Charlotte Salomon Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/charlotte-salomon/ un blog di approfondimento culturale Fri, 22 Nov 2019 09:45:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Charlotte Salomon Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/charlotte-salomon/ 32 32 Charlotte Sometimes (Su “Vita? O teatro?” di Charlotte Salomon) https://minimaetmoralia.it/arte/charlotte-sometimes-vita-teatro-charlotte-salomon/ https://minimaetmoralia.it/arte/charlotte-sometimes-vita-teatro-charlotte-salomon/#respond Fri, 22 Nov 2019 06:00:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41699 8 settembre 1943. In Italia è l’armistizio di Cassibile, è l’inizio della Resistenza – a Roma le giornate di Porta San Paolo. In Francia la Costa Azzurra passa sotto il controllo della Gestapo. Non che prima si stesse sereni. A malapena ci si affacciava per strada, per paura di controlli e retate. Eppure Charlotte Salomon si era potuta addirittura sposare, pochi mesi prima. In quelle settimane nel suo ultimo rifugio a Villefranche sur Mer, vicino Nizza, Charlotte provava una strana intensità di vita.

Era rimasta incinta di un uomo, anch’egli ospite di una mecenate americana – Ottilie Moore – che protesse a lungo la sua famiglia, schermando il passo alla sua emigrazione forzata nel Nuovo Mondo, che tanti intrapresero in quegli anni dopo che la Francia fu invasa e divenne collaborazionista, passando per quelle contrade (Hannah Arendt ci riuscì, Nicola Chiaromonte pure, Walter Benjamin no). Charlotte rimase – aveva un lavoro di scrittura che la teneva occupata.

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She hopes to open shadowed
eyes on a different world

8 settembre 1943. In Italia è l’armistizio di Cassibile, è l’inizio della Resistenza – a Roma le giornate di Porta San Paolo. In Francia la Costa Azzurra passa sotto il controllo della Gestapo. Non che prima si stesse sereni. A malapena ci si affacciava per strada, per paura di controlli e retate. Eppure Charlotte Salomon si era potuta addirittura sposare, pochi mesi prima. In quelle settimane nel suo ultimo rifugio a Villefranche sur Mer, vicino Nizza, Charlotte provava una strana intensità di vita.

Era rimasta incinta di un uomo, anch’egli ospite di una mecenate americana – Ottilie Moore – che protesse a lungo la sua famiglia, schermando il passo alla sua emigrazione forzata nel Nuovo Mondo, che tanti intrapresero in quegli anni dopo che la Francia fu invasa e divenne collaborazionista, passando per quelle contrade (Hannah Arendt ci riuscì, Nicola Chiaromonte pure, Walter Benjamin no). Charlotte rimase – aveva un lavoro di scrittura che la teneva occupata. Poi però venne l’8 settembre. Due settimane dopo la vennero a prendere. «Si sentivano strilla terribili», diranno i testimoni. Morirà ad Auschwitz il 10 ottobre 1943.

È una storia tra tante: «a quel tempo accadeva lo stesso a qualsiasi persona», spiega Salomon. Una storia plumbea di guerra, di persecuzione, migrazione, eccidi, come milioni accanto a lei, prima, dopo di lei. Di morte ovunque, dentro e fuori le mura domestiche. Ma a volte nei muri compaiono crepe. Crepe e aperture ovunque che fanno filtrare la luce, dice il poeta (Rumi prima, Cohen dopo). E sì, c’è un labile rischio di retorica sciapa, nell’aprire l’enorme volume di Vita? O Teatro? che propone per la prima volta in Italia l’intera, strabiliante opera totale di Charlotte Salomon (Castelvecchi, 820 pp. a colori, offerta lancio 115 euro: la traduzione è di Massimo De Pascale).

L’arte che vince la morte, la gioia di vivere contro tutto e tutti, una Anne Frank più adulta, il trionfo del colore sulle tenebre di quegli anni. Sono tutte formule di comodo – qualche tratto di verità dentro lo stereotipo –, già pronte all’uso. Ma il profilo di Charlotte è assai più perturbante delle formule patetiche che l’accompagnano da quando, di recente, è stata ‘riscoperta’ (in Italia la prima edizione dell’opera era arrivata a inizio anni Sessanta, con una selezione di 80 tempere; a introdurla un breve, pertinente scritto di Carlo Levi).

