Chagall Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/chagall/ un blog di approfondimento culturale Fri, 03 Mar 2017 22:26:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Chagall Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/chagall/ 32 32 Il pozzo della memoria: trovarsi a raccontare l’Alzheimer https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-pozzo-della-memoria-trovarsi-a-raccontare-lalzheimer/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-pozzo-della-memoria-trovarsi-a-raccontare-lalzheimer/#respond Fri, 18 Dec 2015 13:00:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29421 Questo testo è apparso sul Corriere Fiorentino – Corriere della Sera. Racconta dell’esperienza dell’autore come narratore invitato nel progetto “A Più Voci”, un laboratorio di avvicinamento e narrazione per le persone affette da Alzheimer. Fotografia di Simone Mastrelli.

di Alessandro Raveggi

Ti senti una sorta di speleologo, che ascolta, e cerca di distinguere, i diversi gorgoglii di fiumi sotterranei. Ogni voce ha un proprio fluire: chi a singhiozzo, chi ridente, chi silente, prosciugato come a contenere una grandissima fonte, chi s’infrange sulla pietra più dura.

C’è S. che racconta le sue ribalde imprese da giovane, si descrive come architetto, manovale e assieme archeologo, mi tratta come se fossi suo nipote. Una signora, E., dal nome e la faccia glaciali, d’ascendenza istriana, mi accarezza con foga, quasi volesse stirarmi la faccia. Un’altra, G., dichiara d’essere stata una Miss qualcosa, parla delle sue belle gambe finite in una pubblicità negli anni ‘50. Qualcuno di più torvo, G. o C., mi studia dall’altro lato della stanza, borbotta e mastica: faceva il pasticcere, o l’elettricista, ed ora è solo un nonno in tuta, imbiancato e severo, forse più magico. Qualcuno poi ride e smembra le parole nella risata, come i timidi più audaci. Fanno di tutto per rimanere pezzi unici, paiono coscienti di lottare contro l’oblio. Repente, hanno questa qualità: divengono persone care.

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piuvoci

Questo testo è apparso sul Corriere Fiorentino – Corriere della Sera.  Racconta dell’esperienza dell’autore come narratore invitato nel progetto “A Più Voci”, un laboratorio di avvicinamento e narrazione per le persone affette da Alzheimer. Fotografia di Simone Mastrelli.

di Alessandro Raveggi

Ti senti una sorta di speleologo, che ascolta, e cerca di distinguere, i diversi gorgoglii di fiumi sotterranei. Ogni voce ha un proprio fluire: chi a singhiozzo, chi ridente, chi silente, prosciugato come a contenere una grandissima fonte, chi s’infrange sulla pietra più dura.

C’è S. che racconta le sue ribalde imprese da giovane, si descrive come architetto, manovale e assieme archeologo, mi tratta come se fossi suo nipote. Una signora, E., dal nome e la faccia glaciali, d’ascendenza istriana, mi accarezza con foga, quasi volesse stirarmi la faccia. Un’altra, G., dichiara d’essere stata una Miss qualcosa, parla delle sue belle gambe finite in una pubblicità negli anni ‘50. Qualcuno di più torvo, G. o C., mi studia dall’altro lato della stanza, borbotta e mastica: faceva il pasticcere, o l’elettricista, ed ora è solo un nonno in tuta, imbiancato e severo, forse più magico. Qualcuno poi ride e smembra le parole nella risata, come i timidi più audaci. Fanno di tutto per rimanere pezzi unici, paiono coscienti di lottare contro l’oblio. Repente, hanno questa qualità: divengono persone care.

Sono stato chiamato dal Dipartimento educativo del Palazzo Strozzi a partecipare ad un’esperienza laboratoriale inedita – in città, e in Italia molto probabilmente: A più voci è un progetto pluriennale che, mi spiega Irene Balzani coordinatrice dell’iniziativa, prende spunto da un’esperienza pioneristica del MoMA di New York. Ogni settimana anche a Firenze differenti gruppi di persone affette da Alzheimer s’incontrano al pomeriggio per scrivere storie e poesie assieme, a conclusione di un tour guidato all’interno della mostra in cartellone. Queste persone – la ridanciana, lo spione, la sboccata, il narratore, la vanesia, tra gli altri – accompagnate dai parenti, dai nipoti, o dagli assistenti di centri di cura disseminati in molti comuni del fiorentino, si mettono prima gioiosamente in circolo, si riconoscono,o fissano il vuoto, spesso stanno lì in attesa di ricevere qualcosa – apprendo subito che il loro declino per Alzheimer non è lineare, e per questo più crudele.

