenendole la mano. Così, mano nella mano, continuammo a sfrecciare tra gli alberi. Per un momento desiderai solo continuare a correre, insieme a lei. Che importava la nostra destinazione? La foresta ci avrebbe protetto, sarebbe stata la nostra casa e il nostro rifugio dal mondo. Eravamo zuppi d’acqua, o di sudore, non so dirlo. Quando le risate si esaurirono, ci fermammo, fissandoci. I capelli fradici le si erano appiccicati sulla fronte. Faceva lunghi respiri per recuperare fiato e la camicetta bagnata lasciava intuire la rotondità del suo seno. Ci ritrovammo vicini e il suo volto mi parve aver smarrito l’inquietudine e il senso di colpa. Scostai i capelli bagnati dalla sua fronte. Era più bella che mai.

5° Classificato “Mente solitaria” di Fabio Carroccia

Avrai trovato questa lettera.
Maschio o Femmina che tu sia, ciò non cambierà che quando leggerai non ci sarà più nulla da fare per nessuno ormai.
Siamo tutti fregati. Non so se mi crederai, ma prima dell’ineluttabile voglio spiegarti un paio di cose su di me, e su di te magari.
Se sei F, voglio dirti frena, tira un sospiro e aspetta, la smania di correre ti ha portato troppo avanti, in un luogo che ora ti sembra ottimale per le tue caratteristiche, ma ti garantisco che fra poco non sarà più così. Hai voluto, ed hai dovuto recuperare il terreno perso, ma ora accontentati di ciò che hai, bramare non ha premiato mai nessuno.
Se invece sei M, voglio dirti corri, non vedi che stai arrancando, non vedi che non puoi più andare avanti in queste condizioni. Corri, raggiungi lei, e poi avanzate insieme. Insieme si costruisce, soli si può solo distruggere.
La colpa è dell’alienazione dovuta alla velocità della comunicazione globale, e alla nostra società meschina. Un’alienazione che ti garantisco, fra forse 50 anni, si studierà nei banchi di scuola.
Pensaci bene, quante volte prima di dormire avrai pensato “io forse mi salvo”, “io forse riuscirò a far qualcosa di buono nella mia vita”. Perché nella società moderna se ti realizzi vuol dire che sei un salvato, perché al giorno d’oggi ti devi salvare, e non tutti ne hanno la forza.
Io sognavo, volevo fare lo scrittore, poi ho cambiato idea.
Ho visto attorno a me milioni di persone con il mio stesso sogno, ed ho pensato che il mio era soltanto un sogno fin troppo usato.
Ho proiettato la mia immagine nel futuro, e mi sono chiesto, qualora non riuscissi a realizzare il mio sogno di scrivere, che farò?
Mi alzerò tutte le mattine per andare a fare un lavoro che mi fa schifo, che mi corrode giorno dopo giorno, un lavoro che non mi gratificherà mai?
Penserai che io sia un pessimista. Può darsi.
Riflettici un secondo però, fingiamo che io abbia ragione, e che le mie parole siano verità. Come la mettiamo?
Io non so rispondere alle mie domande, sono uno stupido, ho chiuso a chiave il cassetto perché sono stufo di nutrirmi di speranze.
Oggi ho visto una vecchietta attraversare la strada, ed ho pensato. Cosa significa essere anziani?
Quando il tuo fisico non risponde più come un tempo ed anche le cose più banali ti costano fatica. Giustificheresti la morte?
Meglio non saperlo, io ho la mia scelta, stupida certo, ma mia.
Ti prego di non seguire il mio esempio,vivi la tua vita a 360 gradi, forse tu sarai più fortunato/a di me e avrai tutto quello che desideri, spero solo di averti almeno fatto riflettere un po’.
A differenza mia, tu, combatti!
Nella vita sii te stesso, preoccupati sempre di essere qualcosa e non leccare mai il culo a nessuno.
E poi non aver paura di innamorarti, l’amore è una delle cose per la quali vale la pena di vivere.
Addio.

La penna sul fianco del foglio, i Pink Floyd nelle casse.
Fuori c’è il sole e la primavera.
La mano si avvicina alla pistola. Trova la tempia..
Colpo secco, sbuffo di fumo, puzzo di cordite, tintinnio metallico del proiettile espulso, una pioggerella calda e rossa, buio.

