Charlie Hebdo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/charlie-hebdo/ un blog di approfondimento culturale Mon, 30 Jul 2018 10:27:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Charlie Hebdo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/charlie-hebdo/ 32 32 Rivivere dopo «Charlie Hebdo» https://minimaetmoralia.it/libri/rivivere-charlie-hebdo/ https://minimaetmoralia.it/libri/rivivere-charlie-hebdo/#comments Mon, 30 Jul 2018 06:00:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37866 Pubblichiamo un pezzo apparso lo scorso 15 luglio su La domenica del Sole 24 ore, che ringraziamo. (fonte immagine)

di Filippo D’Angelo

La sera del 6 gennaio 2015, Philippe Lançon, uno dei migliori giornalisti culturali francesi, collaboratore di «Libération» e «Charlie Hebdo», assiste in compagnia di amici a una rappresentazione della Dodicesima notte. La sortita è anche l’occasione per festeggiare in un bistrot l’invito appena ricevuto a tenere un corso di letteratura all’università di Princeton. Lançon, che ha cinquant’anni e, dopo un divorzio doloroso, vive una nuova relazione con una donna che abita negli Stati Uniti, è raggiante per l’opportunità offertagli.

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Pubblichiamo un pezzo apparso lo scorso 15 luglio su La domenica del Sole 24 ore, che ringraziamo. (fonte immagine)

di Filippo D’Angelo

La sera del 6 gennaio 2015, Philippe Lançon, uno dei migliori giornalisti culturali francesi, collaboratore di «Libération» e «Charlie Hebdo», assiste in compagnia di amici a una rappresentazione della Dodicesima notte. La sortita è anche l’occasione per festeggiare in un bistrot l’invito appena ricevuto a tenere un corso di letteratura all’università di Princeton. Lançon, che ha cinquant’anni e, dopo un divorzio doloroso, vive una nuova relazione con una donna che abita negli Stati Uniti, è raggiante per l’opportunità offertagli.

Di ritorno a casa, prima di andare a dormire, guarda un’intervista televisiva a Michel Houellebecq, di cui è in uscita il nuovo romanzo, Sottomissione, già in odore d’islamofobia. Lançon si chiede che domande potrà fargli quando, qualche giorno dopo, dovrà intervistarlo a sua volta per «Libération». L’esercizio giornalistico dell’intervista gli sembra inutile, pleonastico, a maggior ragione con uno scrittore come Houellebecq, la cui opera è sommersa dal fracasso mediatico. Il critico spegne la televisione per terminare la propria giornata nel silenzio.

Questa quotidianità da sofisticato intellettuale parigino, pervasa di socievolezza, edonismo e cultura, fu spazzata via la mattina dopo, per trasfigurarsi nella sopravvivenza precaria di un corpo e di una coscienza mutilati. Philippe Lançon era alla riunione di redazione settimanale di «Charlie Hebdo» quando i fratelli Kouachi irruppero nella sede del giornale e, al grido monotono di «Allah akbar!», massacrarono i presenti a colpi di kalashnikov. Fu lasciato per morto, in un lago di sangue, tra i cadaveri dei suoi colleghi e amici.

Le lambeau, il lembo (Gallimard, 2018), accolto in Francia come un libro catartico, con immediato successo di critica e pubblico, racconta il passaggio brutale tra queste due condizioni. Nelle prime cento pagine: l’antefatto innocente e l’esperienza dell’eccidio, lucida e irreale, sospesa in un tempo senza durata, vissuta come uno sdoppiamento tra l’io a suo modo integro del passato e un io ridotto a brandelli, che sarà ormai l’io del presente, se non del futuro. Nelle quattrocento pagine che seguono, la scrittura ricuce pazientemente i lembi di questo nuovo io, così come i chirurghi hanno tentato di ricostruire con decine di operazioni il volto mutilato dell’autore (la mandibola è stata tranciata dalle pallottole, per ricostruirne un’altra vengono prelevati ossa e tessuti da diverse parti del corpo). Ad accompagnare l’autore nel suo cammino purgatoriale non sono solo i medici e gli infermieri, ma gli amici, i familiari, gli amori passati e presenti, i poliziotti della scorta che veglia su di lui giorno e notte, gli altri malati: una vasta galleria di personaggi tratteggiati con penna a volte carezzevole, altre pungente, secondo la migliore tradizione di quel genere un po’ perverso che è il romanzo ospedaliero.

Lançon è rimasto ricoverato per nove mesi, sette dei quali agli Invalides, lo storico ospedale militare dove, dal Seicento, vengono sbarellati i feriti di tutte le guerre francesi. La sua immedesimazione in questo tempio della sofferenza è totale. Lo chiama «il mio castello», ne ripercorre in lungo e in largo le ali e i cortili, è fiero di riceverci amici e parenti, come se ne fosse il proprietario.

Forse, è proprio la sua identificazione atemporale con questo luogo a permettergli di non sovrapporre al proprio volto sfigurato la maschera della vittima. L’attualità, col suo strascico di polemiche sull’Islam, è tenuta a distanza. Durante la sua degenza Lançon non legge i giornali e non guarda la televisione, gli unici libri che gli tengono compagnia sono, consultati giorno dopo giorno come oracoli, la Recherche, le lettere di Kafka a Milena e La montagna incantata. L’esperienza di un trauma che si pensava possibile solo in guerre lontane nel tempo o nello spazio spinge alla ritrosia e al raccoglimento. Retrospettivamente, la scrittura porta la traccia di questo apprendistato della distanza: rigetta la velocità giornalistica e gli effetti di “presa diretta” a beneficio della lentezza, della meditazione digressiva. L’esito, agli antipodi di certa letteratura testimoniale e vittimaria, è una narrazione a tenue intensità emotiva, che non rinuncia all’ironia e rivendica il proprio diritto alla sospensione del giudizio.

È raro che un’opera letteraria possa qualcosa contro la violenza. Se l’autore antiretorico del Lembo riesce, quasi suo malgrado, in questo intento, è per la sua determinazione a non indagare le cause del male, a descriverne le sole conseguenze sulla propria pelle. Così circoscritta all’anatomia dei suoi effetti, la violenza subisce una reductio ad absurdum che nessuna interpretazione storica o filosofica, nessuna spiegazione sociologica o giornalistica potrà ribaltare.

Ma, come mostra un apologo nelle ultime pagine del libro, Philippe Lançon è uno scrittore troppo lucido per trarre una vera consolazione dal libro, bello e importante, che ha scritto.

Poche settimane prima di essere dimesso dall’ospedale, l’autore del Lembo anticipa il proprio ritorno in società partecipando alla festa di un’amica editrice. Mentre si aggira con disagio tra gli invitati, scorge in un angolo Michel Houellebecq, anche lui sorvegliato da un poliziotto di scorta. I due uomini si stringono la mano, farfugliano qualcosa sugli attentati. Houellebecq, il cui disfacimento fisico è da anni un fenomeno iconico, appare a Lançon come carico del peso di tutta la disperazione del mondo: un essere ormai senza sesso e senza età, che ha risalito il corso del tempo fino a trasformarsi in un animale preistorico. Prima di congedarsi, l’autore di Sottomissione lo fissa a lungo con il suo sguardo da dinosauro e, parafrasando un enigmatico versetto del Vangelo secondo Matteo, gli sussurra: «Alla fine sono i violenti ad averla vinta».

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Luz, la catarsi di un fumettista ferito https://minimaetmoralia.it/libri/luz-la-catarsi-di-un-fumettista-ferito/ https://minimaetmoralia.it/libri/luz-la-catarsi-di-un-fumettista-ferito/#respond Sat, 23 Jan 2016 11:31:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29736 Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

di Marco Frattaruolo

Se c'è una cosa che l'attentato del 7 gennaio 2015 alla redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo è stato capace di far emergere, riguarda il triste calare della maschera dell'ipocrisia sui volti di molti di noi. Da un giorno all'altro diplomatici, personaggi controversi e uomini comuni si erano ritrovati ad essere dei piccoli #charlie, quando, fino al giorno prima, di quello scomodo e irriverente Charlie Hebdo, molti di questi ignoravano o, ancor peggio, con fatica riuscivano a tollerare l'esistenza.

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

di Marco Frattaruolo

Se c’è una cosa che l’attentato del 7 gennaio 2015 alla redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo è stato capace di far emergere, riguarda il triste calare della maschera dell’ipocrisia sui volti di molti di noi. Da un giorno all’altro diplomatici, personaggi controversi e uomini comuni si erano ritrovati ad essere dei piccoli #charlie, quando, fino al giorno prima, di quello scomodo e irriverente Charlie Hebdo, molti di questi ignoravano o, ancor peggio, con fatica riuscivano a tollerare l’esistenza.

Andò a finire che i poveri Charb, Wolinski, Cabu e Tignous (insieme a Philippe Honoré, Mustapha Ourrad, Elsa Cayat, Bernard Maris, Michel Renaud, Frederic Boisseau, Ahmed Merabet e Franck Brinsolaro) divennero, loro malgrado, simboli per antonomasia di quella libertà di espressione e satira di cui il mondo occidentale aveva fino a quel momento guardato bene dal curarsi.

A poche settimane dalla tragedia a far emergere questo fondo di ipocrisia, velato, ma neanche troppo, era stato Luz, firma storica della rivista sopravvissuto alla strage per puro caso (quel mercoledì mattina, giorno del suo compleanno, era rimasto a festeggiare tra le lenzuola con la sua compagna), attraverso un’intervista rilasciata al magazine Les Inrocks nella quale, con il solito ghigno beffardo e libertino, non aveva esitato ad evidenziare le grandi contraddizioni dell’opinione comune: “Nel 2007, con la pubblicazione delle caricature di Maometto del giornale danese Jyllands-Posten, siamo stati definiti o provocatori o eroi della libertà di stampa. Nel 2011, quando la nostra sede fu incendiata, fummo definiti di nuovo degli eroi. Nel 2012, in occasione dell’uscita di un film idiota sui musulmani (L’innocence des musulmans), disegnammo Maometto su Charlie, come al solito. Diventammo allora dei pericolosi provocatori che fanno chiudere le ambasciate e terrorizzano i francesi residenti all’estero. I media danno una rilevanza eccessiva ai nostri disegni, mentre noi non siamo che una piccola fanzine da liceali […] La carica simbolica attuale va contro tutto ciò per cui Charlie si è sempre battuto: la distruzione dei simboli, la caduta dei tabù, lo smascheramento delle illusioni. È bellissimo il sostegno della gente, ma non c’entra nulla con quello che sono le vignette di Charlie”.

In questo lungo virgolettato è  riassunto tutto il pensiero di chi Charlie lo ha vissuto veramente e di coloro che, al di la dei semplici quanto futili hashtag, hanno dovuto sobbarcarsi il dolore, quello vero. Quel dolore che giorno giorno dopo logora dentro continuando a scavare vuoti incolmabili.

Il fardello del dolore

All’indomani delle manifestazioni (e delle teatrali parate) di vicinanza al popolo francese e a quel che rimaneva della redazione dell’ “irresponsabile giornale” di satira, ai disegnatori e giornalisti di quest’ultimo non restava che farsi forza e discutere delle scelte da compiere nell’immediato futuro. Tornare in edicola? Quale messaggio lanciare? Curvo su un foglio bianco, con i pensieri sfocati e gli occhi grondanti di lacrime toccò proprio a Luz – all’anagrafe Rénald Luzier – dare risposta alle tante domande. Il risultato fu quell’essenziale vignetta che ritraeva un fallico Maometto che piagnucolante sibilava: “Siete tutti perdonati”.

Fu questo il moto di orgoglio di un vignettista, ma ancor prima uomo, ferito che di li a poco, stufo delle diatribe interne alla redazione, avrebbe annunciato il suo addio. E fu quello il momento in cui Luz si accorse che il disegno lo stava abbandonando. Le pagine bianche sulle quali, fin dalla tenera età, aveva riversato litri e litri di inchiostro, ora avevano nient’altro che un effetto inibitorio. Se ne era andato, così come “se ne era andato quel pugno di cari amici”, per mano del folle gesto compiuto dai fratelli Kouachi in nome di un dio intangibile. Le matite spuntate, gli inchiostri seccati, le pagine di un bianco candido stavano diventando l’incubo di Luz. Finchè un giorno l’amico disegno non è tornato “un poco alla volta. A volte più serio, a volte più lieve. Con lui ho parlato, ho pianto, urlato, mi sono riconciliato man mano che il segno diventava più chiaro. Abbiamo cercato entrambi di comprendere”.

E da quell’esatto momento è cominciata la fase di elaborazione del dolore di Luz. Attraverso schizzi, disegni e scarabocchi che hanno dato forma a Catarsi (in Italia edito da Bao Publishing) “non una testimonianza, ancor meno un’opera a fumetti, ma piuttosto la storia di come si sono ritrovati due amici che hanno rischiato di perdersi di vista per sempre”, sottolinea in sede di introduzione al volume il quarantatreenne vignettista di Tours.

Nelle 130 pagine Luz si mette letteralmente a nudo. Così come a nudo vengono messe le sue emozioni. Morte e vita. Sangue e risate. Fantasmi e ansie. Sfogliando Catarsi si percepisce come Luz non abbia avuto scelta, come inerme abbia dovuto sobbarcarsi ansia, terrore e paura. Sentimenti che lo hanno aggredito e che lui, da uomo, non ha potuto far altro che subire. Li mette nero (e rosso sangue) su bianco con il suo tratto scheletrico e bambinesco, che ricorda da vicino quello di André Franquin.  C’è il sesso con Camille nel quale il fumettista trova rifugio, i quotidiani episodi di sclero e di ansia (a cui Luz darà il nome di Ginette). Le sedute dalla psicologa à-la Woody Allen e i viaggi nella lontana infanzia, quando tutto ancora non era compromesso. E poi ancora i trip deliranti nella propria testa, che danno vita a chiacchierate dall’oltretomba con il suo “amante” Charb.

Catarsi come ben descritto da Boris Battaglia sulle pagine di Fumettologica “è un blues e come il blues di Johnson era realmente tristezza, così questo libro è puro disegno e pura disperazione”. Ma è anche, aggiungiamo noi, un pugno di rabbia assestato a quegli oscuri fantasmi che di allentare la morsa, chissà per quanto tempo ancora, non ne vorranno sapere.

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Ho perso un lavoro per un tweet https://minimaetmoralia.it/interventi/ho-perso-un-lavoro-per-un-tweet/ https://minimaetmoralia.it/interventi/ho-perso-un-lavoro-per-un-tweet/#comments Mon, 11 May 2015 04:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26757 di Claudia Durastanti

Lo scorso 27 aprile, mentre Teju Cole, Rachel Kushner e altri scrittori ritiravano la propria partecipazione dal galà del PEN in seguito alla decisione del comitato di assegnare il Toni and James C. Goodale Freedom of Expression Courage Award per il 2015 alla redazione di Charlie Hebdo, in un’altra parte della galassia, e con molto meno clamore, io perdevo una collaborazione di lavoro con una testata per aver manifestato tramite un tweet la mia perplessità nei confronti degli insulti che questi scrittori stavano ricevendo: è una circostanza strana quella di dileggiare la libertà di opinione altrui quando lo si fa per difendere la libertà di opinione di chi nell’esercizio di questa pratica è morto.

Ora, un direttore ha il diritto di selezionare e scartare ogni collaboratore nella maniera che preferisce o per le ragioni che ritiene più opportune, anche per un tweet di cui non condivide il contenuto. Il collaboratore, dalla sua, ha la facoltà di raccontare la propria esperienza, soprattutto se questa svela alcuni meccanismi che ritiene di interesse comune.

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di Claudia Durastanti

Lo scorso 27 aprile, mentre Teju Cole, Rachel Kushner e altri scrittori ritiravano la propria partecipazione dal galà del PEN in seguito alla decisione del comitato di assegnare il Toni and James C. Goodale Freedom of Expression Courage Award per il 2015 alla redazione di Charlie Hebdo, in un’altra parte della galassia, e con molto meno clamore, io perdevo una collaborazione di lavoro con una testata per aver manifestato tramite un tweet la mia perplessità nei confronti degli insulti che questi scrittori stavano ricevendo: è una circostanza strana quella di dileggiare la libertà di opinione altrui quando lo si fa per difendere la libertà di opinione di chi nell’esercizio di questa pratica è morto.

Ora, un direttore ha il diritto di selezionare e scartare ogni collaboratore nella maniera che preferisce o per le ragioni che ritiene più opportune, anche per un tweet di cui non condivide il contenuto. Il collaboratore, dalla sua, ha la facoltà di raccontare la propria esperienza, soprattutto se questa svela alcuni meccanismi che ritiene di interesse comune.

Quello che vorrei fare è analizzare questo episodio non per erigermi a paladina della libertà di opinione, battaglia che non posso permettermi e che troverei fuori proporzione. Credo, tuttavia, che sia rivelatorio di una serie di fragilità a cui chi fa il mio mestiere si ritrova esposto, soprattutto se è molto presente sui social network.

Quello che mi lascia perplessa non è la conclusione di un rapporto che non posso definire neanche di lavoro. In un contesto editoriale in cui incarichi, regole e compensi sono spesso informali, la mia presenza su quella rivista era una “consuetudine”: a loro piacevano i miei articoli, a me piaceva scriverci.

