Carrie Brownstein Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/carrie-brownstein/ un blog di approfondimento culturale Wed, 22 Oct 2014 13:47:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Carrie Brownstein Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/carrie-brownstein/ 32 32 Ragazza Y https://minimaetmoralia.it/ritratti/tavi-gevinson/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/tavi-gevinson/#respond Tue, 21 Oct 2014 15:00:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23842 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Foto: Annie Leibovitz)

A diciott'anni ha fondato e dirige una delle riviste di cultura pop e moda indipendenti più belle e nuove d'America. Tavi Gevinson è nata nel 1996 a Chicago ed è cresciuta a Oak Park, Illinois. Ha iniziato a farsi notare (dalle sue coetanee e non solo) quando di anni ne aveva dodici e ha aperto il suo primo blog di moda, Style Rookie. A quindici anni ha esteso il blog alla cultura pop (letteratura, musica e fumetto soprattutto) e al neo-femminismo, e lo ha trasformato nella bellissima webzine Rookie Magazine. Nel frattempo ha iniziato a scrivere per Harper's Bazaar, a essere regolarmente invitata alle settimane della moda di New York e Parigi e fotografata e/o intervistata a ogni sua apparizione pubblica.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Foto: Annie Leibovitz)

A diciott’anni ha fondato e dirige una delle riviste di cultura pop e moda indipendenti più belle e nuove d’America. Tavi Gevinson è nata nel 1996 a Chicago ed è cresciuta a Oak Park, Illinois. Ha iniziato a farsi notare (dalle sue coetanee e non solo) quando di anni ne aveva dodici e ha aperto il suo primo blog di moda, Style Rookie. A quindici anni ha esteso il blog alla cultura pop (letteratura, musica e fumetto soprattutto) e al neo-femminismo, e lo ha trasformato nella bellissima webzine Rookie Magazine. Nel frattempo ha iniziato a scrivere per Harper’s Bazaar, a essere regolarmente invitata alle settimane della moda di New York e Parigi e fotografata e/o intervistata a ogni sua apparizione pubblica.

Oggi di anni ne ha diciotto e il materiale raccolto nel suo blog è stato felicemente raccolto in due grandi libri (Rookie Yearbook OneRookie Yearbook Two, pubblicati entrambi dall’editore canadese Drawn & Quarterly) pieni di foto, collage, adesivi, tarocchi da staccare e collezionare, playlist, contributi e interviste a varia celebrità come Miranda July, Lena Dunham, Jon Hamm, Zooey Deschanel, David Sedaris, John Waters, Chloe Sevigny, Liz Phair, Daniel Clowes, Carrie Brownstein, Chris Ware e Morrissey. Il terzo volume è in arrivo in ottobre (Rookie Yearbook Three, uscirà per Razorbill, il marchio young adult di Penguin) con interviste a Sofia Coppola, Greta Gerwig e Kim Gordon, e contributi di Dakota e Elle Fanning, Grimes e Kelis.

Gevinson nel frattempo ha intrapreso la carriera di attrice che l’ha vista esordire nel corto First Bass, dare voce insieme a Kathy Bates al corto di animazione Cadaver e a uno dei personaggi dell’ultima stagione dei Simpson, e ottenere una parte nel lungometraggio Non dico altro della regista Nicole Holofcener. Compare anche nel bel documentario sulla musicista, attivista e riot grrrl Kathleen Hanna The Punk Singer, a rappresentare le più giovani, quelle che si riconoscono come figlie spirituali di Joan Jett o M.I.A., hanno usato al meglio i loro insegnamenti e negli anni duemila cercano di essere riot a modo loro.

Su vimeo c’è un video in cui Gevinson canta (bene) Heart of Gold di Neil Young, e su youtube c’è una sua conferenza in cui spiega “l’imprevedibilità della Generazione Y” (quella che raduna la moltitudine di gente nata dagli anni ottanta in avanti) e insiste su quanto la rapidità di tecnologie e mode renda più democratico tutto ampliando così tanto la gamma delle possibilità che fare diventa una necessità. Lei dimostrazione vivente.

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Portlandia. Gli anni dei divani https://minimaetmoralia.it/televisione/portlandia-gli-anni-dei-divani/ https://minimaetmoralia.it/televisione/portlandia-gli-anni-dei-divani/#comments Wed, 20 Jun 2012 13:34:17 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8449 Pubblichiamo un articolo di Giulio D'Antona sulla serie tv «Portlandia».

di Giulio D'Antona

Non so ancora bene come pormi nei confronti degli hipster. Mi piacciono o non mi piacciono? Quanto si discostano dal radical chic?