La lettera venne pubblicata su tutti i giornali, con il classico stupore dell’opinione pubblica.
Dopo un po’ non fece più notizia e finì nel dimenticatoio, come l’uscita di un nuovo telefonino.

4° Classificato. “Nostos mancato” di Andrea Tupac Mollica

“Andiamo incontro alla morte”. Poi non disse altro. E il sole giallo itterico affogava
nell’oceano di piombo fuso e spumeggiante, le nubi nel cielo oscuro che si accavallavano
spandendo cupi brontolii nell’aria. La spiaggia, livida, e lui, in ginocchio.
Gli occhi erano arpionati dagli ultimi bagliori di quel sole che stava spirando;
i quell’aria una grave oppressione gli velò l’anima.
“Val bene la pena di arrendersi ad un nemico si forte” Disse, e le lacrime, grigie
anch’esse gli squarciavano il viso, come schegge di vetro tagliente e infido. Pianse
per se, destinato ad un ritorno senza meta, pianse per coloro che erano vivi, allorché
non erano già morti, pianse per il dolore che avrebbe sofferto e, che aveva
sofferto già, per quello che mai soffrì. Le tenebre avanzavano con pigrizia, vaghi
arbusti a ovest straziati nelle foglie spinose dal sale, testardi protendevano le loro
braccia in alto, rivendicando la vita per loro. Finché luci le loro rare stelle, fioche
luci, come una lama d’acciaio che bagliugina, poco prima del colpo di grazia, davanti
al perdente ebbro del suo sangue e stanco. Qualche impavido flutto gemendo
aggrediva gli scogli frastagliati, che come una fila di orribili zanne si protendevano
nel mare.
Ma il vento dell’ovest sovrastava ogni rumore: signore dell’abominio della desolazione
recava i canti di morte di schiere di morti, il cozzare di lame e di legni, delle
canzoni di guerra, e poi nulla. Il fardello del sonno tiranneggiò d’un tratto i suoi
muscoli, appestando le ossa gelate dal vento e dal mare.
“Dolce spirare ancor prima di partire. Ma non una stilla di sangue, non una lacrima
mi sarà concesso di risparmiare. Cercherò di serbare: erede di nessuno, non
lascio eredi”
Poi cadde, come svenuto.

3° Classificato. “Amore nel metrò” di Davide Schito

Non dimenticherò mai quel breve eterno istante in cui i miei occhi si persero nelle sue iridi sfavillanti. Come ogni mattina ero uscito presto di casa per recarmi al lavoro con i mezzi pubblici, nonostante il mio odio dichiarato per i mezzi pubblici in particolar modo la metropolitana. Migliaia di persone strette nella morsa di un tubo senza aria, nessuno che si parla, tutti con l’iPod nelle orecchie a volume altissimo, nonostante Milano sia una città con tantissimi abitanti e bellezza ma col vizio che allontana gli individui, distratti dall’eccesso, dall’ostentazione, dai vizi.
Ho sempre avuto l’abitudine di scrutare il più singolo movimento ed espressioni della gente, domandandomi cosa pensino tutto il tempo, e in fondo al cuore sono convinto che anche molti di essi quando guardano il sottoscritto sono portati a pensare le stesse cose.
Ero intento a portare a termine quest’attività quando la intravidi al centro delle porte della metropolitana. Fu allora che i nostri sguardi toccarono vicendevolmente le nostre anime e ci legarono l’uno all’altra in maniera indissolubile. Eppure non avevo mai visto quell’angelo del cielo e non ero il tipo di ragazzo che si lascia andare così negli innamoramenti subitanei e incontrollati. Era successo quello che avevo sempre sognato e immaginato, nei pomeriggi che passavo annoiati e pensierosi, nel buio fra le quattro mura della mia stanza. Incontrare la ragazza dei miei sogni, il quale era sempre stato solo un’impresa impossibile, un miraggio nel deserto delle mie emozioni. Esse, fino alla vista di quella bellezza extraterrestre, erano sempre state un rebus persino per me, il loro possessore.
Ora avevo un nome per quella sensazione di gioia incommensurabile: amore. Era la prima volta che lo provavo. Così, quando la vidi scendere, anche se non era ancora la mia fermata non ci pensai neanche per un singolo secondo e mi fiondai attraverso la porta che si stava inesorabilmente per chiudere.
Lei, l’angelo che mi aveva rapito per sempre il cuore, non si era accorta di niente, non immaginava che dietro di qualche metro il suo principe azzurro, io, la stavo seguendo. Avevo assolutamente bisogno di un motivo per fermarla e conoscerla, ma la mia mente ottenebrata dall’amore non riusciva a concepire un’altra azione che non fosse camminare dietro a lei stando attento a non farmi scoprire.
Poi successe un avvenimento che doveva per forza essere opera di qualche potenza soprannaturale. Dalla tasca posteriore del suo cappotto cadde un pezzo di carta, non riuscivo a vederlo bene ma in fondo al mio cuore ne ero certo, era il suo biglietto, senza il quale non sarebbe riuscita ad uscire dai tornelli.
Avanzai verso avanti a lunghissime falcate e riuscii ad abbrancarlo con le dita della mano destra prima che fosse troppo tardi.
La chiamai e lei si girò verso di me.
“Ehi il biglietto!” le dissi. Lei sorrise e fu come se un’orchestra della Scala cominciasse all’unisono il suo concerto più importante.
“Grazie!” mi disse, al che io le risposi: “Ti va un caffè?”
Ma il suo sorriso, lì, svanì come nebbia e mi rispose: “Mi spiace sono in gravissimo ritardo” e se ne andò, svanendo nei tortuosi meandri della fermata del metro’.
Ecco, questa è la storia del mio vero innamoramento per un’angelo donna, il primo, che nonostante non si sia poi concluso in modo lieto mi ha dato la spinta decisiva per cercare la ragazza dei miei sogni, che sono sicuro è in qualche anfratto del mondo che mi aspetta.

