Cecilia Cerasaro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/cecilia-cerasaro/ un blog di approfondimento culturale Fri, 29 May 2026 08:48:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Cecilia Cerasaro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/cecilia-cerasaro/ 32 32 Effetto Strega: Maria Attanasio https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/effetto-strega-maria-attanasio/ https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/effetto-strega-maria-attanasio/#respond Fri, 29 May 2026 12:00:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=57543 In collaborazione con la Scuola del libro, vi proponiamo dodici interviste con gli scrittori e le scrittrici che hanno raggiunto la dozzina finale del Premio Strega edizione 2026. Le interviste sono state realizzate dalle allieve e dagli allievi del master Il lavoro editoriale, giunto alla sua XVIII edizione. I disegni sono opera di Annachiara Mezzanini, allieva del […]

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In collaborazione con la Scuola del libro, vi proponiamo dodici interviste con gli scrittori e le scrittrici che hanno raggiunto la dozzina finale del Premio Strega edizione 2026. Le interviste sono state realizzate dalle allieve e dagli allievi del master Il lavoro editoriale, giunto alla sua XVIII edizione. I disegni sono opera di Annachiara Mezzanini, allieva del corsoA questo indirizzo le puntate precedenti.

a cura di Chiara Casarini, Cecilia Cerasaro e Giacomo Monterosso

Nel Settecento siciliano attraversato dai fermenti rivoluzionari dell’Illuminismo, il barone Ruggero Henares affida a un manoscritto il racconto della propria vita: l’amicizia con l’alchimista Cagliostro, gli amori e la vendetta contro un potere bigotto e oscurantista e la fondazione della loggia massonica La Rosa Inversa. Secoli dopo, in un palazzo di Calacte (nella realtà Caltagirone), quel testo riemerge, riportando alla luce una storia sospesa tra memoria e invenzione. Con La Rosa Inversa (Sellerio, 2026) Maria Attanasio intreccia storia e finzione per narrare contese senza tempo: quelle tra emarginati e potenti, tra progressisti e conservatori, in un romanzo storico che continua a parlare direttamente al presente.

Abbiamo intervistato l’autrice presso la Biblioteca Flaminia di Roma.

C.C. La Rosa Inversa è un romanzo in cui realtà storica e finzione si mescolano profondamente. Come si ricostruisce un mondo così lontano e allo stesso tempo così specifico – quello degli illuministi, dei massoni e delle logge – senza tradire la verità e insieme rendendolo vivo e coinvolgente per il lettore? 

M.A. Non solo il passato, ma anche il presente. Cioè la scrittura – questo è il suo paradosso – implica sempre una forma di finzione letteraria. Senza immaginario non esiste scrittura. Anche se dovessi raccontare questo incontro, con voi che mi intervistate, dovrei comunque immaginare qualcosa: la strada che avete percorso per arrivare qui, i passi che avete fatto, i pensieri che vi hanno attraversato. La letteratura deve far intervenire l’immaginario per restituire vita alla vita, soprattutto a quella che è stata cancellata, occultata, dimenticata. Vale per il passato e vale anche per il presente, a maggior ragione nel romanzo storico. Senza finzione letteraria non esiste la possibilità di ridare corpo e movimento a una vita. È questo, in fondo, il grande paradosso della letteratura, sia storica sia contemporanea.  Per restituire vita a un personaggio – del Settecento o di oggi – non basta il dato storico. Il dato storico ti consegna il fatto, l’evento, ti dice che un individuo ha compiuto un gesto in un preciso momento del tempo e dello spazio. Ma se vuoi davvero far vivere quell’individuo sulla pagina, devi immaginare i suoi passi, i suoi pensieri, il suo respiro. Devi metterlo in movimento, trasformarlo inevitabilmente da persona a personaggio.

C.C. Amalia, la protagonista femminile, decide di non sposarsi.  Una scelta coraggiosa per l’epoca. Ha preso ispirazione da un personaggio storico realmente esistito o è frutto di una costruzione narrativa pensata per dare voce a una figura femminile fuori dagli schemi? 

