Charles Burns Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/charles-burns/ un blog di approfondimento culturale Sun, 12 Jan 2014 11:57:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Charles Burns Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/charles-burns/ 32 32 Bernardo Bertolucci e i fumetti https://minimaetmoralia.it/interviste/bernardo-bertolucci-e-i-fumetti/ https://minimaetmoralia.it/interviste/bernardo-bertolucci-e-i-fumetti/#respond Sun, 12 Jan 2014 10:20:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17458 Questa è la versione integrale del pezzo apparso ieri su la Repubblica.

“Una sera ero stato invitato a una proiezione di Io e te organizzata da Massimo Ammaniti per la Società Psicoanalitica Italiana. Dopo il film avrei dovuto parlare con gli psicanalisti, ma avevo troppo dolore alla schiena. E allora ho chiamato Ammaniti per dirgli che non sarei andato. E lui: e che fai? Mi guardo il film sui supereroi della Marvel. Film che poi mi sono realmente guardato”. Dice così, e io penso che parlare di fumetti adesso con Bernardo Bertolucci è come parlare di cinema con Batman o l’Uomo Ragno. Sono seduta nel soggiorno di casa sua. È quasi mezzogiorno e Bertolucci sta facendo colazione. Intanto risponde alle mie domande. Gli ho appena chiesto se il film sui supereroi della Marvel gli è piaciuto. “Un po’ deludente rispetto ai fumetti”, dice. Dice che con i supereroi è sempre così. E poi: “Forse quello fatto da Sam Raimi, cos’era? Spiderman. Forse quello era un po’ meglio”. Si ferma di nuovo, ci pensa: “È strano come un film tratto da un fumetto, fatto in modo spettacolare, con molti soldi, molti effetti speciali, quando lo hai finito di vedere ti sembri sempre meno gratificante di un fumetto. Il fumetto ti fa sognare di più”.

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Questa è la versione integrale del pezzo apparso ieri su la Repubblica. (Fonte immagine)

“Una sera ero stato invitato a una proiezione di Io e te organizzata da Massimo Ammaniti per la Società Psicoanalitica Italiana. Dopo il film avrei dovuto parlare con gli psicanalisti, ma avevo troppo dolore alla schiena. E allora ho chiamato Ammaniti per dirgli che non sarei andato. E lui: e che fai? Mi guardo il film sui supereroi della Marvel. Film che poi mi sono realmente guardato”. Dice così, e io penso che parlare di fumetti adesso con Bernardo Bertolucci è come parlare di cinema con Batman o l’Uomo Ragno. Sono seduta nel soggiorno di casa sua. È quasi mezzogiorno e Bertolucci sta facendo colazione. Intanto risponde alle mie domande. Gli ho appena chiesto se il film sui supereroi della Marvel gli è piaciuto. “Un po’ deludente rispetto ai fumetti”, dice. Dice che con i supereroi è sempre così. E poi: “Forse quello fatto da Sam Raimi, cos’era? Spiderman. Forse quello era un po’ meglio”. Si ferma di nuovo, ci pensa: “È strano come un film tratto da un fumetto, fatto in modo spettacolare, con molti soldi, molti effetti speciali, quando lo hai finito di vedere ti sembri sempre meno gratificante di un fumetto. Il fumetto ti fa sognare di più”.

La mia amicizia con Bernardo Bertolucci è iniziata grazie a un fumetto. L’avevo prestato a un’amica che poi scusandosi m’aveva detto: “non posso ridartelo perché ieri sera ero a cena da Bertolucci. L’ha visto, l’ha voluto, gliel’ho lasciato”. Il fumetto era Diario di una ragazzina di Phoebe Gloeckner. Bertolucci m’invitò a cena per ringraziarmi del regalo involontario, e da lì in avanti non ho mai smesso di regalargli fumetti, quasi sempre graphic novel. “Non lo so quando sia nata la graphic novel come genere”, dice, “la conosco da quando me l’hai fatta conoscere tu. E ho come due pensieri paralleli. Uno è: oh che bello, il fumetto è stato in qualche modo nobilitato. E dall’altra parte però mi dico che le graphic novel sono il tentativo di avvicinare ulteriormente il fumetto alla letteratura. I vecchi giornalini, mi chiedo io, non contenevano dentro quello che poi sarebbero state le graphic novel?”

