Casini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/casini/ un blog di approfondimento culturale Fri, 07 Feb 2014 12:15:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Casini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/casini/ 32 32 Decostruire la Casta. Costruire il popolo https://minimaetmoralia.it/politica/decostruire-la-casta-costruire-il-popolo/ https://minimaetmoralia.it/politica/decostruire-la-casta-costruire-il-popolo/#comments Thu, 06 Feb 2014 13:40:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18225 Pubblichiamo un articolo di Claudio Riccio uscito su Il Corsaro.

di Claudio Riccio

Chi ricorda più l'oggetto del caos parlamentare di alcuni giorni fa? Si dibatteva del regalo per le banche italiane contenuto nel decreto Bankitalia, ma l'argomento è scivolato, sparito nel calderone di insulti e accuse reciproche, insieme al caso Electrolux, ai tassi drammatici di disoccupazione, alla nascita di FCA e al compimento della strategia di Marchionne. Tutto è passato in secondo piano.
In molti hanno liquidato tutta la vicenda come "una clamorosa serie autogol di Grillo", “segno del nervosismo di un leader che prova disperatamente a recuperare consensi”; ma siamo sicuri sia così?

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Pubblichiamo un articolo di Claudio Riccio uscito su Il Corsaro.

di Claudio Riccio

Chi ricorda più l’oggetto del caos parlamentare di alcuni giorni fa? Si dibatteva del regalo per le banche italiane contenuto nel decreto Bankitalia, ma l’argomento è scivolato, sparito nel calderone di insulti e accuse reciproche, insieme al caso Electrolux, ai tassi drammatici di disoccupazione, alla nascita di FCA e al compimento della strategia di Marchionne. Tutto è passato in secondo piano.

In molti hanno liquidato tutta la vicenda come “una clamorosa serie autogol di Grillo”, “segno del nervosismo di un leader che prova disperatamente a recuperare consensi”; ma siamo sicuri sia così?

Il post di Grillo che aizzava i suoi contro la Boldrini, il tweet di Messora sullo stupro e il falso tweet del Presidente della Camera costruito ad arte ci dicono molte cose sulla strategia di Casaleggio e Co. [Altri hanno scritto a riguardo, molto è sintetizzato bene in due articoli di Dino Amenduni 1/2]

Il contesto politico è cambiato da due mesi ormai, le europee si avvicinano e Renzi punta la sua intera strategia elettorale sul fare, convinto che il suo attivismo sarà sufficiente a far sgonfiare il consenso attorno a Grillo e a sconfiggere il centrodestra berlusconiano che con Casini torna ad essere realmente competitivo. Il sindaco di Firenze punta a capitalizzare consenso con rapide accelerate e proposte a effetto che possano anche solo apparire concrete, ed effettivamente nel dibattito superficiale che caratterizza media e sfera pubblica riesce a risultare convincente ai più finché si discute di questioni concrete. Grillo davanti a questo contesto sceglie la gazzarra, decide di radicalizzare lo scontro parlamentare-televisivo, polarizzandolo sullo schema casta-anticasta puntando a capitalizzare al massimo l’insofferenza diffusa.

Grillo non cavalca la confusione istituzionale, la genera, approfittando di un contesto favorevole e utilizzando, come nel judo, l’energia che tutti i sostenitori delle larghe intese e della stabilità riversano contro di lui per rilanciare i propri attacchi, compattare il Movimento al proprio interno e continuare a crescere. All’aumentare del caos, infatti, davanti a uno spettacolo “che ricorda le migliori zuffe da trasmissione di Maria De Filippi” sale l’audience, la discussione entra nei bar e anche gli spettatori-cittadini più distratti, quelli che spesso non votano, si accorgono di quel che sta accadendo in parlamento. Agli occhi di chiunque osservi la scena lo spettacolo risulta indecoroso e il disgusto aumenta esponenzialmente. Tale disgusto travolge tutti, allo stesso modo, eccezion fatta per i grillini, che su larga scala e al netto di un numero risibile di elettori persi, vedono lievitare i propri consensi elettorali. Più caos, più disgusto, più consenso anticasta. È la legge ferrea del disgusto.

Con l’aumentare della crisi economica e sociale, e in assenza di una vera opposizione, forte ed efficace, radicalmente alternativa alle larghe intese, la strategia di Grillo e Casaleggio, apparentemente rozza, risulta essere estremamente efficace. Se cresce l’unanimismo della stampa e delle forze politiche raccolte nelle larghe intese, e se al contempo si indebolisce l’opposizione sociale e politica di sinistra, a crescere sarà la forza potenziale del grillismo.

Lo scontro e la sua spettacolarizzazione non servono quindi alla battaglia politica, ma a quella elettorale: il fine passa in secondo piano rispetto alla crescita elettorale del Movimento (che dovrebbe esserne solo lo strumento).

Il problema quindi non è la durezza dello scontro (al netto delle minacce e dei vergognosi insulti sessisti di queste ore), ma la finalità per cui lo si innalza. L’inutilità di uno scontro fine a se stesso è data anche dall’assenza di relazione tra palazzo e piazza, e dalla distanza dai conflitti reali che pure esistono nella nostra società. Come evidenzia questo articolo, anche nel 1953 contro la legge truffa ci furono durissime scazzottate nelle aule parlamentari, ma fuori da quelle mura uno sciopero generale rendeva vero e non simulato tale scontro.