M.A. L’una e l’altra cosa. Intanto il Settecento non è il secolo della virtù, ma quello del libertinaggio, e anche le donne godevano di una certa libertà: sentimentale, erotica, anche se non certo della possibilità di decidere davvero il proprio destino. Per questo Amalia è una figura che appartiene a quel tempo, ma che allo stesso tempo parla anche al mio presente. Amalia c’est moi, come direbbe il giovane Gustave Flaubert. Amalia sono io, siamo noi. Anzi, credo che in qualche modo rappresenti tutte le donne, perché questa tensione verso la libertà, verso la costruzione del proprio destino, è sempre esistita. Nel passato era repressa, soffocata, ma c’era. Amalia è quindi un personaggio profondamente settecentesco, perché il Settecento è anche il secolo in cui le donne potevano vivere una certa libertà erotica. Però la consapevolezza piena dei propri diritti, del significato politico della libertà, non le apparteneva. Lei aveva il desiderio della libertà, perfino una pratica della libertà, ma non possedeva ancora fino in fondo la coscienza del proprio potere. O almeno, non come possiamo averla noi oggi – o come cerchiamo di averla. A volte, come donne, ci accontentiamo di una libertà soltanto sentimentale o individuale. Ma la vera libertà consiste nel poter decidere di noi stesse: fare le leggi sul nostro corpo, sulla nostra condizione, sul nostro modo di vivere. Questa è libertà. Se invece la libertà si riduce soltanto alla possibilità di indossare una minigonna, allora resta una libertà incompleta, una libertà monca.

C.C. Nella parte finale del romanzo si racconta come il manoscritto di Ruggero Henares – e con esso la sua eredità rivoluzionaria – riesca a giungere fino a noi, sopravvivendo a secoli di oblio, a un incendio e all’abbandono della villa in cui viveva.

La parola, dunque, resiste: custodisce un pensiero e lo attraversa nel tempo.

Oggi, secondo lei, quali sono i testi – o le voci – che riescono ancora a svolgere questa funzione: preservare e trasmettere ideali come libertà, uguaglianza e giustizia, ereditati dal Settecento? Dove riconosce, nel presente, una scrittura capace di opporsi all’oblio e di continuare a esercitare una forma di resistenza?

M.A. Per me questo romanzo non parla del passato, parla del presente. Per ritrovare la voce e il senso la scrittura deve essere esperienza di verità e di libertà, solo così può restituire giustizia. E per me anche scrivere un romanzo storico non significa scrivere del Settecento, ma scrivere del presente attraverso la narrazione di quel periodo. Questo romanzo, infatti, tocca due punti fondamentali: il potere e come l’esercizio del potere, allora come oggi, manipoli a proprio uso e consumo l’informazione. Viviamo nel tempo della post-verità, delle fake news, in un’epoca in cui è sempre più difficile distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che è giusto da ciò che è ingiusto. E questa confusione nasce proprio dalla manipolazione esercitata dal potere. Il potere rende invisibile ciò che vuole rendere invisibile, ci acceca, orienta il nostro sguardo e decide cosa possiamo vedere e cosa invece deve restare nell’ombra.

Secondo me il compito di chi scrive, ma anche di chi legge, è andare oltre l’apparenza. Ed è proprio questo il senso del titolo, La Rosa Inversa. Noi vediamo la rosa nella sua bellezza immediata — i petali, il profumo, la forma — ma è necessario capovolgerla per capire da dove quella bellezza nasce davvero. Nasce dall’oscurità, da ciò che sta sotto, nascosto.

Forse soltanto rendendo la rosa “inversa” possiamo comprendere che la verità si trova lì: nel seme, nella terra che l’ha nutrita, nelle mani di chi l’ha coltivata, nello sguardo di chi l’ha osservata, nei pensieri che quella rosa porta con sé.

E la scrittura – ma non solo la scrittura – è strumento di conoscenza e di consapevolezza, può aiutarci a rompere il velo di Maya, cioè quella manipolazione dell’informazione dentro cui oggi viviamo immersi.  Assistiamo continuamente a tentativi di cancellare e riscrivere la storia. Eppure esistono autori che resistono a questo processo, come ad esempio Roberto Saviano. Mi viene in mente anche uno scrittore del passato, Vincenzo Consolo. La scrittura siciliana, in particolare, ha spesso questa capacità: interrogare la storia per cercare la verità del presente.

C.C. La Rosa Inversa è un romanzo dallo stile denso e stratificato, sostenuto da un’ampia base di documentazione storica. In fase di editing, quali interventi sono necessari su un testo così elaborato? Su quali aspetti si concentra in particolare lo sguardo esterno degli editor nella sua esperienza?

