Charles D'Ambrosio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/charles-dambrosio/ un blog di approfondimento culturale Mon, 28 Jun 2021 19:40:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Charles D'Ambrosio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/charles-dambrosio/ 32 32 La Olivetti Lettera 32 di Charles D’Ambrosio https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-olivetti-lettera-32-charles-dambrosio/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-olivetti-lettera-32-charles-dambrosio/#respond Wed, 05 Apr 2017 13:30:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34089 di Michele Crescenzo

Olivetti Lettera 32. È proprio quella che Charles D’Ambrosio usa quando lavora a una nuova storia. La stessa macchina da scrivere che riparano i protagonisti del suo racconto "Drummond e figlio". Certo, utilizza anche il computer. Comincia da lì, segna qualche frase, appunta idee. Ma quando inizia a scrivere per davvero, il computer non è lo strumento adatto. È troppo ordinato, impostato.

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(fonte immagine)

Olivetti Lettera 32. È proprio quella che Charles D’Ambrosio usa quando lavora a una nuova storia. La stessa macchina da scrivere che riparano i protagonisti del suo racconto “Drummond e figlio”. Certo, utilizza anche il computer. Comincia da lì, segna qualche frase, appunta idee. Ma quando inizia a scrivere per davvero, il computer non è lo strumento adatto. È troppo ordinato, impostato. Usare un foglio word è come scrivere giù nel vuoto, un vuoto smisurato[1].

Quando si sbaglia basta premere il tasto “Canc” per far ricomparire una riga bianca. Con la sua Olivetti Lettera 32 no. Con lei bisogna sfilare il foglio A4 e cancellare con la penna, scrivere appunti di lato, incurvare le parole per il poco spazio, evidenziandole, ricalcandole, ignorando gli errori ortografici e tutta quella roba che il computer esegue per noi, che è sia fastidioso che scostante[2].

Quando le annotazioni diventano troppe, prende un altro foglio e ricomincia da capo. Riscrivendo tutti i periodi, ripensando all’uso e al suono di quelle  parole.

Questo è il lungo e analitico lavoro di riscrittura di Charles D’Ambrosio che rende la sua prosa densa e precisa. Il Seattle Time l’ha definita fluida, addirittura insinuante. Una frase segue l’altra con un ritmo irrefrenabile che sembra imitare la logica alterata della follia, i piccoli passi e le svolte improvvise che portano la gente dai viali illuminati ai vicoli bui[3].

Charles, D’Ambrosio, cresciuto a Seattle ma che vive a Portland, scrive solo racconti. Quasi tutti apparsi in testate come The New Yorker, The Stranger, The Paris ReviewZoetrope All-StoryForse è perché nel racconto sento tutto dentro di me in una sola volta. Come una fiamma. Un romanzo ha bisogno di un respiro più ampio, di una strutturata mappatura della storia, un’analisi precisa. Io non sono così. A me piacciono i particolari, rincorro un’idea in senso concettuale, come un’immagine che galleggia fuori là all’orizzonte, non so cosa significhi ma io la inseguo, non avendo idea di cosa effettivamente succederà. Questo con un romanzo è impossibile.[4]

I personaggi dei suoi racconti sono falegnami sul set di un film porno, uno sceneggiatore di successo finito in un ospedale psichiatrico, un ragazzo malinconico che cuoce due patate al forno e le porta con sé in una notte di neve per condividerle, infine, con un perfetto sconosciuto. Tutti hanno una ferita, causata da amori finiti male, lutti prematuri, famiglie poco presenti, ma vengono raccontati quasi sempre quando è ormai cicatrizzata. Quando il dolore è consuetudine. In questo modo D’Ambrosio porta agli occhi del lettore storie di personaggi che si muovono ai bordi di un fallimento o di una sofferenza con un inconsueto equilibrio. Come un tavolo con tre gambe che non cade mai.

Nel 1995 è stata pubblicata, negli Stati Uniti, la sua prima raccolta, The Point. “La punta”, titolo di un racconto che mostra l’America ferita del dopo-Vietnam attraverso gli occhi di un tredicenne che ha l’inusuale compito di riaccompagnare a casa amici della madre, troppo ubriachi dopo le feste. A differenza dell’editore americano, minimum fax, nel 2008, ha deciso di intitolare questa raccolta “Il suo vero nome” , rendendo omaggio a un altro racconto, la storia di un viaggio tra due sconosciuti. Un amore inaspettato, intenso e tragico. Il New York Times ha affermato che il finale di questo racconto è uno dei più memorabili della narrativa recente.