Il conflitto politico e sociale è utile a contrastare chi porta avanti provvedimenti socialmente iniqui e a cambiare i rapporti di forza nella società. La caciara e gli insulti sono utili a chi porta avanti provvedimenti socialmente iniqui, per distrarre l’opinione pubblica, e a chi mira solo a guadagnare qualche punticino percentuale nei sondaggi.

Ideologici senza ideologia

Nel secolo passato le ideologie sono state, oltre che un grande motore della storia, con un imponente carico ideale e di contenuto, anche uno schema interpretativo della realtà. Indipendentemente dal livello di studi conseguiti e dal tasso di alfabetizzazione, attraverso le ideologie ciascuno riceveva degli strumenti di interpretazione della realtà e poteva così scegliere da che parte stare, di modo che alla mancanza di istruzione non corrispondesse la mancanza di coscienza.

Oggi la critica sistemica al capitalismo viene ridotta a teorie complottiste: c’è il mito esterofilo di un capitalismo buono; fuori dai confini nazionali c’è un mondo funzionante, governi onesti, si vive meglio e non esiste la casta, ma lobby transnazionali che tramano nell’ombra e un’Unione Europea di burocrati che ci affama.

Nella lotta casta-anticasta il reddito e la condizione sociale non hanno influenza alcuna, come si evince non solo dai messaggi interclassisti dei forconi, ma anche da come sono percepiti gli imprenditori “buoni” in stile Della Valle, che pontificano contro la casta seduti sulle loro grandi ricchezze.

Azzardando una semplificazione lo schema politico del grillismo si basa su un sistema ideologico senza ideologia. Il conflitto capitale-lavoro diventa uno scontro tra onesti e ladri, l’alienazione è ridotta a frustrazione e rabbia per una classe dirigente corrotta e i cittadini stanno alla casta come i proletari stavano al capitalismo. Grazie a questo schema che agisce come un potentememe i cittadini individuano facilmente chi è il nemico e qual è la parte da cui schierarsi. Aumentare il livello dello scontro e di disgusto per il sistema politico serve solo per portare un numero crescente di cittadini a schierarsi, maturando una coscienza anticasta.

La like democracy è anche questo. I messaggi si propagano indipendentemente dal contenuto, si basano sull’emotività che generano, di modo che diventa impossibile distinguere l’evento di portata storica dalla cazzata. Più i messaggi sono semplici più si diffondono rapidamente e in maniera efficace; e più un messaggio si diffonde velocemente più è difficile contrastarlo. I tempi dell’azione politica sono oggi molto più lenti della politica intesa come pensiero, discussione e azione collettiva, e approfittando dei meccanismi di diffusione emotiva tale schema ideologico trova terreno fertile.

Lo schema è totalizzante, la divisione delle parti è netta e senza sfumature. Scrive Laclau che il populismo, più che una categoria politica, è un’enfasi sul discorso, ancor di più il grillismo è enfasi senza un contenuto a priori. L’alternativa a tale progetto di egemonia a-culturale non può essere un razionale e ponderato rifiuto di schemi semplificati. Serve, invece, una proposta politica chiara, netta, profonda ma semplice, che unisca contenuto e enfasi abbandonando l’inefficace ostentazione di sobrietà ereditate dalla cultura dell’Ulivo, come “la serietà al governo” o “l’opposizione responsabile”.

Quel mostro della casta

La casta, così centrale nel nostro dibattito pubblico, era stata creata in laboratorio come arma finale per eliminare gli avversari politici della peggior borghesia italiana; è poi ben presto sfuggita di mano ai suoi creatori, ritorcendosi contro loro stessi.

Ne ha parlato qualche mese fa Massimo Mucchetti, ex vice direttore del Corriere della Sera e attualmente senatore del Partito Democratico, che in un’intervista ha raccontato come il libro di Rizzo e Stella e le inchieste che lo hanno preceduto facessero parte di “una campagna politica che, mettendo in luce le debolezze reali del governo Prodi, puntava sui tecnici che avrebbero dovuto avere alla loro testa Montezemolo. Una grande idea giornalistica, una piccola idea politica. E alla fine, complice una politica cieca, la guerra alla Casta senza la capacità di proporre alternative reali ha generato il Movimento 5 Stelle. Che ora attacca politici e giornalisti”.

L’effetto Frankenstein, la ribellione della casta ai propri creatori, era allora evitabile? In parte no: solo una classe politica più attenta, meno corrotta e più capace di rispondere alle esigenze dei cittadini avrebbe potuto disinnescare l’ordigno. Ma nel momento in cui una parte consistente dell’establishment ha iniziato a sostenere e alimentare il frame della casta, esso è divenuto indomabile. Le classi dirigenti non potevano maneggiare a lungo una retorica concepita per distruggere i propri simili.

Il terreno di ogni discorso ha delle direzioni predeterminate che non sempre è possibile dirottare. Le parole producono emozioni, sentimenti, suggeriscono risposte. Il terreno del discorso è un piano inclinato: il frame della casta circonda ogni ambito del discorso politico, anche a livello quasi inconscio. È difficilissimo sostenere un discorso politico con un qualunque cittadino, elettore di qualunque forza politica, senza che questo scivoli più o meno rapidamente sul tema dei costi della politica, facilmente il dibattito verrà travolto, semplificato al punto da essere svuotato del contenuto, e il “sono tutti uguali”si afferma senza possibilità di smentita.

