Casapound Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/casapound/ un blog di approfondimento culturale Mon, 02 Mar 2015 13:33:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Casapound Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/casapound/ 32 32 L’arrembaggio sgangherato dei fascio-leghisti https://minimaetmoralia.it/reportage/larrembaggio-sgangherato-dei-fascio-leghisti/ https://minimaetmoralia.it/reportage/larrembaggio-sgangherato-dei-fascio-leghisti/#comments Mon, 02 Mar 2015 08:57:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25641 Una cancellata si è materializzata all’Esquilino, in un sabato mattina romano. Larga da marciapiede a marciapiede, costruita in stile barricata/puzzle, alta più o meno due metri e mezzo, con dentatura appuntita in cima. Ad occhio, un patchwork poco geometrico. È blu, dello stesso blu dei blindati della polizia che la sostengono, ed è piazzata all’imbocco di via Napoleone III, una delle tante strade che partono da piazza Vittorio Emanuele II, la piazza più grande di Roma, costruita dai “piemontesi” nel quartiere oggi pieno di botteghe indiane, bengalesi, cinesi. I passanti si soffermano, guardano oltre la griglia di ferro. Giornalisti e turisti scattano fotografie, residenti e commercianti la osservano prima con stupore, quindi con quella che sembra una crescente familiarità. Si finisce con l’abituarsi a tutto. Troppo larga per una porta di calcio, la cancellata potrebbe andar bene per una partita di pallavolo, non fosse per la dentatura in cima. La superficie irregolare del reticolo renderebbe pressoché impraticabile lo squash. Difficile attaccarci bigliettini o messaggi. I poliziotti se ne stanno nei blindati, a vigilare sul loro checkpoint-charlie-per-un-giorno.

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Difendemmo la città come si poteva. Le frecce dei comanche arrivavano a nuvole. Le clave di guerra dei comanche rimbombavano sui marciapiedi soffici e gialli. C’erano dei terrapieni lungo il Boulevard Mark Clark e le siepi erano state munite di fili elettrici luminosi. La gente cercava di farsi una ragione.

(Donald Barthelme, La rivolta degli indiani)

Una cancellata si è materializzata all’Esquilino, in un sabato mattina romano. Larga da marciapiede a marciapiede, costruita in stile barricata/puzzle, alta più o meno due metri e mezzo, con dentatura appuntita in cima. Ad occhio, un patchwork poco geometrico. È blu, dello stesso blu dei blindati della polizia che la sostengono, ed è montata all’imbocco di via Napoleone III, una delle tante strade che partono da piazza Vittorio Emanuele II, la piazza più grande di Roma, costruita dai “piemontesi” nel quartiere oggi pieno di botteghe indiane, bengalesi, cinesi. I passanti si soffermano, guardano oltre la griglia di ferro. Giornalisti e turisti scattano fotografie, residenti e commercianti la osservano prima con stupore, quindi con quella che sembra una crescente familiarità. Si finisce con l’abituarsi a tutto. Troppo larga per una porta di calcio, la cancellata potrebbe andar bene per una partita di pallavolo, non fosse per la dentatura in cima. La superficie irregolare del reticolo renderebbe pressoché impraticabile lo squash. Difficile attaccarci bigliettini o messaggi. I poliziotti se ne stanno nei blindati, a vigilare sul loro checkpoint-charlie-per-un-giorno.

Oggi arriva Matteo Salvini, nel pomeriggio parlerà da piazza del Popolo, “Renzi a casa”. È lo sbarco della Lega nord nella Capitale, una cosa che ai tempi di Umberto Bossi era considerata impossibile, un ossimoro, preparato da giorni con comparsate tv e manifesti in città. Insieme alla Lega c’è il centro sociale Casapound, i “fascisti del duemila”. L’alleanza neroverde. A loro si contrappongono i movimenti antifascisti: contro-manifestazione, i poster disegnati da Zerocalcare. La battaglia è stata preceduta da schermaglie sul web e da qualche scontro il venerdì: gli antifascisti hanno provato a occupare piazza del Popolo, alcuni sono stati caricati, altri portati via di peso dalla basilica di Santa Maria. Anche loro oggi vanno in corteo. L’appuntamento è proprio in piazza Vittorio, per arrivare fino in centro. A metà di via Napoleone III c’è la sede di Casapound.
Quindi, la gabbia.