Prima o poi poteva finire: il giornalismo è un ambiente promiscuo e pur divertendomi su quelle pagine, mi era chiara la natura transitoria del mio passaggio, se non altro per ragioni di banale turnover. Forse nel lungo periodo ci saremmo sentiti a disagio entrambi, forse i miei pezzi sarebbero risultati sempre più stanchi e insoddisfacenti.

Non ho mai pensato che scrivere per questa rivista implicasse il mio allineamento ideologico, tanto più che la linea editoriale era spesso agli antipodi del mio pensiero politico e sociologico. Ciò non ha impedito che scrivessi gli articoli che volevo e non ho mai subito censure. Per questo è disorientante che la libertà di cui godevo nei miei pezzi – per farla breve in quello per cui venivo pagata – fosse una libertà sconveniente fuori, nel mondo di Twitter, in una sfera che non era sotto la giurisdizione della testata, non era definita da un rapporto economico ed esulava dalla conversazione direttore-collaboratore.

Sul mio profilo Twitter non c’è scritto «views are my own»: uno perché la dicitura mi fa sorridere, due perché non ritengo che sia sufficiente a proteggermi. Può avere senso per un editorialista forte, legato da un contratto formale a una testata che ha interesse a limitare il suo raggio di azione o ad affrancarsi dalle sue opinioni, ma questo non era chiaramente il mio caso. Né per fama, né per situazione contrattuale (non mi veniva corrisposto un compenso per rappresentare la testata online, ma per recensire libri): io ero, come tanti altri collaboratori, una consuetudine.

La domanda è: sapendo a cosa sarei andata incontro avrei detto lo stesso la mia sulla decisione del PEN? La risposta onesta è no. Me lo sarei risparmiato. Avrei tutelato una fonte di reddito, l’avrei protetta; vivo in uno stato di necessità e devo difendermi. Se le regole fossero state chiare, mi sarei comportata di conseguenza. È una questione di responsabilità: vorrei essere sempre padrona delle mie scelte, sapere cosa rischio e cosa no. Ma come si tutela un collaboratore quando il contesto è opaco e le informazioni di cui dispone sono poche?

In uno scenario editoriale in cui le risorse sono limitate, allocate secondo una vasta gamma di criteri che vanno dal talento al merito, dal favore alla precettazione, senza che la nostra lettura del sistema sia univoca, senza che sia possibile trarne delle regole, il fatto di aver collaborato con una delle poche testate che paga regolarmente ha una discreta influenza sul modo in cui questo episodio viene assimilato e affrontato. Introduce un elemento di condizionamento – quello del compenso in uno scenario competitivo – che mi impedisce di rinnegare quel luogo, quel modo di fare giornalismo, perché per un anno me ne sono servita. Ed è anche per questo che vorrei si evitasse di strumentalizzare la questione come una guerra tra due schemi ideologici e professionali opposti, perché non lo è, o non del tutto.

La mia sensazione, a giorni da quanto accaduto, è che siamo tutti più deboli e scoperti di quanto ci piaccia pensare.

Parlando con i miei colleghi, ho riscontrato reazioni tutte a loro modo interessanti: solidarietà, raccapriccio, ironia, disagio per la propria vicinanza alla sottoscritta, timore di dover fare gesti eroici al seguito, coraggio, ilarità pura, indignazione, incredulità, inviti a lasciar perdere, «quel direttore deve essere punito», «quel direttore deve essere lasciato in pace», «quel direttore ti fa trovare la testa di cavallo nel letto», «quel direttore può fare quello che gli pare», conversazioni che nel più cupo dei casi ricordavano le macchinazioni di House of Cards e nel migliore quelle dell’Ordine della Fenice per far fuori Voldemort. Finché non ho capito che la storia non era quella.

La storia è che viviamo in un momento professionale in cui non ci sentiamo abbastanza forti o convinti da difendere un’idea o un principio per i quali cui abbiamo iniziato a fare questo mestiere – o quantomeno molti di noi lo hanno fatto – il che aumenta la consapevolezza di quanto sia ironico difendere la libertà di opinione di Charlie Hebdo quando siamo sottoposti a una serie di condizionamenti o di paure molto più immediati e di rifiuti per l’opinione altrui molto più epidermici e istintivi.

Cerco di non di ridurre la questione a me, a questa testata particolare e al suo direttore.

Penso che sarebbe in qualche modo inopportuno se andasse così, e avrei parzialmente fallito gli intenti di questo articolo, o come vogliamo chiamarlo.

E quindi? E quindi quella rivista andrà avanti secondo la linea editoriale che il direttore ritiene più consona, nella sezione culturale continueranno a scrivere firme che stimo e io continuerò a collaborare con altri giornali.

Restano però delle domande, che fino a qualche giorno fa non mi ponevo.

Nell’ovvia asimmetria di potere tra direttore e collaboratore, in un contesto arbitrario e opaco che espone un giornalista a una fragilità estensiva, fino a che punto il collaboratore deve essere responsabile delle proprie opinioni? Qual è il limite del suo raggio di azione, del campo in cui ci si aspetta che tale collaboratore sia questa cosa o quest’altra cosa ancora?

Per citare Conrad che non sapeva come spiegare alla moglie che anche mentre guardava dalla finestra stava lavorando, come facciamo a dimostrare che quando stiamo su Twitter o Facebook NON stiamo lavorando? E questo è sempre vero? Come si regolano dinamiche del genere?

Il tuo comportamento in rete fa sì che tu possa essere selezionato ed espulso dal sistema dell’informazione. È la stampa bellezza, e questa storia non è la mia perdita dell’innocenza: quella, se avessi voluto preservarla, avrei fatto un altro mestiere. Ma è sicuramente una storia che mi spingerà a essere più cinica e calcolatrice, quando credevo di esserlo diventata già abbastanza; un episodio che affligge il residuo marginale di ideale con cui affronto la pratica giornalistica, seppure in maniera informale.

E, soprattutto, è una storia che mi spinge a pensare che io Twitter devo continuare a usarlo per postare le foto dei posti fichi in cui sono stata e dei libri interessanti che ho letto.

Nel dirlo mi rendo conto di aver perso qualcosa.

Spero di non metterci anni a capire cos’è, e di non deprimermi troppo nel frattempo, nella consapevolezza che fa parte del gioco e posso accettarlo.

Prima, però, devo capire che si tratta di un gioco.

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La terza via dei musulmani di Brescia https://minimaetmoralia.it/reportage/la-terza-via-dei-musulmani-di-brescia/ https://minimaetmoralia.it/reportage/la-terza-via-dei-musulmani-di-brescia/#comments Fri, 08 May 2015 12:30:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26594 Brescia. Le tre sorelle arrivano a braccetto. Una piccola legione compatta e sorridente. L’appuntamento è davanti all’entrata dell’università, ora di punta. Sms: «Come vi riconosco?». Messaggino di risposta: «Portiamo il velo». In verità solo Asmaa e Hasna Bouchnafa, gemelle ventiquattrenni e studentesse di ingegneria, lo indossano. Dounia, appena maggiorenne, ha lunghi e vaporosi capelli castani. Ci sediamo in un’aula deserta. Chiacchieriamo un bel po’ prima di arrivare al punto: «È cambiato qualcosa al tempo dell’attentato al Bardo, le decapitazioni in streaming e i morti a Parigi?». Quel giorno un collega di Hasna, che per mantenersi agli studi fa turni di otto ore in una fabbrica di componentistica per auto, è andato da lei a brutto muso: «Voi avete ammazzato sei persone!». La ragazza non se l’aspettava. Ha balbettato qualcosa, si è addirittura scusata prima di riaversi e dire che no, le dispiaceva moltissimo per le vittime, ma lei non aveva ammazzato proprio nessuno. Intanto in classe di Dounia, che frequenta un istituto professionale per la finanza, una solerte prof aveva fatto irruzione in classe per chiedere a tutti di pronunciare l’ultima versione del giuramento di fedeltà all’occidente: «Ma io non l’ho fatto. Condanno gli assassini, ma non sono Charlie. Per il semplice fatto che quella rivista mi ha offesa, in quanto musulmana. E ho il diritto di poterlo dire». Né con l’Is, né con gli spernacchiatori del Profeta. Questa, provando a riassumere conversazioni con persone diversissime tra loro che solo l’elementare retorica leghista mette in caricatura come un pericoloso monolite, è la terza via bresciana. Doppiamente interessante perché è espressione di un posto dove gli immigrati sono molti, quasi tre volte la media nazionale (il 22 per cento dei residenti), e molto integrati, perché questi lombardi ruvidi ma pragmatici tendono a misurare gli uomini con il metro laicissimo della voeuja de laurà. Almeno fino a oggi.
A complicare il quadro, giorni dopo la mia visita la polizia ha arrestato ed espulso Ahmed Riaz, un trentenne pakistano con frequentazioni jihadiste su internet. E una settimana dopo la procura locale ha smantellato una cellula terrorista composta da due albanesi e un piemontese.

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A-FOTOGRAFICO-10_672-458_resizeQuesto reportage è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autore e la testata. (Foto di Michela Taeggi – fonte immagine)

Brescia. Le tre sorelle arrivano a braccetto. Una piccola legione compatta e sorridente. L’appuntamento è davanti all’entrata dell’università, ora di punta. Sms: «Come vi riconosco?». Messaggino di risposta: «Portiamo il velo». In verità solo Asmaa e Hasna Bouchnafa, gemelle ventiquattrenni e studentesse di ingegneria, lo indossano. Dounia, appena maggiorenne, ha lunghi e vaporosi capelli castani. Ci sediamo in un’aula deserta. Chiacchieriamo un bel po’ prima di arrivare al punto: «È cambiato qualcosa al tempo dell’attentato al Bardo, le decapitazioni in streaming e i morti a Parigi?». Quel giorno un collega di Hasna, che per mantenersi agli studi fa turni di otto ore in una fabbrica di componentistica per auto, è andato da lei a brutto muso: «Voi avete ammazzato sei persone!». La ragazza non se l’aspettava. Ha balbettato qualcosa, si è addirittura scusata prima di riaversi e dire che no, le dispiaceva moltissimo per le vittime, ma lei non aveva ammazzato proprio nessuno. Intanto in classe di Dounia, che frequenta un istituto professionale per la finanza, una solerte prof aveva fatto irruzione in classe per chiedere a tutti di pronunciare l’ultima versione del giuramento di fedeltà all’occidente: «Ma io non l’ho fatto. Condanno gli assassini, ma non sono Charlie. Per il semplice fatto che quella rivista mi ha offesa, in quanto musulmana. E ho il diritto di poterlo dire». Né con l’Is, né con gli spernacchiatori del Profeta. Questa, provando a riassumere conversazioni con persone diversissime tra loro che solo l’elementare retorica leghista mette in caricatura come un pericoloso monolite, è la terza via bresciana. Doppiamente interessante perché è espressione di un posto dove gli immigrati sono molti, quasi tre volte la media nazionale (il 22 per cento dei residenti), e molto integrati, perché questi lombardi ruvidi ma pragmatici tendono a misurare gli uomini con il metro laicissimo della voeuja de laurà. Almeno fino a oggi.
A complicare il quadro, giorni dopo la mia visita la polizia ha arrestato ed espulso Ahmed Riaz, un trentenne pakistano con frequentazioni jihadiste su internet. E una settimana dopo la procura locale ha smantellato una cellula terrorista composta da due albanesi e un piemontese.

Fin qui tutto bene ripete, a ogni piano che supera, l’uomo che precipita dal grattacielo nel film di Kassovitz sull’odio nelle banlieues. Perché l’importante non è la caduta, ma l’atterraggio. È un’associazione di idee facile davanti a questo cilindro di sedici piani di cemento armato in cui otto campanelli su dieci sono di nomi arabi, africani, indiani. Il quartiere di San Polino è un satellite recente della città, dove gli italiani sono l’intruso del vecchio gioco enigmistico. Akram scende a prendermi in ciabatte. Ha finito di lavorare alle sei, l’ho chiamato alle sette e nonostante fosse ora di cena mi ha detto di andare a casa sua, che avrebbe preparato del tè. Nato in marocco ventidue anni fa, ha i capelli corti nerissimi come gli occhi e un bel viso. È arrivato qui dieci anni fa, ha fatto medie e superiori prima di approdare nell’azienda metalmeccanica per cui fa rettifiche e controlli qualità. Su sette dipendenti quattro immigrati, al punto che il titolare ha imparato un po’ di arabo con cui azzarda battute non sempre divertenti. Il fatidico 7 gennaio un collega sbotta: «Bombardiamoli tutti». Parla dell’Is, verosimilmente, ma Akram gli fa notare che non è gente che vive nel deserto e morirebbero tanti, troppi civili. Segue escalation verbale. A raccontarlo il ragazzo diventa ancora paonazzo: «Quelli che hanno ucciso non mi rappresentano, mi fanno schifo e se vengono sono pronto a combatterli. Io sono cresciuto qui, questa è la mia terra e in Marocco ci vado solo per vacanza. Ma sono, siamo stufi di giustificarci». All’indomani degli attentati parigini, ricorda, su Facebook era la sagra dell’islamofobia: «Il commento più gentile che ho trovato era “muori musulmano”». In quei giorni le varie comunità islamiche di Brescia hanno organizzato una manifestazione per una condanna pubblica. Akram voleva organizzarne un’altra per rivendicare la distinzione cui hanno già accennato le sorelle Bouchnafa: «Noi non siamo Charlie Hebdo». Articola: «Perché se offendono gli ebrei scatta l’accusa di antisemitismo e se lo fanno con noi va bene?». Il tema del doppio binario tornerà spesso. Un’altra parola che ritorna nell’arringa di Akram è «rispetto», termine-spia di una frustrazione al livello di guardia. Dunque: «Prima di giudicarci studiate il vero Islam, che non ha niente a che fare con il terrorismo».

Lasciamo il salotto di Akram, suo padre che ci guarda senza spiccicare parola, sua madre e il fratello che si sono rifugiati in un’altra stanza, il tavolo con la tovaglia di plastica e la tv accesa sul tg locale per spostarci quasi 40 chilometri a nord-est, verso il lago di Garda. Vobarno, 8000 anime che un tempo erano molte di più e lavoravano tutte per le defunte acciaierie Falck e dove ora un abitante su cinque è straniero. «Era un modello di convivenza» mi spiega il giorno prima Driss Enniya, responsabile per l’immigrazione della Cgil bresciana, «dove il rinnovo del permesso di soggiorno potevi richiederlo in Comune e andarlo comodamente a ritirare in Questura, in una collaborazione che ha fatto scuola. Poi al municipio è arrivata la Lega…». Che il 19 gennaio, due settimane dopo Parigi, ha ottenuto una delibera dalla giunta comunale nella cui premessa brillano alcuni topoi della xenofobia nostrana: «Considerato che stiamo subendo un’invasione incontrollata di stranieri», «Appurato che in passato qui si sono verificati episodi drammatici che hanno destato grande allarme sociale» (Anas El Abboubi, un ragazzo di qui, è andato a combattere in Siria), «Che è cronaca ormai quotidiana di atti di terrorismo a danno di cittadini Occidentali e della nostra civiltà, che hanno le proprie basi nel cristianesimo», per tutti questi motivi la giunta dispone controlli straordinari per «accertare eventuali situazioni di alloggi sovraffollati e soprattutto verificarne l’eventuale presenza di persone stranieri irregolari». La caccia al clandestino è aperta. Sebbene il reato sia un figlio perverso della legge Bossi-Fini, per cui basta perder il lavoro per diventarlo, sia stato stigmatizzato dall’Unione europea e teoricamente cancellato dal governo Renzi, l’amministrazione del paesino della Valle Sabbia non se ne dà per inteso. Giuseppe Ferrari, il consigliere leghista che li ha ispirati, nega che si tratti di rastrellamenti soft ma rivendica: «L’integrazione? Avviene solo tra chi ha stessa religione. Il Corano dice: combattete sino a quando tutti non si convertono. Basta coi politici imbelli!».

Per la comunità musulmana lo sgancio di una bomba sulla moschea, nei locali che una volta erano il dopolavoro dei dipendenti Falck, avrebbe fatto meno impressione. «Il clima è cambiato» ammette Seneg Dongo, un senegalese che lavora da una vita in una fonderia di alluminio, «e succede che vecchi amici distolgano lo sguardo imbarazzati quando passo. È assurdo». Sua moglie Sek Fantà racconta di essere preoccupata quando suo figlio, dieci anni, esce da solo: «Sono sempre stata tranquilla, oggi non più». Delle avvisaglie di intolleranza c’erano state. Spiega: «L’estate scorsa è tornato dal Grest triste e mi ha spiegato che l’avevano preso in giro». La notizia però è la destinazione più che la tristezza. Il Grest è il campo estivo organizzato dalla parrocchia. Chiedo conferma e mi guardano strano. «Certo, che problema c’è?» interviene Kautar Lukili, un’adolescente marocchina velata, «anch’io ci sono andata tante volte. Quando andavamo in chiesa io non pregavo, ovvio, ma per il resto facevo tutto uguale. Ma sa quante sinagoghe ci sono a Fez? Non ci sono mai stati problemi, sino a quando il terrorismo ha intossicato il discorso e certi politici, come qui, hanno deciso di specularci». Augustin Faye, il giornalista senegalese che mi ha aiutato a radunare queste persone nella sede della Cgil è cattolico. Lo scontro di civiltà è nell’occhio di chi guarda. Ognuno ha un aneddoto da aggiungere, incluso Mohammed, in Italia da 25 anni e ormai cittadino come tanti di quelli qui: «Alleno una squadretta giovanile, mi affidano la cosa più preziosa, i loro figli e ora mi toccherà dire a mia moglie di non aprire la porta a nessuno, per evitare spiacevoli situazioni? Così si torna indietro, e di parecchio».