2° Classificato. “Annegare” di Angela Galvan

È quasi sera e il sole sfiora il confine tra mare e cielo, così confuso… indora la spiaggia e mi chiedo quanto distante sia quel punto. Voglio raggiungerlo. “attente alle mie scarpe”, grido alle mie amiche che con un gelato godono dell’ultimo chiarore prima che la brezza si porti via anche la voglia di osservare quel miracolo. Avevamo passato un intero pomeriggio tra tuffi asciugandoci al sole;, era stato divertente, ma, ma c’è sempre un ma; un particolare inadatto talmente piccolo da non poter essere superfluo. M’attira verso l’ignoto calmo, il mare, dotato di una forza misteriosa; sono sicura, tra poco le onde si faranno voraci e ingoieranno il mondo.
M’avvio, m’addentro, vestita. Gli abiti mi si attillano, poi si gonfiano. Passo minuti soavi nell’acqua fredda che carezza i miei piedi, passo dopo passo: sto bene. Mi avvolgo di quei brividi come fossero una coperta, le onde, e non nuoto; cammino, ancora un po’. Poi non tocco più ed è come volare, prendo una boccata d’aria e guardo il sole rosso, il mare dello stesso color sangiue, il cielo che si riflette in esso. Venere compare, io m’immergo. Inganno gli uccelli che volano sopra la mia testa, essi credono io stia danzando. Invece anelo. Una flebile figura solitaria che ascolta il frastuono del silenzio… Tengo gli occhi aperti e vedo i miei lunghi capelli disperdersi intorno. Intorno, oltre i miei capelli: acqua. Quanto tempo posso stare senza respirare? Anelo ancora nel tentativo di restare in superficie ma scopro di essere troppo in basso, e forse, va bene lo stesso. Non tocco il respiro, ingoio sale e lacerazioni, ma nonostante sprofondo sinuosa, nel profondo… l’acqua è nera e bella, dimentico pene e peccati in un cupo sorriso che sfiora l’eterno. L’acqua che mi chiamava non mi restituirà, la corrente mi trasporta al largo e non posso resistere.Percepisco quasi l’oblio ritrovando pace di paradisi lontani.