Da mesi ci chiediamo perché Matteo Salvini sia praticamente ogni giorno in televisione. Ricorderemo a lungo le sue immagini in déshabillé sui rotocalchi. Davvero, non c’è praticamente giorno in cui non compaia in televisione.

Dice un uomo che incontro sotto Casapound, un signore di mezza età che mesi addietro era appresso ai Forconi: «Mi piace, parla schietto. Ti guarda in faccia e dice quello che pensa. Sai cos’ha fatto una volta, durante la campagna elettorale per le europee? È andato, alle otto di mattina mi pare, ad assistere alla mungitura delle mucche. Così si fa. Sempre in movimento. Se solo si togliesse lo stipendio da parlamentare (Salvini non è un parlamentare, ndr) piglierebbe tutti i voti dei cinque stelle. Non capisco perché non lo faccia».

Momento didascalico quando il gruppo di Casapound, partito in corteo da via Napoleone III per arrivare in piazza del Popolo, attraversa via Nazionale e transita sotto l’albergo PATRIA. A proposito, se mai vi imbattete in una di quelle discussioni “destra e sinistra sono uguali”, ho una nuova risposta: i Casapound corrono. Ai cortei dei movimenti si procede con andatura irregolare, lentamente, con almeno un camion che spara il Caro vecchio Joe Strummer, il caratteristico odore acre del fumo; qui si procede a passo spedito, tutti rigorosamente in silenzio, le bandiere alzate verso il cielo. Dall’Esquilino a Villa Borghese in un quarto d’ora, con passo marziale, in un’atmosfera vagamente funerea. I ragazzi che abitualmente sciamano in roller sul Pincio si siedono ai lati del parco, mentre i Casapound issano due gigantografie con i marò, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, RIPRENDIAMOCI I NOSTRI SOLDATI. Il ritrattone di Latorre casca un paio di volte, l’asta non regge il peso, sono costretti a sistemarlo un paio di volte: una piccola incrinatura nell’organizzazione militaresca.

In piazza del Popolo sventolano i simboli verdi della Lega. I leghisti veneti sciamano nei bar ai lati della piazza domandando già a metà pomeriggio una grappa o un vinello. Gli amanti delle bandiere avrebbero avuto pane per i loro denti. I Casapound hanno il tricolore e il loro vessillo con testuggine su sfondo nero. Ci sono le bandiere della Russia, alcune con aquila, altre senza. Ci sono foto di Putin. Le bandiere con il Leone di San Marco. Il vecchio stemma della Lega con Alberto da Giussano. Uno striscione di quelli della “Razza Piave”. Confesso la mia ignoranza a un signore con bandiera a strisce orizzontali rosso-bianco-rosse, tipo-quella-dell’Austria-ma-non-è-quella. «È la bandiera del Granducato di Toscana. La seconda, per la precisione, dopo Napoleone. Ma non è colpa sua, non possiamo mica essere tutti esperti di araldica».
Poi, “ma questo è folklore”, ci sono le croci celtiche, e una foto del Duce.

Che sarebbe stata una giornata complessivamente straniante l’avevo capito la notte prima, quando ho sentito pronunciare nel programma di Marzullo il nome di Thomas Pynchon. Dalla piazza: grandi booooo alla sola parola “musulmano” pronunciata sul palco, diversi vaffanculo a Renzi e Alfano. Molti militanti hanno in testa l’elmo vichingo o giù di lì, quello con le corna. È il turno del presidente del Sindacato autonomo di polizia, Gianni Tonelli: è suo l’intervento più truculento, tra le grida di Giorgia Meloni e il tono più soft del presidente del Veneto.

Infine, tocca a Salvini (4 BARBONI CON 4 PETARDI VOLEVANO QUESTA PIAZZA VUOTA; ANDASSERO A LAVORARE!!! – NON ESISTE ECCESSO DI LEGITTIMA DIFESA!!! LO CAPIREBBE ANCHE UN RAGAZZINO!). È il segnale, la cancellata di via Napoleone III si può smontare, in attesa di un nuovo periodo d’infelicità.

