Cat Power Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/cat-power/ un blog di approfondimento culturale Mon, 03 Oct 2016 13:08:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Cat Power Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/cat-power/ 32 32 Le leggende non muoiono mai – un documentario sui ragazzi di Larry Clark, vent’anni dopo https://minimaetmoralia.it/cinema/i-ragazzi-di-larry-clark-ventanni-dopo/ https://minimaetmoralia.it/cinema/i-ragazzi-di-larry-clark-ventanni-dopo/#comments Fri, 06 Nov 2015 13:30:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29000 (fonte immagine)

Chiedo a Hamilton Harris com'è che si protegge un ricordo, com'è che si racconta la propria storia e lui mi risponde: gira un documentario, alle tue regole.

Hamilton Harris è il ragazzo che in Kids ti insegna come si rolla una canna: oggi ha quasi quarant'anni, vive in Olanda e ha deciso che – passati vent'anni da Kids e ventuno dall'estate in cui venne girato – è finalmente arrivato il tempo di raccontare cosa ne è stato degli skater di Washington Square Park. Me lo spiega anche Peter Bici, uno dei kids, adesso vigile del fuoco e produttore del documentario The Kids, il motivo per cui lo sto intervistando: parla di lasciare andare il passato, girare qualcosa che faccia dire alle persone che altre condividono la loro storia, che state incasinate nello stesso modo. «Alla fine della giornata – conclude – non importa quanta tristezza e quanto dolore tu abbia dovuto attraversare, quello che vuoi è solo crescere e migliorare».

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Chiedo a Hamilton Harris com’è che si protegge un ricordo, com’è che si racconta la propria storia e lui mi risponde: gira un documentario, alle tue regole.

Hamilton Harris è il ragazzo che in Kids ti insegna come si rolla una canna: oggi ha quasi quarant’anni, vive in Olanda e ha deciso che – passati vent’anni da Kids e ventuno dall’estate in cui venne girato – è finalmente arrivato il tempo di raccontare cosa ne è stato degli skater di Washington Square Park. Me lo spiega anche Peter Bici, uno dei kids, adesso vigile del fuoco e produttore del documentario The Kids, il motivo per cui lo sto intervistando: parla di lasciare andare il passato, girare qualcosa che faccia dire alle persone che altre condividono la loro storia, che state incasinate nello stesso modo. «Alla fine della giornata – conclude – non importa quanta tristezza e quanto dolore tu abbia dovuto attraversare, quello che vuoi è solo crescere e migliorare».

Il film del 1995 di Larry Clark è il primo e forse migliore di tutta la sua carriera: al tempo era un fotografo cinquantenne, conosciuto per gli scatti della gioventù sporca e tossica di Tulsa, Oklahoma, città in cui era nato, e per le successive serie di Teenage Lust e A Perfect Childhood; passare dalla macchina fotografica a quella da presa viene naturale, quando incontra un giovanissimo Harmony Korine, un ragazzo che dal Tennessee si era trasferito a New York per studiare sceneggiatura alla Tisch School of Art, ma che aveva abbandonato gli studi dopo solo un semestre. Korine è amico di Harold Hunter – il ragazzo che in Kids ride in piscina – il centro pulsante di tutta la compagnia degli skater; nel giro di tre settimane Korine compone la sceneggiatura che aspettava di scrivere “da tutta la vita”, come dice lui.

Lui e Clark chiamano a fare da attori i ragazzi che gravitano attorno a quei luoghi, come Rosario Dawson, che viene reclutata mentre sedie sui gradini fuori da casa («Sei esattamente quello che sto scrivendo» le dice Korine, e il giorno dopo lei si presenta ai casting sulla bici guidata dal padre). Il fatto è che, però, il loro è un punto di vista esterno e, per quanto la sceneggiatura sia il meno possibile “scritta” e la telecamera non riesca a staccarsi dai corpi dei ragazzi, l’evento attorno a cui si muove il film – la scoperta da parte di Chloë Sevigny di avere l’AIDS, la successiva ricerca di Telly per le strade della città – è fiction, ma è anche la cosa che più si ricorda.