La sua graphic novel preferita, tra le ultime lette, è Black Hole di Charles Burns. “Mentre leggevo c’era un costante senso di pericolo”. Poi torna indietro, e racconta dei fumetti letti da bambino, quelli che il padre Attilio gli permetteva di leggere ritenendoli “una forma popolare ma importante”. Dice: “Da bambino ho letto moltissimi giornalini, come li chiamavamo allora. Mio padre era favorevole al fatto che li leggessi, ed era molto permissivo sulla scelta. Non solo fumetti di Walt Disney, ma anche fumetti d’avventura e d’azione, di quelli che si leggevano a fine anni cinquanta, inizio sessanta. A volte facevo vedere i fumetti a mio padre, e mi ricordo, o non mi ricordo e l’ho inventato io, che lui diceva, ‘in fondo anche la storia di Francesco di Giotto ad Assisi è un fumetto’. Avendomi sdoganato i fumetti mio papà,  li ho sempre accettati, non ho mai avuto quello sguardo un po’ trasversale che hanno gli intellettuali nei confronti dei fumetti. Non so come siano nei confronti della graphic novel. Non so se sia stata accettata come arte nobile anche quella. È stata accettata?”

Gli dico che i più illuminati trattano le graphic novel come romanzi. Altri no. E lui: “Adesso che leggo graphic novel, che del fumetto sono un po’ la sublimazione in senso letterario e grafico, capisco perché mio padre avesse in simpatia il fumetto. È come il discorso sui generi: bisogna giudicare un’opera, un film per esempio, a seconda del genere? O bisogna liberarsi del pensiero che appartiene a un genere? Per esempio, c’è un film di vampiri che si chiama Lasciami entrare, credo sia svedese, ed è un vero film di vampiri. È di genere, ma è bellissimo”. Gli chiedo se le graphic novel siano vicine al cinema, se lo siano più del fumetto. E lui mi dice che sì, “alcune volte. Alcune volte ci sono delle soluzioni che fanno pensare al cinema. Anche nel tuo su Scott e Zelda, ci sono dei passaggi che mi fanno venire in mente il cinema. Ed è importante tutto il fuori campo, quello che non si vede. In Superzelda c’è sempre questa pienezza del fuoricampo. Ma io raramente sono riuscito a vedere il cinema in un fumetto. Negli anni sessanta un pochino lo sentivo in Crepax, e nelle storie di Valentina”.

Mi chiede se mi piace Crepax, gli dico sì moltissimo, e allora va avanti. “Lì per esempio mi divertiva molto vedere l’influenza di Godard. Valentina è una Anna Karina che imita Louise Brooks in Lulù. Valentina è come Anna Karina in Vivre Sa Vie, è identica. Ed è evidente come Crepax fosse influenzato da Godard non solo nell’avere creato un personaggio che somiglia a quello di Vivre Sa Vie, ma proprio nel montaggio, nel taglio delle inquadrature. Eppure ai suoi tempi quella di Crepax non era considerata arte. Quantomeno non da tutti”.

Mi chiede chi abbia inventato la parola. Gli dico Will Eisner, il primo a mettere insieme la parola “graphic” e la parola “novel”. Poi gli chiedo le sue influenze, e lui cita Sciuscià, un fumetto che leggeva da bambino. “Lo leggevo a otto, nove e dieci anni. Era un’unica striscia. Era la storia di tre ragazzi che dalla Sicilia salivano verso Milano nel ‘43, ‘44. Quando ho visto Paisà di Rossellini ho pensato, ma guarda, è come quel fumetto che leggevo da piccolo, in cui tre ragazzini, molto avventurosi, salivano piano piano, portavano la liberazione dal sud al nord. E poi c’era Tex Willer, che ho conosciuto negli anni cinquanta. Come personaggio dei fumetti, lui non invecchia. Cambia nel tratto ma non invecchia. L’ho messo nel mio film. Jacopo Olmo Antinori, il ragazzino che interpreta Lorenzo, lo leggeva, e allora a un certo punto l’ho usato”. E da Tex Willar torna alla distanza tra fumetto e graphic novel, al fatto “che il fumetto è seriale, la graphic novel no. Questa è una cosa che in fondo manca un po’, nella sua purezza la graphic novel viene un pochino a mancare di questo fatto così importante quando ero bambino, ovvero che aspettavo il giorno in cui sarebbe arrivato un nuovo episodio di Tex Willer”.