Questa cosa delle mogli, angeli coatti del focolare, è un altro tema. Erika Ruggieri, appassionata insegnante di italiano per stranieri, mi racconta di come una sua classe a Pompiano, nella cintura bresciana, sia filata liscia sino al giorno in cui si è presenta un afgano che voleva partecipare. «Prima si sono lamentate con me, poi con il Comune, e alla fine non si sono presentate più. Mi è toccato dire al ragazzo di trovarsi un altro corso. I loro mariti, dicevano, non sopportavano quella presenza maschile». Con tutto il multiculturalismo possibile, è dura da buttar giù. Anche Luciana Schivardi insegna. La incontro in un bar di San Faustino, il centrale quartiere che negli anni ‘60 ha ospitato i meridionali, poi ha conosciuto un lento degrado e poi è rinato grazie alla gentrificazione etnica. Macellerie halal, fruttivendoli bangla, parrucchieri egiziani che stracciano anche i cinesi (5 euro il taglio). Uno dei pochi negozi italiani rimasti vende sveglie cantonesi e cellulari di marche ignote, con i prezzi scritti con la grafia tremolante dei vecchi. È la prof che parla: «Le mie sono classi miste, non è mai successo niente del genere. L’unica lamentela recente è quella di una mia studentessa che era stata aggredita verbalmente da un italiano sull’autobus che le ha gridato: “Perché ti vesti così?”». «Perché mi piace» ha replicato, ma poi l’adrenalina è scesa e in classe piangeva.

Uno dice Brescia e, pavlovianamente, evoca tondini di ferro, siderurgia, la sporca ma solida old economy che non va più di moda. Dei 32 mila lavoratori direttamente occupati nell’industria, stimava l’Associazione fonderie italiane, il 40-50 per cento è extracomunitario. Nell’indotto, che dà da mangiare ad altre 12 mila persone, l’affollamento aumenta. La Service Metal di Molinetto di Mazzano non fa eccezione: 26 su 65. Ci torno dopo quattro anni dalla prima visita, quando il problema più pressante era (ed è ancora) coprire il turno notturno del venerdì che per gli autoctoni collide con la discoteca. Il ghanese Anthony Prudence oggi è uno dei due responsabili di produzione (guadagna oltre 2000 euro) e l’amministratore delegato Franco Marelli ne parla con inalterato orgoglio: «Ce ne vorrebbero tanti come lui». La crisi ha morso forte anche in queste vallate operose. «Siamo passati dal 3,5 per cento di disoccupazione del 2008» commenta amaro il segretario della camera del lavoro Damiano Galletti, «al 9,1 attuale. È il record negativo dal dopoguerra!». Assorbito meno peggio che altrove grazie al sacrificio degli immigrati, soprattuto quelli nelle cooperative, interinali, precarissimi, i primi a saltare. Qui alla Service Metal gli operai africani, a forza di mettere da parte, pagano gli studi negli Stati uniti ai figli. Nei paesini qui intorno dove vivono sono integratissimi. Quasi tutti cristiani. Chiedo a Marelli, un manager colto e liberale, se sia un caso che ci siano così pochi musulmani: «Non ho niente contro ma, statisticamente, mi hanno dato più problemi. Detto questo, l’unico invasato islamico che ho conosciuto è il figlio italianissimo di miei vicini, che a un certo punto è sparito in Pakistan».

Torniamo dalle sorelle Bouchnafa, nel campus di ingegneria. Se chiedi loro quando sono arrivate qui da Casablanca non si accontentano dell’anno ma scandiscono «23 febbraio 2006». Il prima e il dopo nel loro calendario esistenziale. Papà muratore, mamma casalinga. Tornano sull’Is: «Gli assassini non hanno niente a che fare con l’islam, che insegna che “potente è chi controlla la rabbia”. Capita poi che tra un miliardo e mezzo di pacifici qualche matto non tenga a bada l’ira. Di questi i musulmani sono le prime vittime. Però i media parlano tanto, giustamente, dei dodici morti di Parigi ma pochissimo delle migliaia di morti in Iraq, Siria, Palestina». Difficile smentirla. Racconto delle loro correligionarie che hanno smesso di imparare l’italiano per una presenza maschile. «Non lo dice il Profeta. Dipende dalle tradizioni. E noi, se è per quello, non ci facciamo grossi problemi neppure per il ginecologo maschio, se all’ospedale ci capita» spiega Hasna. Non so se in certo Sud italico direbbero lo stesso. Il velo è la loro protezione: «Ci serve per mandare un messaggio agli uomini e per ricordarci di comportarci bene». Però Dounia non lo indossa. Spiega: «È una responsabilità. Se lo porti devi essere molto forte, sicura di non fare cose di cui poi potresti pentirti e che proiettino un giudizio negativo sulla tua religione». Forse è semplicemente perché quando è arrivata qui aveva nove anni e ha assorbito ancora più italianità, qualsiasi cosa voglia dire, delle sorelle. Quanto a fidanzati? Hasna ne ha uno marocchino, un ingegnere due anni più grande che lavora a Torino. Si sposeranno quest’estate perché sin qui si sono frequentati «in modo rispettoso. L’amore verrà dopo». Dounia dissente: «Questo non significa che le persone non possano amarsi prima del matrimonio. O che non ci possa lasciare. L’importante è rispettarsi». Mi sembra di capire la famiglia abbia due mozioni sul punto ed è bello che si vogliano così bene, nonostante. Sposerebbero un italiano? Hasna, con Asma che assente: «Nessuno ci obbliga a niente. E l’Italia è il paese cui vogliamo bene perché ci ha dato una vita migliore. Per il matrimonio però un musulmano ha una sensibilità più simile». Dounia puntualizza: «Non dipende dalla nazionalità, ma dalla religione. Se un italiano mi ama, allora si può convertire». L’ipotesi inversa non è presa in considerazione. Quando arriveremo alla piena reciprocità sarà un ulteriore passo avanti.

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Gli scrittori del PEN si dividono sul Premio a Charlie Hebdo https://minimaetmoralia.it/interventi/gli-scrittori-del-pen-si-dividono-sul-premio-a-charlie-hebdo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/gli-scrittori-del-pen-si-dividono-sul-premio-a-charlie-hebdo/#comments Tue, 28 Apr 2015 16:03:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26469 “Respingere il veto degli assassini”, così è intitolato l’intervento con cui il PEN AMERICA, il club internazionale degli scrittori fondato nel 1922, motiva la scelta di affidare il PEN/Toni and James C. Goodale Freedom of Expression Courage Award per il 2015 alla redazione di Charlie Hebdo, il settimanale satirico francese che il 7 gennaio scorso ha subito l'attacco terrorista costato la vita a 12 persone. «Poche persone sono disposte a mettere in pericolo la propria vita per un mondo in cui ciascuno di noi può dire quello in cui crede. Avendo deciso di continuare le pubblicazioni dopo la strage di gennaio e l’attentato incendiario del 2011, la redazione di Charlie Hebdo ha preso quella strada», si legge nella motivazione.

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“Respingere il veto degli assassini”, così è intitolato l’intervento con cui il PEN AMERICA, il club internazionale degli scrittori fondato nel 1922, motiva la scelta di affidare il PEN/Toni and James C. Goodale Freedom of Expression Courage Award per il 2015 alla redazione di Charlie Hebdo, il settimanale satirico francese che il 7 gennaio scorso ha subito l’attacco terrorista costato la vita a 12 persone. «Poche persone sono disposte a mettere in pericolo la propria vita per un mondo in cui ciascuno di noi può dire quello in cui crede. Avendo deciso di continuare le pubblicazioni dopo la strage di gennaio e l’attentato incendiario del 2011, la redazione di Charlie Hebdo ha preso quella strada», si legge nella motivazione.

La cerimonia si terrà il prossimo 5 maggio al Museo di Storia naturale di New York. Ottocento le persone invitate, ma sei scrittori membri del club hanno comunicato in largo anticipo la loro assenza. Peter Carey, Teju Cole, Rachel Kushner, Tayje Selasi, Michael Ondaatje e Francine Prose hanno manifestato il loro dissenso con la scelta del gruppo dirigente del PEN.

Teju Cole, l’autore di «Città aperta» e «Ogni giorno è per il ladro», ha spiegato la sua scelta in una lettera pubblicata dalla rivista online «The Intercept». Scrive Cole: «Sono un fondamentalista della libertà di parola, ma non credo che celebrare Charlie Hebdo equivalga a fare un buon uso della nostra testa o dei nostri impegni morali. L’affaire Rushdie era una questione molto diversa, tanto quanto lo è la blasfemia dal razzismo. Sono con Rushdie al 100%, ma non voglio stare in una stanza per tifare Charlie Hebdo». E ancora: «Avrei preferito premiare gli studenti kenioti, ammazzati solo perché studenti universitari, o – se parliamo di libertà di parola – che il PEN facesse luce sul tema dello spionaggio governativo negli Stati Uniti, o sulla questione più generale della sorveglianza».

Francine Prose («Odissea siciliana» e «Anne Frank. La voce della Shoah»), ex presidente del PEN American, intervistata dalla AP: «Sono favorevole alla libertà di parola senza limiti, e condanno l’attentato di gennaio, ma dare un premio significa ammirare e rispettare il lavoro dei premiati. E non riuscivo a immaginare di trovarmi nel pubblico quando ci sarebbe stata una standig ovation per Charlie Hebdo». Rachel Kushner («I Lanciafiamme») ha detto di aver voluto così dimostrare la sua opposizione «all’intolleranza culturale del giornale» e alla sua promozione di una «forma di visione secolare forzata»

Nell’intervento che annuncia il premio, l’associazione dice di «rendersi conto della complessità di questi problemi […] Saremmo dispiaciuti di non incontrare coloro che hanno rinunciato al gala, ma li rispettiamo per le loro convinzioni». Picchia più duro Salman Rusdhie, ex presidente del Pen, in un tweet: «Sei fighette, sei Autori in Cerca di un Personaggio», ammiccando a Pirandello.

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Come parlare di immigrazione a scuola https://minimaetmoralia.it/interventi/come-parlare-di-immigrazione-a-scuola/ https://minimaetmoralia.it/interventi/come-parlare-di-immigrazione-a-scuola/#comments Sat, 25 Apr 2015 08:35:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26352 Questo articolo è apparso su Internazionaleche ringraziamo. (Fonte immagine)

È complicato, a scuola, in questi giorni parlare di immigrazione. È complicato innanzitutto perché la morte di 800 persone non è entrata nel discorso pubblico con quella forza dirompente che ci si sarebbe aspettati. Nessun giornale è andato a cercare di capire chi erano i migranti morti, a dargli un nome, a ricostruire le loro vicende familiari. Spesso quando accadono stragi del genere, per settimane i mezzi d’informazione sono pieni di testimonianze dei parenti e dei superstiti; in questo caso la voce delle vittime è stata praticamente spenta insieme a quella dei morti.

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Questo articolo è apparso su Internazionaleche ringraziamo. (Fonte immagine)

È complicato, a scuola, in questi giorni parlare di immigrazione. È complicato innanzitutto perché la morte di 800 persone non è entrata nel discorso pubblico con quella forza dirompente che ci si sarebbe aspettati. Nessun giornale è andato a cercare di capire chi erano i migranti morti, a dargli un nome, a ricostruire le loro vicende familiari. Spesso quando accadono stragi del genere, per settimane i mezzi d’informazione sono pieni di testimonianze dei parenti e dei superstiti; in questo caso la voce delle vittime è stata praticamente spenta insieme a quella dei morti.

Ma è complicato parlarne a scuola, intavolare un dibattito in classe, anche perché le voci politiche che hanno dominato la reazione si sono modulate da subito su un’isterica ricerca delle cause, che in pochi secondi diventa una caccia ai colpevoli e quindi la loro criminalizzazione.

È un meccanismo pavloviano: di fronte a qualunque tema che si impone con urgenza, che si sia al governo o all’opposizione, si risponde con “un inasprimento delle pene e dei controlli” – un afflato che può valere in modo onnicomprensivo. Dai femminicidi alla gente che spara al Palazzo di giustizia, da Charlie Hebdo ai disastri aerei: promettere o promulgare subito pene più severe e controlli più rigidi viene usato come politica ansiolitica.

Anche se in questo caso, a sottolineare il vero, c’era poco da inasprire: cosa possiamo fare di peggio a delle persone che hanno perso la vita in mare e che non avranno nemmeno una sepoltura?

Ci si è scagliati allora contro gli scafisti. Un movimento di immigrazione così ampio e articolato come quello che sta avvenendo dall’Africa all’Europa è colpa degli scafisti. Sarebbe un’affermazione che evidenzia la sciocchezza di chi la pronuncia, e invece mezzi d’informazione e politici l’hanno ripetuta come se addirittura avesse una sua forza morale.

Lo stesso Matteo Renzi ieri l’ha avvalorata nel suo discorso alla camera:

Combattere i trafficanti di uomini significa combattere gli schiavisti del ventunesimo secolo. La storia ha già conosciuto un momento in cui si prendevano uomini e si infilavano nei barconi e ciò che sta avvenendo ora con la compravendita di uomini è esattamente una forma di moderno schiavismo.

E perfino nel suo editoriale sul New York Times:

Human traffickers are the slave traders of the 21st century, and they should be brought to justice.

Ma che paragone è? Cosa c’entrano gli scafisti con gli schiavisti? Se un mio studente facesse un paragone del genere io lo inviterei a riflettere sulle sue parole.

Da una parte – oggi – ci sono persone che vogliono disperatamente scappare dai loro paesi e raggiungere l’Europa e che utilizzano gli scafisti; dall’altra – la tratta umana del settecento – c’erano persone strappate ai propri paesi e condotte forzatamente in un altro luogo. Quale pur minima analogia trovate?

La stessa sciatteria di ragionamento Matteo Renzi l’ha espressa per tutta la lunghezza del suo breve editoriale americano: un articolo che è stato evidentemente scritto con un’accurata scelta di frasi, e che per questo vi invito a leggere per intero.

Si dà per scontato, per esempio, che quest’immigrazione sia riducibile a un fenomeno illegale e che come tale vada contrastata. Si parla del Corno d’Africa solo per nominare la lotta alla pirateria come modello d’intervento, non spendendo una parola sul ruolo che ha avuto l’Italia in quell’area e azzardando un altro paragone pessimo: tra pirati e migranti. Si dice – senza citare una fonte, un dato, un numero – che “non tutti i passeggeri delle navi dei trafficanti sono famiglie innocenti”, ventilando l’ipotesi che questi viaggi alimentino un flusso di terroristi dalla Libia all’Italia; anche perché poche righe prima veniva chiamata in causa l’azione del gruppo Stato islamico in Libia.

E potrei andare avanti.

Ma quello che m’interessa è come quest’approssimazione colpevole di Renzi in questi giorni non sia un’eccezione. Il che rende molto complicato provare a discutere in classe di immigrazione: le affermazioni che non si reggono su nessuna evidenza empirica o su nessuna coerenza logica la fanno da padrone.

Eppure, forse, mi dicevo ieri dopo due ore di discussione sfiancante, non ci si può esimere (se non lo fa innanzitutto la scuola, chi lo fa?) dal condividere riflessioni e anche reazioni di pancia, provando a destrutturare le affermazioni che vanno per la maggiore.

“Vanno aiutati sì ma a casa loro”.

“Vengono qui e rubano il lavoro agli italiani”.

“Sono troppi”.

“La maggior parte sono criminali”.

“Se vogliono venire qui in Italia lo facessero in modo legale”.

Eccetera.

Il primo passo se si vuole provare ad avviare un dibattito su questi temi, anche a partire da questo genere di considerazioni, è darsi una regola preliminare e farla rispettare. Restare sul tema.

È molto complicato imporre questa regola, e non far derapare subito la discussione in: “E i campi rom?”,“Sì, ma sa cosa vuol dire la crisi e quanta gente perde il lavoro?”, “La criminalità aumenta e nessuno fa niente”. È difficile perché il modello di discussione – che sia la televisione con i talk show in cui il conduttore non arbitra tra le posizioni, o i blog con i loro commenti che nessuno modera – è il modello di argomentazione che gli studenti hanno presente e che hanno fatto proprio: discutere vuol dire accumulare opinioni, discutere vuol dire difendere a tutti i costi la propria (impulsiva) posizione.

Occorre innanzitutto chiarire che questi sono tutti temi interessanti, ma sono altritemi. E sovrapporli non aiuta a parlarne.

Poi bisogna chiedere ogni volta di avvalorare empiricamente e logicamente le proprie affermazioni.