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Parlare di antifascismo a scuola per fermare Casapound https://minimaetmoralia.it/interventi/parlare-di-antifascismo-a-scuola-per-fermare-casapound/ https://minimaetmoralia.it/interventi/parlare-di-antifascismo-a-scuola-per-fermare-casapound/#comments Mon, 01 Dec 2014 09:25:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24561 Insegno in un liceo a Roma, e alle volte, quando sono a scuola, nelle prime ore che magari passo in una classe nuova all’inizio dell’anno, svolgo una lezione come una specie di a parte: per presentarmi un minimo parlo del mio metodo d’insegnamento, e tra le altre cose banali che dico, ce n’è però una che purtroppo è e soprattutto risulta meno ovvia. Dichiaro di essere un professore antifascista.

Lo sono convintamente, sottolineo, per scelta personale, ma anche se non lo fossi di mia sponte, lo dovrei essere, facendo un mestiere come il mio, l’insegnante e per di più di filosofia, storia e educazione civica, per cui la mia è proprio una fedeltà al patto costituzionale, che è ciò che fa sì che la nostra comunità si possa dire tale, che mi obbliga per certi versi a essere antifascista, anche se non ne fossi profondamente convinto, come poi invece sono.

Spiego poi subito anche, a scanso di equivoci facili, che essere antifascisti non vuol dire essere contro un determinato periodo storico – quest’affermazione, dico, chiaramente non avrebbe senso: sarebbe come dire “Sono contro la guerra dei trent’anni”, “Sono contro l’idealismo tedesco”.

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5-Le-mani-di-Ionut-dopo-aver-costruito-stufe-tutto-il-pomeriggio-mentre-disegna-con-Nico-e1359120317232Questo articolo è uscito su Internazionale. (Fonte immagine)

Insegno in un liceo a Roma, e alle volte, quando sono a scuola, nelle prime ore che magari passo in una classe nuova all’inizio dell’anno, svolgo una lezione come una specie di a parte: per presentarmi un minimo parlo del mio metodo d’insegnamento, e tra le altre cose banali che dico, ce n’è però una che purtroppo è e soprattutto risulta meno ovvia. Dichiaro di essere un professore antifascista.

Lo sono convintamente, sottolineo, per scelta personale, ma anche se non lo fossi di mia sponte, lo dovrei essere, facendo un mestiere come il mio, l’insegnante e per di più di filosofia, storia e educazione civica, per cui la mia è proprio una fedeltà al patto costituzionale, che è ciò che fa sì che la nostra comunità si possa dire tale, che mi obbliga per certi versi a essere antifascista, anche se non ne fossi profondamente convinto, come poi invece sono.

Spiego poi subito anche, a scanso di equivoci facili, che essere antifascisti non vuol dire essere contro un determinato periodo storico – quest’affermazione, dico, chiaramente non avrebbe senso: sarebbe come dire “Sono contro la guerra dei trent’anni”, “Sono contro l’idealismo tedesco”.

Cosa vuol dire allora, mi possono chiedere i miei studenti, essere oggi nel 2014 un antifascista? Molte cose, alcune assai complesse, ma alcune semplici anche per chi non ne sa nulla di storia: il rispetto degli altri come persone di qualunque etnia o cultura, la tutela delle libertà fondamentali, la condanna della violenza fisica contro i deboli, il contrasto con tutto ciò che incoraggi le pratiche opposte – oppressione, illiberalismo, sopraffazione, antidemocrazia, razzismo…

Antifascismo è una parola importante, provo a ragionare, perché non è un valore astratto, ma è calata in una realtà storica, e noi facciamo parte di questa realtà; non si tratta, ci tengo a precisare, di una generica bontà, di gentilezza, e nemmeno di tolleranza, ma è un termine che ha un senso per il presente, un concetto pieno, rotondo, che esiste da più di un secolo e che indica una certa idea di mondo, in antitesi a tutte quelle idee che invece ritengono che questi, della tutela della libertà, della difesa delle minoranze, o del senso di giustizia contro gli oppressori, non siano dei valori condivisi. Se c’è il fascismo – e c’è il fascismo – combattere contro questo vuol dire essere antifascisti, nonostante non ci sia più un duce che si affacci sui balconi o mandi al confino i dissidenti.

