Casaleggio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/casaleggio/ un blog di approfondimento culturale Fri, 24 Feb 2017 17:14:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Casaleggio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/casaleggio/ 32 32 Il desiderio di morte come progetto politico https://minimaetmoralia.it/interventi/spinelli-va-a-bruxelles/ https://minimaetmoralia.it/interventi/spinelli-va-a-bruxelles/#comments Sun, 08 Jun 2014 09:17:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21308 Quello che la prima volta si manifesta in tragedia, la seconda lo fa in farsa. E la terza - la definitiva, la terminale - come lettera da Parigi. Lo psicodramma Spinelli e l'esperienza della Lista L'Altra Europa con Tsipras sono finiti ieri, nel modo peggiore che si poteva immaginare: un suicidio mascherato da sopravvivenza. Barbara Spinelli, dopo giorni di silenzio andropoviano, ha inviato una mail da Parigi, che potete leggere qui. E invito a farlo, a leggerla, dico, per intero; perché è uno dei documenti più rappresentativi della sinistra italiana, della sua incapacità a comunicare, della sua deresponsabilizzazione patologica, del suo narcisismo laschiano conclamato, del suo desiderio di morte, della sua fame saturnina.

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Quello che la prima volta si manifesta in tragedia, la seconda lo fa in farsa. E la terza – la definitiva, la terminale – come lettera da Parigi. Lo psicodramma Spinelli e l’esperienza della Lista L’Altra Europa con Tsipras sono finiti ieri, nel modo peggiore che si poteva immaginare: un suicidio mascherato da sopravvivenza. Barbara Spinelli, dopo giorni di silenzio andropoviano, ha inviato una mail da Parigi, che potete leggere qui. E invito a farlo, a leggerla, dico, per intero; perché è uno dei documenti più rappresentativi della sinistra italiana, della sua incapacità a comunicare, della sua deresponsabilizzazione patologica, del suo narcisismo laschiano conclamato, del suo desiderio di morte, della sua fame saturnina.

Con questa lettera, Spinelli accetta ciò a cui aveva rinunciato: ossia di diventare parlamentare europea in caso fosse stata eletta. Dopo aver fatto una lunga campagna elettorale spiegando il senso delle candidature (che abbiamo accettato di chiamare testimoniali per essere buoni e dovevamo chiamare civetta per essere precisi), il 26 maggio – all’indomani del risultato del 4,03% -, mentre Marco Furfaro (di estrazione Sel) e Eleonora Forenza (di estrazione Rifondazione) festeggiavano il loro secondo posto dietro Spinelli e quindi la loro elezione a Bruxelles, Spinelli apriva il telefono della doccia fredda e urticante, insinuando che invece no, contrordine compagni, forse era meglio che andasse lei. Il resto è la cronaca di quindici giorni deliranti. Va, non va, esclude Furfaro, esclude Forenza, ci sarà una lotteria fra i due, ci sarà una consultazione alla base, ci sarà una discussione… Così alla fine questo rimuginio psicotico ieri ha prodotto la lettera. Una comunicazione che mescola la peggiore retorica della società civile con la peggiore retorica da comitato di partito e che è arrivata dopo poche ore che si era svolta a Roma l’Assemblea Nazionale dei comitati della lista, assemblea alla quale Barbara Spinelli non si era manifestata né in carne né in voce, e la cui discussione era stata ovviamente molto focalizzata anche sulla vicenda Spinelli va-non-va, e dalla torre chi viene spinto giù Forenza-o-Furfaro. Assemblea che, sottolineamolo, aveva anche chiaramente espresso la volontà di far sì che questa decisione così delicata passasse per un dibattito allargato, un processo di decisione minimamente democratico. E invece, la lettera; in cui la risposta debita a chi era rimasto allibito da questa marcia indietro si limita a poche righe, queste:

So che molti sono delusi: il pro­po­sito espresso all’inizio di non andare al Par­la­mento euro­peo sarebbe disat­teso, e que­sto equi­var­rebbe a una sorta di tra­di­mento. Non sento tut­ta­via di aver tra­dito una pro­messa. I patti si per­fe­zio­nano per volontà di almeno due parti e gli elet­tori il patto non l’hanno accet­tato, accor­dan­domi oltre 78.000 pre­fe­renze. Mi sono resa conto, il giorno in cui abbiamo cono­sciuto i risul­tati, che sono vera­mente molti coloro che mi hanno scelto nep­pure sapendo quel che avevo annun­ciato: anche loro si sen­ti­reb­bero tra­diti se non tenessi conto della loro volontà.
Inol­tre, come garante della Lista, ho il dovere di pro­teg­gerla: le logi­che di parte non pos­sono com­pro­met­terne la natura ori­gi­na­ria. Pro­prio le divi­sioni iden­ti­ta­rie che si sono create sul mio nome mi indu­cono a pen­sare che la mia pre­senza a Bru­xel­les garan­ti­rebbe al meglio la voca­zione, che va asso­lu­ta­mente sal­va­guar­data, del pro­getto – inclu­sivo, sopra le parti – che si sta costruendo.
Per quanto riguarda la scelta che sono chia­mata uffi­cial­mente a com­piere, annun­cio che essa sarà in favore del Col­le­gio Cen­tro: è il mio col­le­gio natu­rale, la mia città è Roma. È qui che ho rice­vuto il mag­gior numero di voti. A Sud non ero capo­li­sta ma seconda dopo Ermanno Rea, e da molti ver­rei per­ce­pita come «para­ca­du­tata» dall’alto. Mi assumo l’intera respon­sa­bi­lità di quest’opzione, che mi pare la più giu­sta, nella piena con­sa­pe­vo­lezza dei prezzi e dei sacri­fici che essa comporterà.

Ora, chiunque abbia conoscenza del dietro le quinte, sa che la filigrana di tutto questo, il non-detto, riguarda i rapporti tra Sel e Rifondazione, tra chi vuole andare col GUE e chi vuole dialogare con il PSE, i vecchi rancori tra compagni, gli sciocchi regolamenti di conti tra chi seguì il progetto fallimentare di Rivoluzione Civile con Ingroia e gli altri militanti, ma di questo che per me è un mondo mefitico di retropensieri che non esiste, non voglio discutere. Perché invece io voglio stare al detto, e leggendo la lettera, chiunque abbia un minimo di logica, riesce a vedere la surrealtà di questo comunicato. A partire dall’affermazione “i patti si perfezionano per volontà di almeno due parti e gli elettori il patto non l’hanno accettato, accordandomi oltre 78.000 preferenze”.

Dunque: tu dichiari più volte che la tua candidatura è solo testimoniale e che quindi sei una portatrice d’acqua e che quindi quei voti serviranno per qualcun altro (“Abbiamo voluto dar voce, con la nostra presenza attiva in campagna, ai tanti «invisibili» e alle tante competenze della lista Altra Europa con Tsipras. Non per ultimo, mandiamo un preciso messaggio agli elettori: scegliendo le nostre persone, e sapendo che non abbiamo un passato partitico, avranno la garanzia che voteranno per il carattere veramente unitario del progetto”, Spinelli dixit) e quando gli elettori, tipo un sacco di gente che conosco, tipo anch’io, si convincono obtorto collo di questa tua strategia elettorale, tu non solo cambi le regole di un patto che tu sola hai imposto e le cambi ex-post, ma dichiari che siamo stati in due a volerle modificare?

