Catalogna Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/catalogna/ un blog di approfondimento culturale Sun, 08 May 2016 16:23:59 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Catalogna Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/catalogna/ 32 32 Oltraggio alla Catalogna (presa a calci) https://minimaetmoralia.it/societa/oltraggio-alla-catalogna-presa-a-calci/ https://minimaetmoralia.it/societa/oltraggio-alla-catalogna-presa-a-calci/#comments Sun, 16 Sep 2012 10:17:01 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9461 Pubblichiamo un articolo di Matteo Nucci, uscito su «La Lettura», sulla Catalogna.

“Meglio il silenzio. Mai umiliare lo sconfitto”. Era luglio, a Huelva, nel più profondo sud di Spagna, e la notizia della richiesta di aiuti da parte della Catalogna a Madrid campeggiava su tutti i giornali. Nel bar si rideva e gli uomini si davano pacche sulle spalle. Sembrava che fosse uscito il risultato di un match in cui l’eterno sconfitto ha rovesciato il risultato finale. Poi il vecchio appassionato di corride si è alzato in piedi e ha messo tutti a tacere. Aveva ragione, certo, ma per chi conosca un po’ la Spagna e decenni di polemiche segnate dallo spirito indipendentista catalano contro lo Stato centrale, non suonavano strane neppure le risa di un bar. Tutti sanno, del resto, che per anni la Comunità Autonoma di Catalogna ha ricevuto finanziamenti da Madrid, pur sbandierando una sorta di superiorità, soprattutto economica. La contraddizione esplose al termine dei ventitré anni di governo di Jordi Pujol, nazionalista e cattolico, che si avvicinò ai conservatori di Aznar, fino a sostenerli in cambio di aiuti. Era, secondo i critici più drastici, la solita “Barcellona pesetera”, legata ai pesos, guidata da una borghesia imprenditoriale tanto indipendentista quanto intelligentemente pronta a far fruttare il legame con Madrid. Mai però i toni delle richieste catalane avevano sfiorato la dimensione drammatica di questi mesi.

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Pubblichiamo un articolo di Matteo Nucci, uscito su «La Lettura», sulla Catalogna.

“Meglio il silenzio. Mai umiliare lo sconfitto”. Era luglio, a Huelva, nel più profondo sud di Spagna, e la notizia della richiesta di aiuti da parte della Catalogna a Madrid campeggiava su tutti i giornali. Nel bar si rideva e gli uomini si davano pacche sulle spalle. Sembrava che fosse uscito il risultato di un match in cui l’eterno sconfitto ha rovesciato il risultato finale. Poi il vecchio appassionato di corride si è alzato in piedi e ha messo tutti a tacere. Aveva ragione, certo, ma per chi conosca un po’ la Spagna e decenni di polemiche segnate dallo spirito indipendentista catalano contro lo Stato centrale, non suonavano strane neppure le risa di un bar. Tutti sanno, del resto, che per anni la Comunità Autonoma di Catalogna ha ricevuto finanziamenti da Madrid, pur sbandierando una sorta di superiorità, soprattutto economica. La contraddizione esplose al termine dei ventitré anni di governo di Jordi Pujol, nazionalista e cattolico, che si avvicinò ai conservatori di Aznar, fino a sostenerli in cambio di aiuti. Era, secondo i critici più drastici, la solita “Barcellona pesetera”, legata ai pesos, guidata da una borghesia imprenditoriale tanto indipendentista quanto intelligentemente pronta a far fruttare il legame con Madrid. Mai però i toni delle richieste catalane avevano sfiorato la dimensione drammatica di questi mesi.

Oltraggio alla Catalogna, dicono alcuni. Come se l’esito della crisi economica si portasse via una storia di ideali che hanno fatto di Barcellona un luogo dell’anima oltreché di viaggio e semmai di approdo. I più raffinati analisti però raccontano un’altra storia, una storia di sgretolamento già chiara da almeno due decenni e che forse s’incarna nella maniera più emblematica in uno dei simboli della città: il Barça Futbol Club. “Més que un club” è lo slogan, ripetuto nel logo del sito internet. Più che un semplice club, insomma. La squadra dei sogni, il calcio come atto estetico e come epos. La storia ultracentenaria di un team a lungo non vincente ma unico. E soprattutto antifranchista. Al punto che il suo presidente, Josep Sunyol, nel 1936, fu fucilato dai fascisti nella Sierra de Guadarrama, dove Hemingway avrebbe ambientato Per chi suona la campana. Manuel Vázquez Montalbán, scrittore catalano tra i più acuti, trovò per il Barça la definizione perfetta: “braccio disarmato dell’indipendentismo”, ma aveva anche intuito che il calcio magico a cui cominciò ad approssimarsi la squadra dai tempi di Cruyff (e a cui più tardi sarebbe incontestabilmente arrivata), quell’ideale da contrapporre al calcio mercificato, si sarebbe scontrato con la dimensione sempre più globale del club, una dimensione oggi incontestabile, con tifosi-soci sparsi in tutto il mondo, addirittura in Giappone.

