Carson McCullers Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/carson-mccullers/ un blog di approfondimento culturale Fri, 05 Oct 2018 12:50:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Carson McCullers Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/carson-mccullers/ 32 32 Discorsi sul metodo – 9: Leopoldo Brizuela https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-9-leopoldo-brizuela/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-9-leopoldo-brizuela/#comments Wed, 21 Jan 2015 09:36:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25091 Leopoldo Brizuela è nato a La Plata nel 1963. Il suo ultimo romanzo edito in Italia è Una stessa notte (Ponte alle Grazie 2013)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Devo fare tre pagine di quaderno. Circa 4500 battute. Se ce la faccio, mi sento moralmente a posto. A quel punto posso andare oltre, se vi è una forte urgenza o sto chiudendo il testo, oppure andare a bighellonare tutto il giorno. Sono molto belli i giorni in cui chiudo le tre pagine velocemente. Non succede spesso.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo a casa. Comincio subito, all'alba, sempre. L'orario in cui finisco invece è variabile, dato che dipende da quanta difficoltà incontro nel finire le mie tre pagine obbligatorie, o di quanto ho voglia di andare oltre di esse.

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Leopoldo Brizuela è nato a La Plata nel 1963. Il suo ultimo romanzo edito in Italia è Una stessa notte (Ponte alle Grazie 2013)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Devo fare tre pagine di quaderno. Circa 4500 battute. Se ce la faccio, mi sento moralmente a posto. A quel punto posso andare oltre, se vi è una forte urgenza o sto chiudendo il testo, oppure andare a bighellonare tutto il giorno. Sono molto belli i giorni in cui chiudo le tre pagine velocemente. Non succede spesso.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo a casa. Comincio subito, all’alba, sempre. L’orario in cui finisco invece è variabile, dato che dipende da quanta difficoltà incontro nel finire le mie tre pagine obbligatorie, o di quanto ho voglia di andare oltre di esse.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Di solito quando comincio un romanzo, per prima cosa prendo degli appunti per inquadrare i capitoli, un minimo di struttura e le idee a cui voglio arrivare. Ma sono cose veramente schematiche, minime. Ogni mio romanzo nasce in realtà da un’immagine che mi appare in testa e che covo a volte anche per anni, facendola crescere ed evolvere. Quando ho l’impressione che abbia abbastanza forza, allora comincio con questi appunti e subito dopo con la scrittura. Dopo che la prima bozza è completa, allora sì, faccio schemi dettagliati dell’architettura del libro e di tutti gli elementi della narrazione.brizuela_c_sebastian_freire_2

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Faccio una prima bozza schifosissima, quasi senza revisionare, perché per inquadrare poi la vera struttura che avrà il libro ho bisogno di avere più o meno tutto davanti a me. Dopo di ciò, e ripeto che si tratta di qualcosa di molto rozzo, scritto velocemente e senza troppa cura, passo invece moltissimo tempo ad aggiungere, togliere, collegare, e anche a completare il libro scrivendo nuove parti. Se cercassi di ottenere subito pagine buone, produrrei poco e perderei il morale, il fiato e la forza. Invece in questo modo mi trovo di fronte abbastanza presto qualcosa che, per quanto scombinato, è comunque un romanzo, e allora è naturale essere motivato a metterlo a posto e raffinarlo fino al compimento.

Carta o computer?

Carta, carta, è troppo meglio per la mente. Inoltre, cosa che non ho detto prima, scrivere prima su carta include un’altra fase molto utile, quella in cui si ricopia dalla carta al computer. Tale fase può essere molto fertile, ricopiando vengono nuove idee in modo piuttosto fluido.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Comincio a scrivere, e scrivo, con rituali precisi e immutabili. Innanzitutto scrivo sempre e solo nella stessa stanzetta. Poi ci sono tante piccole cose che faccio sempre, ogni mattina – intendiamoci, si tratta di cose banali, identiche a quelle che fanno tutti, ma le faccio in un ordine e secondo modalità esattissime, tanto che finiscono per costituire una sorta di piccola ipnosi, mi aiutano a entrare in uno stato alterato di coscienza ideale per la scrittura.

Scrivi più libri in contemporanea?