Un esempio. Partiamo dall’idea che siano troppi e che siano una causa importante della crisi e dell’impoverimento dell’Italia.

Ogni volta che in classe chiedo: secondo voi quanti sono gli stranieri in Italia, segno le risposte (50 per cento, 25 per cento, 60 per cento, 15 per cento…), metto le percentuali in fila alla lavagna, faccio una media, e viene fuori all’incirca il 30 per cento.

Allora, prima di fornire il dato reale, invito a considerare: quanti stranieri ci sono in classe o a scuola? Mettiamo anche che la nostra classe o la nostra scuola sia un’eccezione: conoscete per caso una classe o una scuola dove le percentuali di stranieri sono così alte? E se sì, non vi sembrano quelle un’assoluta eccezione?

Il numero di stranieri presenti in Italia è di circa l’8 per cento della popolazione. Quello che potrebbe essere definito il“tasso di immigrazione percepita” varia dal 20 al 30 per cento, secondo vari studi. Abbassare questo tasso, almeno a scuola, credo sia una priorità assoluta.

Ma aggiungiamo un piccolo passo d’analisi, ponendoci un altro interrogativo. Quanta ricchezza producono gli stranieri in Italia? Quanto contribuiscono al Pil nazionale? Se faccio questa domanda in classe, le risposte che ricevo variano dallo zero per cento fino al 5. Difficilmente raggiungono mai l’8 per cento. E sono anche delle risposte comprensibili: gli stranieri hanno di media lavori meno redditizi degli italiani: quanti dirigenti d’azienda stranieri conoscete? O quanti italiani conoscete che raccolgono pomodori d’estate?

Eppure il dato è superiore: almeno il 10 per cento.

Come è possibile? Per una semplice ragione: gli stranieri incidono molto meno degli italiani sulla spesa sociale. Quanti stranieri anziani conoscete? Quanti dializzati? Quanti diabetici? Quanti disabili? Quanti pensionati? Quanti invalidi civili?

Se i redditi medi sono minori da una parte, dall’altra utilizzano il welfare molto meno degli italiani.

Facciamo un altro esempio: nella bolla di chiacchiere, reazioni a caldo, dichiarazioni ufficiali e non di questi giorni successivi alla strage, una delle questioni che non è stata quasi mai nominata è quella dei profughi, dei rifugiati, dei richiedenti asilo.

Quasi nessuno ricorda che il vero motivo di quest’ondata di ultime migrazioni è la fuga da situazioni di conflitto in Africa e che di fatto è un dovere accogliere chi “nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale oppure opinioni politiche, si trova fuori dello stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori del suo stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopraindicato, non vuole ritornarvi”.
È quello che recita la convenzione per i rifugiati del 1951, un documento scritto dopo due guerre mondiali che avevano generato oltre 70 milioni di morti e una quantità spaventosa di profughi.

Il diritto d’asilo non è un’opzione nel gioco delle parti: è un diritto, un dato giuridico. E ipotizzare blocchi navali, respingimenti, omettere azioni di salvataggio, non accogliere rifugiati non è solo immorale o inumano (su questo si può discutere anche con chi ha posizioni fasciste come Matteo Salvini o Daniela Santanché), è illegale.

Per esempio: tra il 2008 e il 2011, quando il governo Berlusconi-Maroni attuò respingimenti in mare, oltre a causare centinaia di morti, violò una legge e venne condannato.

Chi si occupa di profughi? Tra gli altri: l’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Studiare quando è stata fondata quest’agenzia dell’Onu, che funzioni ha, che storia ha, cercare di delineare una storia – almeno novecentesca – dei profughi può essere utile a contestualizzare l’ondata migratoria di oggi, ma soprattutto a riconoscere come alcuni diritti fondamentali – come il diritto d’asilo – siano il frutto di una lunghissima riflessione storica e civile.

Un ultimo esempio, brevissimo. La geografia. Uno degli interrogativi che alle volte pongo quanto ci mettiamo a parlare di sbarchi in classe è: quanto è grande la Libia e quanti abitanti ha?

Provate a rispondere anche voi senza guardare su Wikipedia.

Dopo aver sparato, confrontate la voce online, dove si dice: 6.120.585 abitanti (al censimento del 2008) per 1.759.840 km quadrati. Una densità di 3,9 abitanti a chilometro quadrato. Possiamo capire qualcosa da questo semplice dato? Sì.

Che è un paese demograficamente molto disomogeneo, con qualche zona abitata e un grande territorio desertico. Un paese molto difficile da governare come un’unità politica, soprattutto in una situazione di conflitto endemico come quella attuale. Riconoscere che la politica parte dalla storia dei luoghi e ancora prima dalla geografia può essere utile a contestualizzare e a correggere da subito le nostre convinzioni.

Un piccolo post scriptum.

Chi ha avuto in questi giorni la tenacia pedagogica di tenere il dibattito dentro le regole dell’argomentazione nel discorso pubblico? Quasi nessuno, nessun politico, pochissimi giornalisti, rari intellettuali. L’eccezione significativa c’è stata ieri con Gianni Morandi, che sul suo profilo Facebook ha replicato con una pazienza encomiabile a tutti i commenti al suo post in cui comparava le emigrazioni di oggi a quelle degli italiani all’inizio del secolo scorso.

Di fronte a “Questi stuprano!”, “Sono terroristi! Vanno uccisi!”, “Torna a cantare che è meglio”, Morandi ha mostrato la rarissima qualità di rispondere punto su punto, di controargomentare, di non esasperare o liquidare il dibattito.

Senza nessuna ironia e con un po’ di sconforto, è lui il modello pedagogico migliore da cui la scuola dovrebbe prendere esempio oggi.

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“Non sono abbastanza credente per essere ateo”. Intervista a Emmanuel Carrére https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-emmanuel-carrere-il-regno/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-emmanuel-carrere-il-regno/#comments Fri, 13 Mar 2015 06:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25610 Questa intervista è uscita su La Repubblica. Ringraziamo la testata e l'autrice. E vi segnaliamo che sabato 14 marzo Emmanuel Carrére sarà ospite di Libri Come a Roma alle 21 in una conversazione con Nicola Lagioia dal titolo "Come il regno". (Fonte immagine)

di Anaïs Ginori

PARIGI. "Non so". Quando la conversazione vira sulla strage di Charlie Hebdo e l'integralismo islamico, Emmanuel Carrère cita involontariamente le ultime parole del suo nuovo romanzo. Non ha mai voluto essere un maître-à-penser. "Solo uno scrittore", dice, ed è una professione di umiltà. "Davanti all'attualità mi limito a osservare, come fanno tutti. Diffido spesso da ciò che penso, faccio fatica a parlare del globale, ho bisogno di aggrapparmi a un piccolo brandello della realtà, e concentrarmi su quello per ottenere uno scorcio di verità. È così che ho raccontato la caduta dell'impero sovietico in Limonov o il problema dell'indebitamento in Vite che non sono la mia".

Adesso arriva Il Regno (Adelphi, traduzione di Francesco Bergamasco), ovvero il Vangelo secondo Carrère, un peplum erudito e divertente, che mischia come sempre il racconto personale  -  una crisi mistica quando aveva trent'anni  -  all'indagine storica su una "piccola setta di ebrei" che ha fondato il cristianesimo. Uno degli scrittori più popolari di Francia si lancia nella sua sfida letteraria più azzardata, un salto nel tempo, alle origini della nostra civiltà, ma sempre con il rigore usato nei precedenti libri, mai semplici romanzi. "Ho smesso di usare la parola romanzo da L'Avversario " ricorda. Nello studio quasi monacale del suo grande appartamento del decimo arrondissement entra all'improvviso uno dei personaggi de Il Regno, l'amico Hervé venuto per pranzo, che nel libro è compagno di camminate, meditazioni e altre escursioni intellettuali. Carrère si è avvicinato al Regno da agnostico ("Non sono abbastanza credente per essere ateo"), riuscendo a non urtare i lettori più religiosi: un piccolo miracolo, che lui attribuisce, scherzando, alla predestinazione racchiusa nel suo nome, che in ebraico significa "Dio è con noi".

L'articolo “Non sono abbastanza credente per essere ateo”. Intervista a Emmanuel Carrére proviene da Minima et Moralia.

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carrere buonaQuesta intervista è uscita su La Repubblica. Ringraziamo la testata e l’autrice. E vi segnaliamo che sabato 14 marzo Emmanuel Carrére sarà ospite di Libri Come a Roma alle 21 in una conversazione con Nicola Lagioia dal titolo “Come il regno”. (Fonte immagine)

di Anaïs Ginori

PARIGI. “Non so”. Quando la conversazione vira sulla strage di Charlie Hebdo e l’integralismo islamico, Emmanuel Carrère cita involontariamente le ultime parole del suo nuovo romanzo. Non ha mai voluto essere un maître-à-penser. “Solo uno scrittore”, dice, ed è una professione di umiltà. “Davanti all’attualità mi limito a osservare, come fanno tutti. Diffido spesso da ciò che penso, faccio fatica a parlare del globale, ho bisogno di aggrapparmi a un piccolo brandello della realtà, e concentrarmi su quello per ottenere uno scorcio di verità. È così che ho raccontato la caduta dell’impero sovietico in Limonov o il problema dell’indebitamento in Vite che non sono la mia“.

Adesso arriva Il Regno (Adelphi, traduzione di Francesco Bergamasco), ovvero il Vangelo secondo Carrère, un peplum erudito e divertente, che mischia come sempre il racconto personale  –  una crisi mistica quando aveva trent’anni  –  all’indagine storica su una “piccola setta di ebrei” che ha fondato il cristianesimo. Uno degli scrittori più popolari di Francia si lancia nella sua sfida letteraria più azzardata, un salto nel tempo, alle origini della nostra civiltà, ma sempre con il rigore usato nei precedenti libri, mai semplici romanzi. “Ho smesso di usare la parola romanzo da L’Avversario ” ricorda. Nello studio quasi monacale del suo grande appartamento del decimo arrondissement entra all’improvviso uno dei personaggi de Il Regno, l’amico Hervé venuto per pranzo, che nel libro è compagno di camminate, meditazioni e altre escursioni intellettuali. Carrère si è avvicinato al Regno da agnostico (“Non sono abbastanza credente per essere ateo”), riuscendo a non urtare i lettori più religiosi: un piccolo miracolo, che lui attribuisce, scherzando, alla predestinazione racchiusa nel suo nome, che in ebraico significa “Dio è con noi”.

Perché incrociare un’improvvisa crisi personale con una ricostruzione storica sul Nuovo Testamento?

“È un lavoro di investigazione che si dirama su due piani, di diversa importanza: una ricerca sugli albori del cristianesimo e un’altra, più personale, su un periodo della mia vita in cui sono stato un fervente cristiano. Mi sembrava legittimo far dialogare questi due piani, anche perché permettono un approccio radicalmente diverso: una lettura del Nuovo Testamento da credente, che ascolta la parola di Dio, e poi quella di uno scettico, che cerca di ricostruire la verità storica dietro ai testi sacri”.

La sua temporanea conversione fu provocata da una crisi di ispirazione letteraria?

“Intorno ai trent’anni è cominciato un periodo orribile della mia vita. Non riuscivo più a scrivere, non sapevo amare. Ero diventato insopportabile a me stesso. Tutte le sovrastrutture mentali che mi avevano protetto, in particolare l’orgoglio di essere uno scrittore, erano all’improvviso crollate. Ho attraverso una crisi profonda, pensando che avevo sbagliato la mia esistenza, che forse sarei finito a fare il barelliere a Lourdes. La conversione è stata improvvisa, anche grazie alla mia madrina Jacqueline, una donna carismatica. Vedendo la depressione nella quale ero finito, mi ha regalato il Nuovo Testamento della Bibbia di Gerusalemme. Ho cominciato a interessarmi allora alla fede, anche se temevo che non fosse alla mia portata”.

Quanto è durata la sua crisi mistica?

“Non parlerei di misticismo, sarebbe dare un eccessivo valore a una crisi personale. Andavo a messa, pregavo, e soprattutto commentavo quasi ogni giorno il Vangelo secondo Giovanni. Per tre anni ho riempito di appunti interi quaderni, poi finiti dentro a cartoni dimenticati, fino a quando non ho cominciato a scrivere Il Regno. Ricordo bene il momento della conversione, meno l’uscita da questo periodo di pratica fervente. Non c’è stata una cesura netta, piuttosto un lento calo di intensità”.

Il ritorno alla scrittura ha in parte cancellato la devozione?

“Il mio agente mi ha suggerito di dedicarmi a una biografia. Ho pensato a Philip Dick, uno scrittore religioso, un mistico selvaggio. Tornando a scrivere, che è un altro modo di interrogarsi, sono uscito dalla fase dogmatica, ma l’inclinazione verso la fede mi ha accompagnato anche nella stesura de L’Avversario. A un certo punto è passata, e ho faticato a riprendere in mano appunti e lettere di quel periodo. Provavo un certo imbarazzo. Come se non fossi io”.

La sua ricostruzione ha una parte inevitabile di finzione?

“Per costruire un racconto bisogna riempire degli spazi bianchi, laddove non ci sono fonti. Ma volevo anche dare corpo a questi tipi che oggi immaginiamo con l’aureola, dei santi, eppure sono stati uomini, con fragilità, debolezze. Ho cercato però di non ingannare il lettore. Ho differenziato le ricostruzioni documentate da elaborati più controversi o personali”.

Avvicinarsi al Nuovo Testamento è anche un modo di risalire alle origini della letteratura?

“I Vangeli sono romanzi, con delle storie, dei personaggi, delle avventure. Certo, non sono soltanto questo. Ma nel Nuovo Testamento, che si può considerare un prodigioso bestseller, c’è un’efficace intuizione su come si deve raccontare una storia. Non sappiamo perché il cristianesimo sia così diffuso e se, in mancanza della conversione di Costantino o di un altro imperatore, non sarebbe rimasto una setta come tante altre, destinata all’estinzione. Sono convinto che nel successo di questa religione ci sia anche una ragione letteraria. Il solo poter leggere diversi Vangeli, con punti di vista molteplici, non fa altro che dare alla figura di Gesù una forza narrativa ancora più potente”.

Perché la scelta dell’apostolo Luca come protagonista de Il Regno?

“Luca è un autore nel senso moderno del termine. Nel suo Vangelo si ritrovano alcuni testi memorabili come il Buon Samaritano, il Figliol Prodigo, i Vangeli dell’Infanzia. Luca è anche uno storico, conduce una vera e propria inchiesta quarant’anni dopo la morte di Gesù. È insieme a Paolo, che gli fornisce una versione diretta degli eventi, e probabilmente raccoglie altre testimonianze per scrivere il suo Vangelo. Nel gruppo degli evangelisti, Luca è l’unico a non essere ebreo e a rivolgersi ai pagani. Infine, nei suoi scritti ho trovato una sorta di affinità umana: il rifiuto del settarismo, la ricerca del punto di vista altrui, la verità che non è mai da una parte sola. Insieme, Paolo e Luca, sono una formidabile coppia romanzesca, come Don Chisciotte e Sancho Panza, Sherlock Holmes e Watson”.

Lei e Houellebecq pubblicate, a pochi mesi di distanza, un libro che parla di religione. La stupisce questa coincidenza?

“Ha colpito anche me. Non so trarne conclusioni. Houellebecq parla dell’Islam, un tema contemporaneo e altamente polemico. Io mi dedico al cristianesimo, una religione più vecchia, forse più stanca, a mio parere relativamente inoffensiva. Scrivere di Islam, una religione di cui so pochissimo, oggi è infinitamente più pericoloso. Sono cresciuto dentro al cristianesimo e una delle domande che mi hanno spinto a scrivere questo libro è: quando si appartiene a una cultura cristiana e però non sei più credente, cosa resta?”.

A lei la risposta.

“C’è, dentro di me un nocciolo duro di valori cristiani, un retaggio del messaggio evangelico. Sono profondamente attaccato a quella folle inversione di valori predicata dal cristianesimo. Gli ultimi saranno i primi: è un’affermazione inverificabile ma non potrei rassegnarmi a vivere senza che fosse stata pronunciata. Ho passato sette anni a scrivere Il Regno. Stavo bene dentro a questo libro, ne conservo una profonda nostalgia. Per la prima volta da anni, non ho un altro libro in corso, da cominciare subito”.

È la chiusura di un ciclo?

“Credo di sì. Nel mio percorso letterario ci sono quindici anni in cui ho pubblicato libri di finzione. E poi altri quindici anni, dall’Avversario a questo libro, in cui ho scritto ispirandomi più direttamente dalla realtà. Ora non so bene verso cosa andrò. Non ho davvero niente nel cassetto”.

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Twitter e kalashnikov: la propaganda jihadista https://minimaetmoralia.it/attualita/twitter-e-kalashnikov-la-propaganda-jihadista/ https://minimaetmoralia.it/attualita/twitter-e-kalashnikov-la-propaganda-jihadista/#comments Fri, 23 Jan 2015 10:22:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25119 Questo pezzo include e assembla, rivisitati, alcuni articoli usciti su Pagina 99 e il manifesto.