Buona parte di quelle 78.000 preferenze, proprio alla luce di quello che avevi dichiarato (“Ci si domanderà a questo punto perché votare capilista come Moni Ovadia o Barbara Spinelli. Rispondo che vale la pena votarli, perché l’impegno di tutti e due noi continuerà anche dopo l’elezione. Sia Moni che io vigileremo su quel che faranno i candidati della lista per cui ci siamo battuti, nella legislatura che comincerà dopo il 25 maggio.”, sempre Spinelli dixit), ti sono state date per rivestire un ruolo di garanzia e di vigilanza. Non per fare come cazzo ti pare.

Risultano quindi ancora più assurde le righe in cui Spinelli scrive “Come garante della Lista ho il dovere di proteggerla”. Perché il risultato di questa protezione sarà chiaramente l’implosione. Perché questa protezione è stata esercitata con un fare da padrini se non da lenoni da parte dei garanti. La pressione perché Spinelli andasse a Bruxelles non è solo venuta dalla base (quale?) come afferma Spinelli o dalla lettera quanto mai inopportuna di Tsipras, ma dagli altri garanti stessi (da Luciano Gallino a Marco Revelli) che di fatto si sono trasformati da figure super-partes a piccoli oligarchi. Del resto, ce lo si poteva aspettare, Quis custodiet ipsos custodes?, recitava certo Giovenale e gli faceva eco Alan Moore (nell’epigrafe di Watchmen), che come il poeta satirico latino conosce bene le miserie dell’animo umano, soprattutto quando si erge a paladino della giustizia. Questi watchmen, questi garanti, si sono dimostrati alla luce dei fatti un dispositivo farraginoso, autocontradditorio e terribile dal punto di vista del funzionamento democratico, tanto che il paragone con i garanti-padroni Grillo & Casaleggio va a favore di questi ultimi. Spiace dirlo, spiace essere così duri conoscendo le biografie politiche di Guido Viale, di Marco Revelli, di Luciano Gallino, di Barbara Spinelli stessa (noi, che non l’abbiamo voluta ridurre a “figlia di Altiero”), ma proprio riconoscendo questo valore aggiunto, si resta allibiti e furibondi di fronte a questo metodo politico.

Giorni fa rileggevo Uomo invisibile di Ralph Ellison, tradotto proprio da un giovanissimo Luciano Gallino cinquant’anni fa. Gli vorrei rimettere davanti quelle pagine su cui avrà evidentemente sudato non poco da giovane. Perché l’impressione che mi hanno lasciato è simile – questo comitato direttivo autoproclamato si è comportato come il direttore Bledsoe e i suoi compari: fingono di voler aiutare il protagonista del libro, di volerlo sostenere negli studi e nel lavoro, ma in realtà le lettere di raccomandazione che gli riscrivono sono un tragico bluff. Quando “Uomo invisibile” ne aprirà una di queste lettere, sgranerà gli occhi; tutte le lettere dicono in realtà ai destinatari l’opposto di quello che si pensava: ‘Fingete di accogliere questo ragazzo, fingete di poterlo e volerlo aiutare, in verità questo ragazzo non deve avere un’altra possibilità’.

Il messaggio dei garanti ha avuto lo stesso senso: a essere delusi sono (e spero che questo sia ben chiaro ai garanti) soprattutto quelli di una generazione, non anagrafica ma politica, differente. I ventenni/trentenni/quarantenni, coloro che sono stati esclusi tanto dal welfare quanto dalla rappresentanza politica. E che consideravano il voto – almeno il voto – un possibile minuscolo strumento di restituzione di questa rappresentanza. Una generazione che pensava finalmente che Furfaro e Forenza fossero l’espressione di una possibile, rinnovata, minima unità progettuale, a sinistra. E non un pacchetto Sel + Prc. Due candidati eletti secondo nessuna logica Cencelli, ma a partire dal riconoscimento di un lavoro ormai decennale sul campo. E invece Spinelli persino questo patto generazione informale ha voluto rompere: scegliendo in maniera anti-salomonica tra i due chi sacrificare. Giù dalla torre Furfaro, a cui viene dedicata nella lettera una riga che ha il sapore del saluto di un boia.

Ma persino in quest’atto si può scorgere la cupio dissolvi. La decisione di Spinelli ricorda, e qui l’evidenza del disastro si può fare ancora più palmare, quella della Scelta di Sophie, il film di Alan Pakula del 1982. Sophie, messa di fronte in un lager alla scelta di militari nazisti di chi far sopravvivere tra i due figli, opta per quello apparentemente più debole. Perderà ovviamente entrambi.
Anche in questo caso, la logica di questa opzione è folle e autodistruttiva. Slavoj Žižek analizza questo film e mette in guardia dalla falsa alternativa della scelta. È evidente che un’opzione del genere è da rifiutare in sé, va rispedita al mittente; il prezzo da pagare è – altrimenti – la distruzione di tutti e tre (madre e figli). Fuor di metafora, chi voterà un accrocchio come Tsipras la prossima volta? O ancora, chi si sbatterà a fare campagna elettorale, a raccogliere le firme? O anche: chi voterà Sel o Rifondazione? O persino, chi voterà a sinistra? O infine, chi voterà? Se il mio voto dev’essere così strumentalizzato, preferisco non votare. Persino Matteo Renzi con i suoi modi spicci giganteggia di fronte a questo pastrocchio. Persino il Movimento Cinquestelle con il suo concetto di rappresentanza preso in prestito da qualche popolo di Star Trek risulta più affidabile.

Ed ecco alla fine di questo sfogo, resta solo l’amarezza. Siamo cresciuti nel Novecento, nel secolo del pensiero critico, e non possiamo rimuovere il lato umano. Per questo dico: mi dispiace molto, umanamente. Quando leggo, nella penultima riga della lettera di Spinelli, il suo appello al “pro­se­gui­mento di una bat­ta­glia uni­ta­ria e inclu­siva al mas­simo”, rivolto ai “delusi dalla pre­sente demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva”, mi sale alla bocca un ghigno, è un gesto quasi involontario. Il contagio di psicosi. Perché capisco che non è una questione di sgarbi tra vecchi compagni. Ma un problema di verità. La percezione di un dato reale, un’intelligenza di tipo empatico, sentimentale che manca totalmente a questa sinistra. In bocca al lupo a chi, nonostante tutto questo, sceglierà di vivere veramente invece di sopravvivere come uno zombie.