Charlotte Salomon era un’ebrea berlinese figlia di un medico di grido, sposato in seconde nozze a una diva della lirica. Aveva fatto in tempo a frequentare l’Accademia d’arte – nonostante i suoi quattro quarti di ebraicità – e fece in tempo a godersi la mostra nazista sull’«arte degenerata» – la sua arte di riferimento. Poi venne la Notte dei Cristalli. Il padre e la moglie più tardi finirono in Olanda.

Lei, giusto all’inizio della strana guerra franco-tedesca, si era già rifugiata in Costa Azzurra coi nonni che da tempo vi avevano trovato rifugio, complice Ottilie Moore. Poi la nonna si tolse la vita davanti ai suoi occhi – il mondo era alla fine e la fine non andava convinta, andava solo accarezzata con un gesto. Anche il nonno – che lei reputava un vecchio piccolo-borghese (non voleva «crepare a causa di una vecchia barbetta d’ottant’anni», scrisse tardissimo in una lettera d’amore riportata in appendice) – finì, forse, per inghiottire «un’omelette al Veronal», sembra, confezionata dalla nipote. Non prima di averle raccontato una verità, poi un’altra, e un’altra ancora,esausto di fronte alla storia, di fronte ai tentati suicidi della nonna: tutto il ramo femminile della sua famiglia (nonna, madre, zia, e una sequenza lacerante di parenti assai vicini) si è tolto la vita, le dice. E Charlotte, che fissa quel vecchio mentre le dice la verità sulla zia omonima – da sempre quella tomba reca il suo nome –, sulla madre che in realtà non era morta d’influenza, Charlotte sembra consegnata allo stesso destino (d’altronde i tempi consigliano pensieri di tenebra). «Ne ho abbastanza di questa vita, ne ho abbastanza di quest’epoca», scrive. E invece.

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Invece la giovane ha in sé il dono raro di non cedere del tutto alla seduzione della morte, ma di farla propria e di tradurla (in immagini, in spettri, in risate, in dialettica). Cos’è ciò su cui lavora con dedizione disarmante appena tornata dal campo di prigionia di Gurs (dove passò anche Arendt)? È un altro diario di un’ebrea tedesca ritrovato in Olanda? Non proprio. L’opera – che rievoca in un preludio, in una parte principale e nell’epilogo ogni istante della tragica storia familiare in parallelo alla democratica presa del potere hitleriana, e il suo percorso nell’incertezza di vita, tra internamenti, terrore privato e pubblico – si salvò nelle mani di Ottilie Moore, che nel dopoguerra la restituì al padre Alfred che si era salvato in Olanda.

E anche se il padre mostrò per primo proprio a Otto Frank, padre di Anne, quel plico recuperato dalla Francia contenente le tempere di Charlotte, Salomon non è Anne Frank più matura, non commenta il presente di prigionia, non si vede in un futuro. La sua è un’opera diversa. Charlotte disegna di nuovo la sua vita e quella tedesca di tre decenni tragici, tutta, la rende opera, dramma musicale (Singspiel è il genere cui ascrive la sua biografia), lascia arie, tracce di colonna sonora a costellare atti e ritratti (Mozart, la Carmen, la Morte e la fanciulla, e decine di altri riferimenti). E una sterminata serie di tempere con didascalie sinuose, torrenziali al fianco. Le pitture parlano un lessico espressionista figlio di Van Gogh e degno di Chagall o Munch, ricchissime di colore, munite di particolari godibili davvero solo nel dettaglio – come fotografie che chiedono lenti per esser davvero viste –, mentre le parole che le affiancano spaziano nei registri lirici.