Viene quindi introdotta loro la mostra dalla premura chiarificatrice di Luca Carli Ballola e Michela Mei dell’Associazione Anna, i due “animatori geriatrici” del progetto, e si va a visitarla da vicino, sebbene con molta libertà,per concludere il percorso con una suggestiva interrogazione. I partecipanti si mettono infatti a commentare, lanciare spunti, e poi a scrivere assieme un racconto o una poesia, a partire da una singola opera. Al margine di cornici e basamenti, si crea una forma di complicità sacra.

Ed io, che ci faccio qui? La mia funzione è quella di raccontare la loro esperienza da intruso partecipe, perché in sole due ore macinerò in racconto le loro sensazioni, commenti, smorfie, obiezioni.È un esperimento al limite, ma non autoreferenziale: è dedicato a loro con rispetto. Li sto dipingendo in una delicata apertura, come cercassi da pittore di cogliere lo spiraglio vibrante e pulviscolare che taglia il pavimento davanti a una porta socchiusa.

Alla fine delle due ore, il mio testo sarà testimonianza davanti a loro: alcuni rideranno a sentirsi presi per personaggi, altri si faranno trapassare senza rispondere. Perché più che fiume, qualcuno è un pozzo. Devi appoggiare al bordo l’orecchio, e aver pazienza di sentire il rintocco sordo di una goccia, laggiù nel fondo.

L’esperienza di A più voci ha quindi di per sé i tratti di una venerazione: aggiungete che ciò avvenga per me durante la mostra Bellezza divina. Nello spazio perfettamente illuminato di chiaroscuri, in questa mostra dove si ha la meraviglia, il kitsch devoto, l’ingenuità primitiva, l’abiura di atei pentiti, la terribile processione russa in una crocifissione, l’isteria composta del socialismo cristiano nordeuropeo, in questo spazio s’intende subito che quel divino non sia una luce sola che tutto irradi, ma la possibilità di molteplici eresie. E lo sanno i partecipanti del laboratorio, che non mi piace affatto chiamare malati. A tratti si avventano sulle opere – come è brutta! non la capisco! – le caricano di blasfemie. Accanto a loro, i loro parenti, li frenano, o accarezzano, consolandoli, riportandoli alla calma. Quest’ultimi hanno una dignità sobria e straordinaria.

Ci siamo fermati di fronte a Chagall e alla sua Crocifissione bianca. La volta dopo di fronte alla Comulgante cadaverica di Maria Blanchard. Abbiamo discusso di profughi, simboli della croce, infanzia, pressioni famigliari e obblighi morali. Dalla mia, son venuti fuori due testi istantanei:un apologo di alcuni santi al bar, i loro miracoli dispensati in modo buffo; un dialogo di alcuni copy intenti ad ideare un nuovo Pitti giubilare, per preti trendy. Una gran voglia, la mia, di satirizzare, sottrarre peso alla mostra densa, e ai loro densi sguardi.

Finito di leggere il racconto, partito l’applauso, il gruppo si spezza, Luca, Irene e Michela s’accomiatano da tutti.Un po’ di melancolia mi ha colto: se dimenticheranno le mie storie, le storie che parlano di loro, non potrò fargliene una colpa.

Sebbene pochi giorni fa, sia arrivata via e-mail una lieta notizia: “Alessandro, pensa che R. ha chiesto dove fosse oggi quel ragazzo che scrive!”.

Per fortuna, non ero sparito nei suoi ricordi. E con me, lui. Ci siamo tenuti a vicenda sopra le rapide dell’oblio, in una specie di rafting chiamato vita.

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Tre poesie sui gatti https://minimaetmoralia.it/letteratura/tre-poesie-sui-gatti/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/tre-poesie-sui-gatti/#comments Sun, 08 Jun 2014 09:51:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21315 Uno dei redattori di minima&moralia risulta disperso in un oriente adriatico dove – sostiene –, superati i bastioni dei Mentecatti Organizzati Sud Europei, ci si ritrova già nell’elemento caro a Iosif Brodskij, e le cose (meravigliosamente) riappaiono per ciò che sono. La politica, ad esempio (le continue interviste a Matteo Renzi di questi giorni), e […]

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Uno dei redattori di minima&moralia risulta disperso in un oriente adriatico dove – sostiene –, superati i bastioni dei Mentecatti Organizzati Sud Europei, ci si ritrova già nell’elemento caro a Iosif Brodskij, e le cose (meravigliosamente) riappaiono per ciò che sono. La politica, ad esempio (le continue interviste a Matteo Renzi di questi giorni), e i suoi sottoprodotti isterici fondati sulle buone cause (l’affaire Spinelli, Tsipras, Sel) si traducono, al di là del danno personale che se ne riceve, in un brutto manipolo di avatar attraverso cui trascurare le nostre vite personali. Un po’ come affidare ai tristi personaggi di una soap (trasformandolo in materiale di risulta) ciò che in mano nostra sarebbe magari una magnifica avventura. “Tornare uomini in così poco tempo è dura”, abbiamo obiettato al disperso. Lui allora ha suggerito di cominciare con i gatti. Giacché è domenica, e il vento caldo accarezza campanili che non ci sono più, lo accontentiamo.