Queste semplici note mi sono venute in mente ieri, ancora prima di vedere le immagini infami di quelli di Casapound che manifestavano davanti a delle scuole a Roma contro gli studenti rom. Ossia che manifestavano contro dei ragazzini. Mi sono venute in mente, leggendo la bacheca su Facebook di un mio ex studente, un tipo ormai laureato, che ogni tanto condivide notizie su quelli che chiama zingari.

L’altro giorno scriveva una roba del tipo: “Continuate ad aiutarli ai semafori, pensando che sia gente povera, bisognosa, che non può permettersi nemmeno un panino. Queste persone vanno emarginate socialmente ma soprattutto dovremmo trattarli tutti e ribadisco tutti, come fossero il capolinea dell’umanità. Queste sono le uniche soluzioni per debellare questo cancro nella nostra società, trattarli per quello che sono. Feccia”. Sotto, ve lo immaginate, tanti like e condivisioni.

Potevo lasciar perdere, come forse colpevolmente faccio tante altre volte, e invece mi sono messo a discutere con ognuno dei commentatori, i genitori di questo mio ex studente per esempio, o un’altra donna, un’insegnante che buttava lì giudizi del tipo “Bisognerebbe bruciarli, se non si dovessero spendere i soldi per la benzina”.

Faticosamente, ho replicato a uno per uno, provando a inchiodarli alle loro stesse parole: allora mi scusi se io le dessi una tanica di benzina gratis e le fornissi la possibilità di bruciare i container con le famiglie dei rom dentro, lei appiccherebbe il fuoco? A un certo punto mi sono sentito un povero alieno, uno che brontola mentre tutti si sentono di stare nel pieno una festa – la sensazione di un pogrom, seppure solo immaginato, dev’essere questa – che finalmente si riconoscono in un’idea seppure folle di comunità: gli odiatori di rom.

Tutto questo purtroppo non è un epifenomeno. La manifestazione di Casapound ieri, l’ostentazione con cui i neofascisti si stanno conquistando alla luce del sole uno spazio politico è un fatto pericoloso, come è un’evidenza terribile e fetida che stiano lucrando questo consenso sulla pelle dei rom e dei sinti.

Le ragioni di questa degenerazione hanno a che fare certo con la crisi economica, con la parallela crisi della politica come l’abbiamo immaginata nel novecento (i partiti, i sindacati, i tanto ormai odiati corpi intermedi…), ma sono anche lo specchio di una débâcle culturale più verticale, che è quella che ha pensato che l’antifascismo fosse una reliquia del secolo scorso.

Una decina di anni fa uscì per Einaudi un librettino di Sergio Luzzatto che s’intitolava La crisi dell’antifascismo. Si poteva per superficialità scambiarlo per il pamphlet di uno storico che focalizza un cambio di paradigma negli studi di settore. Non era quello. La crisi dell’antifascismo, mostrava bene Luzzatto, è cominciata innanzitutto nella mancata trasmissione tra generazioni. Le cosiddette agenzie educative, la scuola, la famiglia, e mettiamoci i media, o addirittura le parrocchie, sempre più raramente oggi lo inseriscono tra i loro valori preliminari, la condizione stessa di un possibile discorso pubblico. E se sempre più difficilmente pensano che sia indispensabile come collante comunitario, figuriamoci come orizzonte politico.

Per questo, nello sconforto di ieri, pensavo che mentre i cortei contro i rom continueranno e si moltiplicheranno, non sarebbe male riabilitare uno strumento politico semplice, ma sempre efficace, come quello dell’antifascismo, rivendicandolo, riconoscendo la sua forza, in opposizione a tutte le bruttissime comunità del risentimento che vedremo formarsi nel nostro futuro davvero troppo prossimo.