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Il nuovo fumetto indipendente USA, parte prima: Mat Brinkman – Multiforce https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-nuovo-fumetto-indipendente-usa-parte-prima-mat-brinkman-multiforce/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-nuovo-fumetto-indipendente-usa-parte-prima-mat-brinkman-multiforce/#comments Tue, 24 Apr 2012 09:28:14 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7569 Valerio Mattioli ci racconta gli scenari del nuovo fumetto indipendente USA. Nella prima puntata, «Multiforce» di Mat Brinkman. 

di Valerio Mattioli

A inizi anni 2000 avevo vent’anni e una connessione internet 56k. Mi piaceva la musica rumorosa e non leggevo fumetti da un po’. Durante gli anni del liceo ero stato un buon appassionato di quelli che all’epoca andavano sotto il nome di alternative (o indie) comics americani, a partire dalla coppia Peter Bagge/Dan Clowes, a cui aggiungere all’occorrenza Charles Burns e naturalmente Chris Ware. Praticamente tutti questi fumetti venivano pubblicati da un editore di Seattle chiamato Fantagraphics Books, e tra questi autori c’era anche chi aveva illustrato le copertine di alcuni dei miei dischi preferiti. Ma erano gli anni 90, appunto. Tempo un po’ e sarebbe arrivato il film di Ghost World nonché le prime (almeno così mi ricordo io) accese diatribe sul cosiddetto graphic novel, un termine verso il quale provavo un’irrazionale, risoluta e preventiva avversione.

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Valerio Mattioli ci racconta gli scenari del nuovo fumetto indipendente USA. Nella prima puntata, «Multiforce» di Mat Brinkman. 

di Valerio Mattioli

A inizi anni 2000 avevo vent’anni e una connessione internet 56k. Mi piaceva la musica rumorosa e non leggevo fumetti da un po’. Durante gli anni del liceo ero stato un buon appassionato di quelli che all’epoca andavano sotto il nome di alternative (o indie) comics americani, a partire dalla coppia Peter Bagge/Dan Clowes, a cui aggiungere all’occorrenza Charles Burns e naturalmente Chris Ware. Praticamente tutti questi fumetti venivano pubblicati da un editore di Seattle chiamato Fantagraphics Books, e tra questi autori c’era anche chi aveva illustrato le copertine di alcuni dei miei dischi preferiti. Ma erano gli anni 90, appunto. Tempo un po’ e sarebbe arrivato il film di Ghost World nonché le prime (almeno così mi ricordo io) accese diatribe sul cosiddetto graphic novel, un termine verso il quale provavo un’irrazionale, risoluta e preventiva avversione.

Nel 2001 la mia caracollante connessione 56k mi condusse praticamente per caso su un incomprensibile sito internet chiamato se non sbaglio fortthunder.org. Da quel che capivo, questo Fort Thunder era una specie di laboratorio/spazio per concerti/museo off off situato in quel di Providence, la capitale del Rhode Island il cui nome mi suonava familiare solo perché era la città di Lovecraft e del film Tutti pazzi per Mary. Dentro il Fort Thunder venivano prodotti dischi, un giornale chiamato Paper Rodeo, e soprattutto fumetti. Mi sembrava roba interessante, quindi mandai qualche dollaro ben nascosto in busta chiusa all’indirizzo in calce al sito (l’epoca PayPal era ancora di là da venire) ordinando titoli più o meno a caso. In cambio non mi arrivò nulla: non potevo saperlo, ma il Fort Thunder era uno spazio occupato abusivamente che proprio in quei mesi stava per essere sgomberato. Però non mi diedi per vinto e riuscii infine a recuperare perlomeno un paio di cd e una copia di Paper Rodeo.

Quando mi ritrovai il materiale tra le mani, ci rimasi secco: i dischi mi piacevano e anche parecchio, quello sì. Coi fumetti di Paper Rodeo invece, non sapevo che farci. Non riuscivo nemmeno a leggerli. Erano disegnati tutti storti, e un po’ ricordavano lo stile del collettivo francese di art brut Le Dernier Cri. Le ambientazioni erano un intricatissimo caos di ispirazione fantasy, con dentro un sacco di mostri, giganti, gnomi e montagne magiche. Il lettering era un macello, e le storie talmente vaghe che manco ti veniva da definirle tali. Un po’ era un classico prodotto underground, di quell’underground volutamente sporco e un tantino “sperimentale”. Ma c’era anche un che di… gioioso, in quelle tavole, che alla fine mi attirava. In fondo, roba così non l’avevo mai vista. Messa a confronto col Peter Bagge di Hate, che dopotutto restava il mio fumetto preferito, era praticamente un altro universo.