Tale scontro tra casta e anticasta, è uno scontro in cui i due nemici si alimentano a vicenda, ciascuno consolida la propria posizione, da un lato chi evoca il cambiamento, dall’altro chi mima la rivolta. Per cacciare le classi dirigenti responsabili dello sfacelo del nostro paese serve decostruire il discorso della casta, disinnescare l’ordigno e mettere fine a questa finta guerra che ci costringe a stare rintanati nei nostri rifugi, osservando dalla finestra le macerie del massacro sociale e  in televisione la “guerra civile simulata” (come l’ha definita Giuliano Santoro).

La casta, infatti, banalizza la questione democratica al punto da annullarla come problema politico. Il tema viene ridotto non più a un’assenza di democrazia in quanto autodeterminazione, tutto si sposta sul mero giustizialismo e su un generalizzato desiderio di trasparenza, in cui la legalità soppianta la giustizia sociale. Democrazia non significa più “noi vogliamo decidere”, ma “non vogliamo che lui rubi”; Il tentativo messo in campo da Grillo è che non si giudichi più il proprio rappresentante nelle istituzioni sulla base di quel che pensa, ma di quanto ruba.

E siccome “tutti rubano, hanno rubato, o ruberanno”, se ne deduce che “sono tutti uguali”, indipendentemente dalla parte politica. Lo schieramento diventa una variabile ininfluente, si afferma il “né destra né sinistra”. La politica diventa funzione amministrativa, gestione dell’esistente, schiacciata tra trionfo della tecnica e banalizzazione del governo, rinunciando così a qualunque vocazione di trasformazione dell’esistente.

Sono molte le tendenze ambivalenti e le contraddizioni che convivono in questo tipo di discorso pubblico. Da un lato l’affidarsi ciecamente ai tecnici, agli esperti, alla retorica delle competenze: il fondamentalismo della meritocrazia su cui si fondano i conservatori, i tecnocrati e anche i falsi innovatori à la Renzi. Dall’altro l’idea del governo come semplice amministrazione, per cui chiunque può governare, non esistono statisti, politici, ma solo cittadini onesti, “dipendenti di altri cittadini”, meri esecutori. Non si tratta di due idee contrapposte, e neppure delle opposte facce di una stessa medaglia, ma due terreni contigui di un medesimo discorso, i cui labili confini sfumano l’uno nell’altro. Nello stesso sistema di parole-chiave dell’anticasta ritroviamo entrambi gli schemi, solo apparentemente opposti e incompatibili. Si rivendica gente competente e onesta, tecnici che ci salvino dal baratro, ma al contempo la storica ambizione della gente comune, del popolo, di irrompere nella politica e nella scena pubblica, in assenza dei partiti di massa viene ridotta a semplice aspirazione individuale a dare il proprio contributo, si afferma la like democracy; l’alternanza è tra il fideismo nei tecnocrati, socialmente stronzi ma rassicuranti, e la delega senza programma al magma indistinto dei cittadini, due schemi che non producono cambiamento, ma consentono al pilota automatico di governare, lasciando invariati i rapporti di forza.

Lo spazio di una sinistra nuova

In tanti, elettori disillusi di sinistra, orfani di un soggetto generale in cui organizzare la propria indignazione, guardano il fenomeno Grillo e dicono “il Movimento 5 Stelle ha enormi potenzialità, peccato non le utilizzi appieno per cambiare il paese”. Ma siamo sicuri che quelle potenzialità di cui tanti parlano siano da attribuire al Movimento di Grillo? Le potenzialità di cui si parla sarebbero da attribuire ad un soggetto radicalmente alternativo agli attuali partiti, che esprimesse una critica profonda all’attuale sistema economico e sociale e raccogliesse l’indignazione diffusa organizzando dal basso i cittadini per cambiare i rapporti di forza, ricostruire la democrazia e redistribuire le ricchezze. Ma il Movimento Cinque Stelle si limita a sfruttare solo in termini elettorali tale potenzialità, che invece un tuttora inesistente soggetto politico di sinistra potrebbe raccogliere per far davvero vacillare l’equilibrio precario delle gattopardesche larghe intese e del governo della crisi.

Tale potenzialità è inespressa non solo per colpa di errori storici della sinistra italiana, ma anche perché lo spazio politico odierno è schiacciato tra due differenti tipologie di forze, entrambe conservatrici nella sostanza: entrambe conducono, avallano o consentono politiche antisociali e che potremmo definire antipopolari. Sono i tecnocrati antipopolari e i populisti antipopolari dall’altro; è il nostro bipolarismo che consente la stabilità, più di qualunque legge elettorale truffa.

Per costruire un’alternativa al bipolarismo bisogna allora partire da un’analisi dell’attuale spazio politico. Proviamo a semplificare i due poli in uno schema:

Tecnocrati e conservatori antipopolari Populisti antipopolari
Il governo si affida ai tecnici e al pilota automatico.
“Non c’è alternativa di sistema possibile”
Banalizzazione delle funzioni di governo:
– tutti possono governare, indipendentemente dalle competenze;
– tutti possono essere delegati, purché siano onesti.
Conducono politiche inique e antisociali Consentono politiche inique e antisociali
Contro l’Europa dei popoli

Contro l’Unione Europea

Metodi non democratici Metodi non democratici
Si oppongono al cambiamento Incapaci di favorire il cambiamento
Reprimono il conflitto sociale  Separati dal conflitto sociale
Rappresentano le classi dominanti Interclassisti

Stando a questa semplificazione in questo quadro, uno spazio politico per una sinistra d’alternativa non solo esiste, ma è necessario. Se delineiamo l’alternativa a tale bipolarismo a partire dal ribaltare gli elementi costanti tra i due falsi poli emerge lo spazio per una sinistra di massa, che pratichi e rivendichi democrazia, competente, per un’AltraEuropa e che rifiuti ogni rigurgito xenofobo e nazionalista, che persegua con convinzione il cambiamento, non limitandosi alla testimonianza dalla parte delle classi subalterne, che stia nei conflitti sociali. Una sinistra nuova che soprattutto sappia essere un soggetto generale in cui organizzare chi mira a tali obiettivi, un soggetto non minoritario, non solo istituzionale, non di rappresentanza parziale, ma di parte.