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Do you remember forconi? https://minimaetmoralia.it/societa/movimento-forconi/ https://minimaetmoralia.it/societa/movimento-forconi/#comments Mon, 05 May 2014 14:08:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20524 Dicembre, impazzavano i Forconi… un movimento nato in modo spontaneo dicevano, lo dicevano i telegiornali, le trasmissioni eccetera. Spontaneamente finiscono nel calderone “Forconi” camionisti incazzati, fascisti, disperati, sindacalisti, ex artigiani, studenti, imprenditori falliti, qualche sbandato del M5S. Il marchio è di un tal Mariano Ferro, un agricoltore di Avola, Siracusa, Sicilia, già compagno di strada del presidente Raffaele Lombardo; al nord il referente è Lucio Chiavegato (verrà arrestato, a primavera, assieme ad altri “secessionisti veneti”: fabbricavano un carro armato…); al centro impazza Danilo Calvani, monociglio verace dell’agro pontino. Sbocciano “presidi” in tutta Italia, le televisioni si affrettano e le dirette fioccano. Si autoproclamano “il vero popolo italiano”: ovviamente “né di destra né di sinistra”: odiano i giornalisti, ma basta il lume di una telecamera per appiccare un mesto falò della vanità… Durante le adunate di piazza, qualche carabiniere si toglie il casco: “I nostri ragazzi stanno con noi”, esultano.

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Dicembre, impazzavano i Forconi… un movimento nato in modo spontaneo dicevano, lo dicevano i telegiornali, le trasmissioni eccetera. Spontaneamente finiscono nel calderone “Forconi” camionisti incazzati, fascisti, disperati, sindacalisti, ex artigiani, studenti, imprenditori falliti, qualche sbandato del M5S. Il marchio è di un tal Mariano Ferro, un agricoltore di Avola, Siracusa, Sicilia, già compagno di strada del presidente Raffaele Lombardo; al nord il referente è Lucio Chiavegato (verrà arrestato, a primavera, assieme ad altri “secessionisti veneti”: fabbricavano un carro armato…); al centro impazza Danilo Calvani, monociglio verace dell’agro pontino. Sbocciano “presidi” in tutta Italia, le televisioni si affrettano e le dirette fioccano. Si autoproclamano “il vero popolo italiano”: ovviamente “né di destra né di sinistra”: odiano i giornalisti, ma basta il lume di una telecamera per appiccare un mesto falò della vanità… Durante le adunate di piazza, qualche carabiniere si toglie il casco: “I nostri ragazzi stanno con noi”, esultano.

E gli chiedevano Cosa volete?, e loro rispondevano: “Ci riprenderemo la nostra sovranità” – erano contro l’euro; gli chiedevano Con chi ce l’avete, e loro: “Con i politici, parassiti, farabutti e delinquenti, tutti”. Sì, ma Cosa volete? “Faremo un grande sciopero a oltranza, fino a quando non se ne andranno”. Sì, ma dopo? “Un governo presieduto da un componente delle forze dell’ordine, poi nuove elezioni entro sei mesi”; così il capo Calvani, definito oltranzista: indice una grande manifestazione in piazza del Popolo a ridosso del Natale, Ferro e Chiavegato si sfilano all’ultimo, la piazza si riempie per metà della metà, i fascisti di Casapound scendono dal Pincio con cappucci e cappi al collo, e maschere bianche.

Per qualche giorno, una settimana, ho seguito il presidio romano, in piazza dei Partigiani. Mi ci mandavano dal giornale. Due-tre gazebo, cinque-sei tende da campo. Un paio di casse che pompavano in loop l’inno di Mameli, oppure strani documentari sugli Illuminati e sulla Massoneria, voci impersonali perse nella piazza grigia, con le facciate dei palazzi sporche; certe mattine, più in là tra il cemento e i capolinea degli autobus, gruppi di uomini e donne dell’Europa dell’Est improvvisavano un mercato e mangiavano panini. I “Forconi” oscillavano dai trenta ai settanta-ottanta massimo.