Le contraddizioni della Catalogna, in fondo, stanno tutte qui, in questo rimbalzare fra regionalismo e globalizzazione che un momento di svolta, epocale e paradigmatico, lo trova nel ‘92, con le Olimpiadi più riuscite della nostra storia recente. In quell’anno, Barcellona diventa la vetrina della modernizzazione di una Spagna progressista e illuminata ma ben disposta a perdere le proprie radici. Lo sventramento della città, osservato con dolore dagli intellettuali, prostrati di fronte alla distruzione del Barrio Chino, diventa simbolico. Per molti è inevitabile che la Barcellona di Gaudì, culla del modernismo architettonico, debba diventare anche culla del postmoderno. Ma già si comincia a rimpiangere qualcosa che pare scomparso per sempre. La città omaggiata da Orwell non esiste più da un pezzo. Del sogno anarchico, per esempio, non restano che fenomeni periferici e folkloristici, semmai incarnati nella fierezza di Gracia, un tempo cittadina fortino fuori Barcellona e oggi centro della movida di sinistra, alternativa ma globalizzata. Del resto, la città è notoriamente capitale di un altro fenomeno esemplare della globalizzazione europea: il progetto Erasmus (si veda il film manifesto: L’appartamento spagnolo). Eppure gli studenti stranieri si trovano a frequentare corsi sempre più spesso offerti in lingua catalana. Dopo gli anni di sofferenza sotto Franco, con il divieto di coltivare le origini e la lingua, adesso la “dittatura” del catalano rischia di rivelarsi altrettanto violenta. Per le strade, è ormai difficile imbattersi in indicazioni bilingue. Nei negozi e in librerie celebri come la Central, capita, anche allo straniero, di porre domande in castigliano per sentirsi rispondere in catalano. E dire che i principali scrittori della regione non usano certo il catalano. Il più famoso, il bestellerista Carlos Ruiz Zafón, neppure abita più qui. Preferisce Los Angeles.

Anche la corrida è stata bandita in nome dell’indipendentismo antispagnolo. Ma cosa l’ha sostituita? Barcellona, famosa perché negli anni d’oro della tauromachia tenne in piedi contemporaneamente tre plazas de toros, è oggi sede di tre plazas sbarrate, una di esse addirittura trasformata in centro commerciale. Saranno gli ipermercati a invadere anche la mitica Monumental dove in questi anni il più famoso torero, José Tomás, nonostante le ascendenze madrilene, apriva e chiudeva la propria stagione con la bandiera catalana, la senyera, al collo? Albert Boadella, attore e drammaturgo amante del paradosso e della critica, divenuto negli anni anticatalanista, sostiene che nulla come il sentimento antitaurino può ridare forza alla corrida. Sarà così? La domanda a cui nessuno osa rispondere adesso è piuttosto un’altra: dove troverà i soldi Barcellona per il risarcimento milionario dovuto agli impresari taurini?

Il futuro, insomma, che sia omaggio o oltraggio, a prescindere dalla crisi, è in bilico costante su questa contraddizione insanabile: regione o globo? Per ora quel che è sicuro è che gli eredi di Dalì e di Mirò non si vedono all’orizzonte e che il fenomeno culturale più esplosivo degli ultimi anni è semmai nel cinema, ma in un settore particolare: il porno. C’è addirittura una star mondiale catalana, un attore lanciato da Rocco Siffredi. Il suo nome è Nacho Vidal. Nei film però non parla la sua lingua d’origine.

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L’ultima corrida https://minimaetmoralia.it/interventi/lultima-corrida/ https://minimaetmoralia.it/interventi/lultima-corrida/#comments Mon, 24 Oct 2011 09:39:08 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5510 BARCELLONA. “Libertad, libertad, libertad”. Il grido echeggia ancora mentre escono i toreri portati in trionfo. Piange il vecchio addetto all’arena. Piange un appassionato torturando tra le mani nodose il vecchio berretto. Piange una ragazza che ha dipinto di rosso le labbra per la serata d’altri tempi. E chissà quanti ancora piangono.