1° Classificato e vincitore del Racconto Più Brutto 2014. “L’uccello del malaugurio” di Giuliana Mazzei

Chi sei?
Come non lo hai ancora capito? Sono il tuo uccello del malaugurio. Le nostre strade si intrecciano sempre. Chi ti manda? Forse quell’affascinante diavoletto che viene a trovarti nei tuoi sogni ricorrenti.
Lacrime che sgorgano, nere impresse lì, su quel quadro buttato là e forse obliato. Fogli svolazzano nell’aria, impregnata di odore acre di fumo e alcool.
Forse troppa solitudine? Vivere senza chiedersi in continuazione il perché.Voragine, vuoto incolmabile. La vita per Camilla è poesia. Quanti deliziosi turbamenti nella sua mente maldestra e disordinata. Foglietti sparsi in giro.
Camilla sognare si è bello, ma a volte la realtà ti schiaccia.
Reagire alla monotonia!
Imperativo solenne che echeggia. Veramente fai parte della terza specie? Ma che animale sei? Forse un bel gattino, che solo con una carezza comincia a fare le fusa. Come sei incredibile e bizzarra!
Chi ti ha mandato qui?
Il nulla impetuoso uccide il mondo. Soccombi. Poi però per qualche strana forza di gravità ti rialzi sempre. Ma a cosa aspiri davvero alla luce o alle tenebre?
Io ti vedo così: raggiante e cupa allo stesso tempo. La tua ancora di salvezza i sogni che custodisci lì, in quella soffitta segreta, angolo nascosto della tua mente.
Pensi e ripensi ai torti subiti. Poi ti lamenti per giunta del tuo ultimo corteggiatore. Vabbé aveva l’alito cattivo ma poverino che colpa ne aveva?
Dici di te stessa cose assurde: Addirittura che sei romantica!Calpesti i fiori e te ne freghi della raccolta differenziata! Non hai scuse. Morirai sola.
E vuoi pure essere cremata per non lasciare tracce di te sulla terra, però scrivi e dipingi, chissà per chi, se non per i posteri! Il tuo talento é nascosto, quasi invisibile; o incomprensibile?Sei così. Mutevole. Lunatica. Impavida.
Adesso si fa sul serio però devi concludere qualcosa. Devi arrivare a un traguardo, uno qualsiasi.
Che farai? Pensa positivo. Tutto passa Camilla. Anche il dolore? Certo! O lo vuoi custodire gelosamente come se fosse il tuo “salvatore”? Beh soffrire è stare strettamente agganciati alla realtà.
Ti innamori troppo. O tutto o niente, non è tutto bianco o nero Camilla. La vita è anche fatta di sfumature. Quelle che lasci là impresse nei tuoi quadri? No, non quelle e lo sai. Quelle dell’anima e della psiche.
La vita è lunga e emozionante, lo sai? Tanti dicono che è un “mozzico”, ma per noi no, vero Camilla? A volte guardi fuori, sposti la traiettoria dell’osservazione e scopri di non essere tanto sola.
Hai mille interesssi che parcheggi lì. Artista? Ma de ché. Incompresa sempre, da una vita.
Aspiri all’emancipazione e ti ritrovi in camera a leggere libri tipo: “Su con la vita Charlie Brown.” Bizzarrie…….Follia. Quando ti innamori impazzisci.
Sei proprio un personaggio. E canticchi in continuazione per farti compagnia. E il rapporto con Luca? Ingarbugliato sempre.Ma dove vuoi andare a finire?
Nel letto di chi? Di nessuno. Ho chiuso con l’altro sesso. Ma ne siamo proprio sicuri, Camilla? Adesso rilassati e pensa. E’ questa la vita che avresti voluto: confusa e piena di dubbi?
Sono sempre il tuo uccello del malaugurio. Te ne sei dimenticata? Sono troppo buono con te. La negatività ti rimbalza. Soccombo. Hai vinto. La vita un lungo viaggio pieno di contraddizioni, dove a volte emerge l’amore.
Stare con te è stimolante, è bizzarro è già tutto vita. A me va bene così. Uccello del malaugurio ti ho incastrato e riconosciuto.
Penso per tua sfortuna che non ti abbandonerò mai.

Ed ecco, infine, la premiazione.

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Orwell 1.5 https://minimaetmoralia.it/editoria/orwell-1-5/ https://minimaetmoralia.it/editoria/orwell-1-5/#comments Sun, 27 Jan 2013 10:06:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12656 Attenzione questo pezzo di informazione culturale contiene inopinatamente degli spoiler molto pesanti. Un mese e dieci giorni fa usciva in edicola l’ultimo numero dell’inserto settimanale di Pubblico, che si chiamava Orwell. Il giornale papà chiudeva per mancanza di introiti, il figlioletto Orwell accettava (subiva) le disgrazie del padre. Dire che non ce l’aspettavamo è dire […]

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Attenzione questo pezzo di informazione culturale contiene inopinatamente degli spoiler molto pesanti.