Ora sono documento, ora ironia, ora metafisica onirica, ora poesia. Ma anche fermo immagine, illustrazione, vignetta, negativi fotografici storpiati e deformati, tutto insieme. Tra le mille definizioni possibili di un archetipo, diremmo anche fumetti. Perché Vita? O teatro? è un proto-graphic novel sinestetico, un romanzo musicale in tempera, di potenza espressiva debordante, estroso, in cui ogni tavola fa storia a sé e chiede letture a strati. Non è immediata, è una memoria messa inscena, è l’osceno privato e pubblico del novecento trattato ed elaborato in parole, immagini e musica, con personaggi, dialoghi, fratture, cambi di prospettive. Un romanzo che ibrida codici e linguaggi, assoluto.

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La narrazione inizia quattro anni prima della nascita. Rispetto alla realtà, cambiano solo i cognomi. Salomon diventa Kann – che vuol anche dire “può”. Perché Charlotte a volte può uccidersi. La prima Charlotte lo fa – nel 1913. È il trauma, è la ferita iscritta come eredità che discende per li rami fino a lei. E che nella narrazione si espande all’enorme equivoco ebraico-tedesco pronto a detonare: un anno dopo comincia la Grande Guerra – il trauma collettivo che ammutolisce una generazione. Tre anni ancora e nasce la seconda Charlotte.

È l’intrico tra storia personale e storia collettiva a rendere l’arte di Charlotte Salomon un unicum. Perché se entrambi i flussi sviluppano trame drammatiche, se c’è una simmetria perfetta tra la serie catastrofica delle circostanze esteriori e le tragedie ineffabili della sua vita personale, la flessione narrativa di Charlotte sviluppa un’ambizione compositiva smisurata di raccontare attraverso il trauma. Il dolore viene lavorato e non rimosso. Accettato, cambiato nel colore, filtrato attraverso Amadeus Daberlohn, maestro di canto della seconda moglie del padre (in realtà Alfred Wolfsohn, autore di un Orfeo che meriterebbe indagini ulteriori, le cui teorie inondano decine di tempere). Salomon ne assume fino alla radice la lezione, si dice innamorata e ne racconta fascino, ambiguità, forzature violente e il suo stesso bisogno di plagio (nella disperata lettera finale al personaggio, scrive: «Io vivo solo per te, per dimostrare che abbiamo bisogno di qualcuno che ci guidi»).

Tra la vita e la messinscena, Salomon si industria a ricomporre l’infranto seguendo il filo della morte come presenza sottile. Replicando e variando le maschere (talora decine per pagina), instilla il dubbio nella ripetizione: spezza la catena fatale dei suicidi, soprattutto femminili, per mettere in figura la storia, tutta – la sua minuscola e drammatica e quella maiuscola e atroce.

Di fronte all’oceano di parole e di dolore, di fronte alla bellezza inutile e struggente del mondo (bisognerà pur ammettere che le ‘migliori’ azioni di guerra e di orrore avvengono nella meraviglia del colore, e non in bianco e nero), Charlotte rivendica il dualismo di cui è fatta. Lo rovescia nelle tele e nei pensieri. È una katabasis, una discesa agli inferi utile a risalire – un percorso gnostico che afferma che èsempre dal basso che si ritorna, e che mettere in scena il dolore può aiutare. Come rivela Daberlohn-Wolfsohn in una tempera che lo ritrae parlante dietro nove maschere funerarie: «Ero un morto. E pensavo che la vita dovesse amarmi. Ho aspettato e sono giunto a comprendere che non è la vita che deve amarci, ma siamo noi a dover amare la vita». Redivivo. Revenant. Faust. Così si descrive Wolfsohn. Dal suo magistero del canto Charlotte Salomon ha tratto l’ultima lezione di desiderio. Si può desiderare anche dopo il terrore, ma ‘recitando’: «quando la misura di vita è colma, occorre ripartire dal teatro».

Un giorno, raccontano, Charlotte si trovò in giardino con un bimbo che voleva salire su un albero, ma aveva paura. «Disegniamolo insieme», gli disse.