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Decostruire la Casta. Costruire il popolo https://minimaetmoralia.it/politica/decostruire-la-casta-costruire-il-popolo/ https://minimaetmoralia.it/politica/decostruire-la-casta-costruire-il-popolo/#comments Thu, 06 Feb 2014 13:40:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18225 Pubblichiamo un articolo di Claudio Riccio uscito su Il Corsaro.

di Claudio Riccio

Chi ricorda più l'oggetto del caos parlamentare di alcuni giorni fa? Si dibatteva del regalo per le banche italiane contenuto nel decreto Bankitalia, ma l'argomento è scivolato, sparito nel calderone di insulti e accuse reciproche, insieme al caso Electrolux, ai tassi drammatici di disoccupazione, alla nascita di FCA e al compimento della strategia di Marchionne. Tutto è passato in secondo piano.
In molti hanno liquidato tutta la vicenda come "una clamorosa serie autogol di Grillo", “segno del nervosismo di un leader che prova disperatamente a recuperare consensi”; ma siamo sicuri sia così?

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Pubblichiamo un articolo di Claudio Riccio uscito su Il Corsaro.

di Claudio Riccio

Chi ricorda più l’oggetto del caos parlamentare di alcuni giorni fa? Si dibatteva del regalo per le banche italiane contenuto nel decreto Bankitalia, ma l’argomento è scivolato, sparito nel calderone di insulti e accuse reciproche, insieme al caso Electrolux, ai tassi drammatici di disoccupazione, alla nascita di FCA e al compimento della strategia di Marchionne. Tutto è passato in secondo piano.

In molti hanno liquidato tutta la vicenda come “una clamorosa serie autogol di Grillo”, “segno del nervosismo di un leader che prova disperatamente a recuperare consensi”; ma siamo sicuri sia così?

Il post di Grillo che aizzava i suoi contro la Boldrini, il tweet di Messora sullo stupro e il falso tweet del Presidente della Camera costruito ad arte ci dicono molte cose sulla strategia di Casaleggio e Co. [Altri hanno scritto a riguardo, molto è sintetizzato bene in due articoli di Dino Amenduni 1/2]

Il contesto politico è cambiato da due mesi ormai, le europee si avvicinano e Renzi punta la sua intera strategia elettorale sul fare, convinto che il suo attivismo sarà sufficiente a far sgonfiare il consenso attorno a Grillo e a sconfiggere il centrodestra berlusconiano che con Casini torna ad essere realmente competitivo. Il sindaco di Firenze punta a capitalizzare consenso con rapide accelerate e proposte a effetto che possano anche solo apparire concrete, ed effettivamente nel dibattito superficiale che caratterizza media e sfera pubblica riesce a risultare convincente ai più finché si discute di questioni concrete. Grillo davanti a questo contesto sceglie la gazzarra, decide di radicalizzare lo scontro parlamentare-televisivo, polarizzandolo sullo schema casta-anticasta puntando a capitalizzare al massimo l’insofferenza diffusa.

Grillo non cavalca la confusione istituzionale, la genera, approfittando di un contesto favorevole e utilizzando, come nel judo, l’energia che tutti i sostenitori delle larghe intese e della stabilità riversano contro di lui per rilanciare i propri attacchi, compattare il Movimento al proprio interno e continuare a crescere. All’aumentare del caos, infatti, davanti a uno spettacolo “che ricorda le migliori zuffe da trasmissione di Maria De Filippi” sale l’audience, la discussione entra nei bar e anche gli spettatori-cittadini più distratti, quelli che spesso non votano, si accorgono di quel che sta accadendo in parlamento. Agli occhi di chiunque osservi la scena lo spettacolo risulta indecoroso e il disgusto aumenta esponenzialmente. Tale disgusto travolge tutti, allo stesso modo, eccezion fatta per i grillini, che su larga scala e al netto di un numero risibile di elettori persi, vedono lievitare i propri consensi elettorali. Più caos, più disgusto, più consenso anticasta. È la legge ferrea del disgusto.

Con l’aumentare della crisi economica e sociale, e in assenza di una vera opposizione, forte ed efficace, radicalmente alternativa alle larghe intese, la strategia di Grillo e Casaleggio, apparentemente rozza, risulta essere estremamente efficace. Se cresce l’unanimismo della stampa e delle forze politiche raccolte nelle larghe intese, e se al contempo si indebolisce l’opposizione sociale e politica di sinistra, a crescere sarà la forza potenziale del grillismo.

Lo scontro e la sua spettacolarizzazione non servono quindi alla battaglia politica, ma a quella elettorale: il fine passa in secondo piano rispetto alla crescita elettorale del Movimento (che dovrebbe esserne solo lo strumento).

Il problema quindi non è la durezza dello scontro (al netto delle minacce e dei vergognosi insulti sessisti di queste ore), ma la finalità per cui lo si innalza. L’inutilità di uno scontro fine a se stesso è data anche dall’assenza di relazione tra palazzo e piazza, e dalla distanza dai conflitti reali che pure esistono nella nostra società. Come evidenzia questo articolo, anche nel 1953 contro la legge truffa ci furono durissime scazzottate nelle aule parlamentari, ma fuori da quelle mura uno sciopero generale rendeva vero e non simulato tale scontro.

Il conflitto politico e sociale è utile a contrastare chi porta avanti provvedimenti socialmente iniqui e a cambiare i rapporti di forza nella società. La caciara e gli insulti sono utili a chi porta avanti provvedimenti socialmente iniqui, per distrarre l’opinione pubblica, e a chi mira solo a guadagnare qualche punticino percentuale nei sondaggi.

Ideologici senza ideologia

Nel secolo passato le ideologie sono state, oltre che un grande motore della storia, con un imponente carico ideale e di contenuto, anche uno schema interpretativo della realtà. Indipendentemente dal livello di studi conseguiti e dal tasso di alfabetizzazione, attraverso le ideologie ciascuno riceveva degli strumenti di interpretazione della realtà e poteva così scegliere da che parte stare, di modo che alla mancanza di istruzione non corrispondesse la mancanza di coscienza.

Oggi la critica sistemica al capitalismo viene ridotta a teorie complottiste: c’è il mito esterofilo di un capitalismo buono; fuori dai confini nazionali c’è un mondo funzionante, governi onesti, si vive meglio e non esiste la casta, ma lobby transnazionali che tramano nell’ombra e un’Unione Europea di burocrati che ci affama.

Nella lotta casta-anticasta il reddito e la condizione sociale non hanno influenza alcuna, come si evince non solo dai messaggi interclassisti dei forconi, ma anche da come sono percepiti gli imprenditori “buoni” in stile Della Valle, che pontificano contro la casta seduti sulle loro grandi ricchezze.

Azzardando una semplificazione lo schema politico del grillismo si basa su un sistema ideologico senza ideologia. Il conflitto capitale-lavoro diventa uno scontro tra onesti e ladri, l’alienazione è ridotta a frustrazione e rabbia per una classe dirigente corrotta e i cittadini stanno alla casta come i proletari stavano al capitalismo. Grazie a questo schema che agisce come un potentememe i cittadini individuano facilmente chi è il nemico e qual è la parte da cui schierarsi. Aumentare il livello dello scontro e di disgusto per il sistema politico serve solo per portare un numero crescente di cittadini a schierarsi, maturando una coscienza anticasta.