Kabul/Roma

C’era una volta, nell’Emirato islamico d’Afghanistan, un uomo di nome Wakil Ahmed Muttawakil,  un mullah con qualche chilo di troppo, la barba lunga e folta, gli occhiali dalla montatura pesante. Già portavoce e consigliere personale del leader dei Talebani mullah Omar, mullah Muttawakil è stato l’ultimo ministro degli Esteri del governo degli “studenti coranici”, prima che gli americani decidessero di rovesciarlo con i B-52. Mullah Muttawakil era temuto e rispettato in tutto il paese, ma ancora oggi qui a Kabul si racconta che nel suo ufficio nascondesse con timore un televisore e - peccato ancor più grande agli occhi della polizia religiosa - una parabola satellitare sul tetto. Mullah Muttawakil voleva aggiornarsi, ma contravveniva alle regole che il suo governo imponeva agli afghani: niente film e televisione, una sola emittente radiofonica, La voce della Sharia, per spiegare ciò che era giusto e ciò che era sbagliato.

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twaleban3

Questo pezzo include e assembla, rivisitati, alcuni articoli usciti su Pagina 99 e il manifesto.

Kabul/Roma

C’era una volta, nell’Emirato islamico d’Afghanistan, un uomo di nome Wakil Ahmed Muttawakil,  un mullah con qualche chilo di troppo, la barba lunga e folta, gli occhiali dalla montatura pesante. Già portavoce e consigliere personale del leader dei Talebani mullah Omar, mullah Muttawakil è stato l’ultimo ministro degli Esteri del governo degli “studenti coranici”, prima che gli americani decidessero di rovesciarlo con i B-52. Mullah Muttawakil era temuto e rispettato in tutto il paese, ma ancora oggi qui a Kabul si racconta che nel suo ufficio nascondesse con timore un televisore e – peccato ancor più grande agli occhi della polizia religiosa – una parabola satellitare sul tetto. Mullah Muttawakil voleva aggiornarsi, ma contravveniva alle regole che il suo governo imponeva agli afghani: niente film e televisione, una sola emittente radiofonica, La voce della Sharia, per spiegare ciò che era giusto e ciò che era sbagliato.

Da allora tante cose sono cambiate. Mentre Muttawakil scontava due anni nel carcere di Bagram, i suoi ex sodali hanno cominciato a capire che, se i media sono un’arma, vale la pena impugnarli, anziché nasconderli o vietarli. Oggi dispongono di un capillare sistema di comunicazione, gestito dalla Sezione multimediale della Commissione cultura dell’Emirato, sotto la diretta supervisione della shura di Quetta, una delle tre “cupole” dell’organizzazione talebana, quella che detta la linea politica. Dai video a Twitter, da Facebook a Youtube, dalle riviste alle trasmissioni radiofoniche, dai messaggi e dalle suonerie sui telefoni cellulari alle lettere notturne, dalle audio-cassette agli mp3, passando per le taranas, le canzoni patriottiche dai contenuti “tradizionali” e dal ritmo serrato, non c’è mezzo e linguaggio che i Talebani non usino con disinvoltura.

Il sito di riferimento dell’Emirato islamico, “Voice of Jihad”, propone notizie giornaliere e aggiornamenti costanti, analisi settimanali, articoli di approfondimento, interviste ai comandanti della guerriglia o ai rappresentanti del governo ombra, dichiarazioni ufficiali, video di propaganda. In cinque lingue diverse (farsi, urdu, arabo, pashto e inglese). La maggior parte dei contenuti audiovisivi sono realizzati dalla studio di produzione “Al Emarah”, che pochi giorni fa ha lanciato in pompa magna un nuovo video, “La terra delle battaglie epiche”: quasi un’ora e mezzo di riprese, attacchi, attentatori suicidi, musica trionfale, sigillati da una dichiarazione del leader supremo, Amir-ul-Momineen, la guida dei fedeli mullah Omar. Tra i più recenti successi mediatici dei Talebani va senz’altro segnalato il video, piuttosto rudimentale, della liberazione del sergente americano Bowe Bergdahl, catturato nel 2009 e restituito agli americani nel maggio scorso in cambio di cinque turbanti neri “ospitati” a lungo nel carcere di Guantanamo. Il video si chiude così: l’elicottero americano si posa sul terreno, Bergdahl viene frettolosamente recuperato, poi l’elicottero riprende il volo, mentre nel sottopancia scorre la scritta “Don’t come back in Afghanistan”. Un bel colpo.

Talebani e Stato islamico

Eppure, nonostante la capillarità del loro sistema di comunicazione e la diversità dei prodotti editoriali, i Talebani afghani non “bucano il video”. Di sicuro non quanto i barbuti dello Stato islamico. Perché? Le ragioni sono diverse. La prima, la più ovvia, è che il nuovo si vende meglio dell’usato: sul mercato dei media una storia sull’attivissimo e impegnatissimo Abu Bakr-al-Baghdadi vale più di una storia sull’evanescente mullah Omar. Ma oltre a questo e alla maggiore raffinatezza tecnica degli operatori dello Stato islamico, ci sono altre ragioni, legate al rapporto tra obiettivi politici e target mediatici. Se lo Stato islamico punta alla costruzione di un Califfato che includa, rendendoli irrilevanti, gli attuali confini degli Stati-nazione dell’area mediorientale, i Talebani afghani hanno invece un’agenda tutta “domestica”, pensano a ciò che accade all’interno dello Stato-nazione afghano. Quella dei Talebani si presenta come una resistenza nazionale all’occupazione straniera, benché contaminata dal sostegno straniero; quella dello Stato islamico è un’ambiziosa strategia transnazionale di riconfigurazione degli assetti politici e sociali del Medio Oriente e non solo. Da qui, dai diversi obiettivi politici, nascono le diverse strategie di propaganda dei due gruppi.

Per i Talebani afghani il pubblico è soprattutto locale, e va convinto; per lo Stato islamico la platea è in primo luogo mondiale, e va terrorizzata. I Talebani vogliono tornare al governo, cercano il consenso. Lo Stato islamico intende distruggere i governi attuali dell’area, deve terrorizzare, e con il terrore convincere il pubblico jihadista globale che il nuovo cavallo vincente è Abu Bakr al-Bagdhadi. Non è un caso che nel cyberspazio jihadista l’enfasi posta dai Talebani sulla resistenza nazionale abbia provocato forti critiche: per molti islamisti radicali, lo stesso concetto di Stato-nazione è da condannare, perché imposto dagli occidentali, dai colonialisti miscredenti, perché la Ummah (comunità) islamica non conosce nazioni né confini e perché tutti gli Stati attuali sono retti da governanti corrotti e immorali. Che vanno abbattuti. Non con le ragioni, che hanno bisogno di essere giustificate. Ma con la verità, che va soltanto mostrata nella sua cruda immediatezza. Quella di una testa mozzata.

I Talebani pakistani

Le due agende politiche sono dunque diverse, forse incompatibili. Eppure c’è chi prova a tenerle insieme, come i militanti di Tehreek-i-Taliban Pakistan (TTP), un network di combattenti che include vari gruppi islamisti che operano nelle Agenzie pakistane amministrate in modo federale (Fata) e nella provincia del Khyber-Puktunkhwa. L’organizzazione nasce su emulazione dei cugini “afghani”, ma l’errore più grande sarebbe pensare che si tratti dello stesso gruppo. I Talebani pakistani – responsabili della strage di Peshawar del 16 dicembre che ha causato la morte di 141 persone, tra cui 132 bambini – hanno struttura, leadership, metodi di combattimento e obiettivi diversi rispetto ai seguaci del mullah Omar. Con gli “studenti coranici” che hanno governato l’Afghanistan al tempo dell’Emirato islamico e poi combattuto le truppe della Nato, condividono soltanto il nome, una matrice culturale comune e soprattutto quell’ampia terra di nessuno che divide e unisce l’Afghanistan e il Pakistan.

La formazione del gruppo è stata annunciata nel dicembre del 2007, quando i comandanti di alcuni gruppi paramilitari che operavano nelle aree tribali del Pakistan e nel Khyber Pakhtunkhwa (all’epoca NWFP, North-West Frontier Province), hanno deciso di coalizzarsi. L’origine di questi gruppi rimanda alle battaglie combattute in Afghanistan dai Talebani, che accoglievano nelle loro fila anche alcuni mujaheddin provenienti dalle madrase (scuole coraniche) pakistane. Con il rovesciamento del governo talebano nel 2001, i combattenti sono tornati in Pakistan, nelle aree tribali amministrate in modo federale, dove l’autorità dello Stato pakistano è nulla. Con loro, c’erano anche diversi mujaheddin del Caucaso del Nord e dell’Uzbekistan, oltre che esponenti di Al Qaeda. Prima del 2007, non esisteva una struttura di comando e organizzazione per i Talebani pakistani: molti ameers (comandanti) vantavano contatti personali con esponenti di Al Qaeda, ma operavano senza una regia comune. Nel 2007, in seguito all’operazione dell’esercito pakistano contro Lal Masjid (la moschea rossa) a Islamabad, alcuni ameers hanno deciso di unirsi in una grande coalizione di combattenti islamici. È la nascita ufficiale del TTP. Dichiarano rispetto e fedeltà al leader dei Talebani afghani, mullah Omar, ma la stesso atto di nascita del TTP dimostra che intendono perseguire un’agenda diversa rispetto a quella dei “cugini afghani”.

Gli obiettivi espliciti del TTP sono due: rovesciare lo Stato pakistano, considerato asservito agli interessi americani, impedendo la presenza degli stranieri nell’area, e instaurare un governo di tipo islamico. Secondo lo studioso Michael Semple – autore del recente saggio The Pakistan Taliban Movement: An Appraisal, da cui traiamo molte delle informazioni qui fornite – il gruppo di Osama bin Laden ha avuto un’influenza fondamentale nel determinare la retorica jihadista del TTP e l’accanimento contro l’esercito pakistano, alleato degli americani.  L’organizzazione del gruppo è molto meno complessa e sofisticata di quella dei Talebani afghani, la cui articolazione interna ha impedito – finora – importanti fratture e favorito invece la nascita di strutture di governo “parallele” e alternative a quelle statali. Al TTP manca la stessa coesione, ma può vantare una lunga e consolidata rete di collaborazione con l’islamismo globale, che ha trovato nell’area del Waziristan un terreno sicuro per l’addestramento e il reclutamento. Non è un caso che sia Al Qaeda sia l’Islamic Movement of Uzbekistan abbiano riconosciuto ufficialmente il TTP come interlocutore privilegiato e partner per le azioni terroristiche condotte in Pakistan e Afghanistan. Ciò che rende il gruppo temibile, notano gli analisti, è proprio la sua capacità di offrire ansar, protezione e rifugio, ai militanti stranieri nell’area del Waziristan, al confine con l’Afghanistan, e in altre aree limitrofe. In questo modo il TTP ha consolidato legami significativi con alcuni gruppi qaedisti, anche se non ha ancora elaborato una strategia militare né una visione ideologica in linea con le sue scelte tattiche. Quando per esempio l’ex leader del TTP, ameer Hakimullah, è apparso in un video di Al Qaeda dedicato all’attacco contro la base militare afghana di Camp Chapman, il suo è stato un tentativo di guadagnare legittimità interna, nel variegato fronte pakistano, piuttosto che il segno di una reale adesione al qaedismo con ambizioni globali.

Di per sé – spiega Michael Semple – il TTP rimane infatti un amalgama di gruppi di combattenti accomunati dal fatto di considerarsi tali (mujaheddin), e ogni gruppo è radicato in una zona particolare o all’interno di una specifica tribù. Esiste un consiglio della leadership, che include i vari comandanti, e un ameer supremo, mullah Fazlullah, che prova a garantire coerenza alla strategia del gruppo, ma il TTP soffre forti spinte centrifughe. Le divisioni si sono fatte più acute quest’anno, a seguito delle operazioni militari lanciate dall’esercito pakistano, che si è assicurato il controllo di due luoghi fondamentali dell’islamismo armato, Mir Ali e Miranshah, entrambe nel Nord Waziristan. Così che parte del TTP è stato costretto a cercare rifugio sull’altro lato della Durand Line, in Afghanistan, in particolare nella cosiddetta Loya Paktia, l’area che include le province afghane di Paktia, Paktika e Khost, a ridosso del confine.

L’agenda ibrida dei Talebani pakistani

L’agenda del TTP è dunque politicamente ibrida, perché combina la battaglia nazionale contro il governo pakistano con gli appelli (retorici) e il contributo (logistico) al jihadismo transnazionale. Da qui, deriva una duplice strategia mediatica. Da una parte i messaggi rivolti al pubblico dell’area, realizzati e distribuiti attraverso canali locali, tra i quali l’organo principale di produzione, Umar Studio, il network di distribuzione al-Moqatel, e tante radio “pirata” (lo stesso leader del TTP, Mullah Fazlullah, ha guadagnato prestigio e celebrità come “Radio mullah” o “Fm Mullah”, quando nella valle dello Swat lanciava via radio sermoni infuocati). Dall’altra il passaggio per i “distributori” transnazionali, per raggiungere un pubblico più ampio. Già tre anni fa – spiegava tempo fa un articolo su Foreign Policy -, subito dopo la notizia dell’uccisione di Osama bin Laden, il TTP ha reso pubblico un omaggio allo sceicco saudita attraverso la Fondazione mediatica Al-Qadisiyyah, una branca del Global Islamic Media Front, tra i più consolidati network di traduzione e distribuzione dei materiali del jihadismo internazionale.

Di fronte all’attivismo mediatico dello Stato islamico di al-Baghdadi, oggi il TTP sembra però diviso. C’è chi prova a inseguirlo sullo stesso terreno. E chi invece frena. A inizio ottobre, Jamaat-ul-Ahrar, una delle fazioni del TTP, ora autonoma, ha lanciato Ihyae khilafat, versione inglese del suo magazine, pubblicato per quattro anni in urdu. Il primo numero della rivista, che mira ai jihadisti internazionali, include tra l’altro articoli su “I benefici di vivere nel Califfato” e la testimonianza di un presunto militante inglese. Ma il protagonismo del Califfo non convince tutti. Sempre a ottobre il portavoce del TTP, lo sceicco Maqbool, detto Shahidullah Shahid, ha annunciato via Twitter il sostegno del movimento allo Stato islamico e al presunto “Califfo”. Poco dopo, è stato silurato: la sua mossa rischiava di inimicare i Talebani afghani, per i quali l’unica figura religiosa di riferimento rimane il mullah Omar. Al posto dello sceicco Maqbool è stato nominato Muhammad Khurasani, che sarà di certo più prudente.

La battaglia mediatica tra Stato islamico e Al Qaeda

I media servono per confermare o negare nuove alleanze, all’interno dell’ampia e differenziata galassia jihadista. Ma anche per ottenere armi, soldi, sostegno morale e nuove reclute. Il 10 novembre alcuni gruppi jihadisti di cinque diversi paesi (Algeria, Egitto, Libia, Arabia Saudita, Yemen) hanno tributato “fedeltà” ad al-Baghdadi. Pochi giorno dopo, il 13 novembre, con un audio-messaggio il Califfo gli ha risposto, enfatizzando “l’espansione dello Stato islamico su nuove terre” e annunciando la creazione di 5 “nuove wilayah (province)”. Ha poi fatto un passo ulteriore, dichiarando “nulli” e illegittimi i gruppi jihadisti che operano in quei paesi ma che non riconoscono la sua autorità. Il guaio è che tra questi ci sono anche le sezioni locali di al Qaeda: al Qaeda nella penisola arabica (Aqab) e al Qaeda in Algeria e Libia (Aqim). La reazione è arrivata presto. Neanche una settimana dopo l’annuncio trionfante di al-Baghdadi – racconta The Long War Journal -, Aqab ha reso pubblico un video. A parlare non è un militante qualsiasi, ma Harith bin Ghazi al Nadhari, i cui scritti appaiono regolarmente su Nawa-e-Afghan Jihad (La voce del Jihad afghano), una rivista che include contributi dei leader di al Qaeda e dei loro sodali. Nadhari ribadisce che il suo gruppo è fedele al leader di al Qaeda, Ayman al Zawahiri, che Al Qaeda a sua volta “da quasi venti anni” riconosce l’autorità religiosa del leader dei Talebani, mullah Omar. E che l’annuncio del Califfato “non soddisfa le condizioni previste”, perché non è passato per la consultazione dei leader più influenti dell’Ummah islamica, come invece avvenuto per il mullah Omar. Nadhari accusa quindi al-Bagdhadi di aver fomentato le divisioni nella comunità islamica, “una cosa assolutamente proibita nella religione di Allah”. Non è stata certo la prima, ma la più esplicita condanna nei confronti del Califfo e del suo auto-proclamato Stato islamico. Ed è stata affidata a un video, circolato su internet, affinché tutti nel cyberspazio jihadista sappiano chi sono i jihadisti veri, quelli che puntano all’unità della comunità islamica, e i jihadisti falsi. Quelli che fanno il passo più lungo della gamba. E che rischiano di farsi male.