La proposta politica della nuova sinistra deve essere chiara, comprensibile, replicabile, con la chiarezza schematica usata anche da altri, ma accompagnata dalla forza delle idee complesse e dalla pratica e dalla rivendicazione di una democrazia radicale che non si limiti al pur necessario scontro tra governati contro governanti, ma ponga il tema del cambiamento come esito non del governo a tutti i costi, ma dell’autogoverno, perché come scriveva Vittorio Foa “politica non è solo comando, è anche resistenza al comando, che politica non è, come in genere si pensa, solo governo della gente, politica è aiutare la gente a governarsi da sé”.

È prioritario e necessario che la politica torni a svolgere la propria funzione di educazione delle masse. Al contrario, se la politica si lascia dettare la linea dai peggiori istinti cannibaleschi del tutti contro tutti, finirà per farsi educare (o diseducare) dalle masse, abdicando alla propria funzione di scontro egemonico attorno alle idee per ridursi a scontro elettorale che asseconda l’esistente.

La nuova sinistra deve produrre un lessico e una nuova grammatica e creare nuove identità, a partire dalla ricostruzione di legami solidali e collettivi; riannodare i fili di una umanità sfilacciata, di soggettività sparse, far incontrare solitudini, destituire e decostruire la casta, per costruire un popolo e una speranza di cambiamento.

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La vittoria di Bologna. E ora? https://minimaetmoralia.it/interventi/la-vittoria-di-bologna-e-ora/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-vittoria-di-bologna-e-ora/#comments Fri, 31 May 2013 08:42:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14509 di Francesca Coin

Inizio da quanto è avvenuto martedì 28 maggio. A due giorni dal voto, infatti, dopo che l'alleanza PD, PDL, Curia, Lega nord, Scelta Civica, Cei, Cl, Confindustria, Carrozza-Lupi-Merola-Bagnasco-Renzi-Prodi-Gasparri-Casini-e chi per essi ha inesorabilmente perso la campagna referendaria sul finanziamento pubblico alle scuole paritarie private, decretando la vittoria di trecento mamme, auto-convocat@ e papà, il sito del Comune di Bologna Iperbole ha eliminato dalle sue pagine tutti i dati sul referendum e sul voto. Così, spiegava il comitato, “dopo aver ostacolato il diritto di voto dei cittadini mettendo a disposizione meno della metà dei seggi delle elezioni amministrative e politiche e collocandoli in luoghi assurdi a più di 5 chilometri dalla residenza, ora si vuole nascondere la vittoria dei 51.000 che hanno chiesto un’inversione di tendenza nella politica scolastica del comune. [...] Non si vuole far sapere che l’ipotesi B ha perso in tutte le zone popolari e vinto solo fra i cittadini che abitano i colli di Bologna?” Parto da qui perché questo avvenimento consente una domanda centrale ovvero: e adesso? In altre parole, a che servono i referendum oggi, quando subito la post-democrazia tende ad archiviarli?

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di Francesca Coin

Inizio da quanto è avvenuto martedì 28 maggio. A due giorni dal voto, infatti, dopo che l’alleanza PD, PDL, Curia, Lega nord, Scelta Civica, Cei, Cl, Confindustria, Carrozza-Lupi-Merola-Bagnasco-Renzi-Prodi-Gasparri-Casini-e chi per essi ha inesorabilmente perso la campagna referendaria sul finanziamento pubblico alle scuole paritarie private, decretando la vittoria di trecento mamme, auto-convocat@ e papà, il sito del Comune di Bologna Iperbole ha eliminato dalle sue pagine tutti i dati sul referendum e sul voto. Così, spiegava il comitato, “dopo aver ostacolato il diritto di voto dei cittadini mettendo a disposizione meno della metà dei seggi delle elezioni amministrative e politiche e collocandoli in luoghi assurdi a più di 5 chilometri dalla residenza, ora si vuole nascondere la vittoria dei 51.000 che hanno chiesto un’inversione di tendenza nella politica scolastica del comune. […] Non si vuole far sapere che l’ipotesi B ha perso in tutte le zone popolari e vinto solo fra i cittadini che abitano i colli di Bologna?” Parto da qui perché questo avvenimento consente una domanda centrale ovvero: e adesso? In altre parole, a che servono i referendum oggi, quando subito la post-democrazia tende ad archiviarli?

Nessuno si aspettava una tale risonanza del referendum Bolognese. La disparità di forze, ben rappresentata dalla metafora di Davide contro Golia, si è tradotta, infatti, in una disparità nella capacità di auto-rappresentazione delle ragioni di A e B, e in una disparità di presenza nel discorso pubblico, basti pensare alle modalità con cui il Resto del Carlino per settimane ha lavorato attivamente alla campagna del B sino ad utilizzare l’immagine dei bambini come testimonial. Questo dialogo asimmetrico ha visto protagoniste tutte le principali testate e i media locali e nazionali, obbligando la A a misurarsi continuamente con i tentativi di distorsione informativa della B.

