C'eravamo tanto amati Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ceravamo-tanto-amati/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 15:59:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg C'eravamo tanto amati Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ceravamo-tanto-amati/ 32 32 Ricordando Ettore Scola https://minimaetmoralia.it/cinema/ricordando-ettore-scola/ https://minimaetmoralia.it/cinema/ricordando-ettore-scola/#comments Wed, 20 Jan 2016 09:02:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29701 Questo pezzo è uscito su La Gazzetta del Mezzogiorno di Oscar Iarussi Ettore Scola o del comunismo ironico. L’ossimoro dice la singolarità del regista, fra i maggiori europei del secondo Novecento, tuttavia guardingo dal lasciarsi monumentare tant’è che poco più di due anni fa era a Venezia con un nuovo film, Che strano chiamarsi Federico!, […]

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Questo pezzo è uscito su La Gazzetta del Mezzogiorno

di Oscar Iarussi

Ettore Scola o del comunismo ironico. L’ossimoro dice la singolarità del regista, fra i maggiori europei del secondo Novecento, tuttavia guardingo dal lasciarsi monumentare tant’è che poco più di due anni fa era a Venezia con un nuovo film, Che strano chiamarsi Federico!, memoir cinematografico e omaggio a Fellini, cui lo affratellò la passione per i disegni e i sogni in celluloide (li divise se mai l’“impegno” o la militanza che il Riminese sempre rifuggì). Originario della Campania irpina, egli era come Fellini un provinciale presto inurbatosi, adesivo a ogni piega manifesta o nascosta della Roma madre matrigna e, suvvia, un po’ mignotta. Ma rimase legatissimo al Sud e in particolare negli ultimi anni era “di casa” a Bari, sul palco del Petruzzelli come nelle aule dove incontrava gli studenti, grazie al Bif&st di cui aveva accettato la presidenza propostagli dal vecchio amico Felice Laudadio.

Scola nasce nello stesso 1931 in cui esordì nelle edicole la rivista umoristica “Marc’Aurelio” e proprio sulle colonne care ad Attalo, Zavattini, Fellini, Marchesi prenderà a sbeffeggiare il piccolo mondo moderno dell’Italia post-bellica in odore di boom. Sono esercizi di stile caustico in vista dell’esordio nella commedia di costume con Se permettete parliamo di donne, scritto con Maccari, amico di una vita al pari di Scarpelli.

E’ il 1964. Da allora, per un quarantennio e oltre, Scola è una presenza sul set e nella vita culturale italiana grazie a un’intelligenza sarcastica che non si compiace del cinismo. Il suo acume balzachiano per la vita è infatti temperato dal senso comunitario, dalla voglia di appartenere a una storia più larga e più umana del gruppetto che imbandisce calembour folgoranti ai tavoli di “Cesaretto” o di “Otello alla Concordia”, dove cenano molti cineasti e intellettuali “de sinistra”. Di quella cerchia Scola resta un campione, eppure si sottrae al sottile conformismo che aleggia fra piazza di Spagna e via delle Botteghe Oscure. Sarà merito – nomen omen? – del battesimo iliaco e del cognome scolastico, ma anche liberatorio dei fluidi impuri.

A Scola è riuscito il prodigio di essere divertente e pugnace, nostalgico e temerario, individualista e popolare, poetico e marxista. Commediare la lotta di classe – mica facile! “Volevamo cambiare il mondo e invece il mondo ha cambiato noi”: eccolo chinarsi su un terzetto di ex partigiani fino a cogliere l’essenza stessa del paese in C’eravamo tanto amati, struggente elegia del trasformismo. E c’è lo Scola militante, documentario, di Trevico-Torino… Viaggio nel Fiat-Nam, dell’addio collettivo a Enrico Berlinguer, di Lettere dalla Palestina.

A lungo sceneggiatore principe di pellicole come Un americano a Roma, Il sorpasso, I mostri, Anni ruggenti, Io la conoscevo bene, Scola deve a tale esperienza di umiltà al servizio altrui una dimensione autorale a tutto campo, ovvero una sorveglianza nella scrittura filmica che ormai è merce rara. Non per caso, i suoi titoli diventano proverbiali, scandiscono intere stagioni dal primo centro-sinistra al crollo del Muro di Berlino, si mutano in locuzioni, fanno storia: Brutti, sporchi e cattivi, Una giornata particolare, La terrazza, Ballando ballando, fino a Romanzo di un giovane povero che nel concorso veneziano del 1995 fruttò la Coppa Volpi alla protagonista Isabella Ferrari. Perciò i francesi, incalliti linguaioli, impazziscono per “Scolà”, mentre il Nostro con La famiglia nell’86 schiude una magistrale finestra sul “secolo breve”, invero infinitamente lungo, per mostrarci che il “dentro” e il “fuori” delle mura domestiche si parlano, si danno del tu, si sfottono e si corteggiano. Amore e storia, passione e visione, comunismo e ironia, Ettore e Scola.