La like democracy è anche questo. I messaggi si propagano indipendentemente dal contenuto, si basano sull’emotività che generano, di modo che diventa impossibile distinguere l’evento di portata storica dalla cazzata. Più i messaggi sono semplici più si diffondono rapidamente e in maniera efficace; e più un messaggio si diffonde velocemente più è difficile contrastarlo. I tempi dell’azione politica sono oggi molto più lenti della politica intesa come pensiero, discussione e azione collettiva, e approfittando dei meccanismi di diffusione emotiva tale schema ideologico trova terreno fertile.

Lo schema è totalizzante, la divisione delle parti è netta e senza sfumature. Scrive Laclau che il populismo, più che una categoria politica, è un’enfasi sul discorso, ancor di più il grillismo è enfasi senza un contenuto a priori. L’alternativa a tale progetto di egemonia a-culturale non può essere un razionale e ponderato rifiuto di schemi semplificati. Serve, invece, una proposta politica chiara, netta, profonda ma semplice, che unisca contenuto e enfasi abbandonando l’inefficace ostentazione di sobrietà ereditate dalla cultura dell’Ulivo, come “la serietà al governo” o “l’opposizione responsabile”.

Quel mostro della casta

La casta, così centrale nel nostro dibattito pubblico, era stata creata in laboratorio come arma finale per eliminare gli avversari politici della peggior borghesia italiana; è poi ben presto sfuggita di mano ai suoi creatori, ritorcendosi contro loro stessi.

Ne ha parlato qualche mese fa Massimo Mucchetti, ex vice direttore del Corriere della Sera e attualmente senatore del Partito Democratico, che in un’intervista ha raccontato come il libro di Rizzo e Stella e le inchieste che lo hanno preceduto facessero parte di “una campagna politica che, mettendo in luce le debolezze reali del governo Prodi, puntava sui tecnici che avrebbero dovuto avere alla loro testa Montezemolo. Una grande idea giornalistica, una piccola idea politica. E alla fine, complice una politica cieca, la guerra alla Casta senza la capacità di proporre alternative reali ha generato il Movimento 5 Stelle. Che ora attacca politici e giornalisti”.

L’effetto Frankenstein, la ribellione della casta ai propri creatori, era allora evitabile? In parte no: solo una classe politica più attenta, meno corrotta e più capace di rispondere alle esigenze dei cittadini avrebbe potuto disinnescare l’ordigno. Ma nel momento in cui una parte consistente dell’establishment ha iniziato a sostenere e alimentare il frame della casta, esso è divenuto indomabile. Le classi dirigenti non potevano maneggiare a lungo una retorica concepita per distruggere i propri simili.

Il terreno di ogni discorso ha delle direzioni predeterminate che non sempre è possibile dirottare. Le parole producono emozioni, sentimenti, suggeriscono risposte. Il terreno del discorso è un piano inclinato: il frame della casta circonda ogni ambito del discorso politico, anche a livello quasi inconscio. È difficilissimo sostenere un discorso politico con un qualunque cittadino, elettore di qualunque forza politica, senza che questo scivoli più o meno rapidamente sul tema dei costi della politica, facilmente il dibattito verrà travolto, semplificato al punto da essere svuotato del contenuto, e il “sono tutti uguali”si afferma senza possibilità di smentita.

Tale scontro tra casta e anticasta, è uno scontro in cui i due nemici si alimentano a vicenda, ciascuno consolida la propria posizione, da un lato chi evoca il cambiamento, dall’altro chi mima la rivolta. Per cacciare le classi dirigenti responsabili dello sfacelo del nostro paese serve decostruire il discorso della casta, disinnescare l’ordigno e mettere fine a questa finta guerra che ci costringe a stare rintanati nei nostri rifugi, osservando dalla finestra le macerie del massacro sociale e  in televisione la “guerra civile simulata” (come l’ha definita Giuliano Santoro).

La casta, infatti, banalizza la questione democratica al punto da annullarla come problema politico. Il tema viene ridotto non più a un’assenza di democrazia in quanto autodeterminazione, tutto si sposta sul mero giustizialismo e su un generalizzato desiderio di trasparenza, in cui la legalità soppianta la giustizia sociale. Democrazia non significa più “noi vogliamo decidere”, ma “non vogliamo che lui rubi”; Il tentativo messo in campo da Grillo è che non si giudichi più il proprio rappresentante nelle istituzioni sulla base di quel che pensa, ma di quanto ruba.

E siccome “tutti rubano, hanno rubato, o ruberanno”, se ne deduce che “sono tutti uguali”, indipendentemente dalla parte politica. Lo schieramento diventa una variabile ininfluente, si afferma il “né destra né sinistra”. La politica diventa funzione amministrativa, gestione dell’esistente, schiacciata tra trionfo della tecnica e banalizzazione del governo, rinunciando così a qualunque vocazione di trasformazione dell’esistente.

Sono molte le tendenze ambivalenti e le contraddizioni che convivono in questo tipo di discorso pubblico. Da un lato l’affidarsi ciecamente ai tecnici, agli esperti, alla retorica delle competenze: il fondamentalismo della meritocrazia su cui si fondano i conservatori, i tecnocrati e anche i falsi innovatori à la Renzi. Dall’altro l’idea del governo come semplice amministrazione, per cui chiunque può governare, non esistono statisti, politici, ma solo cittadini onesti, “dipendenti di altri cittadini”, meri esecutori. Non si tratta di due idee contrapposte, e neppure delle opposte facce di una stessa medaglia, ma due terreni contigui di un medesimo discorso, i cui labili confini sfumano l’uno nell’altro. Nello stesso sistema di parole-chiave dell’anticasta ritroviamo entrambi gli schemi, solo apparentemente opposti e incompatibili. Si rivendica gente competente e onesta, tecnici che ci salvino dal baratro, ma al contempo la storica ambizione della gente comune, del popolo, di irrompere nella politica e nella scena pubblica, in assenza dei partiti di massa viene ridotta a semplice aspirazione individuale a dare il proprio contributo, si afferma la like democracy; l’alternanza è tra il fideismo nei tecnocrati, socialmente stronzi ma rassicuranti, e la delega senza programma al magma indistinto dei cittadini, due schemi che non producono cambiamento, ma consentono al pilota automatico di governare, lasciando invariati i rapporti di forza.

Lo spazio di una sinistra nuova

In tanti, elettori disillusi di sinistra, orfani di un soggetto generale in cui organizzare la propria indignazione, guardano il fenomeno Grillo e dicono “il Movimento 5 Stelle ha enormi potenzialità, peccato non le utilizzi appieno per cambiare il paese”. Ma siamo sicuri che quelle potenzialità di cui tanti parlano siano da attribuire al Movimento di Grillo? Le potenzialità di cui si parla sarebbero da attribuire ad un soggetto radicalmente alternativo agli attuali partiti, che esprimesse una critica profonda all’attuale sistema economico e sociale e raccogliesse l’indignazione diffusa organizzando dal basso i cittadini per cambiare i rapporti di forza, ricostruire la democrazia e redistribuire le ricchezze. Ma il Movimento Cinque Stelle si limita a sfruttare solo in termini elettorali tale potenzialità, che invece un tuttora inesistente soggetto politico di sinistra potrebbe raccogliere per far davvero vacillare l’equilibrio precario delle gattopardesche larghe intese e del governo della crisi.