Nel 2006 minimum fax ha pubblicato la  seconda raccolta ” Il museo dei pesci morti”. Termine  usato da un personaggio del racconto omonimo per indicare la parola “frigorifero” perché, essendo un immigrato salvadoregno,  non riesce a pronunciare bene quella parola in inglese.

È questa l’America raccontata da Charles D’Ambrosio,  marginale e malconcia, che, per motivi diversi, chiama le cose con altri nomi, attribuendogli valori inaspettati. Amore, lavoro e famiglia acquisiscono nuovi significati, definizioni costruite dal loro contesto. Proprio come l’ Olivetti Lettera 32, per tanti rappresenta solo il residuo di un tempo passato, un oggetto lasciato a impolverarsi in qualche casa arredata in stile retrò, ma per l’autore è un insostituibile compagno di scrittura.

[1] http://quarterlyconversation.com/the-charles-dambrosio-interview

[2] http://quarterlyconversation.com/the-charles-dambrosio-interview

[3] http://www.minimumfax.com/libri/scheda_libro/82

[4] http://www.bookslut.com/features/2006_07_009377.php

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Perdersi con Charles D’Ambrosio https://minimaetmoralia.it/letteratura/perdersi-charles-dambrosio/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/perdersi-charles-dambrosio/#comments Wed, 21 Dec 2016 13:30:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33157 di Marco Di Marco

Come nelle sue due splendide raccolte di racconti, Il museo dei pesci morti e Il suo vero nome, sempre pubblicate da minimum fax (portate in Italia e magistralmente tradotte da Martina Testa), con i loro freddi personaggi carveriani sorpresi però a saltellare sui carboni ardenti, anche in Perdersi, che mette insieme – bypassando il registro saggistico – stralci di narrazione autobiografica differenti per argomento e intonazione, Charles D’Ambrosio continua – ma questa volta la torcia illuminante, la lanterna diogenea sicuramente marcata Coleman, è una soggettiva personalissima – a indagare un mondo, il proprio, in cui si affaccia un’America profonda e reale.

Ma per stessa ammissione di D’Ambrosio, che cita Joyce Carol Oates e Darwin, il reale è arbitrario (sembrano volerlo incarnare esattamente le case prefabbricate Fleetwood, la vendita di massa degli arredi di finto antiquariato, «i manuali di autoaiuto che tornano ciclicamente di moda da un decennio all’altro, reinventandosi la propria rilevanza»), e cioè l’equivalente di un processo evolutivo cieco, che non ha scopo e che concretizza soltanto «temporanee strategie contro l’estinzione».

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di Marco Di Marco

Come nelle sue due splendide raccolte di racconti, Il museo dei pesci morti e Il suo vero nome, sempre pubblicate da minimum fax (portate in Italia e magistralmente tradotte da Martina Testa), con i loro freddi personaggi carveriani sorpresi però a saltellare sui carboni ardenti, anche in Perdersi, che mette insieme – bypassando il registro saggistico – stralci di narrazione autobiografica differenti per argomento e intonazione, Charles D’Ambrosio continua – ma questa volta la torcia illuminante, la lanterna diogenea sicuramente marcata Coleman, è una soggettiva personalissima – a indagare un mondo, il proprio, in cui si affaccia un’America profonda e reale.

Ma per stessa ammissione di D’Ambrosio, che cita Joyce Carol Oates e Darwin, il reale è arbitrario (sembrano volerlo incarnare esattamente le case prefabbricate Fleetwood, la vendita di massa degli arredi di finto antiquariato, «i manuali di autoaiuto che tornano ciclicamente di moda da un decennio all’altro, reinventandosi la propria rilevanza»), e cioè l’equivalente di un processo evolutivo cieco, che non ha scopo e che concretizza soltanto «temporanee strategie contro l’estinzione».

Il processo evolutivo e il reale rispondono, insomma, solo a un principio autoconservativo, e forse già qui affonda il primo pilastro del loitering del titolo originale del libro: ogni tentativo di ricostruzione, di confronto con le proprie radici – familiari, sociali, culturali – e di rappresentazione di una geografia esistenziale attraverso luoghi, situazioni, personaggi e oggetti, assecondano un bisogno di sopravvivenza non tanto identitaria quanto fisica e psicologica.