Dall’Afghanistan a Parigi, via Nadhari 

Oltre che l’autore della “scomunica” del “Califfo” al-Baghdadi, Nadhari è anche il primo autorevole esponente di Al Qaea nella penisola arabica – la branca ufficiale di al Qaeda che opera in Yemen e Arabia saudita – ad aver fatto riferimento all’attentato alla sede del settimanale satirico Charlie Hebdo. L’ha fatto venerdì 9 gennaio, con un audio messaggio che non è stato pubblicato attraverso uno dei canali ufficiali di Aqap ma che per gli analisti “appare legittimo”, visto che riporta il logo dell’al Malahem Media Foundation, la branca mediatica di Aqap, e che a parlare è proprio lui, un pezzo da novanta. Al Nadhari non rivendica esplicitamente l’attentato, ma loda “gli eroi mujaheddin”, giustifica la strage accusando la “Francia di aggredire i credenti” e invita “il popolo francese a convertirsi”. Una rivendicazione più esplicita dell’attentato è avvenuta alcuni giorni dopo, con un messaggio di Nasser bin Ali al Ansi, altro pezzo da novanta di al Qaeda nella penisola arabica. Il quale nel suo discorso ha citato tutto il pantheon del qaedismo: Osama bin Laden, lo sceicco saudita che con sguardo messianico, gesti stanchi e suadenti e un imponente serbatoio di finanziamenti ha ridisegnato la mappa politico-militare dell’islamismo radicale e fondato un brand terroristico esportato in ogni angolo del globo; Ayman al-Zawahiri, attuale numero 1 di Al Qaeda, il medico e ideologo egiziano che sin dall’età di quindici anni sogna la creazione di quell’“avanguardia dei pionieri” descritta nei testi rivoluzionari (Pietre militari, La giustizia sociale nell’Islam) del pedagogista egiziano Sayyd Qutb (1906-1966), il padre dell’islamismo politico contemporaneo, fatto impiccare da Nasser nel 1966. E Anwar Al Awlaki, l’uomo che, secondo quanto riferito da Cherif Kouachi (uno dei due “fratelli attentatori”) a un giornalista di Bfm Tv, avrebbe finanziato l’attacco al Charlie Hebdo, e che secondo l’intelligence statunitense e yemenita, avrebbe incontrato l’altro fratello Kouachi, Said, proprio nello Yemen.

Anwar Al Awlaki: Charlie Hebdo e la “Yemen connection”

Quello di Anwar Al Awlaki non è un nome qualsiasi: nato nel New Mexico nel 1971, di origine yemenita, una vita spesa tra Stati Uniti, Inghilterra e Yemen, “figura religiosa di riferimento per gli attentatori” delle Torri gemelle secondo il Rapporto ufficiale sull’11 settembre voluto dal presidente Bush e dal Congresso americano, Al Awlaki è stato profondamente influenzato – come al Zawahiri – dal pensiero dell’egiziano Sayyid Qutb e da quello del palestinese Abdullah Azzam (1941-1989), uno degli ispiratori di al-Qaeda, l’uomo che – scrive Lawrence Wright ne Le altissime torri. Come al Qaeda giunse all’11 settembre – ha avuto maggiore influenza nel coinvolgimento di Osama bin Laden nella causa afghana, e il cui slogan era “il jihad e il fucile e nient’altro: niente negoziati, niente conferenze, niente dialoghi”.

Al contrario di Abdullah Azzam, Al Awlaki ha attribuito molto importanza alle conferenze, tenendo lezioni dal vivo e sfruttando con estrema efficacia le potenzialità virali del web per disseminare le due idee. Tornato nello Yemen nel 2004, arrestato nel 2006 su pressioni degli americani, rilasciato nel dicembre 2007, Al Awlaki avrebbe garantito la protezione della sua tribù, gli awlaki, ad al-Qaeda nello Yemen, uno dei gruppi da cui nel 2009 sarebbe poi nata al-Qaeda nella penisola arabica. Sempre più esplicito nelle sue invocazioni al jihad e nelle sue condanne agli americani, Al Awlaki è l’autore, nel 2010, di una fatwa contro la disegnatrice di Seattle Molly Norris, organizzatrice il 20 maggio 2010 dell’“Everybody Draw Mohammed Day”, evento per la libertà di espressione, e di disegno. Molly Norris ha dovuto rinunciare alla sua firma: su suggerimento dell’FBI ha cambiato nome, e anche oggi continua a vivere nascosta.

Awlaki diffuse la fatwa contro di lei nel numero di giugno 2010 di Inspire, il magazine patinato di al-Qaeda nella penisola arabica, di cui era l’ideatore e il direttore (nel 2013 Inspire ha incluso anche Stéphane Charbonnier, il direttore di Charlie Hebdo, tra i “target” da colpire). Per i disegnatori colpevoli di “caricature blasfeme”, scriveva Al Awlaki nel 2010 rivolgendosi a Molly Norris e ad altri 8 autori satirici, “la medicina prescritta dal Messaggero di Allah è l’esecuzione”. La stessa medicina prescritta dalle autorità americane a lui: Al Awlaki è stato ucciso il 30 settembre 2011 da un drone Predator nella provincia yemenita di al Jawf, dopo che il suo nome era finito nella lista dei “capture or killing” della Cia, approvata da Obama, nell’aprile 2010. “La morte di Awlaki è un colpo fondamentale al più attivo affiliato operativo di al Qaeda”, disse subito dopo l’omicidio il presidente degli Stati Uniti. “Ha pianificato e organizzato sforzi per uccidere americani innocenti…L’operazione è un’ulteriore prova che al Qaeda e i suoi affiliati non avranno alcun rifugio sicuro nel mondo”. Le idee di Al Awlaki sono però sopravvissute ai droni americani. I suoi sermoni continuano a circolare nella galassia del jihadismo digitale.

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“È dura essere amati da dei coglioni” https://minimaetmoralia.it/politica/e-dura-essere-amati-da-dei-coglioni/ https://minimaetmoralia.it/politica/e-dura-essere-amati-da-dei-coglioni/#comments Tue, 20 Jan 2015 09:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25073 Questo breve racconto è uscito ieri sul "Fatto Quotidiano", che ringrazio. Non ha un gran valore letterario. Scrivendolo, mi auguravo che la forma narrativa potesse servire giornalisticamente a evidenziare qualche contraddizione di questi giorni. 

Siamo tutti Charlie?

Maurizio Bianchini, cinquantacinque anni, insegnante di matematica, vide il giovane magrebino sollevarsi dal sedile di fronte, allontanarsi e poi svanire verso la coda del convoglio. Alberi. Capannoni. Campi verde smeraldo sotto un cielo completamente sgombro. L'Eurostar attraversava il cuore della Lombardia come un bisturi di luce. Bianchini fissò il borsone di tela che fino a qualche attimo prima il ragazzo aveva tenuto sulle ginocchia. Il freddo improvviso alle tempie. Soltanto dopo la statistica veniva in tuo soccorso. Ogni giorno in Italia viaggiavano sui treni tre milioni e mezzo di persone. Negli ultimi vent'anni, in tutta Europa, i morti per attentati di matrice islamica erano stati trecento. Bianchini non riusciva a staccare gli occhi dal borsone. Peggio di quando vedeva Sasha Grey scopata da otto uomini sullo schermo del suo Mac. Considerò l'ipotesi che stessero per saltare in aria. È più facile che io vinca due volte di seguito al Superenalotto, calcolò. Ma che cos'erano il calcolo, la razionalità, se non il metodo della pazzia che in quei giorni contagiava tutti quanti?

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Questo breve racconto è uscito ieri sul “Fatto Quotidiano”, che ringrazio. Non ha un gran valore letterario. Scrivendolo, mi auguravo che la forma narrativa potesse servire giornalisticamente a evidenziare qualche contraddizione di questi giorni. 

Siamo tutti Charlie?

Maurizio Bianchini, cinquantacinque anni, insegnante di matematica, vide il giovane magrebino sollevarsi dal sedile di fronte, allontanarsi e poi svanire verso la coda del convoglio. Alberi. Capannoni. Campi verde smeraldo sotto un cielo completamente sgombro. L’Eurostar attraversava il cuore della Lombardia come un bisturi di luce. Bianchini fissò il borsone di tela che fino a qualche attimo prima il ragazzo aveva tenuto sulle ginocchia. Il freddo improvviso alle tempie. Soltanto dopo la statistica veniva in tuo soccorso. Ogni giorno in Italia viaggiavano sui treni tre milioni e mezzo di persone. Negli ultimi vent’anni, in tutta Europa, i morti per attentati di matrice islamica erano stati trecento. Bianchini non riusciva a staccare gli occhi dal borsone. Peggio di quando vedeva Sasha Grey scopata da otto uomini sullo schermo del suo Mac. Considerò l’ipotesi che stessero per saltare in aria. È più facile che io vinca due volte di seguito al Superenalotto, calcolò. Ma che cos’erano il calcolo, la razionalità, se non il metodo della pazzia che in quei giorni contagiava tutti quanti?

“È  dura essere amati da dei coglioni”, disse Allah da una nota vignetta di «Charlie Hebdo».

“Che Allah protegga i nostri jihadisti”. “Con noi non si scherza. Chi nomina il nome di Allah e del suo Profeta invano merita questo e altro”. “I fratelli Kouachi erano degli eroi, pace all’anima loro”. #JeSuisKouachi. “Pazienterò nell’ombra della società e quando verrà il mio turno, lo giuro su Allah, non avrò misericordia per nessuno”. Dodici retweet. “Sono contro Charlie. Io amo il mio profeta. Condanno il terrorismo occidentale”. “Musulmani d’Italia unitevi”. Cuoricino cuoricino. “Quattro disegnatori uccisi non sono niente rispetto ai bambini bombardati della Libia, ai villaggi distrutti in Iraq, ai civili massacrati in Afghanistan. Se una vita vale una, la nostra vendetta sarà infinita”.

Gli ingegneri della Polizia Investigativa li avevano pescati in Rete negli ultimi quindici minuti. Altri sarebbero arrivati nei prossimi giorni. A centinaia. Conoscevano i nomi. Conoscevano gli imam e le moschee. Avrebbero mandato le schede in procura. Le informazioni sarebbero state girate ai Ros e agli uomini dei reparti speciali. Potevano sorvegliarli, non potevano arrestarli. Potevano forse espellerne qualcuno. Ma quelli poi rientravano.

“È dura essere amati da dei coglioni”, disse Beppe Grillo da una vignetta di «Charlie Hebdo» dopo aver letto che certi suoi sostenitori consideravano un fake il poliziotto ucciso in strada dal commando jihadista.

“Il problema sono queste leggi assurde”, si sfogò il comandante del Dis, “in Italia per il terrorismo non esiste il reato di incitement. Devono aiutarli materialmente. Ma se digitano su quei cazzo di computer, se plaudono semplicemente agli atti di terrorismo, allora non possiamo fare niente. Si sa quanti ne vengono reclutati in Rete”. Il sottosegretario lo guardava sconsolato. “Questa cosa in Italia esiste solo per l’apologia del fascismo”, riprese il comandante, “basterebbe copiare paro paro il testo di quella legge estendendolo al terrorismo. Chiunque inneggi pubblicamente al terrorismo, noi lo arrestiamo. I progressisti vogliono la prevenzione? È questa la prevenzione!”

“È dolce essere amati da dei coglioni”, disse Silvio Berlusconi da una vignetta di «Charlie Hebdo» guardando i suoi sostenitori che sventolavano la rivista satirica, gli stessi che, con simile entusiasmo, avevano lasciato precipitare l’Italia in fondo alle classifiche internazionali sulla libertà di stampa.

“Noi li espelliamo, quelli ricorrono al Tar”, disse il colonnello rivolto al primo nucleo di agenti del Gis. I ragazzi lo ascoltavano con attenzione. “Non c’è una legge che punisca chi di loro è arruolato per combattere all’estero. Non è punibile l’autoaddestramento. Non c’è neanche una norma che consenta al questore di ritirare il passaporto di un sospetto. Così sta a voi. Infilarvi silenziosamente nelle crepe, aspettare, essere sempre pronti, fino a quando la legge non consenta l’intervento”.

Ma pezzo di imbecille, pensò il sottosegretario agli Interni mentre il capitano continuava a protestare, non capisci che si tratterebbe di un reato d’opinione? E quelli che in Rete vogliono radere al suolo la Palestina? Quelli che incitano a uccidere i tifosi della Juve o del Milan? Quelli che vorrebbero bruciare vivi i preti o le puttane, gli zingari o i napoletani? Le fissate con la castrazione chimica? Chi si augura che un commando armato faccia fuori i politici italiani? Che facciamo? Li arrestiamo tutti quanti?

“È ganzo essere amati da dei coglioni”, disse Matteo Renzi da una vignetta di «Charlie Hebdo» osservando i suoi fan che inneggiavano alla tolleranza e ai frutti dell’integrazione e dell’agricoltura biologica, ma che mai avrebbero accolto nelle loro case un algerino di venticinque anni, povero, vestito male, ma soprattutto convinto che le giornaliste di sinistra che andavano in tv senza velo a parlar male di certi colleghi maschi fossero in fondo delle troie.

Rischio Uno significava che gli agenti dovevano lasciare quello che stavano facendo, qualunque cosa fosse, e intervenire. Rischio Tre, potevano astenersi solo se stavano effettivamente salvando un’altra vita umana. Rischio Quattro (in questo caso il pericolo era blando), potevano ignorare la chiamata se altre vite umane correvano pericoli altrove.

“Prevedere con esattezza nuovi attacchi, rispetto ai rischi potenziali, è statisticamente impossibile”, disse il portavoce dell’intelligence al Ministro dell’Interno.

Quindici agenti dei Ros erano in procinto di salire sull’Eurostar in partenza da Milano. A bordo c’era un magrebino sospettato di avere militato in uno pseudo gruppo jihadista di Lambrate. Nessun precedente. Rischio Quattro. Poi arrivò la notizia che gruppi di tifoserie di Inter e Milan si stavano picchiando a un’ora e mezza dall’inizio del derby. Il comando chiedeva un rincalzo di duecento uomini. Picchiavano con le spranghe. C’era il pericolo che ci scappasse il morto. Così gli agenti scesero dal treno e si diressero a passo svelto verso San Siro.

“È entusiasmante essere amati da dei coglioni”, disse Matteo Salvini da una vignetta di «Charlie Hebdo» mentre alcuni suoi elettori volevano l’Islam fuori dal paese, cioè la religione senza i cui fedeli le loro aziende sarebbero subito fallite per i costi della manodopera da sostituire.

Maurizio Bianchini continuava a osservare il borsone nella carrozza cinque. Spingeva lo sguardo in fondo allo scompartimento. Niente. Il ragazzo era scomparso. Statisticamente impossibile che questo treno esploda, continuava a ripetersi angosciato. La matematica non mente. Le leggi fisiche nemmeno. La luce arrivò prima del rumore. Pum.

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Il Corriere della Sera vs. i fumettisti e quel pasticciaccio brutto di via Solferino https://minimaetmoralia.it/editoria/il-corriere-della-sera-vs-i-fumettisti/ https://minimaetmoralia.it/editoria/il-corriere-della-sera-vs-i-fumettisti/#comments Fri, 16 Jan 2015 13:57:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25045 (Immagine: la redazione di Charlie Hebdo nel 2012. La foto è di Steven WassenaarFonte immagine)

di Marco Rizzo*

Ci ha lasciati improvvisamente Pino Daniele: La Repubblica allega un cd con una raccolta di cover dell’autore napoletano, scaricate da youtube, senza avvisare i musicisti coinvolti. È scomparso a 92 anni Francesco Rosi e il Fatto Quotidiano commercializza un dvd contenente alcuni spezzoni spixellati dei suoi film, e nella sezione extra, i servizi dei telegiornali italiani sulla morte del regista, tratti da internet. Dopo la strage nella redazione di Charlie Hebdo, il Corriere della Sera pubblica un libretto contenente le vignette-omaggio realizzate da vari fumettisti nelle ore successive all’attentato, reperite sui social network. Moltissimi autori vengono a saperlo solo a pubblicazione avvenuta. E si incazzano. I proventi delle tre iniziative editoriali, però, andranno in beneficenza ai familiari delle vittime.

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(Immagine: la redazione di Charlie Hebdo nel 2012. La foto è di Steven WassenaarFonte immagine)

di Marco Rizzo*

Ci ha lasciati improvvisamente Pino Daniele: La Repubblica allega un cd con una raccolta di cover dell’autore napoletano, scaricate da youtube, senza avvisare i musicisti coinvolti. È scomparso a 92 anni Francesco Rosi e il Fatto Quotidiano commercializza un dvd contenente alcuni spezzoni spixellati dei suoi film, e nella sezione extra, i servizi dei telegiornali italiani sulla morte del regista, tratti da internet. Dopo la strage nella redazione di Charlie Hebdo, il Corriere della Sera pubblica un libretto contenente le vignette-omaggio realizzate da vari fumettisti nelle ore successive all’attentato, reperite sui social network. Moltissimi autori vengono a saperlo solo a pubblicazione avvenuta. E si incazzano. I proventi delle tre iniziative editoriali, però, andranno in beneficenza ai familiari delle vittime.