Tale potenzialità è inespressa non solo per colpa di errori storici della sinistra italiana, ma anche perché lo spazio politico odierno è schiacciato tra due differenti tipologie di forze, entrambe conservatrici nella sostanza: entrambe conducono, avallano o consentono politiche antisociali e che potremmo definire antipopolari. Sono i tecnocrati antipopolari e i populisti antipopolari dall’altro; è il nostro bipolarismo che consente la stabilità, più di qualunque legge elettorale truffa.

Per costruire un’alternativa al bipolarismo bisogna allora partire da un’analisi dell’attuale spazio politico. Proviamo a semplificare i due poli in uno schema:

Tecnocrati e conservatori antipopolari Populisti antipopolari
Il governo si affida ai tecnici e al pilota automatico.
“Non c’è alternativa di sistema possibile”
Banalizzazione delle funzioni di governo:
– tutti possono governare, indipendentemente dalle competenze;
– tutti possono essere delegati, purché siano onesti.
Conducono politiche inique e antisociali Consentono politiche inique e antisociali
Contro l’Europa dei popoli

Contro l’Unione Europea

Metodi non democratici Metodi non democratici
Si oppongono al cambiamento Incapaci di favorire il cambiamento
Reprimono il conflitto sociale  Separati dal conflitto sociale
Rappresentano le classi dominanti Interclassisti

Stando a questa semplificazione in questo quadro, uno spazio politico per una sinistra d’alternativa non solo esiste, ma è necessario. Se delineiamo l’alternativa a tale bipolarismo a partire dal ribaltare gli elementi costanti tra i due falsi poli emerge lo spazio per una sinistra di massa, che pratichi e rivendichi democrazia, competente, per un’AltraEuropa e che rifiuti ogni rigurgito xenofobo e nazionalista, che persegua con convinzione il cambiamento, non limitandosi alla testimonianza dalla parte delle classi subalterne, che stia nei conflitti sociali. Una sinistra nuova che soprattutto sappia essere un soggetto generale in cui organizzare chi mira a tali obiettivi, un soggetto non minoritario, non solo istituzionale, non di rappresentanza parziale, ma di parte.

La proposta politica della nuova sinistra deve essere chiara, comprensibile, replicabile, con la chiarezza schematica usata anche da altri, ma accompagnata dalla forza delle idee complesse e dalla pratica e dalla rivendicazione di una democrazia radicale che non si limiti al pur necessario scontro tra governati contro governanti, ma ponga il tema del cambiamento come esito non del governo a tutti i costi, ma dell’autogoverno, perché come scriveva Vittorio Foa “politica non è solo comando, è anche resistenza al comando, che politica non è, come in genere si pensa, solo governo della gente, politica è aiutare la gente a governarsi da sé”.

È prioritario e necessario che la politica torni a svolgere la propria funzione di educazione delle masse. Al contrario, se la politica si lascia dettare la linea dai peggiori istinti cannibaleschi del tutti contro tutti, finirà per farsi educare (o diseducare) dalle masse, abdicando alla propria funzione di scontro egemonico attorno alle idee per ridursi a scontro elettorale che asseconda l’esistente.

La nuova sinistra deve produrre un lessico e una nuova grammatica e creare nuove identità, a partire dalla ricostruzione di legami solidali e collettivi; riannodare i fili di una umanità sfilacciata, di soggettività sparse, far incontrare solitudini, destituire e decostruire la casta, per costruire un popolo e una speranza di cambiamento.

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Patria senza padri https://minimaetmoralia.it/estratti/patria-senza-padri/ https://minimaetmoralia.it/estratti/patria-senza-padri/#comments Tue, 09 Jul 2013 13:34:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14944 Pubblichiamo un estratto da Patria senza padri. Psicopatologia della politica italiana di Massimo Recalcati, libro-intervista curato da Christian Raimo. (Immagine: A. Cristofari.)

Tu eri un ragazzo nel ’68 e un militante politico nel ’77.

Il ’68 e il ’77 non sono la stessa cosa né dal mio punto di vista personale (nel ’68 avevo otto anni) né dal punto di vista politico, però in entrambi i casi abbiamo un’esperienza collettiva della violenza all’interno di un conflitto tra le generazioni, nonostante il ’77 sembri, rispetto al ’68, antiedipico. Nel ’68 la matrice inconscia di tipo edipico è chiara: sono i figli della borghesia che contestano i loro padri e li contestano edipicamente invocando nuovi padri: Mao, Lenin, Marx. Non dei padri qualunque ma dei padri titanici, dei padri che hanno promesso di riscrivere la storia. Lo stesso nome di Stalin appariva negli slogan, nelle manifestazioni, era un riferimento tutt’altro che secondario. Nel ’77 ci fu il tentativo, solo apparente, di andare oltre i padri, di liberarsi dell’eredità edipica del ’68, tant’è che L’anti-Edipo di Deleuze e Guattari esce nel ’72 in Francia, da noi nel ’76 e diventa immediatamente, almeno per una certa componente del movimento, un polo di riferimento culturale importantissimo, di scavalcamento del Nome del Padre e di esaltazione di una organizzazione senza gerarchia, rizomatica, collettiva del movimento.

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Pubblichiamo un estratto da Patria senza padri. Psicopatologia della politica italiana di Massimo Recalcati, libro-intervista curato da Christian Raimo. 

Tu eri un ragazzo nel ’68 e un militante politico nel ’77.

Il ’68 e il ’77 non sono la stessa cosa né dal mio punto di vista personale (nel ’68 avevo otto anni) né dal punto di vista politico, però in entrambi i casi abbiamo un’esperienza collettiva della violenza all’interno di un conflitto tra le generazioni, nonostante il ’77 sembri, rispetto al ’68, antiedipico. Nel ’68 la matrice inconscia di tipo edipico è chiara: sono i figli della borghesia che contestano i loro padri e li contestano edipicamente invocando nuovi padri: Mao, Lenin, Marx. Non dei padri qualunque ma dei padri titanici, dei padri che hanno promesso di riscrivere la storia. Lo stesso nome di Stalin appariva negli slogan, nelle manifestazioni, era un riferimento tutt’altro che secondario. Nel ’77 ci fu il tentativo, solo apparente, di andare oltre i padri, di liberarsi dell’eredità edipica del ’68, tant’è che L’anti-Edipo di Deleuze e Guattari esce nel ’72 in Francia, da noi nel ’76 e diventa immediatamente, almeno per una certa componente del movimento, un polo di riferimento culturale importantissimo, di scavalcamento del Nome del Padre e di esaltazione di una organizzazione senza gerarchia, rizomatica, collettiva del movimento.