Quando capisco che sto per finire un romanzo, ne comincio un altro. Mi fa orrore, anzi mi spaventa proprio, l’idea di non avere una cosa su cui lavorare. Quindi sì, esiste ogni volta un momento in cui lavoro parallelamente a due diversi libri, anche se stanno sempre a differenti livelli di sviluppo. In realtà questa sovrapposizione ha anche una sua precisa utilità, poiché permette di cominciare a pensare al secondo libro senza drammi, visto che si sta ancora lavorando “seriamente” a quello da finire.

Come hai esordito?

Ai miei tempi in Argentina l’unico modo per arrivare a pubblicare era grazie alla vittoria di un premio per esordienti, simile al Premio Calvino che avete in Italia, ma con in più la garanzia assoluta della pubblicazione. Si trattava di una spada a doppio filo: vincere era molto difficile, dovevi mettercela tutta e prepararti a terribili fallimenti, anche a rinunciare all’idea di fare questo mestiere. Ma non solo: se poi vincevi, se da un lato quel tipo di esordio ti lanciava subito in modo forte, dall’altro ti metteva molta pressione. Esordii a ventidue anni, ero terrorizzato.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

È cambiato soprattutto il fatto che ho capito come scrivo. Ho una consapevolezza metodologica che prima non avevo neanche lontanamente. Poi c’è anche il fatto che dopo qualche libro la scrittura più che un’abitudine diventa proprio il modo in cui stai al mondo. All’inzio è sempre qualcosa che fai tanto per fare, come altre, poi diventa né più ne meno tutto quello che sei. Ai tempi della crisi in Argentina non c’erano più editori, non c’era più una persona che comprasse un libro, non c’era niente. E noi però scrivevamo lo stesso, io ero giunto al punto di pensare che se perdevo la scrittura ero morto, mi definiva come essere umano, non potevo assolutamente smettere.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Quando avevo diciassette anni lessi Carson McCullers. Tutto il suo lavoro strutturale era perfetto. Per la prima volta sentivo un’architettura di tipo, azzarderei, musicale, tra i capitoli e le parti, come una sinfonia. Leggendo McCullers compresi che un romanzo non era fatto solo dalla storia e dalla lingua, ma anche, e non meno, dalla struttura, quindi sì, sicuramente lei. Poi Flannery O’Connor, la scoprii in The art of the short story e leggerla mi ha insegnato tantissimo.

“Esisti” online?

Sì, ho account personali nei principali social ma interrompo l’uso quando scrivo. Quando sono in fase di scrittura li blocco proprio – ho paura che possano consumare energia mentale che andrebbe nei romanzi – e li riprendo in mano quando il libro esce e comincio a promuoverlo, anche se non sono molto bravo a usarli in tal senso.

[9 – continua; le precedenti interviste possono essere lette qui, qui, qui, qui, qui, quiqui, e qui]

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Too much happiness https://minimaetmoralia.it/letteratura/alice-munro-nobel-letteratura/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/alice-munro-nobel-letteratura/#comments Mon, 21 Oct 2013 10:09:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15946 Alice Munro ha vinto il Nobel per la Letteratura. Pubblichiamo un commento di Paolo Cognetti uscito sul suo blog.

Sono giorni di festa per noi lettori di racconti. Chi l'avrebbe mai detto: il Nobel per la letteratura a una narratrice che, in vita sua, non ha scritto nemmeno un romanzo. Certo che per ottenerlo Alice Munro ha dovuto lavorare parecchio: circa centocinquanta racconti scritti in quarantacinque anni di carriera, al ritmo di tre o quattro all'anno, senza fermarsi mai. Nel più vecchio, "Walker Brothers Cowboy", parlava di suo padre e di se stessa bambina, proprio come negli ultimi usciti l'anno scorso, nel libro che ha dichiarato essere il suo addio alla scrittura. Ma in fondo per tutta la vita ha scritto di fughe e ritorni. E ora mi piace ricordare che quando ha esordito lei, nel 1968, Raymond Carver faceva le pulizie di notte in un ospedale, il più delle volte ubriaco, e Grace Paley manifestava contro la guerra in Vietnam per le strade del Village, e adesso che entrambi sono morti da tempo questo premio è anche per loro due, che della Munro sono stati fratelli. E per le sue maestre del sud, Flannery O'Connor e Carson McCullers, e tutti quelli che hanno scelto di scrivere storie di poche parole.

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Alice Munro ha vinto il Nobel per la Letteratura. Pubblichiamo un commento di Paolo Cognetti uscito sul suo blog.