È per questo che un traguardo non c’è, che è tutto un perdersi, attardarsi, girare in tondo alle trame di se stessi: il naufragare è dolce proprio perché il mare che si affronta è una tempesta, perché siamo al tempo stesso l’onda che si abbatte e il legno che si schianta e cola a picco.

Ed è per questo che il perdersi del titolo non fa altro che consacrare la sua antitesi, il ritrovarsi (così come, proustianamente, il tempo è perduto e insieme ritrovato), perché in questi testi di D’Ambrosio ogni spunto di autobiografia – sia esso la corrispondenza come unica forma di comunicazione con il padre, la degenerazione di un litigio domestico sfociata in massiccio intervento della polizia o la visita a un ecovillaggio di Austin – che innesca una scrittura capace di portarti in giro per una psicogeografia tutta americana alla velocità delle galoppate autostradali di Neal Cassady attraverso il continente in una via crucis costellata anche di stazioni che pretendono un tributo amaro e silenzioso, è un modo per sentirsi sani e salvi alla fine del viaggio, toccarsi le diverse parti del corpo per rassicurarsi di essere tutti interi, ritrovarsi – appunto – a rifiatare una consapevolezza sempre nuova di se stessi.

Da una Seattle in cui l’autore stenta a riconoscersi agli anfibi che il fratello indossava quando si è suicidato (impossibile dimenticare l’immagine che ne offre D’ambrosio: questo paio d’anfibi, riempiti di sassi, a tenere strette le lettere del fratello, che campeggia sulla scrivania dell’autore); dalla cronistoria familiare del rapporto col denaro (nonno allibratore, padre broker e insegnante di finanza, e lui giovanissimo risparmiatore di dollari d’argento) ai destini dei giocatori d’azzardo nel piccolo bar gestito dallo zio nei sobborghi di Chicago le cui vite creano l’esatta sovrapposizione tra perdere e perdersi (losing e loitering sembrano così evidenziare una loro radice comune); dall’esperienza simil-beat di viaggiare sui treni merci e dalla trasversale opinione sulla caccia alle balene nel «profondo Ovest» alla Hell House di Dallas e al suo posticcio olocausto di orrore che invece di creare repulsione verso il degrado umano, ne legittima una fascinazione; dalla bellezza della prosa grezza di Brautigan ai temi del suicidio e del silenzio che percorrono sotterranei tutta l’opera di Salinger: tutto compone un mosaico che altro non è se non uno specchio in cui riflettersi per constatare di essere vivo e vitale.

E le tessere di questo mosaico sono le ferite fisiche e le cicatrici della memoria, la galleria di personaggi e di odori della «novità americana», le mappe metropolitane e gli scorci di nature incontaminate, per una lunga elegia sulla solitudine, intima dell’autore, dei personaggi che cattura anche con mezza riga di descrizione perfetta («aveva la bellezza rozza e sinistra di un porno divo», «era quasi nano e sembrava una scultura abbandonata, un proposito dimenticato»), delle città dell’Ovest e dell’America intera,  nel collaudato «processo brutale» che è «la costruzione degli americani».

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A pesca nelle pozze più profonde https://minimaetmoralia.it/letteratura/a-pesca-nelle-pozze-piu-profonde-paolo-cognetti/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/a-pesca-nelle-pozze-piu-profonde-paolo-cognetti/#respond Wed, 19 Nov 2014 09:10:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24418 È in libreria A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull'arte di scrivere racconti di Paolo Cognetti (minimum fax). Pubblichiamo il post, uscito sul suo blog il 24 ottobre, in cui Cognetti racconta come nasce questo libro e vi segnaliamo la presentazione oggi, mercoledì 19 novembre, alle 19.30 alla libreria minimum fax di Roma. Interviene Luca Ricci.

Ho cominciato a leggere racconti verso i sedici anni. Cioè, in pratica, quando ho cominciato a leggere per conto mio. I primi furono quelli di Bukowski: Storie di ordinaria follia, Taccuino di un vecchio porco, Musica per organi caldi. Adoravo il vecchio Hank come una rockstar, anzi un punk alcolizzato ed erotomane sopravvissuto fino alla terza età. Lo scrittore successivo a farmi secco fu Hubert Selby Junior, il tossico, il tubercolotico, con Ultima fermata a Brooklyn, e poi venne Dago Red di John Fante, quel figlio di immigrati abruzzesi che proprio Bukowski aveva salvato dall'oblio. Sono tortuose le vie che ti portano da un libro all'altro: allora la mia tecnica era quella di cercare gli scrittori preferiti dei miei scrittori preferiti - e in effetti funzionava. Mi piacevano gli americani per la loro lingua semplice, e per la vita che traboccava dai loro libri.