Peter Bici è la stessa persona che si sorprende quando uso la definizione ragazzi perduti: gli chiedo se trovarsi appiccicata una etichetta influenzi quello che accade dopo, perché in fondo di Kids ricordiamo le perdite e le parabole discendenti, forse perché più scenografiche. «Ragazzi perduti? Pensavamo di essere i ragazzi selvaggi. – mi risponde – Al tempo, non ci interessava che fossimo stati etichettati o meno, perché vivevamo liberi, senza nessuna guida se non quella dei nostri compagni. Quello che proveremo a fare con il documentario è mostrare che quanto stavamo passando lo affrontavamo come una comunità. Provenivamo da famiglie disfunzionali e molti di noi hanno scoperto lo skateboarding e quello li ha portati downtown a Manhattan, dove hanno potuto incontrare altri ragazzi come loro».

C’è un lungo articolo su Narratively, scritto da Caroline Rothstein, anche lei produttrice, che cerca di ricostruire la storia e l’eredità dei ragazzi una volta noti come kids: a emergere  è che erano solo ragazzi – una tribù di outsider che provava a diventare adulta. «Prima che il film uscisse, fare skate a New York era tutto tranne che cool. Crescere nelle case popolari, insieme a neri, portoricani e i bianchi poveri, non lo rendeva una cosa fica. Nel nostro giro c’erano bianchi, ispanici, indiani, cinesi, albanesi, musulmani, cristiani, atei, alcolizzati: lo skate era un modo per tenere le persone insieme» ha dichiarato Harris in un’intervista a Vice.

Oggi non prova esattamente risentimento per Larry Clark, ma certamente quel film ha portato la subcultura skate da una nicchia al centro della cultura pop e confrontarsi con una tale risonanza, in una città come New York poi, non è stato semplice per nessuno, ha esasperato gli eccessi. Droga, povertà, mancanza di futuro: Kids è stato un allarme che ha suonato per tutti e che ha reso i propri protagonisti improvvisamente consapevoli di sé e della propria immagine, ma incapaci di gestire le conseguenze della eco di un successo  globale; erano solo ragazzi che provavano a raggiungere l’altra sponda, qualcuno c’è riuscito, qualcuno è annegato.

Ma il documentario The Kids è prima di tutto la storia di una comunità: è questo ad essersi perso, mi dice Peter Bici, «questo non si vede nel film: eravamo una famiglia, eravamo sconsiderati, sì, ma non eravamo cattivi. Molte persone credono all’immagine che Larry Clark ha ritratto, ma quello è solo un film, no? Era bello recitare noi stessi in una storia dai colpi di scena hollywoodiani – questo a Clark e Korine è riuscito davvero bene». Kids rappresenta l’ultimo rantolo di una New York senza regole che stava scomparendo, ma talmente telegenica che anche l’ultimo film di Larry Clark, The smell of us, ne mima l’aspetto, con, al posto di St Mark Place, il Trocadero di Parigi.

Nel film del 1995 c’è una scena che amo particolarmente, con i ragazzi che camminano in mezzo al traffico, come per dire che la strada è loro, anche quando non sembrano poter rivendicarne la proprietà; Bici mi spiega che è stata girata su Houston Street/West Broadway e che oggi è rimasto poco di quella New York iconica – «È un’area gentrificata, molto nuova, il che non è una cosa cattiva di per sé, è solo una nuova New York. Ma quello che è rimasto è l’energia della città, anche quando i luoghi sembrano cambiare. New York è una dei protagonisti del documentario: è il ragazzino sporco e scombinato che è diventato uno splendido ricco adulto». Harris aggiunge che New York, nonostante la gentrificazione e la difficoltà di accedere a un’educazione, a meno che tu non te la possa permettere, mantiene una vibrazione unica, che offre a chi vuole una gamma di esperienze ad alto potenziale energetico.