Sono giorni di festa per noi lettori di racconti. Chi l’avrebbe mai detto: il Nobel per la letteratura a una narratrice che, in vita sua, non ha scritto nemmeno un romanzo. Certo che per ottenerlo Alice Munro ha dovuto lavorare parecchio: circa centocinquanta racconti scritti in quarantacinque anni di carriera, al ritmo di tre o quattro all’anno, senza fermarsi mai. Nel più vecchio, “Walker Brothers Cowboy”, parlava di suo padre e di se stessa bambina, proprio come negli ultimi usciti l’anno scorso, nel libro che ha dichiarato essere il suo addio alla scrittura. Ma in fondo per tutta la vita ha scritto di fughe e ritorni. E ora mi piace ricordare che quando ha esordito lei, nel 1968, Raymond Carver faceva le pulizie di notte in un ospedale, il più delle volte ubriaco, e Grace Paley manifestava contro la guerra in Vietnam per le strade del Village, e adesso che entrambi sono morti da tempo questo premio è anche per loro due, che della Munro sono stati fratelli. E per le sue maestre del sud, Flannery O’Connor e Carson McCullers, e tutti quelli che hanno scelto di scrivere storie di poche parole.

“Spero che questo premio faccia vedere alla gente il racconto come una forma importante d’arte”, ha detto la Munro, “non solo qualcosa con cui giocare in attesa di avere per le mani un romanzo”. Come gli altri, ha sempre sostenuto di essere stata costretta a scrivere racconti, perché non aveva tempo. Che è una battuta ma suggerisce quale sia il suo rapporto col mondo: c’è troppa vita là fuori per chiudersi in una stanza a meditare, e di quella vita i suoi racconti traboccano come bricchi del latte lasciati sul fuoco. Un critico americano ha detto che, più che nei quattordici libri in cui sono stati raccolti, stavano bene sulle riviste in cui via via uscivano, sulle colonne del New Yorker: tra un reportage da un paese in guerra e un’inchiesta di costume, come se il racconto non fosse solo un brano di prosa ma un altro tipo di informazione sul mondo, un modo di capirlo meglio; e che tra le informazioni respirasse, le nutrisse e ne fosse nutrito. È proprio così: un buon racconto ci informa su come si sta sulla terra. “L’obiettivo della mia scrittura è sempre stato offrire una rivelazione su cos’è davvero la vita. Voglio che i lettori pensino: sì, la vita è così. Perché è la reazione che ho io davanti alla scrittura che amo di più. Una sensazione di meraviglioso sbalordimento. E di gratitudine per aver visto la vita in modo così intenso, attraverso la scrittura”. Forse per questo la sua ultima raccolta si intitola “Dear Life”, come la lettera d’addio di qualcuno che l’ha amata molto.

Osservata dalla fine, è la coesione del suo lavoro che fa impressione. Si parla a volte di “romanzi di racconti”, e anche tra le raccolte della Munro ce n’è qualcuna che potrebbe esser letta così (tanti citano un titolo, “Lives of Girls and Women”, che in certe sue bibliografie passa per romanzo; io ci aggiungerei “Chi ti credi di essere?” e “La vista da Castle Rock”), però a me sembra che qui la questione perda di significato. Tutti i racconti di Alice Munro dialogano tra loro. Quelli vecchi aiutano molto nella comprensione di quelli nuovi, quando ritrovi per esempio un padre allevatore, una matrigna efficiente e volgare, una figlia divorziata ed eternamente in crisi, un paese che è sempre lo stesso pur cambiando ogni volta nome, e ti sembra di rincontrare dei vecchi amici nelle loro vecchie case. E’ come un unico enorme edificio: centocinquanta racconti connessi in un mosaico, al punto che distinguere tra le tante raccolte un giorno non avrà più importanza, com’è successo con Cechov, con la O’Connor, con tutti i bravi scrittori di racconti. Faulkner aveva fondato la contea di Yoknapatawpha, cuore di un immaginario stato del sud, per avere un luogo in cui ambientare racconti e romanzi, e nel caso di Carver fu un critico a ribattezzare Carver Country quella parte di midwest tutta villette, motel e disperazione; con altrettanta legittimità oggi potremmo prendere una mappa d’America, guardare a nord e trovare il paese di Alice Munro. A me non pare molto importante definirne i confini politici (è Canada, ma se fosse Michigan o Minnesota cambierebbe qualcosa? La lingua, la cultura, il paesaggio, le storie delle persone? Ha senso parlare di letteratura canadese, o non è piuttosto un’unica tradizione nordamericana?).