C’era un ragazzone alto e magro vestito con una divisa militare color sabbia, che si agitava con smanie da leader, si affrettava con passo marziale; un uomo, sui quaranta, con i capelli rasta, sempre in disparte, che non parlava con nessuno, o quasi, e ti guardava in cagnesco; un paio di vagabondi, senza un tetto dove stare; un signore dall’aria più distinta, con una zazzera grigia, camminava con una stampella; a un certo punto dice “io ho un parente illustre, ma non ti dirò mai chi è”. E c’era un vecchio, il volto nascosto dietro rughe pesanti e occhiali scuri, un millantatore: si spacciava per chirurgo, “un chirurgo che ha curato per anni i malati di strada”; esibiva un lercio tesserino da giornalista; ti seguiva, se ti allontanavi: un paio di ricerche e vien fuori che è un ex fascista di Ordine nuovo… un informatore della polizia. Ma c’erano anche i seguaci del metodo Stamina, e altre persone che in certe ore prendevano il microfono e tenevano piccoli comizi…

Poi ricominciava l’inno di Mameli; in disparte leggevo Hunter Thompson.

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Disintossichiamo il 25 aprile! Alcune riflessioni sulle commemorazioni oltre le identità https://minimaetmoralia.it/interventi/riflessioni-sulle-commemorazioni-oltre-le-identita/ https://minimaetmoralia.it/interventi/riflessioni-sulle-commemorazioni-oltre-le-identita/#comments Sun, 04 May 2014 14:30:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20497 di Giovanni Pietrangeli

Per l’ennesima volta in pochi anni, le celebrazioni del 25 aprile a Roma e Milano si sono svolte in un clima di forte tensione tra le anime che componevano le piazze. A Roma, in particolare, l’annunciata e consueta presenza di uno spezzone per la Palestina, composto per lo più da attivisti delle reti italiane di solidarietà, si è trasformata in un casus belli con un folto gruppo di appartenenti alla Comunità ebraica romana. Una presenza, quella degli ebrei romani, naturalmente costante nelle celebrazioni della Liberazione, ma questa volta insolitamente nutrita e “militante”. Il risultato è stata una piazza spaccata e litigiosa, con un primo tentativo da parte degli ebrei romani di allontanare le bandiere palestinesi, scambi di insulti, reciproche accuse di “fascismo” e lo schieramento di agenti in tenuta antisommossa. Non si tratta di invocare una surreale pacificazione della memoria della Liberazione, né di augurarsi un clima di “larghe intese” anche nei cortei antifascisti, tuttavia la misura delle narrazioni tossiche sul tema dell’antifascismo e della memoria della Resistenza partigiana e della Seconda guerra mondiale è davvero colma e le piazze romane del 25 aprile negli ultimi anni ne sono un triste riflesso.

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di Giovanni Pietrangeli

Per l’ennesima volta in pochi anni, le celebrazioni del 25 aprile a Roma e Milano si sono svolte in un clima di forte tensione tra le anime che componevano le piazze. A Roma, in particolare, l’annunciata e consueta presenza di uno spezzone per la Palestina, composto per lo più da attivisti delle reti italiane di solidarietà, si è trasformata in un casus belli con un folto gruppo di appartenenti alla Comunità ebraica romana. Una presenza, quella degli ebrei romani, naturalmente costante nelle celebrazioni della Liberazione, ma questa volta insolitamente nutrita e “militante”. Il risultato è stata una piazza spaccata e litigiosa, con un primo tentativo da parte degli ebrei romani di allontanare le bandiere palestinesi, scambi di insulti, reciproche accuse di “fascismo” e lo schieramento di agenti in tenuta antisommossa. Non si tratta di invocare una surreale pacificazione della memoria della Liberazione, né di augurarsi un clima di “larghe intese” anche nei cortei antifascisti, tuttavia la misura delle narrazioni tossiche sul tema dell’antifascismo e della memoria della Resistenza partigiana e della Seconda guerra mondiale è davvero colma e le piazze romane del 25 aprile negli ultimi anni ne sono un triste riflesso.