Un mese e dieci giorni fa usciva in edicola l’ultimo numero dell’inserto settimanale di Pubblico, che si chiamava Orwell. Il giornale papà chiudeva per mancanza di introiti, il figlioletto Orwell accettava (subiva) le disgrazie del padre. Dire che non ce l’aspettavamo è dire poco. Diciamo che la scena che riproduce metaforicamente la nostra reazione quando siamo arrivati in redazione e ci è stato detto che avevamo pochi giorni di vita è stata questa.

Ma, poi, quasi con un meccanismo automatico, la redazione (quelle venti-trenta persone che hanno dato vita a questo esperimento di soli tre mesi) ha continuato a vedersi, tutti i lunedì a casa di Carolina Cutolo, e a sentirsi, per mailing-list. Racconto tutto questo non per fare un diario delle mie malinconiche settimane di gennaio, ma perché avevamo cercato fin da subito un rapporto di trasparenza nei confronti del lettore e quindi ci piacerebbe continuare così. Continuare a vedersi aveva uno scopo: continuare a fare una cosa che evidentemente – dai riscontri veramente affettuosi, dagli attestati di stima che avevamo ricevuto – ci eravamo convinti anche noi che ci venisse bene.

Avevamo avuto la presunzione di supporre che in Italia si potesse creare un inserto culturale con un budget limitato in grado di fare una critica culturale che fosse anche politica, con pezzi lunghi, idiosincratici, totalmente liberi nella scelta dei temi, che al tempo stesso ponessero il problema di cosa vuol dire fare critica culturale in un contesto in cui l’informazione culturale è fortemente pubblicitaria – e ora che pareva ci fossimo riusciti, questa cosa non ci andava giù. Insomma, credo sia normale, ma ci dispiaceva essere morti. Per cercare di farvi capire come ci sentivamo, forse potreste vedere questa scena.

Mentre cercavamo di recuperare i 16.000 euro che Pubblico ci doveva (ci deve), abbiamo subito pensato quindi a quali fossero le soluzioni pratiche per continuare Orwell, e se possibile rilanciarlo, farlo ancora più bello e inventivo, più aperto ai lettori, più internazionale, più artistico (perché alla critica non si può chiedere una qualità estetica pari alla narrativa?). Per soluzioni pratiche abbiamo inteso un insieme molto largo di idee da cui abbiamo finito con l’escludere quelle del tipo “Ho un mio zio che è emigrato in Cile negli anni ’50 e pare sia diventato molto ricco, potrei provare a rintracciarlo” o “E se facessimo un inserto culturale che viene trasmesso per via medianica?”. Abbiamo insomma compreso che avevamo creato un gruppo e che questo era (è) un capitale umano che sarebbe un peccato molto grave disperdere.

Ora, a un mese e passa dal nostro passaggio da rivista attiva a rivista dormiente, le cose stanno più o meno in questo modo: come forse alcuni sanno, Pubblico ha ricevuto l’interessamento di un finanziatore nuovo che vorrebbe rilevare la testata: la notizia la potete leggere in molti posti e con varie inesattezze accluse, ma per capirci potete dare un occhio qui. Se tutto questo accadesse, che ne sarebbe di Orwell? La cosa che ci siamo risposti è: che intanto accada, e poi ne parleremo.

Nel frattempo stiamo cercando di capire anche come un progetto culturale del genere può autofinanziarsi. Quanto le persone sarebbero disposte a spendere per avere un inserto settimanale di cultura? Un euro, cinquanta centesimi, venti centesimi, nulla? Si può pensare a un crowdfunding? Si possono trovare dei mecenati che coprano dei costi vivi? Si può pensare di vivere on line e riuscire in tempi non brevi ma nemmeno millenari ad autosostenersi se non addirittura a guadagnare abbastanza per investire in tutte quelle idee che ci sono venute facendolo questo giornale (far tradurre pezzi dall’estero, commissionare inchieste, organizzare dei piccoli eventi, etc…)? Come se la passano Doppiozero, Il Post, Lettera 43, Linkiesta? Così o così?