Una delle tre situazioni è vera, e se non siete stati su Marte nelle ultime 48 ore saprete che l’arrivo in edicola libro Je suis Charlie – Matite in difesa della libertà di stampa (Rcs, pp. 320, euro 4,90) ha scatenato un putiferio, che dal web si è trasferito nella carta stampata nelle edizioni di stamane. Un’ondata di indignazione è partita dal blog del fumettista forse più influente sulla piazza, Roberto Recchioni, erede di Sclavi alla guida di Dylan Dog:“Se decidi di usare una mia immagine postata su qualsiasi piattaforma digitale a me intestata, sarebbe cosa gentile chiedermi il permesso di poterlo fare. Magari io non ho piacere di collaborare con il tuo gruppo editoriale. Magari – se voglio fare beneficenza – faccio un bonifico. Magari non voglio essere associato ad alcuni dei punti di vista espressi da altri autori presenti nel volume. Magari non ho piacere che il mio lavoro sia presentato in maniera orrenda, con un file a bassa risoluzione. Magari non voglio che tu ti faccia bello e nobile con la mia roba. Magari non voglio che una cosa che ho realizzato per uno specifico contesto e su una specifica piattaforma, sia usata da te in un contesto e su una piattaforma del tutto diversa. Magari non ho piacere che una mia opera, nata da un preciso stato d’animo, sia commercializzata. Nemmeno per fini benefici”.

Lo scopo benefico del volume e la portata della beneficenza sono stati al centro del dibattito per alcune ore, finché sul profilo di Rizzoli Lizard, etichetta della Rcs che si occupa proprio della pubblicazione di fumetti, non è stato precisato che verrà versato alla redazione di Charlie Hebdo l’intero devoluto del venduto (12 mila sono le copie stampate). Pubblicamente, sia gli autori coinvolti che loro sostenitori hanno chiesto che l’editore dimostri appena possibile la donazione. Tra questi Manuele Fior, che conosce bene il mercato francese, vivendo a Parigi e avendo vinto un importante premio al festival di Angouleme: “Vorrei chiedere insieme agli autori e a chi si sente coinvolto da questa squallidissima vicenda, le prove e i rendiconti per sapere che ogni centesimo è stato versato a Charlie e che non sia stato intascato da altri operatori della filiera”.

Come detto, all’inizio della querelle, Recchioni ha riassunto alcune delle questioni che hanno più infastidito i fumettisti coinvolti “a loro insaputa” (un mantra sempre più maledetto). Quelle più generalmente accolte dai fumettisti che abbiamo sentito in queste ore sono essenzialmente quattro:

1- Il Corriere non si è premurato di attendere l’approvazione dei singoli autori coinvolti, trincerandosi ex post con il disclaimer “L’editore dichiara la propria disponibilità verso gli aventi diritto che non fosse riuscito a reperire”. Pare che prima della pubblicazione solo un terzo degli autori è stato avvisato (a detta di via Solferino). Nel pomeriggio di ieri, però, tutti gli altri sono stati raggiunti con una missiva dell’ufficio marketing del Corriere, dove si precisava che “L’urgenza di rispondere in tempi rapidi per dare massimo sostegno alla libertà di stampa e solidarietà alla redazione di Charlie Hebdo potenziando la raccolta fondi, non ci ha permesso di rintracciare e contattare tutti gli aventi diritto già prima della pubblicazione (…), pur essendo consapevoli che ogni singola proprietà intellettuale, come è una vignetta, necessiti di un’autorizzazione per la sua pubblicazione”.

2- Nell’articolo di presentazione del progetto a firma di Paolo Rastelli, si delineavano le linee editoriali dell’iniziativa: “Non pubblichiamo vignette che siano blasfeme per i musulmani come non ne pubblichiamo che siano blasfeme per i cristiani e per il mondo ebraico. Quindi il libro contiene alcune vignette di Charlie Hebdo, ma non quelle considerate più offensive”. Un controsenso evidente per molti, visto che il volume, di per sé un omaggio all’irriverenza di CH, nel sottotitolosi appellava alla difesa della libertà di stampa.Una scelta che non tutti i fumettisti coinvolti condividono, come Paolo Castaldi (autore di alcuni fumetti di impegno civile per Beccogiallo): “Molti di noi si sono trovati coinvolti in un progetto che per sua natura non svolge il compito che gli viene attribuito dal sottotitolo Matite in difesa della libertà di stampa perché di fatto censura proprio le vignette che hanno portato alla tragica morte degli autori coinvolti nella strage. Insomma, tutto molto italiano, tutto molto democristiano mi verrebbe da dire”. E c’è chi non vi avrebbe partecipato nemmeno dietro compenso, come Riccardo Mannelli, ritrattista per Repubblica e vignettista per Il Fatto Quotidiano: “Non avrei mai partecipato all’iniziativa pelosa del Corriere, neanche se mi avessero pagato, quindi figurati”. Gli fa eco Don Alemanno (l’autore del dissacrante Jenus di Nazareth, uno dei fenomeni indy di maggior successo degli ultimi anni): “Non avrei partecipato assolutamente se avessi saputo della censura a monte. È contraria ai cardini della mia satira e ai miei principi etici e morali. E la ritengo indirettamente offensiva nei confronti delle vittime, che quella satira senza guardare in faccia a nessuno, la facevano eccome”.

3 – I materiali riprodotti sono stati tratti da internet, quindi non in risoluzione di stampa. Forse solo un lettore appassionato e un artista può capire quanto la qualità della proposta dell’opera sia parte integrante dell’opera stessa. Lo spiega con la consueta brillante ironia Leo Ortolani, il papà di Rat-Man, che ha visto la fotografia del suo disegno, così come l’aveva postata su Facebook, ripresa nel libro del Corriere in un tripudio di spixellamenti: “Corriere della Sera, hai preso una foto (UNA FOTO!!) di un disegno che ho messo in rete fotografandolo con il cellulare, perché non ho lo scanner attaccato al sedere e a volte si fanno dei disegni sulla spinta emotiva, come quello, e si pubblicano in qualche modo, per fare sapere che quello che è successo ti ha colpito e molto, e tu, dicevo, Corriere dei Piccoli, vieni qui e te la prendi. Una foto. E te la stampi. A bassa risoluzione, ovvio.Che oltretutto non è che mi fai un favore, pubblicando una foto di un mio disegno, a bassa risoluzione. Nemmeno la decenza del controllo artistico.” Nel caso della vignetta di Giacomo Bevilacqua, che ha commentato la vicenda su Wired, i grafici hanno cancellato la didascalia con l’indirizzo del sito del suo personaggio più famoso, apandapiace.com.

4 – Sembra che passata la commozione per la tragedia di Charlie Hebdo e dimenticato l’entusiasmo per i successi commerciali e di critica di Zerocalcare e Gipi, si sia tornati a trattare il fumetto e i fumettisti con una leggerezza difficilmente riscontrabile in altri settori. Un punto di vista antico, che rievoca l’antica concezione che “i fumetti sono roba per bambini”, come insegnato cent’anni fa dal Corriere dei Piccoli, supplemento storico del Corriere della Sera. E fa specie che la leggerezza usata nel produrre questo libro provenga da una casa editrice che pure pubblica Hugo Pratt, allega Asterix e Blueberry, ospita fumetti e illustrazioni di alto profilo su La Lettura. Tale leggerezza sembra quasi giustificare il tanto dibattuto “complesso di inferiorità” di cui si autoaccusano spesso i fumettisti italiani.

Le risposte del Corriere della Sera sono su due fronti, e stampate nero su bianco nell’edizione di oggi, a pagina 9, in un trafiletto a firma del già citato Rastelli:

1 – I tempi tecnici per un instant book non permettevano di avvisare per tempo tutti gli autori coinvolti, quindi si è deciso di proseguire comunque e rinviare a dopo i chiarimenti.

2 – Lo scopo benefico avrebbe dovuto fugare ogni sospetto sulla “malizia” della redazione milanese.

Già ieri pomeriggio, prima con un tweet, poi con alcune dichiarazioni (a Linkiesta, Bloggokin e Wired.it) il direttore Ferruccio De Bortoli aveva fatto il direttore, assumendosi le responsabilità del caso e anticipando le motivazioni. Le scuse stanno già dividendo gli autori coinvolti, e tra i vari commenti segnaliamo ancora una volta quello di Ortolani: “Oggi sono uscite le ‘scuse’ del direttore del Corriere. Metto le virgolette perché non è venuto a poggiare la testa contro il mio fianco, dicendo “scusa, Leo Ortolani”. Mi spiace, signor direttore, ma anch’io lavoro con le parole, e so quando e come scrivere per dire una cosa senza dirla veramente. Nonostante ci sia scritto nel titolo “una precisazione e le scuse”, lei non ha colto il punto della questione. Come mai avete violato il diritto d’autore?”

Anche Paolo Barbieri, illustratore per Mondadori (sue le copertine del best-seller fantasy “Le cronache del mondo emerso”) parla di diritto d’autore ma non solo, soffermandosi su quanto c’era “dietro” quei disegni: “Non sono onnisciente, per cui non so se questa faccenda è nata per leggerezza o semplice menefreghismo. Ma resta una brutta vicenda, non solo perché si è evoluta dopo i tragici fatti di Parigi, a cui chiaramente non può essere paragonata, ma perché oltre ai disegni ‘fisici’, sono state rubate le emozioni che hanno fatto nascere quei disegni, sono state incasellate alla bene e meglio, per finire poi mercificate, senza che i creatori di quelle emozioni ne sapessero nulla”.

Luca Sofri ha fatto un passo avanti nel ragionamento, legato più al processo produttivo che al contenuto in sé, e quindi al mezzo prima che al messaggio: nelle redazioni siamo così abituati a dare per scontate la disponibilità e la gratuità di quanto trovato sul web, che realizzare una gallery con materiale rubato dal web, riciclare in malo modo dei contenuti recuperati da un blog sia equiparabile a pubblicare su carta delle vignette senza chiedere l’autorizzazione agli autori. Ma si può ravvisare una particolare disattenzione proprio perché la vicenda è legata al fumetto? Castaldi non ne fa solo una questione di diritto d’autore: “Non credo che con la musica sarebbe potuto succedere lo stesso putiferio. Il mercato del fumetto, soprattutto per quanto riguarda tutto ciò che è presente in rete, non gode di nessuna tutela. Che poi io sono sempre stato per una libera circolazione delle arti, credo ad esempio al Creative Commons, a patto che il tutto venga fatto come si deve, e in questo caso Il Corriere non si è comportato in maniera corretta”.

Pare che alcuni dei “nuovi autori Rizzoli” si fermeranno qui, altri invece stanno ragionando su un’azione legale collettiva, altri ancora si sono già mossi separatamente nelle scorse ore. Artribune, nel frattempo, analizza le possibili implicazioni legali in un articolo di Raffaella Pellegrino, legale specializzata in diritto d’autore. Comunque vada (la situazione è ancora molto liquida mentre scriviamo) gli spunti di riflessione non mancano. Su tutti: il clamore di questi giorni eviterà che in futuro succeda qualcosa di simile, magari coinvolgendo – rigorosamente a loro insaputa – scrittori, registi, musicisti, fotografi? Davvero il fine nobile (che nessuno mette in dubbio) e i meccanismi editoriali alla base dell’iniziativa del Corriere possono placare gli animi degli autori?

 

*Giornalista e fumettista, autore – tra gli altri – di Peppino Impastato: un giullare contro la mafia.

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Una moschea in centro (a Firenze) per un’integrazione vera https://minimaetmoralia.it/interventi/una-moschea-per-unintegrazione-vera/ https://minimaetmoralia.it/interventi/una-moschea-per-unintegrazione-vera/#comments Fri, 16 Jan 2015 09:55:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24987 Questo intervento di Tomaso Montanari è uscito sulle pagine dell'edizione fiorentina di Repubblica. (Fonte immagine)

Quanti secoli ci ha messo il cristianesimo a ripudiare la convinzione che si possa uccidere in nome di Dio? Quando aveva l'età che ha ora l'Islam, in Europa scorrevano fiumi di sangue. E sembra che ci siamo dimenticati che, in nome del cristianesimo, solo vent'anni fa furono uccise decine di migliaia di musulmani bosniaci, a poche centinaia di chilometri da Ancona.

Se vogliamo accelerare un simile ripudio nell'Islam italiano, se vogliamo che siano più numerose e più forti le voci di chi dice «not in my name» (come ha subito gridato Igiaba Scego, scrittrice musulmana di origine eritrea, che vive a Roma), abbiamo un'unica strada: accelerare l'integrazione. Ma quella vera.

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Questo intervento di Tomaso Montanari è uscito sulle pagine dell’edizione fiorentina di Repubblica. (Fonte immagine)

Quanti secoli ci ha messo il cristianesimo a ripudiare la convinzione che si possa uccidere in nome di Dio? Quando aveva l’età che ha ora l’Islam, in Europa scorrevano fiumi di sangue. E sembra che ci siamo dimenticati che, in nome del cristianesimo, solo vent’anni fa furono uccise decine di migliaia di musulmani bosniaci, a poche centinaia di chilometri da Ancona.

Se vogliamo accelerare un simile ripudio nell’Islam italiano, se vogliamo che siano più numerose e più forti le voci di chi dice «not in my name» (come ha subito gridato Igiaba Scego, scrittrice musulmana di origine eritrea, che vive a Roma), abbiamo un’unica strada: accelerare l’integrazione. Ma quella vera.

Per far questo occorre radicalizzare la lacità, e dunque la terzietà religiosa, dello Stato: e contemporaneamente consentire il più pieno esercizio della vita religiosa delle comunità islamiche nel nostro Paese. Esattamente il contrario di ciò che propone la Destra (Lega e Forza Italia): che difende i presepi e i crocifissi nelle scuole (così che i bambini musulmani che ci studiano mai potranno sentirsi pienamente cittadini italiani) e al tempo stesso si oppone vigorosamente alla costruzione di nuove moschee. Ma anche la Sinistra, e l’intera classe dirigente italiana, non sembrano consapevoli che questa è una delle partite cruciali per il futuro del Paese.

Il caso di Firenze è emblematico. Qui la comunità islamica ha presentato un progetto per una grande moschea nel settembre del 2010. L’arcivescovo (cui certo non spettava esprimere un giudizio) sostenne che sarebbe stato meglio non pensare ad un unico tempio, ma a tanti piccoli luoghi di preghiera, possibilmente senza minareto. E il sindaco Matteo Renzi mise subito le mani avanti, dichiarando: «al momento non c’è un progetto, non c’è un’ipotesi di lavoro». Per poi chiudere ogni prospettiva: «Non vedo spazi nel centro storico di Firenze per farla, in questo momento». Oggi, cinque anni dopo questo esorcismo, tutto è ancora fermo: e l’assenza della moschea è assai eloquente sulle vere intenzioni di chi parla di integrazione.

Ebbene, è da questa miopia che dobbiamo liberarci: quando ci sembrerà finalmente venuto il momento di costruire l’Italia del futuro? Soffocati dagli eterni tatticismi della politica e prigionieri in un discorso pubblico inchiodato alla cronaca di un presente mortificante, sembriamo non sapere che presto anche in Italia si porranno le questioni che oggi agitano la Francia. La sera del massacro di Charlie Hebdo, davanti a una televisione inevitabilmente accesa, mio figlio (che fa la prima elementare in una scuola pubblica fiorentina) mi ha detto che lui non ha paura dei suoi (tanti) compagni di classe musulmani. Mi sono chiesto quanto ci metteremo a rovinare questa naturale armonia: quanto ci vorrà perché cambi idea?

Tutto si deciderà nelle nostre città, così strettamente legate alla storia delle libertà (appunto) civili italiane. Come dimostra ciò che è successo nelle banlieuses francesi, le politiche urbanistiche hanno un peso straordinario nel futuro sociale di un Paese. Per secoli le città italiane hanno creato cittadini: italiani non per stirpe, ma per cultura. Siamo una nazione non per via di sangue, ma – letteralmente – iure soli: per la forza di un territorio che ci ha fatto comunità. Lo riconosce l’articolo 9 della Costituzione, uno dei pochissimi che spenda appunto la parola ‘nazione’: associandola al patrimonio storico e artistico e al paesaggio. Cioè allo spazio pubblico: luogo terzo in cui non siamo divisi né per fede né per censo, ma siamo cittadini ed eguali.

Oggi questo patrimonio può tornare a giocare nella direzione del futuro. Quante chiese abbandonate potrebbero diventare moschee (invece che alberghi di lusso)? Quanti centri storici possono rinascere accogliendo anche un’altra cultura, invece che avviarsi ad un’imbalsamazione turistica? Una moschea nel centro di Firenze sarebbe un segno potente, capace di indicare la direzione del cammino che dobbiamo intraprendere. Un modo per dire che ora, sì, sappiamo come costruire un’integrazione vera. Che passa attraverso città che permettono l’incontro quotidiano, la mescolanza, la conoscenza. E non attraverso quartieri ghetto: periferie chiuse e separate, luoghi fatti apposta per fomentare il risentimento verso quella separazione e nutrire un’identità basata sull’alterità radicale.

È una partita che ci mette di fronte alle nostre antiche carenze: non siamo mai riusciti a formare veri cittadini, a costruire uno Stato impermeabile al pervasivo secolarsimo della Chiesa, a dare un senso attuale e progressivo al patrimonio storico e artistico delle nostre città. Ebbene, è venuto il momento di farlo.