Partendo dai fatti in questione, salta all’occhio l’evidente uso politico che si fa del 25 aprile sia da parte del mondo dell’ebraismo “politico” sia da quella dei circuiti internazionalisti e solidali con la causa palestinese. Da una parte, la rivendicazione della partecipazione della Brigata ebraica in qualche maniera riprende il tema dell’autodifesa di fronte alla tradizione antigiudaica europea, supera la retorica della “vittima” e in qualche maniera si collega ad un lungo dibattito che ha sia prodotto importanti mitopoiesi di resistenza antifascista (il comandante Edelman e il ghetto di Varsavia, la rivolta di Treblinka, gli scontri contro i militanti missini e la storica “calata” del 1992 nella sede di Movimento Politico da parte degli ebrei romani, l’attuale attivismo “antifa” degli ultras dell’Ajax di Amsterdam nei confronti di tifoserie e gruppi neonazisti).

Lo stesso tema dell’autodifesa è tuttavia utilizzato anche in chiave militarista e identitario: legittima la centralità di Tsahal tra le istituzioni di Israele, l’importanza della leva per il riconoscimento dei diritti civili, giustifica l’esercizio della forza anche contro gli attivisti della sinistra internazionalista quando prendono posizione sulla questione mediorientale. In parte rappresenta la declinazione attualizzata delle critiche che Hannah Arendt muoveva alle ragioni del processo Eichmann e al ruolo che giocarono Gideon Hausner e David Ben Gurion nella sua organizzazione. Una narrazione tossica, una delle tante del 25 aprile, che alza steccati e alimenta una sindrome di accerchiamento sia da parte di Israele, ma ancor di più da parte delle comunità ebraiche, già ridottissime di numero in Italia, a parte Roma e Milano. Sull’uso “politico” dell’immaginario dell’autodifesa ebraica tra l’altro è uscito un importante contributo di Gad Lerner, che va letto, come vanno letti i commenti che lo accompagnano per tracciare una mappa della complessità del mondo ebraico italiano. L’importanza di quel contributo è anche in questo: una voce dall’”interno” è in grado di suscitare un dibattito altrimenti difficile da animare da fuori.

Come attivista antifascista credo che l’autodifesa sia un valore fortissimo, specialmente se serve a prevenire e bilanciare il riaffacciarsi di una minaccia neofascista, estremamente concreta nell’Europa della crisi. Tuttavia è anche fondamentale che si identifichi la reale minaccia. Le “teorie del complotto”, che indicano nell’ebraismo la base culturale del capitalismo predatorio e le responsabilità del declino economico dell’Occidente sono oggi estremamente popolari grazie anche alla pubblicità che ne fanno figure non necessariamente provenienti dall’estrema destra. La Francia in questo è un vero e proprio laboratorio: le tante polarizzazioni della meticcia società transalpina hanno visto emergere un composito schieramento “antisionista” intorno alle figure del comico franco-senegalese Dieudonnè e del suo sodale, lui sì dichiaratamente fascista, Alain Soral. Quest’ultimo è stato definito “piccolo commerciante di odio” per la capacità dimostrata nel costruire intorno alla sua figura un vero e proprio business, basato sulla vendita di libri, video e perfino “kit” di sopravvivenza al “declino”. Dopo anni di controversi spettacoli teatrali e provocazioni mediatiche, Dieudonnè è diventato un caso mainstream anche qui in Italia, grazie anche al reportage che la rivista Internazionale ha pubblicato nel gennaio 2014.

Uno degli argomenti prediletti dai sostenitori di Dieudonnè è quello della libertà di espressione rispetto al tema della Shoah, banalizzato come dogma, necessario di una relativizzazione di fronte alle tante “violenze di massa” del Novecento. Ovviamente Nakba in testa. Faccio mia l’utile contributo di Enzo Traverso sull’unicità della Shoah come «tragico crocevia, frutto di un’eccezionale costellazione storica nella quale convergevano tradizioni coloniali, nazionalismo pangermanista, razzismo antislavo, antisemitismo, epurazioni etnico, eugenismo, anticomunismo e anti-Illuminismo» (Traverso, 2012) e considero una scelta profondamente autolesionista quella di buona parte della sinistra anticapitalista di utilizzare la narrazione tossica che relativizza la Shoah nel confronto con le tante “guerre ai civili” del passato e del presente.