L'alt-country mi piace, i maglioncini a motivi geometrici mi piacciono, i ray-ban clubmaster mi piacciono. Non mi piace il culto della bicicletta, ma mi piace il cibo biologico, anche se non mi piace il costo, del cibo biologico. La barba mi piace. Mi piacciono i tatuaggi in stile Sailor Jerry, non mi piacciono i tunnel ai lobi. Non mi piacciono le creste, e questo va bene perché non piacciono neanche a loro, ma non mi piacciono nemmeno i ciuffettoni davanti agli occhi.

Mi piace Portland – Oregon, e mi piace Portlandia, è un bene o un male?

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Pubblichiamo un articolo di Giulio D’Antona sulla serie tv «Portlandia».

di Giulio D’Antona

Non so ancora bene come pormi nei confronti degli hipster. Mi piacciono o non mi piacciono? Quanto si discostano dal radical chic?

L’alt-country mi piace, i maglioncini a motivi geometrici mi piacciono, i ray-ban clubmaster mi piacciono. Non mi piace il culto della bicicletta, ma mi piace il cibo biologico, anche se non mi piace il costo, del cibo biologico. La barba mi piace. Mi piacciono i tatuaggi in stile Sailor Jerry, non mi piacciono i tunnel ai lobi. Non mi piacciono le creste, e questo va bene perché non piacciono neanche a loro, ma non mi piacciono nemmeno i ciuffettoni davanti agli occhi.

Mi piace Portland – Oregon, e mi piace Portlandia, è un bene o un male?

Portlandia è lo sketch-comedy show di Carrie Brownstein e Fred Armisen, alla sua seconda stagione per la IFC, ancora inedito in Italia. Fred Armisen è un comico, viene dal Saturday Night Live e ha quella faccia conosciuta da caratterista della commedia americana a cui è difficile attribuire un nome, Carrie Brownstein è una chitarrista, ex Sleater Kinney e riot grrrl convinta. Bravi, tutti e due.

Si sono conosciuti a una festa a New York City. Fred, sapendo di un concerto delle Kinney in città, ha invitato il gruppo a un evento del SNL e si è presentato indossando una maglietta con stampata la faccia di Carrie. Era il 2003, da allora hanno deciso di dover lavorare assieme malgrado le distanze – vivevano su due coste opposte – e hanno cominciato a produrre e girare sketch per il web, fondando il sodalizio che li avrebbe condotti, nel 2011, ad approdare all’Indipendent Films Channel.

Nella musica di Carrie non c’è niente di ironico. Gli anni novanta li ha passati dormendo sui divani nel corso degli infiniti low-budget tour  che la strapazzavano in giro per gli Stati Uniti. Saltando da un club all’altro senza mai prendere un aereo, suonando in quei locali scuri e angusti che decidevano la fama e la disfatta di un gruppo per poche settimane, poi venivano inghiottiti da un decennio che sembra aver partorito soltanto fallimenti.

Le Sleater Kinney hanno trasceso il movimento delle riot grrrls, lasciandosi influenzare da un punk duro e gridato, serio e determinato nelle sonorità come nelle convinzioni. Per Carrie non è uno scherzo, questo è evidente. Eppure sembra incarnare tutto ciò su cui oggi lei e Fred ironizzano. Lo stile debosciato e sciatto delle scarpe da ginnastica bucate, dei camicioni di flanella e dei berretti di lana anche in estate, che testimonia la disillusione figlia della deriva musicale degli anni ottanta e nipote della rabbia dei settanta, ormai lontani e nebulosi.

La precarietà di gruppi che nascono e muoiono nell’arco di pochi anni – le Sleater Kinney si sono sciolte nel 2006, dopo essere state definite dal critico Greil Marcus “miglior band americana” – ha lasciato l’amaro in bocca a Carrie, senza però toglierle la vitalità e la voglia di innovarsi. A guardarla dà l’impressione di una ragazza timida e seria, dalla carnagione chiara e gli occhi nocciola, piccola e con una bocca sproporzionata, ma sul palco rivela la sua vera natura. Esplode nell’istinto primordiale del rock più puro. Salta, striscia, si contorce come un’indemoniata, suda e non prende mai fiato, facendo emerge l’energia della chitarrista riconosciuta da Rolling Stone come la “più sottovalutata d’America”. Un processo di formazione cominciato ai tempi del college, quando Carrie ha abbracciato la causa femminista delle grrrls e ha conosciuto Corin Tucker, con la quale ha vissuto una travagliata storia d’amore e fondato le Kinney.

Anche gli anni novanta di Fred sono stati legati alla musica, prima direttamente, come batterista del gruppo punk di Chicago Trenchmouth, poi indirettamente, come marito della cantautrice inglese Sally Timms, dei Mekons. Per lui però, il destino era quello di finire in televisione, inizialmente con brevi apparizioni – ma memorabili – nello show di Conan O’Brian, quindi con l’affermazione comica al Saturday Night Live che lo ha portato in breve al cinema, nel circuito del Frat Pack.