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Questo pezzo è uscito in forma ridotta su Repubblica.

BARCELLONA. “Libertad, libertad, libertad”. Il grido echeggia ancora mentre escono i toreri portati in trionfo. Piange il vecchio addetto all’arena. Piange un appassionato torturando tra le mani nodose il vecchio berretto. Piange una ragazza che ha dipinto di rosso le labbra per la serata d’altri tempi. E chissà quanti ancora piangono. Molti si abbracciano. Moltissimi, come è abitudine in Spagna, si fanno un cenno: ci si rivede al bar. Tutti gli altri, fra i ventimila che hanno riempito la Monumental, la plaza de toros di Barcellona, prima che sia chiusa per sempre, si sono divisi in due gruppi. Chi è in cerca di una reliquia si è gettato nell’arena per raccogliere l’ultima sabbia torera. Chi vuole gridare al resto della città il suo orgoglio, segue il corteo improvvisato con cui si portano sulle spalle i toreri trionfanti fino ai rispettivi hotel. Un rito che pareva seppellito nel passato di una Spagna profonda e remota e che è tornato in auge proprio nella Spagna più moderna del nuovo millennio, quella della Catalogna che ha scelto di abolire la fiesta nacional – come qui è chiamata la corrida.

Sarà difficile per chiunque – appassionati o meno – dimenticare quest’ultima tarde. Dopo la serata del sabato in cui tre star del toreo avevano dato il meglio di fronte a tori andalusi di uno degli allevamenti principali di terra iberica, è stata la volta del più grande torero esistente, il matador austero e ieratico che ricorda Manolete: José Tomàs. Chiuso in una ricerca interiore di cui non fa parola in nessuna intervista, votato a sfidare ogni volta la morte mettendo il corpo dove altri hanno paura di mettere la cappa o la muleta, e sfuggito, solo un anno fa, a una cornata che lo stava uccidendo a Aguascalientes, in Messico, Jose Tomàs ha incendiato definitivamente l’arena. Stavolta però anche la sfida alla morte del grande matador si è ridimensionata nell’eccezionalità dell’avvenimento, nella solidarietà che ha unito il pubblico e gli stessi toreri, prima che l’ultimo toro corresse sulla sabbia della Monumental di Barcellona: nome (premonitore) Dudalegre, 567 chili, nato nel marzo del 2007 a Puerto de la Calderilla, nell’allevamento El Pilar, dalle parti di Salamanca. Accanto a Jose Tomàs, il vecchio Juan Mora dallo stile antico, e il catalano Serafin Marin, più volte in lacrime durante la serata.

“Hanno resuscitato un morto” mormora Ruben Amon, esperto taurino, autore di libri tauromachici e giornalista per El Mundo. “Qui a Barcellona la tradizione si era troppo indebolita per resistere agli attacchi di chi ha giocato sulla corrida per allontanarsi dalla Spagna. Ma se è la società a decidere che i tori non interessano più è un conto. Altro conto è se viene imposta un’abolizione. La corrida qui stava per morire. Adesso la passione è rinata”. In effetti, di antitaurini in giro se ne sono visti pochi: qualche cartellone che in inglese chiedeva ancora di fermare l’inutile barbarie e foto di tori morti nell’arena come il vessillo di una battaglia che deve continuare in tutto il resto di Spagna. I politici che hanno cavalcato l’onda animalista perlopiù hanno taciuto. Duran Lleida, portavoce del CiU, uno dei partiti catalani che con i suoi voti ha fatto passare la legge popolare abolizionista, ha ostentato indifferenza. A chi gli domandava come avrebbe passato la domenica sera ha risposto di non sapere se fossero in programma concerti. Del resto è noto a tutti che agli occhi dei nazionalisti catalani la corrida ha sempre rappresentato il simbolo della Spagna colonizzatrice. Lottare contro di essa significava lottare contro la Spagna. Al punto che l’abolizione non ha affatto incluso i correbous, spettacoli popolari in cui il toro viene ucciso senza la ritualità della corrida.