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È in libreria A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull’arte di scrivere racconti di Paolo Cognetti (minimum fax). Pubblichiamo il post, uscito sul suo blog il 24 ottobre, in cui Cognetti racconta come nasce questo libro e vi segnaliamo la presentazione oggi, mercoledì 19 novembre, alle 19.30 alla libreria minimum fax di Roma. Interviene Luca Ricci.

Ho cominciato a leggere racconti verso i sedici anni. Cioè, in pratica, quando ho cominciato a leggere per conto mio. I primi furono quelli di Bukowski: Storie di ordinaria follia, Taccuino di un vecchio porco, Musica per organi caldi. Adoravo il vecchio Hank come una rockstar, anzi un punk alcolizzato ed erotomane sopravvissuto fino alla terza età. Lo scrittore successivo a farmi secco fu Hubert Selby Junior, il tossico, il tubercolotico, con Ultima fermata a Brooklyn, e poi venne Dago Red di John Fante, quel figlio di immigrati abruzzesi che proprio Bukowski aveva salvato dall’oblio. Sono tortuose le vie che ti portano da un libro all’altro: allora la mia tecnica era quella di cercare gli scrittori preferiti dei miei scrittori preferiti – e in effetti funzionava. Mi piacevano gli americani per la loro lingua semplice, e per la vita che traboccava dai loro libri.

Mi ero già accorto anche di preferire i racconti ai romanzi: avevo sedici anni e una fretta del diavolo, volevo storie che si potessero leggere tutte in una volta, ero impaziente di sapere come andavano a finire; dei romanzi saltavo le pagine per arrivare in fondo il prima possibile. Presto dentro presto fuori, per dirla con Carver. Lui era un altro che si annoiava subito: non mi fate annoiare, diceva, perché se no a pagina due scaglio il libro contro il muro. È il caratteraccio tipico del lettore di racconti.

Votandomi alla forma breve non sapevo che avrei avuto una vita così dura, ma lo scoprii molto presto. Le raccolte di racconti in libreria erano rare, ben nascoste negli scaffali più bui, destinate a tornare in fretta negli scatoloni. Quelle tradotte dall’americano risultavano misteriosamente manomesse: mancavano racconti dell’edizione originale, l’ordine era cambiato, il titolo irriconoscibile; un’antologia monumentale veniva spezzettata in libricini a cadenza incerta, che poi smettevano di uscire perché non li comprava nessuno. C’erano titoli fuori catalogo alla cui ricerca battevo biblioteche e mercatini delle pulci.

Ricordo nitidamente il giorno in cui mia sorella mi procurò una vecchia edizione dei racconti di Cheever, scomparsa da anni, intitolata Addio fratello mio (eravamo andati a vivere in due case diverse, e il titolo le era sembrato benaugurante). O il ritrovamento miracoloso di una copia di Jesus’ Son – l’esordio di Denis Johnson – tra i fondi di magazzino di una libreria di Torino. E poi gli anni passati a cercare Harold Brodkey, Primo amore e altri affanni, perché lo vedevo citato dappertutto ma i cataloghi Mondadori l’avevano depennato da un pezzo, finché non lo pescai incredulo al chiosco dei libri usati di piazzale Baracca. E ancora un numero di Panta del 1994, in cui venivano proposte alcune nuove voci della letteratura americana, e facevano il loro esordio da noi, tutti insieme, scrittori come Charles D’Ambrosio, Jennifer Egan, Jeffrey Eugenides, Donna Tartt, William Vollman, David Foster Wallace: prima di ogni racconto c’era una foto dell’autore a tutta pagina, e io stavo lì a fissare quei volti come fossero lontani amici di penna. Cosa stavano facendo adesso? Sarebbero mai diventati dei grandi scrittori, o il loro momento di gloria finiva lì? Wallace aveva la bandana in testa e quella sua aria da bambinone corrucciato. D’Ambrosio pescava trote sulla riva di un fiume impetuoso, e in quel momento scrivere sembrava proprio l’ultimo dei suoi pensieri.