L’idea di lavorare assieme è nata dalla necessità di consolidare un’amicizia fondata sulla passione comune per la musica indie, che sfiora la maniacalità nella ricerca, sulla precarietà nei rapporti di coppia – Carrie odia la definizione bisex ma ne vive l’ambiguità, e Fred ha due matrimoni fallimentari alle spalle – e sull’operosità intensa che li vede sempre impegnati in nuovi progetti.

Fred ha proposto a Carrie di scrivere e girare qualche sketch da diffondere su internet. Sapeva quello che stava facendo, e in pochi mesi i due hanno dato vita all’etichetta indipendente ThunderAnt e gettato le basi per la definizione di molti dei personaggi e delle situazioni rintracciabili in Portlandia. Il cinismo esasperato che emerge dai dialoghi già nelle primissime produzioni è uno degli aspetti che consolida il legame tra i due. Un carattere maturato per entrambi negli anni dei divani, sospesi in quella condizione che hanno condiviso su binari paralleli, e che è riemersa al momento di mettere sul tavolo le idee, quando all’improvviso la loro sensazione di smarrimento e inadeguatezza è diventata vintage e quindi à la mode. Lo stesso mondo, da due angolazioni differenti.

Portlandia incarna questa affinità, e testimonia questo processo di formazione prendendo spunto dalle situazioni più varie: il negozio per sole donne gestito da una coppia di femministe non troppo convinte, che ha fatto delle poche nozioni che possiede dei mantra inattaccabili, un sindaco che gestisce la città come un parco giochi tra strambe iniziative, misteriose sparizioni e una sfera da pilates – assistito tra l’altro dal vero sindaco di Portland, Sam Adams – e coppie fanatiche del chilometro zero, ossessive e petulanti, disposte a tutto pur di avere la certezza di mangiare bio – qualsiasi cosa significhi. Valori ambigui, fondati su slogan non sempre convincenti ma abbastanza radicati da sembrare giusti e condivisibili universalmente.

Il rock ha un ruolo di primissimo piano. È il collante tra uno sketch e l’altro, il filo conduttore di un racconto articolato che fa della musica la sua linfa vitale. C’è sempre un momento nel corso dello show in cui compare una chitarra, una tastiera o un ospite proveniente dalla scena indie. Tra tutti il cameo dei Decemberist, gruppo che a Portland fonda le proprie origini, con Jenny Conlee nella parte dell’artista di scarso talento, esclusa da tutti i locali di grido e costretta a suonare nella hall di un albergo di dubbia fama. Ma ci sono anche Aimee Mann, Isaac Brock dei Modest Mouse, Corin Tucker, naturalmente, e James Mercer degli Shins. Questo ennesimo retaggio degli anni novanta non fa che rendere l’atmosfera hipster ancora più veritiera e distinguibile da chi la conosce bene, ma anche comprensibile da chi non la consce affatto. I festival autofinanziati, i furgoni scassati da cui vengono calati amplificatori e strumenti, i locali grounge dalle porte di metallo pesante, intasati di fumo e cocktail tutti dello stesso colore.

L’umorismo è asciutto e delicato, non scade mai nella volgarità e strappa un sorriso ad ogni scena. Si fonda su luoghi non così comuni da risultare stucchevoli, pur rimanendo sempre facilmente intellegibile. Il che è certamente un bene per Fred, che lo fa di mestiere, ma è un successo per Carrie. Il New Yorker, all’epoca del suo debutto televisivo, l’ha definita una sorprendente novità e a due anni, due stagioni e sedici episodi da quel momento non si può che dargli ragione.

Grazie a questi punti cardine, in poche settimane la serie si è ritagliata un posto d’onore nel panorama televisivo statunitense, dimostrando un’identità perfettamente delineata e avvalendosi delle collaborazioni di volti noti come Steve Buscemi, Heather Graham, Selma Blair, Gus Van Sant  e decine di altri che si limitano a parti da poche battute pur di trovarsi nel calderone delle location reali sparse per la città più malinconica d’America. È il dipinto, nemmeno troppo esagerato, di una generazione che ha seminato i propri valori per strada e ora cerca di rimettere insieme un credo che non sia politico o retorico e che abbandoni i cliché delle generazioni precedenti ma sappia sfruttarne l’eredità.

Fred Armisen e Carrie Brownstein ridono assieme di un passato che conoscono bene, che li ha formati, come artisti e come persone, e ora li incorona a protagonisti del suo glorioso revival. Costantemente sull’orlo di una relazione platonica che non sfocerà mai in nulla di serio. Come gli anni novanta, gli anni dei divani.

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