Anche da un punto di vista sociale il ’77 non è paragonabile al ’68. I protagonisti della scena non sono più i figli della borghesia (era il tema critico sollevato da Pasolini: i contestatori fanno parte integrante del sistema sin dalle loro origini), ma quelli del sottoproletariato urbano. Eppure la dimensione edipica del conflitto ritorna trasversalmente anche nel ’77. Si può dire che Deleuze, Bifo e altri abbiano cercato di smarcarsi dalla posizione del leader-padre, del leader-edipico. Ma questo non ci ha liberati dall’ombra del padre. Quest’ombra entrava sulla scena del conflitto nella forma del vecchio Partito Comunista e dei suoi apparati. Mentre il ’68 invocava i padri titanici, Mao, Marx, Lenin, Stalin, il ’77 rigetta tutti i padri, ma vive la dialettica edipica tutta centrata sul conflitto col pci, che era il grande polo di riferimento critico per le nuove generazioni. Enrico Berlinguer, Luciano Lama, la contestazione dell’Autonomia Operaia nell’ateneo romano… Lì si gioca tutta la partita edipica all’interno della famiglia del comunismo. E non era un caso che Berlinguer in quegli anni predicasse proprio la centralità della questione morale, ovvero la necessità di mettere un limite, di introdurre un senso condiviso della Legge, di entrare in una relazione critica con il fantasma del discorso del capitalista… Tutta la questione dell’austerità non era solo un provvedimento economico di fronte alla crisi petrolifera, ma implicava anche una riforma etica della politica. C’era una straordinaria lungimiranza in questa prospettiva che a noi sfuggì assolutamente. Il movimento riteneva che Berlinguer fosse un cane da guardia del sistema capitalista. L’odio edipico offusca, rende ciechi, ammorba.

In questo senso come vengono letti il rapimento e l’uccisione di Moro? Di quali padri il ’77 si voleva liberare?

Forse mi sbaglio ma voglio dire che l’aggressione contro il pci che si è manifestata nel ’77 non c’è stata in quelle forme nel ’68, perché nel ’77 il padre non era tanto il padre-padrone, il padre-borghese, ma era diventato il pci, era diventato il segretario del Partito Comunista e la politica di austerità e di sacrificio, di rinuncia pulsionale, che Berlinguer prospettava come uscita dai falsi miti edonistici del capitalismo. Potremmo leggere anche il caso Moro con queste lenti. In fondo Moro ha provato a incarnare una figura mite di paternità, cercando, nel suo corteggiamento dell’ipotesi del compromesso storico (le famose «convergenze parallele»), di riattivare un’alleanza possibile fra Legge e desiderio nella direzione di un necessario cambiamento del sistema.

Il fatto che questo padre, che si poneva il problema della trasmissione dell’eredità di De Gasperi, lo si sia stato lasciato ammazzare come un cane, mostra fino a che punto il rigetto della trasmissione simbolica aveva generato un ritorno diretto nel reale. Il terrorismo è precisamente questo: il ritorno nel reale di ciò che non si è potuto simbolizzare. L’odio mortale per il padre prende il posto del debito simbolico forcluso. Il terrorismo non è stato solo la rivolta dei figli contro i padri; quest’ultima, infatti, rimane nell’ambito dell’Edipo e della nevrosi. Il terrorismo introduce una rottura, un buco nel simbolico. Si pensa fuori dalla dialettica democratica. Si realizza come esercizio folle di una paternità senza padri (tribunali senza giudici, sentenze mortali senza processi…) che agisce nel reale ciò che ha rifiutato sul piano simbolico. La tirannia violenta delle azioni dei terroristi riflette esattamente quella rappresentazione atroce, spietata e tirannica della paternità che essi volevano rifiutare. I terroristi assomigliano al mostro che volevano combattere.

[…]

Cosa ne pensi del fenomeno Grillo? Che analisi psicopatologica ne faresti?

In un vecchio film di Woody Allen intitolato Il dittatore dello stato libero di Bananas si raccontano con sferzante ironia le vicende rocambolesche di un rivoluzionario che combatte l’ingiustizia della dittatura in nome della libertà e che finisce per indossare i panni di un dittatore spietato identico a quello che aveva combattuto. Ogni rivoluzione, ripeteva Lacan agli studenti del ’68, tende a ritornare al punto di partenza e la storia ce ne ha dato continue e drammatiche conferme. Anche Grillo si caratterizza per essere animato da quel fantasma di purezza che accompagna tutti i rivoluzionari più fondamentalisti. Egli proclama a gran voce la sua diversità assoluta dagli impuri: si colloca con forza fuori dal sistema, fuori dalle istituzioni, fuori dai circuiti mediatici, fuori da ogni gestione partitocratica del potere, dichiara che la sua persona e il suo movimento non hanno nulla da spartire con gli altri rappresentanti del popolo italiano che siedono in Parlamento, invoca una democrazia diretta resa possibile dalla potenza orizzontale della rete che renderebbe superflua ogni altra mediazione, ritiene che l’Italia debba uscire dall’Europa e dall’euro, giudica l’esistenza dei partiti un obbrobrio, proclama la trasparenza e la collegialità assoluta di ogni scelta politica del suo movimento, adotta l’insulto al posto del dialogo, pensa che dedicare la propria vita alla politica sia di per sé un fatto anomalo e sospetto che bisogna impedire, teorizza una permutazione rigida di tutti gli incarichi di rappresentanza; il suo giudizio sulle classi dirigenti del nostro paese fa di tutta l’erba un fascio ritenendo che sia da mandare in toto al macero, alimenta sdegnosamente l’odio verso la politica accusata di affarismo mercenario.

Tutti questi giudizi – senza entrare nel merito del loro contenuto, che si può anche in parte condividere – sono ispirati da un fantasma di purezza che troviamo al centro della vita psicologica degli adolescenti. Si riguardi la diretta della consultazione di Bersani con i rappresentanti del Movimento 5 Stelle al tempo del suo tentativo di costituzione del governo. Cosa vediamo? È il dialogo tra un padre in difficoltà e i suoi due figli adolescenti in piena rivendicazione protestataria. Mi è subito venuto alla mente Pastorale americana di Philip Roth, dove si racconta la storia tormentata del rapporto tra un padre – il mitico «svedese» – e una figlia ribelle, balbuziente, prima aderente a una banda di terroristi e poi a una setta religiosa che obbliga a portare una mascherina sul viso per non uccidere i microrganismi che popolano l’aria. Il dialogo tra loro è impossibile.

Il padre cerca di capire dove ha sbagliato e cosa può fare per cambiare la situazione, la figlia risponde a colpi di machete: sei tu che mi hai messa al mondo, non io; sei tu che hai creato questa situazione, non io; sei tu che vi devi porre rimedio, non io. Così agisce infatti la critica sterile dell’adolescente rivoltoso. Il mondo degli adulti è falso e impuro e merita solo di essere insultato. Ma quale mondo è possibile in alternativa? E, soprattutto, come costruirlo? Qui il fondamentalismo adolescenziale si ritira. La sua critica risulta impotente perché non è in grado di generare davvero un mondo diverso. Può solo chiamarsi fuori dalle responsabilità che scarica integralmente sull’Altro ribadendo la sua innocenza incontaminata… Ma di qui a dare vita a un autentico cambiamento ce ne passa, perché non c’è cambiamento autentico se non attraverso il rispetto delle generazioni che ci hanno preceduto, se non attraverso una soggettivazione, una riconquista dell’eredità che viene dall’Altro.