E ci siamo detti, sempre nel frattempo, che un modo per cercare di mantenere un rapporto con i lettori che ci hanno seguito, lettori critici esigenti complici (piccoli segni: con gioia e stupore vediamo aumentare il numero di follower su Twitter nonostante Orwell non vada più in edicola), era – ora che anche il sito di Pubblico non è più accessibile – di preparare per loro un ebook antologico dei pezzi usciti su carta, e di aggiungere qualche nuova traccia regalo. Lo faremo a breve.

Per adesso ci sembrava debito comunicarvi insomma che siamo vivi, e che praticamente ogni giorno ci mangiamo le mani perché ci vengono in mente in un modo pavloviano pensieri del tipo: “Questo lo devo proporre a Orwell”, “Su questo bisogna farci un numero speciale di Orwell”. “Devo segnalare questa cosa sul twitter di Orwell”. E siamo sicuri di non darcela per vinti. Spero ci capiate come ce la viviamo, altrimenti potete vedere questa scena qui.

A presto. Decisamente a presto.

 

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Piccoli editori capestro https://minimaetmoralia.it/editoria/piccoli-editori-capestro/ https://minimaetmoralia.it/editoria/piccoli-editori-capestro/#comments Sat, 20 Oct 2012 08:37:04 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9802 Pubblichiamo un articolo di Carolina Cutolo uscito su Orwell. (Immagine: Installazione di Janet Cardiff e George Bures Miller.)

«Del resto, per quanto amaro possa essere questo per me, il danno maggiore è per i miei contemporanei che non sanno utilizzarmi, che non si accorgono di me, o, forse, ostentano di non accorgersi di me». Questo ritratto satirico della vanagloria e dell'amarezza di un pensatore, un artista, uno scrittore che non riesce a pubblicare, risale al 1942, anno di pubblicazione del Diario di Gino Cornabò di Achille Campanile. Oggi, a sessant'anni di distanza, la condizione dell'aspirante scrittore in Italia è andata ben oltre la caricatura.

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Pubblichiamo un articolo di Carolina Cutolo uscito su Orwell. (Immagine: Installazione di Janet Cardiff e George Bures Miller.)

«Del resto, per quanto amaro possa essere questo per me, il danno maggiore è per i miei contemporanei che non sanno utilizzarmi, che non si accorgono di me, o, forse, ostentano di non accorgersi di me». Questo ritratto satirico della vanagloria e dell’amarezza di un pensatore, un artista, uno scrittore che non riesce a pubblicare, risale al 1942, anno di pubblicazione del Diario di Gino Cornabò di Achille Campanile. Oggi, a sessant’anni di distanza, la condizione dell’aspirante scrittore in Italia è andata ben oltre la caricatura.

Nell’ultimo decennio, probabilmente a causa della tangibile impossibilità di realizzazione professionale, di ottenere un riconoscimento sociale del proprio valore, si è diffuso un desiderio generalizzato di pubblicare un libro, raggiungere il successo, fare il “colpo gobbo”, come lo chiama Ermanno Cavazzoni ne Il Limbo delle fantasticazioni, «col quale si sale di colpo e con poco sforzo» innalzandosi sul pantano degli altri disgraziati. Su queste velleità negli ultimi anni hanno costruito la propria fortuna centinaia di piccoli editori che, millantando professionalità e promettendo gloria, incastrano e spennano sprovveduti autori grazie a contratti capestro e richieste di denaro declinate nelle forme più fantasiose: «collaborazione dell’autore» (SBC Edizioni), «partecipazione alle spese di pubblicazione» (Limina Mentis Editore), «strategie di coproduzione» (Albatros – Il Filo).

Nel nutrito sottobosco di aspiranti scrittori sono in pochissimi a vedere l’editore come qualcuno con cui si contrae un accordo di lavoro e il contratto come un documento scritto dalla controparte sul quale trattare fino ad ottenere condizioni più vantaggiose e rispettose anche per l’autore. Il resto è una masnada di Gino Cornabò che vede l’editore come un illuminato che ha saputo riconoscere il vero talento, un benefattore al quale concedere riconoscenza e fiducia praticamente incondizionate.