Chi oggi rimpiange il tempo perduto nella difesa della tradizione e della dimensione artistica e culturale della tauromachia spagnola, ha però paura piuttosto per il futuro. “Dopo il voto sono partite molte iniziative con cui stiamo cercando di unire le forze per difendere la fiesta nacional” dice Amon, che negli ultimi tempi è diventato il coordinatore del cosiddetto G10, una specie di gruppo con cui i toreri più celebri cercano di essere ascoltati dalle autorità. Perché se Barcellona è persa, il pericolo è perdere la Spagna intera. In fondo, l’abolizione catalana riguarda le poche corride che si svolgevano ormai soltanto a Barcellona. Non è una ferita mortale. Ma mortale può rivelarsi se è vero che la Catalogna ha sempre costituito l’avanguardia di Spagna. Il timore che i divieti possano estendersi ha gettato nel panico un mondo da sempre abituato a non mettersi in discussione. La battuta di un celebre torero di inizio secolo, Rafael El Gallo, circola come un talismano tra uomini che spesso snocciolano cifre in pesetas. “A Parigi non ci sono corride? E cosa si fa allora di domenica?” Niente è eterno però. E così, impresari, allevatori, toreri, appassionati e tutto il grande carrozzone taurino, cercano forme di unione laddove la piccola polemica interna era abitudine quotidiana. La prima conquista è stata far passare la responsabilità delle corride al Ministero della Cultura. Piccolo passo verso quello a cui ieri sera i manifesti invitavano sugli spalti della Monumental: chiedere, con un’iniziativa popolare, che la corrida sia considerata bene di interesse culturale, proprio come capita nella vicina Francia.

Ma perché questo accada non soltanto a parole, il mondo dei tori deve rinnovarsi. Non basta infatti la difesa con cui grandi intellettuali sono intervenuti nel dibattito catalano. Il filosofo della Sorbona Franciss Wolff ha dato alle stampe un libro intitolato 50 ragioni per difendere la corrida. Fernando Savater ha pubblicato Tauroetica. Mario Vargas Llosa ha ritirato il Nobel con la montera (il copricapo torero) in mano e ha scritto articoli di fuoco in difesa della corrida. Non si contano i pareri. Ma i pareri non bastano. Come notano tutti gli appassionati, quel che serve è innanzitutto rigore nel mantenere l’integrità del toro selvaggio, una specie antichissima, assai lontana da quella che conosciamo come “toro domestico”, e che sarebbe altrimenti estinta se non l’avesse tenuta in vita la tauromachia. Ma bisogna finirla con privilegi e trucchi, i piccoli mezzi con cui un mondo antico ha replicato se stesso, per pregi ma anche e in gran parte, difetti.

Per sopravvivere bisogna cambiare. Aprendo un varco a un futuro che è difficile immaginare. Questa è la sfida. Del resto, per ora, la proibizione catalana ha risvegliato antiche immagini che parevano dimenticate per sempre. “Una volta” racconta Rubén Amon “quando Franco era al potere, i catalani erano costretti a varcare il confine per andare al cinema a vedere Buñuel. Adesso saranno costretti a farlo per andare a vedere i tori, nella Catalogna francese o in tutte le città dove le corride sono conservate e esaltate dai Francesi”. Insomma, l’abolizione, per quanto politica, ha suonato la sveglia. E per ora, almeno qui a Barcellona, l’orgoglio è davvero rinato. Lo si può vedere al Bar Breton, davanti alla plaza de toros, dove gli appassionati negli ultimi anni usavano ormai ritrovarsi nei sotterranei, come carbonari costretti a nascondersi. Immagini di tori e toreri sono ricomparse dietro al bancone posseduto dai cinesi. C’è addirittura una cartolina che recita “Barcelona ciudad taurina”, e la testa di un toro chamato Eligido, toreato qui tre anni fa. Ma non sono che cimeli. Da mettere accanto a queste due serate che sono già ricordi. Per la strada si sente parlare spagnolo, catalano ma anche francese, tedesco e italiano (più di una sessantina i nostri connazionali arrivati qui con il Club Taurino Milano e il blog “Alle Cinque della Sera”). “Sono qui per difendere la possibilità di assistere a un rito, un rito laico antico ma anche moderno, al cui centro sta la morte” dice Giovanni Porzio, romano. “Nel nostro mondo la morte è tabù. Per questo anche la corrida deve diventarlo”. Saluta in fretta. Corre a seguire José Tomàs che con l’aria triste del torero malinconico e dedito a corteggiare la morte alza le braccia nella notte chiara e accenna un sorriso mentre i lustrini del vestito torero scintillano improvvisamente sotto la luce di un lampione.

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