Questo fantasma di purezza che ha origine in una fissazione adolescenziale della vita si trova anche a fondamento di tutte le leadership totalitarie (non di quella berlusconiana, che gioca invece sul potere di attrazione della trasgressione perversa della Legge). E sappiamo bene dove esso conduce. Ne abbiamo avuti esempi atroci nel Novecento. Lo psicoanalista, per vizio professionale, guarda sempre con sospetto chi si ritiene portatore di istanze di purificazione della società, chi agisce in nome del bene. Lo psicoanalista sa che chi si ritiene puro non ha tolleranza verso la diversità. La purga staliniana era la metafora fisiologica radicale di questa intolleranza. Lo stato mentale di un movimento o di un partito si misura sempre dal modo in cui sa accogliere la dissidenza interna. Sa tenerne conto, valorizzarla, integrarla o agisce solo tramite meccanismi espulsivi? Sa garantire il diritto di parola, di obiezione, di opinione personale oppure procede eliminando l’anomalia, estromettendola con la forza dal suo corpo?

Grillo non ha esitazioni da questo punto di vista. Egli applica il regolamento escludendo l’eccezione, secondo il più puro spirito collettivistico. Salvo ribadire la propria posizione di eccezione. Le sue enunciazioni sono singolari, non vengono discusse prima, mentre quelle dei suoi adepti devono essere vagliate scrupolosamente dalla democrazia assoluta della rete. Si proibisce che ciascuno parli e pensi con la propria testa, si esige una sorveglianza su ogni rappresentante eletto perché non si stacchi dalle decisioni condivise. Ma l’aggressione al manifesto con il quale alcuni intellettuali si rivolgevano con speranza al Movimento 5 Stelle chiedendo che dialogasse con il centrosinistra o la minaccia di revocare l’articolo 67 della Costituzione sulla libertà di pensiero dei nostri nuovi rappresentanti parlamentari sono state prese di posizione discusse democraticamente? Come può essere credibile in fatto di democrazia un movimento che attribuisce al suo leader la posizione di incarnare una eccezione assoluta? In questo senso profondo il Movimento 5 Stelle è antipolitico. Il culto demagogico della trasparenza assoluta nasconde questa presenza antidemocratica di una leadership incondizionata. Se l’azione politica è la pazienza della traduzione, se non ammette tempi brevi, non contempla l’agire di Uno solo, il nuovo leader inneggia all’antipolitica come possibilità di avere una sola lingua – la sua – che non è necessario tradurre, ma solo applicare. Come non vedere che c’è un paradosso evidente tra l’esigenza che nessuno parli a partire dalla sua testa e le consultazioni collettive che dovrebbero rendere trasparente ogni atto e condivisa ogni presa di posizione?

Il leader anarchico e sovrano resta esterno al movimento che ha fondato. È la sua eccezione assoluta; egli è nella posizione del padre dell’orda di cui parla Freud in Totem e tabù. Il culto del collettivo è un culto stalinista. Il soggetto è sacrificato, abolito, negato nella sua singolarità. Una volta avveniva nel nome della Causa della storia, oggi avviene per narcisismo egoico. L’amplificazione megalomaniaca dell’Io è propria di ogni dittatore. Ma anche la trasformazione dei soggetti in un «organo» anonimo non è una caratteristica propria di ogni regime autoritario? L’impossibilità di poter parlare a titolo personale? La cancellazione dei nomi propri? La psicoanalisi insegna che il diritto alla libertà della propria parola è insostituibile. È la ragione per la quale non ha mai avuto grande diffusione nei paesi senza lunghe tradizioni democratiche. Un leader degno di questo nome lavora alla sua successione dal momento dell’insediamento, mantenendo il movimento che rappresenta il più autonomo possibile dalla sua figura. Prepara cioè le condizioni di una trasmissione simbolica. Tutto ciò diventa di difficile soluzione quando un movimento non ha storia, non ha padri, ma un genitore vivo e vegeto che rivendica il diritto di proprietà sulla sua creatura. «Io ti ho fatta e io ti disfo», ammoniva una madre psicotica una mia paziente terrorizzata. Una leadership democratica deve sempre rispondere al criterio paterno di una responsabilità senza diritto di proprietà. Si pensi invece alla reazione di Casaleggio all’indomani delle elezioni, quando disse che se il movimento non avesse adottato certe sue indicazioni di comportamento dei neoeletti non avrebbe preteso nulla e se ne sarebbe andato. Ecco la minaccia più narcisistica possibile che un fondatore può fare: io starò con te finché tu mi assomiglierai, finché mi riprodurrai; se tu assumerai un tuo volto, una tua originalità, io non ne vorrò più sapere di te e me ne andrò.

Il pluralismo è temuto da Grillo come da tutti i leader autoritari. Il sogno di un consenso al cento per cento è un sintomo eloquente. Come abbiamo visto era il sogno degli uomini di Babele mentre sferravano il loro attacco delirante al cielo, la loro sfida a Dio: un solo popolo, una sola lingua. No, le cose umane non vanno così. Il Signore sparpaglia sulla faccia della terra quella moltitudine esaltata obbligandola alla differenza, al pluralismo delle lingue, esigendo la pazienza della traduzione. Esistono in democrazia più lingue e ciascuna ha diritto di manifestarsi e di essere ascoltata. Guai se il fantasma di purezza si realizzasse al cento per cento. Lo ricorda giustamente Roberto Esposito: una democrazia che si realizzasse compiutamente sarebbe morta, annullerebbe tutte le differenze delle lingue nel corpo compatto della «volontà generale», darebbe luogo a una tirannide.

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Su Grillo e Simone Weil https://minimaetmoralia.it/libri/beppe-grillo-simone-weil/ https://minimaetmoralia.it/libri/beppe-grillo-simone-weil/#comments Wed, 06 Mar 2013 10:26:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13410 Questo articolo è uscito su Orwell nel novembre scorso.

Su Grillo e Simone Weil
ovvero alcune considerazioni sul vincolo di mandato imposto ai parlamentari del MoVimento 5 Stelle

All'indomani delle elezioni siciliane che hanno sancito un clamoroso successo del Movimento 5 stelle anche a Sud, e un ecatombe di voti per tutti gli altri partiti, Beppe Grillo consigliava sul suo sito la lettura di un vecchio testo di Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, recentemente riedito da Castelvecchi.