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La vita di Charlotte Salomon e l’orrore del nazismo: intervista a David Foenkinos https://minimaetmoralia.it/interviste/la-vita-di-charlotte-salomon-e-lorrore-del-nazismo-intervista-a-david-foenkinos/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-vita-di-charlotte-salomon-e-lorrore-del-nazismo-intervista-a-david-foenkinos/#comments Tue, 27 Jan 2015 18:00:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25217 di Francesco Musolino

Si può essere giovani, si può vivere un amore mentre gli animi bruciano abbagliati dalla follia nazista?

A soli 26 anni la pittrice Charlotte Salomon venne uccisa nel campo di sterminio di Auschwitz il 10 ottobre del 1943. Era incinta di cinque mesi. Tedesca ma d’origini ebraiche, Charlotte non gode della fama che meriterebbe poiché il suo talento venne spezzato negli anni della Germania nazista, trovando la morte per mano di una denuncia anonima sul suolo francese: un gratuito, inspiegabile, atto di crudeltà. La vita di Charlotte venne funestata dalle crisi depressive e dai numerosi suicidi delle donne di famiglia, educandola al dolore sin da piccola. Non ancora ventenne nel pieno vigore del partito nazionalsocialista in patria, Charlotte venne umiliata con l’allontanamento dall’accademia di belle arti di Berlino mentre il padre, esperto virologo, veniva interdetto dalla propria professione e internato nel campo di Sachsenhausen.

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FRANCE-CULTURE-LITERATURE-FOENKINOS

di Francesco Musolino

Si può essere giovani, si può vivere un amore mentre gli animi bruciano abbagliati dalla follia nazista?

A soli 26 anni la pittrice Charlotte Salomon venne uccisa nel campo di sterminio di Auschwitz il 10 ottobre del 1943. Era incinta di cinque mesi. Tedesca ma d’origini ebraiche, Charlotte non gode della fama che meriterebbe poiché il suo talento venne spezzato negli anni della Germania nazista, trovando la morte per mano di una denuncia anonima sul suolo francese: un gratuito, inspiegabile, atto di crudeltà. La vita di Charlotte venne funestata dalle crisi depressive e dai numerosi suicidi delle donne di famiglia, educandola al dolore sin da piccola. Non ancora ventenne nel pieno vigore del partito nazionalsocialista in patria, Charlotte venne umiliata con l’allontanamento dall’accademia di belle arti di Berlino mentre il padre, esperto virologo, veniva interdetto dalla propria professione e internato nel campo di Sachsenhausen.

Nel 1940 il clima era ormai irrespirabile in Germania e in un rastrellamento Charlotte e il nonno vennero internati nel campo di Gurs riuscendo ad uscirne solo per le precarie condizioni dell’uomo. Riacquistata quella precaria forma di libertà Charlotte capì che il proprio tempo era già agli sgoccioli. Appena 23enne si rifugiò in una stanza in affitto a St. Jean Cap Ferrat dove dipinse l’intero corpus di “Leben? Oder Theater? Ein Singespiel” (Via? O Teatro? Un dramma in musica): si tratta di 769 dipinti con la tecnica del “guazzo” cui accompagna fitte annotazioni e persino un accompagnamento musicale, tributo all’amore impossibile con Alfred Wolfsohn, insegnante di canto della propria matrigna. Si tratta di un vero e proprio copione teatrale – racchiuso in una valigia – per raccontare, senza vittimismo, l’orrore che circonda Charlotte e la sua generazione, ostaggio della follia nazista.

Dopo aver casualmente scoperto i dipinti di Charlotte in una mostra ad Amsterdam, il romanziere francese David Foenkinos ha deciso di seguirne le tracce della memoria imbarcandosi in un viaggio a ritroso da Berlino a Nizza sino al campo di Gurs nei Pirenei, incontrando i testimoni sopravvissuti, giungendo a sfiorare l’abisso dell’ossessione nel tentativo – riuscito – di raccontare un’esistenza tragica, il talento e l’estro di una donna che grazie all’arte è riuscita a divenire immortale senza però, riuscire a vivere una vita semplicemente normale. Con “Charlotte” – già vincitore dei premi Renaudon e del Gouncourt des Lycéens in patria (in libreria dal 27 gennaio per Mondadori, traduzione di Elena Cappellini, pp.204 €16) il 40enne Foenkinos che aveva raggiunto il successo con “La Delicatezza” e “Le Nostre Separazioni” (entrambi editi da E/O), abbandona il taglio satirico-sentimentale, firmando un libro malinconico, con frasi brevi dallo stile netto, essenziale nella scelta di ogni singola parola. Un poema in prosa doloroso come un pugno nello stomaco, il racconto di un’esistenza spezzata che trova il proprio riscatto nell’arte.