È dal 2013 che il progetto è in lavorazione, fortemente influenzato dall’uscita del longform della Rothstein, Legends never die: quel titolo non è che il modo in cui viene ricordato Harold Hunter, morto per arresto cardiaco in seguito all’assunzione di sostanze nel 2006: è alla sua memoria, come a quella di Keenan Milton e Justin Pierce – il Casper del film, morto suicida nel 2000 –  che è dedicato il loro lavoro. «L’idea di scrivere Legends never die mi è venuta dal niente – letteralmente» dice Caroline, mentre racconta di come abbia portato avanti le ricerche su quella comunità grazie a Jessica Forsyth della Harold Hunter Foundation, un ente non-profit, nato dopo la scomparsa di Hunter, che aiuta gli skater della città e si promette di far diventare questo un mezzo di emancipazione e arricchimento personale. Caroline è cresciuta nei sobborghi di Chicago «ma, come dice Peter, chiunque può comprendere queste storie di dolore e perdita. Questo documentario riguarda molte più cose di quanto è successo vent’anni fa – parla di come ci rivediamo negli altri».

Hanno ragione. Il 21 ottobre di quest’anno è andato in onda un corto di Greg Hunt su un progetto della Stronghold Society del South Dakota; prodotto da Levi’s, con canzoni di Cat Power e David Pajo, racconta di Pine Ridge Reservation, una riserva di Oglaga Lakota dove la metà della popolazione ha meno di diciannove anni e non sa cosa farsene della giovinezza: con l’aspettativa di vita più bassa di tutti gli Stati Uniti, tassi di dipendenza da droghe e alcool e di suicidi altissimi, chiunque parla di un’emergenza. «C’è sempre un momento nella storia di uno skater, in cui dice che è stato fare skate a salvargli la vita»: dice il fondatore di quell’associazione.

Oggi, qua, nell’ambito di questo progetto, sono state completate un paio di piste, frequentate da un centinaio di ragazzi. «Se qualcosa va male, puoi sempre prendere lo skate. Lui non ti giudica» dichiara una ragazzina in pantaloncini e lividi, prima di tornare ad allenarsi. Quando Hamilton Harris spiega che fare skate è come la terapia, ma sei tu il tuo analista e che il documentario a cui sta lavorando riguarda tutti, penso a questi ragazzi qua: «Questa storia appartiene a una cultura giovanile globale, all’umanità. È la storia di ognuno. Questo documentario è solo un modo per ricordarlo».

Questo settembre si è chiuso il crowfunding per il documentario: la campagna su Kickstarter ha avuto successo, le ricompense per i backer sono in arrivo e non resta che mettere insieme il materiale, costruirne di nuovo, raccontare questa storia. A quanto pare le leggende non muoiono, mai.

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Free Pussy Riot https://minimaetmoralia.it/cultura/free-pussy-riot/ https://minimaetmoralia.it/cultura/free-pussy-riot/#respond Mon, 23 Dec 2013 14:31:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17158 Oggi sono state rilasciate le due Pussy Riot Maria Alyokhina e Nadia Tolokonnikova. Questa è la versione integrale di un pezzo uscito sull'ultimo numero di XL la Repubblica.

Le Pussy Riot sono un collettivo punk femminista nato a Mosca nell’estate del 2011, il giorno stesso in cui è stato annunciato il ritorno di Putin. La loro arte sta in performance pubbliche di dissidenza politica, come quella del febbraio 2012 nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca che ha visto l’arresto di tre di loro e la condanna a due anni di reclusione.

La storia delle Pussy Riot accade oggi davanti ai nostri occhi. È una storia di oppressione e di rivolta, in cui l’estetica e l’attitudine punk ritornano sulla scena più contemporanee e opportune che mai a manifestare la diversità dal comune obbedire, il desiderio politico e sentimentale di cambiare lo stato delle cose malgrado l’evidente distanza tra un manipolo di ventenni femministe che cantano coi passamontagna colorati in testa e la Russia ingombrante, millenaria, devota a Putin e a Dio, profondamente sessista, ferma nella propria evoluzione da qualche parte nell’ottocento. Come faranno le nostre Pussy Riot a vincere?