È un territorio sterminato fatto di laghi e boschi, e campi, fattorie, silos di cereali, ogni tanto un paese e molto più raramente una città, che sono sempre Toronto, all’est, e Vancouver all’ovest. Questo paesaggio nei racconti non è scenografia ma personaggio: vivo, misterioso, generatore di conflitti e movimenti narrativi. La campagna è l’infanzia da cui scappare e molto più tardi il ritorno alle origini, un ritorno che non dà pace ma pone domande, scoperchia segreti, riapre ferite. La città è una liberazione in gran parte fallita, come falliscono i matrimoni e certe lotte personali, lotte per cambiare se stessi prima che il mondo intorno. Detto per scherzo ma poi neanche troppo: il primo marito di Alice Munro faceva il libraio, il secondo invece era un geografo. E di geografia, geologia, botanica sono fitti i suoi racconti, le sue donne tese a osservare il paesaggio che hanno intorno, a interrogarlo, a cercar di capire dove sono e come ci sono arrivate. Ogni volta che ricominci, che leggi la prima riga di una delle sue storie ti ritrovi lì. Preferibilmente tra gli anni Cinquanta e Settanta, perché Munro Country non è solo un luogo ma un’epoca – anch’essa fatta di rivoluzioni e restaurazioni, fughe e ritorni. Io non sono mai stato da quelle parti e sono nato subito dopo, eppure, come mi succede con pochi grandissimi scrittori, sento che quello è anche il mio mondo, lo conosco così bene che potrei partire adesso e andare ad abitarci.

In questi due giorni ho letto moltissime inesattezze, diverse contraddizioni e qualche bugia bella e buona. Immagino sia normale se uno scrittore vince il Nobel e un giornalista che lo conosce poco deve buttare giù un articolo in fretta e furia. La lingua di Alice Munro è ridotta all’osso oppure elaborata ed elegante? (la seconda) Ha scritto, incredibilmente, centocinquanta racconti della stessa lunghezza oppure uno è di quindici pagine, un altro di settanta? (la seconda) Il narratore è sempre onnisciente, il protagonista sempre una donna, il Canada sempre sorveglia immenso e glaciale? (va be’, avete capito) Non importa. A chi l’ha amata da quando ha imparato a leggere starà per forza sulle balle chi ne sa poco e parla troppo, però un paragone è giusto, e infatti prima dei giornalisti l’ha proposto Cynthia Ozick quando ha detto che “Alice Munro è il nostro Cechov” (tra l’altro la Ozick è un’ebrea statunitense, dunque anche per lei non è un problema chiamare “nostra” una scrittrice canadese). Come per Cechov, anche per la Munro un racconto è sempre il tentativo di arrivare a una verità, far luce in una zona buia. Capire un po’ meglio com’è fatta la vita. Sbalordirsi di fronte alla sua meraviglia segreta.

Infine, da appassionato sostenitore dell’editoria indipendente, mi pare doveroso ricordare chi ha portato Alice Munro in Italia. La prima fu la casa editrice Serra e Riva: fondata nel 1977, e dedicata ad autori di lingua inglese sconosciuti o dimenticati, pubblicò “Il percorso dell’amore” nel 1989. Ma soprattutto fu La Tartaruga, storico editore femminista milanese, a diffondere la Munro qui da noi negli anni Novanta: “La danza delle ombre felici” (1994), “Stringimi forte, non lasciarmi andare” (1998), “Segreti svelati” (2000). In mezzo ci fu anche un’edizione e/o di “Chi ti credi di essere?” (1995). Poi dal 2001 Einaudi ha intrapreso un percorso di ripubblicazione dell’intera opera, tutta tradotta magnificamente da Susanna Basso, la cui lingua è per noi lettori di Alice Munro un po’ come la voce di Ferruccio Amendola per i fan di Robert De Niro. Ne mancano ancora tre – due vecchie raccolte e l’ultima – e speriamo di vederle presto in italiano. Non so se ce ne saranno altre. La Munro aveva detto basta la prima volta nel 2010, poi ci ripensò, riprese a scrivere e da allora ha pubblicato ben due libri. Nel 2012, dopo “Dear Life”, ha ribadito con più convinzione che quelle sono le sue ultime storie. Non è che a ottantadue anni si senta stanca: è che, ha detto, non è più disposta alla solitudine necessaria alla scrittura. Ha perso da poco il marito, e ha voglia di passare gli anni che le restano in compagnia delle persone che ama. Come non capirla? Solo chi non le vuole bene potrebbe rammaricarsene. Auguriamole piuttosto buona vita, e grazie per tutte quelle bellissime storie.