M.A. Con gli editor ho sempre avuto un rapporto particolare. All’inizio li rifiutavo, perché ero convinta che un libro dovesse nascere soltanto dalla voce dell’autore, senza interventi esterni. Poi però il mio editore, Antonio Sellerio, mi chiese se poteva farmi contattare da Mattia Carratello. Mattia, oltre a essere editor, è anche musicista e compositore di colonne sonore per il cinema. Ha letto il libro con grande discrezione, senza mai essere invasivo –e del resto non avrei accettato interventi invasivi. So che esistono editor che arrivano quasi a riscrivere i libri; per me è una cosa sbagliata.

Mattia si è limitato a farmi notare alcuni aspetti generali. Per esempio, mi disse che tendo poco al dialogo e che spesso preferisco raccontare i personaggi piuttosto che farli parlare tra loro. Mi suggerì di inserire qualche battuta in più, di farli interagire maggiormente. Erano osservazioni minime, ma intelligenti. Non interveniva mai sulla singola frase: lavorava sulla struttura complessiva, sulla complessità del romanzo. A volte mi suggeriva di caratterizzare meglio un personaggio, ma sempre con estrema delicatezza.

Secondo me l’editor dovrebbe essere proprio questo: non qualcuno che si sovrappone all’autore, ma una presenza che lo accompagna e gli offre dei suggerimenti.

Io stessa, prima ancora di consegnare i libri all’editore, li faccio leggere alle mie amiche. Sono loro, in fondo, a fare il primo editing.

Un autore non è mai davvero sicuro che ciò che ha scritto funzioni. Magari sente di aver dato il massimo, ma continua comunque a chiedersi: “E se la storia non reggesse?”. Io, per esempio, ho bisogno di qualcuno che legga il libro e mi dica sinceramente se funziona oppure no.

La prima fase, per me, sono le mie amiche e i miei amici. Poi viene l’editore. Ho delle amiche straordinarie, lettrici attentissime. Ricordo che temevo molto che questo romanzo potesse risultare pesante, troppo riflessivo, quasi un libro di puro pensiero. E invece loro mi dissero: “No, guarda che non è affatto statico, anzi, è molto dinamico”.

L’autore, spesso, non riesce a valutare con lucidità le caratteristiche del proprio libro. Io ero convinta che potesse annoiare, mentre chi lo leggeva percepiva altro. È qui che uno sguardo esterno diventa importante. L’editor vede il libro nella sua complessità e può indicarti i punti che hanno bisogno di essere approfonditi: un personaggio ancora troppo poco definito, una zona narrativa che va riempita, un equilibrio da correggere.

Naturalmente non avrei mai accettato un editor invasivo, qualcuno disposto a sovrapporsi alla mia voce. Però devo dire che ho incontrato persone straordinarie, e Mattia Carratello è certamente una di queste.

C.C. Nel romanzo compaiono diversi personaggi, ciascuno con un legame unico e personale con la Sicilia. Ce n’è uno nel quale si riconosce maggiormente?   

In tutti i personaggi c’è un pezzetto di me. Nel rapporto con la Sicilia, forse, mi riconosco soprattutto in Ruggero Henares, perché è il personaggio che sente il bisogno di cambiare il mondo. Però, in fondo, ogni personaggio porta dentro qualcosa dell’autore.

C’è la mia ostinazione del gesuita, anche se è un personaggio duro, perfino crudele, dentro di lui c’è comunque una parte di me. E naturalmente c’è qualcosa di mio anche in Amalia: il mio modo di guardare la vita, una certa leggerezza, ma soprattutto il desiderio di libertà.

Eppure il personaggio in cui mi identifico di più resta Ruggero, perché il mio modo di interpretare la Sicilia e il mondo è vicino al suo. Il mio rapporto con la Sicilia non consiste soltanto nell’abitarne il paesaggio o nel contemplarne la bellezza. Quel paesaggio va difeso, tramandato, lasciato in eredità, non solo come bellezza estetica, ma come idea di forza, di giustizia, di verità. Come possibilità di cambiare il mondo.

Ruggero è colui che vuole cambiare il mondo, anche se il suo tempo non è ancora pronto ad ascoltarlo. Eppure lui lancia un messaggio nel futuro.

Io credo che anche oggi viviamo in un’epoca in cui tutto sembra compresso, chiuso, senza speranza. In questo presente dominato da una destra che appare senza alternative, in cui ai giovani viene continuamente ripetuto che non hanno futuro, io continuo invece a pensare che dentro ciascuno di noi esista ancora una possibilità.

Soprattutto nei giovani. Credo che dentro di voi esista ancora un bisogno, magari oscuro e non del tutto consapevole, di cambiare il mondo, di non accettare semplicemente ciò che esiste. Ruggero non accetta l’esistente. E nemmeno io l’ho mai accettato.

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