Le ragioni di A e B erano, di fatto, antitetiche. Ciò che il B definiva come libertà di scelta della scuola preferita da parte dei genitori per la A coincideva con la negazione del diritto d’accesso alla scuola, cosa che a Bologna riguardava 102 bambini nel 2012. Ciò che il B definiva come scuola laica, in realtà sottendeva un progetto formativo confessionale, non a caso il Manifesto per il B indicava lo “sviluppo umano integrale” come finalità universale dell’istruzione, tacendo che lo “sviluppo umano integrale” è il tema dell’Enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI. Ciò che il B definiva “senza oneri per lo stato”, reinterpretando l’articolo 33 della Costituzione, era in realtà “con oneri per lo stato”, in un ripensamento del dettato costituzionale che Rodotà ha giustamente definito “un po’ vergognoso”. Ciò che per la B era scuola pubblica, per la A era scuola paritaria privata, non a caso nel dopo-voto Bagnasco ha accusato: “mi sembra che non sia stata espressa ufficialmente la convinzione, la consapevolezza che, come dice la legge del 2000, nel nostro sistema di istruzione pubblica, non ci sono solo le scuole dirette dallo Stato ma anche quelle dirette da altri soggetti che pero’ sono riconosciuti parte integrante del sistema pubblico”, quasi a trasformare l’equipollenza del servizio offerto dalle scuole paritarie con l’equivalenza tra pubblico e privato. La differente capacità di rappresentazione, pertanto, si è tradotta in un dibattito pubblico sbilanciato, confuso, a tratti mistificante, volto ad oscurare le ragioni della A sino al giorno del voto.

Eccoci dunque al 26 maggio. Già la stampa ne ha parlato. Un numero di seggi dimezzato rispetto alle amministrative, seggi distanti talvolta diversi chilometri dalla residenza dei singoli elettori, lettere di convocazione non pervenute e code di votanti che ignoravano dove si trovasse il loro seggio, questo è lo scenario con il quale si sono confrontati i volontari della A lungo tutta la giornata del 26, mentre improvvisavano modalità di informazione e servizio navetta volte a facilitare le operazioni di voto. Questi nodi andavano di pari passo con una straordinaria affluenza mattutina, una affluenza che vedeva protagonsiti anzitutto gli elettori delle chiese e dalle parrocchie, quasi il B avesse dovuto ricorrere anzitutto a credenti e anziani, madri e sorelle per votare “B come Bologna, B come bambini”.

A tutt’oggi continuano le segnalazioni di incorrettezze ai seggi: dalle indicazioni di voto ricevute in pieno silenzio elettorale via sms direttamente dal Partito Democratico, a episodi di volantinaggio pro B fuori dai seggi, le testimonianze parlano di tutto fuorché di una campagna serena. Come scrive un elettore: “ieri ho chiamato la mia nonna, 89 anni, che è andata a votare per noi, e mi ha detto di avere votato B come bambini perché le avevano consigliato così e le avevano dato i volantini mentre andava al seggio. Ecco io non ho avuto cuore di dirle la verità, perché ci sarebbe stata male con la fatica che ha fatto ad andare al seggio col carriolino… come lei chissà quante altre persone anziane”.

Insomma, l’oscuramento delle ragioni della A è andato di pari passo con difficoltà di voto e una campagna proB che ha trovato reclute anzitutto tra la popolazione >70, la curia e i ceti più ricchi, come ha osservato Liuzzi sul Fatto Quotidiano. Quando parliamo delle percentuali di voto, dunque, dobbiamo partire da qui, da una campagna incalzante nonostante la quale molti elettori tradizionalmente piddini hanno votato contro il partito, e molti altri per evitare di votare contro il partito hanno preferito non votare per nulla. Evitando di scendere nelle acrobazie interpretative dei proB, dunque, non possiamo ignorare il contesto né d’altro canto possiamo dire che tutto è andato bene. Più che le cifre dell’affluenza, però, che per un referendum consultivo di un solo giorno sono, di fatto, elevate, come ha dichiarato Corbetta, forse il B dovrebbe chiedersi perchè tutti i suoi sforzi sono andati a vuoto, come forse la A dovrebbe chiedersi perché tra i votanti proA è mancata la fascia d’età < 35, sebbene notoriamente Bologna sia una città in buona parte popolata di studenti non residenti.

E qui torniamo alla domanda iniziale. E ora? A che serve un referendum nella post-democrazia? E’ questa la domanda più importante. A fronte di un regime informativo sempre più liofilizzato, spolpato cioè dei temi che stanno al cuore della vita, l’istruzione, la sanità e i diritti; in un contesto in cui le istituzioni democratiche sono poco più che contenitori formali, in cui la competizione elettorale è avanspettacolo e il processo elettorale stesso, si pensi alle ultime elezioni, è meramente rituale, sarebbe ingenuo pensare a un referendum consultivo come a una pratica  risolutiva. Chi, da sinistra, in questi giorni ha ripetuto che un’affluenza al 30% compromette l’efficacia delle proposte referendarie, di fatto sottovaluta l’opposizione che questo referendum ha ricevuto, e tradisce la speranza che, qualora l’affluenza fosse stata più alta, la volontà referendaria sarebbe stata rispettata. Non è così, e forse è meglio esserne cinicamente persuasi. Bologna non garantisce nessun risultato.