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Appunti per una tragedia americana https://minimaetmoralia.it/letteratura/appunti-per-una-tragedia-americana/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/appunti-per-una-tragedia-americana/#respond Mon, 06 Sep 2010 06:18:56 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2817 1. L’appuntamento mancato.

Carson: …la strinse a sé, accettò la sua freddezza iniziale, come per tanto tempo lei aveva accettato la sua, poi la riscaldò con una specie di scatenato amore. Rose e cenere di James Purdy.

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di Nicola Ingenito

1. L’appuntamento mancato.

Carson: …la strinse a sé, accettò la sua freddezza iniziale, come per tanto tempo lei aveva accettato la sua, poi la riscaldò con una specie di scatenato amore. Rose e cenere di James Purdy.

James: …il volto solenne era immutato, le mani abbronzate dal sole giacevano sul tappeto con le palme aperte, quasi ancora dormisse. Riflessi in un occhio d’oro di Carson McCullers.

Gli scrittori ascoltano gli applausi del pubblico. Sono ancora dentro le proprie letture e non si guardano in viso. Dopo un po’, quando la sala è quasi vuota, Carson si avvicina a James.

Carson: Mr Purdy le andrebbe un bicchierino ?

James: Certo, mrs McCullers.

James Purdy e Carson McCullers, molto probabilmente, non si sono mai incontrati. Per la McCullers deve essere stato difficile anche leggerlo, visto che è morta nel ’67, anno della pubblicazione di Rose e cenere.

Purdy è un autore amato e compreso da pochi, mentre la McCullers è fra gli anni ’30 e ’40 una scrittrice di culto, corteggiata dal mondo editoriale newyorkese e dalla buona società.

Eppure le profonde differenze, più cronologiche che biografiche, le differenti fortune critiche e, soprattutto, di pubblico, la longevità di Purdy e la precoce scomparsa della McCullers non impediscono alla fantasia del lettore e all’analisi comparativa del critico di immaginare un incontro che, per affinità e differenze non solo letterarie, avrebbe dato vita ad una coppia mitica.

I romanzi Rose e cenere di James Purdy, riproposto da Baldini e Castoldi, e Riflessi in un occhio d’oro di Carson McCullers , riproposto da Einaudi, ne sono la testimonianza.

2. L’origine.

I luoghi di nascita e di approdo degli scrittori sono importanti e danno spesso vita a diverse categorie di scrittori. Ecco tre tipi umani della società letteraria:

gli scrittori urbani, di solito borghesi, nati e cresciuti in città. Hanno un naturale gusto per l’eleganza. Preferiscono le grandi strutture letterarie e hanno un po’ di puzza sotto il naso;

gli scrittori di provincia, parlano lingue marginali e sono cantori di racconti ambientati in una dimensione astorica e mitica;

infine,ci sono gli scrittori urbanizzati che, nati in provincia, si sono trasferiti in città.

A questi parvenu appartengono sia la McCullers di Columbus, in Georgia, che il Purdy di Fremont, nell’Ohio.

Questi tipi di autori hanno dentro una strana malinconia, rabbiosa e dolce allo stesso tempo. Portano segnata nelle impronte delle dita una specie di furia narrativa, che ha uno stretto legame col tema delle radici da fuggire e cantare. Gli scrittori urbanizzati sono gli unici a cui è ancora data la possibilità di un racconto assoluto, in cui gli eventi si dispiegano come papiri, e sono sempre in bilico fra la grazia e la barbarie.

 

3. Le trame.

Riflessi in un occhio d’oro si svolge in una imprecisata guarnigione militare in tempo di pace, in Georgia. “Rose e cenere” a Chicago, capitale di una crisi esistenziale ed economica fortissima.

Riflessi in un occhio d’oro è composto da 4 capitoli, brevi e taglienti, immediati e secchi, che arrivano dritti al nocciolo della questione: sette personaggi, due coppie, un soldato, un cameriere filippino e un cavallo invischiati in un quadro di relazioni morbose, in cui voyeurismo, desideri repressi e sadismo sono all’ordine del giorno senza alcuna possibilità di soluzione.