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Non è una guerra, non facciamo vincere l’isteria https://minimaetmoralia.it/interventi/non-e-una-guerra-non-facciamo-vincere-listeria/ https://minimaetmoralia.it/interventi/non-e-una-guerra-non-facciamo-vincere-listeria/#comments Thu, 15 Jan 2015 14:14:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25019 Pubblichiamo un intervento di Lorenzo Fazio apparso oggi sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l'autore e la testata. (Fonte immagine)

di Lorenzo Fazio*

No, non siamo in guerra, non siamo in guerra con nessuno. Invece, dopo quanto successo a Parigi, sembra che tutti diano per scontato che l’esercito della libertà e della democrazia sia già schierato  contro l’esercito del fondamentalismo sanguinario islamico. Siamo caduti in trappola. La parola guerra scappa di bocca a tutti, dal difensore più disciplinato dell’ordine occidentale all’opinionista più illuminato e aperto. Persino comici, vignettisti, attori, e chi con la libertà ci lavora, non rinuncia  a evocare quella parola. La guerra è data per inevitabile e necessaria, “fermare la barbarie” è l’unica missione per le nuove generazioni chiamate a “conquistare la pace”.

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Pubblichiamo un intervento di Lorenzo Fazio apparso oggi sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Lorenzo Fazio*

No, non siamo in guerra, non siamo in guerra con nessuno. Invece, dopo quanto successo a Parigi, sembra che tutti diano per scontato che l’esercito della libertà e della democrazia sia già schierato  contro l’esercito del fondamentalismo sanguinario islamico. Siamo caduti in trappola. La parola guerra scappa di bocca a tutti, dal difensore più disciplinato dell’ordine occidentale all’opinionista più illuminato e aperto. Persino comici, vignettisti, attori, e chi con la libertà ci lavora, non rinuncia  a evocare quella parola. La guerra è data per inevitabile e necessaria, “fermare la barbarie” è l’unica missione per le nuove generazioni chiamate a “conquistare la pace”.

La circolare inviata dall’assessore all’istruzione della regione Veneto, Elena Donazzan, ai presidi delle scuole in cui si chiede ai musulmani di condannare i fatti di Parigi e di aderire ai valori occidentali, rivela il clima in cui siamo precipitati. Tutti gli stranieri sono potenziali nemici, devono dimostrare di non esserlo. In spregio a qualsiasi principio liberale.

Come editore che da diversi anni si batte contro le verità del potere e come tutti coloro che hanno a cuore la parola e il pensiero, credo che bisogna spezzare questo discorso sulla “guerra necessaria” in nome della libertà. Un contro senso che poggia sull’idea che solo noi siamo i buoni e che gli altri, loro, sono i cattivi, dimenticando tutti gli orrori e i morti che abbiamo provocato.  Se non riusciamo a sradicare questo pregiudizio andremo incontro a nuove tragedie. Il compito di noi editori che operiamo nel settore dell’informazione è cercare di smascherare tutte le falsità che ogni guerra comporta (ricordate i finti arsenali di Saddam?) e difendere a ogni costo la nostra libertà di critica, sempre, soprattutto  quando, in nome della sicurezza, lo Stato, attraverso la polizia, aumenta il suo potere repressivo, come accade dopo ogni evento terroristico.

Quanto accaduto a Parigi è un episodio e come tale va valutato, un episodio che poteva essere previsto, e che si somma ad altri episodi avvenuti in varie parti del mondo sempre a opera di integralisti islamici contro islamici non integralisti.  Non è una guerra. Non facciamoci vincere dall’isteria. Anche gli islamici sono vittime dei fondamentalisti, aiutiamoli, stiamogli vicino, non alimentiamo noi stessi il loro odio nei nostri confronti. Il bambino che sta per lanciare la bomba contro gli americani a Falluja, ritratto nel film American sniper di Clint Eastwood, nella vita reale potrebbe diventare un terrorista pronto a uccidere in nome di Allah.

Se seguiamo la strada della guerra ovunque nel mondo, aiuteremo solo i fabbricatori di armi, l’equilibrio fondato sul terrore e la paura, che porta a più repressione, all’innalzamento di nuove barriere e a minori libertà. Il dissenso è difficile da gestire, per il partito unico del capitale qualsiasi occasione è buona per limitarlo.  Già si parla di ristabilire le frontiere in Europa, Le Pen propone la pena di morte in Francia, Salvini approfitta per criminalizzare tutti gli islamici in Italia. Il partito della paura è il più forte di tutti, nessuno rinuncia ad arruolarvisi. Chi rimane fuori rimane solo. Bersaglio facile come Charlie Hebdo.

“Il successo del terrorismo dipende dalle conseguenze che innesca” scrive Simon Jenkins su “The Guardian”.  I terroristi non vogliono altro che questo: che diventiamo come loro. Che vinca la violenza e l’odio, in nome della libertà. Un paradosso atroce.

D’altra parte siamo campioni nel proclamare la libertà e negarla appena c’è qualcuno che la usa contro di noi. Non è un caso che la satira in Italia non esista quasi più. In casa nostra non c’è bisogno di fondamentalisti, la libertà ce la togliamo da soli.

direttore editoriale di Chiarelettere e membro del cda del Fatto quotidiano

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Esce oggi in Italia “Sottomissione”: l’intervista a Michel Houellebecq https://minimaetmoralia.it/interviste/sottomissione-lintervista-a-michel-houellebecq/ https://minimaetmoralia.it/interviste/sottomissione-lintervista-a-michel-houellebecq/#comments Thu, 15 Jan 2015 06:00:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24995 Dopo essere uscito in Francia lo scorso 7 gennaio, giorno dell'attentato contro la redazione di Charlie Hebdo, arriva oggi nelle librerie italiane Sottomissione, il nuovo romanzo di Michel Houellebecq (edito da Bompiani)Pubblichiamo l'intervista che lo scrittore ha rilasciato a Stefano Montefiori per il Corriere della sera, e ringraziamo la testata e l'autore. (Fonte immagine)

di Stefano Montefiori

Parigi. Dopo l’attentato a Charlie Hebdo, il più celebre scrittore francese Michel Houellebecq ha lasciato Parigi, protetto dalla polizia. Il giorno del massacro alla redazione, il 7 gennaio, è uscito in Francia per Flammarion il suo ultimo romanzo, Sottomissione, che sarà nelle librerie italiane domani [oggi per chi legge, ndr], edito da Bompiani. Houellebecq immagina una Francia del 2022 dove il presidente musulmano Ben Abbes vince le elezioni, islamizza la società e progetta di ricreare in Europa e nel Mediterraneo una sorta di impero romano, unito dall’Islam. Houellebecq aveva sospeso la promozione del suo libro, ma ha scelto di mantenere l’impegno preso con il Corriere della Sera.

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web_Houellebecq--672x359Dopo essere uscito in Francia lo scorso 7 gennaio, giorno dell’attentato contro la redazione di Charlie Hebdo, arriva oggi nelle librerie italiane Sottomissione, il nuovo romanzo di Michel Houellebecq (edito da Bompiani)Pubblichiamo l’intervista che lo scrittore ha rilasciato a Stefano Montefiori per il Corriere della sera, e ringraziamo la testata e l’autore. (Fonte immagine)

di Stefano Montefiori

Parigi. Dopo l’attentato a Charlie Hebdo, il più celebre scrittore francese Michel Houellebecq ha lasciato Parigi, protetto dalla polizia. Il giorno del massacro alla redazione, il 7 gennaio, è uscito in Francia per Flammarion il suo ultimo romanzo, Sottomissione, che sarà nelle librerie italiane domani [oggi per chi legge, ndr], edito da Bompiani. Houellebecq immagina una Francia del 2022 dove il presidente musulmano Ben Abbes vince le elezioni, islamizza la società e progetta di ricreare in Europa e nel Mediterraneo una sorta di impero romano, unito dall’Islam. Houellebecq aveva sospeso la promozione del suo libro, ma ha scelto di mantenere l’impegno preso con il Corriere della Sera.

Michel Houellebecq, lei ha paura?

«Sì, anche se è difficile rendersi conto completamente della situazione. Cabu per esempio, uno dei disegnatori uccisi, non era del tutto cosciente del rischio, c’era in lui l’anima sessantottina mescolata con una vecchia tradizione di mangiapreti, e in Francia essere un mangiapreti espone a un processo in tribunale che in genere si vince. Penso che Cabu non abbia colto che la questione è ormai di un’altra natura. Siamo abituati a un certo livello di libertà di espressione, e non ci siamo fatti una ragione del fatto che le cose sono cambiate. Anche io sono un po’ così, a livello inconscio. Ma l’idea della minaccia ti viene in mente, ogni tanto…».

Come ha vissuto il 7 gennaio, che avrebbe dovuto essere la sua giornata, quella della pubblicazione del libro atteso da mesi ?

«Quando ho saputo dell’attacco a Charlie Hebdo ho chiamato il mio amico Bernard (l’economista Bernard Maris, tra le vittime, ndr), ma non pensavo che fosse coinvolto. Collaborava con loro, non immaginavo che fosse alla riunione di redazione. Ho continuato a chiamarlo, dalle 12 alle 16, non rispondeva. Poi ho saputo».

Pensa che dopo gli attentati di Parigi la libertà di espressione sarà più difficile da esercitare? Nonostante l’immensa manifestazione di domenica?

«Sì, certo. Niente sarà più come prima. Sicuramente è più dura, per esempio per un disegnatore che comincia adesso».

Ma «Charlie Hebdo» ricomincia con un nuovo numero che ha in copertina Maometto. Forse quel che è successo potrebbe al contrario dare forza ai giovani.

«Adesso non c’è problema, faranno lo stesso tutti i disegnatori di Francia anzi del mondo. Dopo non so».

Lei è sulla copertina del numero uscito la mattina stessa della strage. Il nuovo «Charlie Hebdo» riparte da Maometto. Che cosa pensa di questa scelta?

«Sì, è quel che bisogna fare, è la scelta giusta. Charlie Hebdo ha sotto la testata la scritta “giornale irresponsabile”. È questo il loro motto, ed è giusto che restino fedeli alla loro linea».

Lei aveva paura anche mentre scriveva il suo romanzo? 

«No, per niente. Quando si scrive non si pensa affatto a come verranno accolte le proprie parole. Scrittura e pubblicazione sono due fasi separate. È adesso che uno capisce i rischi».

Il libro non mi è sembrato islamofobo, anzi al limite islamofilo. Ma in fondo neanche quello, l’Islam viene abbracciato un po’ per opportunismo.

«È così. I miei grandi riferimenti in letteratura sono Dostoevskij e Conrad. Entrambi hanno dedicato romanzi all’argomento di attualità più importante dell’epoca, ossia gli attentati anarchici e nichilisti, la rivoluzione russa che covava. Sono molto diversi nel modo di trattare il soggetto, ma questi rivoluzionari per loro si dividono in due tipi: farabutto cinico o naif assurdo, talvolta altrettanto pericoloso. Io descrivo invece, quasi unicamente, dei farabutti cinici attraversati talvolta da un pizzico di sincerità».

Questa parte di sincerità, che finisce per essere sconfitta, la si vede anche nel momento chiave del romanzo, quando il protagonista François si rivolge alla Vergine nera di Rocamadour, ma desiste, non trova la fede.

«Sì quella è la svolta del romanzo. È li che ho deluso i miei lettori cattolici, oltre a quelli laici. Nel progetto iniziale il protagonista si converte al cattolicesimo, ma non sono riuscito a scriverlo. L’avanzata islamica mi è parsa più credibile».

La settimana scorsa era cominciata con la parola chiave «Sottomissione»; si è conclusa con titoli come «La rivolta di Parigi», «La Francia in piedi», a proposito della marcia. È sorpreso dalla reazione dei suoi concittadini? 

«Non credo che quella marcia pur immensa avrà enormi conseguenze. La situazione non cambierà nel profondo, torneremo con i piedi per terra».

Davvero per lei è solo un episodio quindi?

«Sì. Non vorrei sembrare cattivo… Ma invece un po’ sì. Quando c’è stato l’incendio della redazione, il primo attentato a Charlie Hebdo nel 2011, non pochi dei colleghi giornalisti e dei politici dissero “sì, la libertà va bene, ma bisogna essere un po’ responsabili”. Responsabili. Questa era la parola fondamentale».

Anche a lei, di recente, è stato chiesto se non sente di avere una responsabilità in quanto grande scrittore. La trova appropriata questa domanda?

«No, io mi sento sempre irresponsabile e lo rivendico, altrimenti non potrei continuare a scrivere. Il mio ruolo non è aiutare la coesione sociale. Non sono né strumentalizzabile, né responsabile».

Qual è il problema alla base di tutto, in Francia?

«È il punto di partenza del libro. Il Paese è sempre più a destra ma la rielezione di un presidente di sinistra non è totalmente impensabile. E questo è destabilizzante».

Il Front National era assente dalla marcia di Parigi.

«Sì, sembra che non li abbiano voluti. Se vogliamo parlare nello specifico del Front National, hanno due deputati e il 25% dei voti (alle Europee, ndr)… C’è uno scarto evidente. Il Front National ha un peso nella società che non corrisponde affatto alla sua rappresentanza parlamentare. Mi domando fino a che punto una situazione simile sia sostenibile, con questa astensione poi. C’è un sistema che dovrebbe essere democratico e che non funziona più».

Hollande ha detto che leggerà il suo libro. È curioso di conoscere la sua opinione?

«No, dell’opinione letteraria dei politici mi interessa poco. Se François Hollande sarà rieletto presidente nel 2017 forse molte persone emigreranno. Per ragioni fiscali ed economiche, per l’idea che è difficile fare granché in Francia, un Paese che appare bloccato. E poi potremmo vedere qualcuno alla destra del Front National che si innervosisce e passa a un’azione violenta».

Nel suo romanzo la guerra civile sembra cominciare, poi per fortuna si ferma subito. Ma lei mi sta dicendo che nella realtà questa le sembra un’ipotesi possibile. 

«Sì, è un’ipotesi possibile. Sono allarmista, certo. Declinista no, perché ci sono cose bizzarre e positive che accadono in Francia, per esempio abbiamo una demografia molto alta, una cosa tutto sommato misteriosa».

Il grande soggetto del suo libro è in generale il ritorno della religione.

«Sì, è un fenomeno che i media non riescono a cogliere, pensano che la religione sia un fenomeno passato di moda. Ma prima di domenica le grandi manifestazioni di piazza sono state le manif pour tous. Fatte da cattolici molto diversi da quelli che mi ricordavo da giovane, ovvero gente complessata e all’antica oppure di sinistra insopportabilmente perbenista (ride, ndr)».

Ha letto «Il Regno», il romanzo di Emanuel Carrère, e il suo testo su «Sottomissione» pubblicato dal «Corriere»?

«Si. Carrère ha capito certe cose fondamentali del mio libro».

Per esempio la tentazione di liberarsi della libertà?

«Si. Della libertà l’uomo non ne può più, troppo faticosa. Ecco perché parlo di sottomissione. È un piacere parlare di Emanuel Carrère e del suo libro che ho molto amato».

Carrère spera che possa esserci una relazione feconda tra l’Islam e la libertà cara alla civiltà europea erede dei Lumi. È uno scenario possibile?

«I miei valori non sono quelli dell’Illuminismo. Ora, senza andare verso un progetto di fusione grandioso alla Carrère, diciamo che Cattolicesimo e Islam hanno dimostrato di poter coabitare. L’ibridazione è possibile con qualcosa che è davvero radicato in Occidente, il Cristianesimo. Mentre con il razionalismo illuminista mi pare inverosimile».

Rispetto al 2001 e alla sua celebre dichiarazione «l’Islam è la religione piu stupida del mondo», lei ha chiaramente cambiato opinione sull’Islam. Come mai?

«Ho riletto con attenzione il Corano, e una lettura onesta porta a supporre un’intesa con le altre religioni monoteiste, che è gia molto. Un lettore onesto del Corano non ne conclude affatto che bisogna andare ad ammazzare i bambini ebrei. Proprio per niente».

È il dibattito cruciale. I terroristi sono pazzi che stravolgono il messaggio dell’Islam, o la violenza è inerente alla natura stessa di quella religione?

«No, la violenza non è connaturata all’Islam. Il problema dell’Islam è che non ha un capo come il Papa della Chiesa cattolica, che indicherebbe la retta via una volta per tutte».

I suoi romanzi hanno sempre una parte di osservazione della società e un tocco profetico, a cominciare dal capitalismo applicato ai sentimenti di «Estensione del dominio della lotta»… 

«Sì, è stata la mia prima scoperta (ride, ndr)».

…per continuare con turismo sessuale e terrorismo di massa, clonazione, Francia trasformata in parco giochi per ricchi turisti, fino alla sottomissione all’Islam.

«Comincio dall’osservazione della realtà, ma resta letteratura. So che è difficile da credere ma l’Islam, nel romanzo, all’inizio non c’era. Uno dei motivi che mi hanno fatto scrivere il libro, oltre al fatto che essere ateo mi è diventato insopportabile, è che tornando in Francia dall’Irlanda mi sono reso conto che la situazione era molto peggiore di quanto pensassi. Ho pensato che le cose potevano precipitare in modo spiacevole, e questo mi ha sorpreso». L’intervista finisce, ci salutiamo. «Spero che avremo l’occasione di rivederci in circostanze più felici», conclude lo scrittore.

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