Dice un’altra cosa: dice che le ragioni dei referendari sono legittime, e lo sono non solo perché lo dice la Costituzione, ma perché lo credono i bolognesi. Bologna dice che le ragioni della A hanno prodotto un concetto di vero e falso, giusto e sbagliato che supera la capacità di veridizione del mercato, della fede e della politica. Nonostante il martellante spettacolo che a reti unificate ha sostenuto le ragioni di PD PDL e Curia, e il continuo tentativo di oscurare le alternative e le altre possibilità, Bologna dice che queste alternative esistono, e non solo: sono legittime, contro-egemoniche e maggioritarie. In questo contesto sarebbe errato pensare al risultato bolognese come a una fine. Bologna è un inizio, è un inizio denso di responsabilità e carico di significati.

Come spenderlo, dunque? Di questo immagino che i referendari discuteranno nei prossimi giorni. Di certo, a giudicare dal contesto le partite sul tavolo sono tante. Bologna riguarda tutti quei Comuni che desiderano ripetere l’esperienza del referendum in altre parti d’Italia, per affermare che l’accesso alla scuola e ai saperi è un diritto inalienabile, universale e di tutti. Il referendum vive anche nella lotta delle insegnanti contro l’ASP, il progetto del Comune di cedere la gestione di tutti i servizi educativi e socio-sanitari a una sola Azienda di Servizi alla Persona, in un processo di esternalizzazione della governance tipico dell’epoca post-democratica e contro il quale da settimane si mobilitano le mamme le maestre e le insegnanti di Bologna. E poi Bologna riguarda l’Italia.

Infatti il referendum non nasce solo nelle scuole dell’infanzia: nasce nei comitati dell’acqua, che nel 2011 hanno riempito lo strumento referendario di nuove pratiche politiche; vive tra gli studenti dell’Onda e dei movimenti anti-Gelmini, che da anni lottano contro la privatizzazione dell’istruzione e dei saperi. Vive nella Costituente dei beni comuni autoconvocatasi al Teatro Valle, che da tempo afferma un nuovo diritto e nuove pratiche di cittadinanza. Ovunque si scelga di andare, dunque, da qui bisognerà ripartire, dalla produzione di finalità e pratiche condivise con chi immagina altre forme di vita, nella post-democrazia. All’epoca del referendum sull’acqua Erri de Luca scriveva: “chi vuole privatizzare l’acqua deve dimostrare di essere anche il padrone delle nuvole, della pioggia, dei ghiacciai, degli arcobaleni”. A Bologna ci hanno riprovato, ma anche questa volta abbiamo vinto noi.

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Il voto e i figli di Grillo https://minimaetmoralia.it/politica/il-voto-e-i-figli-di-grillo/ https://minimaetmoralia.it/politica/il-voto-e-i-figli-di-grillo/#comments Fri, 22 Mar 2013 16:21:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13704 (Fonte immagine: ALPOZZI/INFOPHOTO.)

di Cesare Buquicchio

Le analisi sul voto del 24 e 25 febbraio in molti casi sono sorprendenti in modo inversamente proporzionale alla sorpresa degli stessi commentatori rispetto al risultato uscito dalle urne. Più i commentatori sono stati spiazzati da Grillo, più hanno cominciato a macinare triti luoghi comuni sulle dinamiche politiche del web, sul livello alto e/o basso di molte discussioni on line, sulla contrapposizione tra partito liquido e partito 'radicato', sulla necessità di apparati comunicativi efficaci in luogo di programmi affidabili e/o appetibili, ecc... Discorsi che, con alcune brillanti eccezioni, appaiono riedizioni di precedenti riflessioni e/o riadattamenti di analisi buone per (quasi) tutte le stagioni.

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(Fonte immagine: ALPOZZI/INFOPHOTO.)

di Cesare Buquicchio

Le analisi sul voto del 24 e 25 febbraio in molti casi sono sorprendenti in modo inversamente proporzionale alla sorpresa degli stessi commentatori rispetto al risultato uscito dalle urne. Più i commentatori sono stati spiazzati da Grillo, più hanno cominciato a macinare triti luoghi comuni sulle dinamiche politiche del web, sul livello alto e/o basso di molte discussioni on line, sulla contrapposizione tra partito liquido e partito ‘radicato’, sulla necessità di apparati comunicativi efficaci in luogo di programmi affidabili e/o appetibili, ecc… Discorsi che, con alcune brillanti eccezioni, appaiono riedizioni di precedenti riflessioni e/o riadattamenti di analisi buone per (quasi) tutte le stagioni.

Non originalissima, ma degna di nota (forse solo per le inclinazioni di chi scrive) è quella dello psicoanalista Massimo Recalcati centrata intorno al tema della trasmissione della eredità, del conflitto edipico padre-figlio, della idiosincrasia di molte delle figure politiche di spicco italiane (Grillo compreso) verso l’idea della serietà, della responsabilità, del passaggio di testimone collaborativo e virtuoso dalla propria generazione alla generazione successiva.

Come si veste Grillo

Una lettura della politica, e soprattutto delle difficoltà della sinistra non solo italiana, attraverso le lenti di Freud e dell’Edipo da lui codificato e di quelle di Lacan e della necessaria, indispensabile, tensione tra legge e desiderio. Esercizio che riprende molto dell’apparato concettuale che, l’altro lacaniano, Slavoj Žižek, sta applicando in modo geniale e rivelatore da oltre un ventennio alla cultura e alla politica di tutto l’occidente.