David, perché hai voluto raccontare la storia di Charlotte Salomon?

Ho scoperto l’opera di Charlotte Salomon casualmente, ad una mostra a Parigi. Non sapevo chi fosse, né che cosa avrei visto. È stato uno choc emotivo! La sua opera, così come la storia della sua vita, mi hanno preso anima e corpo. E questa emozione non mi ha mai lasciato. Ho voluto raccontare la storia di questa donna straordinaria. Ero pronto a tutto perché non fosse dimenticata. 

Rievochi il momento in cui Charlotte consegnò la valigia contenente tutto il suo lavoro artistico, quando disse “è tutta la mia vita”…

La vita di Charlotte è come un romanzo. Due anni dopo la creazione, regala la sua opera ad un medico dicendogli questa frase incredibile: «È tutta la mia vita». Penso che questo gesto dia l’idea dell’intensità della creazione per Charlotte. Semplicemente, ha messo tutta la sua vita nei suoi quadri.

Charlotte trovò la morte per mezzo di una delazione, un atto gratuito. Anche questo è espressione della banalità del male?

È una delazione atroce, avvenuta in Francia, lontana dal teatro della guerra. Erano anni che viveva a Villefranche-sur-Mer, tutti la conoscevano, si occupava dei bambini. Era una persona discreta, lontana dalla Germania e dalla propria famiglia, aveva trovato finalmente la pace. Ed ecco che viene denunciata, quando era incinta di 5 mesi finendo nelle mani del gerarca delle SS Alois Brunner. È stato un atto assolutamente atroce, e i testimoni che ho potuto incontrare raccontano l’orrore del suo arresto.

Il suo viaggio nella memoria, nei luoghi della vita di Charlotte dev’essere stato emozionante. Com’è nato questo progetto?

La ammiravo talmente che ho capito che non potevo scrivere una biografia classica. Dovevo raccontare il mio turbamento davanti alle sue opere, alla sua vita. E svelare la mia indagine su tutti i luoghi della sua vita. Credo nella memoria che i muri conservano. Si può sentire qualcuno seguendo le sue tracce. È anche questo un modo di incontrare qualcuno.

Ho amato “La delicatezza” e “Le nostre separazioni” per il tuo stile dolce e ironico ma qui cambi decisamente passo. Ogni parola è precisa, pesata, dolorosa, necessaria. Com’è arrivato questo cambiamento?

Ogni soggetto impone un respiro, un ritmo proprio. La storia di Charlotte mi ha spinto a scrivere in un modo diverso. A cercare e trovare una forma che potesse sposare la sua vita, e ciò che amavo di lei. 

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha rivolto un appello agli ebrei francesi dopo gli attentati parigini per tornare in patria. Ci troviamo di nuovo sull’orlo dell’abisso?

Le tensioni sono molto forti. M non ho alcuna idea di cosa ci riservi il futuro. Tuttavia sono sempre piuttosto ottimista nel mio modo di vedere le cose.

Kandinskij pensava che creare un’opera d’arte è creare un mondo. Cosa significa nel caso dell’opera di Charlotte?

È un’impresa totale, unica, autonoma. L’opera di Charlotte è la creazione della sua stessa vita. E questo passa oltre il mero fatto di dipingere, per me. È la nascita di un mondo. Un modo di raccontare la propria vita, con dei testi letterari e delle indicazioni musicali. Una fusione, una corrispondenza totale delle arti. Lei è stata capace di reinventare la sua stessa vita per poterla sostenere. Raramente una creazione è stata pensata con un tale grado di intensità. È un vero prodigio di bellezza. Bisogna salvarsi dalla propria vita per poterla vivere.

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