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Prima che ci fossi https://minimaetmoralia.it/poesia/prima-che-ci-fossi/ https://minimaetmoralia.it/poesia/prima-che-ci-fossi/#comments Sun, 08 Sep 2013 12:13:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15385 di Christian Raimo Andare laggiu’, nell’Italia degli anni ’70, (…i capelli stopposi che non mettono il balsamo, quelle facce che non usano creme sul viso…), tra le scritte sui muri, VIVA MAO, VIA DAL VIETNAM, (tutte perfettamente in stampatello, da bimbi), tra i megafoni che irruvidiscono le voci, o tra le macchine che agli incroci […]

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di Christian Raimo

Andare laggiu’, nell’Italia degli anni ’70,
(…i capelli stopposi che non mettono il balsamo,
quelle facce che non usano creme sul viso…),
tra le scritte sui muri, VIVA MAO, VIA DAL VIETNAM,
(tutte perfettamente in stampatello, da bimbi),
tra i megafoni che irruvidiscono le voci,
o tra le macchine che agli incroci stridono sui freni,
fermandosi ai semafori, incanalandosi nei vicoli:
mi è sembrato sempre come passeggiare con mio padre
prima che nascessi, accompagnare mia madre con le scarpe
con i buchi, che mangiava alla mensa a via De Lollis,
o si piazzava in casa qualche studente fuorisede
che non aveva piu’ i soldi per l’affitto.
Era il mondo prima che ci fossi. Prima che
il 9 giugno del ’75, Boninsegna segnasse
il gol della vittoria ad una Russia mal schierata in campo,
(questo racconta mia nonna del mio parto).
Una mitologia personale, insomma, costruita
fotogramma a fotogramma ritagliandomi di netto
ciò che è necessario per un Olimpo fatto in casa:
un pugno di tragedie sofoclee, uomini ed eroi,
martiri casuali, omicidi senza fonte e senza fine;
oppure: confondendo l’universo condiviso
con gli album personali: eccola una foto di mio padre
tale e quale a Satta Flores in C’eravamo tanto amati.

Per questo quel che occorre è un cromatismo differente:
le pellicole, prima che inventassero il metodo NR,
avevano una definizione grassa dei colori:
i grigi si confondevano coi verdi,
i rossi viravano quasi sempre verso il sangue.
È che non si era ancora emancipati dalla visione in bianco e nero
e da quel che sottendeva: divisioni manichee, separazione in classi,
plumbei contro rossi, smunti contro grassi.
E anche il corpo aveva una risonanza amplificata,
la pelle il territorio dove collaudare gli elementi:
quanto bruciava il cuore di Ian Palach? quanto era ostile
la terra per Pinelli? bastava inalare nell’aria
l’odore della polvere da sparo per scegliersi la parte
dove stare (inciampare, trattenersi in piedi)?

C’è una foto che congiunge le versioni vere e false dell’infanzia:
il tinello di una casa a via Palestro: mio padre con i postumi
di un incidente in macchina (il braccio con il gesso,
mia madre che gli taglia la carne a pezzettini),
e sulla parete in fondo, come in un quadro di Van Eyck,
una foto di chi aveva vinto l’Oscar l’anno prima:
l’idea di un tempo premoderno, cristallino, a suo modo perfetto,
la faccia di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto.
Di fronte a questo tempo, che di sua sponte personale,
segna sul muro accanto al frigo le tacche della crescita,
oppure, nei ritagli di mia madre, il calendario dei lutti dello Stato,
il viso di mio padre si confonde ancora con le immagini dei film,
la sua voce con quella dell’attore appeso, il suo feticcio:
“La politica”, lui dice, “è tutto, e’ in ogni cosa.
Non è la scelta di un partito, gli schieramenti, il voto,
non è la differenza tra cinema impegnato da una parte,
e dall’altra genere & consumo per le masse.
Il western è politica, la commedia, il poliziesco,
i movimenti della macchina da presa,
i dolly, la luce degli interni, il montaggio associativo.
E’ politica finanche l’astenersi dal far cinema:
scegliere di rinunciare a dei ruoli compromessi,
preferire un film di un cileno mai sentito
alla megaproduzione del Padrino.
Rovesciare il meccanismo del divismo:
fare come Cincinnato, nel momento del successo, decidere
di tornarsene a coltivare l’orto, a far teatro nelle piazze
come non fossero passati dei millenni”.

Da ragazzino avevo il terrore di scoprire
che mio padre fosse un brigatista
che da un momento all’altro avrebbero arrestato
(di notte mi rialzavo per andare a controllare
se la porta fosse chiusa, e che non si facessero riunioni
dentro casa). Forse mi accecava come le sue parole
slittassero direttamente da quelle dei libri che leggeva.
Parlava di potere e di rivolta,
diceva “la presenza informe e spettrale della polizia,
il vuoto di morale che può creare un potere autoritario”,
oppure: “cosa accade quando svanisce la distanza
tra violenza che pone la legge
e violenza che la legge la conserva?”,
aveva lo stesso tono acido dei personaggi che apparivano in tv,
portava gli stessi baffi esatti della gente che mostravano in manette.
E quando si infoiava, assumeva le fattezze
di Vanzetti mentre fa quel discorso lungo in tribunale.
Alle volte, nei sogni o lì vicino, gli chiedevo:
“Papà, sei comunista?”. E al suo posto rispondeva
la voce di Cucciolla: “I giochi”, mi diceva,
come in un’altra scena da memoria, “dividili con gli altri”,
o magari si metteva ancora piu’ vicino:
dopo dieci ore di lavoro in mezzo ad agenti chimici e solventi,
non era per talento che riusciva ad imitare
i movimenti isterici dell’operaio Massa,
(sempre il suo attore preferito,
che scambia il sol dell’avvenire e il paradiso):
quando mi accarezzava (le unghie rovinate,
i polpastrelli fastidiosi al tatto), era come se cercasse
anche in un bambino di sei anni,
una forma di coesione, di solidarietà, un patto,
o forse solamente un po’ di comprensione
per il suo sorriso annerito dal tabacco.

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