La radicalizzazione di argomentazioni che rivendicano la libertà di critica all’uso pubblico della memoria dell’Olocausto, questione delicata ed effettivamente ancora in corso di elaborazione tanto nel mondo politico che in quello accademico, ha portato ad una vera e propria crisi nelle relazioni tra la sinistra e l’ebraismo “politico”, anche con quello di orientamento meno identitario. Ed è in questa crisi che si alimentano, nel peggiore dei casi, tendenze rosso-brune, ovvero spazi politici liminali tra sinistra internazionalista e neofascismo, secondo il principio “il nemico del mio nemico è mio amico”. È il caso del paradossale sostegno che esponenti del fu PdCI, di Casapound, organizzazioni dell’estrema destra francese e sostenitori del network Freedom Flotilla stanno concretamente dando a Bashar Assad e al regime siriano. Ma anche nel migliore dei casi, ovvero quando con il sostegno alla causa palestinese si rivendica l’opposizione alle pratiche di occupazione militare e segregazione da parte delle istituzioni israeliane, l’accostamento provocatorio tra la Shoah e la Nakba, tra Israele e il Terzo Reich, non fa altro che esacerbare le tensioni che corrono a livello internazionale tra le comunità ebraiche e il mondo arabo. Non si lavora quindi per una possibile e salutare ricomposizione delle forze antifasciste e antirazziste che si oppongano al tracimare globale delle pulsioni identitarie e tradizionaliste.

Infine, non possiamo non considerare le narrazioni tossiche che hanno portato le celebrazioni del 25 aprile a utilizzare una retorica patriottarda e assolutamente controproducente per il consolidamento di una memoria resistenziale e antifascista. Il caso dell’anno lo ha creato il presidente Napolitano, includendo nel suo discorso un invito alla liberazione dei due soldati italiani ancora trattenuti in India per l’ omicidio di due pescatori nel 2012: «I nostri marò, ingiustamente trattenuti troppo a lungo lontano dalla Patria, fanno onore all’Italia». Senza entrare nel merito della vicenda, l’appello lanciato in questa occasione non solo non mi sembra abbia la benché minima assonanza con il coraggio dimostrato da quanti, civili e militari, si ribellarono alle leve forzate, alla repressione del dissenso e alla persecuzione di ebrei, omosessuali e oppositori politici. Inoltre appiattisce la festa della Liberazione su una ragion di stato in questo caso maldestramente sovrapposta ad una retorica colonialista e velatamente razzista, secondo la quale il governo indiano, in quanto non occidentale, non garantirebbe un processo equo a due cittadini italiani, per altro coinvolti in un triste caso di sussunzione di istituzioni pubbliche agli interessi di mercato privati.

Non è però la prima volta che il 25 aprile viene utilizzato come ribalta per personaggi e temi antitetici a quelli della Resistenza: nel 2010 Renata Polverini, all’epoca governatrice del Lazio a capo di una coalizione di destra, proveniente dal sindacalismo post-missino, vicina agli ambienti più nostalgici e squadristi della curva della Lazio, appoggiata da Casapound attraverso il consigliere regionale Luca Malcotti, venne duramente e giustamente contestata con lanci di uova e fischi. In quell’occasione la presa di posizione dell’Anpi in favore della partecipazione di Renata Polverini, in quanto rappresentante istituzionale, sancì nuovamente una rottura tra la piazza di Piramide e la Rete antifascista metropolitana che dal 2007, sulla scia dell’emergente squadrismo neonazista a Roma e dell’omicidio di Renato Biagetti, aveva riportato migliaia di persone, per lo più giovani, in una piazza sempre più ingessata dalla monumentalizzazione della resistenza e dalla retorica dei partiti del centrosinistra, per altro spesso promotori di iniziative di pacificazione della memoria del fascismo, della Rsi e dello stragismo postbellico.

Il rinnovato abbandono della piazza di Piramide da parte dei nuovi antifascisti, spesso attivisti delle lotte sociali della città di Roma, ha riportato la piazza a confrontarsi con le tante contraddizioni che la animano, lasciando che gli identitarismi, le amnesie e le rimozioni si contendano la ribalta, ignorando il pericolo del montare delle organizzazioni neonaziste in Europa e in Italia.

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