“Ma che padre è quello che si manifesta attraverso l’insulto? – scrive Recalcati a proposito di Grillo -. Si tratta di un padre che non ricalca più in alcun modo il modello edipico del Padre come simbolo della Legge. Si tratta di un padre-adolescente, di un padre-ragazzo, che parla, si esprime e si veste come fanno ì suoi figli. Si tratta di un padre che rivela sintomaticamente quella alterazione profonda della differenza generazionale che è una grande tema, anche psicopatologico, del nostro tempo. Nondimeno questo padre che si maschera con gli abiti dei figli è un padre che non vuole rinunciare ad esercitare il suo diritto assoluto di proprietà sui suoi figli. Si provi a mettere questo padre di fronte alla critica o al dissenso e si vedrà in che cosa consiste la sua pasta. Dietro ogni leader totalitario che reclamala democrazia si cela una insofferenza congenita verso il tempo lungo della mediazione che la pratica della democrazia impone”.

La stessa “sintomatologia” si poteva rintracciare in passate infatuazioni elettorali per il Berlusconi-Dorian Gray, l’eterno 35enne, ineluttabilmente giovane e in cerca di ragazze da rimorchiare. O nel goffo Monti degli wow e delle faccette su Twitter. Così goffo da far colpo, alla fine dei conti, solo su Casini, Fini e pochi altri.

Bersani e la paranoia

Diverso e più difficile da inquadrare in questi schemi il percorso di Bersani. Si potrebbe anche qui forzare un po’ sulla lettura lacaniana e incasellare tutto nei tre registri del reale (Bersani), dell’immaginario (Berlusconi) e del simbolico (Grillo). Non è un caso che il leader Pd abbia scelto il piano del realismo (tra gli intellettuali a lui vicini c’è il filosofo Maurizio Ferraris teorico del ‘nuovo realismo’), il ‘non raccontar favole’ (stilema decisamente discutibile per chi conosce il valore morale e culturale di raccontare favole in una campagna elettorale in cui promesse e ammiccamenti all’elettorato sono elementi costitutivi, il tono basso e senza eccessi verbali, il concedersi poco al chiacchiericcio televisivo. Insomma, tutto all’apparenza corretto, tutto meditato e serio, tutto teso a marcare una discontinuità con i più deteriori tic politici… E invece?

Lacan risponderebbe che il reale senza elaborazione simbolica è pura paranoia, ma qui stiamo davvero mistificando. I dirigenti democratici affermano, come sempre, che sono gli italiani a non aver capito il messaggio ‘giusto’ come l’Italia ‘giusta’ che Bersani aveva in serbo per loro. E qui, di fronte a questi consueti eccessi pedagogici e tautologici andrebbe scomodata la illuminante indagine sulla “umiltà del male” firmata dal sociologo barese Franco Cassano. Chissà se prima di scegliere quello slogan e quel profilo elettorale i dirigenti democratici avevano letto le parole di colui che era pur sempre stato scelto come loro capolista in Puglia: proprio il professor Cassano.

“Nella partita contro il bene, il male parte sempre in vantaggio grazie all’antica confidenza con la fragilità dell’uomo. Chi vuole annullare quel vantaggio deve riconoscersi in quella debolezza, invece di presidiare cattedre morali sempre più inascoltate. Senza un’élite competente e coraggiosa la politica muore. Ma questa spinta morale deve sapersi confrontare con la maggioranza degli uomini, misurarsi con la loro imperfezione, deve diventare politica. Come dimostra la figura del Grande Inquisitore, il male è un lucido conoscitore degli uomini e fonda il suo regno sulla capacità di coltivarne le debolezze. E sa adattarsi ai tempi, perché ha imparato a cambiare spalla alle sue armi: una volta esaltava la sottomissione, oggi offre con successo e su tutti i canali dosi crescenti di volgarità ed esibizionismo. Se vogliono far crollare questo potere, i migliori devono smettere di specchiarsi nella loro perfezione. Da sempre i Grandi Inquisitori usano questo sentimento di superiorità per isolarli da tutti gli altri, per ridicolizzarne l’esempio e renderli innocui. Chi spera negli uomini deve inoltrarsi nella zona grigia dove abita la grande maggioranza di essi, e combattere lì, in questo territorio incerto, le strategie del male” si legge nel volume edito da Laterza.

Difficile non associare a queste immagini contrapposte la storia degli ultimi 20 anni e, in sedicesimo, la sfida dell’ultima campagna elettorale. Tra una inverosimile promessa di restituire l’Imu e una altrettanto inverosimile aspettativa di cancellare di colpo l’evasione fiscale in un Paese così malato di allergia alle tasse. Da una parte le evidenti debolezze pubbliche e private di Berlusconi e, dall’altra, la presunta e ostentata superiorità morale delle schiere di antiberslusconiani militanti da salotto. Una corsa al ribasso che in questi anni ha sacrificato ogni sfumatura e qualsiasi piacere dell’analisi e della complessità culturale e politica, ha impedito ogni dialogo e confronto tra le diverse Italie. Un retaggio i cui danni forse solo ora stiamo iniziando a percepire. E di cui, anche i successi grillini, sono figli.

Comunicare o essere?