Cosa c'entrano Grillo e Casaleggio con questa solitaria pensatrice radicale, scomparsa giovanissima nel 1943? Probabilmente niente, eppure è curioso che in coda al post in cui si è prontamente affrettato a definire dall'alto le regole della selezione dei futuri candidati del Movimento 5 stelle al Parlamento, auto-nominandosi allo stesso tempo “capo politico” e “garante”, capace di “essere a garanzia di controllare, vedere chi entra...”, il guru trionfante abbia rimandato a questo saggio della Weil, il cui rinato successo editoriale (dovuto a un titolo percepito immediatamente come “anti-casta”) è direttamente proporzionale al suo fraintendimento. Basta rileggere le poche decine di pagine della Weil (e i testi di André Breton e Alain che le accompagnano nella edizione Castelvecchi) per scoprire immediatamente il bluff.

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Questo articolo è uscito su Orwell nel novembre scorso.

Su Grillo e Simone Weil
ovvero alcune considerazioni sul vincolo di mandato imposto ai parlamentari del MoVimento 5 Stelle

All’indomani delle elezioni siciliane che hanno sancito un clamoroso successo del Movimento 5 stelle anche a Sud, e un ecatombe di voti per tutti gli altri partiti, Beppe Grillo consigliava sul suo sito la lettura di un vecchio testo di Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, recentemente riedito da Castelvecchi.

Cosa c’entrano Grillo e Casaleggio con questa solitaria pensatrice radicale, scomparsa giovanissima nel 1943? Probabilmente niente, eppure è curioso che in coda al post in cui si è prontamente affrettato a definire dall’alto le regole della selezione dei futuri candidati del Movimento 5 stelle al Parlamento, auto-nominandosi allo stesso tempo “capo politico” e “garante”, capace di “essere a garanzia di controllare, vedere chi entra…”, il guru trionfante abbia rimandato a questo saggio della Weil, il cui rinato successo editoriale (dovuto a un titolo percepito immediatamente come “anti-casta”) è direttamente proporzionale al suo fraintendimento. Basta rileggere le poche decine di pagine della Weil (e i testi di André Breton e Alain che le accompagnano nella edizione Castelvecchi) per scoprire immediatamente il bluff.

Simone Weil criticava aspramente il partito giacobino-staliniano (e il modellarsi su quella forma anche dei partiti nati in un solco culturale e politico diverso). Criticava l’asservimento dei singoli militanti al volere del Capo, il sacrificare la capacità di discernimento di ogni singolo eletto sull’altare di quella che è invece la volontà che discende dall’alto dei gruppi parlamentari o del comitato centrale o del sommo leader. Il pensare “partitico”, nel momento in cui sostituisce a ogni criterio di Giustizia e Verità, cioè di pensiero autonomo e disinteressato, quello del successo del partito medesimo (contro tutti gli altri partiti) conduce in un vicolo cieco. E produce disastri. Simone Weil ci va giù pesante: “Si tratta di una lebbra che ha avuto origine negli ambienti politici, e si è espansa, attraverso tutto il Paese, alla quasi totalità del pensiero”.

Andando al cuore di questo Manifesto apparentemente antipolitico, si coglie in maniera lampante un dettaglio: la cosa che Simone Weil più temeva (ancora più dell’organizzazione “militare” della lotta politica) è il fuoco della demagogia, cioè la capacità di alcune forze politiche (soprattutto di quelle che vogliano abbattere tutto, per poi edificare una nuova era) di essere straordinari moltiplicatori di torbide passioni collettive. Come? Con un uso sapiente della propaganda e della persuasione, che sono diametralmente opposte alla comunicazione reale tra persone, al discernimento dei problemi concreti.

Qual è l’obiettivo reale di Beppe Grillo quando scrive, come ha scritto qualche mese fa: “Il Movimento 5 Stelle è il cambiamento che non si può arrestare, è il segno dei tempi. È l’avvento di una democrazia popolare che pretende di decidere, di controllare il destino del suo Paese, del suo Comune, della sua vita”? Controllare la vita di chi?

La “soppressione” di cui parlava Simone Weil era una idea regolativa posta in maniera radicale. È un ragionamento, il suo, che avrebbe voluto contribuire a un superamento della crisi della rappresentanza. Ovvio che questo discorso risorga dalla ceneri del Novecento nel momento in cui – come avviene oggi in Italia – non solo una intera classe politica è profondamente screditata, ma la stessa forma-partito sembra cadere sotto le mannaie del furore grillino.

Eppure quel furore, anche se a volte si propaga nel vuoto lasciato dalla politica, appare più figlio delle “passioni collettive” (a loro volta alimentate dalla demagogia e dalla propaganda, smisuratamente lontane dall’“interesse generale”) che non da una minoritaria, ereticale ricerca di una via di uscita. Soprattutto, lasciava intendere Simone Weil, bisogna massimamente diffidare da chi sostiene la necessità di sopprimere tutti i partiti politici meno uno, il proprio, con la scusa magari che il proprio non è un partito, bensì un movimento. È proprio qui che si annida la logica giacobina che Simone Weil vedeva ben formulata nelle parole di un vecchio sindacalista russo, Michail Tomskij: “Un partito al potere e tutti gli altri in prigione”.

Arrivati a questo punto, è evidente che occorre separare come il grano dal loglio una ricca, per quanto misconosciuta, tradizione impolitica del pensiero novecentesco e la cosiddetta antipolitica, che oggi ha nel maschio alfa Grillo il suo principale campione. Quella che definiamo spesso impropriamente antipolitica mutua dalla politica le sue forme demagogiche peggiori. Al di là delle ciarle sulla rete orizzontale, non vuole costruire un luogo altro dell’amministrazione o delle relazioni umane, ma occupare lo stesso Palazzo “a modo proprio”. Ripete come un mantra l’idea vetusta secondo cui la classe politica è marcia mentre il paese reale, i suoi imprenditori, i suoi dirigenti, i suoi giudici sarebbero lungimiranti e laboriosi, come se il degrado non riguardi tutti e non sia stato – soprattutto – causato da tutti. Non vuole riformare niente, ma distruggere tutto: creare una steppa in cui poter scorrazzare in lungo e in largo. Con quali forme? Esattamente quelle indicate da Simone Weil.

Oggi non solo abbiamo bisogno di separare la critica radicale della politica da chi si erge in maniera diametralmente opposta, ma speculare, al sistema dei partiti. Questo nucleo originario (analizzato ad esempio da Vittorio Giacopini nel suo saggio Scrittori contro la politica, Bollati Boringhieri 1999; o da Roberto Esposito in un’antologia curata per Bruno Mondadori nel 1996: Oltre la politica. Antologia del pensiero “impolitico”) va apertamente difeso, preservato dalle appropriazioni di Grillo & co. Simone Weil, Hannah Arendt, Karl Barth, Elias Canetti, T.W. Adorno, Jan Patocka, George Orwell, Albert Camus, Dwight Macdonald, Paul Goodman… sono un’altra cosa. Tra il mantenimento dello status quo da una parte (l’agenda Monti, per intenderci), e la demagogia dissolutrice dall’altra, si sta stringendo una tenaglia. Nel mezzo, rischia di scomparire la possibilità di una critica radicale dell’esistente che miri a costruire – qui, ora – qualcosa di nuovo.

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