Da circa due anni per Scrittori in Causa mi occupo di assistere gratuitamente gli autori nella soluzione di controversie con piccoli editori, e ho visionato decine di contratti di edizione accettati e firmati come fogli in bianco da autori inesperti e ingiustificatamente fiduciosi. Ecco alcuni esempi delle più frequenti clausole-trappola in cui mi sono imbattuta: «L’Autore cede all’Editore i diritti esclusivi dell’Opera per la durata massima consentita dalla legge vigente sul diritto d’autore» (Edizioni Il Foglio). La legge vigente è la n. 633 del 1941 e prevede una durata massima di vent’anni. Questa trovata di non precisare in anni la durata del contratto e di incastrare gli autori per tempi biblici ha delle varianti decisamente creative: «Nel caso in cui alla naturale scadenza del contratto le vendite non abbiano raggiunto le 250 unità, l’Editore ha facoltà di prorogare la durata del contratto per un tempo indefinito e comunque fino al raggiungimento di tale target» (0111 Edizioni), un sistema per inguaiare l’autore, grossomodo, per sempre.

«Siamo pronti a pubblicare la Sua Opera all’interno della collana Nuove Voci qualora possa fare acquistare, o acquistare direttamente, presso la nostra casa editrice n. 125 copie del Suo Libro, al prezzo di copertina di Euro 17,50»: si tratta del più subdolo stratagemma per agire da editori a pagamento nascondendosi dietro il dito della formulazione alternativa, come da contratto Albatros, ma anche (varie tipologie di “contributi alla pubblicazione”): A&B Editore, Caosfera Edizioni, Edicolors, La Riflessione Editrice, Limina Mentis, Manni Editori, Sangel Edizioni e SBC, che utilizza una formula di rara maestria dialettica: «Nell’attuale situazione del mercato editoriale il lancio di nuove opere è una vera scommessa che, vista la validità del Suo lavoro, come editori ci sentiamo di affrontare operando in stretta collaborazione con l’Autore. Pertanto Le chiediamo di acquistare direttamente o far acquistare (magari da uno sponsor – ente, impresa, associazione ecc, – da Lei indicato) n. 250 copie». Che professionalità, che lungimiranza: sanno di avere a che fare con uno squattrinato Gino Cornabò e gli suggeriscono persino dove andare a scollettare. E questo perché sono certi della validità del Suo lavoro, e ci tengono tanto a una collaborazione stretta, strettissima.

Uno dei problemi più seri dell’editoria italiana è l’arbitrarietà incondizionata degli editori nella stesura dei rendiconti. Grazie a questo buco nero molti piccoli editori hanno escogitato un trucco che, oltre a consentirgli di non pagare le royalty dalla prima copia venduta come sarebbe giusto, li favorisce qualora decidessero di non pagare MAI: «L’Autore percepirà il compenso relativo ai diritti d’autore dopo le prime 100 [ma si arriva anche a 300, ndr] copie vendute» (0111, Il Foglio, Limina Mentis e, con formule analoghe: A.Car Edizioni, Aracne Editrice, Caosfera, SBC).Alcuni creativi della contrattualistica contano invece sull’inettitudine degli autori: «L’Autore, entro il 31 marzo di ogni anno solare […] potrà chiedere all’Editore il rendiconto delle copie vendute» (Albatros, SBC). L’autore potrà chiedere il rendiconto, è chiaro quindi che si tratti di una facoltà concessa dall’editore: come non provare indefettibile riconoscenza?

C’è tuttavia un numero impressionante di singole, ingegnosissime clausole che meriterebbero un tomo dedicato. Una su tutte (0111 Edizioni) è la seguente: «Nel caso di inadempienze da parte dell’Autore (dicasi contenziosi) […] la proprietà dell’Opera diventerà di proprietà esclusiva dell’Editore, che potrà utilizzarla nei modi che riterrà opportuni, anche trasferendo ad altri i diritti acquisiti con il presente contratto e senza il consenso dell’Autore, che perderà quindi ogni diritto sull’Opera». In sostanza ci si garantisce grazie a un pretesto qualsiasi e del tutto arbitrariamente la proprietà esclusiva dell’opera senza alcun riferimento temporale. Dunque, va da sé, il nostro Gino Cornabò avrà perso ogni diritto sul suo capolavoro letterario per l’eternità.

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