Negli anni a seguire ho assistito poco meno che allibito al proliferare del “fumetto alla Fort Thunder”. Per qualche tempo mi sembrò che Providence fosse veramente il centro del mondo: qualsiasi cosa mi piacesse, per un motivo o per l’altro riportava lì. A un certo punto misi finalmente le mani su un numero di Kramers Ergot, quella che veniva presentata come l’antologia definitiva del fumetto indipendente USA anni 2000: dentro c’erano Chris Ware e padrini dell’underground come Gary Panter, ma per tre quarti il resto del volume era occupato dai vari Mat Brinkman, C.F., Ron Rege jr, Paper Rad, Leif Goldberg… insomma, tutti tizi che avevo incontrato a Providence (idealmente, si intende; fisicamente, non ci sono mai stato).

Scoprii persino che qualcuno di questi nomi si stava facendo una certa reputazione nei circuiti dell’arte contemporanea “seria”, e cominciai a notare che un mucchio di altri autori – non di Providence – si erano messi a pubblicare fumetti sullo stesso stile. A New York sarebbe nata una nuova casa editrice, chiamata Picturebox, che praticamente si specializzò in quei materiali lì. E anche in Europa, la cosa prendeva piede. Disegni e illustrazioni alla Fort Thunder cominciarono a occupare le pagine dei magazine patinati, le copertine dei dischi, persino qualche pubblicità mainstream. Insomma, era successo qualcosa.

Non so se è giusto paragonare l’esplosione di questo tipo di materiali alla grande stagione indie/alternative dei 90. So che comunque il nuovo fumetto americano, al 2012, è anche e forse soprattutto questo. Personalmente, negli ultimi anni mi è capitato di analizzarlo e scriverne a più riprese, di cui l’ultima sul numero di febbraio del mensile Blow Up; per l’occasione però, in attesa che i primi autori vengano tradotti in italiano (cosa che, a quanto pare, è dietro l’angolo), vorrei provare a stilare una prima lista dei titoli a mio giudizio “fondamentali”, o comunque indicativi del cambio di rotta intrapreso dal fumetto post-underground negli ultimi dieci anni circa. Ve li presento per come li vedo io, consapevole di alcune colpevoli omissioni (Brian Ralph, Ron Rege Jr, i più recenti Michael Deforge, Matt Furie, Lisa Hanawalt…) e cercando di limitarmi a quei lavori il cui respiro e la cui portata possono valere da “manifesto” di un immaginario. Gli autori che ho selezionato sono per inciso C.F., Johnny Ryan, Matthew Thurber, Jesse Moynihan, Brian Chippendale, Ben Jones, Edie Fake e Theo Ellsworth. Ma per cominciare, è pressoché obbligatorio partire dall’uomo (e dal fumetto) da cui – come si dice… – tutto è nato, e cioè:

Mat Brinkman – Multiforce

Di Multiforce il fumettista Frank Santoro ha decretato che è “l’opera che sta agli anni 00 come Love and Rockets [dei fratelli Hernandez] stette agli 80 e ACME Novelty Library [di Chris Ware] ai 90”; insomma, non tanto il più “importante” fumetto del decennio, quanto piuttosto il più… influente, ecco: quello che per i più avvertiti detta un clima, un’atmosfera, diciamo pure un immaginario.

Mat Brinkman concepisce Multiforce alla fine degli anni 90 e tra 2000 e 2005 ne pubblica i diversi episodi su Paper Rodeo, il giornale semiufficiale della comunità underground di Providence: è un’opera stramba, contorta e incasinatissima che mescola fantasie da Lord Dunsany dei bassifondi e horror disturbato, Tolkien e psichedelia indigesta, videogames e bruitisme grafico, combattimenti sanguinari e cittadelle medieval-extraterrestri. I protagonisti sono mostri, giganti e creature deformi che si muovono in un universo buio, labirintico e minaccioso, mentre la trama… be’, difficile ricondurre a una narrativa ordinaria il surreale susseguirsi di incontri, scontri, apocalissi e rivelazioni che scuotono le viscere di Citadel City, teatro della vicenda. E però, Multiforce resta una lettura avvincente. Sicuramente strana (weird, direbbero gli anglofoni), ma i legami con la tradizione fumettistica sia underground (Jim Woodring, Gary Panter) che non (i supereroi Marvel) sono solidi, persino esibiti.