Il racconto di Wallace in quell’antologia era il bellissimo Per sempre lassù. Quello di D’Ambrosio, Il suo vero nome, riusciva perfino a superarlo. Ogni tanto incontravo lettori – e se per questo li incontro ancora – che dichiaravano con noncuranza: “io non leggo racconti”, come un amante della musica che si rifiuti di ascoltare il jazz. Abitavamo decisamente mondi diversi. Così cominciai a dire in giro, con la stessa aria di superiorità, che io non leggevo romanzi. Ed era vero. Ho letto davvero pochissimi romanzi in vita mia, ma ho una biblioteca di racconti che per anni è stata il mio orgoglio e la mia compagnia. Noi lettori di racconti facciamo una cosa che coi romanzi non si fa: la sera abbassiamo le luci, sfiliamo dalla biblioteca un vecchio racconto che abbiamo amato molto, lo mettiamo sul piatto e ci sediamo in poltrona a gustarcelo come un pezzo già ascoltato mille volte, sapendo a memoria come gira la musica, assaporandola proprio per questo.

Poi c’erano gli editori. Quelli che pubblicavano racconti li consideravo eroi carbonari. Erano piccoli, quegli editori lì, e potevano pubblicare solo i libri che i grandi editori scartavano, come cercando tesori nella discarica sconfinata dei libri che non vuole nessuno. C’erano i misteriosi Serra & Riva (negli anni Ottanta avevano scoperto Cattedrale di Carver e Il percorso dell’amore di Alice Munro). La benemerita Tartaruga (editore femminista che ha sempre pubblicato solo donne, tra cui ancora la Munro, Margaret Atwood, Grace Paley, e poi una raccolta di racconti che per anni ho sostenuto essere il mio libro preferito: Ho un debole per i cowboy di Pam Houston). E poi editori che nella mia testa collegavo a uno scrittore-bandiera: Marcos y Marcos pubblicava John Fante, Fandango pubblicava Cheever, e/o pubblicava Joyce Carol Oates, minimum fax pubblicava Carver e poi dal 2001, con Burned Children of America, cominciò a pubblicare un’intera generazione di scrittori di racconti, e io li ho letti proprio tutti dal primo all’ultimo. Tom Jones. David Means. Charles D’Ambrosio. A.M. Homes. George Saunders. Rick Moody. Di quanti scrittori mi innamorai al primo colpo. Sono stati anni entusiasmanti.

Dei cinquecento e passa volumi della mia collezione ce ne sono sette che ho messo uno accanto all’altro in uno scaffale appartato, che considero lo scaffale dei miei libri preferiti. I quarantanove racconti di Hemingway. Tutti i racconti di Flannery O’Connor. I Nove racconti di Salinger. I Piccoli contrattempi del vivere di Grace Paley. Da dove sto chiamando di Carver. Nemico amico amante di Alice Munro. E Ho un debole per i cowboy di Pam Houston. Quattro a tre per le donne, per fortuna. Alla Tartaruga sarebbero fiere di me. Quando guardo quello scaffale sono proprio contento che quei libri siano lì, come uno è contento che una certa persona sia al mondo, e stia facendo le sue cose, pure se non la vede da un po’. Ciao, mi viene da dirgli la mattina.

Tutto questo solo per annunciare che ieri è uscito un libro che ho scritto io, e ha pubblicato minimum fax, sulla mia storia di lettore di racconti. Si intitola A pesca nelle pozze più profonde. Non è un manuale di pesca né di scrittura creativa. È piuttosto il tentativo di mettere insieme certi pensieri ricorrenti, certe intuizioni avute durante quegli ascolti serali; è un provare a dire perché alle storie di mille pagine preferisco quelle di venti; è un lavoro che mi ha richiesto molta fatica, più di quella che faccio di solito per scrivere una storia; e infine è una dichiarazione d’amore. Ho scritto questo libro soprattutto per dire a certi scrittori, vivi e morti, che io gli voglio bene.

È diviso in tre parti. La prima parla di mistero. La seconda parla di amore. La terza parla di Sofia. Quando un libro infine viene pubblicato sembra già una cosa lontanissima, scritta da qualcuno che eri tempo fa e che torna a cercarti dal passato: hai ancora una fretta del diavolo, salti ancora le pagine per arrivare alla fine, e quando lo sfogli non riesci a credere che quello scrittore eri proprio tu.

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