Rose e cenere, invece, è diviso in tre parti. Ha uno stile barocco e lirico, una scrittura sporca, in cui l’unica alternativa è immergersi a capofitto, anche qui, senza alcuna possibilità di salvezza.

Eustache Chislom è un poeta sposato e omosessuale attorno a cui gravitano le esistenze di Daniel Haws, un militare, e Reuben Masterson, un milionario. Entrambi sono innamorati di un coltissimo e bellissimo ragazzo, Amos.

In entrambi i romanzi, il narratore sembra registrare eventi già accaduti. Tutto ha l’aria del già avvenuto, della tragedia annunciata.

 

4. Il sogno americano.

La cornice temporale è la Grande Depressione. Dietro la patina delle favole di benessere dei politici e dei valori patriottici, questi autori discendono la china di ciò che Enzo Siciliano, in una recensione su Purdy, ha giustamente chiamato “nightmare”.

È proprio Purdy a sottolineare l’incontro fra Storia e storie – nella McCullers questo è più un’atmosfera che qualcosa di esplicito – quando motiva la depressione di Eustace Chislom con queste parole: “…si sentiva insolitamente depresso. Colpa delle lettere di Daniel, disse. No, era colpa della faccia del presidente e di sua moglie che sorridevano dicendo a tutti di stare allegri e di non avere più timori.”

 

5. Patria e Famiglia.

I personaggi dei due romanzi reprimono la propria natura. Gli uomini si sono sposati e sono entrati nell’esercito per nascondere le tendenze omosessuali, le donne o sono complici, innocenti e patetiche, o vittime di situazioni matrimoniali in cui sono condannate a non avere alcuna vita sessuale o a sopprimere qualunque aspirazione artistica.

In questa atroce immersione nel buio della Famiglia, simbolo della società americana, c’è anche una spietata analisi della borghesia americana, dei suoi segreti e delle sue bugie, dei suoi sussurri e delle sue grida.

Alla Famiglia, si affianca la Patria: nei due romanzi, ambientati nell’America della crisi alle porte della Seconda Guerra Mondiale, c’è un ritratto spietato delle forze armate.

A tal proposito, alla pubblicazione di “Riflessi in un occhio d’oro” la McCullers riceve critiche violente. L’ Atlantic Montly scrive: “Se questa è una descrizione accurata della vita militare, allora Dio salvi gli Stati Uniti!”

La rappresentazione dell’esercito, come “Ordine supremo” a cui appellarsi per la repressione di sé, come fa Daniel Haws, al quale Eustace Chsilom dedica un verso sovversivo e lirico come “L’Esercito non sarà una madre per te, ma un bruno sposo”, è un gesto politico ed erotico.

Sarà lo stesso Purdy a dire che se non avesse vissuto l’esperienza del militarismo, vedendo i suoi commilitoni prostituirsi o amarsi, non avrebbe potuto scrivere questo romanzo.

Credo che, per quanto valga la definizione di letteratura gay, Rose e cenere occupi un posto speciale, perché è un testo libero e anomalo, scorretto e dolente.

 

6. Gli occhi.

Sia Purdy che McCullers sono ossessionati dal corpo, dal desiderio di altri corpi e, soprattutto, dallo strumento del desiderio: l’occhio.

Daniel Haws, il personaggio di Purdy più disperato, rivela e vive il proprio sentimento per Amos, e quindi la propria omosessualità, solo da sonnambulo.

Gli occhi dell’inconscio sono l’unica condizione possibile per avvicinarsi all’amato.

Lo stesso fa Weldon Pendelton, il quale trova pace solo nel sonno.

Nel sonno Pendelton prova  “una sensazione incomparabilmente voluttuosa”, come se un uccello dagli occhi d’oro lo avvolgesse e lo svelasse.

Il desiderio omosessuale, anche qui, è vissuto solo attraverso l’occhio: come il soldato Williams scopre la bellezza femminile spiando il giovane corpo addormentato della moglie di Pendelton, così Pendelton si nutre della bellezza maschile di Williams, ogni pomeriggio, con l’alibi di una corsa a cavallo.

James Purdy e Carson Mc Cullers hanno scritto due tragedie in prosa. Due tragedie che raccontano del Paese e del corpo. Due tragedie che hanno di certo come punto di riferimento i classici greci, ma anche la decadenza del proprio tempo, e, quindi, non prevedono alcuna catarsi.

Quando si chiudono i due volumi lo sforzo maggiore richiesto al lettore è liberarsene.

Non sarà facile.

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