D’accordo, l’alterità nei confronti dell’allora dominante poetica indie è profonda, diciamo pure disturbante, e la cosa verrà colta con una certa lungimiranza dal Comics Jorunal, che nel 2003 dedica a Brinkman e alla “scena di Providence” un intero numero speciale per tramite di una delle sue firme più prestigiose, l’ex direttore Tom Spurgeon. L’interpretazione di Spurgeon è nota e mi è capitato di farla mia a più riprese: Multiforce (ma l’analisi è estendibile a tutti i fumetti della scuola nata in Rhode Island) intraprende una specie di terza via distinta sia dal classico fumetto d’avventura che dagli intimismi più o meno problematici del post-underground USA; in sostanza, la storia si riduce a una serie di movimenti ad opera di “individui alle prese con gli spazi” che ricordano da vicino “i videogames, specie la prima generazione di videogiochi d’avventura, tutti basati su un singolo protagonista impegnato a esplorare aree e luoghi che alle volte possono non contenere nulla”.

L’unico videogioco casalingo che posso dire di aver approfondito negli anni rigorosamente tech-free della mia infanzia è Arkanoid, quello delle palline che sbattono contro i mattoncini in un ambiente vagamente sci-fi: e in effetti, pur nella totale assenza dell’elemento umano (o magari proprio per questo, suppongo), aveva un che di agghiacciante. Ecco, mi piace ricordare le parole di Spurgeon perché è vero, la lettura di Multiforce mi ha trasmesso esattamente quel tipo di sensazione lì: l’atmosfera straniante, onirico-orrorifica di Multiforce è tutta nella relazione tra ambiente e soggetto, uno slittamento piccolo piccolo in cui più che le parole contano i luoghi, e da cui deriva una tensione più che infantile atavica: ora che conosco questo posto, cosa mi riserverà il resto? Che succederà una volta che sarò passato al livello superiore? Quali mostri abiteranno il prossimo quadro?

E poi certo, c’è quell’effetto a spirale che, per dirla ancora con Frank Santoro, “cresce, cresce e continua a crescere su se stesso: quasi alla maniera di una città”, qualcosa come una superfetazione fuori scala che può ricordare tanto il Kadath lovecraftiano (dopotutto siamo a Providence, no?) quanto l’abusivismo edilizio di Roma Est, dove passai la mia infanzia – giocando tra le altre cose ad Arkanoid – e dove per la prima volta lessi lo stesso Multiforce: Citadel City come Torre Maura, più o meno.

I vari episodi di Multiforce sono stati raccolti in un unico albo formato extralarge dall’editore Picturebox di New York. I numeri originali di Paper Rodeo in cui apparve per la prima volta il fumetto, viaggiano a prezzi indicibili nel circuito dei collezionisti.

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The part where I wake up… https://minimaetmoralia.it/fumetto/the-part-where-i-wake-up/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/the-part-where-i-wake-up/#comments Mon, 11 Jul 2011 08:57:32 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4695 Charles Burns, uno dei più geniali artisti e fumettisti americani di sempre, torna in libreria a sei anni di distanza dal monumentale Black Hole con un nuovo lavoro: X’ed Out. Tommaso Pincio ne parla sul suo blog.

di Tommaso Pincio.

I suoi ritratti compaiono regolarmente sulla rivista letteraria più stylish in circolazione, «The Believer». Anche «Time» e «The New Yorker» sollecitano spesso i suoi servigi di illustratore.

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Charles Burns, uno dei più geniali artisti e fumettisti americani di sempre, torna in libreria a sei anni di distanza dal monumentale Black Hole con un nuovo lavoro: X’ed Out. Tommaso Pincio ne parla sul suo blog.

di Tommaso Pincio.