Ma al netto di slogan, manifesti ed eccessi didattici e didascalici, non è quello della comunicazione il rimprovero che si può rivolgere al Bersani degli ultimi mesi. Certo, si potrebbe ragionare (al netto della bontà dei suoi contenuti) sulla idiosincrasia del politico di Bettola verso il discorso assertivo e la sua predilezione per frasi e atteggiamenti che ruotano intorno alla negazione: “Siamo contro le diseguaglianze”, “Non vogliamo aumentare le tasse, ma chi ha di più non può tirarsi indietro”, “Un’ora di lavoro precario non può costare meno di un’ora di lavoro stabile”, ecc… (pregevole, in proposito, l’analisi fatta anni or sono dal collettivo letterario Wu Ming. O, altrettanto efficace e persino più divertente, l’immagine creata dallo scrittore Paolo Nori per descrivere espressioni e atteggiamenti di Bersani: l’uomo del “non me lo lascian fare…”).

Allo stesso modo non si può non rimproverare l’approccio troppo dimesso al discorso conclusivo della campagna elettorale fatto all’Ambra Jovinelli il 22 febbraio (tralasciamo il confronto sulla location, con la concomitante Piazza San Giovanni gremita dai Cinque Stelle…). Alla prima frase di un discorso che dovrebbe restare nella storia (se non altro personale), Bersani dice “non facciamo retorica, parliamo di sostanza” (ma non è forse il discorso conclusivo della campagna elettorale del candidato favorito a fare il premier il momento più idoneo per un po’ di retorica, rhetoriké téchne o arte del parlar bene?). Alla seconda frase del discorso che dovrebbe dare energia e motivazioni all’elettorato, smuovere gli ultimi indecisi, attrarre e convincere i delusi, Bersani, con tono sofferente, dice “ho girato per la terza volta in pochi mesi l’Italia, sono piuttosto stanco…” (il video del discorso).

Ma forse più della comunicazione, sono i limiti strategici della visione di fondo tratteggiata dal leader Pd ad aver costruito la clamorosa “non vittoria” elettorale. L’ambiguità tra una immagine di sinistra che punta tutto sul lavoro e sulle fasce deboli della popolazione e un profilo tutto teso a rassicurare i mercati e le cancellerie europee (non è un caso se la proposta del reddito di cittadinanza, storico copyright della sinistra sia apparsa sorprendentemente più credibile nella versione avanzata da Grillo). Un legame tradizionale con il ceto impiegatizio, statale e parastatale, che in questa crisi per ora è rimasto al riparo dagli smottamenti economici, reso fragile dalla continua criminalizzazione di viene considerato “benestante”. In simmetria, uno svilimento dei concetti di merito e di tensione individuale al miglioramento, che hanno demotivato chi fatica ogni giorno per far bene il proprio lavoro e per migliorare quello che ha intorno.

Infine, è difficile, immaginare come gli elettori avrebbero potuto esercitarsi nel tenere insieme la severa critica a Monti e al “rigore” dei suoi provvedimenti economici con un gioco che puntava tutte le fiches democratiche su un buon risultato del professore per far da stampella con i suoi senatori al governo Bersani.

E ora?

E ora tocca all’autocoscienza. Il Pd ha iniziato, con la riunione della direzione del 6 marzo, replicata in piccolo nell’incontro dei nuovi parlamentari dell’11 marzo, il consueto e strabondante flusso dialettico di analisi e disamine. Così ricco e variegato da contenere in sé spesso tutto e il contrario di tutto: dal dovevamo essere più a sinistra al dovevamo fare l’alleanza con Monti prima e non dopo le elezioni (strategia quest’ultima che viene già sposata con – forse prematuro – entusiasmo se si dovrà andare a votare nei prossimi mesi).

Una settimana dopo le elezioni anche al Teatro Valle Occupato si è svolta una “seduta” di analisi elettorale. Per l’occasione Christian Raimo e gli altri organizzatori l’avevano battezzata “Tribuna Politica”. Elemento interessante di questo nuovo disordinato e spesso contraddittorio flusso di parole, è stato il manifestarsi in una delle enclavi del pensiero critico e di sinistra (rispetto al Pd) di numerose dichiarazioni di voto al Movimento Cinque Stelle. “Ho votato Sel alla Camera e M5S al Senato. Per la prima volta in vita mia posso dire di aver vinto, abbiamo fermato l’armata neoliberista Pd-Monti” diceva un intellò cinquantenne in risposta ad un ragazzo che aveva appena rintracciato nel lessico grillesco pericolosi segni del populismo secondo Laclau.

“I Cinque Stelle sono sempre stati al nostro fianco contro la Tav e per i referendum sull’acqua pubblica, per me era il voto più coerente” diceva invece uno degli okkupanti del teatro. Tra loro anche un organico al Movimento Cinque Stelle, capace per un attimo di spostare il punto di vista della discussione da Grillo Beppe, di cui pur riconosceva le ambiguità, alla realtà di un movimento che da anni aggrega migliaia di persone e ne incanala sforzi e attività, dalle raccolte firme al “presidio” in piccoli e grandi consigli comunali per “osservare” il lavoro dei politici.

È sempre una questione di padri e figli

A mio avviso sta tutta qui, nella distanza e nel contrasto tra il dire (di Grillo) e il fare (dei Cinque Stelle) l’unica reale speranza per uno sbocco sensato e “adulto” dello stallo italiano. Ma guardando anche alla soffocante immanenza di Berlusconi su ogni evoluzione della destra italiana e al solo abbozzato confronto nella sinistra tra un passato mitico e un futuro che non sia solo svendita di sé stessi ai tempi che corrono, resta di fronte a noi l’ennesima riedizione della quanto mai possibile lotta tra il padre (padrone) mai affrancatosi dalla sua adolescenza e i suoi figli consapevoli del peso della responsabilità che in ogni caso (anche solo anagraficamente) finirà per gravare sulle loro spalle.

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