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Oggi sono state rilasciate le due Pussy Riot Maria Alyokhina e Nadia Tolokonnikova. Questa è la versione integrale di un pezzo uscito sull’ultimo numero di XL la Repubblica.

Le Pussy Riot sono un collettivo punk femminista nato a Mosca nell’estate del 2011, il giorno stesso in cui è stato annunciato il ritorno di Putin. La loro arte sta in performance pubbliche di dissidenza politica, come quella del febbraio 2012 nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca che ha visto l’arresto di tre di loro e la condanna a due anni di reclusione.

La storia delle Pussy Riot accade oggi davanti ai nostri occhi. È una storia di oppressione e di rivolta, in cui l’estetica e l’attitudine punk ritornano sulla scena più contemporanee e opportune che mai a manifestare la diversità dal comune obbedire, il desiderio politico e sentimentale di cambiare lo stato delle cose malgrado l’evidente distanza tra un manipolo di ventenni femministe che cantano coi passamontagna colorati in testa e la Russia ingombrante, millenaria, devota a Putin e a Dio, profondamente sessista, ferma nella propria evoluzione da qualche parte nell’ottocento. Come faranno le nostre Pussy Riot a vincere?

Le armi di cui dispongono sono la trasversalissima femminilità contemporanea (che è femminista ma è anche gay e queer e ha nella diversità la propria forza) e un certo modo di essere eroine (e supereroine) che si direbbe appartenere più a romanzi, cinema e fumetti che alla vita vera. A definire le Pussy Riot sono poi il punk, l’attivismo politico, la religione (meglio, l’opporsi a un certo modo di pensare e di praticare la religione), la parola riot, che è al tempo stesso rivolta ma anche dissenso. Ed è un dissenso costruttivo il loro, è volontà e urgenza. Quel riot loro lo portano con eleganza, sfrontatezza e coraggio. Come i passamontagna che hanno in testa e i vestiti coloratissimi con cui hanno trovato un modo tutto loro per non restare invisibili, per rendersi riconoscibili anche in mezzo a una folla di milioni, per esprimere positività malgrado la cattività del contesto geopolitico in cui si muovono.

Avessi vent’anni andrei in Russia e diventerei una Pussy Riot. Me lo dico uscendo da un cinema di New York dopo avere visto il documentario di Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin Pussy Riot: A Punk Prayer (dal 12 dicembre nelle sale italiane distribuito da I Wonder e in dvd per Feltrinelli Real Cinema, mentre il 25 febbraio uscirà in America per Riverhead Trade il bel libro-reportage della giornalista Masha Gessen Words Will Break Cement: The Passion of Pussy Riot). All’anteprima americana del film c’era Patti Smith che pochi giorni dopo, a un concerto organizzato per festeggiare e ricordare Federico García Lorca, poeta spagnolo ucciso dai franchisti nel 1936, dirà: “La distanza tra García Lorca e le Pussy Riot o i giovani che manifestano a Istanbul non è tanta. Dobbiamo difendere il diritto alla parola perché è l’unico diritto che ci hanno lasciato”. Così Patti Smith, che se avesse vent’anni e vivesse in Russia sarebbe anche lei una Pussy Riot.

Del documentario sulle Pussy Riot di Lerner e Pozdorovkin va detto che è un film bellissimo, è pieno di storia e informazione, e tutti dovrebbero vederlo. Lo vedi e ti accorgi di quanto poco pop e molto politica sia la storia delle Pussy Riot. Lo vedi e capisci che la Russia non è affatto come te la immagini, che lì il femminismo non è ancora datato né anacronistico, che il punk ha ancora un’urgenza, un’attualità e una giovinezza tutte sue. Lo vedi e rimani inchiodato a una frase di Majakowskij citata in esergo che dice: “L’arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello per forgiarlo”. Poi mi viene in mente un titolo di un reportage sulle Pussy Riot fatto dal settimanale francese les Inrocks. Diceva: “Poutine reveille le punk”, Putin risveglia il punk. Quasi gli siamo grati che l’abbia risvegliato.