I suoi ritratti compaiono regolarmente sulla rivista letteraria più stylish in circolazione, «The Believer». Anche «Time» e «The New Yorker» sollecitano spesso i suoi servigi di illustratore. Si sentiva tuttavia la sua mancanza. Si attendeva che il suo tratto inconfondibile — straniante evocazione di un tempo in cui il fumetto era ancora un’arte dei bassifondi — ci deliziasse con un nuovo graphic novel. L’ultimo risaliva ormai al 2004, quando vide le stampe la puntata conclusiva del monumentale Black Hole, la cui importanza nel mondo delle nuvole parlanti è stata paragonata a quella dell’Ulisse di Joyce nella letteratura moderna. Che bisognasse attendere era cosa scontata. Charles Burns è notoriamente lento e meticoloso nel proprio lavoro; ci sono voluti nove anni perché Black Hole giungesse a compimento. È dunque prevedibile che anche X’ed Out, di cui è appena apparso il primo capitolo per un totale di 56 tavole, ci lascerà col fiato sospeso per un bel po’. Il mondo messo in campo è ben noto ai fan di Burns: uno zoo visionario popolato di adolescenti angosciati e artistoidi che dividono l’esistenza tra le paranoie di cui sono prigionieri e l’assidua quanto sconsolata frequentazione di circuiti alternativi: feste underground, inaugurazioni di mostre, happening e concerti rock. Raccapezzarsi nel labirinto non è facile, perché la vicenda ci viene raccontata a forza di flashback da un giovanotto in bilico tra due dimensioni. In una di queste il nostro eroe si chiama Doug e lo vediamo col volto nascosto da una maschera di Tintin mentre declama al cospetto di un uditorio non particolarmente entusiasta versi ispirati ai cut-up di William Burroughs. L’altra dimensione, dichiaratamente onirica, prospetta invece uno scenario alla day after abitato da creature aliene, uomini lucertola con un occhio solo specializzati nella cottura di gigantesche uova maculate. Il tormentato Doug è di casa anche qui sebbene con fattezze diverse, somiglianti a un Tintin versione punk, come che se la maschera usata nelle performance si fosse per qualche ragione fusa col suo viso.

Il nome che il personaggio assume in questo mondo sotterraneo — Nitnit, ovvero Tintin al contrario — è un ulteriore omaggio alla creatura del fumettista franco-belga Hergé. E se nelle sue avventure Tintin era accompagnato dal cagnolino bianco di nome Milù, questo suo omologo underground non poteva non avere per fido compagno un gatto nero, Inky. Vien da sé che i due mondi sono paralleli sotto molti aspetti, a cominciare dal fatto che sia Doug sia Nitnit hanno la testa fasciata per ragioni che verranno presumibilmente svelate in una delle prossime puntate (stando a quanto annunciato dallo stesso Burns ne sono previste altre due). Altrettanto evidente parrebbe che il travaso da un dimensione all’altra avvenga per via onirica. Tanto Doug che Nitnit iniziano le rispettive peripezie a letto, pronunciando la seguente fatidica frase: “Ecco l’unica parte parte che mi ricorderò. La parte in cui mi sveglio e non so dove mi trovo”. Una sensazione simile assale il lettore dopo una ventina pagine, quando l’intreccio tra la sfera dei sogni e quella della realtà si fa così ingarbugliato da dubitare che il sogno sia soltanto un sogno e la realtà effettivamente reale. Forse una bussola nel labirinto è rappresentata dalla figura del padre, che compare, immutato, in entrambi i mondi. Ma confidare in un orientamento certo sarebbe comunque insensato. Nel mondo di Burns spesso le domande vengono sollevate per restare senza risposta giacché è governato dalle stesse impenetrabili regole vigenti nei film di David Lynch. E per dirla tutta, non si avverte affatto la mancanza di spiegazioni razionali. Ci basta abbandonarci all’atmosfera di adolescenziale straniamento ed emarginazione che pervade ogni suo graphic novel e che in questa sua ultima abbacinante fatica trova un momento significativo quando Doug legge i suoi cut-up. Cosa c’è infatti di più comicamente crudele di una performance alla William Burroughs fischiata da un pubblico di rockettari alternativi? Forse Lady Gaga che dice, come di recente ha fatto: “A volte mi sento ancora come la sfigata del liceo”. Ma questa è un’altra storia. O meglio: un altro incubo.

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