 

Ode al gatto, di Pablo Neruda

(nella traduzione di Roberto Paoli)

Gli animali furono

imperfetti, lunghi

di coda, plumbei

di testa.

Pian piano si misero

in ordine,

divennero paesaggio,

acquistarono nèi, grazia, volo.

Il gatto,

soltanto il gatto

apparve completo

e orgoglioso:

nacque completamente rifinito,

cammina solo e sa quello che vuole.

L’uomo vuol essere pesce e uccello,

il serpente vorrebbe avere le ali,

il cane è un leone spaesato,

l’ingegnere vuol essere poeta,

la mosca studia per rondine,

il poeta cerca d’imitare la mosca,

ma il gatto

vuole solo essere gatto

ed ogni gatto è gatto

dai baffi alla coda,

dal fiuto al topo vivo,

dalla notte fino ai suoi occhi d’oro.

Non c’è unità

come la sua,

non hanno

la luna o il fiore

una tale coesione:

è una cosa sola

come il sole o il topazio,

e l’elastica linea del suo corpo,

salda e sottile, è come

la linea della prua di una nave.

I suoi occhi gialli

hanno lasciato una sola

fessura

per gettarvi le monete della notte.

Oh piccolo

imperatore sen’orbe,

conquistatore senza patria,

minima tigre da salotto, nuziale

sultano del cielo

delle tegole erotiche,

il vento dell’amore

all’aria aperta

reclami

quando passi

e posi

quattro piedi delicati

sul suolo,

fiutando,

diffidando

di ogni cosa terrestre,

perchè tutto

è immondo

per l’immacolato piede del gatto.

Oh fiera indipendente

della casa, arrogante

vestigio della notte,

neghittoso, ginnastico

ed estraneo,

profondissimo gatto,

poliziotto segreto

delle stanze,

insegna

di un irreperibile velluto,

probabilmente non c’è

enigma

nel tuo contegno,

forse non sei mistero,

tutti sanno di te ed appartieni

all’abitante meno misterioso,

forse tutti si credono

padroni

proprietari, parenti

di gatti, compagni,

colleghi,

discepoli o amici

del proprio gatto.

Io no.

Io non sono d’accordo.

Io non conosco il gatto.

So tutto, la vita e il suo arcipelago,

il mare e la città incalcolabile,

la botanica,

il gineceo coi suoi peccati,

il per e il meno della matematica,

gl’imbuti vulcanici del mondo,

il guscio irreale del coccodrillo,

la bontà ignorata del pompiere,

l’atavismo azzurro del sacerdote,

ma non riesco a decifrare un gatto.

Sul suo distacco la ragione slitta,

numeri d’oro stanno nei suoi occhi.

A un gatto, di Jorge Luis Borges

(traduzione di J. Rodolfo Wilcock e Livio Bacchi Wilcock)

Non sono più silenziosi gli specchi

Né più furtiva è l’alba avventurosa;

Sotto la luna, sei quella pantera

Che ci è dato di scorgere da lontano.

Per forza indecifrabile di un decreto

Divino, ti cerchiamo vanamente;

Più remoto del Gange e del ponente,

Tua è la solitudine, tuo il segreto.

La tua schiena condiscende alla lenta

Carezza della mia mano: hai tollerato

Fin da un’eternità ch’è quasi l’oblio ormai

L’amore della mano diffidente.

In altro tempo sei. Sei il padrone

Di un ambito sbarrato come un sogno.

The cats will know, di Cesare Pavese

Ancora cadrà la pioggia

sui tuoi dolci selciati,

una pioggia leggera

come un alito o un passo.

Ancora la brezza e l’alba

fioriranno leggere

come sotto il tuo passo,

quando tu rientrerai.

Tra fiori e davanzali

i gatti lo sapranno.

Ci saranno altri giorni,

ci saranno altre voci.

Sorriderai da sola.

I gatti lo sapranno.

Udrai parole antiche,

parole stanche e vane

come i costumi smessi

delle feste di ieri.

Farai gesti anche tu.

Risponderai parole –

viso di primavera,

farai gesti anche tu.

I gatti lo sapranno,

viso di primavera;

e la pioggia leggera,

l’alba color giacinto,

che dilaniano il cuore

di chi più non ti spera,

sono il triste sorriso

che sorridi da sola.

Ci saranno altri giorni,

altre voci e risvegli.

Soffriremo nell’alba,

viso di primavera.

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