Ma il punk non è tutto la stessa cosa. La distanza tra Pussy Riot e Sex Pistols, per esempio, la spiega benissimo Alessandra Cristofari in un breve documentatissimo saggio-reportage pubblicato lo scorso gennaio (Free Pussy Riot! Viaggio nella Russia di Putin, Editori Internazionali Riuniti, pagg. 108, 8,50 euro). In un primo momento sembra avvicinare tra le loro le due band, citando Johnny Rotten, leader della band inglese che il giorno della celebrazione del Giubileo d’Argento della Regina Elisabetta salì su una barca sul Tamigi (affittata dal manager) per cantare God Save the Queen in direzione di Westmister. Dice Rotten: “Non si scrive una canzone come God Save the Queen perché si odiano gli inglesi. Si scrive una canzone come questa perché si amano e si è stanchi di vederli maltrattati”. Subito dopo però fa parlare una delle Pussy Riot che senza girarci intorno in un’intervista rilasciata al St. Petersburg Times nel febbraio 2012 prende le dovute distanze dalla band inglese, alza la posta e dice: “È difficile riconoscere un reale elemento di protesta se si esegue la protesta su una barca che è stata presa regolarmente in affitto; al massimo si tratta di una performance commerciale. Non c’è nessuna affinità con noi perché noi non abbiamo mai affittato niente e non abbiamo intenzione di farlo, noi utilizziamo gli spazi che non ci appartengono e li utilizziamo gratis”.

“Cosa sono le Pussy Riot? Un gruppo punk femminista”. Mentre lo dice Nadia (Nadežda Tolokonniková, nata nel 1989, madre di una bambina, tra le fondatrici delle Pussy Riot, arrestata nel febbraio 2012 e condannata a due anni di detenzione, recentemente trasferita in una colonia penale in Siberia) guarda in camera da dietro le sbarre della cella da cui assiste al proprio processo. Dice questo, e dice anche che il loro è solo uno dei tanti gruppi punk femministi che dovrebbero esserci in Russia. I tanti gruppi punk femministi però in Russia non ci sono. E la misura dell’assenza di democrazia in Russia viene data dal fatto che le Pussy Riot siano un caso unico nella Russia di Putin. Nell’agosto del 2012 Madonna ha chiuso la tournée in Russia con un passamontagna in testa e la scritta Pussy Riot sulla schiena. Milioni di ragazzine russe l’hanno vista schierarsi apertamente con le Pussy Riot e ignorare gli insulti dell’assai poco elegante vicepremier russo Dmitry Rogozin (in un tweet ha commentato: “Tutte le ex prostitute tendono a dare in giro lezioni di morale quando invecchiano”).

Insieme a Madonna e a Patti Smith hanno manifestato la propria solidarietà alle Pussy Riot Sting, gli U2, Yoko Ono, Adele, Elton John, Bryan Adams, Courtney Love, i Radiohead, Bruce Springsteen, i Coldplay, gli Arcade Fire, Paul McCartney, i Portishead, Bjork, Cat Power, il filosofo Slavoj Žižek (l’interessante e appassionato scambio epistolare tra il filosofo e Nadia è stato recentemente pubblicato da Micromega). Peaches ha fatto una canzone che si chiama Free Pussy Riot e ci ha girato un video. Non si ha però notizia di altri collettivi di ragazze russe che come le Pussy Riot si siano messe a fare punk politico. In un’intervista rilasciata pochi giorni prima della performance nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, un giornalista americano ha chiesto: “Le Pussy Riot cercano nuovi membri?” Una di loro ha risposto: “Lei conosce qualcuno che voglia venire a Mosca, fare concerti illegalmente, e aiutarci a combattere Putin e gli sciovinisti russi?”

Al processo, chiamata a difendersi, Masha (Maria Alëchina, nata nel 1988, anche lei madre di un bambino, anche lei Pussy Riot, anche lei arrestata e condannata a due anni di detenzione) dice che è la sete di libertà a renderci un po’ più liberi. Al processo Nadia dice: “Anche se fisicamente siamo qui, ci sentiamo più libere di tutti coloro che siedono di fronte a noi, dalla parte dell’accusa. Possiamo dire ciò che vogliamo e diciamo ciò che vogliamo. L’accusa può dire solo ciò che è permesso dalla censura politica. Non possono dire preghiera punk, o Maria Vergine, liberaci da Putin”. C’è un piccolo libro pubblicato l’anno scorso in Italia che raccoglie i testi (canzoni, lettere, atti processuali) delle Pussy Riot. Il libro si chiama Pussy Riot. Una preghiera punk per la libertà (Il saggiatore, pagg. 144, 12 euro) e dentro c’è una lettera dal carcere di Masha che dice: “Io e la mia unica compagna di cella, Nina, dormiamo vestite su brande di metallo. Lei dorme in pelliccia, io con un cappotto. In cella fa così freddo che abbiamo il naso arrossato e i piedi gelati, ma non è permesso infilarsi sotto le coperte fino al suono della campanella notturna. Le crepe negli infissi sono tappate con assorbenti igienici e pezzi di pane”.

Della sua permanenza in galera Nadia dice che se hai la salute va anche bene. Che lì hai sempre il tuo cervello, la coscienza e l’anima. Che fintanto che pensi non è il posto peggiore dove stare. A un certo punto del film, fuori da una chiesa russa ortodossa, ci sono degli strani ortodossi dal look heavy metal che manifestano contro le Pussy Riot. Sono esclusivamente uomini, di una certa età, sulle magliette hanno stampato teschi e la scritta ORTODOSSIA O MORTE, alla telecamera che li riprende dicono che se non sei ortodosso muori. Li guardi e pensi che in effetti la galera di Nadia non è il posto peggiore dove stare.

Le ragioni per cui hanno arrestato Masha, Nadia e Katia (Yekaterina Samucevič, 1981, l’unica delle tre a essere liberata, fuori dal carcere continua a essere una Pussy Riot) sono l’avere violato le regole della chiesa russa ortodossa indossando vestiti inappropriati. Portare “maschere provocatorie con gli occhi tagliati” (sarebbero i passamontagna) è violare le regole della chiesa russa ortodossa. Portare la calzamaglia gialla è violare le regole della chiesa russa ortodossa. Più ufficialmente, con la performance del febbraio 2012 dentro la cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca hanno violato l’articolo 213.2 del codice penale russo, ovvero hanno turbato l’ordine sociale con un atto di teppismo che mostra mancanza di rispetto per la società ed è motivato da odio o ostilità religiosa. L’atto di teppismo sono quaranta secondi di performance non violenta che ha visto cinque Pussy Riot dentro la cattedrale cantare e ballare con i passamontagna e i vestiti colorati. Dice Nadia in una lettera dal carcere: “Se duemila anni fa fosse esistito l’articolo 213, Gesù sarebbe stato accusato di teppismo”. La canzone che hanno cantato si chiama Maria Vergine, liberaci da Putin (preghiera punk). L’hanno cantata sull’altare perché l’altare è un luogo vietato alle donne. Il loro era un gesto femminista. La canzone dice: Maria Vergine, Madre di Dio, diventa femminista, diventa femminista, diventa femminista. E poi dice: Maria, Madre di Dio, protesta al nostro fianco. E alla fine: Maria Vergine, Madre di Dio, liberaci da Putin, liberaci da Putin, liberaci da Putin.

Quando le viene chiesto perché tra tanti posti hanno scelto proprio la cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, Nadia risponde: “È simbolo dell’unione tra Chiesa e Stato che non dovrebbe esserci”. Nel settembre del 2012 il settimanale tedesco Der Spiegel le ha chiesto se si è pentita. E lei: “No, non mi pento di niente. Se hai paura dei lupi, dovresti evitare le foreste”.

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